26 gennaio 2009

LA FOTO

Bella la foto che riporta il quotidiano Primo Piano di oggi. La composizione del comitato pro ospedale nato per dare una mano a Giardino e Quici, traditi da Michele Iorio ed offesi, avendoli trattati come servi nel momento in cui non ha avuto neanche la bontà di avvisarli del disastro che andava a combinare con la delibera n° 1261, quella del 28 novembre scorso, che addebita all’ospedale di Larino tutti i mali della sanità molisana.

Significativa: ci sono tutti quelli che hanno dormito fino ad ora dopo la sconfitta di aprile: Palmieri, Mili, Puntillo, perfino Sabetti che tutti davano per emigrato da qualche parte.

C’è anche Andrea Vitiello, noto campione di sommersione. Se c’è lui, non c’è il figlio e viceversa per non dare l’impressione di invadenza, riservati come sono.

Tutti ben disposti a cavalcare la tigre dell’ospedale. Mancano solo i consiglieri regionali, quelli che, si dice, sono a rappresentare gli interessi d Larino e del suo territorio, perché impegnati a riflettere sulle indicazioni di Michele Iorio. Non ci sarà, perché indegno, Antonio Chieffo che ha avuto l’ardire di mettersi d’accordo con quel filosofo di Petraroia e, così, tradire il patto di non belligeranza stipulato, da subito, con il governatore. Manca una protagonista della sanità molisana, la on. De Camillis, che, quando non c’è, vuol dire che è impegnata a Roma.

Non c’è, per la troppa emozione, Pardo Spina, nemico giurato da sempre di Giardino. E’ all’assemblea dei consiglieri di opposizione per convincerli a far parte del Comitato, ma senza la mozione che potrebbe toccare la sensibilità dei promotori che, ne sono convinti, pensano che una proposta rischia di risolvere la questione. Guai! E perché? Se si risolve finisce il gioco della confusione e il tentativo di mettere nell’angolo quei sconsiderati di Larino viva, dell’Idv e del Pd, quest’ultimo rappresentato dall’ultimo dei moicani.

Il comitato - dicono - è nato per coprire la faccia, rossa di vergogna, al sindaco ed al vicesindaco, per rimettere la palla a centro e riprendere a giocare la partita delle suddivisioni dei pani e dei pesci, che Larino riesce ancora a mettere a disposizione.

Bisogna distruggere Larino Viva e i consiglieri - ripetono - che sta inquinando il paese con i suoi discorsi demenziali: la legalità, i ruoli, il rispetto delle istituzioni, la partecipazione, il metodo , i contenuti, e, non ultima, questa maledetta proposta fatta propria anche dagli altri consiglieri di opposizione a Giardino. Manca Puchetti, per fortuna, a dare una mano a questi rompicoglioni!. È con noi, se mai qualcuno potesse avere un dubbio, come al momento delle elezioni.

C’è da stare attenti a qualche ragazzotto che, sapendo come stanno le cose, si è messo in testa di non volere apparire sulla foto e pretende di avere spiegazioni. Questi giovani che non ancora sanno cos’è la vita e meno che mai cos’è, in politica, il bisogno della confusione! Cioè l’arte di dare agli altri le colpe che uno ha. Se non tutte, almeno una parte per non essere schiacciato.

Quante cose riesce a raccontare una foto! Lo sapeva bene Igino Pilone, il terzo di una generazione di straordinari fotografi, che hanno saputo cogliere le speranze ed i dolori di questa gente, le paure, ma anche la passione e l’amore per una città ed un territorio raccontati nei minimi particolari. Straordinari sì, davvero straordinari, dimenticati dai vecchi e nuovi amministratori, con un patrimonio a rischio, in mancanza di quella necessaria attenzione.

Ora poi non ci pensano proprio, presi come sono dalla questione dell’ospedale.

Molti di quelli nella foto sa che la mobilitazione della gente, la raccolta delle firme, nel 1966, ha prodotto assessori e consiglieri comunali, la fine annunciata della Maugeri che doveva ancora arrivare!
Il motto, ora come allora, è NO all’ospizio. Avanti Savoia!

U Faùneie

P.S.
A noi - non lo nascondiamo - piacerebbe vedere, per il ben di questa stupenda città, un’altra foto al posto di quella mostrataci da Primo Piano: il consiglio comunale con tutti i consiglieri compatti e dietro tutto il popolo di Larino a difendere l’ospedale “G.Vietri” e la sanità molisana, nell’interesse di Larino, dei larinesi e del Basso Molise; del Molise e dei molisani tutti. È, sicuramente, questa la foto che più volentieri avrebbe scattato l’ultimo degli artisti della generazione dei Pilone, visto che a Larino ha dato intelligenza e cuore.

LA FOTO DEL GIORNO DOPO

E’ quella che mostra anche i consiglieri regionali rappresentanti di questo territorio. Anche se un po’ sfocata fatta in controluce, presenta il grande Pangia, il piccolo D’Alete, l’imbiancato Bonomolo e il mediano Totaro.

Ci sono, esistono. A nessuno più è concesso di malignare che stanno in consiglio regionale a bivaccare.

Sono lì, insieme ai due creduloni, Giardino e Quici, giustamente incazzati con Iorio per come li ha trattati. Senza alcun rispetto e questo non è giusto per chi ha dimostrato fedeltà in tutto questo periodo, sulla scia della tradizione dei buoni amministratori di Larino, democristiani e non, che hanno avuto una spiccata e naturale predilezione per i forestieri.

La conseguenza è il vuoto di una classe dirigente che farà mancare il respiro alla vecchia capitale dei frentani.

Nessun problema: un giorno o l’altro questa nuova classe dirigente arriverà con i giovani che in questi giorni scalpitano dentro e, perché no, fuori del comitato pro ospedale. Ci sono i figli dei vecchi a perpetuare la vecchia politica del “volemose bene” facendo finta di litigare, tanto se non è oggi, domani, dicono, ci sarà qualcosa anche per me.

Intanto l’impressione, non solo nostra, che dà la foto, quella di ieri e quella di oggi, è che stanno piangendo il morto. Tante prefiche che stanno lì per aiutare i familiari a sopportare il dolore della perdita.

Che strana politica è quella dei Giardino e dei Quici: non hanno voluto ascoltare i consigli dei consiglieri di opposizione perché di centro sinistra e poi si vanno a raccomandare a Pangia, Totaro, Bonomolo e D’Alete che tutti sanno che siedono sui banchi del centro sinistra in consiglio regionale. Evidententemente perché non c’è posto altrove. Scusate la malignità, ma quando ci vuole, ci vuole.
Che strana politica è quella di chi non pensa, si affida ad altri più potenti ed è convinto che il potere, la filiera riesce a risolvere tutto. Ma quella che mostra la foto di oggi è una filiera storta, visto che da Iorio si salta a quelli che, sulla carta, sono i nemici di Iorio.

Sembra difficile capire, ma non è così. Quando i nodi vengono al pettine tutto è chiaro.

Non si vogliono rispettare i ruoli e le istituzioni; non si vogliono prendere in considerazione i consiglieri di opposizione; non si vuole discutere una proposta bene impostata nel metodo e nei contenuti, alla fine si finisce con il mostrare quello che si voleva nascondere: il consociativismo della classe politica di questo paese; il “volemose bene” facendo finta di litigare.

È così che muore l’ospedale; è così che muore il Molise; è così che Iorio svolge il ruolo di imperatore e non di governatore e che tutti gli zombi, dopo nove mesi, di colpo, saltano fuori.

Vi sembrerà strano, ma noi ci auguriamo sempre di sbagliare con queste nostre valutazioni della realtà che le foto ci mostrano. Ci auguriamo di vedere foto diverse per il bene di questa città.

Intanto, non rimanendo fermi, aspettiamo.
U fauneie

SENZA FOTO: LA ZAPPA SUI PIEDI

In primo piano su Primo Piano di oggi, domenica, un lunghissimo articolo ( mezza pagina) del movimento Larinascita per accusare, anche di colpe che non ha, Larino Viva.

Oramai è diventato un gioco (?) di società di tutti quelli che non sono di Larino Viva e si riconoscono nel comitato pro ospedale, compresi il sindaco, il vicesindaco e la maggioranza del consiglio comunale, che, avendo altro da fare, hanno pensato bene di coprirsi dietro una sigla ad effetto, comitato, visto che dell’ospedale se ne sono ricordati dopo un mese che Iorio aveva fatto approvare la famosa delibera 1261 del 28 novembre 2008.

In verità, a seguire i loro percorsi di questi giorni e facendo fede alle date di quando scende in campo Bonomolo (prima decade di dicembre), poi Palmieri, poi Larinascita, poi, Pardo Spina (tutti fine dicembre), poi, ancora, De Camillis (seconda metà di gennaio), e poi, solo qualche giorno fa, Puntillo e Vitiello (quello che ha detto, nell’incontro con Bonomolo, che a Larino il Pd non esiste, ma solo per vantarsi, oggi, di averlo riscoperto, a differenza di Pizzi che nel Pd è sempre stato), poi i consiglieri regionali di centro sinistra (anch’essi due giorni fa), che incontrano il centro destra di Giardino e di Quici per fissare una strategia, senza una proposta di base, uno si fa l’idea di una grande confusione, con tutti che vogliono essere protagonisti di una battaglia per qualcosa di cui non si sono mai interessati, l’ospedale, e di un’altra che li preoccupa e vogliono cancellare, Larino viva.

Tutti, e tutte le iniziative prese in questi giorni, vanno in questo senso: la colpa è di Larino viva, anzi, meglio, visto che è un vitello grasso, di Pasquale Di Lena, in modo da avere la vittima sacrificale e salvare la politica, quella degli affari.

Basta leggere le azioni e le date sopra riportate e, se ce ne fosse bisogno, l’articolo dei giovani de Larinascita di oggi, per rivedere le foto che vi abbiamo mostrato nei giorni scorsi, toccare con mano il comportamento dei Quici e dei Giardino, che tutto provano a fare fuorchè quello che devono fare da tempo: convocare il Consiglio comunale per trovare lì quella unità di cui ha bisogno Larino. L’unità della sua istituzione più rappresentativa, quella voluta dal popolo di Larino con il voto del 14 e 15 Aprile dello scorso anno.

Addossare la colpa di divisioni a Larino viva ed ai consiglieri comunali di opposizione, sa di overdose di malafede che alla fine fa male solo a chi ne fa ampio uso da sempre.
Questa volta, per paura di una nostra folata, hanno pensato bene a non mettere la foto dei Latigano e degli altri che rappresentano il movimento e che, anche se ancora molto giovani, hanno imparato bene la lezione dei vecchi, che da 40 anni governano con il consociativismo questa città. Non è casuale questa loro adesione e questo loro articolo di attacco frontale contro Larino viva, come non è per niente casuale la data di nascita di Larinascita, nel pieno della campagna elettorale, per confondere i giovani e organizzarli contro la lista Uniti per Unire, guidata da Di Lena.

Uniti per Unire non c’è più dall’inizio dell’anno, grazie ai molti protagonisti di questi giorni che hanno mostrato con chi stavano e per chi hanno lavorato negli ultimi giorni della campagna elettorale di aprile.

Ognuno fa quel che può per vivere un momento di celebrità e uscire dall’anonimato.
A voi lettori che avete la sopportazione di leggere queste nostre doverose folate, vogliamo porre una domanda, in modo da togliere a noi il dubbio di sbagliare nelle valutazioni che abbiamo fatto e che, qui, confermiamo.

Avete mai sentito, da questi protagonisti, portare un attacco a Giardino o al suo vice Quici (che pure sono stati messi sotto giudizio da Urbano, Starita e Pascarella); oppure alla De Camillis, per lungo tempo braccio destro di Iorio ala sanità), che ora dice che la colpa è di Roma che ha deciso di chiudere la borsa della spesa; o anche a Iorio ed alla sua fallimentare gestione della sanità molisana? A parte la notizia che il governatore oggi è stato costretto a smentire, cioè del rifiuto dei medici dell’ospedale di Larino, di voler ricoverare una donna. Mai una parola! E perché un fiume di parole contro Larino Viva e tutti all’unisono? Semplice, molto semplice e la ragione, tutta politica, è che gli equilibri scaturiti dopo le elezioni di Aprile scorso, a Larino e nel Paese, non possono e non devono essere messi in discussione. Chiaro? E per questa ragione può andare a rotoli anche l’ospedale.

Su questo, ci sono conferme e fatti a raccontarlo, potete crederci, sono tutti d’accordo (Giardino e Pardo Spina; Bonomolo che vuol far credere di essere dei comunisti italiani e il pdl; rifondazione comunista e Pd dei Puntillo, dei Vitiello e dei D’Alete; i ragazzi di Larinascita e Palmieri, in parole povere destra e sinistra), perché - ci permettiamo di dirlo - tutti sono funzionali a mantenere le cose come stanno e ad evitare, con ogni mezzo, che prendano corpo i dubbi che possono mettere in crisi la squadra di chi tira le fila della politica a Larino.

Tutti d’accordo nel dire che la colpa è di Larino viva, anzi, visto che fa più effetto, di Pasquale Di Lena. Evviva!

Così succede che l’ospedale non c’è più, è sparito, com’è sparito, per ora, il reparto materno infantile. Mica per colpa della delibera di Michele Iorio o della inerzia di Quici e Giardino? Neanche per sogno! Sempre per colpa di Larino viva e Pasquale Di Lena perché, anche se non ve ne siete accorti, ma sono loro che, da nove mesi, amministrano questo paese e questa regione. E voi che state lì a guardare, smettetela di dubitare.

E’ così e non si discute. Parola di Larinascita & Co.
U faùneie
25.01.09

ER RIOTTA

Zacc – mi puoi definire la clessidra?
Bélina – Riotta

CHI PAGA

Zacc – a vedere le televisioni c’è solo lui candidato in Sardegna
Bélina – ma chi lo paga

18 gennaio 2009

NARCISO

Zacc – Ha detto che la tv nazionale non è degna di un paese civile

Bélina – era, come spesso gli capita, davanti allo specchio.

17 gennaio 2009

SAN TORO




Zacc – alla fine una soluzione che trovi tutti d’accordo c’è sempre
Bélina- Santoro

16 gennaio 2009

RICICLATOR




Zacc – puoi dire quello che vuoi ma è lui il big della comunicazione
Bèlina – è solo una lavanderia specializzata nella ripulitura dei delinquenti

BERLUSCONI CADUTO



Zacc – Berlusconi è andato giù alla Camera
Bélina – me ne frego.

8 gennaio 2009

Zacc e Bélina

IN VOLO
Zacc – ma Berlusconi dov’è?
Bélina – su un aereo dell’Air france


LA FEDE
Zacc – hai sentito Bush “Scrivo un libro e do consigli a Obama.
Dio mi ha aiutato”
Bélina - a trasformare l’Iraq in un camposanto

6 gennaio 2009

U SÒLE E A LUNE

Nze ne pó chiù
de cues’ta temperature
che na mane ècchiappe u sòle
e che n'ate a lune
pe metterle une de front’é ll'ate
é facce é facce é sule é sule
U prime devènde èllabbarìte
e a seconde ze fa rósce

I sènte tremà
a classeche tremarèlle
de chi na fatte na cósa bbèlle

I vvecìne sèmbe de chiù
pe èbbetuarle e guardarse nell'uocchie
e chille, n'entramiente z’ènnùsene,
i chiudene

Èllòre nge vèghe chiù
i ppicceche nase e nase
e lóre subbete ze ne èpprefittene
pe darse nu vasce.

Nge s’tà vèrse de speccecarle
S’tracche e s’trutte m'èrrènne
de fronte e chis’ti duie facce beiate
retrevanneme che na mana calle
e n'ata jelate.

1978


IL SOLE E LA LUNA

La voglia di prendere, in questa fase così tesa del mondo, la luna ed il sole, e metterli a confronto. Chi si sbianca e chi arrossisce sapendo che non si stanno comportando bene. Tremano. Vengono avvicinati sempre di più per costringerli a guardarsi negli occhi ed il risultato è che li chiudono e quando vengono costretti a toccarsi il naso ne approfittano per darsi un bacio e non c’è la possibilità di staccarli. Non c’è altra soluzione che desistere dal tentativo di farli ragionare, anche perché uno si rende conto che sono felici. Il risultato è che uno si ritrova con una mano calda e l’altra gelata.

A VITE

A vite! Ogne memènte è nu penziere!
Farse capì
petè magnà
mparà e càmmenà
Sentirse merì
canósce e ll'àte
E s’tà nguolle
pa paure
de perde a mamme é u padre
A paure de sbajà
a colpe de iecuà
Sentì i prime vòje
cóme de na mèle da còje
U córe che sbatte
a paure de èsse matte
A ses’temaziòne
a reveleziòne
Nu munne viecchie
fatte da ll'àte
S’ta ensieme i fije
A vòje d'èrrevà
a respensabeletà
(G)uardà u passate
vederse sule
Nen capì
sentirse merì
A morte sèmpe èrret'a porte
sóne u campaniélle
e te fa sbeguettì
p'ècchempagnarte
pu ries’te da vite
senza s’trazie
se te li fatte amiche.



LA VITA

È una preoccupazione continua, dalla nascita quando haai bisogno d farti capire che hai fame o impari a camminare, scoprire il mondo che ti circonda e racchiudersi nelle braccia della madre per la paura di rimanere solo, di sbagliare e il senso di colpa di giocare, fino ai primi innamoramenti e la paura di impazzire. Poi il lavoro, la voglia di cambiare un mondo fatto da altri. La famiglia, le responsabilità, la voglia di emergere. Sentirsi solo con la morte che è sempre dietro la porta, pronta a suonare il campanello e metterti paura per il resto della vita fino a quando non sei riuscito a fartela amica.

NU JUORNE

Nu juorne che è nu juorne?
Nu cuarte d'òre de tant'a cuarte d'òre
na notte che z'èmmisse e dermì
n'affacciàte de sòle
o nu cante de gàlle che fa chicchirichí?
E' neiente de frónte e tand'a juorne
è tande de front'e nu memènte
E' na resate fatte é scuarciagòle
nu cumele de penziere e sentemènte
E' nu file che ze tèsse
fatte de recuorde é de speranze
devèrse per chì u vó cagnà
da chi pènze sule a panze
Nu juorne è pure a nòtte
che t'èbbitue e 'sctà ca mòrte.

1983




IL GIORNO

Il poeta si chiede se il giorno è un quarto d’ora di tanti quarto d’ora o una notte che ssi è addormentata. L’alba o il canto del gallo. La risposta è che è poco o niente in confronto a tanti giorni, comunque tanto di fronte all’attimo. Una risata, un insieme di pensieri e di sentimenti. E’ di sicuro un filo, fatto di ricordi e di speranze, che si tesse ed è diverso da chi sente il bisogno del cambiamento da chi, invece, pensa solo a se stesso. Comunque il giorno è anche la notte che ti abitua a vivere con la morte

QUELLI CHE...di Ro Marcenaro


ULTIMA TROVATA di Zacc e Bélina
Zacc – la mitizzazione dei boss della mafia su face book
Bélina – dopo quella di Gelli sulle televisioni

5 gennaio 2009

A CEVETTE

Da uaiò m'avèvene emparate
e tené paure (fra tant'a paure)
da cevette, cielle de maleaugurie.
"Chi u sà pe chi cante"
decèvene i femmene facènnese a cròce.
Ieve padrone da notte e se cantave o chiagneve,
nesciune u sapève.
Dent'i case chiine de fije
i desgrazie nen mancavene maie:
meserie, fame, pa grazie de Diie,
mó nu muorte, mo na malatie,
mó na desgrazie 'ngòpp'a fatije,
mó na famije emmiezz'a viie.
A cólpe sèmpe du cielle de maleaugurie
che ne sbajave maie,
dò uardave cueiève.
I ggènte chiagnèvene, z'èsceppavene i capille,
èlleccuavene e pù rechemenzavene.
Munne sèmp'eguale pi speranze
che n'èrrevavene maie nciele
pe colpe da cevette che cantave.


LACIV ETTA

L’uccello che nella tradizione popolare portava sfortuna e quindi metteva paura da quando uno era piccolo, tant’è che le mamme dicevano, quando sentivano il canto “chi può dirlo per chi canta, anche perché se cantava o piangeva nessuno lo poteva dire per l’uccello re assoluto della notte.
Nelle case, in quei tempi, le disgrazie erano all’ordine del giorno e, quindi, capitavano spesso a chi aveva una famiglia numerosa e ai poveri. La colpa era sempre dell’uccello del malaugurio che non sbagliava mai visto che dove puntava colpiva.
La povera gente si strappava i capelli. Gridava e poi riprendeva il suo destino.
Un mondo che presentava poche novità con i desideri che no arrivavano mai in cielo, sempre per colpa della civetta che cantava.

A CASETTE DE RÈNE

Da uajò nu mare
fabbrecave i casette ca rène
e ce mettève tutt'a passiòne.
Mi guardave e mi reguardave
e me sentève veramente brave.
Chiù de na vóte ce ggerave èttuórne
pe vedé se mancave caccóse:
na porte, na fenes’tre o na veiarèlle.
'Ntramiente cagnavene chelòre
pe l'accue che seccàve
e chiane e chiane, pu viente,
caccóse ze ne iave.
Prime cuerrève pe mette na pèzze
ma vedève ca tutte ze frantemave,
èllòre i dave nu cavece e i zampeiave.
M'èscèvene i lacreme pa raje
e tutte sentève cóme nu brutte uaie.
Facènneme gruosse iie capite
ca pe na case ce vònne i fondamènte
se na vu vedé sparì dént'e nu memènte,
fegurete se pu cos’truì 'ngòppe a rène
dove ogne cose dure eppène eppène.



LA CASETTA FATTA CON LA SABBIA
Iil ricordo di quando bambino costruiva con grande passine la casetta al mare con la sabbia.
Appena finita se la guardava e si sentiva soddisfatto girando intorno per vedere se mancava qualcosa. Cominciava poco dopo a cambiare colore e poi con il vento si staccava qualcosa.
Provava a riparare ma quando vedeva che tuttio si frantumava allora piangendo la finiva di distruggere a calci per la rabbia.Da grande ha capito che una casa ha bisogno di fondamenta se non la vuoi vedere sparire in ub attimo, figuriamoci per una casetta costruita sulla sabbia dove tutto dura poco.

MBACCE U FEQUELARE

Véramènte ce pènze spésse a vecchiaie,
nu sacce se facce buone o male,
nu fatte però è cèrte ca a vecchiaie
ce s’tà e è nu fatte normale.
Chi pó sapé se une campe o móre
- a morte ne tozzele, éntre e zitte -
comunque ognune spère che dure u córe
e ze prepare a morte che tant'a zempitte.
Ma a a uesanze de uoje ne è cuescì,
ognune spare tutt'i cartucce che té
tante ‑ dice ‑ u des’tine miie è merì,
èllòre è mèje e campà nu memente da re.
Inzomme ce s'eccuentènte de na bbèll'a lampe
che nen sule ne fa fuoche e 'nte rescalle,
ma te bruce, te cèche l'uocchie e t'èvvampe
cu fridde che tòje u pos’te du calle.
Cèrte ne è facele preparà nu bbèlle fecuelare:
prime u ciuochele, pu lène, céppe e ceppetèlle.
Se chemènz'é peià pe s’tetarze è cosa rare.
Vide a lampe, siente u calle, tutt'è cosa bbèlle.
Cuande fenisce a lampe ne fenisce u fuoche,
u ciuochele è devendate nu tezzòne
che ògne tante zé sfotte cu 'hie'hhiafuoche.
Sott'a cenere remane sèmpe nu carevòne.
Èttuórne e u fuoche canusce u passate
prepriere u demane,
èmpiere é des’tingue u póche da u ssaie,
caccóse sempe fi, ne s’ti chi mane 'n mane,
capisce ca 'nce s’tà sule uoje ma pur'a vecchiaie.


VICINO AL CAMINO

La riflessione sulla vecchiaia si ripete e non ti chiedi se tutto questo è bene o male.
La cosa certa è che la vecchiaia arriva ed è un fatto normale. Nessuno è in grado di sapere se campa o muore, visto che la morte non bussa alla porta, ma entra e basta.
Eè pur vero che ognuno spera che il cuore continui a battere in modo da prepararsi al morte con piccoli saltelli. Ma le usanze di oggi non sono questi, visto che ognuno spara i propri colpi all’idea che comunque deve morire. In questo caso si accontenta di un fuoco di paglia che non solo non ti riscalda, ti brucia e presto il freddo prende il posto del caldo. Non è semplice né facile preparare un bel fuoco aggiustando quello che lo avvia e la legna che lo fa durare come lo è il ciocco.
Se comincia a prendere fuoco poi è difficile che si spegne. In questo modo vedi la fiamma, senti il caldo e, comunque, quando finisce la fiamma non finisce il fuoco perché il ciocco è diventato un carbone che oggni tanto si ravviva con il soffietto. In pratica davanti al camino hai la possibilità di conoscere il passato, sei preparato al domani, impari a distinguere tra il troppo e il poco e non stai mai fermo con le mani nelle mani, capisci così che non c’è solo l’oggi, il momento che passa, ma anche il domani.

DEND'E NU SUONNE

Cóm’é dénde nu suonne
t'eie vis’te cuill'atu juorne.

Cuerrive vèrse de me
che l'uocchie che te rerèvene,
a faccia rosce de cuententezze,
i capille sciuovete pertate da u viente.

Sembrive nu pelidre sènza cavezze.
Iie ferme come e nu sceme
te (g)uardave e nen capève
mentre cuerrive chi vràcce spalancate
e u córe te sbattève.

Cuerrive, cuerrive, cuerrive
senz'èrrevà maie.
Iie s’tanghe de spettà eie ditte:
è mèeje che me ne vaie.


Il sogno che dà al desiderio di amore l’illusione che la donna amata sta sempre lì per arrivare con le braccia aperte e il cuore innamorato, ma che no arriva mai.
Alla fine la presa d’atto che è inutile aspettare e prendere la decisione di andare via.

U VES’TITE

Dénd'é nu ves’tite
une ce pó s’ta s’tritte
come pure ce pó s’ta larghe.
Comuncue nen è ditte
ca une 'nce pó s’ta.
Se è s’tritte trattiene u 'hiate,
se è larghe èbbuotte.
T’id’a dattà
pe fartele ì é penniélle,
se no: o te calene i vrache
o te ze rómpe u fennielle.



Il Vestito come capacità di adattamento che bisogna necessariamente avere per vivere.
Può essere abbondante o stretto, ma anche se così uno lo può comunque mettere. Basta trattenere il fiato o gonfiare.
Importante è adattarsi alle sue misure se non si vuole vedere cadere o, peggio, se non si vogliono i pantaloni strappati perché troppo stretti.

CHI CE CAPISCE E' BRAVE

Capì pe nen capì
nen capì pe capì
capì da nen capì
nen capì de capì.

Capì
nen capì
fa finte de capì
o de nen capì

Cóme u pazze che nen vo ì na guèrre
o u surde che ne è surde.
Ma cuand'a pazze e cuand'a surde
in quis’t’ u munne de furbe
dove chi ce capisce è brave!


La parola capire per mettere in luce le contraddizioni di una realtà che diventa sempre più difficile capire.
Comincia qui il gioco del poeta, il divertimento che gli procura la parola che si presta a una doppia intepretazione , che poi avrà una sua affermazione con “U fatte” scritta dopo la pubblicazione de “U penziere”