24 aprile 2018

La questione dei Consorzi di bonifica, solo un esempio della mala gestione dell'agricoltura molisana. Che fare?

di Giorgio Scarlato

Nonostante  i tanti suggerimenti partiti dai "cafoni agricoli", il mondo politico regionale è stato per tanti anni immobile, quasi disinteressato al problema; non è stato mai in grado di affrontarlo realmente sia nell'ottica dei compiti che un consorzio di bonifica doveva rendere o funzioni che lo stesso doveva assolvere, sia del "beneficio" dato al settore agricolo visti i costi così esosi da sostenere per il suo mantenimento nonostante la regione abbia il potere di tutela e vigilanza sui medesimi; si ripete, nulla è stato fatto.
Per caso si deve disturbare la Garante regionale dei Diritti dei cittadini per richiamare l'esigenza del problema e far riunire ad un tavolo tecnico tutti gli interessati quali i contadini (non certo le organizzazioni agricole visti i suggerimenti dati e i risultati quarantennali di gestione degli enti consortili), la regione, molise acque, il consorzio di bonifica?  
Basterebbe vedere come è vigilato e manutenuto il reticolo di canalizzazione di un comprensorio consortile, ad es. la pulizia, gli sfalci d'erba o il grado di sicurezza necessario a scongiurare fenomeni di allagamento, per farsene un'idea.
Con la fine di questa legislatura, ancor di più, rimane alta la tensione del mondo agricolo basso-molisano, quello monoreddituale, sulla spinosa questione. 
Prendiamo le ultime cose subìte: la nomina dei commissari del febbraio 2017 e la legge sul riordino o meglio accorpamento dei consorzi di Larino e Termoli del gennaio scorso. 
Strade obbligatorie da percorrere, per quanto letto, per abbattere i costi di gestione e contenere i gravosi debiti di bilancio degli anni precedenti. Non si entra nel merito al perché, dal punto di vista legislativo-economico, la regione abbia depennato il contributo del 50%, prima esistente con la L.R. n. 42/2005, relativo alle spese di gestione annuali dei singoli consorzi che avrebbe dovuto dare; ma il nodo cruciale non è stato minimamente toccato.
Una cosa però è certa ed i "non addetti ai lavori" non se ne sono accorti: Il mondo agricolo vive un'atmosfera catastrofica surreale e non sopporta più i voltagabbana e, peggio, di veder ancora "plasmate" le mentalità! Basta, non è più sopportabile.

Un consorzio di bonifica nato per favorire, aiutare l'agricoltore, al contrario, lo strangola con una semplicità unica, lo opprime con il "giogo" di una dittatura. Come? Basta che faccia notificare al consorziato obbligato una cartella esattoriale dell'Equitalia ed il gioco è fatto. 

Si potrà dire che il commissario consortile, la regione stessa, loro malgrado, sono dovuti intervenire con chiarezza contabile visto che questo è il costo di esercizio dell'ente e quindi "impossibilitati per legge" a praticare riduzioni o buchi di bilancio e che, quindi, lo stesso commissario era stato nominato per ridurre le passività, per ridurre il disavanzo.... anche aumentando i tributi.
 Ma sorge una domanda spontanea e si prega agli "illuminati", di dare una risposta.
Ma il commissario della Parmalat, come mai, per risanare i bilanci, non ha triplicato il prezzo del latte? E perché il commissario dell'Alitalia non ha triplicato i biglietti aerei? E' così semplice!!!
E' questo che invece ha fatto la regione con l'approvazione della legge di riordino e unificazione dei due consorzi basso-molisani. E' un comportamento normale caricare il consorziato obbligato dei debiti pregressi?  
Svariate volte si è chiesto un confronto con le Istituzioni preposte, senza esito, proprio per rimarcare che dovevano sedersi ai tavoli verdi, a parlare delle problematiche, chi ogni giorno è a contatto con la terra, con sudore e lacrime, e non con chi, da lontano, vede il problema con distacco burocratico!
Calza a pennello la frase dell'ex Presidente degli USA Dwight Eisenhower:«L'agricoltura sembra molto semplice quando il tuo aratro è una matita e sei a un migliaio di miglia dal campo di grano».
I "soloni" teorici non servono più.

Quando si riusciva a strappare qualche parola, le risposte erano: ...ma il consorzio è vostro, di voi agricoltori; ....se questi sono i costi di esercizio, per legge (?) li devono pagare gli utenti obbligati;....la politica può far nulla. E si allontanavano. Quando si chiedeva: ma quali sono le prospettive, viste le anomalie funzionali riscontrate, che il mondo politico vuole o può dare a un consorzio? Risposte mai avute perché, forse, non sapevano o non erano interessati al problema... di migliaia di agricoltori. Questa è la "vicinanza politica agricola", l'interessamento alla risoluzione di uno dei gravi problemi che attanaglia il settore basso-molisano?

Il consorzio diventa pubblico alla bisogna, quando a loro conviene.

Inutile rimarcare la solita solfa dei costi dell'ente sproporzionati rispetto ai tributi incassati; basta leggere i bilanci. 
A produrre colture irrigue (pomodori, finocchi, cipolle, insalate, cavolfiori, ecc.) per venderle poi a prezzi al di sotto dei costi di produzione si va fuori di testa.
Quale allora la convenienza economica, o meglio quale il vantaggio nel coltivarle visti i prezzi di vendita in dumping, sottocosto, da 4° mondo? L'esempio calzante è, ormai ex,  lo Zuccherificio del Molise: i costi per produrre lo zucchero erano superiori a quello di vendita ed è stato chiuso.

Un ente che fornisce servizi non acquistabili da alcuno, dovuto al costo eccessivo, non può essere commissariato ma deve essere decretata l'automatica chiusura!!!
Sarebbe un bene per tutti: regione, utenti obbligati e gli stessi amministratori consortili per non farli fare salti mortali nel far quadrare i bilanci.
Una volta per tutte è ora di prendere una decisione, non si può continuare in simile maniera.
Chi di dovere dovrà sempre avere in considerazione che le derrate agricole regionali sono fuori mercato proprio per il disequilibrio tra i costi sostenuti e il ricavo del venduto, una su tutte il pomodoro da industria. Ad oggi parlare di altro è fuorviante, è solo teoria.  
Questa situazione paradossale causata da una legge sicuramente da rivedere, che obbliga i proprietari di immobili, pur senza volerlo o peggio senza beneficio alcuno ad essere inseriti in un comprensorio di bonifica, a non poterne uscire e ad obbligarlo a pagare i relativi tributi-gabella per forza,  sembra faccia parte di una incredibile storia di latifondismo post-moderno.

L'Agricoltura, obbligata ad operare in tale modo, non può e non potrà mai essere più fattore di reddito se stretta a morsa da uno Stato, una regione poco attenta, per non dire poco funzionali ed allo stesso tempo esosi e una filiera, oggi tanto di moda, che costringe gli imprenditori agricoli ad essere ancora "incudini", a sopportare questi soprusi, a soffrire economicamente, ad essere l'ultima ruota di un carro che tende irrimediabilmente a sfasciarsi per colpe non proprie; si vuole per questa politica "matrigna" neoliberista.

Conclusione.
Oggi, essere proprietari perché possidenti crea invidia agli "altri" che li vedono come persone ricche ma in realtà sono poveri in canna visti i magri o inesistenti ricavi. E non ci si può anche far carico di mantenere pure questi inutili carrozzoni. 

Ora, dalla politica regionale, che ieri è stata rinnovata nelle urne, ci si aspetta dinamismo e non inerzia e queste idee, proposte di revisionismo che tanti o tutti propongono se dovessero essere eletti" non si alzino troppo in alto" al punto tale da  perdere poi di vista la realtà agricola.
Affinché le aziende agricole non muoiano, si ha bisogno di concretezza immediata e non di idee, sicuramente belle, fattibili, ma bisognevoli di molto tempo per realizzarle. Il mondo agricolo non può più aspettare.  


                                                                                    

23 aprile 2018

Riforma del bio: l’Europarlamento gioca al ribasso


da GreenPlanet


Inserito il 22 aprile, 2018 - 20:32

Il Parlamento europeo ha approvato il 20 aprile con 466 voti a favore le nuove regole sull’agricoltura biologica. Le norme prevedono controlli e limiti meno rigidi rispetto a quelli già previsti nel nostro Paese. Per questo motivo gli europarlamentari italiani hanno votato compatti contro il provvedimento, frutto di un compromesso tra le istituzioni europee raggiunto nell’estate 2017 e che entrerà in vigore nel 2021. Le delegazioni italiane chiedevano norme più restrittive di quelle adottate, in particolare sulla soglia di contaminazione accidentale da pesticidi non autorizzati e sulle deroghe concesse all’importazione di prodotti bio da Paesi terzi.
‘L’esito dei negoziati per dare nuove regole alla produzione biologica in Europa rappresenta un'occasione persa. Per noi, tuttavia, la sfida di replicare o avvicinare il più possibile il sistema europeo al modello biologico di alta qualità e sostenibilità italiano resta aperta’. E’ il commento a caldo di Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, a conclusione del voto favorevole dell’assemblea europea sulle nuove regole per produrre biologico in Europa.
'Il punto cruciale negativo - tiene a precisare De Castro - è aver abbassato le soglie per i residui di fitofarmaci. Che differenza c’è con l’agricoltura convenzionale?, s’interroga l’europarlamentare, già due volte ministro dell’Agricoltura in Italia, che intervenendo al dibattito al Parlamento dell’UE aveva chiesto di seguire la legislazione più stringente in vigore in Italia al fine ‘di garantire una concorrenza leale per i produttori e gli operatori del settore, di prevenire le frodi e migliorare la fiducia dei consumatori'. L’accordo finale - per lui - rappresenta un compromesso al ribasso.
La palla sarà nel campo della prossima Commissione europea che ha la possibilità di proporre standard di produzione più elevati prima dell’entrata in applicazione del nuovo regolamento UE nel 2021. L’Italia è prima tra i 28 Paesi in termini di produzione biologica e seconda per superficie coltivata: 1,8 milioni di ettari contro 2 milioni in Spagna. E la produzione biologica è destinata a crescere.
Il nuovo regolamento ha fatto subito discutere e registrare la forte contrarietà degli agricoltori italiani. Questione di regole troppo larghe e di stile produttivo, e quindi di mercato, un mercato che vale ormai, solo per il nostro Paese, qualcosa come 2,5 miliardi di euro e poco più di 72mila operatori che in Europa diventano 370mila. Un settore che può ancora crescere molto, ma il cui orizzonte dipende molto proprio dalle regole che l'Europarlamento ha da poco approvato definitivamente.
Il punto critico riguarda prima di tutto la facoltà concessa ai singoli Stati di mantenere regole e soglie meno restrittive per i residui di fitofarmaci o di contaminazione da OGM. Poi la possibilità di continuare a produrre ‘biologicamente’ anche in serre e fuori suolo. Per questo, secondo le associazioni italiane di settore è necessario ora accelerare sul marchio del bio nazionale per consentire scelte di acquisto più consapevoli, con sei italiani su dieci (60%) che nel 2017 hanno acquistato almeno qualche volta prodotti biologici.  

Molise: vince il centro-destra

di Riccardo Alfonso


Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

Poco più della metà degli elettori molisani, che hanno scelto di andare a votare, hanno sostenuto con il 37% dei consensi la coalizione di centro-destra. Il Movimento 5 stelle si è attestato al secondo posto. Il grande sconfitto ancora una volta è il PD. Sembra ripetersi il risultato che ha congelato i rapporti di forza in campo nazionale. Se vogliamo trarne un qualche insegnamento possiamo dire che la forza maggioritaria, quella che diserta le urne per intenderci, resta sull’Aventino sdegnosa e indifferente perché ci sembra di comprendere non accetta i rituali della politica che fa del voto una sorta di gioco che non ha nulla a che vedere con i reali problemi del Paese. Non sono pochi, infatti, coloro che si sentono intrappolati da logiche di potere fine a se stesso ma non certo in grado di porre mano alla vera natura del disagio popolare. Una regione, quella del Molise, che ha da sempre sofferto la mancanza di lavoro costringendo molti suoi figli a cercarlo altrove, emigrando. Una regione che ha il suo tratto distintivo con i prodotti della terra ma che stenta a darne il giusto risalto nel mercato nazionale e internazionale, per insipienza della politica. Una regione che potrebbe avere il suo fiore all’occhiello nel turismo ma non trova sostegni pubblici adeguati. Una regione piccola ma laboriosa che potrebbe offrire spunti interessanti nell’artigianato e nelle sue micro imprese, ma che non riesce a dare loro uno spessore adeguato per reggere la concorrenza e a farsi apprezzare. Oggi, pragmaticamente, quelli che hanno deciso di andare a votare hanno preferito il certo, o supposto tale, del centro-destra ai grillini. Forse hanno pensato all’antico detto: chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Non vorrei pensare che il freno è stato tirato troppo bruscamente dai padri ma non dai figli e che il rispetto per chi ha è stato fatale per chi è. (Riccardo Alfonso)

17 aprile 2018

L'impegno nel pacifismo

di Umberto Berardo 

Se è vero che nella storia la guerra è stata considerata quasi uno stato abituale per gli esseri umani ed ha fatto più notizia della pace, è altrettanto certo che quest'ultima ha avuto i suoi cantori già da Esiodo o i suoi promotori in Aristofane, Erodoto, Tacito, Francesco d'Assisi, Pietro Valdo, Erasmo da Rotterdam, John Woolman, Jean Jacques Rousseau, Voltaire, Immanuel Kant, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, Giovanni XXIII, Ernesto Balducci, don Tonino Bello, Gino Strada solo per citare alcuni tra i testimoni più conosciuti.

Ovviamente da cristiani vogliamo ricordare al riguardo il grande insegnamento di Gesù di Nazareth.

Fondamentale è stata in occidente l'opera "Il progetto di pace perpetua" pubblicata nel 1713 dopo il trattato di Utrecht dall'abate Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre, ritenuto da molti il primo pacifista occidentale.

Il pacifismo ha radici storiche e culturali nell'egualitarismo non violento cristiano, nel pensiero delle religioni orientali, nell'illuminismo, nel socialismo libertario e nella coscienza ecologica che rifiuta la globalizzazione selvaggia e si propone a tutela di relazioni positive tra gli esseri umani ed il territorio.

È soprattutto dopo i due conflitti più terribili del Novecento e la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948 che intellettuali, politici, artisti ed in generale cittadini si mobilitano per riflettere sulle strade da percorrere per eliminare la guerra dal consesso mondiale dopo che con delle rivoluzioni non violente come quelle di Gandhi, di Martin Luther King o di Mandela era stato possibile segnare tappe importanti nella liberazione dei popoli e nell'affermazione dei loro diritti.

Nasce così quello che abitualmente viene definito il movimento pacifista che in Italia cresce intorno a figure come don Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Alex Zanotelli, Antonino Drago e che si rafforza nei movimenti del Commercio equo e solidale, dei Beati costruttori di pace, del Movimento internazionale della Riconciliazione, di Pax Christi, del Forum Sociale Mondiale.

Il pacifismo può fondarsi su basi etiche da parte di chi ritiene in generale la violenza moralmente inaccettabile, ma anche su presupposti pragmatici di quanti pensano che la violenza stessa sia inefficace nella soluzione dei conflitti e per la costruzione della pace nella società.

La legittima difesa della libertà e dei diritti dal militarismo e dall'oppressione si fonda sul concetto e la pratica della lotta popolare non violenta di Gandhi che ha visto elaborazioni strategiche molto concrete sul piano dell'obiezione di coscienza al servizio ed alle spese militari, della disobbedienza civile e del boicottaggio di tutto ciò che è indirizzato alla guerra, all'oppressione dei popoli ed a stati d'ingiustizia sociale.

Non mancano tra i pacifisti quelli che individuano casi estremi in cui la violenza possa essere usata nella legittima difesa o per impedire genocidi in atto.

Di sicuro, a partire dalla secessione dei plebei sul Monte Sacro a Roma nel 494 a.C. fino all'indipendenza dell'India o a quella della Norvegia, le strategie pacifiche e non violente hanno dato nel corso della storia risultati positivi e talora insperati.

Già durante la guerra del Vietnam in Europa ci fu una poderosa capacità di mobilitazione delle masse giovanili contro quel conflitto e ne siamo stati parte attiva proprio con il M.I.R. con un'azione promossa in piazza San Pietro a Roma per chiedere al papa di farsi portavoce di pace nell'incontro con il presidente americano Nixon.

Negli anni successivi milioni di persone si sono mobilitate sul conflitto arabo-israeliano, sull'occupazione americana dell'Iraq, dell'Afganistan come sulle repressioni della Russia nei confronti delle popolazioni dell'Europa orientale o di quelle della Turchia  e di Saddam Hussein nei confronti dei Curdi.

Già sugli attentati dell'Isis questa mobilitazione si è attenuata ed oggi, rispetto a quella che papa Francesco chiama la terza guerra mondiale a puntate in atto, il movimento pacifista sembra addirittura assente o dissolto.

L'inferno della guerra nel mondo ha purtroppo moltissimi teatri e noi tutti abbiamo il dovere, di fronte alle immagini che ad esempio ci giungono dalla Siria, dalla Palestina o dall'Africa, d'impedire massacri che rappresentano davvero la negazione di ogni forma di umanità.

Dopo la guerra del golfo solo qualche piazza è tornata ad infiammarsi di attivismo per impedire il massacro dei palestinesi e la stessa marcia annuale Perugia-Assisi corre il rischio di diventare solo simbolica.

Dopo anni di forte sensibilizzazione per il disarmo nucleare e per la riduzione delle spese militari, oggi si assiste impotenti a quella che papa Francesco chiama la globalizzazione dell'indifferenza rispetto alle catastrofi create da quelle che vengono ipocritamente definite guerre preventive, umanitarie o operazioni di polizia internazionale.

La dissoluzione del pacifismo è probabilmente parte di quella crisi della sinistra che ne era stata l'anima insieme al mondo cattolico ed a quello sindacale.

Le cause forse vanno ricercate nell'inadeguatezza movimentista di andare oltre le manifestazioni e rafforzare la capacità elaborativa di analisi politica in un momento in cui assistiamo ad una forte involuzione e depotenziamento del sistema democratico con parlamenti nazionali che stanno sempre più cedendo poteri ad istituzioni sovranazionali spesso non legittimate sul piano elettorale o a centri di potere come FMI, BCE, NATO, WTO, società di rating e fondi d'investimento che si servono delle guerre come sistemi permanenti di dominio sulle materie prime e sul movimento di capitali a livello finanziario.

Poiché la politica sembra piegata alle ragioni della guerra, diventata oltretutto una forma estrema e disumana di economia, occorre in immediato creare nuclei operativi del movimento pacifista sul territorio anche in piccole realtà per continuare l'opera di educazione e coscientizzazione sulla promozione della pace nel mondo in un intreccio sinergico con quanti si oppongono a processi di globalizzazione neoliberista ed operano per costruire un rapporto di convivenza pacifica tra gli esseri umani e di rispetto di essi con il territorio al fine di raggiungere una coesistenza fondata sulla giustizia sociale.

Riprendere le fila di un'operatività non è facile, ma significa intanto cominciare a vedersi sistematicamente per progettare sistemi di sensibilizzazione sulle piazze virtuali, ma soprattutto su quelle reali cercando di coinvolgere la maggior parte possibile di soggetti.

Il primo impegno dev'essere indirizzato in una proposta definita di revisione in senso democratico degli organismi e delle funzioni dell'ONU.

Occorre altresì continuare l'opera di elaborazione d'idee pragmatiche per rendere sempre più concreta ed attuale la strategia di azione e difesa popolare non violenta che significa lottare il militarismo, la xenofobia, le discriminazioni, ma anche cercare le strategie per spegnere i fuochi di guerra e ridare al pacifismo la dimensione mondiale che ha avuto in passato.

Il movimento ha necessità di trovare rappresentanza sempre più larga in nuove forme organizzate a livello nazionale ed internazionale.

La rete pacifista deve avere poi una dimensione europea e mondiale con l'individuazione di un'agenzia per la pace cui i diversi movimenti locali possano fare riferimento.

In un ordine mondiale che non sa dare stabilità, pace e giustizia, ma che invita alla difesa personale con un processo di militarizzazione individuale e sociale, noi pensiamo che la difesa popolare non violenta con proposte concrete ed opportune possa essere di grande efficacia, sul piano preventivo e strutturale, nell'opposizione alla guerra. 

Riannodare le fila dell'impegno, tornare a sventolare le bandiere arcobaleno che accendevano l'entusiasmo delle masse, parlare di pace e di non violenza è già di per sé educativo; se a questo aggiungeremo la necessità che ognuno non proclami la pace, ma la viva come valore di rispetto per la vita, la libertà, i diritti e l'uguaglianza tra gli esseri umani, avremo la speranza di non vedere più le immagini atroci di violenza create ancora nel mondo.

Di fronte al diffondersi pericoloso dei giochi di guerra abbiamo il dovere di riassumere impegni di responsabilità, di riallacciare sinergie operative e di esserci per impedire che la disumanità, frutto dell'egoismo e della malvagità, distrugga questo pianeta.

La ricetta Greenpeace? Tagliare gli aiuti alle produzioni intensive

da Qualeformaggio

Da quel che si mangia dipende il futuro del pianeta - l'immagine ritrae una pagina della pubblicazione ''Meno è meglio'', dell'associazione ambientalistaIl futuro alimentare del pianeta ha una sola strada percorribile: quella delle produzioni estensive, da erba e da fieno. In sostanza, solo adottando una “dieta sana” potremo garantirci un “pianeta sano”. Ad affermarlo sono i vertici di Greenpeace Italia, che nei giorni scorsi hanno lanciato una campagna mediatica che si prefigge “l’obiettivo ambizioso, necessario e impellente di ridurre la produzione e il consumo e di carne e di prodotti lattiero-caseari del 50%, a livello globale, entro il 2050”.
Beninteso, le produzioni verso cui l’associazione ambientalista punta il dito sono quelle intensive, che hanno saccheggiato al pianeta risorse, hanno inciso in maniera estremamente negativa sull’ambiente e hanno spinto milioni di contadini in condizioni di forte disagio economico e, nei casi più gravi, nello stato di povertà (e verso il suicidio, ndr).
Vacche Montbeillard in un allevamento ecologico francese - l'immagine è tratta da una pagina della pubblicazione ''Meno è meglio'', dell'associazione ambientalistaFavorire carni e latti dell’erba e del fieno
Meno carne e meno prodotti lattiero-caseari intensivi, quindi, per un clima migliore, per la salvaguardia delle foreste e della biodiversità, per consumare e inquinare meno acqua, per il benessere vero degli animali (che debbono vivere all’aperto e brucare erba, ndr), per avere a disposizione cibo sano per le persone e quindi per una salute migliore dei consumatori, della gente.
Bisogna sconfiggere il mostro
“Gli allevamenti intensivi”, sottolinea Greenpeace in una nota stampa, “sono una grande fonte di emissioni di gas serra causate dall'uomo. Secondo i dati della Fao le loro emissioni sono pari a circa il 14% del totale. La gestione dei liquami, la produzione e l’uso di fertilizzanti e di pesticidi nella produzione dei mangimi, il processo di digestione dei ruminanti e il cambiamento d'uso del suolo (per la produzione di mangimi), generano grandi quantità di gas a effetto serra, come l’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto. Ridurre la produzione e il consumo di carne e di latte intensivi, e dei loro derivati, diventa una necessità fondamentale, e non più differibile, per rispettare gli impegni presi con l'Accordo di Parigi sul clima* ma non solo.
“Una vasta area di terra coltivabile e produzione agricola”, incalza l’associazione animalista, “è destinata alla mangimistica animale invece che a nutrire direttamente le persone: oltre il 50% nell’Unione Europea e circa 1/3 a livello globale, secondo i dati della Fao. Ciò comporta anche una minaccia per la sicurezza alimentare e un incremento del degrado dell’ambiente, deforestazione compresa, sia nell'Ue che a livello globale”.
“I principali rischi per la salute legati all'agricoltura e all’allevamento intensivo”, spiega Greenpeace, “sono legati a:
- sviluppo della resistenza agli antibiotici; e l’Italia è seconda solo alla Spagna in Unione europea per uso di antibiotici negli allevamenti;
- diffusione di malattie trasmissibili dagli animali alle persone, come l'influenza aviaria e suina, o la salmonellosi;
- inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di ammoniaca; il 90% di queste proviene dal settore agricolo, secondo l'Agenzia europea per l'ambiente”.
Inoltre, le diete ad alto contenuto di carne rossa e carne lavorata, quando da zootecnia intensiva, sono associate a un incremento di malattie cardiovascolari, cancro e diabete.
Il problema sociale
“Il modello industriale di allevamento intensivo”, insiste l’associazione animalista, “è anche una strada senza uscita per molte aziende agricole a conduzione familiare che ora sono sull’orlo della bancarotta, intrappolate fra debiti e costi elevati per gli input esterni da un lato e bassi prezzi di mercato dall’altro”.
In Europa i settori della carne e della distribuzione sono molto concentrati, e le dimensioni degli allevamenti sono drasticamente cresciute negli ultimi dieci anni. Questo ha portato alla situazione attuale, in cui tre quarti degli animali da reddito sono allevati in aziende molto grandi. Nel contempo, il numero degli animali allevati nelle aziende a conduzione familiare e di piccole dimensioni si è più che dimezzato.
“Il numero pro-capite di polli, maiali e bovini*macellati tra il 1961 e il 2009”, sottolinea Greenpeace, “si è più che triplicato, raggiungendo nel 2009, oltre dieci animali macellati per ogni persona sulla Terra. Se il tasso resterà invariato, quest'anno 76 miliardi di animali verranno macellati per soddisfare il nostro consumo di carne e prodotti lattiero-caseari. Solamente in Italia nel 2016 sono stati macellati 2,8 milioni di bovini, 11,9 milioni di suini, 3 milioni fra ovini e caprini e 585 milioni di avicoli”.
Stop ai sussidi per i produttori intensivi
Numeri inconfutabili, che dimostrano quanto l’impatto degli allevamenti intensivi sia insostenibile. Ed è per tutti questi motivi  che l’associazione ambientalista ha annunciato la presentazione di una richiesta, indirizzata sia all’Unione Europea che al prossimo Governo italiano, per mettere fine ai sussidi che sostengono le produzioni intensive di carne, di latte e derivati e per incrementare quelli destinati alle produzioni ecosostenibili.
È giunto il momento, insistono giustamente i vertici di Greenpeace Italia, di “adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali. Politiche che guidino anche il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo finalizzati a ridurre il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari”.
“Il cibo”, conclude Greenpeace, “è uno strumento molto potente che tutte le persone possono usare per avviare la trasformazione - necessaria e urgente – dell’attuale modello agroalimentare e contribuire a costruire un futuro migliore per noi, i nostri figli e i nostri nipoti. Le scelte alimentari che facciamo oggi determinano lo stato del Pianeta sul quale vivranno domani”. In poche parole la scelta è obbligata ed è quella di “Una dieta sana, per un Pianeta sano”.
16 aprile 2018

16 aprile 2018

Difesa e Tutela del Territorio

Comunicato stampa di Carmelina Colantuono
Il Mio Impegno per un Molise che vuol vivere 
Esiste o non esiste ? Questo è il dilemma !Se sia più nobile essere cittadini del Mondo o, essere Molisani?
I Molisani sono cittadini del Mondo, il Mondo in un Molise Vero, pieno di grandi peculiarità e di sensibilità oltre ogni logica personale.
Voglia, da qui assumere , in poche parole, un viaggio a tutela del territorio, delle identità , della gente. Un viaggio tra territori bellissimi che all’apparenza si presentano forti, invulnerabili, trasparenti ma, in realtà, intaccati dalla mano violenta di uomini che del territorio pensano di farne speculazione e “ Morte “.
Da qui la visita in quel di Sassinoro dove fra non molto, anche grazie all’arroganza politica ed all’insensibilità all’ascolto, verrà installato un mega impianto per il trattamento della frazione umida di circa 22 mila tonnellate annue di rifiuti. Una solidarietà basata su quei valori che mi vedono attiva ogni giorno e non solo per l’attività “ Transumante “ che da anni mi accosta all’attività pastorale più antica al Mondo.
Una visione che mi impedisce di concepire il Mondo, l’ambiente, la voglia di vivere la natura, non considerando al centro di ogni idea “ la Persona “.
Una competizione elettorale, che mi vede impegnata in prima linea, con la lista “ Orgoglio Molise “, proprio per determinare quella svolta su temi caldi, spesso sottovalutati, quali l’Ambiente, le Tradizioni, l’Identità e, soprattutto quella regione che ha perso lo smalto per poter ancora essere protagonista e ridar lustro a padri, figli ed accogliere al meglio la nuova voglia di essere #orgogliosamentemolisani. Un territorio che non merita veder realizzare sulle Mainarde, montagne bellissime, rigogliose e d’apertura ad ogni Cuore, proprio sulle sponde del Lago, l’unico lago balneabile del Molise, quello di Castel San Vincenzo, una discarica grazie alla miopia di una Provincia di Isernia e di qualche amministratore che deve necessariamente ritrovare quell’Orgoglio che ci contraddistingue anche nelle scelte, sé si urla la voglia di essere Molisani e di amare la ns terra.
Un territorio che vede l’identità e l’uomo al primo posto che non deve poter vedere infranti i sogni di un Molise con una sola Autostrada “ quella dei Tratturi “, con la voglia di essere protagonisti di “ Comunità “ volte alla Green Economy, alla fine dell’eolico selvaggio, alla corsa sfrenata verso energie rinnovabili non compatibili e di impatto devastante.
Un territorio che necessita l’Istituzione del Parco del Matese, quello vero e non quello sino ad oggi decantato sulla carta senza risorse e senza l’accordo tra le regioni coinvolte, che necessita una legge sulla tutela e sullo sfruttamento del suolo, che necessita di una nuova consapevolezza del valore delle piccole comunità, dei borghi, della vita vissuta nella tradizione identitaria e della buona enogastronomia non industriale. Torniamo ad essere Vita, torniamo ad essere Molisani, torniamo ad essere “orgogliosamente Molisani “ . solo con una spinta propulsiva verso un credo diverso, verso una forza di coinvolgimento e partecipazione, il Molise può rivivere e, non pensare di esistere ma, di essere l’Esistenza…… Il mio impegno per tutto questo, il tuo voto per essere vicino all’impegno ed ad un solo modo di vivere : Orgoglio Molise!

7 aprile 2018


ADDIO TONINO, MIO CARO E INDEMENTICATO AMICO

Ho appena letto la notizia della morte di una persona  a me cara, Ruggero D’Addona, meglio noto come “Tonino”, vice prefetto per lunghi anni di Campobasso e mio prezioso insostituibile collaboratore nell’anno  !999-2000, quando ho avuto l’onore di essere Assessore con quattro deleghe (lavori pubblici, Trasporti, Ambiente e Protezione civile).

Quattro assessorati pesanti, difficili, che, grazie a Tonino e a tutti gli altri collaboratori, interni ed esterni alla Regione, ho avuto la forza di affrontare con non poche preoccupazioni. Tonino, un professionista  stimato e rispettato da tutti, davvero capace, persona seria, corretta, dai grandi valori, in primo luogo l’onestà, mi ha fatto vivere con grande serenità quell’esperienza che ha prodotto, grazie a lui, leggi importanti come quella della Protezione civile, dell’Ambito Territoriale, dell’Azienda regionale per l’Ambiente e altre ancora.

L’ho rivisto due anni fa nella sua bella Morcone quando, insieme, abbiamo partecipato a un incontro sul No alla riforma della Costituzione, con Paolo Maddalena. Un grande e prolungato abbraccio che porterò con me per sempre.

Grazie Tonino, grazie ancora come allora.