30 aprile 2009

RAGLI E BELATI di Zacc e Bélina

CHE BALLE!
Zacc – la signora ha creduto alla sinistra
Bélina – conosce bene le balle della destra

26 aprile 2009

Agricoltura Moderna - Ecco il progetto "Olivoteca d'Italia"

by pasquale di lena
In Italia abbiamo 224 milioni di alberi di olivo. Patrimonio unico. Sui 12 miliardi di alberi che
danno ambienti e paesaggi spettacolari a questo nostro Paese, sono 224 milioni gli alberi di olivo che ricoprono 1,1 milione di ettari di superficie coltivata a oliveto in Italia. Quattrocento sono levarietà autoctone. Un patrimonio enorme di biodiversità alla base del progetto “Olivoteca
d’Italia”, che sta acquisendo negli ultimi giorni, grazie soprattutto agli organi d’informazione, una sua notorietà. Oltre cento di queste varietà, quindi più del il 25%, sono diffuse in Campania,mentre nel Molise sono 18 le varietà autoctone classificate, con la “Gentile di Larino” che domina su tutte le altre, in quanto a numero di piante coltivate (1 milione sui 3 milioni di quelle che coprono la superficie olivetata della Regione). Un patrimonio unico al mondo, se è vero che la Francia ne ha solo 53, seguita da Portogallo 24, Spagna 20, Croazia 16, Grecia 13, Magreb 39 (Nord africa), l’Asia 66 e l’ America, appena 4. In pratica l’Italia dell’olivo raddoppia il patrimonio di varietà sparse sui vari continenti (233), con 124 di esse dei Paesi, sopra citati, che si affacciano sul Mediterraneo, e 109 accreditate ai rimanenti Paesi del mondo. Sta qui la ragione dei 350 tipi di olio che, ad oggi, il nostro Paese è in grado di porre all’attenzione del consumatore- ricercatore di qualità del mondo. Con l’Italia è il mediterraneo, con le sue 500 e più varietà, il bacino della biodiversità dell’olivo.
Una coltivazione che in Italia dà una produzione media di 6 milioni di quintali di olio, con il Molise che partecipa con poco più di 50 mila quintali, l’1%. Poca cosa sotto l’aspetto della produzione, ma un “poco” che diventa “tanto”, se si tiene conto della qualità degli oli molisani e cosa hanno significato, soprattutto l’olio di Venafro e, poi, quello di Larino, per la storia dell’olio in Italia.
A questo primato della biodiversità c’è da aggiungere quello delle Dop (Denominazioni di origine
protette) e una Igp (Indicazione geografica protetta), bel 37 sulle 98 Dop riconosciute dalla Ue. Per il Molise, la sola Dop “Molise”, che è quella che ancor più qualifica e certifica i nostri oli.
L’olivo è tanta parte del paesaggio agrario italiano (ad eccezione della Valle d’Aosta), soprattutto della fascia appenninica e delle isole, ed è tanta parte di quel tesoro verde rappresentato dagli alberi, in particolare di quelli detti “monumentali” per la loro grandezza e maestosità e per la loro età. I duemila anni dell’olivo di Canneto, a Fara Sabina in provincia di Rieti, raddoppiati dall’olivo di Luras, vicino a Tempio Pausania, in provincia di Sassari, detto olivo di Santu Baltolu, chiamato localmente “Sozzastru”, che si può, a ragione, considerare, con i suoi 4 mila anni di vita, il padre di tutti gli olivi.
Anche nel Molise ci sono numerosi patriarchi da andare a visitare. Alcuni, anche di 700/800 anni, vegeti a Portocannone, grazie all’azione emerita di anni fa del professor Giuseppe Battista di Larino che li ha messi sotto una rigida protezione. Senza tale “salvaguardia” sarebbero già stati divorati dalla speculazione o, anche, dalla stupidità degli uomini, visto che non hanno più rispetto
del tempo e di chi questo tempo riesce ancora a raccontarlo per dare linfa all’identità di un territorio, di una persona, di un popolo.
Anche a Larino ce ne sono esemplari plurisecolari. Ultimamente ne abbiamo trovati alcuni, davvero maestosi, nell’oliveto della famiglia Di Palma, lungo la Bifernina, dopo il ponte dello sceriffo.
Si sa che l’olivo, con il suo olio, vuol dire bontà della cucina, salute, benessere, ma, anche, paesaggio, ambiente, storia, cultura, e, perché no, memoria. In pratica territorio.
L’Olivoteca d’Italia, progettata quale scrigno che rappresenta queste peculiarità dell’olivo e del suo olio, una volta realizzata, servirà a raccogliere questo patrimonio unico di biodiversità per salvaguardarlo e tutelarlo ed a dare ai nostri deliziosi oli extravergini di oliva un’immagine vincente, in modo da renderli competitivi sui mercati.
Essa ha, anche, il significato di una dedica doverosa al re degli alberi ed a quel mondo dei produttori e degli altri operatori della filiera che, anche di fronte a crisi pesanti, continuano a produrre per l’amore grande che vivono per questa preziosa pianta.

20 aprile 2009

Bélina a Zacc: TU VU FA NAPULITANE


Bélina- So che tu preferisci fare il Presidente della Repubblica perché sei un tifoso di Napolitano: vicino al popolo, serio, saggio, colto, a modo, persona gentile, affabile, umana, disinteressata, al disopra delle parti, Stato, vicino alla gente, per niente banale e meno che mai volgare. Uno che non sa raccontare le barzellette, non sa cantare, che non ha la capacità di provocare una regina e di farla sbottare per il troppo fastidio, come di chi ha intorno a sé un moscone. Uno che ha il rispetto delle regole e, soprattutto, della magistratura; non si lascia ricattare; pensa al bene comune e non agli affari; non sa cos’è la demagogia e nemmeno che cosa vuol dire approfittare dei disagi della gente per fare campagna elettorale. Un signore, un vero signore; una persona per bene che non ha né una radio, né una televisione e, neanche, un giornale. In pratica non è accompagnato né da un codazzo di giornalisti alla Giordano e né da portavoce alla Bocchino, Gasparri, Capezzone o quell’altro di cui non mi ricordo mai il nome.
Zacc – Fede?
Bélina- non è Fede, quello è un caso umano tutto da studiare, come l’emaciato Bondi, che sembra vada in giro portandosi dietro sempre una colica di fegato o renale. E non è neanche Puiatti, il traslato. Neanche il piduista Cicchito.
Uno che vive la sua vita per servire e mettere le pezze al suo padrone non è un nome che merita di essere ricordato
Insomma se tu vuoi fare Napolitano, nessun problema, io faccio il Presidente del Consiglio o, se vuoi, il padrone delle televisioni. Ho bisogno di uscire un po’ da questo mio ruolo di dover sopportare tutto e tutti solo perché pecora. Basta! Voglio essere aggressiva, trasgressiva, scherzosa, provare l’emozione di vivere in ville e palazzi e scappare per fare più di una scappatella in Abruzzo, tra brava gente e godere aria pura. E’ tempo di rimboccarsi le maniche, di smetterla di pensare alle responsabilità, alle regole. Ora c’è da pensare alla ricostruzione di un potere di affaristi che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli, per fare delle frane e dei terremoti una vera, grande emozione.


D'ACCORDO CON LA PROPOSTA DI RIPARTIRE DALL'AGRICOLTURA PER RILANCIARE IL MOLISE E DARE AD ESSO UN FUTURO

by Pasquale Di Lena
Ecco perché non ha significato oggi l’adesione al Cosib, che, per sua natura, opera per sottrarre terreno fertile all’agricoltura. La situazione, per fortuna non compromessa, di Larino e di altri comuni del circondario, è una straordinaria opportunità per avviare un nuovo tipo di sviluppo che la crisi impone e per evitare i rischi che il territorio diventi la pattumiera dei rifiuti, materiali e. ancor più, culturali.
Larino con il suo territorio e la ricerca perenne di una identità; l’area del cratere e lo stato di abbandono e di invecchiamento; i Comuni del Basso Molise, ancora caratterizzati da una forte ruralità, devono trovare il tempo e la voglia di fermarsi per fare una riflessione sul proprio futuro. E’ la crisi che, oggi, con la fine degli assistenzialismi e degli sprechi, lo impone insieme al bisogno di trovare nelle risorse che uno ha, la possibilità di investire, per assicurare alle nuove generazioni un futuro fatto di certezze e non di promesse e illusioni.In questo senso la risposta di pensare ad un Distretto Agroalimentare, data dai giovani di Larinascita all’invito che Larino Viva ha rivolto alle associazioni ed alle forze politiche di centro sinistra, di un impegno per ragionare insieme e trovare soluzioni alternative alla scelta dell’amministrazione Giardino di adesione al Cosib, ha trovato una pronta adesione. Essa va al di là delle iniziative da prendere per evitare i rischi che comporta la decisione presa da Giardino e dalla sua amministrazione, con una adesione, come si sa, frettolosa, per niente riflettuta, imposta dalla “filiera” amministrativa e politica, più volte pubblicizzata. Una adesione che contrasta con gli annunci di risoluzione dell’annosa vicenda Pip, anzi, puzza lontano un miglio la voglia di coinvolgere la nostra città sul percorso di uno sviluppo che, qui nel Molise, come altrove, in Italia e nel mondo, sta preoccupando proprio perché ha fallito e non si trova, per una carenza di programmazione e di progettualità, una soluzione. L’unica possibile, di certo, è l’agricoltura, il settore primario per lungo tempo messo da parte dalla cultura, dalla politica e dello stesso immaginario collettivo. Dopo aver predicato per anni la sua centralità e la sua attualità, oggi è la crisi che rivaluta l’agricoltura e che porta a darci ragione e a dar ragione ai giovani de Larinascita che, con l’idea del Distretto Agroalimentare, fanno capire che stanno pensando seriamente al rilancio della nostra città e del suo territorio.Questa proposta di Larinascita e la iniziativa di Larino Viva, rappresentano il fatto nuovo che tocca in profondità la politica larinese, per lungo tempo appiattita intorno a personaggi ed a prassi che hanno dato solo spazio a parassiti del consociativismo, il male endemico di questa città.Una novità che dev’essere portata all’attenzione dei larinesi, soprattutto dei giovani, per dare spazio a confronti ed approfondimenti, iniziative tese a coinvolgere e a rendere protagonisti quanti hanno bisogno di aria nuova e vogliono costruire il proprio futuro, sapendo che la eredità che stanno lasciando le precedenti generazioni è un pacchetto di debiti e di disastri. Ma se l’obiettivo è quello di costruire nuovi percorsi, bisogna avere la consapevolezza che il vecchio opporrà una resistenza feroce perché il nuovo venga bloccato e si trasformi in un fuoco di paglia. Lo farà usando tutti i mezzi possibili a sua disposizione, soprattutto la controinformazione, il ricatto e la bugia, in modo da screditare da subito le due associazioni che si son fatte carico della iniziativa e le altre che vorranno far propria la proposta dell’agroalimentare e della salvaguardia e tutela del territorio, insieme ai partiti del centro sinistra che, sere fa, hanno partecipato al’incontro promosso da Larino Viva. Ci hanno provato con Larino Viva in tutte le maniere e non ce l’hanno fatto per la semplice ragione che Larino viva non ha navigato a vista, ma con in mano la bussola della riflessione e della proposta. In pratica l’impostazione di una strategia che, alla lunga, le ha dato ragione.Ma ciò non basta. Per ribaltare un tipo di sviluppo e rendere accettabile un altro tipo al suo posto, c’è bisogno del coinvolgimento delle istituzioni e delle forze sociali, dei cittadini degli altri comuni, cioè della costruzione di una rete che faccia sua e renda produttiva la scelta di ripartire da dove ci siamo fermati per dare senso al discorso e alla nostra identità.
Pasquale Di Lena

19 aprile 2009

RAGLI E BELATI di Zacc e Bélina

PROPRIETA’ INDIVISA
Zacc – ha ragione Franceschini, non si decidono le nomine alla Rai a casa di Berlusconi
Bélina – ma se ne è il padrone perché non può farlo?
IL DNA DEL PIAZZISTA
Zacc - Nella capatina che ha fatto ieri ha detto “non è nel mio dna cercare le responsabilità”
Bélina - Per forza, sa che è solo pieno di bugie e di affarismi!

La Germania del vino ha il gusto e il colore del Riesling

In vista delle giornate romane previste per l'inizio di maggio, Pasquale Di Lena ci porta idealmente nel territorio della Renania-Palatinato con le sue aree di coltivazione
di Pasquale Di Lena

L’invito a partecipare alle “Giornate del Riesling”, in programma a Roma il 3 e il 4 maggio prossimi, presso il Goethe Institut in via Savoia 4, e dal 3 al 9 maggio in 7 rinomate enoteche di Roma, mi ha riportato alla memoria un lontano viaggio in quell’angolo molto particolare della Germania, attraversato dal Reno e segnato da vigne, poste su ripidi pendii, che danno le uve dorate, soprattutto del Riesling e, anche, del Silvaner. Il programma e tutti i dettagli si trovano sul sito: www.rieslingaroma.com, e qui: link esternoUn angolo reso bello dalla vigna e, per il clima mite, da alberi da frutta del mediterraneo, ma, anche e soprattutto, dalla ospitalità dei vignaioli sempre pronti a invitarti con il franco sorriso a entrare in casa per bere un bicchiere del loro Riesling. Il vino, orgoglio del suo produttore, è maestro nell’arte della ospitalità e dell’amicizia, del dialogo. Sta qui la sua profonda attualità in un mondo che ha perso il gusto del dialogo, della parola, della stretta di mano e del dono. Ciò vale soprattutto per le nuove generazioni, alle quali, non molto tempo fa, mi sono rivolto con il progetto “Vino e Giovani”, portato avanti dall’Enoteca Italiana di Siena, e l’invito a “bere poco per bere bene” o, se uno vuole, “a bere bene per bere poco”, sapendo che il gusto e il piacere del vino è nella sobrietà e nella sua capacità di socializzare, animando di cultura un incontro. Il bisogno della tavola e della centralità del convivio per abbattere i muri della diffidenza, dell’impoverimento culturale, della routine.In questi brevi richiami sta il ricordo, impresso nella memoria, di quella ospitalità e del territorio che la esprimeva, con i suoi paesaggi e i suoi ambienti particolari.Il territorio della Renania-Palatinato (Rheinland-Pfalz) e le sue sei aree di coltivazione, a partire dalla Pfalz (Palatinato), una sottile striscia lunga 70 Km, che si estende tra il Rheinhessen a nord e Schweigen, vicino alla frontiera francese, a sud, con 23.000 ettari di vigne, di cui 5.250 di Riesling. L’area, attraversata dalla prima strada al mondo del vino la “Deutsche Weinstrasse”, ha il clima particolarmente mite, grazie al quale crescono anche alberi di mandorle e fichi, e paesaggi segnati da dolci colline. Si produce un Riesling che impressiona per l’aroma fruttato unito ad una forte consistenza inaspettata ed una delicata asprezza. E’ quella da me visitata in compagnia del prof. Rappl, uno studioso della storia della mezzadria e, come tale, della Toscana; il Rheinhessen, ancora oggi, con i suoi 26.000 ettari di vigne, di cui quasi 4.000 quelli occupati dl vitigno Riesling, risulta la zona vitivinicola più estesa delle altre cinque aree; la Ahr, il nome del fiume che segna quest’area nota come il “paradiso tedesco” del vino rosso, soprattutto Pinot nero, dove il Riesling occupa 50 ettari dei 522 censiti a vigneto; il Mittelrhein, patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco per essere stato considerato uno dei più bei paesaggi a livello europeo, grazie alle sue bellezze territoriali, arricchite di castelli e fortezze. Pochi centinaia di ettari (457, di cui, però, ben 308 di Riesling) e vini di alta qualità apprezzati dagli intenditori, soprattutto per l’acidità espressiva e il fruttato seducente del Riesling, che nell’80% dei casi cresce su terreni ripidissimi; la Mosel (Mosella) e i suoi due affluenti, Saar-Ruwer, sicuramente l’area più conosciuta a livello mondiale per la produzione di Riesling, che, ormai, non produce più solo varietà dolci, ma anche vini secchi dal carattere robusto, secchi fruttati fino ad arrivare a quelli con residuo dolce e, chiudere l’elenco, la Nahe, (4.000 ettari di vitigni, 1.000 di Riesling), in un territorio ricco di paesaggi e di tante varietà di terreno che, con il clima mite, riescono a dare vini di gradevole acidità e di qualità aromatiche diverse. Per chiudere la rappresentazione di questo land che dà il 60% di tutto il Riesling prodotto al mondo, voglio ricordare l’appuntamento del 3 e del 4 maggio a Roma con una serie di seminari, che hanno il compito di illustrare il territorio della Renania-Palatinato e, insieme, la complessità di un vino, il Riesling, prodotto con quella che viene considerata, soprattutto dai tedeschi, la regina delle uve bianche, la “Rieslingtraube”, noto da noi come il “Riesling renano” che non è il nostro “Riesling italico”. L’iniziativa trova il patrocinio dell’Ambasciata Tedesca ed è nelle mani capaci di Benigna Mallebrein, una giornalista tedesca della Stampa Estera a Roma. Il 30 di aprile scadono le prenotazioni per chi ha intenzione di partecipare a queste due giornate tutte dedicate al grande vino della Germania.TESTO CORRELATOTutto pronto per le Giornate del Rieslinglink esterno
di Pasquale Di Lena 18 Aprile 2009 TN 15 Anno 7

18 aprile 2009

Leggendo qua e la' n. 79 - ALTRO CHE ADESIONE AL COSIB!


BISOGNA FERMARE LA URBANIZZAZIONE PER SALVARE L’ AGRICOLTURA SE SI VUOLE ASSICURARE UN FUTURO AI GIOVANI
Negli ultimi 25 anni all’agricoltura italiana, riporta una indagine di Agriturist (associazione della Confagricoltura), sono stati sottratti dall’urbanizzazione tre milioni e mezzo di ettari, edificando soprattutto sui terreni migliori, vicini alle città, alle principali vie di comunicazione, alle località turistiche.Un dato che deve portare a riflettere, visto che sono davvero seri i pericoli che attiva questo processo costante di urbanizzazione, per trovare il coraggio di bloccarlo perché non è più sostenibile.Basta guardare dall’alto del Monte Arone, la fine dei terreni che vanno oltre le Piane di Larino; pensare un attimo al territorio di Termoli o di Campobasso, ormai completamente urbanizzato da politiche speculative e da scelte scellerate, come quelle delle costruzioni in piccole aree e dello sviluppo di quartieri o di case a macchia di leopardo.Terreni sottratti al pomodoro, al grano, alla vite ed all’olivo e destinati a grandi centri commerciali e infrastrutture varie, che stanno limitando, in modo progressivo, le potenzialità produttive della nostra agricoltura e portando alla crisi, senza ritorno, le aziende coltivatrici. Una crisi che è alla base dello spopolamento delle campagne, con la perdita di una professionalità che neanche un corso lungo di formazione professionale ha la possibilità di creare o a recuperare. C’è di più, la cementificazione selvaggia, che distrugge in modo definitivo il terreno agricolo, arreca danni enormi all’ambiente ed al paesaggio.Altro che prodotti tipici, eccellenze agroalimentari e sviluppo del turismo!Il processo che è andato avanti e che si vuole accelerare è una limitazione di queste potenzialità, se non la distruzione completa.E questo proprio nel momento in cui cresce il bisogno di cibo e, con esso, quello che fa riferimento ai prodotti di qualità, alle eccellenze; l’agricoltura mostra tutta la sua centralità, soprattutto se si ha ben presente la natura della crisi che sta attraversando il nostro paese e il mondo nel suo complesso. Una crisi che mette in luce uno sviluppo fallimentare che si è fatto forte della cultura che ha abbandonato a se stesse le campagne e il mondo contadino.Una cultura che è alla base dei disagi che viviamo con l’abbandono dei centri storici, la diffusione delle cattedrali nel deserto, l’aumento delle frane, le conseguenze nefaste dei terremoti, che sono lì a contare vittime innocenti, offerte, in mancanza di controllo, in sacrificio alla speculazione.Dire basta a questa cultura e alle politiche ed azioni di sottrazione di terreni alla loro destinazione naturale per renderli base di cementificazione, è una necessità oggettiva.Invece del piano casa di Berlusconi pensare ad una legge che porti a recuperare i centri storici e le aree già urbanizzate, che vincoli i Comuni a valutare la disponibilità delle unità abitative e il reale bisogno di nuova edilizia residenziale. Tutto questo per dire che non ha alcun significato l’adesione del Comune di Larino al Consorzio del Nucleo industriale (Cosib), perché, per le ragioni prima dette, essa apre la strada che porta in direzione opposta alla strada che conviene a Larino prendere, e subito, che è quella che ha come punto di partenza la salvaguardia e tutela del suolo agricolo e, come punto di arrivo, lo sviluppo dell’agrindustria e del turismo. Una scelta fondamentale, ben sapendo che il suolo agricolo non è una risorsa illimitata e, come tale, è un bene prezioso per la collettività, in particolare per i giovani, che devono sapere di averlo per pensare con fiducia al proprio futuro. Una risorsa da gestire con oculatezza e intelligenza soprattutto qui a Larino, per fare, con coraggio quel salto di qualità, di cui ha bisogno questa città per ritornare a segnare, come a cavallo del ‘900, il passo del Molise.
U faùneie






17 aprile 2009

Pasquale di Lena e l'ospedale:intervista pubblicata da Nuovo Molise a firma di Mignogna


- Chiuse le feste di Pasqua si torna alla normalità con una primavera che arriva e se ne scappa, lasciando piogge che hanno caratterizzato i mesi passati. Mesi che hanno visto Larino impegnata nella difesa del suo ospedale e, dopo l’ultima manifestazione, del 14 marzo, cadere nel silenzio un dibattito che ha prodotto la perdita di pezzi dell’ospedale e la paura di una sua chiusura. Quale il tuo giudizio sulla situazione che vive il nostro ospedale?- Una grande preoccupazione per me, soprattutto per il tempo perso che rischia di pesare negativamente sul futuro del Vietri.Si pagheranno gli errori della amministrazione Giardino che si è guardata bene dal prendere iniziative affidandosi, prima alle promesse di Michele Iorio e, poi, quando ha preso atto che le cose stavano andando in una direzione del tutto opposta, quella della chiusura di reparti ( segno di una chiusura definitiva dell’ospedale), ha cavalcato la protesta organizzata dal comitato pro Vietri, nato poco prima di Natale. In pratica, lasciando ad altri la responsabilità, ha fatto un po’ come Ponzio Pilato.
- Perché parli di tempo perso?- Per la semplice ragione che la questione ospedale, nata con il tipo di sviluppo dato negli anni ’60, con la concentrazione in poche realtà e lo spopolamento del resto del Molise, è un nervo aperto da tempo, che la gran parte ha scoperto solo dopo la famosa delibera della Giunta regionale della fine di novembre dello scorso anno. Ricordo anche a te che Larino viva è nata per affermare le primarie e tu ricorderai che la prima questione che, da subito, ha affrontato è stata proprio quella dell’ospedale.Non a caso la pressione, insieme agli altri consiglieri dell’opposizione, di aprire la discussione su questa questione coinvolgendo il consiglio comunale e, non a caso, la stesura di un documento che affronta con una attenta analisi la situazione e dà le indicazioni per una corretta soluzione del problema.
- Quali?- L’accorpamento funzionale dei due ospedali di Larino e di Termoli, sulla base di un rispetto della pari dignità e pari opportunità, per assicurare una risposta forte al bisogno di salute del Basso Molise, che è il territorio penalizzato dalle scelte di Michele Iorio e dalla inerzia di chi rappresenta questo territorio, ai vari livelli istituzionali. La seconda indicazione è quella dell’affidamento ad ognuno dei sei presidi ospedalieri pubblici del Molise, di una eccellenza quale motrice di una sanità che deve capovolgere la filosofia di fondo che l’hanno portata allo spreco enorme di risorse e al fallimento in atto, perché di fallimento si tratta.
- Il Distretto Geriatrico? Ma non è su questa scelta che si è scatenata l’opposizione alla proposta di Larino viva?- L’opposizione che ha visto, non a caso tutti, contro Larino viva, ha una sua motivazione politica e riguarda il ruolo svolto, nel suo poco tempo di vita, dalla nostra associazione culturale, che oggi ha due consiglieri comunali, in particolare quello di rompere il consociativismo che c’è tra le forze politiche, che ha portato a rafforzare un gruppo di potere che tira le fila dall’esterno e decide le sorti della nostra città per soli fini di interesse e, logicamente, di potere. Il problema per questi soggetti non era l’ospedale ma la necessità di isolare e distruggere Larino viva, in modo da non avere più ostacoli sul percorso dell’impoverimento della nostra città. Basta ripercorrere le tappe e guardare le foto scattate per capire questo. Larino viva non si è lasciata intimorire né tantomeno distruggere. Ne riparleremo alla prossima tornata elettorale.
- Ma il distretto geriatrico è stato visto come una contrapposizione al reparto materno infantile e, comunque, un ospizio.- Anche l’arrivo della Maugeri è stato visto come un ospizio da quelli che, nel 1996, hanno respinto il piano sanitario e promosso manifestazioni e, non solo, non hanno mosso un dito contro l’iniziativa della attuale On. De Camillis di cacciare la Maugeri, ma hanno addirittura brindato quando è andata via la istituzione. La verità è che oggi Michele Iorio, in mancanza di proposte serie da parte di chi ha provato ad isolare Larino viva, sta facendo sue le proposte della nostra associazione per Venafro.
- Se puoi essere più chiaro.- Basta leggere la risposta che Iorio ha dato ad una signora di Venafro, riportata da un quotidiano del Molise il 3 di aprile sorso, per capire questo, in particolare quando afferma, dopo aver sottolineato il suo impegno a raggiungere l’obiettivo di una sanità moderna, qualificata e capace di raggiungere, con i suoi servizi tutti i molisani, di voler salvare l’ospedale di Venafro con “l’attivazione di servizi e prestazioni per dare risposte ai bisogni degli anziani e delle loro famiglie….assicurando a questa parte della popolazione assistenza continua e strutture idonee”.
- In pratica ha fatto sue le idee di Larino viva per darle, però, a Venafro. È così?- È così. Se uno dorme o ha come solo interesse, non il futuro dell’ospedale, quello di distruggere Larino viva, mostrando all’esterno divisioni, come quella di negare la parola a chi rappresenta tanta parte di quel 40% dei voti della lista “Uniti per Unire”, lascia campo libero ad una persona scaltra e capace come Michele Iorio di approfittarne. Di un distretto geriatrico ne ha bisogno il Molise e l’ospedale di Larino può trovare solo vantaggi da questa eccellenza. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
- Che fare?- Intanto pretendere l’attivazione dei posti letto della rianimazione e chiudere con la farsa e lo spreco del concorso per gli anestesisti, che stanno creando problemi gravi alle sale operatorie ed a chi ha la responsabilità di operare; dare quanto era stato promesso al nuovo responsabile della ginecologia. Poi andare avanti e vedere come aggirare l’ostacolo della miseria propositiva, trovare altrove le alleanze, sapendo che la questione sanità riguarda l’intero Molise e una politica che vuole una nuova programmazione ed una nuova progettualità, per affermare il diritto alla salute dei molisani e, in particolare, del circondario di Larino e del Basso Molise, che rappresenta il territorio di confine dove, la capacità di fare o di non fare, vuol dire attrazione di utenza verso il Molise o fuga di molisani verso strutture di altre regioni.
- Chiaro. Un ultima domanda, volutamente provocatoria, sapendo che ti ha rovinato un po’ l’esistenza in questi mesi. Ma perché Larino viva, tu, volete chiudere l’ospedale di Larino?- La diffamazione è un’arte in mano a pochi in questa nostra città e rappresenta il segnale, per me preoccupante, della mancanza di una classe dirigente e di una prassi politica che non mi ha mai riguardato, che è quella della promessa del posto e del favore e quella della denigrazione dell’avversario. Una prassi vincente per chi non vuole il bene di questa città, ma solo l’opportunità di continuare a succhiarle il sangue, ripeto, per fini di potere e di interessi personali. Siccome la vita continua io penso che bisogna avere sempre la schiena dritta e dare, con la creatività e la progettualità, risultati e metterli a disposizione dei giovani che sono i veri protagonisti del futuro.

LA FEBBRE DELL'ORO


15 aprile 2009

LA STORIA DELL'ELETTRICITA', DONNA CAROLINA E LA SCOSSA

Se Berardo Mastrogiuseppe non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, ma visto che c’è, è giusto utilizzare il suo lavoro di ricercatore di quelle carte che normalmente vengono buttate nelle discariche da imprese che svuotano gli appartamenti da ristrutturare o bruciate dai discendenti che non hanno il tempo né la voglia di scoprire il proprio passato. È merito suo il recupero di un documento, a firma di Antonio Barretta, scritto agli inizi degli anni ’50, che va sotto il titolo “la mugnaia elettrica”. Il riferimento è a una donna eccezionale, Carolina Colagiovanni sposata Battista, vedova e madre di 11 figli (cinque maschi e sei femmine) , che all’età di 62 anni, ancora si occupava del mulino, azionato da una macchina a vapore, avuto in eredità dopo la morte del marito nel 1876, punto di riferimento dei proprietari e dei contadini del circondario.Donna Carolina, racconta il cronista, era una donna piccola e ossuta, austera e autoritaria, come tutte le donne che si trovano a svolgere gli impegni del marito che non c’è più. I figli maggiori, Antonio e Francesco, l’aiutavano a portare avanti questa attività, insieme al figlio che il marito aveva avuto dalla prima moglie, se non sbagliamo di nome Nicola. Gli altri suoi tre figli, due studiavano, legge e medicina (il futuro Don Beppe) a Napoli e uno ingegneria a Torino, sede del migliore politecnico d’Italia. Le figlie femmine le aveva tutte maritate.Una sera d’inverno, era il 1886, racconta il cronista, davanti all’ampio focolare, i due figli maggiori si erano messi a parlare di elettricità e delle possibilità che essa dava all’uomo di aprire nuove opportunità sulla strada del progresso. Donna Carolina che, fino a quel momento sembrava presa da altre faccende, si rivolse ai figli con una serie di domande e quando capì che l’elemento indispensabile era l’acqua, pensò al fiume Biferno. L’unica preoccupazione il pericolo della scossa.Sembra che Donna Carolina non sia riuscita a dormire la notte, non si sa se per l’idea della bella avventura offerta dalla elettricità o per la scossa e il pericolo di morte. Si sa che il giorno dopo fu lei a riprendere il discorso a tavola e poi, dopo altri giorni di riflessione, a conclusione di un discorso esclamò: “ma perché non facciamo anche noi il mulino elettrico, visto che abbiamo vicino il Biferno, il denaro per costruirlo e voi giovani, fortemente affascinati da questa avventura”?La risposta dei figli fu un abbraccio forte alla madre e la impostazione dei primi programmi per arrivare alla costruzione ed all’avvio della grande impresa. Cosa che avvenne nell’ottobre del 1899, nei pressi della stazione ferroviaria, costruita da poco. Il mulino elettrico a cilindri, dopo la costruzione di un canale artificiale, lungo più di un chilometro sul Biferno, nell’arco di tre anni divenne, con i soldi tutti di Donna Carolina, una realtà che portò l’energia elettrica a Larino ed a Guglionesi , dopo due anni che era stata illuminata Roma e un anno prima di Napoli. In tre anni la realizzazione di un’opera complessa, che è niente se si raffronta al tempo per aprire un ospedale o un’altra opera pubblica. A chi si complimentava con Donna Carolina, lei rispondeva che tutto il merito era dei figli e il giorno della inaugurazione, quando tutti la applaudivano e l’acclamavano, davanti a tutte le autorità, alcune venute appositamente da Roma, disse con un po’ di commozione “ma che sono forse diventata il deputato di Larino”?. La storia della inaugurazione si conclude con l’invito del prefetto “signora tocca a lei abbassare la leva; lei è la madrina di questa bellissima opera civile..” Donna Carolina, ritraendosi per un attimo, rispose “Abbassatela voi. Io ho paura della scossa.”La storia potrebbe finire qui, ma merita qualche considerazione. Stiamo parlando di una donna vedova, madre di 11 figli suoi, più uno ereditato dalle prime nozze del marito, che porta avanti, con successo, una impresa impegnativa. In un periodo in cui le donne erano tutte destinate a diventare mamme se avevano la dote per maritarsi. Una donna che pensa a far studiare i figli ed a maritare le figlie. Si vede la centralità e il ruolo della famiglia e la centralità del focolare, insieme alla tavola, luogo di dialogo e di apprendimento. Una donna che sa che il nuovo è un’affascinate avventura e che, una volta che arriva, può far fuori il vecchio, cioè il suo mulino che rappresenta il futuro dei figli, soprattutto di quelli che devono finire gli studi. La capacità di questa donna di capire il valore del territorio e delle sue risorse, in particolare il fiume con la sua acqua e poi il grano con le sue farine.Una donna che meriterebbe molto di più di queste poche righe, che noi abbiamo avuto modo di raccogliere dalla voce abbastanza sonora di Berardo. Speriamo che qualcuno abbia voglia di pensarci a rimettere in piedi storie di un tempo non lontano, che noi riportiamo a pezzetti, così come le raccogliamo girando per i vicoli stretti di questa città che, ultimamente, mostra una memoria corta, anche quando si rifugia nella storia dei Frentani. Lo fa solo per gloriarsi di un passato lontano e poi non dire niente nel momento in cui questo passato viene abbandonato o deturpato.
U faùneie

QUANDO LARINO (3). IL BISOGNO DI UNA NUOVA SCOSSA

Ci siamo stancati di portare pioggia e freddo. Promettiamo che ci comporteremo meglio da ora in poi. Come si sa noi vento fastidioso, siamo anche dispettoso. Vogliamo riprendere il discorso dell’altro giorno, quando abbiamo parlato di Donna Carolina Battista, la donna che ha portato a luce a Larino e che aveva paura della scossa. Il racconto che abbiamo fatto è stato possibile grazie a un documento che riserva una chicca in premessa, che merita di essere ripreso perché di profonda attualità. È firmato da Antonio Barretta, giornalista del Corriere delle Sera, che qualcuno sostiene essere di Larino. Scritto agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, comincia così “la scienza, la tecnica, la grande industria, le nuove fonti di energia, sono questi i termini del mondo moderno. Ma al centro di tutto questo è sempre l’uomo con i suoi sentimenti, il suo spirito animatore………una donna, una donna modesta e senza erudizione, può avere nel suo spirito un’energia che è superiore a quella elettrica, perché la comanda”.
È vero, perché la comanda e perché, lo diciamo noi, è donna. Noi siamo sempre stati convinti della capacità della donna di decidere, perché quando le è stata data questa possibilità ha dimostrato di essere più capace dell’uomo. In questo senso Larino ha bisogno d giovani e, soprattutto , di tante donne come Donna Carolina per uscire dalla situazione di stallo in cui vive da decenni e ritornare a dettare i ritmi del progresso politico, civile, sociale ed economico del suo territorio, del circondario e del Molise. È una necessità e, onestamente, per tutt’una serie di ragioni, è il solo paese che può avviare questa rivoluzione, visto che sono solo pezze e, spesso, inadeguate, quello che si vogliono utilizzare per un vestito consunto qual è quello rappresentato dal fallimento del tipo di sviluppo che sta impoverendo il Molise sempre più. Il rischio è di un non ritorno, che vuol dire la fine di una Regione che non può reggere, con i processi in atto d spopolamento di 130 paesi a vantaggio di una concentrazione di popolazione nei rimanenti sei. È la fine del Molise, anche perché tutto quello che qui succede dipende dalle risorse pubbliche e dallo spreco delle sue risorse, vedi il territorio e, con il territorio, il grande potenziale dell’agricoltura e della attività ad essa collegate.
Un tema che merita di essere sviluppato con più calma perché fondamentale per l’affermazione che abbiamo fatto poc’anzi. Torniamo a Larino ed al modo di come la introduce Barretta. “una cittadina, più simile a un grosso paese che a una piccola città. Esiste da millenni….più volte distrutta. Dopo ogni distruzione essa è rinata…..” . E’ questa capacità di rinascita che deve convincere i giovani a darsi da fare perché ci sono le basi per ripartire. Non basta, però, crederci, bisogna anche pensare, progettare e creare. Se ci è riuscita Donna Carolina a 62 anni, vedova e con 12 figli da accudire, perché non ci può riuscire un giovane o, meglio, gruppi di giovani? Ma andiamo avanti con la lettura dell’articolo di Barretta per sottolineare una verità che appartiene ai larinesi e cioè “Questa cittadina, si vanta soprattutto di essere più antica di Roma e di aver dato i natali a Cluenzio…che fece parlare Cicerone, il quale la immortalò nel suo “Pro Cluenzio”……..Dal lato storico la cittadina è illustre. Ma oggi è un’altra cosa!........Tra frutteti, campi di grano e di granturco ed altra vegetazione, quel che conta è la ricchezza dei suoi oliveti, tanto folti e vasti da apparire autentici boschi di un bel colore verde argenteo” Lasciamo respirare il nostro autore per sottolineare la attualità di questa analisi riferita alla realtà di fine ‘800, quando “La cittadina produce quanto basta per sé…..tranne che per una buona parte del’olio di oliva, non esporta nulla o quasi nulla dei suoi prodotti agricoli……di conseguenza non è ricca. Direi anzi che è una cittadina povera, di una povertà che ha sempre alimentato l’emigrazione dei suoi lavoratori verso ogni dove” Per continuare, poi, quasi a infierire sui larinesi scrivendo “Ma la cittadina molisana si ripaga di questa sua decorosa povertà, del suo non certo felice destino, rituffandosi pacatamente….. nell’orgoglio dei suoi millenni di storia, che praticamente - si sa – non serve a nulla ( solo se uno si sciacqua solo la bocca senza farla fruttare. ndr) per risollevare le sorti economiche delle collettività. Forse per tutto questo, alita in quella cittadina una certa aria di torpore e di sonnolenza, propizia a non far accadere mai nulla di rimarchevole”. A questo punto, fatta questa premessa, la stoccata finale per dire “Eppure, verso la fine del secolo scorso si verificò laggiù, stranamente un fatto significativo, in conseguenza di un improvviso risveglio dovuto a una privata iniziativa” ed è quella che abbiamo raccontato la volta precedente, la storia bella e significativa di Donna Carolina.
La luce elettrica, che insieme alla scossa, ha portato ricchezza; gli altri mulini e il Pastificio Colagiovanni, che nel 2003 vince la medaglia d’oro alla esposizione di Bruxelles; i quasi 30 frantoi e altre piccole e grandi iniziative tutte collegate alla sua risorsa primaria, l’agricoltura, che cancellano l’immagine di un paese povero, ma ricco di iniziative nel campo agroalimentare e della cultura. Più di cent’anni fa la scossa che portò Larino a vivere meglio di altre realtà tutta la metà del ‘900, caratterizzata da grandi guerre e depressione economica. C’è bisogno di un a nuova scossa e bisogna trovarla in tutto quello che uno ha, l’agroalimentare e le risorse culturali, per avere in mente il futuro e uscire fuori da una situazione fallimentare com’è quella che mostra la crisi attuale.
U faùneie

11 aprile 2009

FOCACCIA BLUES

Sta per uscire il film “Focaccia blues”, il documento fiction “made in Puglia”, che racconta la storia vera di un panettiere, Luca Digesù, di Altamura, che, qualche anno fa, non si è messo paura della calata nel piccolo delizioso centro della Murgia, in provincia di Bari, del colosso della distribuzione dei pasti, Mc Donald’s. Ha sfidato questa potentissima multinazionale del fast food con l’unica arma in suo possesso, l’arte del pane e della focaccia o, se volete, della pizza lievitata e infornata con pomodoro, oli extravergine e profumato origano. Ha vinto costringendo il colosso della ripetitività e della totale mancanza di fantasia a chiudere, cioè a ritirare, come si diceva qualche anno fa, armi e bagagli e ripartire da Altamura con la coda in mezzo alle gambe.La vittoria del fornaio è la vittoria del territorio e della identità che esso esprime nelle persone che hanno il rispetto delle proprie origini con i valori della storia, cultura e tradizioni.Chi ama la propria terra ha dentro di sé questi valori e non è disposto a barattarli con nessun altro, e, soprattutto, a svenderli. Non si lascia incantare e, meno che mai, influenzare, sapendo che farlo vorrebbe dire mettere in discussione la propria identità.Solo chi ama la propria terra ed ha il rispetto pieno della propria identità riesce a prendere dagli altri il meglio espresso da altri territori senza rimanere inquinato, ma solo ammirato. Come dire, sono incantato dai profumi e dai sapori di questo o quel vino o di questo o quell’olio, ma quello che assaporo meglio è la Tintilia o l’olio Gentile di Larino, perché è mio.Il colosso McDonald’s, non si pone questi problemi, pensa solo a come fare soldi e, con i soldi, a distruggere quanti si mettono di traverso sulla sua strada. Tutti, ma non Luca il panettiere di Altamura, che, con la sua determinazione, ha fatto scappare una potenza a livello globale e, con questa sua azione, è riuscito perfino ad ispirare un film, presentato l’altro giorno a Roma da un pugliese doc, il foggiano Renzo Arbore.Il nostro augurio è che questo film abbia successo e il coraggio di Luca Digesù faccia riflettere i più, soprattutto quelli che ogni giorno, in mancanza di rispetto per la propria identità, maltrattano, deturpano, distruggono l’unico vero bene che abbiamo: il territorio.Noi lo speriamo.La notizia ha fatto tornare a galla una riflessione che portiamo avanti da qualche anno, in particolare da quando abbiamo letto che la popolazione mondiale continua a crescere e che, nel 2050, saremo 9 miliardi di persone, di fronte ai 6,8 attuali, e che sarà il terzo mondo ad assorbire in misura preponderante questa crescita. Un dato che pone molte domande (fame, flussi migratori, scambi commerciali, vivibilità, risorse, disponibilità di terra e altre ancora), ma noi proviamo, sulla base di quanto sopra raccontato, a vedere se il cibo sarà sufficiente per tutti e, all’interno della domanda di cibo, quale sarà il ruolo che serve a far svolgere alla nostra agricoltura, visto che agricoltura è cibo, anche se molti, soprattutto i politici e i governi di questo nostro Paese non lo sanno o fanno finta di non sapere.La nostra agricoltura, con la sua naturale vocazione alla produzione di prodotti di qualità, vere e proprie eccellenze enogastronomiche, non è in grado di rispondere alla domanda della quantità posta da un mondo, che già nel 2012 aumenterà di 200 milioni di abitanti e, nel breve tempo di 40 anni, cioè 2050, di altri due miliardi di persone, che hanno bisogno di cibo per mangiare. In pratica di nuove terre da coltivare, nuove tecnologie, centralità dell’agricoltura, governo dei processi produttivi e distributivi e, soprattutto, lotte contro chi vuole continuare ad approfittare di questi bisogni per aumentare i profitti (industria farmaceutica, multinazionali dell’agroalimentare e della distribuzione) e vietare ogni concorrenza. Per esempio le produzioni delle eccellenze e degli alimenti naturali, pur sapendo che così come si presenterà il globo nel futuro, diviso nettamente in due, tra quelli che possono permettersi il lusso delle eccellenze e quelli che si devono accontentare di tutto pur di mangiare, la concorrenza non ha alcuna ragione di essere. Lobby potenti che decidono, da tempo, le sorti del mondo assoldando i governi nazionali e sovranazionali che, sulla base delle loro indicazioni, continuano a impoverire il mondo e a renderlo una discarica di rifiuti difficili da riciclare, pur sapendo che ci sono alternative al petrolio, al nucleare. Spetta a noi, e ad altri Paesi portati a produrre eccellenze, sconfiggere la logica di queste potenze per affermare il ruolo che spetta all’agricoltura e il valore complesso e decisivo del territorio che sta alla base di queste eccellenze. Non ci sono altre possibilità, soprattutto per il nostro Paese, non avendo le caratteristiche di un’agricoltura solo intensiva in grado di produrre quantità per le multinazionali, ma solo quelle di produrre e mettere sul mercato le eccellenze che possono interessare centinaia di milioni di persone, quelle che hanno le possibilità di spendere e acquistare le nostre bontà.Bisogna decidere subito, convinti che questa è l’unica strada possibile per rilanciare la nostra agricoltura e renderla strategica di quel sviluppo diverso di cui ha bisogno il Paese per uscire dalla pesante crisi che lo attanaglia. La centralità dell’agricoltura è fondamentale per lo sviluppo delle eccellenze dell’agroalimentare italiano e serve, soprattutto, al nostro meridione che, per quanto riguarda la qualità e la diversità delle produzioni, è ricco di enormi potenzialità.Una scelta di grande attualità che spetta al governo centrale ed al Ministro dell’Agricoltura, alle Regioni ed alle altre istituzioni, alle organizzazioni del mondo agricolo e imprenditoriale fare, senza ripensamenti, per adattare ad essa le politiche necessarie che servono a cogliere, con successo, gli obiettivi che il futuro del mondo mette a disposizione.
di Pasquale Di Lena 11 Aprile 2009 TN 14 Anno 7
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10 aprile 2009

Un'olivoteca per l'Italia da agrinotizie del 10.04.09

Un'olivoteca per l'Italia
All'insegna della biodiversità, raccoglierà 400 varietà autoctone provenienti da tutto il territorio nazionale

Si chiamerà 'Olivoteca d'Italia' l'azienda che raccoglierà le 400 varietà autoctone di olivo diffuse su tutto il territorio nazionale: un vero e proprio "scrigno delle meraviglie", che raccoglie, custodisce, organizza e presenta l'olivo, con tutte le sue diversità di aspetto, di linguaggio e di caratteri, senza dimenticare il frutto delle sue olive, l'olio.
Presentata ufficialmente a Trieste con il rappresentante dell'Associazione delle Città dell'Olio e il presidente della CIA, Giuseppe Politi, l'iniziativa ha come obiettivo principale quello di raccogliere in un luogo, ancora da decidere, il patrimonio della biodivesità olivicola, che dà al nostro Paese uno dei tanti primati nel campo dell'agroalimentare.
Si tratta, nelle intenzioni del suo creatore Pasquale Di Lena, fondatore e presidente onorario dell'Associazione delle Città dell'Olio, di un progetto ricco di sfaccettature e finalità differenti.
Un sito dove far vivere un oliveto particolare rivolto a più soggetti: dalle scolaresche e maestre della scuole dell'obbligo allo studente e ricercatore universitario, dall'amante del paesaggio al turista, fino al consumatore e amante dell'olio. Un "campo-catalogo" per raccogliere e salvaguardare la biodiversità, in cui ogni ogni varietà racconta la propria storia e quella del territorio di provenienza, senza tralasciare i caratteri dell'olio spremuto dalle olive che produce. Una fattoria didattica che mette a disposizione un libro aperto che parla di olivo e di olio, di ambienti paricolari, con frantoio e laboratori per far capire il percorso dell'olio, dalla pianta alla tavola del ristorante o della casa del consumatore. Un panel test dove è possibile degustare l'olio italiano per eccellenza quale sommatoria di tutte le varietà di olive e, anche, 400 oli monovarietali. Infine, un luogo animato di mille altre iniziative per far vivere una realtà che ci appartiene e che non sempre conosciamo.
L'olivoteca si pone, quindi, come uno strumento che vuole, attraverso le sue iniziative, promuovere e valorizzare il ricco patrimonio della biodiversità, sapendo che è l'unico modo per conservarlo e tutelarlo. Uno strumento non solo di fondamentale importanza ma anche profondamente innovativo, per il suo carattere interattivo che permette di averlo sotto gli occhi e "toccarlo con mano" in ogni sua parte.
E' importante sottolineare che il patrimonio di 400 varietà rappresentate nell'Olivoteca è quasi il doppio di tutte quelle possedute dal resto dei Paesi del mondo, in un quadro di 224 milioni di alberi di olivo che coprono tutte le Regioni (la sola esclusa è la Valle d'Aosta), soprattutto quelle segnate dall'Appennino e le isole, sui 12 miliardi di alberi censiti in Italia.
Questo patrimonio considerevole, che produce già 350 tipologie di olio, offre anche un altro primato: il numero di dop e igp (38 sulle 92 ad oggi riconosciute dall'Ue), fondamentale per misurarsi su un mercato che sempre più competitivo, dove diversità e qualità possono senza dubbio risultare le carte vincenti.

Per ulteriori approfondimenti visita gli approfondimenti:- Un'olivoteca d'Italia per raccogliere e salvaguardare la biodiversità- Il mondo dell'olio cerca nuove strade. Per non soccombere
In redazione: F.B.

terremoto

Non abbiamo niente da dire di fronte ad una tragedia di enormi proporzioni come quella che ha colpito L’Aquila e i paesi dell’epicentro, l’Abruzzo. Perché non abbiamo parole per esprimere tutto il nostro dolore per le vittime, i feriti, i sopravvissuti che oggi hanno bisogno di un pasto per mangiare e di un posto per dormire, dopo aver perso tutto.
Abbiamo ancora nella memoria il senso dell’impotenza di fronte alla furia devastante del terremoto dell’ottobre 2002 e il boato della scossa; il disagio di una vita che diventa altra cosa dopo una esperienza che ti porta a stare lontano dalla tua casa.
Parole, oltretutto, che non servono in questo momento, ma solidarietà, tanta solidarietà che ci spetta esprimere e far esprimere, prendendo noi di Larino viva iniziative adeguate perché si possa dare una mano a chi ora ne ha bisogno.

lettera a Marinelli + articolo

Tutto qui quello che qualche mese fa, saputa la notizia, mi sono permesso di suggerire a te ed al mio caro e fraterno amico Franco Di Nucci. Non ho detto niente all’azienda Marinelli perché volevo lasciare a te la possibilità di parlare e riferire questa mia idea, nel momento in cui trova il tuo entusiasmo. Senza entusiasmo le idee non si realizzano o si realizzano male.

E’ l’entusiasmo che ha creato il successo di Francoforte, avallato anche dai primi riscontri della stampa tedesca presente.

Sono molto contento di aver avuto la possibilità di scambiare due parole nell’occasione del nostro incontro nella Città attraversata dal Meno che ho solo visto dalla finestra al 14° piano dell’albergo.

Ti allego l’articolo inviato alla stampa molisana al momento della lettura della notizia sulla stampa nazionale e ti informo che invierò questa mia e mail, per conoscenza, all’amico Franco, che saluto, per tenerlo aggiornato.

Con affetto e stima
Pasquale



Pasquale Di Lena informa: fonderia Marinelli

La Fonderia Marinelli di Agnone seconda nel libro d’oro delle imprese familiari più antiche al mondo.

DA MILLE ANNI SEMPRE DELLA STESSA FAMIGLIA

In verità eravamo, da sempre, convinti che fosse suo il primato delle imprese familiari più longeve, con i suoi 1008 anni di vita, sempre dei Marinelli.
Risulta solo seconda (prima però in Italia), a pari merito, con una cantina francese ed è preceduta da una famiglia che, dal 718 (milleduecentoannifa!), ha in gestione un albergo termale. Ciò che significa che sta a dimostrare che l’acqua fa bene, come il vino ed il suono delle campane.

Confessiamo la nostra piccola delusione nel leggere la notizia, riportata da quasi tutti i giornali, riguardo alle aziende, guidate dalla stessa famiglia, più antiche del mondo: la Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone non è al primo posto nel mondo, così come andavamo dicendo, da sempre, ai nostri ospiti, soprattutto del mondo, nel raccontare le peculiarità e preziosità del Molise.

Il primato, lo abbiamo appreso ieri, spetta ad un albergo termale giapponese, l’Houshi Onsen, fondato da un monaco buddista nel luogo indicato dal dio del Monte Hakusan, ed è , dal lontanissimo anno 718, sempre nelle mani della stessa famiglia.

La prestigiosa fabbrica delle campane di Agnone, un fiore all’occhiello del Molise, è posizionata sul secondo gradino, a pari merito, con un’altra azienda nata nel lontano anno mille, la cantina Chateau de Goulaine, in Francia, quindi prima in Italia ed in Europa.

Bello questo abbinamento di un vino prestigioso con campane altrettanto prestigiose, elementi entrambi significativi di festa, di gioia! Si, è vero anche che le campane sono annunciazione di morte, come pure è vero che l’abuso del vino non porta a far vivere l’allegria a chi ne approfitta. Ma, volendo rimandare ad altri momenti queste ultime riflessioni che ci mettono, comunque, malinconia, sottolineiamo questo abbinamento, campane-vino, come l’abbinamento dell’allegria, della pace.

A proposito del vino, c’è da dire che, nella lista delle aziende familiari più antiche, ben 13 sono italiane e fra queste ben due quelle del vino: la Barone Ricasoli del 1141, nel suo Castello di Brolio in provincia di Siena, nel cuore del Chianti Classico, che occupa il quarto posto e poi, un po’ più distanziata l’azienda familiare Antinori, che fa vino, in provincia di Firenze, dal 1295.

Di uno dei discendenti degli Antinori, il marchese Piero, si racconta che, non molti anni fa, in una circostanza di presentazione dei vini, c’è stato un riccone americano che gli si è appiccicato e non smetteva di parlare della sua ricchezza e dei beni posseduti, per dimostrare che, solo perché ricco, era qualcuno. A questo signore fastidioso, con la calma che gli viene da tutti riconosciuta, ha detto “guardi , le posso assicurare che l’indirizzo mio e della mia famiglia è in via dei Tornabuoni allo stesso numero dal 1295”. Con questa risposta elegante è riuscito a togliersi di torno lo scocciatore americano che, come la gran parte dei suoi connazionali, non sapeva che senza storia uno non è nessuno, come non è nessuno chi non ha radici.

Sono passati un po’ di anni da quando viene raccontato questo aneddoto. Nel frattempo è spuntato come un fungo Berlusconi che, lo possiamo immaginare, sarà diventato amico del marchese Piero.

Per concludere con questa notizia del libro d’oro delle imprese familiari più antiche del mondo, elenchiamo le altre aziende italiane riportate dalla notizia: la Barovier & Toso di Murano; la fiorentina Torrini che produce gioielli; la Camuffo di Portogruaro che costruisce imbarcazioni; le ceramiche di Grazia Deruta; l’azienda “Pietro Beretta”, che da sempre produce armi in provincia di Brescia.

Una notizia che ci è piaciuto riprendere perché merita ogni considerazione per l’immagine che in questi giorni sta dando al Molise in ogni parte del mondo.
p.di.lena@alice.it

ACQUA BENE COMUNE

Pensiamo a questo problema come al problema dell’oggi e, ancor più, del domani. Pensiamo al Molise, oggi ricco di acque, che domani si può risvegliare come l’Alta val di Taro, citata nell’’articolo, prosciugata da una fabbrica di acque minerali, con le cannelle del paese a secco. Pensiamo a un bene che abbiamo e ci spetta e che l’avidità e la malavagità di chi ci governa, ben condite dal silenzio delle opposizioni, riusciranno a toglierci, risucchiandocela dalle nostre cellule, dallo stomaco, dalla bocca, dalle nostre labbra. Generosi, esseri generosi ai quali è meglio ribellarsi ora, perché domani non sia già tardi e il rischio è di ritrovarsi soffocati da simili regali
Pensiamo al Paese, al Molise, alla nostra Larino ed alla proposta di una nuova tremenda cementificazione del territorio voluta dal governo; alla massa di tecnici che sostano ogni mattina davanti al portone centrale del Palazzo; al sindaco Giardino ed agli amici che l’hanno voluto e sostenuto; al suo vice che è più bugiardo di Berlusconi.
Pensiamo alla svendita del nostro territorio con la iniziativa di richiesta di adesione al nucleo industriale di Termoli, in attesa di mettere in atto gli accordi e le decisioni di fare del nostro territorio una pattumiera di industrie chimiche, centrali o scorie nucleari, inceneritori, dopo le turbogas. Tutte insieme, in modo da non capire chi di questi regali è quello che più ci soffoca.
Dopo aver riflettuto bene su questa ed altre questioni, pensiamo alla eredità che questo governo lascia alle nuove generazioni. Debiti, tanti debiti, con cambiali da pagare che ora chiamano cartolarizzazione, e puzza di merda che ti chiude ai sogni ed alle emozioni.
Dicevamo che bisogna ribellarsi subito prendendo coscienza del problema e porlo all’attenzione degli altri, soprattutto dei giovani.
In questo senso fare del sito un forum aperto per entrare sempre più nel merito di questa ed altre fondamentali questioni che toccano il nostro futuro e, soprattutto, quello delle nuove generazioni.
La redazione di Larino Viva
ACQUA BENE COMUNE: storia, civiltà vita. Intervento di Paolo Rumiz
ACQUA BENE COMUNE: storia, civiltà vitaFacoltà di scienze politiche12 marzo 2009Intervento Paolo Rumiz E' un peccato che non possa parlarvi a voce.Solo a voce avrei potuto comunicarvi l'urgenza, la rabbia e l'indignazione legate al tema primordiale dell'acqua.Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti.Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore.E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest'incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica.Dunque perfetti per accendere anche la vostra.Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere.Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione dei territori e viaggi alle periferie del mondo.All'acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari.Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista.Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell'opposizione.Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto.Gli interessi attorno all'operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure.Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l'assunto.L'Italia non ne sapeva niente.Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me.Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l'ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.Pensiamoci un attimo. I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti.La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee.Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che - stranamente - non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.Televisione, telefonini. I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire.E' così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un'altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio.Un'emergenza così grave che la lingua dell'economia non basta più a descriverla.Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell'Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico."E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l'aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili".Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede.Siamo in guerra. Una guerra contro i territori.In Italia è iniziata la guerra per l'accaparramento delle ultime risorse.Sta già avvenendo: Cementificazione dei parchi naturali..Requisizione delle sorgenti..Privatizzazione dell'acqua pubblica..Discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese.Ritorno al nucleareGrandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitatFiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettricheImpianti eolici che stanno cambiando i connotati all'AppenninoTutto conduce su questa strada:La ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamentoIl fallimento del pubblico e l'invadenza del privatoLa sottrazione delle risorse ai ComuniLo smantellamento della democrazia direttaLa corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperperoLa deregulation legislativaLa crisi della scuola e delle universitàLa visione speculativa e finanziaria dell'economiaE' come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa.Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna.Il "Paese profondo" si è talmente indebolito che oggi l'atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l'Etiopia e poi verso l'Est Europa, può essere rivolto verso l'Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione.E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù centro-africane.Guardate cosa succede con l'eolico.Gli emissari di una multinazionale dell'energia si presentano a un comune di cinquecento-mille abitanti.Offrono centomila euro l'anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani.Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l'illuminazione pubblica e gli impiegati.La Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell'emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli, incapaci di contrattare.Con l'acqua la situazione è ancora più limpida.Vi racconto cose che ho visto personalmente. Qualche scena, capace di illuminare il tutto.Alta Val di Taro.C'è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese - noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato - restano senz'acqua nelle condutture pubbliche.C'è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. "Non abbiate paura - dice - quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi".L'acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L'idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.Recoaro, provincia di Vicenza.Una pattuglia di "tecnici dell'acqua" (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune.Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico.I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l'usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.Castel Juval, in val Venosta.Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell'agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell'acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L'acqua minerale - la notissima acqua propagandata dall'alpinista sud-tirolese - e l'acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch'essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente.Abbiamo rinunciato a considerare l'acqua come pubblico bene.La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale.La grande vittoria del secolo scorso fu l'acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro.Siamo ridiventati portatori d'acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d'acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia.Meno del costo della colla necessaria a fissare l'etichetta.Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto.Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente.Il dossier di un'azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: "facilità di penetrazione, costi d'insediamento minimi, zero conflittualità sociale". Soprattutto, "poche obiezioni ecologiche".Sembra il Congo, invece è Italia.Grazie di avermi ascoltatoPaolo Rumiz[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]Mailing list del comitato"Scienziate e scienziati contro la guerra"scienzaepacenews@liste.scienzaepace.ithttp://liste.scienzaepace.it/mailman/listinfo/scienzaepacenews
Matteo Martinelli altre lettere di Matteo Martinelli
Commenti alla lettera
2009-03-18 19:35:23
anche le parole scritte riescono a creare immagini ...una cruda foto della reltà vista dall'occhio di un umano...specieche rischia l' estinzione.Ricostruire i territori tessendo legami di senso, confronto.solidarietà, condivisione.Riabituamoci a sentir nostri i luoghi di tutti, a prendercene cura,..tutto da capo .... così è la storia ad ogni grande curva...Grazie
-- e.t.
2009-03-18 19:10:47
Complimenti! In un brevissimo spazio si è detto in modo chiaro e lineare l'essenziale del problema.Grazie!
-- fernanda pepe
2009-03-18 17:29:55
Grazie a lei di cuore per questa bellissima lettera.
-- Roberta

GIRANO ANCHE A NOI - qua e là76

Bisogna dire che, fino ad oggi, questa tecnica di comunicazione ha funzionato alla perfezione, al punto tale da fargli guadagnare tre vittorie elettorali. Oramai anche i bambini l’hanno capita: io lancio una cazzata, aspetto qualche ora, al massimo mezza giornata, e poi vado a verificare, con i sondaggi, quali sono state le reazioni. Se la gente – dice il nostro presidente burlone- la cazzata l’ha presa per una cosa seria io la porto avanti con grande determinazione; se, invece, come capita spesso, la prende per tale, allora io dico che non sono stato capito ed è tutta colpa dei giornali e delle televisioni che ce l’hanno con me. I giornali e le televisioni che non sono mie, per la verità, sono talmente poche che non c’è neanche bisogno di ascoltare o di leggere le loro reazioni.
In questo modo con una fava due piccioni: rafforzo l’idea che sono vittima dei soliti giornali comunisti, in particolare L’unità, e dei soliti giornalisti, come Travaglio, Santoro e qualche altro; faccio parlare l’opposizione che così cade nella trappola che mi diverto tutte le volte a tendere, sapendo che alla fine riesce a fare comunicazione gratis per me. Per questo sono andato due volte di persona sul luogo del disastro in Abruzzo per essere al centro della comunicazione di un evento che ha risonanza mondiale (tecnica sperimentata in Molise, in particolare a S.Giuliano, dove sono diventato un padreterno in terra, tant’è che sono stato lì candidato eletto) e, per non avere dubbi, ho detto una cazzata, un semplice “non grazie, non abbiamo bisogno di solidarietà, siamo in grado di fare da soli”. Quando ho verificato che c’è stata una brutta reazione, con molta gente che ha detto, “ma questo è pazzo e, se non è pazzo, è scemo”, allora ho capito che dovevo intervenire subito e dire che sì avevo detto non abbiamo bisogno, ma mi riferivi al momento, ora, in questa fase, ma che dopo l’accettiamo volentieri. In questo modo ho fatto parlare di me due volte, oscurando ogni altra notizia in circolazione, compresa quella della tragedia che continua a elencare i morti.
Ecco perché la gente mi ama, perché lascio sempre uno spiraglio aperto, per cancellare una bugia con una presunta verità o per cancellare una presunta verità con una bugia, alla quale, vi posso assicurare, credo anch’io. In questo senso sono diventato una scuola nazionale, tant’è che i miei collaboratori, vicini e lontani, sono diventati molto bravi e tutti uguali. Se mi posso permettere un po’ di presunzione, in pratica sono riuscito a clonarli senza grandi difficoltà, visto che molti, soprattutto nelle più lontane periferie, sono dei veri maestri, come e, anche, più bravi di me.

Sempre della scuola del presidente, ma che è una scuola vecchia come la vecchia democrazia cristiana, c’è un altro aspetto da prendere in considerazione: quello di non arrivare mai alla soluzione del problema, soprattutto quando sembra la cosa più facile da fare o da dimostrare, ma lasciare aperto il dubbio che la soluzione c’è, ma che poi non c’è; è stata trovata, ma che poi è stata persa, che però si sta lavorando per ritrovarla in modo da far capire che quello che era un fatto dovuto, diventi per grazia ricevuta e merito proprio di chi ha applicato la tecnica che, non sappiamo come chiamarla, se non quella della presa per il culo. Non c’è altra definizione più appropriata.
Guai a dare subito le soluzioni, ripetiamo, soprattutto quando ci sono, perché la gente, in questo caso, la soluzione la considera un fatto dovuto.
Tu ti ammazzi a risolvere un problema che dura da venti o anche trenta e ti aspetti di avere almeno un applauso! Applauso di che. Per aver fatto il tuo dovere? Ma fare il proprio dovere ti spetta e, quindi non c’è applauso. E’ non farlo che porta a creare problemi che poi, dimostrando fatica e abilità condite con mille bugie e promesse, devi dimostrare di aver risolto che merita l’applauso.
Basta vedere cosa è successo dopo il terremoto e l’abuso dell’ex articolo 15, per capire il significato della gratitudine in termini elettorali a Michele Iorio. La stessa cosa succederà per l’ospedale e la sanità molisana. Basta veder cosa sta succedendo in questo momento con la Fruttagel, con gente che si è messa di traverso a livello regionale e con gente, che a Larino ha dormito nel frattempo, che ora va raccontando balle per accreditarsi il merito di un risultato che, si badi bene, sembrava dovuto, scontato. Avrà l’applauso, soprattutto da parte di chi, più di ogni altro, ha patito, nel frattempo, la paura di perdere il posto di lavoro, sul quale c’è da riflettere e ragionare nel momento in cui le cose procederanno nella direzione giusta, cioè quella della soluzione del problema.
E’ la tecnica della promessa elettorale che rende le vittime sostenitrici dei carnefici.
Che fare? Continuare a predicare la verità ed a vedere come fare il proprio dovere, cioè non creare problemi perché con i momenti che corrono la ricerca delle soluzioni diventano solo un ulteriore giramento di palle, anche per noi che abbiamo la nomea, quale vento dispettoso, di farle girare.
U faùneie

IL GRANDE VALORE DELLA BIODIVERSITA’ 75

Risale a qualche giorno fa la lettura di alcuni articoli riportati dall’inserto settimanale “Nòva” del quotidiano IlSole24Ore, riguardanti la biodiversità, la ricchezza in assoluto del genere umano che viene sprecata ogni giorno da una società che ha come motore principale il consumismo.
Un patrimonio irrinunciabile che non si può mettere in discussione, anche perché il giorno in cui uno decide di doverlo recuperare, o solo integrare, i costi per farlo diventano impossibili.
La verità è che ogni giorno che passa perdiamo un po’ di questo patrimonio e di questa perdita nessuno si preoccupa, nessuno piange, soprattutto chi (G 20 o G8) dovrebbe governare per difenderlo. Ma questa è gente che pensa a come dotare il mondo di centrali nucleari e, peggio, di scorie nucleari per non risolvere i problemi, ma per aggravarli, mettendoli tutti sulle spalle delle generazioni future. Ma se chi governa non pensa ad altro, che cosa fa l’opposizione? Perché non prende in mano queste questioni che sono globali e non ne fa la sua bandiera? Perché si lascia trascinare da questioni che non le riguardano, come per esempio le barzellette o le gaffe di un Presidente di un Paese che aveva cultura e dignità da regalare ad altri ed oggi, proprio per colpa di questo presidente, si trova in sofferenza?
Perché non si porta tutti a occuparsi e preoccuparsi della biodiversità, cioè del futuro di questa nostra terra e dei nostri figli? Per esempio, qui, in questo nostro Molise che, dicono, ha il più alto tasso di biodiversità e che questa ricchezza, nel momento in cui non è né conosciuta nè valutata, rischia di essere sprecata stupidamente da gente che non pensa o che non vuole pensare.
Sapendo che, lo diceva Adam Smith nel 1776, “ciò che è indispensabile, per esempio l’acqua o anche, l’aria, non ha un gran valore, mentre attribuiamo un valore grandissimo a ciò che non è necessariamente utile, per esempio i diamanti” Si dà il caso, però, che, oggi, oltre 250 anni dopo, l’economia non sa ancora conteggiare il valore delle risorse naturali.
Intanto la distruzione silenziosa dell’ambiente continua e non disturba nessuno e i costi sono inimmaginabili, da 3 a 5 trilioni di dollari l’anno. E’ nel silenzio che il nostro Pianeta, negli ultimi 300 anni, ha perso il 40% delle sue foreste e, negli ultimi 50 anni, metà delle sue regioni umide.
Con questo passo –dicono gli esperti- la distruzione dell’ambiente rischia di bruciare oltre il 60% del Pil mondiale; di far sparire il 70% delle specie vegetali e oltre 7.000 specie animali e di registrare la perdita del 60% delle barriere coralline a causa dell’inquinamento, della pesca intensiva e cambio delle specie resistenti. In questo modo 60 milioni di persone entro il 2020 saranno costrette ad emigrare dall’Africa Subsahariana verso l’Europa.
Non è una prospettiva bella quella che abbiamo raccontato, riportando i dati di un articolo di Guido Romeo, ma crediamo che come vento che viene dal sud abbiamo il dovere di farlo. Soprattutto per mettere in guardia quanti pensano di poter continuare a vivere con i ritmi e gli sprechi imposti da una società, che ha dimostrato, non da oggi, il suo fallimento e che ha bisogno di progetti, programmi e regole nuove per guardare con fiducia il futuro.

U faùneie

VENDITORE DI FUMO - qua e là 74

Non c’è rimedio alla stupidità e alla malafede, tanto più oggi che, grazie a Berlusconi, chiunque può fare il parlamentare, visto che l’unica prerogativa accettabile è quella che non deve pensare. Chiunque, dicevamo, soubrette, analfabeti, condannati anche per gravi reati, collusi con la criminalità organizzata e altro ancora, purché non si metta a pensare.
Non sappiamo se è stato così per un certo Senatore della Repubblica italiana, quando ha pensato di presentare un emendamento su una legge delega comunitaria che recepiva una norma europea che permette di mettere sul mercato aranciata senza arancia. Un omaggio alle multinazionali che, se lasciate libere di fare, sono capaci di creare cibo senza il bisogno di terra e, quindi, dell’agricoltura. Spesso questo campo libero le potenti multinazionali se lo conquistano mettendo in azione uomini pagati per fare lobby, cioè pressioni sufficienti a convincere politici e/o funzionari di istituzioni ai vari livelli ad accettare soluzioni che servono per fare profitti, non importa se a scapito della salute dei cittadini, di un territorio, di un Paese o di una categoria. Fa parte del gioco del capitalismo che, nonostante abbia mostrato, oggi più che mai, le crepe del proprio fallimento e i danni che ha prodotto e continua a produrre all’insegna del profitto e del denaro, viene sostenuto con tutte le possibili stampelle e da tutte le parti del mondo, per la mancanza di una volontà a cercare alternative. Il tempo perso non fa altro che peggiorare la situazione.
Ma, tornando all’aranciata senza arancia ed all’emendamento che, con l’abrogazione dell’art.1 della legge n°286/61 (la cosiddetta legge salva vitamina C) che impedisce che in Italia si possono produrre aranciate senza almeno il 12% di succo d’arancia, di fatto dà ragione alle multinazionali. L’emendamento è stato presentato da un anonimo senatore, un certo Casoli, che, per le cose che dicevamo all’inizio non poteva non essere che del nuovo partito delle libertà. A questo punto possiamo anche dire, con quasi assoluta certezza, che questo Casoli è uno di quel migliaio di adepti di Berlusconi che domenica scorsa era lì ad applaudire il padre padrone, per la grazia ricevuta di poter sedere su una delle poltrone del Senato per distruggere uno dei fiori all’occhiello dell’agricoltura meridionale e delle nostre eccellenze agroalimentari, gli agrumi, e, con essi, le arance. Possiamo pensare anche che questo senatore Casoli del Pdl è anche meridionale.
Casoli è il segno dei tempi che vede un paese, l’Italia, in mano a cialtroni, capaci di distruggere le nostre risorse più preziose come l’acqua, l’agroalimentare, il territorio, la salute, il patrimonio di biodiversità e altro ancora, solo perché affamati di potere e di soldi.
Per questa gente non serve un vento come noi, neanche una Bora da oltre 100 all’ora, ma solo un tornado perché dai disastri si possa trovare la voglia di rigenerarsi e rigenerare.

Ieri sera ci siamo affacciati alla seduta del Consiglio comunale mentre parlava un signore che ce l’aveva con la poesia e, quindi, con i poeti che fanno solo chiacchiere, diversamente dai tecnici, cioè lui, che fa solo fatti. Fatti come quelli che stanno portando alla chiusura dell’ospedale e alla decisione dell’abbandono del campo da parte di una cooperativa emiliana, la fruttagel, per volute lungaggini burocratiche, in pratica perditempo per costringere l’azienda a fare le valige e lasciare cosi’ la struttura.
Sfogliava fogli e riferiva date di questa o quella lettera, pensando così di convincere i rappresentanti della cooperativa e le maestranze della stessa, che, invitati a parlare, lo hanno disegnato come un venditore di fumo. Gli hanno detto che avevano bisogno di fatti concreti e che lui, il venditore di fumo, già noto come uno che crede alle bugie che riesce a raccontare senza neanche arrossire per la vergogna, doveva spiegare il perché dei silenzi e dei ritardi e, soprattutto, il perché della mancanza di iniziative del Comune nei confronti della Regione per arrivare alla soluzione e cioè al rispetto degli accordi. Quando ha avuto la possibilità di replicare ha continuato a vendere fumo al punto che tutti sono stati costretti ad alzarsi con gli occhi arrossati e andar fuori dalla sala per i colpi di tosse che cominciavano ad arrivare. A questo punto siamo stati costretti a soffiare quel tanto per rinnovare l’aria. Questa nostra iniziativa ha dato coraggio e spazio ad alcuni giovani amministratori che, non si sa da chi influenzati, si sono messi a recitare poesie, anche belle, e a raccontare sogni. Non potevamo non applaudire, anche perché ci hanno fatto capire che questa città, da troppo tempo martoriata da venditori di fumo, ha bisogno di poesie, sogni, cioè di aria pura.
U faàneie

UN ERRORE I RIPENSAMENTI SULLA TINTILIA

by Donato Campolieti
Si è chiusa la 43ª edizione del Vinitaly, la più grande manifestazione fieristica nel campo del vino, e c’è chi comincia a tirare le somme di questi cinque giorni passati a Verona. In particolare i diretti interessati, i produttori, che sono partiti con le giuste speranze e non vogliono rimanere delusi. Con loro le organizzazioni di categoria, le istituzioni che hanno impegnato non poche risorse per questa esposizione internazionale e gli stessi consumatori, che non sempre riescono a capire le mosse del mondo del vino.
Una riflessione più che naturale sulla situazione e, ancor più, sul futuro di un comparto così importante per l’agricoltura nazionale e per quelle di tutte le Regioni italiane, impresse, chi più chi meno, dalla vitivinicoltura.
Un comparto che ha dato segni di grande vitalità, a partire dalla metà degli anni ’80, subito dopo quella tragedia, il metanolo, che per poco non l’ha affossato definitivamente. Si pensi al rilancio del mercato ed alla conquista di fette importanti di questi mercati, in particolare quello degli Stati Uniti; la crescita, nel momento in cui si andava a registrare il calo del numero delle aziende e della superficie vitivinicola, delle imprese di trasformazione (6.000) e, in particolare, la moltiplicazione(30.000) del numero delle aziende imbottigliatrici, a dimostrazione di un comparto giovane, ricco di professionalità ed imprenditorialità, elementi che non bastano mai per vincere la concorrenza sempre più agguerrita che si registra sul mercato globale. Tutto grazie alla crescita della qualità e, con essa, della immagine dei nostri vini, grazie a quel percorso virtuoso delle denominazioni di origine partito nel 1963 con il DPR. 930. Non a caso, oggi, il successo ha portato questi vini, con le 357 Doc e Docg, a occupare il 40% della produzione, riducendo di molto le quantità dei vini da tavola. Una vera e propria rivoluzione che ha interessato anche il nostro Molise che, pur se rappresenta l’1% della produzione nazionale, ha pari importanza per la nostra economia agricola e per l’immagine del nostro territorio.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le aziende imbottigliatrici grazie a tanti giovani che sono andati ad affiancarsi alle poche, ma importanti aziende storiche.
E’ servito molto il riconoscimento della Doc “Molise”, che è andato a rafforzare la vecchia doc “Biferno” e, sembra, a rilanciare anche la Doc “Pentro”, ma, ancor più, è servito il vino “Tintilia”, la sua riscoperta da parte dell’azienda Di Majo Norante che, per prima, l’ha imbottigliato trascinando dietro di sé nuovi produttori. Tintilia, vino del Molise, il testimone del territorio, come abbiamo avuto modo di leggere in un recente articolo firmato da Pasquale Di Lena, , soprattutto delle aree interne che, con questo vino, hanno visto il ritorno dei vigneti, coltura essenziale per le aziende agricole di questi territori che, poi, sono quelle più a rischio per colpa della pesante crisi.
Abbiamo letto l’articolo di Di Lena, colpiti, dal titolo forte “Giù le mani dalla Tintilia”, e, diciamo, subito, che siamo d’accordo con le preoccupazioni espresse da questo esperto che il mondo conosce per la sua serietà e la sua onestà di giudizi. Non serve, in questa fase, sfilacciare l’immagine della Tintilia, ma serve rafforzare il suo ruolo di trascinatore del vino molisano, e non solo, serve, soprattutto, per dare ad essa la possibilità di raggiungere il traguardo della piena affermazione sui mercati, sulla base di una immagine che aveva cominciato solo a fare i primi passi ed aveva bisogno di tempo, molto tempo, per raggiungere l’obiettivo. Avendo l’accortezza di giocare bene sulla qualità e, ancor più, sul rapporto qualità-prezzo, che, nel mercato di oggi, ha un significato per i vini che si vogliono far conoscere, sapendo che hanno tutte le potenzialità per affermarsi sul mercato e entrare con i giusti passi nelle preferenze dei consumatori importanti, sempre che vengano messi nelle condizioni di arrivare sulla tavola del consumatore.
Abbiamo sentito alcuni produttori presenti a Verona parlare del successo, non della Tintilia, ma del passito della Tintilia, cioè di un’altra tipologia di vino che, invece di rafforzare, dimezza l’immagine di questo vino e lo rende meno credibile come testimone. Basta questo perché ognuno rifletta su quello che fa, prima fra tutti i produttori, che, a nostro parere, sbagliano nel momento in cui vanno alla ricerca di scorciatoie, ma anche le istituzioni che devono fare la loro parte, che è quella di accompagnare i produttori e sostenerli, con attente iniziative promozionali, lungo il percorso, che, come prima dicevamo, si presenta non facile. Anche quando si hanno le idee chiare, figuriamoci quando ci sono ripensamenti!
Dino Campolieti
Predidente CIA provinciale di Campobasso

commento del giornalista Eustachio Cazzorla

http://www.eusto.it/joomla_work/index.php
EUSTOPRESENTAZIONE - Ho conosciuto Pasquale Di Lena a "Piacere Molise" a fine ottobre scorso. La conoscevo di fama, come presidente dell'Enoteca italiana di Siena, ma conoscerlo di persona è stato davvero un onore. Mi ha aperto le porte alla vera molisanità, mi ha fatto conoscere un mondo di gusto espugnabile se solo si avesse il tempo per girarlo tutto. I latticini di Agnone, Capracotta, insaccati di giovani intraprendenti, ho assaggiato il rabarbaro, una chicca per chi ha il culto dell'amaro digestivo, senza nulla togliere al buon chinotto molisano e poi vado così a memoria, le dolci ostie di Agnone (non solo campane), tartufi molisani a iosa e la Tintilia. Ne ho bevuta tanta in quei giorni Tintilia, rosso di vigore con contrappunto delicatissimo, non sempre con la carica antocianica che si vorrebbe, dove il fruttato rosso e il floreale è inibito da sentori similspeziati, tipicamente varietali e tipici di un vitigno tutto molisano. Per questo unico. Da trattare con cura, attenzione, spirito d'innovazione quanto basta. Questa la Tintilia che mi ha emozionato, quella che con i tartufi ci va sempre bene, quella grintosa delle Catabbo, il Rotas-Sator di Vincenzo Cianfagna, ma anche la premiata (da Duemilavini 2009) di Cipressi, di D'Uva e poi ancora Flocco. Tintilia in tutte le versioni, che non lascia vie di mezzo (o piace o no). Tintilia di fra i primi ci ha creduto, come ci conferma Di Lena, Di Majo Norante. Tintilia della Valtappino di Campobasso. Tintilia del MOLISE da difendere. Basta leggere il messaggio qui di seguito.MESSAGGIO DA PASQUALE DI LENA - Abbiamo raccolto da più voci alcune notizie, non belle, riguardanti la Tintilia, il vino testimone assoluto del territorio molisano, quello che ha permesso, con il suo rilancio attraverso l'inserimento nella Doc "Molise", di dare quella identità, che non aveva mai avuto, la vitivinicoltura molisana e, con essa, il suo agroalimentare.
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DI LENA PER L’OLIVOTECA NAZIONALE

lettera cantine cipressi

Gent.mo Sig. Di Lena,

con questa e-mail volevamo contraccambiare il Suo saluto e complimentarci per la Sua proposta di un' OLIVOTECA nazionale: condividiamo infatti il pensiero che una simile iniziativa andrà a valorizzare e a tutelare la biodiversità varietale del nostro Paese. Ci auguriamo che questo progetto possa essere apprezzato fino alla fine e che possa essere realizzato.

Volevamo inoltre esprimerLe il nostro pensiero in merito al suo articolo "GIU' LE MANI DALLA TINTILIA" uscito la scorsa settimana.
Crediamo di essere stati sempre corretti con la Sua persona e orgogliosi di avere un corregionale così amante del buon vino, ma questa volta non condividiamo il Suo pensiero e in qualche modo ci sentiamo anche un pò offesi da quanto Lei ha espresso.

Cantine Cipressi, come Lei sa, è un' azienda giovane che però in pochi anni ha raccolto numerose soddisfazioni.
Agli inizi della nostra attività, sapevamo che il cammino sarebbe stato tortuoso ma non speravamo di poter essere così presto orgogliosi dei nostri prodotti. Non stiamo ora a citarLe i vari oscar qualità - prezzo del Gambero Rosso ottenuti dai nostri Rumen e Elkon.
Ciò che ci inorgoglisce maggiormente è l'apprezzamento che la nostra Tintilia Macchiarossa ha riscosso sin dagli esordi della nostra attività: CORONA per tre anni di fila di VINIBUONI D'ITALIA, nonchè menzione speciale "Saranno famosi" tra i vitigni autoctoni nazionali sempre di VINIBUONI D'ITALIA;
unica Tintilia che ha preso i QUATTRO GRAPPOLI nella guida DUEMILA VINI: "Convince nuovamente la Tintilia delle Cantine Cipressi. Iniziammo a crederci sin dalla prima annata prodotta - la 2003- e con questa quarta uscita si conferma ancora una volta vino di ottimo livello e spiccato pregio, al top della produzione regionale. Rosso rubino consistente. Bagaglio olfattivo nobile e ampio; rapisce per profumi di geranio, rosmarino, susina nera e pepe. Sorso caldo ed equilibrato che esprime energia grazie a sapori di spezie ed erbe amare, con trama tannica ben innestata nella massa e buona dose di freschezza. Lungo e saporito".

Anche Veronelli e Luca Maroni si sono espressi sempre con giudizi lusinghieri.
Lo scorso gennaio abbiamo fatto imbarcare alcune pedane di bottiglie alla volta della California e del Canada, ma la nostra Tintilia Macchiarossa riesce a farsi amare anche in Germania, Lussemburgo, Svizzera, Olanda e Brasile.

Tutto questo ci porta a credere di non meritare che il nostro operato sia definito "culi di bottiglie": siamo perfettamente consapevoli di gestire una delle preziosità regionali e naturalmente ci è sempre stata a cuore la sua promozione in qualsiasi campo, persino su i social network, dove i messaggi arrivano più direttamente ai giovani, che più di tutti devono essere avvicinati alle tradizioni e alla storia.

Alla luce di quanto detto, crediamo di non mostrare alcuna sorta di strano appetito se ci siamo fatti promotori di iniziative da lei definite "bestiali" come quelle di ricavare altre tipologie dalla Tintilia: dopo anni di un lungo e attento lavoro, con numerose "prove di botte" e degustazioni, siamo prossimi all'uscita del nostro passito ( per ora definito ancora vino dolce di Tintilia) e noi vorremo augurare a Lei di essere così orgoglioso di un Suo prodotto così come lo siamo noi di questa nuova creatura.
Il nostro passito porta in sé la struttura poderosa del vitigno di origine, i sentori originari della Tintilia e quelli terziari delle barriques e allo stesso tempo una dolcezza lieve, di sicuro non stucchevole: una vera piacevole sorpresa per chiunque abbia avuto l'anteprima di degustarlo.

Siamo seguiti oramai da diversi anni dall'enologo Goffredo Agostini, una persona seria, competente, umile che lavora in silenzio ma che potrebbe vantare le migliori conoscenze in assoluto sul Tintilia, in quanto è stato l'unico enologo in regione a seguire due cantine produttrici di questo vitigno. La sua profonda comprensione del Tintilia ci ha portato ai risultati finora ottenuti e alla realizzazione del nostro passito.

Signor Di Lena, le attuali richieste del mercato sempre più esigenti, obbligano le aziende a creare continuamente nuovi prodotti, e se i nostri tecnici preparati lo reputano possibile, perché non farlo? Non è forse in questo modo che si migliora la visibilità di questo vitigno? Tra l'altro saremo anche uno dei rari passiti rossi nazionali e dunque questo finirà per accrescere la curiosità intorno alla Tintilia.

Crediamo che abbia poco senso puntare al riconoscimento DOCG per la Tintilia, poiché dalla prossima vendemmia il sistema delle DOC e DOCG sarà annullato con l'avvento della nuova normativa, per cui crollerà completamente il concetto della piramide della qualità.

Reputiamo che la vera opportunità che il Molise debba raccogliere sia quella di individuare le zone di elezione per la coltivazione di questo vitigno (zonazione), che metta a confronto i parametri pedoclimatici e vini corrispondenti: solo in questo modo si potranno identificare i comprensori agricoli dove estrinseca al meglio le sue potenzialità qualitative ed evitare di realizzare in regione tante diverse Tintilia che dunque confondono i consumatori. MOLTI GRANDI VINI SI OTTENGONO IN AMBITI TERRITORIALI BEN PRECISI E NON SONO RIPRODUCIBILI ALTROVE : A NOSTRO MODO DI VEDERE LA TINTILIA APPARTIENE PROPRIO A QUESTA CATEGORIA.

Come Lei giustamente dice, Di Majo Norante ha fatto in passato un pregevole lavoro di promozione, ma non si dimentichi che questa opera è stata possibile grazie alla nostra volontà, all'epoca considerata folle, di credere nelle potenzialità di questo vitigno. In qualche modo ci vogliamo considerare i primi che hanno creduto in questo progetto.

Siamo nati con il sogno di vinificare la Tintilia e di recente qualcuno ha definito il nostro Macchiarossa il BAROLO DEL SUD...Dunque non crediamo di meritare la critica di non rispettare la preziosità di questo vitigno né tantomeno reputiamo di essere dei folli se abbiamo realizzato un buon passito.
Forse qualcuno invece ci dovrebbe dare merito per tutto quello che abbiamo fatto, senza darci addosso se dopo una profonda conoscenza delle caratteristiche di questo vitigno decidiamo di realizzare un nuovo prodotto che potrà far parlare del Molise.

Cordiali saluti,

Roberta Luciani
Responsabile Comunicazione e Commercio -Cantine Cipressi

The Italian Oliveteque, a dedication to the king of trees and to its oil

That is a project that will leave its mark. Pasquale di Lena presents here the idea to create a big park that transforms in a museum in the open air. Objective: to protect biodiversity
by Pasquale Di Lena



A big park made up of olive trees; an open air museum about olive trees and oils; a field-catalogue of all the Italian native olive varieties; an educational farm introducing the Italian olive tree products. All the above are the meanings and the roles of the Italian Oliveteque. In this constituent stage, it arises from the agreement among the Farmers Italian Federation, the Oil Industrialists’ Association (Assitol) and the National association of the Oil-cities.This enterprise, bringing to life and presenting an unique heritage of biodiversity, opens new ways for the diffusion of the olive and oil culture, which is very important in creating a new communication and marketing era for olive oil. This is particularly true for the oil in this period of dop, igp and biological cultures, for Italy and for the Mediterranean. As a matter of fact, the Mediterranean countries, cradles of olives and oil, which are the producers of the 90% of world olive oil and the consumers of the 85%, are the most interested in this project. Such countries have the intention to make this initiative the heart and the image of the modern oliveculture, in all its complexity. As example of such a complexity, we can cite the present diffusion of the olive in areas out of the millenarian origin zone, the Mediterranean sea, comprised between 30° and 45° North (and South) of equator. As a matter of fact, nowadays olive is a global, rather than local, tree. This process, which started in the last years, is leaded by the growing interest of the scientific research for olive oil, recognized as a central ingredient for a balanced diet, which means wellbeing and health. In recent years it is becoming the base of the new Mediterranean-like worldwide diet pyramid. Hence, the Oliveteque, with its meaning and its many initiatives, could be a new stimulus for this process, encouraging the use of vegetable oils, and especially olive oils, as diet fats. To date, animal fats constitute the 90% or alimentary fats. As for Italy, the encouraging of this process is pivotal for the preservation of the leader role in many aspects of oliveculture. In particular, Italy is called to preserve its arboreal cultivations, which with over a million hectares surface, a same-number farms and over 5,800 oil mills, has an important role in the economy of many regions of the South and of the big islands (Sardinia and Sicily) of the country. Moreover, it has an important role also for internal regions where olive, together with a strong economic impact, is of primary importance for the preservation of the landscape, in its environmental, historical, folklore and culinary aspects.On the over 12 billions of trees that create spectacular landscapes in our country, 224 millions are olive trees. The latter are composed by the incredible number of 400 native varieties, a huge biodiversity that is the basis of the Oliveteque project. This is a unique heritage in the world, by considering that France has 53 native varieties, Portugal 24, Spain 20, Croatia 16, Greece 13, Maghreb (North Africa) 39, Asia 66 and America 4. So, Italy has a double number of native varieties in respect of the total number all-over the world (233). Of the latter, 124 originate from Mediterranean countries and 109 from the rest of the word.This is the origin of the 350 kinds of olive oils that our country offers to the high-quality olive oil market in the world and of our preeminence in the number of DOP and IGP that the EU recognizes (37 on 98). Together with Italy, the Mediterranean region (with over than 500 native varieties) is the main basin of olive biodiversity. In this perspective, i.e. looking at the Mediterranean basin, the Italian Oliveteque project wants to lead the formation of an international network for the promotion and exploitation of such territories involved in the production of high-quality olive oils. Therefore, the Oliveteque project knows that olive and oil means a high quality cocking, health, wellbeing, but also excellent landscapes, environments, culture and local memory. In brief, territory. So, Oliveteque, for all of us that projected it and for all the partners that jointed us in the project, it is a dedication to the king of trees, to its oil and to all that people that, working at all the levels of the oil production, face these crisis periods with their love for this precious tree.
by Pasquale Di Lena 06 April 2009 TN 3 Year 1