29 ottobre 2009

COMINCIA A STUPIRE IL MOLISE DEL VINO



Due prestigiosi riconoscimenti a due vini e due aziende ricevuti dalle Guide da qualche giorno in edicola; interessanti risultati di ricerche realizzate presso l’Università degli Studi del Molise dal Dipartimento di Scienze e tecnologie Agro-Alimentari, Ambientali e Microbiologiche e presso il Laboratorio di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, diretto dal Prof. Giovanni De Gaetano, autore del progetto “MOLI-sani”.

I risultati di questi ultimi giorni, con l’Azienda Di Majo Norante di Campomarino, ancora una volta protagonista a livello nazionale e mondiale, che, non più paga di conquistare solo i prestigiosissimi Tre Bicchieri della Guida dei Vini 2010 del Gambero Rosso, riesce a vincere, con il suo “Contado” Riserva 2007, un Aglianico del Molise Doc, il “Decanter di Cristallo”, uno dei sei premi speciali che la Guida dà al vino italiano che ha il miglior rapporto qualità/prezzo. Un risultato strepitoso se si considera che questa scelta è il frutto di una selezione di migliaia di vini degustati, di cui ben 18.000 vini di 2.253 produttori riportati nella Guida, con 391 che hanno ottenuto i tre bicchieri.
Al pari del riconoscimento, altrettanto prestigioso, ottenuto, in contemporanea, da Borgo di Colloredo, altra azienda vitivinicola della capitale del vino molisano, Campomarino, con il suo “Gironia” Riserva 2004, un “Biferno” Doc, che si va a collocare tra i grandi vini della Guida de l’Espresso 2010, unica a rappresentare il Molise.
Due risultati importanti perché inseriscono il Molise del vino nel Gotha del vino italiano, che acquistano un particolare significato e valore nel momento in cui vanno a riconoscere a questa piccola Regione un ruolo nel campo della enologia nazionale, con i riconoscimenti che esprimono l’eccellenza della qualità.
Una grande occasione per l’immagine del Molise, visto che questi risultati vanno a recuperare limiti di comunicazione, in mancanza di una strategia ma solo di tante iniziative e non sempre di successo, ma, anche, per i prodotti agroalimentari e i suoi territori segnati da storia e cultura, paesaggi e ambienti ricchi di peculiarità, che aspettano solo di essere organizzati per essere spesi sul mercato ai fini di un crescita del turismo, che non può non essere che di qualità.
Una grande occasione anche per le altre aziende che hanno tutto da guadagnare da questi risultati, se è vera, come è vera, la regola che vale la pena avvalersi dei successi del vicino, invece di contrastarli, soprattutto quando si hanno le carte giuste per fare meglio e vivere identici successi.
Nel segno di una sana e corretta competizione sulla base della scelta della qualità, cioè dell’elemento decisivo, insieme al giusto prezzo, per vincere su un mercato caratterizzato da un’agguerrita competizione.
Ma il Molise del vino non finisce di stupire nel momento in cui appare sulla rivista “l’Enologo, crediamo per la prima volta (siamo lettori attenti di questa importante rivista da oltre vent’anni), con un documento tecnico di tre ricercatori ( Massimo Iorizzo, Silvana Romano e Silvia Jane Lombardi) dell’Università degli Studi del Molise, che riporta uno studio sui vini “Tintilia”, che, non ci stancheremo mai di ripetere, rappresentano una peculiarità e preziosità della vitivinicoltura molisana e, come tali, da salvaguardare e tutelare e, soprattutto, da promuovere.
Un documento che merita una nota a parte per la sua importanza, al pari delle ricerche sul vino e l’alimentazione, portate avanti, con importanti risultati, dal Laboratorio di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, diretto dal Prof. Giovanni De Gaetano, l’autore del progetto “MOLI-sani” che, per la prima volta, vede una intera Regione laboratorio per la ricerca contro le malattie cardiovascolari ed i tumori.
Avremo modo di parlarne prossimamente per capire ancora meglio il significato del titolo che abbiamo voluto dare a questa nostra nota informativa.
p.di.lena@alice.it

RAGLI & BELATI


SEGNO DEI TEMPI

Zacc – mentre il capo di governo dichiara guerra ai “giudici comunisti”…

Bélina – il Ministro nucleare Scajola dice “stronzo” a un operaio

CONTEMPORANEAMENTE

di Giuseppe Ciarallo
Vai ora a far capire alla gente più umile, a quell’Asino del popolo, che non è vero che i politici sono tutti uguali, che non è vero che chi va al mulino necessariamente s’infarina. Come convincerlo, visto che negli ultimi tempi - e il modello sociale imposto dal Cavaliere non è certo scevro da responsabilità - sia a destra che a sinistra si sono avuti casi di politici, amministratori pubblici, onorevoli dai comportamenti alquanto discutibili e molto poco onorevoli?
Forse sarebbe ora di ricominciare a pensare che proporsi per una carica pubblica è un atto di estrema responsabilità e non un mero esercizio di potere da sbattere in faccia alla plebe con tutta l’arroganza del “lei non sa chi sono io!”.
E’ così difficile capire che ci sono azioni che prese singolarmente sono lecite, attuate invece contemporaneamente diventano quantomeno immorali quando non addirittura illegali? Scolarsi un bottiglione di vino e guidare un’automobile, sono cose che se fatte separatamente non hanno nulla di illegale (la prima può essere considerata tutt’al più sconveniente, la seconda invece è evidentemente del tutto normale). Mettersi alla guida dopo aver scolato il suddetto bottiglione, invece, oltre che immorale è anche chiaramente illegale.
Allo stesso modo, governare, quindi mettersi a capo di una comunità per guidarla nell’interesse della stessa, è azione meritoria e ammirevole; utilizzare auto di servizio e aerei presidenziali per meglio esercitare il proprio incarico pubblico, è cosa normale e ovviamente consentita; frequentare minorenni, andare a puttane o avere rapporti con transessuali sono attività per alcuni riprovevoli, ma non annoverabili tra quelle illecite, almeno fino a quando non entreranno in vigore quelle norme già approvate ma opportunamente bloccate, o semplicemente “rimandate”, non appena è scoppiato lo scandalo delle rivelazioni della escort D’Addario.
Ma l’essere a capo di una comunità (cittadina, provinciale, regionale o nazionale, poco importa), e contemporaneamente il partecipare a festini a base di cocaina, prostitute e/o transessuali, oltretutto utilizzando mezzi di spostamento (auto blu e aerei statali) messi a disposizione per l’esercizio di funzioni pubbliche, diventano attività moralmente indegne quando non specificamente illecite (che pongono l’interessato in una situazione di ricattabilità, proprio come avvenuto nei casi Berlusconi e Marrazzo).
Per cui del Governatore del Lazio (del Cavaliere è già stato detto tutto ed è persino inutile sprecare altro fiato), oltre a non comprendere la scelta di rifugiarsi in un istituto religioso, recitando la ridicola parte della pecorella smarrita, non condivido nemmeno il suo denunciare come debolezze private, inclinazioni sessuali alla fin fine legittime, delle quali semmai avrebbe dovuto rendere conto solamente ai suoi familiari, moglie e figlia in primis. La vera sua debolezza privata è stata quella di voler assurgere al ruolo di capo di una comunità senza avere le carte in regola per farlo (scelta questa, evidentemente dettata più da insano narcisismo che da reale volontà di impegno e sacrificio, doti che dovrebbero essere indispensabili a un amministratore della cosa pubblica, oltre naturalmente alla irreprensibilità della propria condotta e a uno spessore morale di taglia extralarge).
Di tutta questa squallida faccenda, la cosa che più rammarica è l’ennesimo scossone inferto al già precario equilibrio sul quale poggia l’ormai quasi nulla credibilità delle istituzioni democratiche nate dalla Resistenza.
Per il resto, è giusto che ognuno faccia i conti con la propria coscienza. Qualora presente.

Giuseppe Ciarallo, scrittore, è legato a Larino non so se per nascita, comunque perché la madre è una Raimondo di Larino. Questo suo scritto dimostra animo sereno e pacato, lucidità di analisi e, quindi, di ragionamento, che spiega molto bene quello che sta distruggendo la credibilità dei cittadini nelle istituzioni e, così, i rischi che corrono i valori fondanti di un Paese libero e democratico. Per questo la pubblicazione su questo blog e l’adesione all’invito a stimolare riflessioni per non perdere il filo del discorso e non rischiare di rimanere travolti da un’informazione che tende a nascondere i fatti e, quando, è costretta a raccontare questi fatti lo fa solo cercando di confondere, con le bugie, le idee alla gente, esaltando il padrone di tutte le televisioni che tutte le volte ci prova a far intendere che la informazione non ce l’ha in mano lui, ma la sinistra. Tanto c’è un 68% degli italiani che ci crede, sempre che, però, il padrone, anche in questo caso, racconti il vero.

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina L' AZZECCAGARBUGLIO
Zacc- ho bisogno di essere lodato
Bélina – mavalà

28 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina
SHACHERATO
Zacc- Percorso diverso, con persone diverse
Bélina – l’importante è che porti al Vaticano

26 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina ALTERNATIVA
Zacc- “Parlo di alternativa e non di opposizione” queste le parole più significative di Bersani
Bélina – a D’Alema?. Mi trova d’accordo

25 ottobre 2009

Associazionismo olivicolo, strumento ancora essenziale

di Claudio Di RolloPresidente Cno - Consorzio nazionale degli olivicoltori




Come Consorzio Nazionale Olivicoltori- Cno - ci inseriamo nel confronto aperto con le Organizzazioni Professionali, stimolato da "Teatro Naturale", esaminando il tema dell’associazionismo nel settore olivicolo caratterizzato com’è da circa un milione di produttori, con una elevatissima parcellizzazione e da uno scarso potere contrattuale.Come noto il mercato dei prodotti agroalimentari, e in particolare di quelli olivicoli, è interessato, già da diversi anni, da importanti cambiamenti. A cominciare dalla Pac che ha mutato i propri obiettivi di sostegno al reddito in agricoltura, orientandoli a favorire azioni di natura diversa legate agli aspetti ambientali, di sicurezza alimentare a di servizi, ma soprattutto di porre maggiore attenzione ai segnali provenienti dal mercato, in conseguenza anche di una riduzione progressiva del sostegno comunitario diretto a vantaggio dello sviluppo rurale.Quindi il reddito derivante dall’attività agricola è e sarà sempre più legato alla capacità degli agricoltori nel saper vendere i propri prodotti. E’ questa una condizione tanto più importante oggi proprio perché le imprese agricole, e quindi anche quelle olivicole, si trovano ad operare in un mercato globalizzato dove è aumentata la concorrenza tra Paesi esportatori, sono più frequenti le oscillazioni dei prezzi, è divenuta più articolata la domanda di prodotti da parte di consumatori maggiormente orientati ai contenuti qualitativi-salutistici ed è aumentato considerevolmente il livello di concentrazione della domanda espressa dall’industria, ma soprattutto dalla grande distribuzione.Sono fondamentali, quindi, alcune scelte riguardanti la sfera della produzione (cosa, quanto e come produrre) direttamente connesse al mercato negli aspetti che oggi tendono a caratterizzarlo, ossia il marketing e le relazioni contrattuali. Da qui il ruolo strategico di governo del mercato dove l’associazionismo può essere un attore fondamentale.Certo, non possiamo evidenziare una forte autocritica che parte da lontano e deriva da una visione predominante che vedeva il ruolo delle associazioni inteso più come strumento “amministrativo” rivolto alla gestione degli aiuti comunitari piuttosto che al mercato. E’ bene precisare con estrema chiarezza che si è chiusa (in verità da tempo) una fase storica nella quale si è risposto in modo adeguato agli olivicoltori associati rendendo un servizio professionalizzato anche alla Pubblica Amministrazione. Si tratta ora di affermare e costruire un rinnovato e più avanzato sistema associativo con la consapevolezza e la capacità di metterci in discussione, traguardando verso il nuovo le esperienze maturate fino ad ora. In tal senso credo che il “nuovo” associazionismo, in funzione della sua azione collettiva, possa e debba assumere un ruolo significativo anche sotto il profilo dei vantaggi economici rispetto all’azione individuale dell’impresa agricola anche se ben strutturata e organizzata. Mi riferisco in particolare all’acquisizione di massa critica di prodotto per ottenere importanti economie di scala oltre che gestire il marketing-mix della produzione aggregata, alla opportunità di programmare l’offerta per adeguarla alle esigenze della domanda, alla possibilità di utilizzare al meglio e a minore costo l’informazione di mercato essenziale anche per ridurre l’impatto di forme speculative, al vantaggio di ricorrere a condizioni migliori al credito e all’acquisto collettivo di input, alla possibilità ad investimenti collettivi nel campo della ricerca sulle innovazioni di prodotto e di processo.In generale l’associazionismo nel comparto olivicolo italiano (cinque Unioni e un centinaio di associazioni territoriali) riveste un peso tuttora poco significativo e incisivo rispetto alle potenzialità che ho cercato di illustrare.La mancanza di incentivi finanziari da un lato, e una predominante confusione di ruoli nella gestione della filiera, dall’altro, cui si aggiunge una non sempre sollecita attuazione, da parte delle Istituzioni preposte, degli strumenti normativi rendendoli effettivamente operativi hanno contribuito a rendere complicato il processo di organizzazione dell’offerta.Credo sia assolutamente necessario, concludendo, anche da parte del mondo associativo superare quelle divisioni ormai inspiegabili fra le diverse organizzazioni operanti nel settore (basta vedere la composizione del tavolo di filiera) per affrontare insieme la sfida del mercato di fronte alla quale ognuno di noi appare oggettivamente fragile.LEGGI ANCHEPasquale Di Lena, "Ripensare le organizzazioni agricole": link esternoGiuseppe Politi, "Organizzazioni agricole, il populismo non aiuta": link esternoFederico Vecchioni, "Non serve dirigismo ma una riforma dei meccanismi":link esternoSergio Marini, "Organizzazioni agricole, un progetto di rigenerazione":link esternoAlfonso Pascale, "Dare voce a persone in carne ed ossa":link esterno
di Claudio Di RolloPresidente Cno - Consorzio nazionale degli olivicoltori 24 Ottobre 2009 TN 37 Anno 7

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina







SALDI DI FINE GOVERNO
Zacc - Inaudito, il ministro Bondi vende l’archivio Vasari
Bélina – è iniziato il periodo dei saldi del governo

23 ottobre 2009

delibera No nucleare

COMUNE DI LARINO
Provincia di Campobasso
COPIA

V erbale di Deliberazione del Consiglio Comunale

DATA 19/10/2009 N.43


OGGETTO: Ipotesi insediamento Centrale Nucleare in Basso Molise. Determinazioni.

L’anno 2009, il giorno 19 del mese di ottobre, alle ore 19.30, nella sala Consiliare si è riunito il Consiglio Comunale, convocato nei modi e termini di legge, in sessione ordinaria, seduta pubblica, 1^ convocazione.

Alla trattazione dell’argomento risultano presenti i seguenti Consiglieri:

GIARDINO GUGLIELMO Sindaco
QUICI GIOVANNI Consigliere
PASCARELLA CLEMENTE Consigliere
PONTICO GIULIO Consigliere
URBANO MICHELE Consigliere
LAPENNA GIOVANNI Consigliere
STARITA MASSIMO Consigliere
DI FONZO DEMETRIO Consigliere
CARANFA ALDO Consigliere
DI BERNARDO PAOLA MARILENA Consigliere
MANCINI PAOLO Consigliere
DI LENA PASQUALE Consigliere
PIZZI RUGGIERO Consigliere
DI BELLO ANTONIO Consigliere
CATAFFO GIAMPIERO Consigliere
PUCHETTI GIUSEPPE Consigliere
Consiglieri Presenti n. 16

Sono assenti i seguenti Consiglieri:
MIOZZA RENATO Consigliere

Consiglieri Assenti n. 1

Assume la presidenza il Sig. Demetrio DI FONZO

Assiste il Segretario Comunale Dr. FERNANDO ANTONIO ROSATI.

Constatata la legalità della seduta, il presidente dichiara aperta la seduta per la trattazione dell’oggetto sopra indicato
IL CONSIGLIO COMUNALE

Udita la dettagliata relazione dell’Assessore URBANO il quale evidenzia che l’argomento in discussione è stato rinviato più volte e l’originaria proposta, a seguito dei provvedimenti assunti in materia dal governo centrale va adeguata. Ritiene che su questo argomento bisogna essere tutti uniti e centrare un univoco obiettivo. Riferisce che diversi Comuni limitrofi hanno già deliberato contro l’installazione di una centrale nucleare nel Basso Molise. Invita i Consiglieri presenti a votare un ordine del giorno all’unanimità che scongiuri l’installazione di una centrale nucleare nel Basso Molise.
DI LENA: Condivide l’intervento di Urbano. Dire no al nucleare nel Molise è semplice ipocrisia in quanto l’installazione di una centrale nucleare potrebbe avvenire nell’area del Vastese così come del Foggiano, adiacenti e confinanti con il Molise. Da lettura di una relazione che consegna al Segretario Comunale da allegare al verbale di deliberazione ( All.”A”). Bisogna dire NO al Nucleare e basta.
URBANO: condivide l’analisi esplicitata da Di Lena ma riconferma che il Consiglio Comunale deve adottare un deliberato da inviare a tutte le istituzioni. E’ necessario che il Governo Centrale ritorni sulle proprie scelte in materia, chiede di sospendere i lavori consiliari per concertare e predisporre un Ordine del punto da votare all’unanimità.
SINDACO. La problematica in discussione è molto seria ed auspica un ordine del giorno che si votato all’unanimità. Riferisce del Consiglio dell’Unione dei Comuni tenutosi lunedì 12 u.s. che ha votato all’unanimità un provvedimento sull’argomento in trattazione.
LAPENNA: Condivide l’intervento del Consigliere Di Lena ma ritiene che assumere un provvedimento che vieti l’installazione di una centrale nel Basso Molise, così come hanno fatto altri Comuni, ha maggiore incisività;
DI BELLO: Dichiara di essere contrario al Nucleare. E’ favorevole per un provvedimento da approvare all’unanimità.
PUCHETTI: Ritiene che l’argomento in discussione doveva essere oggetto di una seduta monotematica. Il Governo Centrale ha fatto scelte del tutto sbagliate. Ritiene che i rappresentanti del Molise, in Parlamento, si facciano portatori delle difese di questo territorio.
PIZZI: Stando agli interventi succedutisi, pare di capire che nessuno è favorevole al Nucleare e quindi questo territorio va salvaguardato con un secco NO;
SINDACO: Evidenzia che esiste un problema energetico che non è di facile soluzione. Afferma il proprio dissenso sul proliferare di parchi eolici che deturpano il paesaggio. E’ favorevole per un ordine del giorno univoco da approvare all’unanimità.
DI LENA: Da lettura dell’ordine del giorno all’uopo predisposto e sottoscritto dai componenti della Minoranza .
PRESIDENTE DI FONZO: propone la sospensione dei lavori consiliari per concertare e predisporre un ordine del giorno univoco.

Favorevoli all’unanimità.

Alla ripresa dei lavori, previo appello a seguito del quale risultano tutti presenti, tranne il Consigliere Miozza, Urbano da lettura dell’Ordine del giorno all’uopo predisposto .

Posto ai voti è approvato all’unanimità dei presenti.

IL CONSIGLIO COMUNALE

Visto l’esito della votazione come innanzi riportata

DELIBERA

Di approvare l’unito Ordine del giorno parte integrante e sostanziale del presente deliberato.
IL CONSIGLIO COMUNALE

Con successiva, separata ed unanime votazione resa palesemente dai presenti

DELIBERA

Di dichiarare il presente deliberato immediatamente eseguibile.

IL CONSIGLIO COMUNALE

PREMESSO
Che la volontà dei cittadini Larinesi e Molisani è quella di vivere la propria Regione ed il proprio territorio libero da insediamenti che vanno a distruggere l’immagine di una Regione e di un territorio ricco di ambienti e paesaggi, di biodiversità e di risorse naturali quali l’acqua, che è strategica per il suo futuro;

Che oltre il 70% dei cittadini italiani nel 1987 ha espresso la propria contrarietà al nucleare con un referendum;

Che non risponde al vero, che le nuove centrali nucleari previste dal governo saranno la soluzione “economica e sicura” ai problemi energetici italiani, in considerazione dei costi esistenti per: a) le tecnologie da acquistare all’estero; b) l’approvvigionamento del materiale fissile; c) costi di dismissione e gestione delle scori, con il dato che quest’ultime, se si entra nel merito della questione “sicurezza” nessuno ancora sa come e dove smaltirle;

Che si parla di impianti di “terza generazione” senza sapere che ad oggi non esistono tali, visto che gli unici due prototipi sono in via di costruzione in Francia e Finlandia, ciò vuol dire che si andrebbe ad installare una nuova tecnologia ancora non collaudata, che non cambia l’impianto generativo e i relativi rischi;

Che molti dei paesi dotati di centrali nucleari stanno pensando di dimettere quelle operanti e di sostituirle con altre fonti energetiche;

Che i costi esorbitanti, per un investimento che, se tutto va bene, va a dare i primi risultati nel 2020, andranno a pesare tutti sulle future generazioni, che si troveranno così limitate nelle loro azioni di progettare il proprio futuro e quello del Paese;

PRESO
Atto che con l’approvazione della Legge n. 99 del 23/07/2009, il Parlamento ha creato le condizioni giuridiche per avviare un programma di realizzazione di nuove centrali nucleari in Italia;

CONSIDERATO
Che la delega sul nucleare al Governo prevista da tale legge mette fuori gioco le Regioni e gli Enti Locali sulla localizzazione degli impianti nucleari per la produzione dell’energia elettrica, sugli impianti per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi o per lo smaltimento degli impianti nucleari, in contrasto con quanto stabilito dal Titolo V della Costituzione sui poteri concorrenti delle Regioni in materia di governo del territorio e sul rispetto del principio di leale collaborazione;

TENUTO
Presente che, conseguentemente, la legge approvata ha in sé elementi di illegittimità costituzionale, considerato che di fatto esautora il potere locale regionale, provinciale e comunale dall’esprimere eventuali pareri contrari o vincolanti e toglie ogni potere di decisione ai cittadini circa la scelta dei siti e dei luoghi dove costruire le centrali e/o raccogliere le scorie, rendendo così null ogni atto deliberativo ed ogni volontà espressa nel senso di dichiarare libero il proprio territorio da questo tipo di insediamenti;


TENUTO
Anche conto, sulla base di esperienze che altri paesi stanno vivendo, con la scelta del nucleare, i costi enormi ed i tempi lunghi per arrivare a produrre energia, senza alcuna assicurazione sulle conseguenze dovute alla pericolosità di questi insediamenti e sulle possibilità per le generazioni di pagare i costi di costruzione e i costi della stessa energia prodotta a causa della crescente scarsità di uranio;

RITENUTO
Valido il discorso dell’importanza dell’energia pulita attraverso lo sfruttamento di fonti disponibili allo stato naturale, in particolare il sole, il vento e l’acqua che il sostegno alla ricerca può mettere a disposizione sempre più e a bassi costi che non vanno a pesare sugli utenti;

CONSIDERATO
Altresì che da autorevoli fonti di stampa, l’area del Basso Molise è stata inserita tra i quattro possibili siti per la localizzazione di una Centrale Nucleare, in ragione anche di uno studio datato di compatibilità tecnica fatto negli anni settanta;

RILEVATO
che tale scelta non tiene alcun conto che i sette criteri individuati dall’A.I.E.A (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), indispensabili per conferire margini accettabili di sicurezza ad un sito, sono del tutto assenti nel territorio molisano.

Evidenziato, conseguentemente, che il territorio del Basso Molise è:
- area a rischio sismico;
- area a rischio idrogeologico;
- area ad alta densità abitativa;
- area situata a ridosso del mare e prossima alla foce dei fiumi BIFERNO e FORTORE;
- area contigua ad altre di elevato valore storico-archeologico e paesaggistico;
- area contigua ad altre ad elevatissima vocazione agricola;
- area a consolidata vocazione turistica.

RITENUTO

che il Basso Molise attraverso le installazioni già esistenti ( centrali turbogas di Termoli, Larino, Campomarino) produce molta più energia di quanta ne consuma, contribuendo in tal modo, in maniera più che sufficiente, al fabbisogno nazionale;


CONSTATATA

La netta contrarietà a tale sciagurata ipotesi già espressa dal Presidente della Regione Molise, dalla Provincia di Campobasso, dai molti Comuni dell’area basso molisana e, da ultimo, dal Consiglio Regionale che ha dato mandato al Governo regionale di proporre ricorso alla Consulta contro la legge n.99/2009 per manifesta illegittimità costituzionale;

ESPRIME

Netta, ferma ed assoluta contrarietà alla installazione di una centrale nucleare e di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi nel territorio molisano;

ESPRIME

Il più forte diniego alla scelta del nucleare ed invita il Governo a recedere dalla decisione di ritorno al nucleare in Italia


DELIBERA

Di dichiarare il “territorio comunale denuclearizzato”
Conseguentemente:
vietare su tutto il territorio comunale l’installazione di centrali che sfruttino l’energia atomica;
vietare su tutto il territorio comunale l’installazione di siti di stoccaggio per rifiuti radioattivi.

IMPEGNA

Il Sindaco del Comune di Larino a trasmettere formalmente il presente e motivato deliberato consiliare al Presidente del Consiglio On. Berlusconi, ai Ministri dell’Ambiente e delle Attività Produttive, al Sottosegretario Guido Bertolaso, Responsabile del Dipartimento della Protezione Civile ed alle competenti Commissioni Parlamentari della Camera e del Senato, nonché alla Regione Molise, alle province di Campobasso e Isernia ed ai Comuni del Molise con l’invito a prendere una pari determinazione in modo da affermare il netto diniego alla produzione di energia nucleare sul territorio italiano regionale e nazionale.


Di quanto sopra è stato redatto il presente verbale che, previa lettura e conferma, viene sottoscritto come segue:

IL PRESIDENTE
F.to: Demetrio DI FONZO

IL SEGRETARIO
F.to: Dr. Fernando Antonio ROSATI


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CERTIFICATO DI PUBBLICAZIONE

Il Segretario Comunale, dietro conforme attestazione del Messo Comunale, certifica che la presente deliberazione è stata affissa in copia all'Albo Pretorio del Comune in data 22/10/2009 e vi rimarrà affisso per quindici giorni consecutivi.

Dalla Residenza Municipale, lì 22/10/2009

IL SEGRETARIO
F.to : Dr. Fernando Antonio ROSATI

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Per estratto conforme per uso amministrativo, lì 22/10/2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina

SERVIZI ESOSI
Zacc - La proposta di contratto di Vespa è stata rinviata al mittente
Belina -Finalmente una buona notizia. I suoi servizi non rendono più come una volta.

IL PROVENZANO DELLA POLITICA
Zacc -"Tutto pensavo fuorché essere il Provenzano della politica…", ha detto Mastella.
Balina – se lo dice lui!

IL PIEDINO COI TACCHI ALTI
Zacc - Che gaffe ragazzi! E poi dicono che è la sinistra che sputtana l’Italia
Bélina – ha preferito Putin per evitare di fare il piedino alla regina.

22 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

CONSOLAZIONE


Zacc – Mastella, questa volta, invece di preoccuparsi della famiglia si preoccupa che non hanno inviato avviso di garanzia a Bassolino
Bélina – aver compagno al dolo scema la pena

21 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina

ROMA
Zacc- 100 euro di multa ai lavavetri
Bélina – e ai lava processi?

20 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina
ROMA
Zacc- 100 euro di multa ai lavavetri
Bélina – e ai lava processi?

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina


BRACHINO PENTITO
Zacc - ma chi è sto brachino?
Bélina - quello del calzino
ALFANOLODO
Zacc – “Per me le scuse di Brachino –ha detto Alfanolodo- chiudono un caso”
Bélina - ora vuole le scuse per Berlusconi perché non sa distinguere le offese dalle porcate

19 ottobre 2009

IL GIRONIA ROSSO 2004 DI BORGO DI COLLOREDO FRA LE 215 ECCELLENZE DEI VINI ITALIANI


Pasquale Di Lena informa- borgo di colloredo


Un significativo riconoscimento per l’azienda Borgo di Colloredo, dei fratelli Enrico e Pasqualino Di Giulio di Campomarino, quello ricevuto dalla Guida dei Vini d’Italia 2010 de L’espresso che ha inserito tra i 215 riconosciuti eccellenti e rari nella qualità, cioè con punteggio che va oltre i 18/20, tra i 20 mila degustati e i 10 mila selezionati come apprezzabili, buoni, ottimi, rari e eccellenti. Tra questi ultimi il Gironia Rosso 2004, un “Biferno” Doc, che inserisce il Molise nella guida, anche se per un antico vezzo, soprattutto del mondo del vino e dell’olio che dimostrano di conoscere poco la geografia, abbinato con l’Abruzzo, che si presenta con quattro aziende e quattro vini eccellenti tra cui il Clemàtis 2003 dell’azienda Zaccagnini di Bolognano, che, proprio insieme al Gironia rosso 2004, abbiamo avuto modo di presentare a Berlino e nelle tappe della Maratona del gusto e delle eccellenze d’Italia, manifestazione promozionale itinerante in Austria e Germania, organizzata da Casa Italia Atletica delle Federazione di Atletica Leggera Italiana.
Ma il Gironia Rosso 2004 è anche il vino che ha accompagnato ultimamente le semifinali nazionali de “le Viniadi”, organizzate con grande successo a Larino, l’altro fine settimana, da l’Enoteca Italiana di Siena.
Le Guide de l’Espresso, dirette da Enzo Vizzarri, con quella dei Vini d’Italia curata da Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, sono fra le più accreditate tra le numerose guide enogastronomiche italiane.
Un successo per i Di Giulio e Borgo di Colloredo, Campomarino, la vitivinicoltura molisana e il Molise, che a noi piace raccontare e far conoscere. Soprattutto ai molisani che, anche attraverso questi risultati, sanno di poter esprimere le peculiarità di questa nostra Regione ed essere orgogliosi di una terra generosa di qualità e tipicità.
I complimenti vivissimi ai Di Giulio per questo importante risultato con l’augurio di nuovi successi per lui e i bravi produttori molisani.
p.di.lena@alice.it

17 ottobre 2009

Dare voce a persone in carne ed ossa

di Alfonso PascalePresidente Rete delle Fattorie Sociali - http://www.alfonsopascale.it/ Alfonso PascaleCon la solita franchezza che lo contraddistingue, Pasquale Di Lena ha denunciato su questa rivista (link esterno) la solitudine in cui gli agricoltori italiani sono stati lasciati dalle proprie organizzazioni di rappresentanza nel fronteggiare i cambiamenti impetuosi degli ultimi decenni. “L’era della conoscenza nella quale viviamo – egli conclude – richiede discontinuità con culture e prassi finora utilizzate e soprattutto coinvolgimento e partecipazione per affermare la centralità dell’agricoltura, un settore che più di altri è espressione di attualità e modernità”.La crisi di rappresentanza dell’agricoltura italiana, di cui parla Di Lena, si trascina da oltre un ventennio. Si potrebbe, infatti, far coincidere il suo avvio con il primo vero scontro sulla riforma della Pac, quando alla fine degli anni Ottanta, a seguito del Piano Delors, denominato “Portare l’Atto Unico al successo: una nuova frontiera per l’Europa”, ed all’avvio della politica strutturale, la Commissione licenziò il documento dal titolo “Il futuro del mondo rurale”. In esso si precisava che “lo sviluppo rurale non doveva essere soltanto un problema collaterale per la politica dei mercati agricoli, ma un legittimo obiettivo con pieno diritto”. Si trattò di una svolta significativa che venne sostanzialmente subita dalle organizzazioni agricole italiane. Nessuna di esse colse l’occasione per ripensare profondamente il proprio impianto progettuale e porsi nei confronti dell’Europa in termini non più difensivi ma propositivi.La svolta si era resa necessaria perché l’incremento della produzione agricola, indotto dalla Pac, si era ben presto trasformato in accumulo di eccedenze e in aumento incontrollato della spesa comunitaria; e tale situazione era diventata un impedimento alla modernizzazione del settore perché le garanzie di mercato infiacchivano lo spirito imprenditoriale. Inoltre, gli squilibri si erano dilatati ulteriormente perché le risorse erogate, essendo proporzionali alle quantità prodotte, assicuravano i maggiori benefici alle aziende più grandi e a quelle che producevano in abbondanza.Ma in Italia vi era una ragione ancor più di fondo per accogliere immediatamente con favore la svolta comunitaria: negli anni Sessanta, il processo di modernizzazione della nostra agricoltura si era concluso evidenziando la persistenza della molteplicità dei sistemi agricoli territoriali e della pluralità dei modelli aziendali. E la diffusa presenza di aziende familiari era il segno inequivocabile che continuava a covare, sotto la cenere della grande trasformazione delle campagne, quel capitale sociale in grado di valorizzare la multifunzionalità dell’agricoltura. Sicché riscoprendo e rivitalizzando - con un’adeguata politica di sviluppo rurale - valori immateriali (stili di vita, patrimoni culturali, tradizioni, ecc.), prodotti storicamente dalle comunità e legati all’esistenza di beni relazionali (reciprocità, dono, conoscenza diretta) e non solo alle relazioni di mercato, si sarebbero potute assicurare durevolezza e autenticità alle risorse collettive dei diversi territori. I governi italiani dell’epoca erano alle prese con una profonda crisi del sistema politico interno, esplosa con la caduta del muro di Berlino. Si erano, infatti, definitivamente frantumate le ragioni ideologiche che avevano fino a quel momento cementato le appartenenze ai maggiori partiti e alle principali organizzazioni professionali ad essi collegate. Dissoltosi il collante che li teneva insieme, gli attori rilevanti della politica agricola italiana vivevano una fase di profondo sbandamento e, perciò, non riuscivano a cogliere le novità che emergevano nelle campagne italiane e a svolgere un qualche ruolo nei negoziati comunitari. Questa situazione di stallo si è protratta si può dire fino ad oggi, impedendoci di incidere in qualche misura nelle ulteriori riforme della Pac. Ma la cosa più preoccupante è stata, a mio avviso, la scarsa consapevolezza delle continue e rapide trasformazioni che sono avvenute nelle campagne e nelle città italiane, perché la ricerca socioeconomica ha utilizzato e utilizza tuttora solo i freddi numeri delle statistiche, senza prendere in considerazione anche il vissuto delle persone e delle comunità.Dovremmo, invero, ritornare all’inchiesta militante - quella dei De Martino, degli Olivetti o dei Dolci per intenderci - e dare voce a persone non idealizzate ma a quelle in carne ed ossa, che abitano territori determinati, per leggere la realtà così com’è percepita da chi vive in un determinato luogo, senza generalizzazioni prive di senso. Troveremmo così comunità e territori fragili, che rischiano di perdere ogni possibilità di sopravvivenza economica e culturale, perché non c’è più protezione sociale e produzione di beni pubblici per loro: non ci sono più scuole, presidi sanitari, uffici postali, mezzi di trasporto pubblico. Troveremmo aree ad agricoltura intensiva in Puglia che hanno perduto ogni rapporto con le comunità locali e dove un caporalato totalmente in mano ad organizzazioni malavitose internazionali ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo ai danni di immigrati non africani ma polacchi. Troveremmo aree periurbane dove non si addensano più soltanto le “villettopoli” dei ricchi e i tuguri degli immigrati e dei nomadi, ma anche le abitazioni delle persone che rifuggono l’impazzimento delle città e ricercano in attività agricole di prossimità una seconda chance per dare un senso alla propria esistenza. Ad esse si aggiungono le abitazioni a basso costo dei nuovi arrivati dalle zone più interne e dei nuovi poveri, che pur lavorando saltuariamente hanno perduto l’indipendenza economica e sociale. Troveremmo in determinate aree collinari e montane percorsi innovativi e strategie imprenditoriali volti a rendere compatibile un’economia agricola competitiva con un modello che rispetta la centralità della persona e il rapporto interattivo uomo-natura. Occorrerebbero, dunque, corposi programmi di ricerca sul campo volti a svelare – attraverso l’arte, la natura e la storia ma anche mediante il racconto delle condizioni di vita, dei disagi e delle aspirazioni delle persone – la trama di paesaggi in trasformazione. Forse così – e non solo compulsando generici dati numerici - si potrebbe racchiudere, in un progetto scientifico e narrativo che raccolga storie di vita, il senso di culture agricole e rurali che da tempo si vanno integrando con culture urbane. La città e la campagna sono ancora considerate come due mondi separati e distinti. Dal primo si dipanerebbero i grandi poteri del nostro tempo – la scienza, la tecnica, la finanza, il mercato – emersi con forza con la terza rivoluzione tecnologica, dopo quella agricola e quella industriale, e da cui si intendono prendere le distanze; dal secondo un nucleo vivace di agricolture non omologate ai processi industriali irradierebbe modelli di vita, di produzione e di consumo alternativi a quelli imperanti. Se questa fosse davvero la realtà, la crisi economica e le emergenze energetiche e climatiche non farebbero altro che porre in risalto le contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo e i paesi ricchi non dovrebbero fare altro che “ritornare” sui loro passi, recuperando un rapporto coi propri mondi rurali che, ormai emancipati dalle condizioni di arretratezza del passato, potrebbero alimentare economie locali, come tasselli di un grande mosaico alternativo al modello finora imperante.Nell’attuale configurazione di poteri, funzioni e relazioni è illusorio pensare di “ritornare” ad una mitica età rurale, anzi c’è da aspettarsi un’accelerazione del salto tecnologico verso traguardi che noi nemmeno immaginiamo. L’interazione tra tecnologia e mercato è, infatti, un motore potente che assicura una sorta di rivoluzione permanente. L’irreversibilità del processo non deve, tuttavia, spaventarci perché non è la sua inarrestabilità l’origine delle crisi odierne: economica, energetica e climatica. L’errore è stato di aver pensato che non fosse possibile introdurre elementi di razionalità nel processo. E dunque ci siamo estraniati da esso rinchiudendoci nei localismi incorruttibili e nei saperi nostalgici o erigendo facili quanto illusorie trincee nel tentativo di combattere tale processo. Abbiamo reagito ai fenomeni della smaterializzazione e della a-territorialità, indotti dalla globalizzazione, e alla conseguente perdita del senso del luogo con due atteggiamenti sbagliati ma speculari: o l’opposizione pregiudiziale o l’adesione acritica. C’ è stato, infatti, anche chi ha pensato che in fondo non fosse necessario razionalizzare il processo perché tanto ci avrebbe pensato il libero mercato. Insomma un misto di conservatorismo, ingenuità e rassegnata impotenza. Ora, a seguito della crisi economica e finanziaria, tocchiamo tutti con mano la necessità di progettare il futuro e, dunque, di riprenderci la nostra funzione di costruire lo spazio del nostro abitare. Se un ritorno a qualcosa va perseguito, questo non può essere altro che il recupero dell’idea di doverci dotare di una rinnovata visione riformista in grado di produrre più conoscenza scientifica e politiche di medio-lungo periodo. Lo dobbiamo fare però non combattendo come un donchisciotte contro la “città” e i suoi potentati per crearci uno spazio “altro”, ma assumendo la nuova dimensione urbano-rurale, che è il nuovo mondo e l’insieme delle sue risorse, dei saperi scientifici e di quelli contestuali, come terreno del nostro agire. Non si tratta di abbracciare il vecchio e inservibile cosmopolitismo da “siamo tutti cittadini del mondo” ma di fare i conti con le nuove paure, le insicurezze e i disagi della modernità, diffusi in modo impressionante nelle odierne società, perseguendo un benessere non meramente consumistico ma inteso come ricerca di un senso da dare alle nostre vite e alle nostre capacità e come esito di più conoscenza, più mobilità, più cura dei giovani, più inclusività. E’ qui che le antiche culture rurali e cittadine potrebbero esprimere davvero le loro potenzialità e fare in modo che ad alimentare i saperi del gusto e dell’ospitalità non siano l’egoistica propensione al “chilometro zero” o il rifiuto romantico e retrivo delle contaminazioni culturali ed etniche sulle nostre tavole, bensì i valori di reciprocità e mutuo aiuto propri di un mondo agricolo che non ha mai separato l’economia dalle relazioni sociali, la concezione della natura come prodotto dell’interazione tra uomo e ambiente, il ruolo propulsivo della ricerca scientifica nella formazione della cultura alimentare italiana che avendo un’origine urbana è stata da sempre una scienza. La lingua tedesca chiama con la medesima voce l’arte di edificare e l’arte di coltivare. “Agricoltura” e “costruzione” hanno lo stesso termine: Ackerbau; “contadino” ed “edificatore” hanno un comune modo di dire, Bauer, e l’antica radice Buan significava “abitare”. Per governare un territorio, non più urbano né rurale, e abitarlo in modo consapevole, dobbiamo “ri-tornare” ad unificare tutti questi significati e riconoscerci come costruttori e manutentori dei paesaggi che abitiamo. Si tratta, in sostanza, di progettare i territori come processo di autoapprendimento collettivo e di edificazione di un nuovo Welfare, di sviluppare più conoscenza scientifica integrandola con saperi locali, di rinunciare alla concezione antropocentrica oggi dominante in tutto l’Occidente riconoscendo la finitudine umana e di dotare la politica e le istituzioni di un ruolo europeo e planetario per introdurre più regole nell’economia reale e non in fantomatiche “altre” economie, contribuendo a razionalizzare i problemi globali. Occorre riscoprire il senso del Genius Loci, inteso come il “terzo termine” che sta tra me e il paesaggio che contemplo e che mi contempla, una sorta di “terzo paesaggio”, una costruzione mentale e culturale che definisce la mia identità. Ma senza feticizzare le radici e blindare la comunità contro lo straniero perché l’identità si riconosce nell’alterità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera. Una nuova rappresentanza dell’agricoltura potrà nascere solo se vi saranno organizzazioni in grado di mettere a frutto il loro patrimonio di valori etici in un processo siffatto, partecipando attivamente alla progettualità dei singoli territori e dotandosi di una dimensione europea in quanto solo a quel livello è possibile incidere effettivamente nelle scelte che riguardano i produttori agricoli.In questi venti anni, il vuoto lasciato dalle antiche forme della rappresentanza agricola è stato colmato da appartenenze plurime, molto diffuse nell’ambito della multifunzionalità agricola (part-time, biologico, agricoltura sociale, imprenditoria al femminile, nuove professioni rurali che nascono di continuo dalla sovrapposizione delle coppie lavoro/impresa, agricoltura/industria e agricoltura/servizi), che hanno dato vita a nuove associazioni come Aiab, Alpa, Rete Fattorie Sociali, Reti semi rurali, Rare, Civiltà Contadina, Rete degli orti di pace, dei sentieri della biodiversità e dei contadini custodi, Crocevia, Altragricoltura, permesso il rilancio di strutture storiche come Acli Terra e attratto l’impegno di numerose associazioni ecologiste, come Legambiente, Wwf, Italia Nostra, o del Terzo Settore, a partire dalla cooperazione sociale, o legate alla cultura del cibo e del territorio, come Slow Food, o consumeristiche oppure addirittura di genere, come le Donne del Vino con un approccio di filiera. Molti produttori hanno dato vita spontaneamente a reti locali e aderiscono a più strutture a seconda delle loro specifiche esigenze. In sostanza, siamo in presenza di una molecolarità associativa che ricerca forme di rappresentanza, relazioni tra associazioni e tra queste e la politica diverse da quelle che esistevano fino a venti anni fa, come è emerso nell’ambito del Progetto Inea “Promozione della cultura contadina” e nelle iniziative sull’agricoltura periurbana organizzate dall’Inu nell’ambito dell’evento annuale UrbanPromo.Mentre Cia e Confagricoltura – mi duole dirlo - ripropongono le solite parole d’ordine come se si trattasse di colmare un ritardo in un campo d’azione rimasto pressoché immutato, Coldiretti è l’unica grande organizzazione che ha preso atto della nuova condizione e, benché in solitudine, tenta di presidiare il proprio spazio con il progetto “Campagna Amica”, ultimamente denominato “Filiera agricola tutta italiana”. Una presenza poco ambiziosa, limitata alla filiera senza includere il territorio e l’insieme dei legami sociali e non solo economici che le imprese agricole costruiscono con altri soggetti locali. Del resto è noto che la Legge italiana di Orientamento, rispetto alla sua omologa francese, è monca proprio sugli aspetti territoriali. In realtà, l’ulteriore molecolarità associativa dovrebbe spingere la rappresentanza agricola non già verso un indistinto processo unitario che aveva un senso negli anni Sessanta e Settanta nel quadro di un’economia fordista, ma evolvere in una logica di poliarchia, di articolazioni a rete, di distretti rurali di economia solidale, di costruzione dal basso nel quadro di un nuovo progetto di dimensione europea, che può nascere tuttavia solo riconoscendo e studiando le trasformazioni profonde che sono intervenute in questi decenni.Quello che sappiamo con certezza è che nei territori italiani vi è una moltitudine di soggetti economici e sociali che vorrebbe partecipare attivamente ai processi di sviluppo locale e concorrere alla definizione delle scelte globali che riguardano il proprio futuro. Vi è dunque in agricoltura e dintorni una vasta domanda di rappresentanza che rimane inevasa.
di Alfonso PascalePresidente Rete delle Fattorie Sociali - http://www.alfonsopascale.it/ 17 Ottobre 2009 TN 36 Anno 7

Organizzazioni agricole, un progetto di rigenerazione

di Sergio MariniPresidente Coldiretti



Il percorso di evoluzione del modello di rappresentanza messo in campo da Coldiretti muove da una considerazione: al centro della discussione e degli interessi c’è oggi il cibo più che il prodotto agricolo. E’ una distinzione importante poiché, se è vero che senza agricoltura non può esserci cibo, quest’ultimo esce da un percorso di filiera del quale il prodotto agricolo è una parte, importante ma non esclusiva. La dimostrazione più evidente è l’andamento dei prezzi registrato nell’ultimo anno. Quelli alla produzione sono diminuiti, in alcuni casi addirittura crollati, ma ciò non ha influito su quelli al consumo. Un tale scenario ha reso necessaria un’evoluzione del modello di rappresentanza, che Coldiretti ha avviato ormai da diversi anni con il progetto di rigenerazione dell’agricoltura italiana. Un progetto che ha portato ad ampliare l’orizzonte delle imprese, anche attraverso strumenti normativi innovativi come la Legge di Orientamento che introdotto il concetto di multifunzionalità e ha allargato l’operatività delle imprese agricole dalla produzione alla trasformazione e alla vendita. Da un sistema di rappresentanza che considerava centrale il rapporto con la politica per risolvere i problemi del settore siamo passati a un sistema che cerca di comprendere i bisogni del cittadino consumatore, dal quale dipende il successo delle imprese. Se da un prodotto agricolo indifferenziato si passa a un soggetto che produce cibo, la rappresentanza deve conseguentemente guardare all’intera filiera e, da qui, interloquire col consumatore. Dal binomio “impresa-politica” siamo arrivati a quello “filiera-consumatore”. Per tradurre economicamente tale cambiamento culturale era necessario farsi carico di quei passaggi del percorso che va dal prodotto agricolo al cibo sino ad oggi gestiti dagli altri. La rappresentanza è stata quindi allargata ai soggetti della cooperazione e al sistema dei consorzi agrari, fino ai mercati per la vendita diretta dei prodotti agricoli di Campagna Amica. Una scelta che poggia sul progetto operativo messo in campo dalla Coldiretti che abbiamo chiamato “Filiera agricola tutta italiana” e che, dinanzi alla situazione attuale, è diventato centrale per sconfiggere le due grandi ingiustizie che mettono a rischio la sopravvivenza stessa dell’impresa agricola. La prima è il furto di valore aggiunto ai danni delle nostre imprese. Se i prezzi all’origine sono bassi la colpa non è della crisi internazionale, come qualcuno vorrebbe farci credere, bensì delle distorsioni presenti all’interno della filiera che si avvantaggiano dello scarso potere contrattuale della parte agricola senza che a beneficiarne siano i consumatori. La seconda anomalia consiste anch’essa in un furto, ma stavolta di identità. Sino a quando non ci sarà una chiara identificazione del prodotto attraverso l’etichettatura obbligatoria dell’origine sarà possibile continuare a utilizzare immagini, loghi, slogan che richiamano il made in Italy senza che nel prodotto stesso ci sia un grammo di prodotto italiano e senza che le imprese agricole italiane vedano premiato il proprio lavoro. L'obiettivo del progetto per una Filiera agricola tutta italiana è dunque quello di tagliare le intermediazioni ed arrivare ad offrire attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative, farmers market, agriturismi e imprese agricole prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori al giusto prezzo. Questi prodotti saranno offerti tramite la più estesa rete commerciale nazionale che coinvolge i mercati di campagna amica, i punti di vendita delle cooperative, i consorzi agrari, agriturismi e aziende agricole, ma coinvolgerà anche la rete della ristorazione a chilometri zero e la distribuzione che intenderà partecipare. L'effetto della riduzione dei passaggi e delle intermediazioni con un rapporto più diretto tra agricoltori e consumatori garantirà maggiore efficienza. In questo modo sarà possibile assicurare acquisti convenienti alle famiglie e sostenere il reddito degli agricoltori in un momento di difficoltà economica. Non a caso la presentazione del progetto per una Filiera agricola tutta italiana ha incontrato il consenso dei consumatori e della politica. Non da quei soggetti che sino ad oggi hanno fatto affari sulla debolezza del sistema agricolo. LEGGI ANCHERipensare le organizzazioni agricole; di Pasquale Di Lena: link esternoOrganizzazioni agricole, il populismo non aiuta; di Giuseppe Politi: link esternoNon serve dirigismo, ma una riforma dei meccanismi; di Federico Vecchioni: link esterno
di Sergio MariniPresidente Coldiretti 10 Ottobre 2009 TN 35 Anno 7

Organizzazioni agricole, il populismo non aiuta

di Giuseppe PolitiPresidente Cia, Confederazione italiana agricoltori

L’editoriale “Ripensare le organizzazioni professionali agricole” a firma di Pasquale Di Lena, pubblicato su Teatro Naturale lo scorso 11 luglio, merita alcune attente riflessioni e delle considerazioni (link esterno).Prima, però, mi sembra opportuno segnalare come nel nostro Paese da tempo si siano ridotte se non cancellate tutte le occasioni utili per un reale e costruttivo confronto sui problemi dell’agricoltura e il suo futuro, e in quest’ambito definire il ruolo e le responsabilità dei diversi soggetti che a vario titolo possono e devono dare un loro fattivo contributo. Voglio ricordare che appena eletto presidente della Cia (luglio 2004) ho avanzato la proposta dello svolgimento di una Conferenza Nazionale per/sull’agricoltura che doveva essere convocata dal governo e che doveva vedere la partecipazione attiva di tutti i soggetti istituzionali, dell’economia, del mondo della scienza, della tecnica e della rappresentanza degli interessi. L’obiettivo della Conferenza era ed è la definizione del ruolo dell’agricoltura nella società e nell’economia italiana, gli strumenti di governo e di intervento, la “missione” degli agricoltori, i loro doveri verso i cittadini/consumatori, verso la società in rapporto all’economia, il fabbisogno alimentare, ma anche i loro diritti a vedere riconosciute e valorizzate le loro capacità imprenditoriali, il lavoro e gli investimenti dedicati all’attività agricola. La necessità di dare risposte in questa direzione trovavano e trovano motivazione non solo dal cambiamento dell’economia, dei mercati, dai bisogni dei consumatori, dal quadro legislativo e dalla disponibilità delle risorse finanziarie dedicate al settore a livello europeo (PAC) e nazionale. La Conferenza venne convocata dall’allora ministro Alemanno e successivamente dal ministro De Castro. La contrarietà da parte delle regioni che temevano strumentalizzazioni della Conferenza alla vigilia della consultazioni elettorale (grave errore da parte degli assessori) nel primo caso e lo scioglimento anticipato del Parlamento, nel secondo caso, non hanno ad oggi permesso lo svolgimento della Conferenza. Il ministro Zaia al suo insediamento ha annunciato la Conferenza, ma poi non ne ha più parlato forse perché consigliato dalla Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti che in maniera coerente e chiara ha sempre avversato il suo svolgimento ritenendo inutile qualsiasi confronto forse credendo di essere l’unica ed esclusiva interlocutrice dell’agricoltura italiana, degli agricoltori, dell’alimentazione, della sicurezza e della dieta alimentare, ecc. ecc. Nel secolo scorso (fino agli anni Ottanta), agli agricoltori italiani ed europei era stato affidato il compito primario di produrre derrate alimentari a sufficienza per liberare il Paese dal bisogno degli alimenti che dovevano essere disponibili a prezzi bassi. Questa era l’esigenza prioritaria per permettere l’ammodernamento delle attività produttive e il loro sviluppo in altri settori da quello industriale, ai servizi, ecc. A memoria ricordo che nel nostro Paese, alla fine degli anni '80/'90 venne approvata una legge organica di sviluppo della nostra agricoltura che puntava in maniera chiara alla meccanizzazione ed ammodernamento del settore primario, con l’obiettivo dell’aumento della produzione per il raggiungimento del 90% del nostro fabbisogno alimentare (legge quadrifoglio). La Pac perseguiva in maniera coerente questo obiettivo incentivando finanziariamente le produzioni in rapporto alla quantità fisica indipendentemente da come, dove e chi produceva. La prima Pac finanziava direttamente le quantità produttive ritenute strategiche, il loro ammasso e il conseguente ritiro del mercato. Con il raggiungimento degli obiettivi, la Pac ha iniziato a cambiare di segno con la conseguenza dell’introduzione di tetti massimi di spesa, con le quote fisiche alla produzione, con l’abbandono della politica dei prezzi e, nel 1992, con una profonda riforma che assegnava le risorse finanziarie sempre direttamente agli agricoltori, ma con la finalità non più rivolta alla quantità fisica del prodotto, ma per sostenerli nella sempre più agguerrita competitività di mercati sempre più ampi. La successiva riforma del 2000 prima, poi 2003 ed ancor più recentemente quella del 2008, hanno cambiato profondamente gli obiettivi della Pac . La riforma del dopo 2013 (se non verrà anticipata) si annuncia piena di ulteriori novità che incideranno in maniera ancor più sensibile sull’agricoltura e sulle imprese agricole. Cosa hanno prodotto le politiche nazionali in rapporto ai mutamenti avvenuti e qual è stato il ruolo delle loro organizzazioni di rappresentanza. Non ho nessuna difficoltà nell’affermare che i produttori agricoli sono stati lasciati da soli ad affrontare i cambiamenti e i risultati, purtroppo incominciano a vedersi. Ecco, caro Direttore, ho voluto inquadrare la mia riflessione in questo scenario per inserirmi con alcune brevi considerazioni su quanto affermato da Pasquale Di Lena (link esterno).Certamente i produttori agricoli sono abituati ai capricci della natura, da sempre hanno messo in conto il rischio di perdere il raccolto o la caduta dei prezzi sul mercato, ma hanno sempre confidato nel recupero ritenendo quasi normale che ciò avvenisse. Nonostante le difficoltà si confidava che il temporale sarebbe passato e che il sole sarebbe tornato presto a splendere. Oggi ci sono meno certezze, c’è maggiore pessimismo, smarrimento e minore fiducia sul futuro. Gli agricoltori devono sempre di più fare i conti con il mercato, con la loro capacità di essere competitivi: producono ma non sanno come, dove e a quali prezzi verranno collocati i prodotti. La nostra agricoltura ha il primato delle Dop, le produzioni agricole italiane sono conosciute, apprezzate ed anche copiate sui mercati internazionali. Il settore agroalimentare rappresenta una percentuale importante nella formazione della ricchezza nazionale prodotta e nella bilancia dei pagamenti con i Paesi terzi. Nonostante questa cornice però i conti non tornano e non tornano soprattutto, se non esclusivamente, nelle tasche degli agricoltori, di chi, in ultima analisi, è il protagonista principale di questa produzione. Questa semplice ed universalmente riconosciuta considerazione, ci fa comprendere che l’origine del prodotto, l’etichettatura, la tracciabilità, ecc. sono misure necessarie, utili e condivise, ma non sufficienti. La qualità da sola non è sufficiente per il successo delle nostre produzioni sui mercati. La qualità ha bisogno di essere protetta, valorizzata e, soprattutto accompagnata sui mercati interni ed internazionali e, quindi, deve essere competitiva e capace di generare reddito per gli agricoltori. Ecco, credo che bisogna partire da questa semplice considerazione per ridefinire in maniera chiara il ruolo da assegnare all’agricoltura nell’economia e nella società, i diritti e i doveri degli agricoltori, quali strumenti sono necessari e quali sono le risorse su cui disporre. Da ciò è nata la nostra richiesta per lo svolgimento della Conferenza nazionale sull’agricoltura che riteniamo ancora utile. In queste settimane il governo francese, di concerto con la Presidenza della Repubblica, ha convocato una grande assise di ascolto, partecipazione e confronto sull’agricoltura. L’obiettivo è quello di definire un percorso che, partendo dalle difficoltà presenti, definirà le proposte di quel Paese in rapporto alle scelte nazionali e della Pac per il prossimo decennio. Nel mese di dicembre il governo consegnerà al Presidente della Repubblica e al Parlamento le misure legislative da adottare per permettere lo sviluppo dell’agricoltura francese. Credo che in questo percorso non dobbiamo immaginare scorciatoie, semplificazioni ed “invasioni di campo”. Con questo voglio prioritariamente affermare che ogni soggetto deve svolgere fino in fondo il suo ruolo ed assumersi le responsabilità per i compiti assegnati. Alle organizzazioni professionali compete certamente il compito, così come afferma Di Lena, di adoperarsi per valorizzare l’agricoltura nella società e nelle scelte di governo dell’economia e, ancor di più, creare le condizioni per garantire agli agricoltori redditi adeguati e giusti in apporto alla capacità professionali e agli investimenti dedicati. Non per una difesa di ufficio, ma ritengo molto sbrigativa e non veritiera l’affermazione che la Cia si sia caratterizzata negli ultimi anni solo per aver sviluppato la sua azione nel campo dei servizi e di aver rincorso la Coldiretti sui suoi temi. La verità, a mio modo di vedere, è diversa ed opposta. La Coldiretti in molti casi ha preso obiettivi e “parole chiave” da sempre presenti nelle proposte e nelle azioni della Cia amplificandole, portandole alla loro esaltazione e, in molti casi, banalizzandole. Qualità, tracciabilità, etichettatura, libertà d’impresa, ecc., appartengono alla storia della confederazione che rappresento. Ma così come ho prima affermato, da sole non sono sufficienti a garantire un giusto reddito agli agricoltori e la valorizzazione dell’agricoltura. Nella nuova e diversa realtà della società, dell’economia e dei mercati, oggi, più di ieri, la risposta per difendere e valorizzare l’agricoltura e per creare condizioni economiche e sociali accettabili e giuste per gli agricoltori, risiede nella creazioni delle condizioni di sviluppare le capacità relazioni e contrattuali con gli altri settori, dall’industria, al commercio e adoperandosi per rafforzare il legame inscindibile tra gli interessi delle attività agricole con quelli più generali dell’agricoltura.La nuova e diversa realtà, i forti cambiamenti imposti agli agricoltori e le gravi difficoltà economiche e sociali nelle quali oggi vivono gli agricoltori, impone anche la scelta dell’unità d’azione tra le organizzazioni rappresentative degli agricoltori. Patto, unità e reddito sintetizzano la proposta politica e caratterizzavano l’azione della Cia. Patto con la società per esaltare il ruolo e la missione delle attività agricole, unità tra le organizzazioni professionali agricole e reddito giusto ed adeguato per gli agricoltori rappresentano l’obiettivo sul quale ci sentiamo impegnati e che riteniamo utile per garantire all’agricoltura un futuro. Il nostro, è certamente un obiettivo ambizioso e, quindi difficile. Lo è ancor di più per le scelte sbagliate da parte della maggiore organizzazione professionale agricola italiana, la Coldiretti, che ha scelto l’autosufficienza, il populismo economico e in ultima analisi, ha scelto gli interessi dei consumatori e non dell’agricoltura e della società.
di Giuseppe PolitiPresidente Cia, Confederazione italiana agricoltori 26 Settembre 2009 TN 33 Anno 7

Non serve dirigismo, ma una riforma dei meccanismi

di Federico VecchioniPresidente di Confagricoltura
Tutti gli indicatori economici e sociali confermano che il settore agricolo costituisce un perno della strategia di crescita nei prossimi anni. Per questo Confagricoltura crede in un’agricoltura efficace e sostenibile. Siamo perfettamente in linea con le indicazioni che vengono dal G8: i 12 miliardi di dollari che i “Grandi” intendono destinare nei prossimi tre anni al settore primario vanno indirizzati verso infrastrutture, logistica, tecnologia e ricerca, migliorando il sostegno allo sviluppo dell’agricoltura, che negli ultimi anni ha invece subito una contrazione nelle disponibilità delle risorse.Ottobre sarà il mese della verità per le nostre imprese, che sinora hanno sostenuto il Paese in crisi con la loro anticiclicità. In un panorama economico indiscutibilmente difficile nonostante i vari cenni di ripresa, l’agricoltura ha fatto da diga, dando un contributo essenziale al Pil, contenendo l’inflazione e dando uno sbocco occupazionale importante a molte migliaia di italiani che si sono trovati senza lavoro (il settore impiega nel Paese circa un milione e mezzo di persone). Senza dimenticare le ulteriori valenze del primario a soccorso dell’economia con l’impegno nella produzione energetica. Noi, dunque abbiamo fatto da argine alla congiuntura e lo faremo ancora, finchè ne avremo le forze.Ma la nostra capacità di tenuta non è senza limiti: i costi di produzione aumentano, mentre export e consumi interni si contraggono. In altre parole: le spese salgono e gli incassi scendono. A ciò si aggiunge che non abbiamo i mezzi per confrontarci ad armi pari con i nostri competitori, compresi i partner dell’Unione Europea. La Francia, ad esempio, sostiene con centinaia di milioni di euro la sua agricoltura. Può l’Italia essere da meno? La Ue diminuisce i fondi a disposizione, quindi l’Italia deve essere abile nel segnalare tempestivamente a Bruxelles le sue priorità. Noi siamo pronti a fare la nostra parte a fianco della buona politica, ma va assolutamente sancito il definitivo ingresso dell’agricoltura nei meccanismi economici del Paese, oppure il settore rischia di non essere più alimentato.Vanno anche rinforzate le strutture al servizio dell’agricoltura per rilanciare l’export e ci si deve rendere conto che la qualità non può essere un’esperienza sensoriale, ma un parametro ben definito, così come il legame con il territorio non è un fatto meramente produttivo, ma ambientale. Quindi: più mercato, più ricerca, più innovazione e meno denominazioni d’origine solo sulla carta.Quella dell’origine è una battaglia dai contorni ideologici. Una sorta di dirigismo di stampo kolkoziano che viene contrapposto al libero mercato. Si vuole “educare il consumatore”, imponendo una teoria che ha molte zone d’ombra. Per quanto elemento commerciale considerevole, il dato sull’origine non può essere considerato fondamentale per l’agricoltura nazionale, che deve, prima di ogni altra cosa, potersi avvalere di una serie di strumenti per contenere i costi, ridurre la burocrazia, avere un mercato del lavoro efficiente e giovarsi della promozione integrata in tutta la filiera.L’etichetta d’origine ha certamente una sua validità per quanto riguarda la tracciabilità, ovvero conoscere da dove viene il prodotto, ma è un vero azzardo pensare che l’origine sia, da sola, una certezza di qualità alimentare. Quindi il teorema può essere così enunciato: etichetta d’origine è uguale a informazione, ma non a sicurezza.Origine non è di per sé sinonimo di qualità, così come non lo sono i prezzi. L’errore sta nel pensare di far valere regole diverse da quelle del mercato. Un ombrello di protezione può sostenere un prodotto più o meno debole, ma non garantirlo e, se le informazioni sulla provenienza del prodotto possono venire dalla tracciabilità, la competitività viene dal “brand” e da un contesto di mercato favorevole. Il punto critico sta nel gap agricolo che deriva dalla bassa redditività, un fattore che non consente alle aziende di creare propri brand. Quindi per brand, confezionamento del prodotto e pubblicità che portino ad un buon inserimento sugli scaffali della Gdo ci vogliono fondi. In parte possono essere pubblici, in parte provenire dalle banche.Come appare da una serie di esempi: dalla carne bovina al latte, dal miele al pollame, alle uova, sino ai vini Doc e Docg legare il prodotto al territorio e garantirne la provenienza non è automatica garanzia di successo. Considerare l’origine esaustiva ai fini della competitività è un errore commerciale, ma anche politico, perché può lacerare la filiera più del mercato stesso. La visione, ribadisco, deve essere di impostazione economica: l’agricoltura è un settore che, pur nella crisi, manifesta una capacità di tenuta superiore agli altri. Gli imprenditori agricoli accettano la sfida e investono nell’innovazione. Crisi significa cambiamento e la parte più matura del nostro mondo è pronta a cambiare. L’innovazione è un elemento cruciale per il successo di un’impresa. Innovare è una delle principali sfide dell’imprenditore agricolo per ridurre costi sempre più rilevanti, migliorare i prodotti differenziandoli da quelli dei competitor e guadagnare così posizioni sul mercato.Un’indagine eseguita dal Censis per Confagricoltura sulla “minoranza trainante” delle aziende agricole italiane (quelle che rappresentano meno del 30 per cento del totale ed il 90% del valore aggiunto del settore) ha dimostrato che i nostri imprenditori non vivono in modo problematico fattori di competitività, come l’innovazione di prodotto, il miglioramento delle tecniche di coltura, la distribuzione e la commercializzazione. Insomma, per oltre l’80 per cento delle imprese agricole “che contano” il cambiamento innovativo non è un aspetto che determina particolari problemi.Le difficoltà reali del settore sono piuttosto quelle esterne, indipendenti dalla capacità di “fare impresa”, come l’aumento dei costi di produzione (ritenuto “molto critico” dal 74,8% del totale degli intervistati), il costo del lavoro (69,9%) la difficoltà a reperire manodopera qualificata (62,9%) e la burocrazia (55,3%). Quel che ci aspettiamo è una semplificazione del lavoro di chi sta sul territorio. L’eccellenza produttiva, da sola, non serve se non ha dalla sua una filiera efficiente in ogni passaggio, compresi quelli che riguardano la burocrazia.E’indispensabile che sulla qualità gravino meno costi: se le certificazioni si pagano - e molti imprenditori non sono più disponibili a questi esborsi, quando potrebbe bastare un’autocertificazione - ben più costa un sistema di pastoie burocratiche che fa spendere ad ogni impresa l’equivalente di 110 giornate lavorative all’anno.Non ci serve dirigismo, ci serve una riforma dei meccanismi che oggi sovrintendono alla qualità. L’agricoltura non può sopportare il peso di un’impalcatura, un tempo motivata, ma che adesso è diventata piombo nelle ali del settore. LEGGI ANCHERipensare le organizzazioni agricole; di Pasquale Di Lena: link esternoOrganizzazioni agricole, il populismo non aiuta; di Giuseppe Politi: link esterno
di Federico VecchioniPresidente di Confagricoltura 03 Ottobre 2009 TN 34 Anno 7
di Pasquale Di Lena
Riportare al centro dello sviluppo l’agricoltura. È questo il compito primario delle organizzazioni professionali agricole, che non possono pensare di essere altro se vogliono dare le risposte che da tempo aspettano i coltivatori. La modernità e l’attualità dell’agricoltura aspettano solo una forte progettualità per esprimere il valore delle risorse del territorio e per rendere protagonisti i coltivatori di quella rinascita di cui ha prioritario bisogno il Paese se vuole uscire dalla pesante crisi che lo attanaglia Il mondo dei produttori agricoli vive, oggi, la crisi pesante del settore e dei comparti più importanti con la solita capacità di sopportazione e con la speranza che, prima o poi, la crisi si trasformi, non solo in raccolti abbondanti, ma in reddito per non sopportare l’umiliazione di dover ricorrere alle banche, che hanno il sorriso quando sono a prendere e mostrano i denti quando devono avere.Il mondo dei produttori conosce il sole e la luna; sa cos’è il vento e la pioggia; teme la grandine; rispetta il tempo e le stagioni, al punto di avere la pazienza che lo porta ad attendere, sapendo che sono fenomeni naturali che si ripetono, sia nel bene che nel male. Non è la natura, con suoi capricci, che lo mette in crisi, ma il mercato e la burocrazia, che lo rendono vittima e non protagonista; la disattenzione degli altri; la solitudine nel vivere le situazioni difficili in mancanza di supporti e di indicazioni che un tempo le organizzazioni professionali, insieme a quelle dell’associazionismo e della cooperazione, riuscivano a dare con continuità e capacità.Un tempo, ormai lontano qualche decennio, le organizzazioni professionali, soprattutto la grande Coldiretti di Bonomi, legata alla Chiesa ed alla Democrazia cristiana, e la grande Alleanza dei Contadini di Grieco, Sereni ed altri dirigenti che venivano dall’antifascismo e dalla Resistenza al nazismo, dalle lotte bracciantili e da quelle dei mezzadri, riuscivano, anche se da ispirazioni e con obiettivi diversi, a guidare il mondo contadino lungo le strade tracciate. Anche quando queste erano difficili da percorrere per la presenza di una fitta nebbia, dovuta alla crescente disattenzione della politica e della cultura, che portava l’agricoltura a perdere il suo ruolo di centralità all’interno dello sviluppo economico, oppure alle crisi di importanti prodotti, come l’olio o il vino, la zootecnia o il tabacco.Riuscivano, perfino, a non fare sentire al mondo dei produttori agricoli quell’isolamento in cui l’avevano portato le scelte di uno sviluppo industriale del paese, possibile solo con la forza lavoro delle campagne e del meridione, a significare che le due grandi questioni, che, da sempre, viaggiano insieme, quella contadina e quella del Mezzogiorno, non solo non venivano risolte ma andavano a complicarsi ulteriormente ed a fare pagare al Paese un prezzo alto, qual è quello che vive oggi con la pesante crisi.Da tempo, dicevo, questo mondo è abbandonato un po’ a se stesso da una Coldiretti che è entrata in crisi di astinenza, in mancanza di abbondanti finanziamenti pubblici da gestire e distribuire in cambio di voti per i propri rappresentanti e, con una Confederazione degli Agricoltori che, ha a mio parere, pagato la caduta dei valori della sinistra, in particolare il sogno di un mondo nuovo e, quindi, la necessità di trovare, attraverso la creatività e la progettualità, la conoscenza e la partecipazione, le nuove strade da far percorrere ai coltivatori, nel momento in cui solo la possibilità di un cambiamento profondo e di un ruolo da protagonisti dei produttori, può dare le risposte che essi aspettano per non sbagliare.La mia impressione, e non da oggi, è che sostituirsi, come ha fatto la Coldiretti, a Slow Food ( con il risultato di costringere questa organizzazione a diventare la rappresentanza più avanzata del mondo dei produttori), o mettere in azione potenti uffici stampa, per parlare anche delle cose più banali e non dei problemi reali, non risponde ai bisogni di nuove politiche agroindustriali, ambientali e di mercato che possono aiutare i coltivatori e l’agricoltura. Oppure, nel caso della Cia, rafforzare solo l’assistenza ai coltivatori per reggere l’urto della burocrazia o volere rincorrere la Coldiretti su un percorso ad essa più congeniale della conquisa di uno spazio di potere, vuol dire non cogliere le potenzialità di un mondo pieno di valori e ricco di potenzialità, per quello che ha sempre fatto e per quello che oggi può, e deve, fare.Vuol dire limitare quel ruolo di guida di un tempo dei coltivatori e del mondo contadino.Mi rendo perfettamente conto che sto usando l’accetta al posto del bisturi, ma lo faccio volutamente per aprire una discussione che merita ben altri approfondimenti, soprattutto da parte di chi vive direttamente l’esperienza di essere in una organizzazione professionale e degli stessi coltivatori che hanno una gran voglia, se c’è chi gliene dà la possibilità, di raccontare le solitudini, i bisogni, le speranze, le paure, per superarle, e, perché no, i sogni, che la terra alimenta proprio quando sembra arida e incapace di far nascere un filo d’erba, un fiore o un albero.L’era della conoscenza, nella quale viviamo, richiede una discontinuità con culture e prassi finora utilizzate, soprattutto coinvolgimento e partecipazione per affermare ciò che è nel Dna delle organizzazioni professionali, la centralità del settore, l’agricoltura, che più di altri è espressione di attualità e modernità.
di Pasquale Di Lena 11 Luglio 2009 TN 27

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina BIS
Zacc - Un capo di governo che invita il popolo a non pagare il canone tv è una cosa inaudita
Bèlina – Ha fatto di peggio: tempo fa ha invitato i ricchi a non pagare le tasse

TINTILIE DAL MOLISE

Scritto da Eustachio Cazzorla

giovedì 15 ottobre 2009
MOLISE - Fragola surmatura, spolvero di zenzero frammisto a pepe bianco su un fondo lievemente minerale adagiato su fiori disidratati e lor legni secchi. La Tintilia, quella vera, tutta in purezza per chi così l’apprezza, ha queste espressioni, che ho ritrovato nell’etichetta “storica” (dal 2004 appena) di casa D’Uva, gli anni in cui, dal Molise, la Tintilia è ritornata in purezza. Vitigno delicatissimo e difficile da addomesticare. Ma al palato grande piacevolezza espressiva, tannini ben allineati, che foderano la lingua, non vanno oltre, in questa versione che fa solo acciaio, vino di buona struttura, corpulento, varietale. Messa da parte definitivamente la questione della sinonimia con il Bovale sardo, la Tintilia è il vitigno più reciproco al Molise, terra splendida, di sapori e di gente schietta d’altri tempi.
Una platea immensa di paesi e paesotti con le loro storie, costumi e curiosità più che da raccontare, da scoprire ad ogni piè sospinto. A Larino ad esempio, nel centro storico che fu sannita e poi centro nevralgico dell’antica Roma in questa zona, i vicoli parlano di un grande passato. Li ho visitati in occasione della mia visita alla cittadina molisana, sabato scorso, chiamato in giuria per le semifinali del Sud delle Viniadi.
E qui la sopresa dei vini di DiMajo Norante (buon connubio tra eleganza e struttura), il Montepulciano di Cliternia (impenetrabile e opulento) e la visita in cantina a D’Uva accompagnato da Angelo dove in anteprima (stanno scegliendo in queste ore l’etichetta) ho degustato l’Egò, Moscato Reale finissimo. Polposo, luminoso d’oro giallo, con splendidi sentori di fragranti zagare, confetture di melacotogna, albicocca matura, dattero abbacinato dal sole immerso in miele di acacia dolcissimo. Ravviva il naso, rallegra il palato. Egò (εγώ), “io” in greco antico. Mi sovviene quello mitico di Montagano. Quello molisano che secondo alcuni è stato poi all'origine di quello tranese. Da riassaggiare, se solo rifiorissero su quei colli a Est di Campobasso le vigne antiche.

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16 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina


BISOGNO D’AMORE
Zacc- ha detto «Io sono buono e giusto, faccio di tutto per farmi amare,…..”
Bélina- anche se c‘è da pagare
ESECUTORI
Zacc – con le ultime dichiarazioni a me preoccupa sempre di più Berlusconi
Bélina – a me no. Preoccupano di più i suoi seguaci in piena adorazione
L’APPARIZIONE
ZACC – gli succede sempre quando va a Sofia
BELINA- è lì che gli appare Ceaucescu

RAGLI&BELATI


di Zacc e Bélina
IL POMODORO S.MARZANO SARNESE –NOCERINO DOP
Zacc- insiste a dire che la stampa italiana è anti-italiana
Bélina- e la Brambilla ne approfitta per promuoverlo come un pomodoro dop

13 ottobre 2009

Notizie dall'Unione dei Comuni del Basso Biferno -


Riunione del Consiglio del 12.10.2009

Un'ampia e intensa discussione ha animato il Consiglio dell'Unione dei Comuni del Basso Molise, riunitosi nella sala consigliare del Comune di Montecilfone, da poco entrato a far parte della istituzione basso molisana. A partire dal punto all'ordine del giorno riguardante l'approvazione definitiva dello Statuto, quando il consigliere Di Lena, rappresentate del gruppo di minoranza al comune di Larino, ha dichiarato la sua disponibilità a votare uno strumento così importante a condizione che venisse reintrodotto l'articolo, da lui proposto nella precedente seduta e respinta dalla maggioranza con soli tre voti favorevoli, della istituzione di un' assemblea dei consigli comunali da convocare almeno una volta l'anno per discutere indirizzi e programmi dell'Unione. Un'occasione importante per rendere partecipi l'insieme dei rappresentanti del voto popolare e dare così la possibilità di aprire un dialogo più ampio, nel momento in cui di questo dialogo si sente la grande necessità al pari della partecipazione che è la base portante della vita democratica.Questa volta l'emendamento è stato approvato all'unanimità insieme al nuovo statuto. il sucessivo punto all'odg. riguardava i PISU previsti dal por Molise, in particolare quello presentato dall'Unione che, in verità, esclude Larino e Ururi ma solo perchè aderenti ad un altro programma, il PAI.L'argomento introdotto dal presidente Lapalomara ha trovato nel dibattito, che si è aperto con l'intervento del consigliere Di Lena, una opportunità di approfondimento interessante circa la necessità di uscire dalle vecchie impostazioni di spartire le risorse in mille rivoli per non concludere mai un progetto, ma di pensare di concentrare le risorse in azioni di vero interesse per le comunità del Basso Molise, tesi al futuro di una realtà fragile e, come tale, facile a essre maltrattata. Particolare attenzione è stata posta alla questione dell'acqua ed alla necessità di un impegno preciso dell'Unione a salvaguardare e tutelare questa risorsa preziosa che il governo vuole privatizzare.Sta quì la presa d'atto espressa all'unanimità.L'altro questione posta all'odg., il parere favorevole della commissione VIA (valutazione di impatto ambientale) per la installazione delle pale eoliche nello specchio di mare compreso tr Montenero di Bisaccia e Termoli, di fronte a Petacciato e a tre miglia dalla spiaggia. Un parere rigettato dall'Unione dopo un'ampia e approfondita discussione, con il mandato dato al presidente Lapalombara di formulare un odg da inviare alla Regione Molise di farsi carico del problema e di prendere tutte le iniziative atte a far intervenire il governo centrale per bloccare ogni decisione che tocca la complessità del nostro territorio. Ed il territorio è stato il punto centrale della discussione sul nucleare con l'invito alla Regione di presentare ricorso alla Corte Costituzionale per annullar la decisone presa, con la legge "Sviluppo", dal governo Berlusconi e dal suo Ministro Scajola di espropriare gli enti locali ed i cittadini della titolarità di quel bene unico che è il territorio.Tante decisioni tutte importanti che hanno messo in luce le potenzialità che questa istituzione ha, nel momento in cui, però, entra nel merito delle questioni ed apre al confronto.
Larino Viva

RRAGLI E BELATI


LO SPECCHIO
Zacc – non ha più freni “boicottate i giornali che mi attaccano”
Bélina – sa di avere di fronte gente consenziente per indole

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina
LO SCARICABARILE
Zacc -Berlusconi conosce bene le ragioni per le quali lui continua a discreditare l’Italia nel mondo
Bélina – per questo le colpe le dà a Repubblica

PARTE OGGI, ALL’INSEGNA DELLA QUALITA’, LA RACCOLTA DELLE OLIVE.



C’E’ CHI HA ANTICIPATO LA CAMPAGNA DI UNA SETTIMANA ED HA AVUTO, COSI’, MODO DI VERIVIFICARE LA BONTA’ DEI RISULTATI.
Pasquale Di Lena informa

È oggi l’avvio della campagna di raccolta delle olive, per un’antica abitudine del mondo contadino di partire subito dopo la Fiera di Ottobre di Larino, che da secoli ha segnato il calendario nel Basso Molise, là dove l’olio nuovo arriva prima che da altre parti.
C’è, però, chi ha cominciato a raccogliere ed a macinare sin dall’inizio della settimana scorsa, grazie alla disponibilità del frantoio cooperativo di Larino di mettere a disposizione la sua struttura a ciclo continuo. Una scelta che ha dato risposte altamente positive, sia sotto l’aspetto delle quantità di olive prodotte che della qualità. C’è sempre un prezzo da pagare per la qualità e, in questo caso, per l’anticipo di una settimana della raccolta, con la bassa resa in olio – intorno ai 12 chilogrammi di olio, in media, per quintale di olive nei cinque giorni di raccolta - per la semplice ragione che le olive poco mature, appena invaiate, contengono ancora molta acqua e, quindi, pesano di più.
Sta qui l’altro costo da pagare alla qualità ed è quello della molitura per un maggior peso delle olive macinate.
Il vantaggio ricavato dal frantoiano, però, viene ripagato dalla qualità eccelsa che il consumatore esigente riesce ad apprezzare ed, anche, a pagare il dovuto prezzo.
Gli allarmismi diffusi da giorni di prezzi bassi a quintale, che, nel corso degli ultimi anni sono diventati frequenti e abbastanza forti, non trovano riscontro nella realtà (solo in questa si comincia a formare il prezzo di mercato), a dimostrazione che sono funzionali solo a chi ne trova vantaggio, appropriandosi di una raccolta di qualità e di ripagarla con quattro soldi per vendere la nostra “Gentile di Larino”, oggi, e le altre varietà autoctone del Molise, domani, sotto il nome di oli pregiati delle Marche o di altre Regioni.
Anche l’allarmismo esagerato di una raccolta inquinata dalla mosca e, quindi, scarsa di qualità è infondato, nel momento in cui trattamenti sono stati fatti con tempestività per prevenire questo attacco che punisce i sacrifici dei produttori o, anche per curare, quando l’attacco c’è stato ed ha colpito l’oliveto. In questo caso, se fatto in tempo, le olive colpite sono cadute a terra da sole e sull’albero sono rimaste solo quelle sane atte a dare qualità.
Chi ha pensato di essere salvo da questo possibile attacco è il solo colpevole se si ritrova con un raccolto di olive non sane. Non se la può prendere con il mondo né con le istituzioni, ma solo con sé stesso.
C’è da dire che non si può far finta che l’olivicoltura nazionale, e quella molisana in particolare, vive una situazione di grande difficoltà a causa di errori politico- programmatici degli anni passati, che hanno portato alla crisi strutturale di oggi e che, oggi, rendono più pesante il momento congiunturale dovuto alla crisi più generale di un sistema economico che ha mostrato, nel mondo, tutti i suoi limiti e che il mondo paga anche per la mancanza di strumenti utili a trovare una via di uscita.
Servono politiche e impegni per dare all’olivicoltura molisana e nazionale un modello produttivo basato sul bisogno di un profondo rinnovamento che abbia, come regola, la necessità di coniugare tradizione e innovazione senza, però, prescindere dai valori della qualità e della tipicità e, ancor più, dai legami con il territorio e le sue importanti risorse paesaggistico- ambientali, storico- culturali.
Servono programmi mirati di promozione e valorizzazione dei nostri oli, che hanno bisogno, per essere validi e produttivi di risultati, della certezza della qualità che, per un prodotto come l’olio che parla alla salute dell’individuo, è fondamentale.
C’è bisogno di un diverso atteggiamento degli olivicoltori soprattutto nei confronti del mercato, e, ciò è possibile se l’eccesso di individualismo si muta in un bisogno di stare insieme per affrontare insieme tutte le fasi e, insieme, programmarle per arrivare ad attutire i costi di produzione, eliminare gli errori e le distorsioni, essere padroni della filiera e non servitori, avere le risposte adeguate all’impegno profuso. Tutto questo per salvare l’olivicoltura che, per tanta parte del territorio molisano rappresenta un testimone qualificato e credibile, se bene utilizzato.
Per concludere la raccolta è iniziata all’insegna della qualità, che merita un riconoscimento da parte del consumatore, sapendo bene che solo da essa può avere risposte adeguate al suo bisogno di gusto e di salute. In questo senso il prezzo da pagare non può essere uguale a quello di una qualità più scadente o di un olio importato, perché la qualità, come la libertà, ha un costo che, quasi sempre, è alto, ma che vale la pena pagare se si ha il rispetto della propria salute e della propria dignità.
p.di.lena@alice.it

12 ottobre 2009

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina


LA PAURA
Bélina – ce l’ha con te “quelli del Pd sono ancora i vecchi comunisti di sempre”
Zacc – dice così per impaurire Rutelli e Co.
POPOLANO
Zacc- non si può insultare un premier eletto dal popolo
Bélina – basta non insultare la costituzione e la democrazia
L’ARTE DEL RICATTO
ZACC- "C'è una "azione civile in corso affidata a un giudice su cui se ne sentiranno venir fuori delle belle...".
BELINA- darà tutto in esclusiva a Feltri