30 settembre 2009


LA CONFUSIONE


Bisogna essere onesti e dire che non è facile orientarsi di questi tempi, neanche per i vènti più navigati. Bisogna avere la consapevolezza del momento e andare avanti senza disperare e senza rimanere più di tanto alla finestra, ma scendere in strada e provare, quanto più possibile, a parlare con gli altri per non perdere il filo del discorso e credere che il cambiamento dipende solamente da uno e, non solo da tutti quelli che provano disagio e vivono con preoccupazione la realtà del momento. Non facile, proprio per niente facile, scrostare la cultura, che nel tempo si è ispessita, promossa con un personaggio particolarmente adatto, Berlusconi, che, così diventa artefice e, insieme, vittima di chi ha generato questo cambiamento, in un Paese strategico per mille ragioni, soffocato da criminalità organizzata, collusioni con i poteri dello Stato, P2 e massonerie varie, comprese quelle che convivono con la Chiesa, insieme a lobby, che, a vario titolo decidono le sorti del popolo italiano.
La confusione che vive l’economia con le bolle finanziarie e il potere (non è una contraddizione) della finanza sulla politica, un fatto, questo sì, che rappresenta il vero pericolo per il futuro di molte democrazie, non danno alla politica il ruolo proprio che le spetta di guidare il mondo.
Una situazione, quella dell’assoggettamento della politica ai poteri finanziari ed economici, prevista con grande preoccupazione dal Presidente degli Stati Uniti, Eisenhower, tanto da inserirla nel suo saluto di commiato alla Nazione, alla fine del suo mandato, raccomandando la classe politica americana, e non solo, a quella del mondo, a non cedere per non dover dichiarare il fallimento della politica, con le conseguenze che, in Italia e nel mondo sono sotto gli occhi di tutti.
La prevaricazione dei poteri forti, il dominio assoluto del denaro, il caos.
Sta qui, a nostro parere, la miseria dei partiti e della politica, il prevalere dei propri interessi di fronte al bene comune, la giungla che si identifica con una grande, media e, anche, piccola città.
Il presidente Obama (abbronzato come la moglie, come si diverte a dire, scioccamente, il vostro premier) ultimamente ci ha meravigliato per ben due volte: quando ha avvertito la finanza a rivedere il proprio comportamento e ha informato che non ci sono più salvataggi facili; quando ha lanciato, insieme al segretario generale dell’Onu, l’allarme ambiente e ha dichiarato il rischio della irreversibilità se non si pone mano a misure urgenti. Due segnali importanti che altri capi di Stato non hanno mai avuto il coraggio di denunciare ed ora, con una dose eccessiva di ipocrisia, fanno finta di seguire. Senza parlare dell’overdose del nostro Presidente del Consiglio che parla, sapendo di mentire, per dimostrare ai suoi colleghi di essere d’accordo con Obama, senza raccontare l’assalto che sta facendo al territorio con tutt’una serie di provvedimenti che danno ragione solo ai suoi amici speculatori ed alla criminalità organizzata; senza neanche pensare di intervenire, con l’urgenza che il caso richiede, per rimuovere le 19 navi piene di rifiuti affossate nei mari della Calabria e altre schifezze ancora; senza neanche raccontare la follia di affidare ai privati la gestione dell’acqua che appartiene ad ognuno di voi come l’aria, i raggi del sole, il chiarore della luna, i vènti, cioè noi che soffiamo soprattutto per permettere la procreazione delle piante.
Su questi problemi, che sono di una pesantezza unica, l’opposizione dorme, presa com’è a continuare a scannarsi al proprio interno, vedi il Pd e le primarie, che, invece di fare pulizia dei dirigenti, ai vari livelli, che si sono divertiti a metterlo in crisi, li ridanno fiato come se non fosse successo niente.
La confusione di uomini piegati a raccogliere la propria miseria, in mancanza di altre risorse da poter utilizzare.
Mentre raccontiamo queste nostre impressioni, vediamo su Rai3 un servizio che mette in luce, attraverso visite sul posto e interviste agli operatori, lo sperpero dei nostri beni culturali (Altilia, Regia di Caserta, Pompei, Pozzuoli, Roma, etc.) tenuti in piedi, in mancanza di risorse, dalla buona volontà e dalla passione degli operatori addetti alla salvaguardia, tutela e valorizzazione di risorse che, quando non rischiano di essere maltrattati, vengono tenuti chiusi.
E poi il vostro presidente ci tiene a voler dimostrare che è un imprenditore che sa come si porta avanti una impresa, pensando, purtroppo, che lo Stato sia la stessa cosa.
E si potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui per rimarcare lo stato di confusione voluta, utile a non capire dove sta andando questo Paese in mano a speculatori e affaristi che, purtroppo, vivono anche del silenzio della opposizione, anche quando, nella maggior parte dei casi, non esprimono complicità. Ma il silenzio, in situazioni come quelle che siete costretti a vivere, è, purtroppo, complicità. E ciò non è comprensibile né accettabile per le cose che dicevamo all’inizio, cioè scendere in strada e parlare per rilanciare le idee, il dialogo e con essi le speranze e i sogni.
U faùneie
27.09.09

RAGLI & BELATI



ASTINENZA
Zacc – tra le tante fesserie e falsità ha detto “vedete il Quirinale non me ne lascia passare una”
Bélina- te lo dicevo che è in crisi di astinenza

INDIGNATI
Zacc – Sono indignati per Annozero
Bélina – Solo? Noi per Porta a Porta; Tg1, Tg2, uno mattina, zapping, le trasmissioni idiote della mattina, di mezzogiorno, pomeriggio e della sera, del……

NON SA
Zacc- “Brunetta non sa di cosa parla” è la risposta dell’Anm
Bélina – purtroppo, poareto! E’ un difetto che si porta dietro sin dalla nascita

28 settembre 2009

RAGLI&BELATI



di Zacc e Bélina


CUCU’
Zacc – in Germania trionfa Angela Merkel
Bélina - Cucù






IL GUERRIERO
Zacc- il ministro La Russa attacca Fini
Bélina- la guerra è la sua passione



PIU’ FEDELI DI FEDE
Zacc - Anche Schifani contro Santoro
Bélina -Per dimostrare che lui è più fedele di Scajola.




I TESTIMONI
Zacc – grande successo di ascolto per Santoro la prima puntata di Annozero
Bélina – per ieri sera deve ringraziare Masi; per la prossima puntata Scajola.

MASIPRO, MASICONTRO
Zacc – Masi è sempre più accanito nella distruzione della televisione pubblica. Sta facendo guerra a Anno zero perché è “una trasmissione politica contro”
Bélina – si è dimenticato di dire che Porta a Porta è a favore

27 settembre 2009

mamma mia quant'è bella questa signora. ed è pure abbronzata.
Uè uagliò, nun fa u sceme, mitte i mmane u poste soie, cheste è muiereme!

26 settembre 2009

Il Molise c'è. E produce un ottimo olio. E non solo

Un molisano doc come Pasquale Di Lena, difende a spada tratta la sua terra, troppo spesso abbinata all'Abruzzo, ignorando invece che dal 1963 il Parlamento italiano ha attribuito il riconoscimento e la dignità di Regione






di Pasquale Di Lena
Solo l’altro giorno sono riuscito ad avere tra le mani la pubblicazione della Bayer L’Ulivo e l’olio, uscita nel mese di maggio di quest’anno e, subito dopo presentata, con una forte eco della stampa, in Puglia. Una collana “Coltura e Cultura”, curata da Renzo Angelini e realizzata, come si legge nella prefazione, per “far conoscere i valori della produzione agroalimentare italiana, della sua storia e degli aspetti legati con il territorio”. Una finalità nobile, encomiabile, che aiuterà sicuramente a far crescere l’immagine di qualità dei nostri territori vocati e il valore delle eccellenze agroalimentari. Un’opera notevole per spessore, temi trattati, foto, davvero interessante e per di più bella. L’abbiamo sfogliata con grande curiosità e interesse e ci siamo complimentati con la impostazione e la suddivisione dei temi trattati, l’ampiezza delle riflessioni, fino a quando non ci siamo soffermati a leggere, con più attenzione, l’aspetto paesaggio, con particolare riferimento al capitolo “Olivo in Abruzzo e Molise”, firmato da quattro autori e che ha visto anche il contributo di un collaboratore esterno. Uno dei miei maestri più amati, il prof. Luciano Mencaraglia, presidente dell’Enoteca italiana nella prima metà degli anni ’80, mi ripeteva spesso che l’uomo affoga sempre in un bicchier d’acqua e a questa saggia riflessione ho pensato, quando ho visto il Molise abbinato all’Abruzzo, come se fossimo ancora prima del 1963, l’anno in cui il Parlamento italiano dà ad esso, con il riconoscimento, la dignità di Regione, per la precisione la ventesima dello Stato italiano in ordine di riconoscimento.Ma non basta. Nelle 10 pagine al Molise viene riservata una colonna, con una sintesi del quadro olivicolo e due righe per ricordare la fama dell’olivo liciniano, così come riportata da Plinio nella sua Naturalis Historia, e chiudere subito il discorso con la frase “che prosperava lungo la fascia appenninica fino a Venafro, di tale pianta si perde successivamente ogni traccia”. Tutto qui il Molise olivicolo, una Regione che ha molto di più da raccontare di altre che occupano capitoli all’interno delle 175 pagine dedicate al paesaggio, sotto ogni aspetto: storia, cultura, paesaggio, ambiente e tradizioni legate all’olivo ed all’olio. Anche in fatto di estensione della coltura e di quantitativi prodotti; biodiversità, con 11 varietà autoctone accertate; qualità dei suoi oli, con una dop “Molise” fra le prime riconosciute e, perfino, in quanto a presenza di olivi ultrasecolari, che si possono trovare un po’ ovunque in questa Regione, che ha il primato della ruralità e della biodiversità vegetale ed animale.Infatti anche nel Molise si trovano olivi di 700/800 anni, vegeti a Portocannone, grazie all’azione emerita, di anni fa, del Prof. Giuseppe Battista che li ha posti sotto una rigida protezione. Ma, ce ne sono altri ancora, non sono questi i soli patriarchi, come correttamente li chiamano in Puglia.Il curatore dell’opera e gli autori del capitolo dedicato all’Abruzzo e Molise non possono ignorare, visto che si parla di ulivo e olio, una realtà che in questo campo dà un suo importante contributo alla ricostruzione della storia dell’olivo in Italia, se si pensa alla fama dell’olio di Venafro, che dura, per la verità, per tutto il periodo aureo di Roma come il migliore e il preferito, soprattutto da Apicio; a quella degli oli della Frentania, soprattutto con la Varietà “Gentile di Larino”, che gli esperti conoscono e apprezzano per le peculiarità organolettiche, note soprattutto agli imbottigliatori liguri che l’hanno sempre preferita. Non possono, volendo tornare ai giorni nostri, non aver sentito parlare dell’Associazione Nazionale delle Città dell’Olio, che ha visto i suoi natali nel Molise e che trova nei comuni molisani la compagine più numerosa da sempre. Che dire poi del ruolo che questa Regione gioca nel campo delle tecnologie con la sua Università e con le sue iniziative, ultima quella del campionato italiano di potatura dell’olivo che si è svolto lo scorso anno a Larino, e il fatto, per niente secondario, che il Molise vanta due campioni italiani e una serie di medaglie, da quando si svolge questo campionato. Non potevo far finta di niente, neanche nascondere questo mio disappunto, soprattutto dopo aver dato alla iniziativa della Bayer ed all’opera un giudizio positivo, pensando al contributo che questa iniziativa culturale può dare alla comunicazione di un prodotto come l’olio che, nonostante il suo riconosciuto valore alimentare e salutistico, stenta a occupare lo spazio adeguato sul mercato e ad avere tutto il riconoscimento che merita da parte del consumatore.Ma non è solo la pubblicazione, sopra ricordata, a dimenticare che il Molise è una Regione, nel momento in cui la riporta abbinata ancora all’Abruzzo, ma anche altre. Nel campo del vino addirittura scompare, visto che spesso, anche da parte di istituzioni ufficiali, viene completamente cancellata. Provate qualche volta a leggere le previsioni della vendemmia che in molti si affrettano a dare e vedrete che non sempre troverete il Molise.Sarà il destino! Se questa nota serve a cambiarlo c’è da rimanere soddisfatti, altrimenti bisogna rassegnarsi e dire che neanche il terremoto del 2002 è riuscito a far capire che il Molise è una Regione.
di Pasquale Di Lena 26 Settembre 2009 TN 33 Anno

OLIO, TESTIMONE E VALORE DI UN TERRITORIO

Tornata Accademia dell’Olivo e dell’Olio
Campobasso 25 settembre 2009 – Università del Molise- Facolta di Agraria

Relazione di Pasquale Di Lena



Voglio iniziare questo intervento con due note di meraviglia riferite a due pubblicazioni:
quella finita di stampare a maggio e presentata in Puglia con una forte eco della stampa, “L’ulivo e l’olio”, edito dalla Bayer, della collana “Coltura e Cultura”, ideata e curata da Renzo Angelini, un’opera omnia, interessante, che, come diceva un mio grande maestro affoga in un bicchiere d’acqua. Nelle 175 pagine dedicate al paesaggio, il Molise è abbinato, con una minuta scheda dell’olivicoltura regionale, all’Abruzzo. come se fossimo ancora prima del 1963. Poi scompare completamente.

L’altra fa riferimento alla Enciclopedia mondiale dell’Olivo e dell’Olio, del Coi, con presentazione dell’allora segretario Luchetti, con un volume pubblicato anni fa, che ho avuto di nuovo tra le mani giorni addietro. Si parla della Spagna e l’autore per poterla definire la sola patria dell’olivo e dell’olio nel mondo, mette in atto una sottile opera di distruzione del paese maggiore concorrente, l’Italia, per citarlo come il luogo dove l’olivo arriva solo nel I° sec. d. C..

L’autore, o il coordinatore editoriale dell’Enciclopedia, non sapeva che Licinio, all’epoca dei Sanniti( iv sec. a. C.), aveva già introdotto, a Venafro, la sua terra alle falde delle Mainarde, l’olivo, sfatando la regola di quanti pensavano che questa pianta cara alla dea Minerva, non poteva crescere lontana più di 40 miglia dal mare;
che a Luras, vicino a Tempio Pausania, in provincia di Sassari, vivono due olivi, uno, quello chiamato localmente “Sozzastru”, che si può, a ragione, considerare, con i suoi 4 mila anni di vita, il padre vivente di tutti gli olivi, né sapeva di quello di 2 mila anni di Canneto, in provincia di Rieti.
Né dei patriarchi pugliesi.

Non aveva mai sentito parlare della Frentania e degli scavi archeologici, avviati da tempo, che hanno messo in luce, soprattutto a partire dal II secolo a.C., la presenza di molte “villae rusticae”, all’interno delle quali si sviluppava un’agricoltura intensiva, ricca, con un sistema di produzione fortemente incentrato su due colture, vino e olio, destinati ai grandi commerci.

Ancora prima , tra il 217 e il 216, Annibale scelse Gerione per il suo accampamento, non a caso, perché qui erano abbondanti e sicuri i rifornimenti.

Sapendo l’importanza degli olivi, in quell’epoca a Cartagine e, sapendo anche, che Annibale fu costretto ad obbligare il suo esercito a piantare olivi, mi è sempre piaciuto pensare che la scelta di Gerione fu determinata dalla presenza di oliveti tutt’intorno oltre che, naturalmente, da motivi tattici e strategici.

Per chiudere questi pochi riferimenti storici, utili a rinfrescare la memoria di chi, in quella enciclopedia, ha trattato il tema della storia dell’olivo, ricordo che nel ’66 a.C., arriva a Larino un grande dell’epoca, rimasto grande anche nella storia, Cicerone, per difendere Cluenzio, un ricco cittadino larinate. Quando l’illustre oratore racconta di questo suo viaggio parla di una città ricca e prestigiosa , con un’agricoltura fiorente e numerose attività commerciali, prima fra tutte quelle dell’olio.

Il valore ed il significato di questa coltivazione sono testimoniati dalla moneta, coniata nella Zecca dell’antica capitale dei Frentani, che riporta Minerva con un ramoscello di olivo.

È da tener presente che il Molise è la terra segnata dalle più antiche strade dell’umanità, quelle verdeggianti battute dai pastori e dagli armenti, i tratturi.
Lungo queste strade, che il Molise ancora conserva per quasi 400 Km, nelle case ancora ospitali si raccolgono i sapori di una cucina fatta di stagioni, di pascoli, di stalle e di orti, che la sapienza delle donne riesce a preparare con pochi ingredienti, esaltati da olio buono.

È l’olio il protagonista della cucina molisana, il condimento principe, a partire dal momento della raccolta, che nel Basso Molise, inizia entro i prossimi dieci giorni, fra mille preoccupazioni e rischi di un forte ridimensionamento della olivicoltura, per la crisi strutturale che colpisce l’agricoltura, e il comparto olivicolo in modo particolare, della quale parleremo subito dopo, anche se, per ragioni di sintesi, faremo solo qualche accenno.

Senza l’olio non sarebbe possibile la bontà delle bontà della cucina marinara, che il Molise prepara con il pescato del suo piccolo mare, il brodetto di Tornola alla termolese

Senz’olio non sarebbe possibile neanche gustare, di questi tempi, quelle triglie uniche “ arracanate”, e, ancora meglio, se queste deliziose triglie vengono fritte in olio extravergine di oliva, che le rende croccanti.

E’ l’olio che permette di gustare, come primi piatti i legumi, in primo luogo i fagioli.

Che dire poi di quel piatto che d’estate permette di mettere, in una padella, a cuocere tutte insieme le abbondanze dell’orto in un mare di olio, ormai già maturo, con il sentore della mandorla dolce che prende il posto del carciofo o del pomodoro acerbo, meno spigoloso nel gusto: la ciabotta o ciambotta o, anche, una ricca insalata a base di lattuga.

Solo alcuni dei tanti piatti che bastano per spiegare la centralità dell’olio, protagonista, anche, delle feste ed delle antiche tradizioni, che qui si conservano in ognuno dei 136 paesi che formano il Molise. Una tra le tante, sicuramente la più importante in quanto a rappresentazione della cultura contadina, la Tavola di S. Giuseppe, il 18 e il 19 marzo, quando le pignatte di terracotta lasciano negli ampi focolari cantare i legumi e poi gustare il piatto della sera, chiamato “a pezzènte” , composto da almeno quattro varietà, tra le quali, la cicerchia, e olio.

La vera tavola viene preparata il giorno dopo, con 13 portate, un numero che si ripete, in ricordo dell’ultima cena, rigorosamente tutte a base di magro, legarsi l’una all’altra, grazie a un filo d’olio.

La natura della Regione, per l’55.3% e più montano e il resto (44,7%) colline, soprattutto alte, con piccolissime pianure (ormai quasi tutte interamente coperte da nuclei industriali), vede lo sviluppo dell’olivicoltura a macchia di leopardo con la fascia collinare, che va dal Trigno al Fortore, a ridosso del mare, a significare la fascia più olivetata, con la Gentile di Larino che fa da padrona, a rappresentare il 25% dell’oliveto regionale, insieme ad altre importanti varietà autoctone, come la Cerasa e la Olivastra di Montenero, molte delle quali sostituite, nel dopoguerra, dal leccino; la Rosciola e la Cellina di Rotello; l’Oliva nera di Colletorto, la Noccioluta di S. Giuliano di Puglia, la San Pardo e la Salegna, ancora di Larino; poi l’area che da Venafro porta ad Isernia, dove domina l’Aurina insieme altre varietà autoctone, in particolare lo Sperone di Gallo, la Cazzarella. Ma là dove il microclima lo consente, vedi Agnone e Poggio Sannita, l’olivo segna il paesaggio, insieme alle minute vigne che hanno rubato ai boschi un po’ di spazio.

La stessa architettura e lo sviluppo delle città e dei paesi molisani sono stati fortemente influenzati, nel corso del tempo, dall’Olivo e così anche la cultura.
Penso a Venafro, Montenero di Bisaccia, Riccia, Larino, Trivento, ma anche Colletorto, Rotello , S. Elia a Pianisi e altri ancora.

Un valore grande per tanti territori ed anche un importante testimone, l’olivo con il suo olio, che rischia di perdere il suo prestigio e la sua forza di fronte alle scelte di una spinta ulteriore alla cementificazione che tocca il Molise ma, in maniera più o meno accentuata, tutte le regioni italiane.

La crisi, che, dagli inizi del terzo millennio, vive la nostra agricoltura; la pesante, già devastante, crisi economica e finanziaria; la crisi dei valori con il peso crescente e assoluto del denaro; le crisi ricorrenti di mercato che toccano soprattutto le due principale coltivazioni arboree, la vite e l’olivo, aiutano a fare avanzare senza ostacoli un processo di sviluppo e, con esso, di cementificazione e spreco di territorio.

Il Molise vive tutte queste crisi con la fragilità di una Regione piccola, che ha subito, come la gran parte delle Regioni del Sud, un tipo di sviluppo raccogliendo solo le briciole

Bisogna fare presto per ribaltare la crescente diffusione di una parola d’ordine, per me pericolosa, ricorrente tra gli amministratori locali ed i produttori, che è “meno male”.
“Meno male” che c’è il progetto della Diga di Piani dei Limiti. Meno male che ci sono le pale eoliche e il fotovoltaico che pagano i terreni e sostengono le casse comunali. “Meno male” che c’è chi ha bisogno di terreno per fabbricare, o, anche, solo per essere occupato come discarica di rifiuti di qualsiasi genere.

Una parola d’ordine che presenta e testimonia una realtà, quella del mondo contadino, tinta di sfiducia, che rischia di sfociare in rassegnazione.

Un mondo, purtroppo, non solo nel Molise, abbandonato a se stesso, che trova in queste situazioni estreme, non importa cosa, fosse anche una centrale nucleare o un sito di scorie, la possibilità di uscire, con onore, dal ciclo produttivo.

Un mondo, forse il solo che ancora conserva i valori, come quello della parola o del rispetto.

Un mondo abbandonato dalla cultura dominante che l’ha sempre posto ai margini e ha considerato l’agricoltura un’attività residuale e non centrale, strategica, soprattutto per un nuovo tipo di sviluppo. Soprattutto oggi, quando essa prova, tra la disattenzione generale, a dimostrare questa sua centralità e, insieme, la sua modernità e attualità.

Se è vero, com’è vero, che è il territorio lo scrigno che raccoglie la storia, la cultura, il paesaggio, l’ambiente, i prodotti della zootecnia, dell’agricoltura e del bosco, le tradizioni, in primo luogo quelle legate alla bontà della cucina, cioè un insieme di valori e di risorse che esprimono la identità di ognuno.

E se è vero, anche, che agricoltura e zootecnia vogliono dire cibo, alimentazione, cioè la sola possibilità di appagare i bisogni primari dell’uomo.

Se è vero tutto questo c’è da chiedersi come mai l’uomo si adopera o rende possibile, con la sua indifferenza, la distruzione della sua identità e della attività che mette a sua disposizione il cibo?

Gli ultimi dati parlano del rischio di chiusura, in Italia, di un’azienda su tre se non si mettono in atto misure straordinarie urgenti per salvare l’agricoltura e il Paese da questa catastrofe che, però, solletica quanti hanno bisogno di grandi superfici per grandi speculazioni e cospicui affari.

Nell’ultimo anno, l’unica programmazione messa in atto nel Paese è una imponente colata di cemento che porta a ridurre, come dicevo, fortemente la superficie coltivata e il numero delle aziende agricole, soprattutto coltivatrici. Un processo già avviato che bisogna fermare cominciando a lanciare l’allarme con la stessa forza con cui l’hanno lanciato per l’ambiente, due giorni fa, il segretario dell’Onu e il presidente americano.

C’è bisogno di svolte radicali per riprendere in mano il timone e ridisegnare la rotta.
I palliativi servono solo a creare illusioni ed a far perdere tempo.

L’olivicoltura, che paga anche le pesanti responsabilità di chi nel corso dei decenni l’ha affossata e portata alla situazione attuale, ha bisogno di una svolta decisa, senza la quale non si salva, ma affonda ancor di più.

Le possibilità ci sono se c’è la volontà di affrontare alla radice i problemi che attanagliano questo comparto fondamentale, se si pensa alle aree interne ed a quelle marginali, per la salvaguardia e la tutela del territorio.

L’olivicoltura non può continuare a navigare a vista, in mancanza di un piano di settore e di un dialogo tra i vari soggetti all’interno della filiera; senza una progettualità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere; senza gli olivicoltori che, oggi più che mai, hanno bisogno di un forte associazionismo per sostenere gli impegni imposti dal mercato, sia pure solo locale; senza un’analisi attenta e aggiornata della situazione. I dati

Bisogna studiare a fondo le possibilità di ridurre i costi di produzione per affrontare meglio la concorrenza, ma non bisogna dimenticare di portare a galla peculiarità che, sul mercato, rappresentano tanti valori aggiunti che interessano il consumatore.

Penso alle potenzialità delle 37dop e della igp e i caratteri di questi oli che hanno una denominazione che, oltre a certificare l’origine, assicura che essa è il frutto di una scelta dei produttori e delle istituzioni, che impone dei comportamenti a partire dall’ autocontrollo; è sottoposto al controllo e, quindi, il bollino che certifica la denominazione è una garanzia per il consumatore, nel momento in cui, però, si ha la voglia di spiegare tutto questo.

Lo sviluppo vero, quello che porta lontano, il solo che può dare un futuro di stabilità e benessere a questa Regione (e, ripeto, all’intero Paese, non solo al Molise) sta nella capacità di salvaguardare e tutelare il territorio, la sua risorsa primaria, e i testimoni importanti di questo territorio, in primo luogo l’olio con i suoi olivi.

Questa scelta la reclamano le sue peculiarità, come la forte ruralità, la ricca biodiversità, la sua natura di città-regione, le minute ma interessanti risorse per un turismo d’èlite e non di massa.

Questi caratteri sono la forza del Molise, uno straordinario patrimonio culturale ed economico da spendere e non da sprecare.

Dentro questo progetto di salvaguardia e tutela del territorio il ruolo decisivo, fondamentale dell’olivo, che di questa terra è da sempre, ancor più di ogni altra produzione, uno straordinario valore, un testimone, come prima dicevo, qualificato, importante, decisivo per l’immagine stessa della Regione.

Quella immagine che è tutta da conquistare ( ecco il significato della mia introduzione polemica) per dare al Molise uno sviluppo turistico a 360°, con possibilità per l’ospite di viverlo tutto l’anno, grazie al gusto ed alle bellezze.

E’ di pochi giorni fa la chiusura di un’esperienza che ho avuto la possibilità e la fortuna di vivere in prima persona, quella della Maratona del gusto e delle bellezze d’Italia, organizzata da Casa Italia Atletica, la struttura operativa della Fidal, con tappe a Vienna e in Germania, dove i seminari sugli oli extravergine di Oliva Dop e Igp, hanno avuto un significativo successo proprio nella parte che ha portato all’attenzione dei partecipanti la cultura che sta alla base di un riconoscimento dop e igp.

Un piano olivicolo che dia forza a adeguate strategie di marketing, mettendo insieme risorse come l’atletica, che possono aiutare a far recepire subito il messaggio che si intende comunicare per un maggior consumo dell’olio e, in modo particolare, di quello extravergine di oliva.

Che dire poi di quello straordinario valore della biodiversità che pone l’Italia al primo posto nel mondo, con le 400 varietà autoctone sparse sull’intero territorio nazionale ad eccezione della Regione Val d’Aosta e Piemonte.

Un numero quasi doppio dell’intero patrimonio mondiale, che ne conta 236, da sfruttare ai fini della promozione e della commercializzazione, dando fondo agli oli monovarietali, per aggredire con i fatti la concorrenza.

In questo senso l’idea di una Olivoteca d’Italia, una azienda olivicola costituita da tutte le varietà autoctone, che non vuol essere un altro campo catalogo, ma un punto di riferimento per quanti vogliono scoprire gli olivi e i territori di origine, degustare l’olio e gli oli, approfondire la cultura di un comparto che ci appartiene più di ogni altro.

Mercoledì prossimo, a Roma, il primo incontro preliminare per la costituzione dell’Associazione che deve promuovere, realizzare e gestire questa nuova realtà.

L’idea, anche, di un centro regionale permanente del gusto e delle bellezze del Molise, come pure di una Università dell’Olivo e dell’Olio da fare a Larino, capitale delle Città dell’Olio, per aver dato i natali , nel 1994, a Larino, all’Associazione Nazionale che, oggi è rappresentata dagli eletti di oltre 350 territori di tutte le Regioni italiane interessate dall’olivicoltura.

Il Molise, nel campo olivicolo, parla al Paese anche con altri risultati e iniziative:due campioni italiani di potatura (lo scorso anno il campionato si è svolto a Larino); la Regione che ha messo insieme uno dei primi panel test; quella che esprime un suo concorso, la Goccia d’oro, con i premiati che diventano vincitori in altri premi più prestigiosi, come l’Ercole oleario e il Biol; che vive con la sua Università ricerche e sperimentazioni che portano a risultati importanti e utili per il comparto.

Il Mollise olivicolo non è nato ieri, anzi, ed è quello che ha espresso novità interessanti in Italia.

E’ tempo di chiudere, non senza aver prima ringraziato gli organizzatori che mi hanno chiamato a relazionare e tutti voi che avete avuto la pazienza di ascoltarmi, non senza un “in bocca al lupo” agli olivicoltori che si apprestano ad affrontare una campagna di raccolta per niente facile, perché tutto si trasformi in una risposta che porti a ridare speranza al comparto e fiducia al consumatore, che ha bisogno di qualità e di garanzia, che il mondo dell’olio, nella sua complessità, deve assicurare.

La parola d’ordine non può essere “meno male”, ma “l’olio è il futuro del Paese e del Molise e, con esso, l’agricoltura”.

E' tempo di crisi, ma all’Italia rimane il primato di Dop e Igp

Nonostante mille ostacoli, continua la corsa a nuovi riconoscimenti. Le denominazioni d’origine sono un valore che può diventare strategico per il rilancio di agricoltura e turismo
di Pasquale Di Lena


Ad oggi sono 116 i prodotti italiani riconosciuti dalla Unione europea con marchio Dop (denominazione di origine protetta) e 64 quelli con marchio Igp (Indicazione geografica protetta), con una sola Stg (specialità tradizionale garantita), la mozzarella, che riguarda i territori dei rimanenti 26 paesi dell’Unione europea.In pratica 182 le Dop, Igp e Stg che pongono l’Italia al vertice della graduatoria dei riconoscimenti, prima della Francia (165), della Spagna (125), del Portogallo (115), della Grecia (86), per un totale di 673 sui 862 complessivi, cioè quasi 4 prodotti su cinque provengono dai Paesi del Mediterraneo e uno su cinque dall’Italia, a testimoniare le straordinarie potenzialità del sud dell’Europa in quanto a offerta di prodotti ricchi di qualità e di diversità.

Sta qui il significato ed il valore strategico delle Dop e Igp per un rilancio dell’agricoltura e la salvaguardia e tutela dei territori vocati, oggi più che mai a rischio, con le scelte ultime dei governi, che lasciano alla speculazione la piena libertà di una cementificazione a scapito dell’agricoltura, che, con i dati sopra riportati, tocca i territori più vocati. Una manna per le multinazionali che lavorano per la omologazione del gusto, contro le nostre eccellenze che hanno il torto di avere una qualità intrinseca, quella dell’origine, e di presentare una tracciabilità, con la garanzia dei controlli che rendono tranquilli il consumatore, soprattutto quello che sa l’importanza dell’alimentazione e il rapporto stretto che essa ha con lo stato di salute e di benessere.Nonostante i mille ostacoli che il mondo contadino e quello istituzionale si trovano a dover superare, continua la corsa a nuovi riconoscimenti con 83 disciplinari di produzione, tra i quali c’è anche una Stg, la “Pizza napoletana, all’esame della Unione europea sulla base dei Regolamenti 509 e 510 del 2006. Ben 62 di queste denominazioni (35 Dop e 27 Igp), sono, ai sensi dell’art. 5 del regolamento 510, in protezione transitoria, cioè hanno a disposizione del tempo per adeguarsi.Altrettanto numerose sono le richieste di modifica in corso, soprattutto per le denominazioni che hanno una esperienza di mercato alle spalle.

Per quanto riguarda le categorie dei prodotti, il numero maggiore di riconoscimenti ce l’hanno gli ortofrutticoli e cereali (57), seguita da quella dell’olio extravergine di oliva (38); dai formaggi (35); prodotti a base di carne (30) e a seguire tutte le altre. Si parla, alla fine di dicembre, di oltre 80 mila operatori di cui quasi 6 mila sono i trasformatori e 76 mila circa i produttori che mettono a disposizione di queste produzioni oltre 130 mila ettari e 42 mila allevamenti.Secondo l’Ismea anche per queste eccellenze il 2008 è stato un anno difficile con l’esportazione e i consumi che hanno registrato segnali di stagnazione. Aumenta dell’1,5% il valore della produzione con differenze significative all’interno delle categorie (+13% per gli oli extravergine, + 3% per i formaggi e + 4% per i prodotti a base di carne a fronte di una perdita del 23% per gli ortofrutticoli.Il valore del mercato finale è di 7,8 miliardi di euro che, con l’esportazione, sale a 9,6 miliardi di euro.Un quadro che riporta la situazione complessiva della crisi della nostra agricoltura e della crisi più in generale che ha colpito i consumi, ma spiega anche quanto c’è da fare per spingere un processo comunque in crescita, anche sotto l’aspetto dei valori delle produzioni e delle esportazioni. La fortuna che ci è stata data da Casa Italia Atletica e dalla Fidal di seguire la Maratona del gusto e delle bellezze d’Italia nelle tappe organizzate in Germania e in Austria e in quella conclusiva di Berlino, in concomitanza con i campionati del mondo di Atletica leggera, ci ha fatto capire che c’è un limite forte da rimuovere. E’ quello della strategia di marketing riferita a queste produzioni di eccellenza, in particolare quello della comunicazione, essenziale per far capire il significato ed il valore di questi prodotti, molti dei quali hanno il merito di essere importanti testimoni dei territori dove hanno origine e stimolo di uno dei tanti turismi. Nel caso specifico quello enogastronomico, caratterizzato da queste eccellenze, dai vini doc e docg. e dalla bontà della nostra cucina.La parola d’ordine nata da questa interessante esperienza è comunicare, comunicare, comunicare per far conoscere al mondo questo patrimonio unico dell’agroalimentare italiano, sapendo che i successi ottenuti, in termini di ascolto, vanno a sostenere due settori della nostra economia in perenne e profonda crisi, l’agricoltura e il turismo. Come dire, con una fava due piccioni.
di Pasquale Di Lena 26 Settembre 2009 TN 33 Anno 7

Pasquale Di Lena informa

Olio: le previsioni parlano di un buon raccolto nel Molise e nelle regioni del sud. La Tornata dell’Accademia Nazionale dell’olivo e dell’Olio




Si tratta di cogliere questa occasione per riprendere un discorso che porti a organizzare i produttori ed a non renderli preda di chi lancia allarmismi solo per spuntare prezzi bassi. Fondamentale il ruolo delle istituzioni per dotare il comparto di una strategia di marketing con tutti i protagonisti della filiera.
Questi ultimi giorni che restano per preparare la campagna olivicola, con la raccolta 2009, sono decisivi per definire il quadro della situazione e capire cosa succederà per questo comparto, sicuramente il più importante per l’agricoltura e l’immagine del Molise. Fondamentale è l’andamento delle temperature e delle precipitazioni.
Intanto si parla di una buona raccolta, superiore a quella dello scorso anno di un buon 10 % ed anche della qualità, anche se non uniforme sul territorio regionale, là dove si è verificata una carenza di lavorazioni e trattamenti fitosanitari.
“Bisogna superare la fase difficile e credere nel futuro di questo comparto che ha straordinarie potenzialità da sfruttare, basti pensare al suo valore nutrizionale ed al ruolo centrale che ha nella dieta mediterranea; ai suoi valori storico-culturali di grande interesse ed attualità; ai valori paesaggistico – ambientali espressi dall’olivo ed alla sua capacità di essere un testimone ancor più importante del territorio molisano”.
E’ stato questo il filo del ragionamento dell’incontro che c’è stato alla Università del Molise, Facoltà di Agraria, introdotto da un saluto del magnifico Rettore, Prof. Cannata, e guidato dal Presidente Prof. Montedoro della importante istituzione culturale nel campo dell’olivo e dell’olio, L’Accademia Nazionale che ha sede a Spoleto.
Una serie di relazioni tecniche a supporto del discorso prima riportato hanno mostrato il fondamentale ruolo della Università del Molise nella produzione di ricerche e sperimentazioni, con risultati utili a rendere più sopportabili i costi di produzione ed a migliorare la qualità, valore imprescindibile per aggredire e vincere su un mercato caratterizzato da forte competitività.
Una realtà che la filiera deve saper cogliere per poterla utilizzare al meglio e, ancor più, il mondo istituzionale che deve mettersi alla testa di determinati processi e non rimanere al traino.
Queste brevi osservazioni che, pur se riduttive della complessità e intensità del dibattito che ha caratterizzato l’incontro di ieri, però, necessarie per dire che è stata una giornata importante per l’olivicoltura molisana di cui bisogna essere grati alla Università ed alla Accademia, che l’hanno voluta ed organizzata.
p.di.lena@alice.it Larino, 26.09.09

24 settembre 2009

23 settembre 2009

RAGLI&BELATI


di Zacc e Bélina








PREVENUTO
Zacc - L’opposizione è antitaliana; sono tutti comunisti, farabutti come i giornalisti, che vada a morì ammazzata….
Bélina- ma, poveretta, se non fa niente!

22 settembre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina


SCHIENA PIEGATA
Zacc- Diliberto, riferendosi al direttore del tg1, ha detto che il dovere di un bravo giornalista è quello d fare informazione
Bélina- Un bravo giornalista, mica un perfetto servitore!

21 settembre 2009

NO RAGLI & NE' BELATI

Uè amico, bada a come parli!.... Hai capito?
Non toccare la mia cravatta Marinella se non vuoi che chiami Letta! Lettaaaaaa!

RAGLI&BELATI




di Zacc e Bélina








PARIRISPETTO
Bélina– se la Santanchè si è limitata a chiedere solo il rispetto della legge 152 del 1975, ha fatto bene
Zacc – la prossima volta, vedrai, lo stesso rispetto lo chiederà per la legge che vieta l’apologia del fascismo e del nazismo




CREDERE
Zacc – il Ministro Brunetta sbaglia quando crede di essere uno grande
Berlusconi – come papi quando crede che le sue bugie sono verità

18 settembre 2009


LA VASELLINA
Bélina – dov’e sta la differenza tra Berlusconi a guida P2 e un Casini a guida Vaticano?
Zacc – il secondo usa la vasellina

NO ALL’INDIFFERENZA, SI’ ALLA PARTECIPAZIONE




Manca poco e tutto quello che c’era da fare è stato fatto.

Abbiamo detto, con Padre Zanotelli, della privatizzazione dell’acqua e dell’esproprio totale di questo bene vitale, ancor più del pane e di qualsiasi altro cibo, al pari solo dell’aria; un altro giorno abbiamo parlato di pale eoliche e di siti fotovoltaici; un altro giorno ancora, di centrali nucleari e da sempre di territorio e di agricoltura e poi di cultura, di tradizioni, di profumi e di sapori.

Noi che, con il nostro soffio, battiamo da sempre questo territorio, possiamo dire che, negli ultimi tempi, come non mai e con una velocità sorprendente, il volto del territorio molisano sta cambiando e, se va avanti così, rischia di essere altra cosa da quel Molise che, da sempre, appartiene ai molisani tutti, quelli della montagna, della poca collina e della scarsa pianura e del piccolo litorale.
Di tutto questo bisogna essere grati al Presidente del Consiglio dei Ministri, il capo del governo, il parlamentare che ha scelto il Molise come luogo di “elezione”. Grati a lui, ai Ministri Scajola, Fitto, Calderoli, Prestigiacomo, Zaia, Bondi, Gelmini, ai Parlamentari che pensano di rappresentare questa loro terra, siano essi europei o nazionali, come Patriciello, Di Giacomo e la tanto onorevole De Camillis per le loro responsabilità di essere forza di governo, Grati anche ad Astore, Di Pietro, Di Giuseppe (è da tanto che non ne sentiamo parlare che, in un primo momento, ce la siamo dimenticata), che di questi problemi se ne sono occupati come se ne è occupata, a livello nazionale, tutta l’opposizione, cioè con una dose eccessiva di distrazione. Grati soprattutto a Iorio che è riuscito, dopo aver sottomesso tutti i suoi, a sottomettere l’intera opposizione, facendola entrare in letargo con una decotto di papavero, neanche abbondante per la verità, vista la sensibilità dei soggetti al sonno e alla stanchezza.

Ieri abbiamo sentito le parole forti di D’Ascanio nei confronti del ministro dell’Ambiente, che ha dato il via per le pale eoliche nel tratto di mare che va da Termoli a Petacciato. Parole sante se dette prima della cascata a pioggia delle pale eoliche, quelle in mare e quelle che toccano vigneti ed oliveti, e della diffusione di parchi fotovoltaici che stanno impoverendo il nostro territorio di superficie agricola e di boschi, in cambio di quattro soldi da parte di chi si arricchirà sulla pelle dei coltivatori, mettendo mano a fondamentali risorse, strategiche per un vero sviluppo, quello capace di assicurare un futuro ai giovani.

Per questo rischia di risultare non credibile la iniziativa di tutti quelli che si eleveranno per esprimere il proprio no e, siccome saranno, di destra e di sinistra, ancor di più fa rabbia vedere come il Molise perda, senza che nessuno se ne preoccupi più di tanto, ogni giorno un pezzo della propria identità.

Non parliamo dei Comuni, così presi dalla sopravvivenza quotidiana che, invece, di suscitare riflessione e ribellione, porta prima, e con più facilità, alla sottomissione, all’adeguarsi al peggio che affaristi occulti stimolano con le loro azioni.

A noi vènti questa situazione ci deprime, al pensare che siamo costretti a diventare complici di un disegno che porta a impoverire il Molise e ad arricchire nuovi e vecchi speculatori. Non possiamo fermaci né incrociare le braccia perché anche da noi vènti dipende la vita, quella del ricco come del povero. Ma la voglia di farlo ricorre spesso sapendo che alla base di questa tremenda situazione c’è un misto di avidità e di stupidità. Il tutto rappresentato dal dio denaro, ostaggio di un manipolo di affaristi che fanno il bello e il cattivo tempo, condizionando la vita di miliardi di uomini.
Gli stessi che stanno omologando tutti con il cibo; il linguaggio; le immagini; l’architettura; gli oggetti e così tolgono il bello della diversità, del piccolo, del particolare come pure della memoria, dell’identità rendendo il Molise altra cosa da quello che è, e, come il Molise, anche le Regioni limitrofe.

Rendendo ognuno altra cosa da quello che è.

Chi è ancora sveglio, e non accetta di essere omologato deve andare alla ricerca dell’altro per non interrompere la bellezza del dialogo, ma rafforzarlo e riuscire, così, a pensare alle misure da prendere e a come programmare il futuro, soprattutto dei figli, quelli che sono, per la loro fragilità, i primi a rischiare di soccombere.

No, quindi, all’indifferenza. Sì, invece, alla partecipazione per essere ognuno protagonista del proprio destino e del destino di questa terra stupenda che è il Molise.

U faùneie

17 settembre 2009

RAGLI&BELATI


di Zacc e Bélina da tornalasino.blogspot.com


SEMPRE LUI
Zacc – usa una nuova tecnica di comunicazione: quella di rinfacciare agli altri le sue porcate
Bélina – ce lo ritroveremo, vedrai, alla manifestazione del 19 e dirà che l’ha organizzata lui.

16 settembre 2009

SVEGLIA

l'articolo di padre Alex Zanotelli, sotto riportato, è la chiara rappresentazione di cosa sta combinando il governo Berlusconi con il suo assalto al territorio, le privatizzazioni, le grandi opere, le centomila case per i giovani, il rilancio del nucleare e l'esproprio dei poteri alle Regioni e agli Enti localicon l'esclusione del cittadino alla vita democratica di questo nostro Paese, nel momento in cui gli viene tolta anche la libertà di scegliere il canale televisivo e, fra poco, anche il suo giornale preferito. L'opposizione non ha capito (che rabbia!) che i panni sporchi di Berlusconi, ben stesi alla finestra dei portavoce e dietro i finti duelli, servono a deviare l'attenzione da queste scelte terribili che tolgono il futuro ai giovani.
Tutto, insomma, per coprire, con il silenzio della opposizione, i grandi affari e la fine vera della nostra democrazia fondata sulle autonomie locali e sul rispetto del bene pubblico.
Pur sapendo che la nostra voce non arriva molto lontano dobbiamo gridare con padre Alex Zanotelli e far sentire la nostra rabbia e indignazione e la nostra netta disapprovazione.
Ci sta espropriando delle nostre ricchezze, del nostro territorio, della nostra identità e non c'è molto tempo per bloccare questo percorso che mette il Paese nelle mani della finanza e della grande speculazione.
Bisogna adoperarsi per eseguire i consigli di padre Zanotelli e, vista la paralisi che ha colpito i partiti, unirsi per rilanciare la politica.
Bisogna prendere iniziative per parlare ai cittadini e chiamare a raccolta, subito, quanti sono già impegnati su questo tema.
u faùneie

15 settembre 2009

ACQUA: IL GRANDE RIFIUTO

Padre ALEX ZANOTELLI - -pubblicato lunedì 14/9 su Repubblica


ACQUA: IL GRANDE RIFIUTO di padre Alex ZANOTELLI - Repubblica 14 settembre
Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua! Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti. Le vie ordinarie -così afferma il Decreto- di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”. In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.
Questo decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.
E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni? E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra. A farne le spese è sorella acqua. Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in milioni di morti per sete!)
Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la mercificazione della politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’”accesso all’acqua” è "diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”. Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”. La gestione dell’acqua per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico-finanziari. E’ la morte della politica!
Per cui chiedo a tutti di:
-protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri…
-chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera;
-chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis;
-premere a livello locale perché si convochino consigli comunali monotematici per dichiarare l’acqua bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”;
-ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.
Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia.
E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita!

RAGGI DI SOLE



Zacc – per sentir dire ancora qualcosa di sinistra
Bélina – bisogna andare in America da uno un po’ abbronzato

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina - da tornalasino.blogspot.com



PIPA MAFIOSA
Zacc – il direttore del “giornale” è, sempre più, solo avvertimento e ricatto
Bélina – deve aver frequentato lo stalliere del padrone

14 settembre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina - da tornalasino.blogspot.com
BALLARO’
ZACC- neanche più la libertà di scelta del telespettatore
BELINA – attento a parlare di libertà! E’ pericoloso

Lettera di ripudio

DA tornalasino.blogspot.com LA COPIA DI QUESTO SPLENDIDO DOCUMENTO
Sig. Presidente «pro tempore»
del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma


Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materia di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:
< v="Se3yqycsMyg&feature=">.
Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari … Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati … Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:
< v="_WCZNQJkV3E&feature=">.
Legittimità elettorale e dignità etica
Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.
Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.
Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».
Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazionali e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.
Essere «alto» ed essere »grande»
Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.
Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).
La maledizione italiana
A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione di legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.
Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.
Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.
Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.
Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.
Spergiuro
Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovič Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?
Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini» (De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in CICERONE, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.
Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.
Affari privati o deriva di Stato?
Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?
Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?
Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veroni Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.
Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.
Strategie convergenti
Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.
Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangette è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.
Ripudio
Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.
Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza
Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.
Genova 09 settembre 2009

13 settembre 2009

L'EMIGRAZIONE

di Nicola Picchione


foto N. Picchione



Parten' e' bastiment pé terre assai luntane Canzone napoletana(S. Lucia).
L’emigrazione iniziata a Bonefro nel dopoguerra ( seconda ondata) fu una vera emorragia che rese il paese anemico. Il bisogno muove le persone. Alcuni bonefrani erano andati “volontari” finanche nella guerra di Spagna e d’Africa per necessità. Si emigra, dunque, per bisogno. Occorre però anche un’altra molla: la voglia di migliorare. A parità di condizioni economiche c’è chi emigra e chi no. Il migrante è un insoddisfatto che cerca di progredire, anche a costo di sacrifici. Chi lasciava la terra o la bottega si avventurava in terre a lui sconosciute, non importava se fuori o dentro l’ Italia. Era insoddisfatto delle sue condizioni. Sapeva di andare incontro a difficoltà. Chi andò nel nostro Nord patì spesso gli stessi disagi e le stesse umiliazioni di chi andò all’estero, se non maggiori. Terroni disprezzati, considerati ignoranti anche quando non lo erano, considerati invadenti e rumorosi e fastidiosi anche quando non lo erano - come i bonefrani silenziosi, chiusi, votati al lavoro, gelosi della propria dignità - si vedevano rifiutata la casa in affitto. Esistono filmati nei quali si vedono uomini del Sud trasformati da contadini in operai della FIAT di Torino dover andare a dormire alla stazione per poi affrontare 10 ore di lavoro alla catena di montaggio. Italiani erano ammassati in baracche in Germania. Impararono presto che non si doveva dar fastidio alle ragazze, non si doveva urlare nei bar, non si doveva gettare la carta a terra; ma dovettero aspettare molto per avere stima e rispetto. L'emigrante deve sapersi adattare per essere accolto dal Paese che lo ospita ma senza perdere la memoria del Paese dove è nato: due vite in una. Un innesto non sempre facile. I bonefrani si diffusero in America e in Europa. I più fortunati andarono in Canada Lasciarono la famiglia, la casa, la terra, le tradizioni. Affrontarono mondi e culture diversi con la volontà di progredire e allontanare i figli dalla miseria. Molti fecero fortuna ma non tutti riuscirono ad ambientarsi. Raccontava mio padre che emigrò in Canada nel 50 che molti sarebbero tornati subito indietro se avessero avuto i soldi per il viaggio e se non avessero avuto il pudore per una troppo rapida sconfitta. Si sentiva dire: “Non gli fa aria”. Non era questione di aria ma di diversità, di sentirsi respinti, non capire e non essere capiti. L' emigrato deve affrontare una realtà colma di disagi non solo materiali. Si partiva illudendosi di guadagnare molto con poco lavoro ritenendosi avvezzi sin da piccoli al lavoro duro poi si scopriva un mondo impietoso nel quale occorreva produrre molto. All’inizio bisognava accettare lavori umili (sembra di descrivere una realtà oggi tanto vicina a noi e che non riusciamo più a capire). Mi raccontarono di C. che abitava sulla Cittadella. Un giorno d’estate nell' Ontario stava spargendo sulla strada il bitume; sudato, sporco, nero si sentì urlare in dialetto da un’auto in corsa sulla metà libera della strada: “ C. quest’ è Amèric’ eh?”. Alzò la testa. Pensò (come poi raccontò): “Chi è questo figlio di buonadonna?”. Era- ma lui non lo seppe mai perché l‘auto continuò la corsa - un paesano che viveva a Montreal e passava là . I vecchi, quelli della prima ondata di emigrazione che erano tornati a Bonefro, lo avevano raccontato: l’ America è dura, nessuno ti guarda in faccia, ti fa guadagnare ma ti umilia, non sei più un uomo, sei uno strumento di produzione. Ma i giovani non credevano. L’ America era il sogno. E i molti che tennero duro furono compensati poi col benessere e i loro figli che a Bonefro sarebbero rimasti contadini o, se fortunati, piccoli impiegati hanno fatto grandi progressi e conquistato anche posti di potere e di prestigio. Perché il bonefrano è (era) duro, non cede, sa stringere i denti. Andare in Canada non era facile. Bisognava superare una serie di ostacoli. Dovevi trovare innanzitutto uno che ti facesse l’ “atto di richiamo”. Poi uno che ti garantisse la sopravvivenza a sue spese in caso di bisogno. In pratica, dovevi trovare uno con la cittadinanza canadese che trovasse un datore di lavoro che ti facesse la richiesta scritta da presentare alle autorità. Per farlo il datore di lavoro voleva essere pagato. Mio padre dovette trovare 100 dollari (erano tanti, allora; bisognava fare debiti) da inviare per uno sconosciuto che gli facesse l’atto di richiamo. Poi l’amico, procurata la chiamata, doveva impegnarsi (nero su bianco, sul Comune canadese) che avrebbe provveduto lui a sostenere l’emigrante in caso di bisogno. Questo era il primo passo, il più importante. Ricordo mio padre che aspettava l‘atto di richiamo: quando doveva passare il postino si affacciava cento volte dalla bottega di falegname sulla strada- matita sull'orecchio, sigaretta in bocca, martello o sega in mano- poi da lontano vedeva il postino che sapeva e gli faceva cenno con le dita: niente, non ho niente per te. E mio padre si guadagnava l’ inferno, prendendosela con i santi e si procurava l’ulcera allo stomaco fumando sigarette. Dopo occorreva il passaporto. Poi tutta la famiglia doveva andare dal radiologo indicato dal consolato canadese per fare una lastra del torace: nessun membro della famiglia doveva essere malato. Finalmente si aspettava la chiamata del consolato da Roma. Altre uscite dalla bottega di mio padre in attesa della chiamata ad intravedere la comparsa del postino, altri santi all’aria, altre sigarette. Intanto si informavano su di te: se eri “pulito”, se non eri comunista. Le notizie le davano ufficialmente i Carabinieri ma si sapeva che le davano anche il prete ed altri. Qualcuno non riuscì ad emigrare perché comunista. Venuta la chiamata, tutta la famiglia doveva andare a Roma, al consolato. Per tutte queste faccende i bonefrani ricorrevano ad agenti di viaggio. C’era una donna di un paese vicino che si interessava degli emigranti. Li accompagnava a Roma, procurava il biglietto di viaggio in nave, sbrigava le varie faccende burocratiche. Era robusta, bionda ossigenata, con le labbra dipinte e le unghie lunghe smaltate di un rosso brillante. Fumava, anche. Doveva essere, per quei tempi, una donna in gamba. A ripensarci, doveva essere venuta da lontano. Forse aveva capito che piazzarsi in una zona di emigranti e dare la propria disponibilità a risolvere tutti i problemi burocratici le avrebbe fruttato buoni guadagni. I cafoni erano inesperti di viaggi, buoni solo a lavorare. A Bonefro una così non poteva sfuggire ai pregiudizi. La chiamavano “ Signòr’ “( con la o aperta per distinguerla dal signore maschio) ma quando non c'era si riferivano a lei dicendo: “ e' vist quellu zucc'lon' di M.?” Non c’è da meravigliarsi. Le nostre donne vestivano scuro, col fazzoletto che copriva il capo; in chiesa erano ben separate dagli uomini. Di smalto nemmeno a parlarne e il fumo era solo quello del camino che ti entrava negli occhi quando c’era vento. Quel mondo chiuso da secoli nelle sue tradizioni e nelle sue regole non poteva non vedere con sospetto e disprezzo chi quelle regole ignorava, anche se prestava un servizio utile. Non cambia il mondo: i diversi sono sempre sospettati e tenuti da parte. Toccò anche a loro, agli emigranti bonefrani, quando saranno lontano. A Roma doveva andare tutta la famiglia, era un gran viaggio. Per molti (donne e ragazzi, gli uomini avevano fatto il militare) era il primo lungo viaggio. In terza classe con duri sedili di legno, la locomotiva che lenta sbuffava come un bue sotto sforzo. Ma per i ragazzi era una gioia respirare il fumo nero del carbone prima che sfioccasse nel cielo, vedere da lontano qualche paese che non era diverso dal proprio ma sembrava di attraversare un altro mondo. Nel consolato canadese c’era uno stanzone enorme, pieno di gente che proveniva da tante parti. Del Sud, prevalentemente. Quasi tutte famiglie numerose. Accalcati, in tanti seduti a terra. Abiti scuri da festa, coppole nuove. Volti tesi, scavati, scuri. In ansia peggio di un esame. Si aspettava per ore. Bisognava che tutti i membri della famiglia fossero visitati dal medico e trovati sani. Poi l’aspirante emigrante entrava dal “console”(un funzionario) e veniva interrogato a lungo. Se veniva ritenuto idoneo, aveva la gioia di vedersi mettere il visto sul passaporto. Quando uno usciva, era quasi assalito: come è andata, ti hanno preso? La domanda era superflua: lo capivi dal viso se era andata bene o male. Se tutti i preparativi, i soldi mandati al datore di lavoro, la gratitudine all’amico che si era interessato a te, se le ansie avevano avuto un risultato positivo o tutto era stato sprecato e dovevi rimanere in paese, perdente, condannato a continuare a sudare e bestemmiare (se la bestemmia fosse un peccato mortale- come sostengono i preti- la maggior parte dei bonefrani di allora sarebbe tra le fiamme eterne). Ricordo quando uscì mio padre. Ero un ragazzo ma certi momenti non si dimenticano. Lo avrei riconosciuto anche da lontano, era alto tra quegli uomini tutti bassi ma io e mia madre eravamo in attesa il più vicino possibile alla camera dove era entrato. Uscì pallido e teso poi fece un sorriso. “Mi hanno preso, disse, ma qualche figlio di buonadonna (disse, veramente, un’altra parola) deve avere scritto una lettera anonima”. Era riuscito ad avere l’atto di richiamo come lavoratore agricolo anche se non era contadino. Si era preparato a sembrare contadino, andava a prendere il sole nell’orto, zappava per farsi più calli alle mani sulle quali strofinava gusci di noci per scurirle. Il “console” gli aveva detto a muso duro: tu non sei contadino ma lui aveva insistito, si era dichiarato pronto a parlare di agricoltura (chi a Bonefro non sapeva qualcosa di agricoltura?). Per prova aveva mostrato una licenza agricola da militare. “Allora tu sei fascista?” gli disse il funzionario. Bisognò spiegargli che allora il fascio era su tutti i documenti ( non avrebbe capito se gli fosse stato aggiunto che quasi tutti gli italiani erano a modo loro fascisti). Per fortuna c’era un impiegato italiano che confermò. Alla fine, il “console” disse. “ Ti metto il visto ma tu non sei contadino”. Tralascio il commento di mio padre. Forse a quel funzionario che chiuse un occhio debbo se ho potuto studiare. Quando si dice il destino. Tutto questo era il preludio alla partenza. Le partenze erano tutte eguali: si preparava una grande cassa di legno (conservo ancora quella di mio padre oltre al biglietto della partenza da Napoli sul Vulcania e il suo primo passaporto con quel visto). La cassa conteneva di tutto, come se si andasse in un deserto. Quasi a portare con sé parte della casa, degli oggetti familiari. Per non sentirti solo, per illuderti di avere ancora vicino parte di ciò che hai lasciato. Biancheria, alimenti compreso olio e salsiccia ( per sicurezza hai fatto saldare anche il coperchio da mast’ Rom’l’ ) che regolarmente all’arrivo erano sequestrati. Il giorno della partenza la casa si riempiva di amici che venivano a salutare. Venivano presto, sedevano in cerchio. Non era proprio un giorno di festa. Le frasi sembravano più di incoraggiamento che di gioia. “ Allora- diceva banalmente qualcuno tanto per rompere il silenzio- è arrivata la partenza?”. Quasi ti aspettavi che qualcuno mormorasse la parola consueta per la scomparsa di una persona cara: “rassegnazione”, anche se poi ti augurava buona fortuna. Era una sorta di addio, si andava in un altro mondo: il desiderio di andar via, di cercare fortuna era sopraffatto dal dolore della partenza. Si lasciava un genitore anziano che forse non si sarebbe più rivisto; si lasciava la propria casa. Chiudevi per sempre la bottega dove avevi lavorato, cantato, sperato; dove entravano gli amici a parlare. Dove ti chiamavano mastro. Dove eri padrone di te stesso e del tuo lavoro. O lasciavi il campo che avevi comprato con grandi sacrifici, dove avevi sudato, dove avevi visto crescere il grano e sperato in un buon raccolto. Si lasciavano la moglie e i figli. Tutto quello che ti era sembrato un miraggio e che ora è alla tua portata, quel nuovo mondo che sognavi ora ti sembra quasi minaccioso. Qualche amico si raccomanda di fargli l’atto di richiamo: una sorta di catena, anello dopo anello. Poi arriva l’auto che ti porterà alla stazione e sono gli addii. Vedi allontanarsi la casa mentre tutti ti salutano con le braccia alzate finché l’auto non scompare dietro la curva; le case spariscono, giri la curva del Ciciliano, giri la Crocella, percorri quella strada che conosci quasi sasso per sasso. Il bivio, l' Acqualata, i Montazzoni. Quando sei sul treno,il paese ti sembra già lontano. Gli occhi tornano asciutti. Pensi al futuro. Pensi che quando tornerai sarai diverso.
Non si portavano dietro solo i bagagli, gli emigranti. Si portavano una pesante valigia carica di tradizioni, di regole ritenute assolute. Il rispetto degli anziani, della parola data; il senso anche esasperato della famiglia e della gerarchia familiare, la consuetudine di tenere nel chiuso della casa i propri problemi ( n'n t' fa sepé i fatte tè); l'abitudine a limitare le esigenze consumando poco e risparmiando. Si andava verso il benessere che liberava dal bisogno ma si lasciava l'aria limpida del proprio paese; si barattavano le strade piccole e silenziose con il traffico e i rumori. Non più le vie per S. Vito o per la Fisca o per Collefreddo simboli di un lavoro millenario, non remunerativo, pesante come una maledizione; non quelle piccole fontane sparse per la campagna ognuna col suo nome come una fedele alleata. Il caffé di Col' d' Stef'n o la cantina di Colabella sostituiti da bar moderni dove incontrarsi la domenica per sfogarsi, parlare il proprio dialetto, chiedere notizie. Si partiva con l'idea ereditata dal fascismo caduto da poco che gli italiani sanno fare tutto e sono i migliori e si sbatteva contro la delusione d'essere giudicato ignorante, chiassoso, magari sospettato di mafia. Non sarà duro soltanto il lavoro. Bisognerà camminare in salita, guadagnarsi non solo il pane ma anche la stima, giorno dopo giorno sino a sentirsi diverso. Integrato. Si impareranno, tuttavia, tante cose; le vedute si allargheranno, il gusto si affinerà. Ci si misurerà con gli altri scoprendo le proprie capacità e anche i propri limiti. Si capirà che non siamo i migliori come ci eravamo illusi sull'onda della demagogia fascista. Si avrà una diversa visione del mondo e delle persone. Non si guadagneranno solo soldi.
Anche gli altri saranno diversi. I tuoi figli saranno cresciuti e forse ti raggiungeranno prima che tu possa tornare. Se avrai fortuna. Se verranno da te, se verrà anche tua moglie sarà la rivoluzione definitiva della tua vita. Dovrai accettare anche ciò che prima ti sembrava assurdo. Dovrai liberarti di tante idee nelle quali credevi. Dovrai sembrare moderno, senza pregiudizi. Dovrai sopportare tante innovazioni, in nome della libertà di ognuno. Potrai conservare qualche vecchia abitudine ma sarai costretto a rinnegare parte delle tue radici. Fingerai di essere diventato moderno, elastico, comprensivo. Finirai anche tu col parlare magari con quell’ accento bastardo che non è del Nord e non è più del tuo paese del quale ridevi; oppure- se andrai in America- imparerai parole strane che finirai con storpiare; dirai “ya” al posto di scin’ e job al posto di lavoro: la terra che ti ospita finirà per apprezzarti, per ricredersi su tanti pregiudizi sul Sud ma dentro di te rimarrai uno sradicato, estraneo nella nuova terra e quasi estraneo se torni al tuo paese. Soffrirai la nostalgia della tua terra se rimarrai per sempre lontano; soffrirai la nostalgia della nuova terra se tornerai in paese.Di tutto questo ti renderai conto lentamente. Il tempo di farci il callo. Per ora pensi solo al lavoro. Per il lavoro parti: per ciò che, speri, il lavoro darà a te e alla tua famiglia.
Lentamente la catena della fortuna si allunga. Goccia dopo goccia, il paese si dissecca. Braccia dopo braccia perde le forze che si spandono nel mondo . Una sorta di esplosione di una bomba che manda schegge in ogni parte. E sembra una fortuna. Non solo la via dell’estero. Il Nord del nostro Paese reclama forza lavoro, manuale e intellettuale. Non cambia mai, il Nord: cresce con le braccia degli altri che tuttavia accoglie con sospetto spesso anche con disprezzo e che tende ad emarginare, che considera inferiori, dei quali diffida. Il Lecce-Milano sbuffa col suo carico umano di terroni che emanano sentore di sudore accumulato e penetrato nella pelle come un tatuaggio, come un marchio, con le valigie di cartone legate con lo spago accatastate negli scompartimenti, nei corridoi, nei gabinetti. Le stazioni delle grandi città del Nord rigurgitano di folle che si portano dietro carichi di sofferenze, storie di miserie e molta voglia di cambiare. Il Nord accoglie con supponenza: non sa che anche lui dovrà cambiare. Quelli che considera i suoi servi saranno i suoi cittadini, la sua forza. Case un tempo affollate si svuotano, ammuffiscono. L’ ufficio postale (allora non c’era la Banca) accumula risparmi. A Bonefro, in quel periodo, escono persone entra carta moneta. Spesso si trovava un amico, un parente che ti ospitava o ti trovava una pensione. Non sempre si trovava subito lavoro specie se arrivavi con l’inverno alle porte. Non solo non si poteva mandare danaro a casa ma non si poteva pagare la pensione. Mi raccontava mio padre che venne Natale e non aveva ancora trovato lavoro, nemmeno il più umile. La padrona di casa, di Montelongo, cercava di consolare lui e Michele, l’ amico col quale era partito da Bonefro: “Non preoccupatevi, finito l’inverno troverete lavoro e mi pagherete”. A pranzo fu messo un grande tacchino ma loro due ne presero un pezzetto piccolo. Avevano fame ma non avevano il coraggio di prenderne di più anche se la padrona li incoraggiava. Michele batteva il piede sulla gamba di mio padre, sotto il tavolo: se ne avesse preso un altro pezzetto, ne avrebbe preso anche lui. Non trovarono il coraggio e quel tacchino durò molti giorni. A Montreal i paesani si ritrovavano al bar tra “papinò e santacaterina” . Il loro saluto non era: “Come stai?” ma “Tieni a jobba?”. E' lo stesso spettacolo che vediamo oggi nelle nostre città con gli stranieri che si incontrano la domenica: ogni gruppo etnico in un luogo tacitamente convenuto per parlare la propria lingua, per avere notizie del proprio paese, per sentirsi meno soli. Guardati con diffidenza. Mi scuso per alcuni ricordi personali ma ho voluto testimoniare con l’esperienza diretta che cosa voleva dire emigrare. Per dare un’idea della vita dell’emigrante, occorrerebbe uno spazio ben maggiore di quello- già eccessivo- che ho preso in questa annotazione. Bisognerebbe parlare anche delle mogli che rimanevano in paese. L’unico mezzo di comunicazione erano le lettere. Qualche foto aggiornava l’aspetto, il volto. Non sentivi più la voce e potevi quasi dimenticarla: quando rividi mio padre dopo alcuni anni, chiesi a mia madre se lui avesse cambiato voce: non la riconoscevo. Si aspettava con ansia che arrivasse la lettera, unico legame materiale, e se tardava qualche giorno erano preoccupazioni e paure. Anche quando si pensava ad altro, quando si appariva sereni il pensiero della lontananza era incombente. Ho ancora il ricordo di un giorno d’estate, pochi mesi dopo la partenza di mio padre. Mia madre era a cucire con la sua migliore amica, la moglie di Michele emigrato con lui. Una giornata d’ estate luminosa e fresca, di quelle che riescono a farti sentire ottimista e allontanano i cattivi pensieri. La porta era aperta, sulla strada. Loro due parlavano serene. Poco lontano si fermò il camioncino di un ambulante. L’altoparlante cominciò a trasmettere la voce di Claudio Villa che cantava una vecchia canzone: Terra straniera, quanta malinconia. Smisero di colpo di parlare; i loro occhi si riempirono di lacrime. Lascio cifre e analisi sull’emigrazione dei bonefrani a chi ha altra autorità e altra professionalità (molti dati sono sui libri mai abbastanza lodati di Michele Colabella). Le mie note hanno scopo diverso e più umile. Non sono analisi, non sono racconti : non hanno lo stile né delle une né degli altri. Sono soltanto un semplice richiamo al nostro passato non troppo remoto, un invito a ricordare e a guardarci indietro che, ogni tanto, non fa male. L’ emigrazione ha oggi un significato concreto e attuale, anche se per noi diverso. Oggi siamo noi l’ America per i poveri del mondo che, però, praticano un sistema diverso, la migrazione. Qualche anno fa Eco ha puntualizzato la differenza tra emigrazione e migrazione. La prima è regolamentata, esige documenti e patti precisi. Esige soprattutto che sia il Paese ospitante a chiamarti, sulla base delle sue esigenze e secondo le sue regole. La migrazione avviene senza regole. Arrivi anche se non sei chiamato. Ti nascondi, corri più pericoli. Sogni il paradiso e diventi spesso vittima di chi ti sfrutta per darti pochi danari. Per sopravvivere rischi di diventare violento. La schiavitù non è passata. L’uomo è sempre stato un migrante, così ha popolato la Terra. Interi popoli si spostavano. In genere usavano la forza, l’invasione, sempre spinti dal doppio bisogno materiale e psicologico. Venivano inutilmente contrastati con mura alte o fossati, battaglie. La fame fa vincere. Poi vincitori e vinti si amalgamavano e nascevano nuovi popoli e nuove civiltà. Nuovi linguaggi: i milanesi sono orgogliosi del loro essere lombardi e parlare una lingua che deriva anche dai longobardi invasori. Oggi i migranti non arrivano con le armi ma è invariata la determinazione a rimanere. Noi non siamo in grado di respingerli: non possiamo o non vogliamo. A cominciare da chi li disprezza ma poi va avanti con il loro lavoro. Ma questi sono altri discorsi. Si rischia di cadere nella politica che, invece, deve rimanere lontano da queste note riguardanti Bonefro com’era e, credo, come erano tanti altri paesi poveri di questa nostra terra ora rivestita con panni nuovi e non più laceri che talvolta ostenta come un povero arricchito. Bisognerebbe parlare anche dell’ emigrazione di coloro che avevano studiato e non trovavano sbocchi soddisfacenti in paese. Emigrazione e migrazione sono emorragie gravi: sintomo di depressione soprattutto economica ma per se stesse malattie debilitanti il territorio di partenza. Forze fisiche e intellettuali che causano ulteriore deterioramento. E’ come se preparassi un campo, lo seminassi, lo curassi e al momento del raccolto lo abbandonassi. Ma anche queste sono considerazioni di sociologi e intellettuali, lontane dai propositi di queste che chiamo semplici annotazioni . Forse sarebbe bene se qualcuno annotasse i racconti dei vecchi bonefrani tornati dall’estero ancora viventi. Sarebbero testimonianze preziose. Si capirebbero meglio non solo il passato ma anche tanti aspetti della vita attuale, nostra e di altra gente.
Luglio 2008