21 ottobre 2017

Le potenzialità di uno sviluppo sostenibile con il Molise protagonista


A proposito di Bio- Distretto Laghi Frentani, riprendo e traduco, con l’aiuto di google, questo articolo  letto su Teatro Naturale, appena arrivato sul mio computer.  

 Con la bioedilizia il ruolo dell'agricoltura torna in primo piano

Le case ecosostenibili in futuro sono caratterizzate da grandi risparmi energetici, ambienti puliti e rifiuti completamente riciclabili e naturali. Al centro dell’attenzione la canapa per le sue grandi potenzialità e i rami infiniti di applicazione. 
Il bio-bunker sembra attirare di più l'attenzione degli operatori e dei consumatori con la canapa materiale innovativo sempre più utilizzato.  
… in evidenza la complessità delle grandi opportunità nell'edilizia verde, lo sviluppo di un alloggio sostenibile del futuro caratterizzato da notevoli risparmi energetici, salute ambientale e elementi completamente riciclabili e naturali. …la canapicoltura, un ottimo modo per ripristinare i suoli contaminati, una pianta estremamente versatile adattabile a varie situazioni ambientali,

Costruire con l'utilizzo di materiali naturali e con soluzioni tecnologiche innovative, è certo, coinvolge maggiori costi e attenzione ai dettagli. Tuttavia, il più grande investimento iniziale può essere recuperato in tempi brevi, grazie al ridotto consumo di energia e alla ridotta manutenzione di questo tipo di edificio. Con l'aumento del mercato della bio-costruzione, i costi delle materie prime tendono a diminuire, il che dovrebbe stimolare la crescita degli interessi. Pertanto, una casa di costruzione verde ha, più o meno, il medesimo costo di un edificio tradizionale, ma con maggiori benefici ambientali e tecnologici.
 Per coloro che desiderano una casa in bio-costruzione, alcune banche offrono mutui a prezzi accessibili, anche attraverso accordi con i principali produttori con questa tecnica. I vantaggi dei prestiti ipotecari rispettosi dell'ambiente sono anche esacerbati da tagli fiscali significativi: le imposte possono essere detratte fino al 55% dei costi sostenuti per i rimontaggi energetici. L'introduzione della canapa nei materiali da costruzione è una pratica relativamente recente. I bastoncini o le fibre del gambo di canapa, in costruzione ecologica, vengono miscelati in percentuali variabili in un legante che può essere rappresentato da calce o argilla per la fabbricazione di vari elementi costruttivi: mattoni, isolanti, leganti
L'isolamento è il campo più diffuso di utilizzo della canapa. È importante costruire e ristrutturare per risparmiare energia per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nell'atmosfera proveniente dal riscaldamento o dal raffreddamento degli appartamenti. Il legante idraulico a base di calce è un materiale igroscopico che regola l'umidità senza perdere calore o energia, con conseguente riduzione della crescita di microrganismi e polvere sulle superfici al fine di garantire un ambiente interno più sano. 
La vita utile di un edificio di canapa è di circa 100 anni e,inoltre, l'agglomerazione della canapa può essere rotta e riutilizzata alla fine della vita dell'edificio.
A tal proposito importanti progetti in corso o in fase di sviluppo per la ricostruzione post-terremoto in modo organico, combinando la produzione agricola e artigianale con la costruzione di edifici ecologici, terremotati e autonomi, utilizzando materiali, tecniche e tecniche locali. combinato con le più avanzate tecnologie di costruzione disponibili e la canapa rappresenta l’innovazione.


20 ottobre 2017

Mino Reganato del Centrum Palace di Campobasso "Professionista dell'anno Solidus"



Il Professionista 2017 per il Premio Nazionale Solidus a Mino Reganato, direttore del Centrum Palace di Campobasso.
Grande, grandissima giornata di Solidus a Firenze. Nello splendido scenario del Salone dei 500 abbiamo premiato le otto eccellenze professionali del 2017 di tutte le categorie. Presenti i presidenti nazionali di ADA, FIC, FAIPA, AIH, ABI, AMIRA, HOSPES, AIRA, AIS.
Presenti inoltre l’Assessore allo sviluppo economico di Firenze, Cecilia Del Re e il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana Eugenio Giani , L’Istituto Saffi e tanti colleghi e colleghe del nostro settore.
Grande presenza anche alla cena di Gala con il professionale contributo dei Barman ABI, dei Sommelier di AIS e della FIC di Firenze.
Il Professionista Aira 2017 per il Premio Solidus a Mino Reganato.
Mino Reganato è nato a Formia nel 1961, nel golfo di Gaeta. Un’area dalle forti memorie storiche.
Attualmente Direttore del Centrum Palace Hotel di Campobasso. Ha una lunga esperienza nel settore alberghiero e turistico con incarichi dirigenziali nei comparti hotel, tour operator e nella formazione turistico ed alberghiera. Amministratore unico di HTMG srls – Hotel & Tourism Management Group.
Ha partecipato a numerosi progetti per il destination management territoriale, disciplina di cui è anche docente. Per due volte vincitore del Tourism Web Award di Job in Tourism nella sezione Tour Operator oltre a due premi italiani per il Turismo Responsabile. Coorganizzatore nel 2014 e nel 2015, della Borsa del Turismo Molisano.

Mino Reganato, è Vice Presidente Nazionale di AIRA sud Italia. Fin dalla sua affiliazione in Aira, ha dimostrato grande affinità e rispetto delle scelte associative. Ha dimostrato fedeltà e senso di responsabilità per il lavoro e per i ruoli ricoperti, contribuendo alla crescita e sviluppo di AIRA. Il premio è un doveroso riconoscimento nei confronti di chi, con un’attività pluridecennale è di esempio e ci auguriamo di sprone per i giovani.
E’ un risultato importante anche per il Molise, dove da circa 4 anni Mino Reganato presta  la sua professione di direttore d’albergo presso il Centrum Palace Hotel di Campobasso, coadiuvando altresì, l’organizzazione di alcuni eventi per la promo-commercializzazione turistica del territorio molisano.

19 ottobre 2017

Il Papa alla Fao per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione

Il Papa alla Fao - AP

Questa mattina alle 8.45 Papa Francesco si è recato in visita alla sede della Fao a Roma in occasione della celebrazione della Giornata mondiale dell’Alimentazione, quest’anno dedicata al tema: "Cambiare il futuro della migrazione. Investire nella sicurezza alimentare e nello sviluppo rurale".
Questa la traduzione del discorso che il Papa ha pronunciato in spagnolo:
Signor Direttore Generale, Distinte Autorità, Signore e Signori,
Ringrazio per l’invito e le parole di benvenuto del Direttore Generale, Prof. José Graziano da Silva, e rivolgo un caloroso saluto ai Rappresentanti degli Stati Membri e a quanti hanno la possibilità di collegarsi dalle sedi della Fao nel mondo.
Un saluto particolare va ai Ministri dell’Agricoltura del G7 qui presenti, che hanno concluso il loro Vertice, nel quale sono state discusse questioni che richiedono una responsabilità non solo verso lo sviluppo e la produzione, ma anche nei confronti della Comunità internazionale nel suo insieme.
La celebrazione di questa Giornata Mondiale dell’Alimentazione ci vede qui radunati per ricordare quel 16 ottobre del 1945 quando i Governi, decisi ad eliminare la fame mediante lo sviluppo del settore agricolo, istituirono la Fao. Era quello un periodo di grave insicurezza alimentare e di grandi spostamenti di popolazione, con milioni di persone alla ricerca di luoghi in cui poter sopravvivere alle miserie e alle avversità causate dalla guerra.
Dunque, riflettere su come la sicurezza alimentare può incidere sulla mobilità umana significa ripartire dall’impegno per cui la Fao è nata, per rinnovarlo. La realtà odierna domanda una maggiore responsabilità a tutti i livelli non solo per garantire la produzione necessaria o l’equa distribuzione dei frutti della terra – questo dovrebbe essere scontato – ma soprattutto per tutelare il diritto di ogni essere umano a nutrirsi a misura dei propri bisogni, partecipando altresì alle decisioni che lo riguardano e alla realizzazione delle proprie aspirazioni, senza doversi separare dai propri cari.
Di fronte a un obiettivo di tale portata è in gioco la credibilità dell’intero sistema internazionale. Sappiamo che la cooperazione è sempre più condizionata da impegni parziali, che addirittura limitano ormai anche gli aiuti nelle emergenze. Eppure la morte per fame o l’abbandono della propria terra è notizia quotidiana, che rischia di provocare indifferenza. E’ urgente dunque trovare nuove strade, per trasformare le possibilità di cui disponiamo in una garanzia che consenta ad ogni persona di guardare al futuro con fondata fiducia e non solo con qualche desiderio.
Lo scenario delle relazioni internazionali mostra una capacità crescente di dare risposte alle attese della famiglia umana, anche con l’apporto della scienza e della tecnica, le quali, studiando i problemi, propongono soluzioni adeguate. Eppure questi nuovi traguardi non riescono ad eliminare l’esclusione di gran parte della popolazione mondiale: quante sono le vittime della malnutrizione, delle guerre, dei cambiamenti climatici? Quanti mancano del lavoro e dei beni essenziali e si vedono costretti a lasciare la loro terra, esponendosi a molte e terribili forme di sfruttamento? Valorizzare la tecnologia al servizio dello sviluppo è certamente una strada da percorrere, purché si arrivi ad azioni concrete per diminuire gli affamati o per governare il fenomeno delle migrazioni forzate.
La relazione tra fame e migrazioni può essere affrontata solo se andiamo alla radice del problema. A questo proposito, gli studi condotti dalle Nazioni Unite, come pure da tante Organizzazioni della società civile concordano nel dire che sono due gli ostacoli principali da superare: i conflitti e i cambiamenti climatici.
Come si possono superare i conflitti? Il diritto internazionale ci indica i mezzi per prevenirli o risolverli rapidamente, evitando che si prolunghino e producano carestie e la distruzione del tessuto sociale. Pensiamo alle popolazioni martoriate da guerre che durano ormai da decenni e che potevano essere evitate o almeno fermate, e invece propagano i loro effetti disastrosi tra cui l’insicurezza alimentare e lo spostamento forzato di persone. Occorrono buona volontà e dialogo per frenare i conflitti, e bisogna impegnarsi a fondo per un disarmo graduale e sistematico, previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, come pure per porre rimedio alla funesta piaga del traffico delle armi. A che vale denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?
Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze. Grazie alle conoscenze scientifiche, sappiamo come i problemi vanno affrontati; e la comunità internazionale è andata elaborando anche strumenti giuridici necessari, come per esempio l’Accordo di Parigi, dal quale, però, alcuni si stanno allontanando. Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto. E’ pertanto necessario lo sforzo per un consenso concreto e fattivo se si vogliono evitare effetti più tragici, che continueranno a gravare sulle persone più povere e indifese. Siamo chiamati a proporre un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi che, per quanto riguarda gli alimenti, vedono perdite e sprechi crescenti. Non possiamo rassegnarci a dire “ci penserà qualcun altro”.
Penso che questi siano i presupposti di ogni discorso serio sulla sicurezza alimentare collegata al fenomeno delle migrazioni. Certamente guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile. Le stime recenti fornite dai vostri esperti prevedono un rialzo della produzione globale di cereali, a livelli che consentono di dare maggiore consistenza alle riserve mondiali. Questo lascia ben sperare e fa capire che, se si opera stando attenti ai bisogni e contrastando le speculazioni, i risultati non mancano. Infatti, le risorse alimentari non di rado vengono lasciate in balìa della speculazione, che le misura solamente in funzione della prosperità economica dei grandi produttori o in relazione alla potenzialità di consumo e non alle esigenze reali delle persone. E così si favoriscono i conflitti e gli sprechi, e aumentano le file degli ultimi della terra che cercano un futuro fuori dai loro territori di origine.
Di fronte a tutto questo possiamo e dobbiamo cambiare rotta (cfr Enc. Laudato si’, 53; 61; 163; 202). Di fronte all’aumento della domanda di alimenti è indispensabile che i frutti della terra siano disponibili per tutti. Per qualcuno basterebbe diminuire il numero delle bocche da sfamare e risolvere così il problema; ma è una falsa soluzione se si pensa ai livelli di spreco di alimenti e a modelli di consumo che sprecano tante risorse. Ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo.
Pertanto mi pongo – e vi pongo – questa domanda: è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? In effetti, queste parole esprimono il contenuto pratico del termine “umanitario”, tanto in uso nell’attività internazionale. Amare i fratelli e farlo per primi, senza attendere di essere corrisposto: è questo un principio evangelico che trova riscontro in tante culture e religioni e diventa principio di umanità nel linguaggio delle relazioni internazionali. E’ auspicabile che la diplomazia e le Istituzioni multilaterali alimentino e organizzino questa capacità di amare, perché è la via maestra che garantisce non solo la sicurezza alimentare, ma la sicurezza umana nella sua globalità. Non possiamo operare solo se lo fanno gli altri, né limitarci ad avere pietà, perché la pietà si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia ed è essenziale per realizzare un giusto ordine sociale tra realtà diverse che vogliono correre il rischio dell’incontro reciproco. Amare vuol dire contribuire affinché ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare. Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo, e nell’adottare politiche che non aggravino la situazione delle popolazioni meno avanzate o la loro dipendenza esterna. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario.
L’impegno della diplomazia ci ha dimostrato, anche in eventi recenti, che fermare il ricorso alle armi di distruzione di massa è possibile. Tutti siamo consapevoli della capacità di distruzione di tali strumenti. Ma siamo altrettanto consapevoli degli effetti della povertà e dell’esclusione? Come fermare persone disposte a rischiare tutto, intere generazioni che possono scomparire perché mancano del pane quotidiano, o sono vittime di violenza o di mutamenti climatici? Si dirigono dove vedono una luce o percepiscono una speranza di vita. Non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche: solo una coerente applicazione del principio di umanità potrà farlo. E invece diminuisce l’aiuto pubblico allo sviluppo e le Istituzioni multilaterali vengono limitate nella loro attività, mentre si ricorre ad accordi bilaterali che subordinano la cooperazione al rispetto di agende e di alleanze particolari o, più semplicemente, ad una tranquillità momentanea. Al contrario, la gestione della mobilità umana richiede un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, condotta secondo le norme internazionali esistenti e permeata da amore e intelligenza. Il suo  obiettivo è un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo, e non esclusione e vulnerabilità.         
Qui permettetemi di collegarmi al dibattito sulla vulnerabilità che a livello internazionale divide quando si parla dei migranti. Vulnerabile è colui che è in condizione di inferiorità e non può difendersi, non ha mezzi, vive cioè una esclusione. E questo perché è costretto dalla violenza, da situazioni naturali o peggio ancora dall’indifferenza, dall’intolleranza e persino dall’odio. Di fronte a questa condizione è giusto identificare le cause per agire con la necessaria competenza. Ma non è accettabile, che per evitare di impegnarsi, ci si trinceri dietro a sofismi linguistici che non fanno onore alla diplomazia ma la riducono, da “arte del possibile”, a un esercizio sterile per giustificare egoismi e inattività.
E’ auspicabile che di tutto questo si tenga conto nell’elaborazione del  Pacto mundial para una migración segura, regular y ordenada, in corso in questo momento in seno alle Nazioni Unite.
Prestiamo ascolto al grido di tanti nostri fratelli emarginati ed esclusi: “Ho fame, sono forestiero, nudo, malato, rinchiuso in un campo profughi”. È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza. È necessario un ampio e sincero dialogo a tutti i livelli perché emergano le soluzioni migliori e maturi una nuova relazione tra i diversi attori dello scenario internazionale, fatta di responsabilità reciproca, di solidarietà e di comunione.
Il giogo della miseria generato dagli spostamenti spesso tragici dei migranti, può essere rimosso mediante una prevenzione fatta di progetti di sviluppo che creino lavoro e capacità di riposta alle crisi climatiche e ambientali. La prevenzione costa molto meno degli effetti provocati dal degrado dei terreni o dall’inquinamento delle acque, effetti che colpiscono le zone nevralgiche del pianeta dove la povertà è la sola legge, le malattie sono in crescita e la speranza di vita diminuisce.
Sono tante e lodevoli le iniziative messe in atto. Tuttavia, non bastano; è necessario e urgente continuare ad attivare sforzi e finanziare programmi per fronteggiare in maniera ancora più efficace e promettente la fame e la miseria strutturale. Ma se l’obiettivo è favorire un’agricoltura che produca in funzione delle effettive esigenze di un Paese, allora non è lecito sottrarre le terre coltivabili alla popolazione, lasciando che il land grabbing (acaparamiento de tierras) continui a fare i suoi profitti, magari con la complicità di chi è chiamato a fare l’interesse del popolo. Occorre allontanare le tentazioni di operare a vantaggio di gruppi ristretti della popolazione, come pure di utilizzare gli apporti esterni in modo inadeguato, favorendo la corruzione, o in assenza di legalità.
La Chiesa Cattolica, con le sue istituzioni, , avendo diretta e concreta conoscenza delle situazioni da affrontare e dei bisogni da colmare, vuole concorrere direttamente in questo sforzo in virtù della sua missione che la porta ad amare tutti e la obbliga anche a ricordare a quanti hanno responsabilità nazionali e internazionali il più ampio dovere di condividere le necessità dei più.
L’augurio è che ciascuno scopra, nel silenzio della propria fede o delle proprie convinzioni, le motivazioni, i principi e gli apporti per dare alla Fao e alle altre Istituzioni intergovernative il coraggio di migliorare e perseverare per il bene della famiglia umana.
Grazie!

Rosatellum No, Sì Tintilia del Molise

di Umberto Berardo 
Dopo il pronunciamento della Suprema Corte sulla incostituzionalità della legge elettorale "Italicum" un Parlamento di nominati che abbia rispetto delle norme fondamentali della democrazia dovrebbe prendere atto della sua incompetenza su quanto finora prodotto e si dovrebbe sforzare di capire che l'assenza dalle urne di una percentuale così alta di aventi diritto al voto richiede con un'urgenza immediata che si elabori una legge elettorale che finalmente torni a dare agli elettori la sovranità popolare fissata dalla Costituzione e quindi soprattutto la possibilità di scegliere realmente i propri rappresentanti nelle istituzioni.

Dal 2005 le leggi elettorali susseguitesi hanno di fatto impedito ai cittadini di scegliere i loro delegati alla Camera ed al Senato perché sono stati in pratica nominati dai partiti.

Questo ha determinato la fuga dai seggi di gran parte della popolazione rendendo le elezioni una vera e propria finzione.

Queste analisi evidentemente interessano poco chi non ama la democrazia, ma cerca solo la gestione del potere.

Si arriva così al "Rosatellum", una legge elettorale che definire un pastrocchio potrebbe perfino essere un eufemismo perché si tratta di qualcosa di davvero inaccettabile.

Le forme più autentiche di democrazia sono quelle dirette e dunque opportuno che, dovendo ricorrere alla delega, lo si faccia con reale possibilità di scelta dei propri delegati da parte dei cittadini.

Sulla nuova legge elettorale c'è anzitutto un'enorme questione di metodo che si ascrive all'interno di una decisione del governo con la richiesta di voto di fiducia su un provvedimento che oltretutto non è dell'esecutivo ed in ogni caso espropria il Parlamento del diritto al confronto più ampio su eventuali emendamenti.

Ci sono poi aspetti riguardanti il merito sui quali è impossibile convenire.
Il Rosatellum non permette una scelta autonoma ai cittadini dei propri rappresentanti perché in una scheda unica sia i candidati nei collegi maggioritari uninominali che in quelli proporzionali plurinominali sono nominati dalle segreterie dei partiti o delle coalizioni farlocche senza neppure prevedere magari delle primarie obbligatorie per definire tali listini.
Tra l'altro la scheda unica è stata pensata come effetto trascinamento dell'elettore dal voto nel maggioritario verso quello per il proporzionale.

Dunque ancora una volta un Parlamento di nominati espressi da una legge elettorale con un chiaro profilo di incostituzionalità, ma senza la possibilità del ricorso alla consulta, vista la breve distanza che ci separa dal voto della prossima primavera.

I candidati dovrebbero essere rappresentanti del territorio e dei cittadini del collegio e dunque in esso residenti in maniera da potersi relazionare costantemente ai problemi della popolazione ed invece in questa nuova legge non solo si prevede la possibile candidatura sia nel maggioritario che nel proporzionale, ma in quest'ultimo in ben cinque collegi in Italia e perfino in una ripartizione di circoscrizione all'estero.

Qui i dubbi, i sospetti di incostituzionalità ed i pericoli per la democrazia volano in libertà!

Le coalizioni, immaginate chiaramente per poter competere al meglio nei collegi uninominali per la Camera e per il Senato, che verranno determinati oltretutto con delega dal governo, non saranno omogenee dappertutto, non avranno alcun obbligo di produrre una programmazione comune prima delle elezioni né di mantenere il patto di alleanza dopo.
Si capisce con chiarezza che qui, oltre alla confusione possibile ingenerata negli elettori da possibili alleanze ibride, c'è il rischio concreto delle ammucchiate funzionali unicamente al superamento delle soglie di sbarramento del 10% ed al risultato elettorale piuttosto che all'ottenimento di una rappresentanza reale e di una governabilità sicura per il Paese.

Un limite al numero dei mandati, più volte affacciato per favorire il ricambio ed evitare l'incancrenirsi del potere e tra l'altro già previsto nello statuto di qualche partito, ma tranquillamente aggirato da deroghe o cambi di casacca, sembra un principio davvero dimenticato.
Si rafforza l'idea della politica come mestiere piuttosto che l'altra di servizio provvisorio ai propri concittadini.
Nel testo della legge sembra prevista la possibilità anche per chi non è candidabile secondo la legge Severino di poter essere il capo politico di un partito che concorre alle elezioni.
Anche chi non ha un grande acume politico capisce con facilità la finalità di una tale norma!
Nonostante gli scontri in aula e le proteste in piazza di M5S, MDP, SI  e FDI, il "Rosatellum" è stato approvato alla Camera con il voto di PD, FI, AP, Lega e Verdiniani.

Si prevede la possibile approvazione definitiva del Senato entro la fine di ottobre.

Gli italiani cosa faranno? Assisteranno inerti a questa continua e palese involuzione delle regole democratiche?

Aldo Biscardi: la interpretazione del suo linguaggio (il biscardese).

Aldo era nato a Larino (il cui dialetto aveva profondamente assimilato), nel novembre del 1930, ed è scomparso in questi giorni : avrebbe compiuto 87 anni nel prossimo mese.
Era stato mio compagno di liceo, nel senso che lui a Larino aveva compiuto tutti gli anni del liceo   (presso il liceo classico (la cui presidenza era affidata alla leggendaria prof.ssa Freda Patroni, di una severità, rigidità e preparazione, uniche), in cui aveva primeggiato, e a Campobasso nel 1948, per poi spostarsi a Campobasso per sostenere l’esame per  la licenza liceale presso il Liceo Classico Mario Pagano  (nato in Brienza, l’8 dicembre 1748 morto a Napoli, il 29 ottobre 1799) giurista, filosofo, politico e drammaturgo italiano, fu uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo italiano ed un precursore del positivismo,[1] oltre ad essere considerato da Enrico Pessina l'iniziatore della «scuola storica napoletana del diritto».[2] Personaggio di spicco della Repubblica Partenopea (1799), le sue arringhe contornate di citazioni filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli") liceo dove avevano insegnato alla fine dell’800 Giovanni Gentile e Baldassarre Labanca, sacerdote e già deputato liberale del parlamento piemontese del 1865.
Aldo, mostrò subito di avere una intelligenza ed una memoria prodigiose: ricordava a memoria i nomi dei calciatori di tutte le squadre italiane ed anche straniere.

Anche il fratello di Aldo, Luigi Biscardi (laureatosi, questi, a soli 21 anni, Preside del Liceo Classico di Larino, poi sovraintendente scolastico  nella regione Marche e, poi, nel MOLISE, senatore,  già Sindaco di Larino), era un’altra delle celebrità larinesi, e lo stesso fratello ne ammirava le doti particolari.
Aldo,  usava un linguaggio particolare, quello che un’altra icona dello spettacolo italiano, Pippo Baudo, avrebbe chiamato “il biscardese”, un misto di dialetto larinese, campobassano in parte, che derivava dal napoletano buona parte del suo accento e della sua grammatica.
Dopo la licenza liceale, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso al Università Federico II di Napoli, dove conseguì nel 1952 la laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti.

Quando arrivava Aldo a Larino, in particolare in occasione della festa di San Pardo (25-26 maggio di ogni anno), egli montava tranquillamente un carro trainato da buoi che pare fosse, ed è, di proprietà sua.
I carri erano assai colorati, un pò come le carrette spagnole, in grande uso nel Molise nei paesi di San Martino in Pensilis e Montecilfone.
Egli lo cavalcava con molto entusiasmo e gioia, come un gladiatore romano,  salutando dal carro tutti i cittadini larinati che erano assiepati lungo i fianchi della strada, spensierati e sorpresi da quella lunga processione di carri, aperta da un minuscolo carro trainato da bambini (un cui esemplare era posseduto da Aldo nella sua casa di abitazione romana) una delle feste rurali, quella del 25 maggio, che richiamava le tradizioni e le passioni contadine del basso Molise dal quale Aldo non si staccò mai.

Era un pezzo di uomo alto 1,80 dalla capigliatura rossa; passavamo insieme al comune amico Guido Campopiano (Senatore della Repubblica Italiana nel 1976, straordinario animatore della vita politica molisana,e grande amico di Aldo), interminabili ore nella piazzola davanti ad una casa sul litorale termolese a giocare a ping-pong, una sorta di variante  del ping -pong, non essendovi il tavolo, dove egli risultava quasi sempre vincente, e, beffardo, prendeva in giro entrambi noi.

La moglie di Aldo (anch’ella aveva i capelli rosso fuoco)  immancabilmente ci preparava qualche spuntino nella detta casa al mare di proprietà di due sorelle di Caramanico che si erano spostate a Termoli, dal paese di Marino di Caramanico della stessa generazione di Bartolo da Sasso Ferrato, i grande giuristi medievali al quale ultimo è intitolata la università maceratese.

Era alquanto suscettibile, impetuoso, Aldo: in occasione della licenza liceale a CB , mentre eravamo in gruppo davanti al caffè Lupacchioli del capoluogo molisano, un giovane partecipante agli esami, pure di Larino, che era la metà di Aldo, osò mollare un ceffone ad Aldo senza nessuna ragione e la cosa davvero straordinaria fu che Aldo non si scompose affatto ed anzi gli posò una mano sulla spalla per dirgli che lo perdonava per quel gesto inconsulto.

Aldo Biscardi furoreggiò a Roma soprattutto quando la Rai lo incaricò di condurre il celebre “Processo del lunedì”, un talk -show sportivo con milioni di spettatori, che lo seguivano con estrema ammirazione, e che fu il precursore del talk-show sportivi.

Ricordo che in una delle tante trasmissioni televisive tenne a bada un Berlusconi feroce che lo attaccò, lo minacciò, ma lui Aldo, impavido, tenne fronte a quella furia precolombiana, che era diventato Silvio, già leader di Forza Italia.
Pure appartenendo ad una famiglia politica   – il fratello Luigi come detto, senatore della repubblica,consigliere  comunale e Regionale e Sindaco del Comune di Larino per più quinquenni, socialista -    non volle mai partecipare alla vita politica istituzionale, solo una volta, se non ricordo male, partecipò ad una competizione per il rinnovo del consiglio comunale di Roma e riuscì a fare una compagna elettorale, all’americana: tutti gli autobus di Roma furono tappezzati con manifesti giganti con la fotografia di Aldo in atteggiamento di vero e proprio prode .

Divenne vice direttore di Rai tre e come tale impresse alla rai una svolta importante.

I funerali a Larino sono stati enormi: non so se Aldo pensò qualche volta nella sua avventura romana alla vicenda di Cluentio a Roma, che Cicerone descrisse nella famosa, Pro Cluentio, un uomo che era una potenza a Larino ma niente a Roma e viceversa Aldo una potenza a Roma e una vita poco significativa a Larino .

I funerali sono stati impressionanti, come detto, è stato seppellito nella cappella gentilizia del cimitero di Larino con grande messe di fiori .

Una storia molto importante di un uomo nato a Larino da padre funzionario dell’ospedale Vietri di questa città, che prese il volo verso gli interminabili tunnel della capitale.
FRANCO CIANCI

15 ottobre 2017

QUANTO RESTA DELLA NOTTE

Ho trovato sulla mia posta elettronica l’ultimo dei 13 Quaderni della Solidarietà pubblicati dalla Caritas della Diocesi di Trivento, che, da poco, ha un nuovo pastore, S. E.  Mons. Claudio Palumbo.
Un quaderno, il 13, prodotto, come i precedenti, dalla Scuola di Formazione all’impegno sociale e politico “Paolo Borsellino”, elaborato da Benedetta Di Bartolomeno, Antonio Cirulli e MicheleFuscoletti e firmato da Don Alberto Conti che della Caritas di Trivento è il direttore. 
Un titolo significativo “…”(Is 21, 11), quella calata sui territori interni e la gran parte dei cinquemila e più piccoli comuni di questo nostro amato Paese, maltrattato e ferito da un tipo di sviluppo che ha , con i suoi principali protagonisti, un solo obiettivo, il denaro per il denaro, non importa se a pagare il prezzo più salato è il territorio - quando abbandonato e quando distrutto – e il suo domani. 
Una notte calata, soprattutto, sui 130 dei 136 comuni del Molise, di cui 40 facenti parte della Diocesi di Trivento, che comprende anche altri 9 della Provincia di Chieti.
Un’indagine, come le precedenti, puntuale, attenta, che bisognerebbe mettere nelle mani (nella mente) di quanti da tempo si stanno organizzando per essere eletti nelle due Regioni, Molise e Abruzzo, come governatori e consiglieri, cioè amministratori di due importati realtà territoriali, fra le quali quella della diocesi di Trivento, che fa da ponte sul Trigno, il fiume  che lega il Molise con l’Abruzzo.
Un documento da porre all’attenzione di chi vuole impegnarsi a governare e amministrare i due territori regionali, partendo da quello della Diocesi di Trivento, che, per la quasi totalità, è il più significativo in quanto a disastri e sfascio di un tessuto sociale e produttivo. E, solo se si sente in grado di dare una risposta alla gravità della situazione con l’avvio della risoluzione dei problemi gravi, pesanti, che stanno strozzando questo territorio ricco di storia, cultura, paesaggi, ambienti e tradizioni, deve accettare la candidatura e lavorare per essere eletto. 
Lavorare per una “nuova qualità dello sviluppo”, parafrasando il titolo di un documento a cura della Cgil Molise, presentato qualche giorno fa a Larino, che, personalmente trovo d grande interesse per la chiarezza delle analisi e delle proposte. Anche questo documento, come quello della Caritas, da porre all’attenzione di chi vuole candidarsi a governare le due regioni, visto che i governatori e gli amministratori attuali non hanno dato alcuna risposta ai documenti diffusi dalla stessa Caritas di Trivento che, per due volte, li ha chiamati a discuterli pubblicamente.  
Chi si candida deve sapere come governare la crisi, affrontare le questioni e sapere, anche, come risolvere i problemi per aprire la realtà al suo rilancio e a un futuro diverso dall’attuale, e, ciò è possibile partendo proprio dai dati drammatici, numeri nudi e crudi (aggiornati alla fine dello scorso anno), riportati  nel documento n° 13, appena uscito. Un territorio ampio 1.139,42 Km², prevalentemente montano con il 67,5% dei 49 Comuni posti ad un’altitudine superiore ai 700 m.s.l.m. e solo il 32,5% collocato in collina, con Fossalto (511 m.) il punto più basso. Una realtà interessata da inverni rigidi, forti nevicate e rischi di isolamento per molti paesi. Isolamento anche per le strade disastrate da frane, interrotte e molte rese impraticabili. Una popolazione che nel corso di 55 anni è passata da 80.820 abitanti (1961) a 37.060 (2016) con una perdita netta di 43.760 abitanti, di cui ben 10.354 sono anziani, cioè persone con un’età superiore ai 65 anni.. Bel 31 dei 49 comuni sono al di sotto dei mille abitanti, di cui 15 al di sotto dei 500 abitanti, con Roio del Sangro che ha  104 abitanti residenti, seguito a ruota da Castelverrino (107). Solo Agnone (5105),  degli 8 comuni con una popolazione superiore ai mille abitanti, supera quota cinquemila.  Il tessuto produttivo, soprattutto l’agricoltura, è quello che registra tassi alti e davvero preoccupanti di abbandono. 
Si tratta di capire come ripartire da “quanto resta della notte” per aprirsi a un nuovo giorno, e, come affrontare con amore, passione, fiducia, il domani. Essere consapevole di una necessità imbellente qual è il forte bisogno di cambiare rotta, uscire fuori da un sistema spietato e da una mentalità perdente, in mancanza di programmi, di progetti e di strategie per realizzarli. 
E’ possibile ripartire se si ha la consapevolezza che il domani è tutto nei valori e nelle risorse di quel territorio di poco più di mille km² di superficie, in particolare nel rilancio della ruralità e della sua attività principe qual è l’agricoltura, la forestazione e la zootecnia.
La creazione di un distretto biologico per dare forza alla sostenibilità e alla qualità delle produzioni, dell’ambiente e del paesaggio, che vuol dire qualità della vita. Una qualità capace di alimentare i turismi possibili per questa realtà che ha paesaggi unici e di straordinaria bellezza.
Quelli che io mi diverto a fotografare da La mia Casa del Vento, soprattutto al tramonto. partendo da realtà come quelle del territorio della Diocesi di Trivento e renderlo prototipo esempio per altre cento mille realtà che riguardano questa nostra Italia.
pasqualedilena@gmail.com

L'autodeterminazione dei popoli

di Umberto Berardo
Sappiamo tutti che la forma organizzativa dei popoli nel corso della civiltà umana è stata molto varia ed articolata in relazione ai territori e nelle diverse epoche.
Abbiamo avuto il nomadismo, piccole comunità autogestite, città-stato, regni, imperi, stati dittatoriali e democratici, unioni sovranazionali.

Dentro tali strutture ovviamente le difficoltà maggiori per i diritti umani sono venute soprattutto dalla gestione totalitaria del potere, dalle guerre e dal colonialismo.
La configurazione degli attuali Stati nel mondo, soprattutto quando non è stata una scelta autonoma, ma determinata da trattati postbellici o peggio ancora da decisioni verticistiche del potere o da guerre di occupazione, ha creato spesso tensioni esterne e frizioni interne che tuttora rendono difficile la convivenza dei cittadini.

La Carta delle Nazioni Unite al Capitolo I, dedicato ai fini e principi dell'Organizzazione, articolo 1, paragrafo 2, individua come fine dell'ONU quello di "Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'auto-determinazione dei popoli...".
Il diritto all'autodeterminazione è stato successivamente sancito con il "Patto internazionale sui diritti civili e politici" del 1966 , con una Sentenza  della Corte Suprema del Canada dello stesso anno e con il Patto di Helsinki del 1975.

Intanto è difficile parlare di autodeterminazione di un popolo se questo non è riconosciuto come soggettività giuridica non essendoci in tal senso nessuna norma chiara a livello di diritto internazionale.
Tra l'altro il principio di autodecisione negli atti sopra citati sembra avere un campo di applicazione limitato ad etnie cui sono negati diritti fondamentali, ex colonie e popoli soggetti a regimi razzisti o a dominio militare straniero.

In molte circostanze nel riconoscimento del diritto all'autodeterminazione si è giocato sull'ambiguità per cui talora si è fatto ricorso a forme di consultazione delle popolazioni, come nei plebisciti tenuti nei territori occupati dal Piemonte o nella Prussia orientale, ad accordi pacifici tra le parti in causa, come tra Cechi e Slovacchi, mentre a volte le decisioni sono state di vertice e sono passate sulla testa di popolazioni che, pur di diversa nazionalità, sono state inserite in Stati di cui non si sono sentite parte, come nel caso dei Tirolesi o degli Istriani.

Dopo la seconda guerra mondiale si è tentato di articolare politicamente la pacifica convivenza di popoli all'interno degli Stati e nelle relazioni internazionali.
Si sono avuti, invece, lo sappiamo bene, casi di indipendentismo nella penisola balcanica sollevati ad arte per puri motivi di neocolonialismo commerciale e finanziario che hanno tra l'altro determinato vere e proprie carneficine.

In questi giorni si discute molto di autodeterminazione in relazioni agli eventi di Catalogna in cui una parte della popolazione ha organizzato domenica 1° ottobre un referendum per acquisire l'indipendenza dalla Spagna.

Intanto a nostro avviso è indiscutibile che una popolazione abbia tutto il diritto di rivendicare la propria indipendenza nel caso in cui lo Stato nel quale è inserita non ne garantisca i diritti fondamentali; ci sono però circostanze in cui tale condizione si reclama per motivi di carattere economico legati a forme di egoismo soggettivo o di gruppo derivanti da errate posizioni concernenti i sistemi fiscali ed alla redistribuzione delle entrate relative.

In Europa tale seconda ipotesi si sta diffondendo a macchia d'olio e rischia di creare problemi seri alla convivenza.
Ne abbiamo esempi anche in Italia dove la Lega gioca sull'indeterminatezza dei concetti di autonomia ed indipendenza rivendicando una maggiore redistribuzione locale delle entrate fiscali sui territori che ne garantiscono un maggiore gettito.

Il 22 ottobre si terrà in Veneto e Lombardia un referendum consultivo per richiedere in tal senso forme di autonomia innovative.
A chi imposta tali forme di rivendicazioni occorrerebbe ricordare che le aziende con sede sociale in una regione si sono costituite lì grazie ai proventi di uno Stato che spesso ha profuso investimenti pubblici guardando agli interessi generali dell'intera popolazione nazionale e non a quella delle singole regioni; sarebbe necessario rammentare anche che le imprese di una regione riescono ad avere profitti grazie alla solidarietà negli investimenti, nell'impegno lavorativo e nelle vendite che derivano da tutta la comunità delle altre regioni.

Tra l'altro sottolineiamo come l'art. 116 della Costituzione Italiana prevede che "forme e condizioni particolari di autonomia" possono essere attribuite alle Regioni solo con legge dello Stato.

Per tornare al tema generale dell'autodeterminazione sul piano strettamente giuridico desideriamo ricordare come solo la carta costituzionale etiopica prevede la possibilità di una secessione unilaterale di parti della popolazione; altrove, come in Gran Bretagna, è possibile attraverso un referendum riconosciuto dall'interezza dello Stato, mentre le Costituzioni spagnola e italiana non consentono nulla di simile, ma solo forme di autonomia.

A livello internazionale poi non esiste alcuna norma obbligante altri Stati all'accettazione di un caso di secessione; una minoranza può pertanto proclamare anche in modo unilaterale la propria indipendenza, ma non diventa per ciò stesso uno Stato se non ottiene in tal senso un riconoscimento esterno soprattutto da comunità sovranazionali.   

In aree diverse di uno Stato ci possono anche essere questioni irrisolte che creano ostacoli alla convivenza nazionale come una maggiore diffusione della corruzione o dell'illegalità, scarsa cultura dell'iniziativa imprenditoriale, diversa velocità nei percorsi di sviluppo economico, ma si tratta di problemi che vanno risolti sul piano culturale e politico e non certo attraverso secessioni che producono difficoltà enormi alle popolazioni a livello economico, ma anche nelle relazioni umane e sociali.

Proprio in considerazione di tali risvolti negativi di una secessione, il titolo all'autodeterminazione viene in genere riconosciuto ove un gruppo identitario infrastatuale si veda negati diritti umani fondamentali o quello ad una rappresentanza reale nelle decisioni collettive ed in ogni caso va contemperato con il diritto di uno stato all'integrità territoriale ed ai confini riconosciuti.

La mappa dell'indipendentismo in Europa è molto estesa, ma è certo che non possiamo inseguire la competizione per le risorse che alimenta talora forme di secessione che creano frammentazioni di cui è difficile capire il senso e l'evoluzione.

È altrettanto chiaro, a nostro avviso, che l'80,2% dei due milioni di votanti su 5,4 milioni di aventi diritto come in Catalogna è difficilmente un dato rappresentativo democratico della reale volontà del popolo interessato.

Vorremmo anche aggiungere che i popoli, oltre a liberarsi dai limiti amministrativi degli Stati in cui sono inseriti, forse devono cercare anzitutto un'indipendenza dal potere finanziario che, con i meccanismi perversi del debito e del fiscal compact propri del più spregiudicato neoliberismo, rischia di compromettere seriamente la libertà economica e politica dei cittadini perfino all'interno di istituzioni in cui i concetti di uguaglianza e di condivisione non riescono a farsi strada.

In un'epoca di globalizzazione e di trasnazionalizzazione, allora, occorre forse pensare a nuove forme di statualità indipendenti e non  armate con processi di federalizzazione solidaristica al loro interno ed un inserimento nel sistema delle Unioni Transnazionali e delle Nazioni Unite in cui però va profondamente rivisto il piano della struttura in una nuova forma di partecipazione democratica paritaria di tutti i suoi membri.