31 marzo 2009

IL MITO qua e là 73

Quando 4 mila persona sono tutti d’accordo e applaudono c’è qualcosa che non va per la democrazia di questo nostro amato Paese, nelle mani di uno che, non a caso, subito ne approfitta per dire che ha bisogno di avere, come capo del governo, più poteri nelle sue mani. In pratica, la possibilità di fare quello che vuole non solo di tutti noi, ma delle regole fissate dalla Costituzione, che sono alla base della vita democratica che ha fatto crescere questo Paese negli ultimi 60 anni.
Lo dice entusiasmando i 4 mila che lo trattano come un idolo, un mito, di cui non ne possono più fare a meno, visto che ormai è dentro di ognuno con le sue televisioni fatte di idiozie, banalità, schifezze, merda, tutto ciò che emana puzze insopportabili che servono per non correre il rischio che qualcuno dei 4 mila, e non solo, possa avere la tentazione di pensare.
Pensare è un optional che se lo possono permettere in pochi, visto che a pensare ci pensa lui e qualche altro, soprattutto in Parlamento. Tant’è che ai parlamentari, in vacanza ogni settimana a Roma, passano per il Parlamento, non per legiferare ma solo per approvare quello che lui e i pochi altri hanno pensato, vuole togliere anche il fastidio di votare perché vivano tranquilli e facciano cose che possano soddisfare loro, le loro famiglie, gli amici e qualche compare. Peccato che questa sua geniale idea di essere e diventare il centro benessere dei parlamentari, sia arrivata dopo il pagamento, abbastanza salato, del conto del voto palmare che ha sostituito quello fatto con il dito, visto che qualcuno, per necessità, era a costretto, a volte ad utilizzarli tutt’e dieci le dita, per colpa dei colleghi fannulloni ed assenti per una visita al bar, ricevere qualche supporter, parlare con qualche amico o amica, vivere il tempo di Roma che, non sempre, passa veloce come nella Padania.
C’è di che essere sempre più preoccupati e di trovare i modi per suscitare una ribellione. Bisogna, altrimenti c’è qualche generazione che deve pagare a prezzi alti il gusto della libertà e della democrazia, dopo gli sprechi ed guasti della crisi.
Una eredità pesante che nessun giovane merita.

Fra i 4 mila non c’era Fini, che, a proposito di giovani, ha lanciato un messaggio importante che, sicuramente solo qualche giornale, riuscirà a pubblicare, con le televisioni mute per non disturbare il manovratore. Un messaggio che dice “non votate mai chi promette posti di lavoro.. questo è un comportamento che ha la mentalità mafiosa”. Un messaggio che ci trova pienamente d’accordo, soprattutto a pensare che faccia faranno quelli che a Larino, nel Molise, nel sud, nel Centro, nel Nord e nelle isole piccole e grandi lo fanno per mestiere, a tal punto che si possono permettere di diventare consiglieri comunali, provinciali, regionali, assessori, parlamentari, anche europei, sottosegretari, ministri e non so cos’altro ancora. Immaginiamo, per un attimo, che Fini trovi il dovuto ascolto per queste sue parole coraggiose pronunciate, non a Larino, ma a Bagheria, in Sicilia, il mondo sarebbe un altro.
Facciamo il caso di Larino: il paese ritroverebbe subito la sua antica armonia, in mano a gente seria che, non solo non promette posti di lavoro, ma neanche racconta falsità e vive infamando la gente: una vita più serena; un confronto politico costruttivo una volta privo di veleno; ospedale che funziona; sanità che non ha da piangere debiti; Fruttagel che allarga la sua attività e offre nuova occupazione; giovani che esprimono la loro creatività e la trasformano in progetti, senza più la necessità di emigrare; la storia di questa nostra città che diventa una straordinaria opportunità turistica, insieme alla cultura; la nostra campagna un giardino che invita i giovani a coltivarla e a vivere il mondo con i prodotti di qualità; il nostro territorio e quello del circondario che vengono apprezzate come preziosità; la voglia di stare insieme per avere la forza di scacciare qualsiasi idea di insediamenti nocivi per la salute e l’immagine del nostro territorio; la possibilità di dare più ascolto e più sicurezza alle donne, alle persone anziane e ai diversamente abili.
Un mondo dove la politica riprende vigore e chi la pratica la rispetta come un bene e non come uno strumento per gestire con le menzogne e le promesse un potere che non gli appartiene per mancanza di una etica,e, quindi, indegno.
U faùneie

21 marzo 2009

QUANDO LARINO....

Quando Larino aveva molte cose importanti da insegnare agli altri traeva la sua ispirazione dal suo territorio e dalla sua agricoltura. Alla fine dell’’800 era una capitale dell’agroalimentare italiano, con i suoi “Premiati Mulini e Pastificio S.Rocco, di Ernesto Colagiovanni; i suoi quasi trenta frantoi, con quello di Iapoce appiccicato alla parete de “il Monte” che raccoglieva medaglie, soprattutto con il suo olio al limone; la nascita della elettricità con i Battista che arrivano fra i primi in Italia a offrire la nuova energia, quella elettrica, e a determinare una svolta nel campo delle attività industriale. Un territorio che metteva a disposizione, insieme all’acqua, la statale n° 87, una dorsale che oggi offre agli escursionisti la possibilità di ammirare paesaggi mozzafiato, entrare nel cuore verde del Molise e godere la natura in ogni stagione; la ferrovia che, ancora, affianca la 87 e la attraversa in più punti. Un’agricoltura che offriva il suo olio “Gentile di Larino”, fatto con le olive della varietà omonima ma anche con un piccola aggiunta di “salegna o saligna di Larino” e di “Oliva San Pardo”, l’altra varietà che serviva, in quanto olivo, a mettere a disposizione il ramoscello per il carro della grande festa di maggio; in quanto oliva, anche per essere messa in salamoia e per essere usata, insieme alla oliva di “Gentile” ben matura ( a ueliva capate), a tavola. Ed anche un granaio, le piane di Larino, che era la premessa indispensabile dell’investimento di Ernesto Colagiovanni e dei risultati prestigiosi e vincenti sul mercato per la assoluta qualità dei suoi prodotti, dalla farina alla pasta. Un esempio che porterà i Battista ad elevare il proprio molino un po’ più sopra e dall’altro lato della ferrovia.
Attività della agricoltura, sostenute da un fiorente commercio, testimoniato da una sequenza quasi mensile di Fiere e da quella che aveva una risonanza nazionale, la grande, mitica Fiera di Ottobre che, secondo il nostro amico poeta dialettale, non ha data, proprio perché la sua funzione di luogo di incontro e mercato delle popolazioni transumanti si perde nella notte dei tempi, al pari dei tratturi tracciati dai primi pastori che, poi, sono i primi viaggiatori, quelli che legano insieme tre Regioni: l’Abruzzo, il Molise e la Puglia o le Puglie.
Un quadro non completo nel momento in cui ci siamo dimenticati di riportare la nascita di una banca, la Banca di Larino, che riporta soprattutto ai Bucci e ai De Gennaro.
Un percorso entusiasmante, che porta Larino a diventare importante centro di cultura fino agli anni ’50, subito dopo il conflitto mondiale, quando il processo di ammodernamento dell’Italia, mette in crisi l’agricoltura e il meridione con il boom della emigrazione nei paesi del Nord Italia, in particolare le Regioni del triangolo industriale; di quelli del Nord Europa, soprattutto Belgio e Francia, con i braccianti che diventano minatori, Svizzera, Germania e poi nelle Americhe, in primo luogo in Canada.
Gli anni in cui tutti partivano, quasi sempre, durante il periodo invernale, quando i mattini sono ancora bui della notte che tarda a svestirsi per il freddo troppo pungente. Era difficile distinguere, nelle strade strette del centro storico, se l’urlo era quello del maiale, steso sulla scala e pronto per essere sgozzato, o quello degli emigranti e dei famigliari che non si volevano staccare da quello che per molti è stato, ed è rimasto, l’ultimo abbraccio. Una pena enorme che, per chi era bambino o ragazzo, si prolungava nel momento in cui si andava a scuola e si entrava in classe con uno o più banchi lasciati vuoti da chi era già lontano, sul treno per Milano o Torino o sulla corriera in viaggio per il porto di Napoli.
E’ sempre il nostro amico poeta dialettale a portarci, con i suoi ricordi, a quei tempi lontani, alle canzoni più in voga di allora, come “mamma….non ti lascerò mai più”, “e partene i bastemente pe terre assaie luntane..”, “mia cara madre sta pe venì Natale..” per sottolineare che è ancora più amaro stare lontano, ed altre ancora.
Uno stravolgimento, una rivoluzione che segna in profondità la realtà molisana con l’avvio di un nuovo tipo di sviluppo che abbandona l’agricoltura e sceglie l’industria, nel momento in cui prende corpo il nucleo industriale di Termoli, e Larino volutamente ne resta fuori, tagliando di netto il suo passato nel momento in cui non ha avuto la capacità o la forza di indicare percorsi alternativi.
È questo tipo di sviluppo che, ora, di fronte al suo fallimento, vuole rifarsi su Larino e il suo circondario, togliendo a Larino ciò che (non per grazia ricevuta), ha sempre avuto, vedi ospedale; vuole togliere anche il respiro ai piccoli centri delle aree interne; cancellare la loro identità, le ragioni stesse per sopravvivere e dare al Molise, con i valori intatti del suo territorio una ragione in più per puntare, senza titubanze e senza riserve, su questi valori che sono risorse di grande modernità ed attualità.
Ecco che torna Larino con il suo passato impresso di ruralità e di importanti attività legate alla sua risorsa fondamentale l’agroalimentare, che, oggi, vuol dire turismo, cioè un modo serio per pensare ai nostri tesori di storia, arte, cultura e, soprattutto, al ricco patrimonio archeologico.
Ruralità e agroalimentare; cultura, storia, archeologia e turismo, pochi ma essenziali binomi che i giovani devono fare propri, arricchirli di creatività e progettualità per definire subito il proprio futuro e non dover scappare.
U faùneie

Il mondo dell'olio cerca nuove strade. Per non soccombere

Soluzioni alternative ve ne sarebbero, ma occorre più coesione e un percorso comune condiviso. L'idea di predisporre un grande parco di olivi nell'ottica di un museo a cielo aperto, può forse risolvere molti tra i tanti problemi di natura commerciale. Sarà così?
di Maria Carla Squeo
Da sinistra: Politi, Caricato, Di Lena, Lombardo
Le buone performance ottenute a Trieste in occasione di "Olio Capitale" lasciano ben sperare. Certo, è pur vero che il momento attuale non è tra i più facili, ma quanto meno non c'è aria di resa. In più c'è da dire che il mondo dell'olio, trovandosi in uno stato di perenne e strutturale crisi, forse resiste meglio di altri settori alle incertezze dell'economia mondiale.Di sicuro, il sorriso gonfio di speranza che si vedeva impresso sulle facce di alcuni produttori lascia ancora aperto qualche spiraglio, non dico per una possibile svolta, ma almeno per una soluzione più positiva di quanto ci si possa attendere. C'è stato un incontro, in particolare, che ha gettato luce positiva. E' quello in cui l'oleologo Luigi Caricato ha moderato il presidente della Confederazione italiana agricoltori. Con Giuseppe Politi, peraltro, vi era anche Pasquale Di Lena, l'ideatore di quel grande progetto ch'è l'Olivoteca italiana. Il tema non lasciava certo dubbi sui buoni propositi: "Rilanciare e consolidare l'Italia olivicola attraverso la realizzazione di una Olivoteca". Già, ma cos'è un'olivoteca?"Un grande parco costituito tutto da olivi; un museo a cielo aperto che parla di olivo e di olio; un campo catalogo delle varietà autoctone dell’olivicoltura italiana; una fattoria didattica che ha il suo indirizzo prevalente, se non esclusivo, nell’olivo e nell’olio che parlano italiano". E' con queste parole che ha esordito Di Lena, con la chiara intenzione di precisare nel dettaglio le sue intenzioni al riguardo. la determinazione, per chi lo conosce bene, non gli manca di certo. Diella necessità di una Olivoteca d'Italia Di Lena ne aveva già a suo tempo scritto proprio su "Teatro Naturale" (qui: link esterno; e qui: link esterno).
Pasquale Di Lena
"La biodiversità - ha aggiunto Di Lena - è una richezza straordinaria non del tutto compresa e tutta ancora da valorizzare. Il mondo oltretutto ha bisogno non soltanto di qualità, che tutti possono ottenere seguendo le buone norme di produzione, ma anche, e soprattutto, di biodiversità; e, d'altra parte, non si può in alcun modo vincere sul mercato se non si avrà il coraggio e la volontà di puntare sulle peculiarità che rendono il nostro tessuto produttivo unico e inimitabile".Di Lena appare convinto più che mai che quella di una Olivoteca sia proprio la strada giusta e naturale per ribaltare la sorte avversa che sembra attraversare il comparto olivicolo. Non dimenticandoci d'altronde che proprio alcune settimane fa gli olivicoltori del Sud sono scesi in piazza per protestare per la scarsa o nulla remunarazione.E così, a dare l'opportunità di far intravedere la luce, dopo tanti anni di buio, può essere proprio questa lodevole iniziativa. Il rilancio del comparto olio di oliva può sicuramente diventare fattibile nel caso si riuscisse a portare avanti, al di là di ogni basso e cinico egoismo, tale nobile proposito.Per ora a dare la propria adesione al progetto, e a dare di conseguenza valore concreto alla biodiversità, sono state la Cia di Politi, l’Assitol, ovvero l’Associazione degli Industriali dell’Olio, e l’Associazione nazionale delle Città dell’Olio. Oltre naturalmente a noi di "Teatro Naturale".Giuseppe Politi, il presidente della Confederazione Italiana degli Agricoltori, è convinto che l'obiettivo di creare nuove occasioni di reddito per le imprese non sia affatto impossibile. "Gli olivicoltori dovranno però restare tali e non trasformarsi in altro", dice. "Al centro deve restare sempre l'agricoltura, e per rafforzare l'impronta agricola occorre mettere in campo tutti gli struenti per aumentare in competitività. La migliore delle strade possibili ce la fornisce la natura speciale del nostro Paese, la sua ricchezza in biodiversità. Però questa non può restare una parola magica senza contenuti. Per questo è necessario - e fondamentale, direi - puntare sulla ricerca, affinché tale valorizzazione non sia solo un vano parlare, ma un agire concreto. Sì, perché finora di biodiversità si è solo detto e scritto, ma senza giungere da nessuna parte. Occorre invece portare a compimento questa idea di una Olivoteca d'Italia, ma con intenzioni buone e non pretestuose. Occorre manifestare perciò una maggiore coesione tra i vari soggetti coinvolti, perché senza un progetto comune non si va da nessuna parte".
Giuseppe Politi
"Per l’Italia - chiude Pasquale Di Lena - la spinta di questo processo appena avviato è fondamentale per il mantenimento di alcuni importanti primati nel campo dell’olivicoltura, che hanno precisi significati come il mantenimento di una coltivazione arborea, che copre oltre un milione di ettari di superficie e impegna una cifra pari di aziende coltivatrici e oltre 5.800 frantoi attivi, a significare un indotto importante per l’economia di molti territori del Sud e nelle Isole maggiori, e, anche, delle aree interne dove l’olivo svolge un ruolo non solo di presenza di attività e di famiglie, ma di salvaguardia paesaggistico – ambientale, dei valori storico-culturali e delle tradizioni, in particolare quelle culinarie". Già, e non solo. Anche perché, avendo perso terreno in competitività, l'unica strada altenativa credibile c'è da ritenere sia senz'altro quella di rilanciarsi attraverso il vasto patrimonio di cultivar che tutto il mopndo ci invidia.Vedremo, vedremo gli sviluppi di questo progetto. L'unica speranza è che di tale idea non si approprino coloro che con i loro errori hanno messo all'angolo il comparto produttivo.
di Maria Carla Squeo 21 Marzo 2009 TN 11 Anno 7

18 marzo 2009

GIU’ LE MANI DALLA TINTILIA

Abbiamo raccolto da più voci alcune notizie, non belle, riguardanti la Tintilia, il vino testimone assoluto del territorio molisano, quello che ha permesso, con il suo rilancio attraverso l’inserimento nella Doc “Molise”, di dare quella identità, che non aveva mai avuto, la vitivinicoltura molisana e, con essa, il suo agroalimentare.
Un duro e paziente lavoro per riportare alla memoria dei molisani, soprattutto delle aree interne, il vino che, proprio qui, nessuno chiamava vino, ma “tentije”, portato avanti prima da qualche pazzo per la propria terra e poi dalla Università, fino alle prime bottiglie della Masseria Di Majo Norante, che hanno saputo suscitare interesse e attenzioni.
Per poco, visto che era rimasto solo qualcuno a coltivare le vigne di Tintilia. Un successo che porta alcuni viticoltori a vinificare in proprio, togliendo però a Di Majo, in mancanza di materia prima, la possibilità di continuare in questo suo pregevole lavoro di promozione.
A Di Majo si sostituiscono giovani produttori, bravi, che iniziano alla grande la loro avventura, grazie anche al fatto di rendere la Tintilia una peculiarità del Molise interno, nel momento in cui non si può coltivare al disotto dei 200 metri s.l.m..
Un fatto importante per ridare un percorso all’agricoltura del Molise interno, espropriata dalle coltivazioni a vantaggio dei seminativi che, nel tempo hanno portato solo frane, e ciò grazie alle politiche di sostegno al reddito da parte della Ue.
È bastato un minimo di notorietà per questo vino per stimolare appetiti da più parti e rendere il percorso irto di pericoli per quello che stava diventando il motore della vitivinicoltura, e non solo, molisana.
Invece di pensare a come costruire e a rafforzare la sua immagine, per esempio lavorando per il suo riconoscimento di Docg., in modo da inserirlo tra il top dell’enologia italiana, formata da 42 eccellenze in assoluto, che il mondo apprezza e conosce, si opera per sfilacciare questa sua immagine, staccandola dalla Doc “Molise” che, non solo non ha un significato di rilievo, ma porta a far svanire l’ottenimento del riconoscimento della Docg di cui si è parlato prima.
Soprattutto quando si viene a sapere che dalla doc “Tintilia del Molise” si possono ottenere altre tipologie di vino come, spumante o frizzante o passito, che, tutti lo sanno, è una bestialità per un grande vino che, rimane tale, ed ha significato, solo se aumenta il suo prestigio e si rafforza nel suo ruolo di testimone del territorio molisano.
Anche la pretesa che la riserva deve avvenire al di sopra dei 400 m s.l.m. è una banalità, che nessun tecnico può giustificare, ma che fa ridere a pensare che è espressa da quei pochi che hanno le vigne a queste altitudini.
Per l’amore e la passione dimostrati in 20 anni e più di impegno per questo vino, abbiamo il diritto di gridare a chi fa finta di non capire “giù le mani dalla Tintilia”, non te ne impicciare perché è troppo importante per il Molise, il suo territorio, la sua agricoltura, la immagine che può continuare a dare.
E poi smettiamola, una volta per sempre, di trasformare le nostre preziosità in culi di bottiglie che sono da buttare; di farci male da soli, casomai per invidia o per far dispetto a qualcuno oggetto dei nostri pregiudizi.
Bisogna ragionare con uno sguardo al mondo ed al mercato, alla nostra realtà e alle nostre opportunità, nel rispetto, oltretutto, delle regole imposte dalla legge 164 sulle denominazioni di origine, che vuole, non a caso, che il riconoscimento di un vino sia il frutto di una volontà del territorio di origine, un bene pubblico, quindi, e non di uno o più privati.
E la Tintilia, il vino, è un grande, assoluto patrimonio di tutti i molisani.
Pasquale Di lena

n.70 - VIAGRA

Oggi si è scoperto che Umberto Bossi, il capo dei leghisti – sfascisti, ce l’ha duro e, con lui ce l’hanno duro tutti i padani perché usano la pillola blu, volgarmente detta Viagra, ben tre volte in più dei meridionali. Tre volte in più, badate, è solo una media, ma significativa, come ha detto, “Capa”, che sta per Caparini uno dei tanti leghisti pensiero solo perché con la cravatta verde e il fazzoletto verde nel taschino, per dire che quelli del Nord hanno bisogno di stimoli e di supporti per fare la cosa più naturale al mondo, l’amore. Al nord non conoscono il peperoncino, il sedano, il sole, il dialogo, in parole povere “u ggire”, che ti portano a pensare e desiderare e poi a fare. Pensano solo a lavorare, e, lo fanno non tanto per vedere come arrivare a fine mese, ma a come accumulare qualche spicciolo per comprare il Viagra, dalle soluzioni miracolose per chi ha scarsità di fantasia e non sa cos’è l’emozione che solo l’amore ti può dare.È questa la notizia che più ci ha colpito questa domenica che anticipa la primavera, insieme all’altra, riportata dai giornali, di un Franceschini, il capo per caso e per fortuna (visto i guai creati da Veltroni) del Pd, che mette in serio imbarazzo il Berlusconi pensiero e il Berlusconi comunicazione, nel momento in cui fa ironia e prende iniziative che sono di facile interpretazione, anche per quelli che sono soliti arrivare con ritardo, a volte esagerato, alla comprensione di un fatto o di un discorso. Non tanto, vedete, per limiti intellettivi, ma per la massa di pregiudizi che li rende affaticati, pesanti ed a volte anche insopportabili. In pratica all’idea che Berlusconi si è fatta che prenderà il 51% dei consensi alle prossime elezioni, Franceschini ha risposto dicendo che di colpo è diventato non solo umile, ma anche modesto, visto che i sondaggi veri parlano di un pieno quasi totale per lui dei voti degli italiani, ad oggi vicino al 92%, altro che 51%!.. Ad oggi, badate bene, perché fino a giugno, soprattutto se si vanno a spendere i 450/500 milioni di euro per fare votare anche il lunedì, questa percentuale può aumentare, lasciando fuori solo qualcuno che è ancora al servizio del KGB.Da qui l’idea del catto-comunista, ancora Franceschini, di inviare una cartolina a Berlusconi per dire di non farlo, anche perché non si possono lasciare gli italiani con un pieno di Berlusconi e le macchine della polizia con il serbatoio vuoto e con la scusa che, una volta ci vogliono i militari, un’altra volta la polizia di quartiere e poi, ancora dopo, le ronde per mantenere in piedi una idea di fascismo, altrimenti rischia di passare nel dimenticatoio. Franceschini ha convinto anche noi al punto di prendere l’iniziativa di soffiare, a partire da oggi pomeriggio, per diffondere la notizia, visto che i suoi militanti di questa città si devono ancora riprendere dal risveglio improvviso e dalla fatica di portare le bandiere ieri da Larino al Piano San Leonardo.
A proposito del Piano San Leonardo, ieri, dove c’era, per fortuna tanta gente di Larino e non solo, il comitato ancora una volta ha escluso Larino Viva, a dimostrazione che spesso chi predica bene rischia di razzolare male, soprattutto quando all’interno c’è qualche “Antonio Pipì”, che, nella indifferenza generale, ha la faccia tosta di gridare che Larino Viva attacca ogni giorno, via internet, il comitato per screditarlo. Non è così, attacca solo gli Antonio Pipì e quelli che cavalcano la tigre, avendo sottolineato il valore ed il significato del comitato e, ancora ieri, avendo apprezzato l’intervento del giovane che rappresentava l’associazione anima del comitato e dello spirito nuovo di Larino, quando ha detto, con grande capacità di sintesi, indicando il palco che Larino non aveva bisogno della vecchia politica, che ha portato alla triste situazione attuale.Noi, ve lo possiamo giurare, a queste parole abbiamo visto applaudire con forza quelli di Larino Viva. Con forza, ve lo possiamo assicurare.
Ed ora, per chiudere, prima di ascoltare il silenzio che il pranzo della domenica lascia nella piazza, ritorniamo per un attimo a San Pardo e San Primiano, a Parduccio, un tempo, poi Pardino ed a Nanuccio che, nel migliore dei casi, è tornato Primiano, per dire che, un tempo non lontano, le stesse famiglie si dividevano questi due nomi fino a creare due tifoserie in continua tensione. O, anche, rinnovando i due nomi ai soli figli maschi (ci hanno assicurato che mai una donna ha preso il nome di uno o dell’altro, come mai un uomo il nome di Casto o di Firmiano santi anche loro perché martiri), un modo di mettere pace. Noi conosciamo il nonno di un nostro amico, ma non è stato il solo, che ha rinnovato il nome Pardo, spesso legato all’altro nome di santo venerato, Antonio, per il suo primogenito e poi al secondo nato ha dato i nome Nanuccio (Primiano) per non scontentare nessuno.Il nostro amico è il poeta dialettale di cui vi parlavamo ieri che, secondo noi, ha dimostrato di avere un debole per San Primiano, forse perché esso rappresenta quelli che sono capaci di dare la propria vita per un ideale, e, non approfittano della situazione per vivere una notorietà e un rispetto per l’eccesso di un trasporto verso il forestiero che, non si capisce perché, è sempre preferito al paesano.Se è così anche noi diciamo, prima “W San Primiano” e subito dopo “W San Pardo”, entrambi patrimonio di una tensione e di una emozione, simboli di un’appartenenza e di una passione che permette di dire con orgoglio, “e di Larino il popolo…”. W il popolo di Larino che ha la forza di questi due riferimenti per tornare a indicare ad altri la giusta strada e mostrare la propria identità, fatta di storia, cultura, arte, memoria, ambiente, tradizioni. In pratica di territorio.
U faùneie

n. 69 - San Parde e San Premeiane

SAN PARDE ESAN PREMEIANE
E’ passate l’une de nòttea campane sóne e s’devalluneSan Parde à già saletate San Premeianeprime che n’abbracce e pu che na s’trettede mane.Ze so ditte duie paróleveloce velocen’eccòne p’u callen’eccòne p’a s’tanchezzen’eccòne p’u suonnema maggiormènte pe nu delòrenu delòre de spalle pe nu colpe d’areiedurant’a precessiòne.
“A seletudene-à ditte San Premeiane- èna brutt’a bes’tie che nen te fa dermìp’i tropp'a penziere che tì”
“Duorme Nanù - ha respuos’te San Parde- cademane è fes’teè na iernate tos’te se ce s’tà u sòle,comunque te pu recreià pe cuant’a gènte te vé e demes’tràu bbéne,a deveziòne”
“Pe me ?”“Pe te Nanù”“Buonanòtte Pardù.”Encòre n'i capiteca se tu te facive i fatte tiieé te ne s’tive nu paèse tiiea cattédràle mó ze chiàmavea chiése de San Premeiane,a precessione ma facève da suleinvéce de campà nu campesantecóme nu cane sènza nesciune.”
Ci è caduto nelle mani il foglietto che riportava questa poesia in dialetto che, per noi che veniamo dall’Africa, non è stato facile interpretare.Se abbiamo capito bene il poeta, nel suo dialetto larinese, riporta un dialogo tra il patrono del paese, forestiero arrivato da lontano e subito venerato, al punto di essere trasformato in oro ed argento, e Primiano, localmente detto Nanuccio quale diminutivo di Primianuccio. Un larinese che, con i suoi due fratelli, aveva sposato il cristianesimo e, con la fede nel cuore e la palma in mano, non si era fermato di fronte al potere di allora, fatto di uomini sguaiati, dissoluti, amorali, affamati di denaro; figuri che usavano le divinità solo per giustificare la loro avidità e la loro sfrenata lussuria. Come tali in difficoltà di fronte a persone umili, forti della parola del Signore e orgogliosi di aver sposato i valori della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza, del perdono, dell’umiltà, della fratellanza e del rispetto per il proprio simile. Tutt’altro che il potere di allora, che aveva ridotto a schiavitù e chiuso in un carcere l’uomo, il carceriere ancor più del carcerato. Uno squallore, che aveva portato Primiano, Casto e Fimiano a scegliere la strada opposta, quella delle emozioni lasciate dalla parola, dalla natura, dall’amico, dall’amore in senso lato.Qui una parentesi necessaria, perché non si è mai capito come la Chiesa parla di questi tre fratelli, tutt’e tre santi quali primi martiri, e poi uno solo viene ricordato a Larino, con gli altri due dimenticati, addirittura senza volto e come tali esclusi dalla processione della festa del patrono. Chiusa parentesi, con la speranza che qualcuno abbia voglia di riaprirla quanto prima, torniamo al poeta dialettale ed alla poesia dedicata a San Pardo e San Primiano, che racconta il dialogo tra i due nobili personaggi, entrambi venerati a Larino, avvenuto il 25 maggio del 2000, subito dopo la conclusione della processione. Si sente l’aria del padrone che mostra magnanimità e comprensione e di chi, invece, non riesce a tacere la sua amarezza e, perché no, anche un risentimento, minimo ma presente, nei confronti di chi è stato la causa di quell’ isolamento che vive e sopporta con animo cristiano. Ma la sua amarezza vera è nei confronti dei suoi paesani, non tutti per la verità e per fortuna, che hanno mostrato di preferire a lui ed ai suoi fratelli, martiri cristiani, il forestiero venuto da lontano.Tutto qui. La storia, poi, che fosse sua, più che la frase, la imprecazione “gent’a pèsseme de Larine” è stata solo una delle tante infamie, diffusa da abili banditori al servizio di chi lo voleva screditare e metterlo in cattiva luce nei confronti della gente di cui si sentiva parte e amava, Solo una infamia che, però, ha avuto il potere di una vera e propria maledizione, nel momento in cui è passata tra la sua gente, dalla quale aveva ricevuto il dono dei valori, nel momento in cui il potere li calpestava, dando in pasto ai leoni i poveri cristiani.
U faùneie

U PAESE MIIE

U paese miie
è dénd'è nu fuosse
ngòppe nu punie de tèrre
tande da sembrà nu bas’temènte
Èttuórne u Monte, u Mentaròne e Mont'Arcane
tenute rapierte da u Vallòne da Tèrre
che z’éncontre cu Befèrne
Tutt'a nature è chiène de dolcezze
cóme u sanghe di ggènte
che té origene èssaie lendane
cóme u vérde di uelive
che (g)uardene i Triemete, u mare.

U larenese senza uelive
è nu cres’tiane tris’te
chiine de recuorde e de nes’talgie.

U paèse miie
da 'ngòppe u ponte e capabàlle
da i Caselle a Seleciate,
d’a bbeverature e sotte u carcere,
via Cluenzie, a Chiazze, via Leione
dove u suonne nen té penziere
u cellucce nen cante pe isse
ma pe farse sentì;
ogne piatte z'èccónce che l'uòie de uelive
e ce s’tà èncòre u ciucce che raje.

Dove ogni ruoie té nu 'hiate devèrse
cóme u penziere di ggènte.

Recchezze antiche nascoscte
avete che nen so sfrettate
o so repos’te.

U Paèse miie
dove u calle e u fridde
so frutte de staggiòne
cóme a vòrie e u faunie,
sémbre nu uaiò dend'a culle,
nazzecheiate da uelive e cagge,
cèrcuele, ficuere e cacche ulme.



Il poeta descrive il suo paese collocato su un pugno di terra all’interno di un contesto paesaggistico – ambientale di straordinaria dolcezza che paragona all’indole delle persone che hanno radici lontane e poi agli olivi che guardano le isole Tremiti ed il mare.
Il larinese, afferma il poeta, è una persona triste senza gli olivi che, per questa ragione, vorrebbe trovare ovunque lui va.
Poi descrive i vari angoli di questo paese per dire che quì il sonno è tranquillo, gli uccelli cantano per farsi sentire e dove ancora i piatti di una buona cucina vedono l’olio determinante per affermare la bontà.
Le strette viuzze hanno respiri diversi come diversi sono i pensieri dei suoi abitanti. C’è uno ricco patrimonio archeologico che non viene sfruttato e fatto conoscere
Paragona a questo suo paese, larino, ad un bambino che viene cullato dagli alberi che lo circondano nella ripetitività delle stagioni e nell’alternanza dei venti.

IIE VELÉSSE DEVENDA' SINECHE

Iie velésse devendà sineche
pe fà nu menemènte é u puorche
Scine é u puorche
l'anemale che sacrifeche a vita siie
pe fà campà i cres’tiane

U puorche ne canósce a vecchiaie
pecché campe scì e no n'anne
nen té u tiempe d'èttaccarse
u padròne
pecché da nu memènte e n'ate
quis’te u fa fóre
Nen spreche niente
pecché magne tutte e tutte rènne
sfamanne a fame

E' n'anemale sante
che sa sule dà

A nzogne, u larde,
a ventresche,
a nnòje,
a savecicce, u vreccuelare,
a spalle, u presutte, u salame
a sepresciate, i setele, a ventrecine
u sanguenacce, u magnarine

Té sfamave e mèntre té sfamave
te recreiave

Ieve u re da case
prime e dope c'avève campate
ècche pecché da ogne parte
ce velésse
nu menemènte
ca còde érreceleiate
a vócche póche póche raperte
cu musse avezate
cóme e cuande cu rurù, rurù
te velève dice
scine tu, tu, proprie tu.

1978


La voglia di diventare sindaco per rendere omaggio all’animale più generoso per eccellenza, il maiale, un tempo un vero re della casa, in molti luoghi rispettato tanto da girare libero per i paesi ed essere da tutti assistito e curato-
Un omaggio dovuto a chi dava tutto se stesso nel corso di un anno di vita che se con il suo “rù rù”, voleva dire al padrone “si, proprio tu, a pugnalarmi e ad ammazzarmi”.

12 marzo 2009

IL BEL PAESE DOVE IL NO RISUONA

Zacc - Sa solo dir di NO. No a Petruccioli presidente Rai, No all’assegno per i nuovi disoccupati. No ai soldi, risparmiati dalle elezioni, da destinare alla polizia. No a tassare per una volta i ricchi per aiutare i poveri.
Bélina - Chissa cosa riusciranno a inventare questa volta Buonaiuti e Capezzone per dimostrare che non è lui l' uomo dei NO

9 marzo 2009

n.68 - BERLUSCONI NO



Da due giorni il sito di Larino Viva riporta l’articolo di Michele Serra, il direttore dell’inserto satirico de l’Unità, Cuore, che riprende le sceneggiate al quale il telespettatore italiano è costretto ad assistere con i mille e più portavoce di Berlusconi che si danno il cambio nei vari telegiornali. Gasparri, il pensiero; Cicchito, il piduista già socialista lombardiano; Capezzone, che fa rima con c., che di radicale gli è rimasta solo la passione per il nuovo padrone; Bocchino, l’occhialino che arreda la notizia costruita a misura di chi parla senza sapere quello che dice; Quagliarella, anche costui ex radicale e poi periano; il mitico Bonaiuti che suggerisce le battute più insulse a Berlusconi e funge da correttore, e altri ancora che non è il caso qui di elencare. Per non rovinare il pranzo o la cena a chi sta per mangiare, la digestione a chi ha già mangiato e il sonno a chi ha bisogno di riposare in questi momenti pesanti per colpa di chi dice di governare e di una sinistra che, con Veltroni, ha perso il gusto di fare opposizione e di governare.Michele Serra, grande comunicatore, ha analizzato come questa gente è abile a costruire notizie false e, quasi sempre, che infamano l’avversario o, quando proprio sono buoni, che mirano a scaricare sull’avversario le proprie incapacità, le proprie malefatte, come quelle che tendono solo all’inciucio, alla demagogia, alla strumentalizzazione.Come a Larino con la questione dell’ospedale, e non solo, e lo diciamo per confermare una verità che tutto il mondo è paese. Lo diciamo noi che, per natura e per funzioni, siamo costretti a toccare migliaia e migliaia di paesi di questo mondo guastato dall’avidità, per svolgere con un duro lavoro, non ripagato e, il più delle volte, anche maledetto da tutta quella gente che pensa che la vita è un insieme di poltrone, cioè di riposi, ozi, comodità, potere e altro ancora, perché non sa che la vita della vita è l’impollinazione. Come noi venti, questo ruolo lo svolgono gli insetti, non a caso detti “impollinatori”, prima fra tutti, l’ape. A proposito delle api, c’è da segnalare il loro ritorno in massa e ciò deve portare l’uomo distratto dal soldo, a dare un respiro di sollievo, visto che Einstein, il grande fisico tedesco, ha detto che bastano quattro anni senza api per certificare la fine del mondo. Le api sono molto più brave di noi in questo prezioso e vitale lavoro, perché lo fanno con metodo e con grande passione sapendo, anche, che, grazie a questo lavoro, possono donare all’uomo dolcezze, come il miele; salute, come la pappa reale, il polline, la propoli. Noi venti siamo disordinati, arruffoni, spesso improvvisatori, costretti come siamo ad affrontare monti, mari, deserti, laghi, discariche, centrali nucleari, industrie chimiche, termovalorizzatori e a toccare anche delinquenti e criminali. Sì è vero, abbiamo anche noi, in molti casi, e per fortuna, distese di campi e di prati fioriti e popoli operosi e bravi. E’ il mondo nella sua diversità che ci appartiene anche quando non lo amiamo.Ma tornando a Michele Serra ed alla sua corretta analisi riferita alla flotta di portavoce di Berlusconi, ci permettiamo di dire, sapendo di dire la verità, che il partito del No, non è affatto l’opposizione, ma proprio Berlusconi con i suoi No al nuovo segretario del Pd Franceschini, in particolare gli ultimi tre: 1) il No all’assegno ai nuovi disoccupati per non creare disagi che possono portare a tragedie con la perdita di reddito oltre che del lavoro; 2) il No all’accorpamento delle elezioni di giugno, da raccogliere tutte in un giorno, per dare i soldi risparmiati (tanti) alla polizia per nuove assunzioni (visto che con le guardie metropolitane, l’uso dei militari hanno fatto aumentare la delinquenza e la criminalità, e, certamente, le ronde che stanno per votare, non faranno altro che peggiorare la gravità della situazione) e per mettere benzina nelle macchine ferme con i serbatoi svuotati; 3) il No, è solo l’ultimo dei No di Berlusconi è quello riferito alla proposta di una tassa ai ricchi, una volta sola (una specie di 8 per mille), a partire dai Parlamentari (la casta).Tutto per aiutare i poveri a vivere ed a far vivere questo Paese, ormai nelle mani di uno sconsiderato che, invece di parlare di cose serie, racconta barzellette (le più sguaiate), che sono una indecenza per chi deve dare esempi alla comunità e occuparsi del bene comune e non solo degli affari personali. Ma se questo è motivo di reale disagio per un cittadino che pensa ed ha un minimo di valori, come il rispetto dei ruoli, il disagio non trova limiti nel momento in cui ci sono ministri, sottosegretari, padroni, giornalisti e, anche, intellettuali, che ridono senza alcuna vergogna.È ora, per dovere e, anche, per non pensare, di correre in lungo ed in largo per asciugare l’ultima pioggia e vedere come trasportare polline da chi ce l’ha a chi no ce l’ha. Una regola questa della natura che Berlusconi, con tutti i berlusconini, non conoscono e non vogliono conoscere per non perdere ogni possibile occasione di ridurre a poca cosa questo Paese che ha mille potenzialità.
U faùneie







TOTO'

È rimasta famosa la scena in cui Totò veniva preso a schiaffi e non reagiva e a chi gli chiedeva del perché di questa sua indifferenza, rispondeva “ma io mica mi chiamo Pasquale?”
Una scena che, da quando Larino ha riscoperto la passione per il suo ospedale, si va ripetendo con una serie di personaggi che, presi per la giacca alla domanda “ma la colpa della situazione di quasi chiusura dell’ospedale di chi è?” La risposta ricorrente è “ma io mica mi chiamo Pasquale?” Personaggi di spessore come il sindaco, il vicesindaco e qualche altro collaboratore, come l’onorevole, e, anche, come qualche vecchio amministratore trombato insieme a un fascio di vecchi politici in affanno, i consiglieri regionali del territorio e altri ancora. Ognuno con la stessa risposta, quasi concordata, “ma io mica mi chiamo Pasquale?”
Come a voler far credere che la colpa della chiusura dell’ospedale è colpa di Pasquale.
Anzi ci sono alcuni, che, per averne ricevuti troppo nella loro vita, non sopportano gli schiaffi, così, si mettono a gridare per dire apertamente, in apparenza convinti solo per risultare credibili, che la colpa è di Pasquale. E così, “la colpa è di Pasquale” è tutte na vòce decenne, che circola da tempo, più per il Pian S. Leonardo che per il centro storico, e trova il consenso di quelli che hanno la pratica di credere che l’asino vola, ma solo per dare un senso al tempo che passa, inesorabilmente, ora dopo ora.
Quando, ancora questa mattina alle prese con la fredda, terribile tramontana (maiellèse), abbiamo provato a dire “ma non è di Michele Iorio e del suo cattivo governo?” la risposta immediata è stata “è di Pasquale e non si discute, perché è lui che ha suggerito a Iorio come chiudere l’ospedale!” E noi increduli, abbiamo soffiato “Allora Iorio si fa guidare da Pasquale!” E lei con voce tagliente “ma non solo Iorio, amico caro, tutti quelli che ce l’hanno con l’ospedale. e non solo.. .”
“Vuoi dire – abbiamo incalzato – che non c’è solo l’ospedale?”
“C’è l’ospedale – ha proseguito con un sottile filo di voce – è tornata la Fruttagel, domani il rischio è il tribunale.”
Vuoi dire – riprendendo un po’ di fiato - che la colpa è sempre e solo di Pasquale?”
“La colpa, sì – ha ribadito - è sempre e solo di Pasquale”
“Anche – abbiamo chiesto – la possibile scelta del Molise come sito del nucleare?”
A questa nostra domanda un attimo di perplessità, e poi” ma cos’è il nucleare?”
“Il maledetto imbroglio – abbiamo risposto, ricordandoci dell’estate scorsa – denunciato da Pasquale”
Non capisco – ha gridando scappando – cosa stai dicendo e dove vuoi arrivare. Sì anche l’idea del nucleare è colpa di Pasquale”
Toh! A seguire una lunga pernacchia, anzi, “pernacchio”, per citare Totò.
U faùneie

I MANGANELLI DI MANGANELLI

Zacc - La polizia usa i Manganelli contro gli studenti che gridano
" Fuori i fascisti dall' Università"
Bélina - Bisogna avvertire Manganelli che avverta la polizia che sta manganellando la Costituzione

4 marzo 2009

BRAVO PETRAROIA, BRAVO TERZANO

Il sangue frentano, riferito a Terzano che non ha votato con la sua maggioranza, non mente, viene fuori nelle occasioni importanti, quando ci sono da prendere decisioni vitali per il nostro territorio, il nostro Molise.Un esempio per tutti noi, soprattutto per quanti, ultimamente hanno dato la propria adesione al Cosib.Il centro destra, con Iorio che deve recuperare punti nei confronti di Berlusconi, non poteva che respingere l’iscrizione urgente e l’immediata discussione della mozione nel corso della seduta del consiglio regionale di questa mattina, preparata dal consigliere Petraroia, il solo che fa opposizione in Regione.Berlusconi, questo nostro infinito padrone, che ha un debole per i soldi ed il potere (uno più ne ha e più ne vuole), come molti sanno, è indispettito da Iorio dopo la pagina del quotidiano La Repubblica sulla dinastia ben sistemata del nostro governatore, e, prima ancora, la faccenda del buco nero della sanità molisana (Black hole), con decine di indagati felici e contenti, per niente preoccupati; poi la questione del forte indebitamento e, via via dicendo, in un intreccio che non ha soluzioni di continuità.Tutto nella normalità, per noi nessuna meraviglia, visto che le decisioni di rendere il Molise sito di una centrale nucleare e, in subordine, di scorie nucleari, sono state prese da tempo, subito dopo l’insediamento del governo Berlusconi e gli annunci del neo Ministro Scaiola di dieci, venti centrali nucleari (minuti mazzi di asparagi) e poi ancora di Berlusconi, nell’incontro dei grandi della terra, che hanno parlato di un centinaio di centrali nucleari, tanto da portare, non L’Unità, ma il giornale dei padroni, IlSole24Ore, a definire quell’incontro, “l’incontro delle teste vuote”. Se non sbagliamo, si era nel pieno dell’estate, quando sono stati preparati una serie di decreti legge che portavano ad un solo obiettivo: avere le mani libere da decisioni di enti locali, Regioni, per procedere senza intralci, in barba ai principi della Costituzione (non a caso il grande attacco, di qualche settimana fa, come prima grande prova per vedere la reazione) e delle regole democratiche.È la lettura di questi fatti che ci ha portati a porre l’attenzione sulla decisione frettolosa del neo governo Giardino di adesione al Cosib, il Consorzio di gestione del nucleo industriale di Termoli, con la motivazione che bisognava recuperare il tempo perso da 40 anni di autoesclusione da uno strumento che ha dato molto ad altri e poco a Larino e, con l’altra, ancora più banale, che, visto che l’avevano fatto gli altri comuni dell’Unione del Basso Biferno, non era il caso di rimanere isolati. Conoscendo i soggetti protagonisti dell’atto di giunta, in primo luogo il sindaco Giardino ed il suo vice, c’è da credere nella loro buona fede, ma non in quella di Iorio e Vitaliano, che hanno avuto l’ordine di procedere per preparare il terreno, in modo da non avere problemi di insediamento. Tant’è che ancora oggi continuano a dire che l’adesione al Consorzio non comporta la messa a disposizione dei terreni comodi delle Piane di Larino, visto che sarà sempre Larino a decidere della loro destinazione. Ancora una volta ingenui, così come quando si sono fidati di Michele Iorio e della parola data di non toccare l’ospedale o di adoperarsi per risolvere la questione Fruttagel! Si ingenui e creduloni!Sulla base di questi ragionamenti e atteggiamenti, hanno respinto una mozione dell’opposizione che chiedeva solo di soprassedere.Dire, anche in questo caso, che avevamo ragione non è per niente una consolazione, ma motivo di rabbia per la scarsa, o nulla, autonomia decisionale che continua a mostrare la classe dirigente di questa nostra città.Lo dimostra il silenzio di quegli uomini e di quelle forze che si definiscono di opposizione, ma che vivono un sereno rapporto con questa maggioranza così brava ad eseguire gli ordini, vedi quelli che sono stati dati per l’ospedale.Sappiamo bene di risultare antipatici alla maggioranza e a questi signori in costante campagna elettorale, ma la verità è la verità e si sa che fa male a chi ha interesse di non ascoltarla.Di fronte alle notizie ormai certe del governo Berlusconi, poste sotto silenzio dalle sue televisioni, dai suoi giornali e dai suoi giornalisti, almeno fino alle elezioni europee, bisogna agire subito e non dare tregua, anche per scovare e far venire a galla quanti cercano di legarsi a qualche roccia dei bassifondi. L’esempio della Turbogas e l’ambiguità degli amici di De Benedetti tornano in mente in questo momento. Intorno a miliardi e miliardi di euro la tentazione è forte per tutti.Ritornare, per quanto riguarda Larino, di nuovo ad un consiglio comunale monotematico, aperto a tutte le istituzioni ed ai cittadini del Basso Molise, alle forze politiche e sociali, per convincere Giardino e la sua giunta che è meglio soprassedere sulla decisione di adesione al Cosib, ma, anche, per dire ai sindaci dei comuni che vi hanno aderito ultimamente, che è bene un ripensamento sulla loro adesione. I territori di questo nostro Basso Molise e del Molise intero, sono importanti per la nostra principale risorsa, l’agricoltura, e per l’immagine di una realtà che deve giocare le sue carte sul turismo e lo sviluppo locale. E’ l’unica possibilità che ha.Una decisione che serve anche per non diventare complici di chi li ha convinti ad aderire mentendo sulle finalità, che, come è ben chiaro ora, hanno un solo obiettivo: azzerare questa parte del Molise con scelte che servono solo per arricchire i grandi speculatori di cui il governo Berlusconi ha dimostrato di essere portatore.

PER I MIRACOLI CI VOGLIONO LE DONNE

Zacc - Bonanni dice no alla proposta di mandare le donne in pensione a 65 anni
Bélina - Vuoi vedere che ha la moglie impiegata?


2 marzo 2009

IN CADUTA LIBERA

Zacc - Pil, disavanzo, programma di stabilità, deficit…tutto oltre ogni più rosea previsione
Bélina - Tutto precipita...meno l' evasione fiscale