30 giugno 2010

PIZZOLINI

RAGLI&BELATI
di Zacc e Bélina

Zacc- per il direttore del Tg1, Dell’Utri è stato assolto e così la mafia.

Bèlina- un pizzino per Berlusconi

29 giugno 2010

IJE MÓ SÒNGHE MELESANE

Na cóse è ca une è brezzèse
Na cóse è ca une è peièse
N’ata cose è ca une è
brezzèse e pièese,
insomme melesane.

Na cóse è chi parte
N’empòrte se da u chiane
o da mentàgne
e na cóse è chi remane
é vedé passà i pecueràre
e une une
nzieme è na mórre d’anemale
pe cuis’te o quìll’u tratture.

U melesane è cuille che remane,
ch’èspètte duje staggiùnne,
a premàvére e l’auetunne,
prime de resaletà
che na s’trétte de mane
tutte chille che pàssene e vènne
da lentane.

C’eie misse cencuant’anne
pe capì ch’ija sònghe e mó
me vènn’e dice ca sème
cuille ch’ejavame na vóte.

Eh no! Ne è cuescì
Ije sònghe cóm’é cuélla róte
ch’èggire sule pe ì énnànze
maie pe ternà érréte
Cóm’u ‘hiume sciuvele,
pe fa é u mare na creiànze,
càntune dòpe càntune
préte dòpe préte
chiacchiaròne o mùte.

Ije mó sònghe melesàne
é nze descùte
Nu ciuochele, nu meràjòne
Nu titte, na merèie
de cercuele o de mentàgne
na lune , nu sòle,
na canzòne dòce,
na vòreie, nu fauneie
ch’èrrivene da lentane,
i vóte forte e àt’i vóte
chiàne
Larino, S. Pietro e Paolo 2010
ORA SONO MOLISANO
Una cosa è essere abruzzese
Una cosa è essere pugliese
Altra cosa è essere
abruzzese e pugliese
cioè molisano

una cosa è colui che parte,
non importa se dal piano
o dalla montagna,
e una cosa è chi rimane
per vedere passare i pastori
uno a uno
insieme a tanti animali,
lungo questo o quell’altro tratturo

Il molisano e colui che resta,
aspetta le stagioni,
la primavera e l’autunno,
prima di salutare di nuovo
con una stretta di mano
tutti quelli che passano e vengono
da lontano

Ho impiegato cinquant’anni
per capire chi sono ed ora
mi vengono a dire che siamo
quelli che eravamo un tempo

Eh no! Non è così.
Io sono come quella ruota
che gira solo per andare avanti
mai tornare indietro.
Come il fiume che scivola,
per fare una gentilezza al mare,
macigno dopo macigno
pietra dopo pietra,
chiassoso e silenzioso.

Io ora sono molisano
e non si discute.
Un ciocco, un muro
Un tetto, l’ombra
di una quercia o di una montagna,
luna, sole,
una canzone dolce,
bora, favonio,
che vengono da lontano,
a volte in modo violento ed altre volte dolcemente

28 giugno 2010

IL SENSO DELLA IMPUNITA’

La rosa dei vènti spiega molto bene le caratteristiche che ogni vento ha, soprattutto la provenienza e la direzione. Anche noi vènti abbiamo il nostro luogo di origine, che rappresenta la nostra identità; un dialetto e una lingua, che ci permettono di comunicare con gli altri vènti; le nostre abitudini e, soprattutto, una direzione da prendere tutte le volte che pensiamo e ci mettiamo in azione.
Sì pensiamo, perché è nella nostra natura capire il momento, informarci e educarci, fare tesoro delle esperienze vissute, dare spazio alla memoria, progettare e programmare le nostre azioni. Per la verità, abbiamo, a sostegno di questa nostra cultura della progettualità e della programmazione, anche i sogni e ciò ci rende invisi ai più, soprattutto a quelli che hanno (il più delle volte si illudono di avere) la cultura del fare, fine a se stessa, cioè una cultura che serve a poco, se non a niente.
Il fare è nei sogni che si realizzano, altrimenti è pura perdita di tempo.
Una natura la nostra, come si può vedere, complessa ma chiara, per niente ambigua, che ci vede via via, a seconda delle necessità e del momento, delle stagioni e delle giornate, soffiare dolcemente, quando abbiamo il compito di impollinare e contribuire alla riproduzione dei vegetali, o di svolgere la nostra azione in un modo particolarmente violento, forte, quando c’è da spazzar via tutto quello che non serve e, soprattutto, togliere lo sporco, lo schifo che ci circonda.
E’ la forza che serve in questo particolare momento della storia del Paese, del Molise e di Larino, anche se non sempre sufficiente a cogliere l’obiettivo della sensazione del pulito.
Lo schifo, con la sua puzza che ti entra dentro, si accumula in un batter d’occhio e per noi vènti diventa quasi impossibile eliminarlo se tutto intorno vive l’indifferenza e non scatta il senso di ribellione, cioè la voglia di partecipare alla salvaguardia e tutela del ben comune, alla riappropriazione degli spazi e al bisogno del profumo della democrazia.
L’indifferenza e la rassegnazione sono gli ostacoli peggiori, quelli che frenano e, da quando c’è Berlusconi, bloccano la nostra azione, fino a renderla inutile. L’altro pesante ostacolo è l’ambiguità di chi si pone all’opposizione, ma poi si dimentica il ruolo che le è stato affidato dall’elettore. Quasi si addormenta con le chiacchiere del grande comunicatore che ha, anche, l’abilità di deviare l’attenzione sui problemi reali agendo come uno specchietto per le allodole.
E così che l’opposizione si ricorda dell’acqua quando l’acqua è già stata privatizzata o del nucleare quando il nucleare è già stato deciso dal buon Scajola. Un comico di professione che, attento ai richiami di quei pochi poveri cristiani interessati alle installazioni di queste meghe centrali, non si è accorto che qualcuno a sua insaputa gli pagava la casa con vista sul Colosseo. Brutta, piccola e vecchia a sentire la Del Santo che ha approfittato subito per farsi un po’ di pubblicità, visto che non aveva fra le mani un body gard da mostrare o una delle sue tante storie piccanti da raccontare.
Luoghi mefitici e mefitici anche i personaggi, piccoli o grandi che essi siano, che passano sul palcoscenico, un tempo applauditi, osannati, riveriti, e, per colpa di un eccesso di overdose, ora accolti, sempre più, con la freddezza del silenzio.
Personaggi che, oltre al senso della impunità, hanno anche la faccia tosta di continuare a parlare e farsi vedere come se le accuse riguardano altri e non la propria persona. In pratica non hanno alcun senso di vergogna né di pentimento per i disastri che hanno e vanno provocando. Anzi continuano nella loro azione convinti di avere protezione, benedizione e consenso.
Le ragioni del potere con la scaletta che va dal basso in alto e viceversa, a seconda se uno vuole salire o sta per scendere.
Fatti, personaggi, luoghi e situazioni che fanno rimpiangere la repubblica delle banane.
Intanto grazie a questi personaggi continua la speculazione edilizia e la perdita di territorio destinato all’agricoltura, cioè alla produzione di cibo; si faranno le centrali nucleari con la gente che verrà tacitata con la compensazione; la crisi costerà molto di più delle annunciate “lacrime e sangue” e saranno sempre gli stessi a pagare; le persone per bene ci rimettono la faccia e la salute solo se sfiorate da accuse, mentre i delinquenti, con i loro cari, continuano a divertirsi ed a ballare. C’è da dire, però, che provano solo un piccolo fastidio ed è quando arrivano le forze dell’ordine e pretendono di fare la perquisizione o qualche magistrato che chiede di voler porre delle domande. A chi e perché?
Né i primi né i secondi hanno capito che questi si sentono padroni, tanto da permettersi di svendere il Paese, il Basso Molise, Larino; sfasciare la sanità; dare spazio agli speculatori; distruggere le istituzioni e vivere nello stato permanente del servilismo che, per sua natura, pretende la complicità.
La cricca, tante cricche piccole e grandi che si abbuffano, come quelli che si avvicinano al tavola di un self service e riempiono il piatto, per paura di non mangiare. Peccato che la gran parte del cibo che prendono venga sistematicamente buttato. Ma il consumismo è soprattutto questo, spreco di risorse e di speranze, proprio perché non rende praticabile il futuro, nel momento in cui tutto viene buttato, in primo luogo la dignità e, poi, il rispetto per la natura, il pianeta, l’altro uomo.

A voreie

L’acqua: bene comune ecologico, sociale e culturale.


L' INTERVENTO DI ANTONIO DE LELLIS
al convegno "acqua e terra: per un futuro Molise"

Problemi e prospettive nel processo di globalizzazione

L’acqua non è una merce ma un diritto. Cosa accade con la privatizzazione? L’acqua diventa “un bene economico”, non più un bene comune “senza prezzo”; diventa quindi un bene mercantile “con un prezzo, che si scambia, vende, acquista, accumula, risparmia in funzione dei costi e profitti che la sua utilizzazione implica. I cittadini molisani subiranno quello che gli altri cittadini d’Italia e del mondo hanno già subito: gravi disagi e difficoltà nell’accesso all’acqua potabile, tariffe più elevate per remunerare il capitale privato e la perdita di un bene comune.

Bene comune. Il bene comune è diverso dal Bene Totale figlio dell’utilitarismo (filosofia ispirata all’evidenza che se uno pensa a sé fa il bene totale perché esso è la somma di tutti i beni individuali). Il bene comune invece è l’opposto. Quindi bene totale è una sommatoria (somma dei beni individuali): se qualche addendo viene eliminato e passa ad un altro la somma non cambia; esso si basa sulla massimizzazione della somma. Bene comune è un bene produttore: “nella logica del bene comune non si può sacrificare il bene di qualcuno anche se così facendo aumento il bene di altri”.
Alla base di questa realtà vi è la lettura di una triplice affermazione culturale che consiste nella separazione o dicotomia tra:
-1) sfera economica e sociale;
-2) sfera lavoro e produzione ricchezza;
-3) mercato e democrazia.

1) Sfera economica e sociale. Nella modernità, ossia dalla rivoluzione industriale in poi, la massimizzazione del profitto, è stata letta come l’essenza dell’economia: “business is business” o “il tempo è denaro” cioè quando si fanno affari non si deve guardare a nessuno. E chi non è in grado di stare al ritmo imposto rientra nella cosiddetta sfera del sociale. Agli emarginati ci pensa il “sociale” attraverso la redistribuzione e la solidarietà. Da qui la separazione tra efficienza e solidarietà: l’etica è rilevante, ma solo dopo aver prodotto, quando si pone mano alla distribuzione della torta. L’etica ha valore solo nella sfera sociale. Da qui l’invenzione europea del “Welfare State” (Stato di benessere). Negli Stati Uniti, al settore “non profit” (fondazioni, enti filantropici, ecc) si dà il compito di pensare a chi non ce la fa. Ma questo basta? No, perché se interveniamo nella sola distribuzione e se questa funziona male le disuguaglianze possono anche aumentare. Nelle regioni italiane (Trentino, Emilia Romagna, Toscana) in cui si è intervenuto anche dal lato della produzione, attraverso le cooperative ad esempio, accade che, mentre si distribuisce, si produce e mentre si produce, si distribuisce.

2) Sfera del lavoro e della produzione di ricchezza. All’origine della ricchezza delle Nazioni c’è il lavoro (Smith). Oggi gli economisti hanno iniziato ad insegnare l’economia dando una visione parziale: non lavorare, ma speculare, se vuoi diventare ricco, ma senza scrupoli morali (separazione tra lavoro e processo generativo della ricchezza).
La crisi che etimologicamente significa transizione è la parola che meglio di ogni altra spiega il presente. Ma essa in gran parte dipende dalla mappa cognitiva e per modificarla ci vuole molto tempo. La cultura speculativa è entrate nelle nostre menti. Se puoi fare a meno di lavorare è meglio perché tanto puoi avere lo stesso risultato per altra via (vedi le nuove patologie sulle dipendenze da gioco).
Persino l’impresa è ormai considerata una merce, prima era una istituzione destinata a durare nel tempo. Se l’impresa è una merce allora deve essere venduta, allora è normale emettere dei derivati che è segno di grande furbizia, allora è normale lucrare sul “capital gain” ossia vendere ad un prezzo più alto rispetto a quello a cui ho comprato l’azienda. La riduzione del lavoro è un mezzo per ottenere una merce più appetibile.
L’evoluzione del lavoro: prima il lavoro era considerato affare di schiavi prevalentemente, con San Benedetto (ora et labora = prega e lavora) la persona per essere libera deve lavorare.
Oggi si è tornati a considerare il lavoro non più parte essenziale della dignità della persona, ma una merce e soprattutto ci ingannano inculcandoci la sostituibilità del lavoro, perché tanto se l’obiettivo sono i soldi allora esistono tanti altri modi per ottenerlo.
Per superare questa ubriacatura occorre fare un grande lavoro di controcultura. Ne è una testimonianza la proposta recente di modifica dell’art. 1 della Costituzione tendente a sostituire la parola “lavoro” con “consumatore”.

3) Mercato e democrazia. Vi è una crisi in atto, ma le analisi sono superficiali. Sostanzialmente si asserisce che il mercato deve essere efficiente, mentre la democrazia ha dei costi (discussioni, tempo). Allora le regole del mercato non possono essere affidate che al mercato stesso. Esempio “Basilea 2” che riguarda i movimenti delle banche e che favorisce le grandi banche stabilendo indici di patrimonializzazione più bassi che spingono a speculare invece che a prestare denaro alle imprese. Le regole se le sono fissate loro (autoreferenzialità del mercato). Le Banche piccole che hanno però avuto i vincoli ed hanno seguito le vecchie regole per scelta, si sono salvate, mentre le banche grandi hanno esagerato. Il mercato deve avere delle regole, ma chi le fissa ? Le regole sono invece proprie del sistema democratico.

Il problema dell’acqua è mondiale. Qual è il contesto economico e sociale dentro il quale matura la scelta inesorabile della liberalizzazione progressiva anche di beni comuni? La condizione globale del pianeta può essere così sintetizzata. 1) La produzione, nei prossimi 30/60 anni, dovrà essere completamente riorganizzata con altre materie prime a causa della scarsità delle attuali, per lo più provenienti dal petrolio e idrocarburi; le grandi imprese, multinazionali, si sono poste questi problemi ed hanno attuato quello che viene definito l’attacco globale che prevede tra l’altro: a) l’occupazione delle aree dove vi sono le materie prime con tutti i mezzi nessuno escluso anche i conflitti ; b) l’occupazione di settori strategici quali le biotecnologie, semi, istruzione, sanità, acqua, che rappresenta la strategia di appropriazione privata delle materie prime future. 2) La crisi economica è strutturale: vi è sovrapproduzione e mancata espansione di nuovi mercati per esempio l’Africa; vi sono forti disuguaglianze sociali, con molti soggetti totalmente fuori dal mercato; l’epoca dello sviluppo generalizzato è definitivamente tramontata, non resta che ricercare la valorizzazione del profitto attraverso la riduzione generalizzata del costo del lavoro (precarizzazione). Per queste ragioni le grandi organizzazioni economiche, multinazionali, puntano ai beni e servizi a domanda rigida (ossia di cui la gente non può far a meno come scuola, sanità ed acqua) e pubblica (ossia affidati in concessione e pagati dallo Stato e/o enti locali). In questo contesto come il sistema delle corporations può continuare ad ottenere profitti? Facendo diventare i beni pubblici, merci: l’attacco globale che questo sistema economico ha sferrato non può fare a meno dell’attacco ai beni pubblici pena la sua estinzione. Tutto ciò è documentabile, ad esempio, attraverso gli accordi generali di Doha e di Hong Kong del W.T.O., (World Trade organizzation - l’organizzazione mondiale del commercio) su scambio di servizi (GATS) e sul commercio, ( GATT: The General Agreement on Tariffs and Trade) prevedono che quasi tutti i servizi ad eccezione della magistratura, polizia, esercito, e servizi anagrafici dovranno essere progressivamente liberalizzati e tra questi i servizi formativi (scuola) i servizi sanitari e sociali (ospedali) e l’acqua. Il particolare Il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) ha imposto aiuti ai paesi dell’Africa solo in cambio della privatizzazione dell’acqua. Un diritto alla vita (per tutti) diventa, così, un diritto di mercato (per pochi). Su questa tematica di interesse planetario si devono superare gli schieramenti ideologici con forme di impegno significativo ispirati alla Dottrina sociale della Chiesa.
Perché come cristiani non ci possiamo sottrarre? Ecco i quattro problemi planetari legati all’acqua e all’equilibrio della terra.
A) Questione ecologica: bene comune insostituibile per tutte le forme di vita.
B) Questione sociale: grande disparità nella distribuzione e nell’accesso all’acqua potabile.
C) Questione giuridica: il problema idrico è globale , ma non c’è una legislazione globale sull’acqua.
D) Questione etica–spirituale: secondo la logica del mercato ha diritto all’acqua potabile solo il consumatore pagante e non semplicemente l’essere umano cittadino. E’ eticamente inammissibile che imprese private lucrino sul patrimonio naturale e culturale comune fondamentale e insostituibile.
Le questioni esposte impongono l’adozione di tre principi etici: principi della cura, della cooperazione e della corresponsabilità.

Principio della cura: Le cose le gestiamo, delle persone e della vita ci curiamo. La relazione più adeguata con l’acqua è proprio la cura.

Principio della solidarietà: se non ci sarà cooperazione sulla questione dell’acqua, se non supereremo le disparità, se non metteremo limiti alla voracità del capitale privatizzante lasceremo miliardi di persone nella scarsità e, probabilmente, nel rischio di gravi conflitti e di morte. Solidarietà generazionale.

Principio della corresponsabilità : etica è l’illimitata responsabilità verso tutto ciò che esiste e vive. Una rivoluzione necessaria, quella dell’acqua. Se l’acqua resta prevalentemente come bene economico scarso e quindi caro; se prevarrà questa lettura , potremmo andare incontro ad una incommensurabile catastrofe antropologica ed ecologica. Altri La nostra fede ci impone, in nome del Dio della vita, di partecipare a questa battaglia per la vita del pianeta, dell’Italia e della nostra regione, per le attuali e le future generazioni.

La modernità ha declinato la libertà “di” scegliere e la libertà “da” fame, sete ecc. dobbiamo ricordarci che è necessaria una libertà “per” “qualcuno” o per un “ideale”. La speranza secondo Sant’Agostino è figlia della indignazione ossia della rabbia nel vedere le cose che vanno male e del coraggio che dobbiamo avere perché è possibile cambiarle e quindi occorre dedicare il tempo per cambiarle.

ACQUA SPA?

Dalla legge Galli al dl Ronchi, il cammino della privatizzazione del servizio idrico.
Oltre 5 mesi fa, a novembre, è stata approvata la riforma del servizio idrico che, di fatto, privatizza definitivamente la gestione dell'acqua. La novità è stata introdotta con il via libera definitivo dell'Aula della Camera al decreto legge Ronchi sugli obblighi comunitari che ne disciplina la gestione in una norma ad hoc. Ma l'oro blu ne ha già 'passate' tante nell'ultimo secolo e questo è stato l'ennesimo cambiamento che, più di tutti gli altri, ha messo nell'angolo la gestione pubblica e ha ampliato gli spazi per quella privata.

La storia parte da lontano. Fu sotto il governo Giolitti che venne approvata la legge nazionale per la municipalizzazione degli acquedotti. Una scelta scaturita dai problemi igienico-sanitari, dagli alti costi per i cittadini e dalla necessità di estendere il servizio alle fasce più povere della popolazione. Novantuno anni dopo, con la legge Galli, é iniziato invece il processo di privatizzazione. nel 1994 interviene la legge Galli, la prima che tenta di riorganizzare i sistemi idrici. Che cosa dice la legge? Che l’acqua va organizzata per AATO ( Autorità di Ambito Territoriali Ottimali) , che sono assemblee di sindaci e province che, dovrebbero coincidere, con i bacini idrografici. Essi dovrebbero redigere il piano d’ambito (quadro della situazione, gestione ottimale, tariffe e affidamento a terzi)

Le autorità di Ambito Territoriale Ottimale (Aato) dovrebbero essere coincidenti (almeno in linea teorica) con i bacini idrografici (in realtà sono stati ricalcati i confini amministrativi). La legge del 5 gennaio 1994 n.36, ha inoltre sancito, il principio del full recovery cost. Principio in base al quale tutto il costo della gestione del servizio idrico deve essere caricato sulla bolletta e non é più, quindi, la fiscalità generale a farsene carico". In particolare con la legge Galli viene stabilito che ognuno paga in bolletta il 7% di quanto il gestore ha investito. L'acqua, però, doveva essere comunque gestita dagli enti locali. La legge Galli, ha comunque il merito di aver riorganizzato il servizio.
Fino a quel momento c'era stato un forte spezzettamento dei gestori del servizio. All'interno dello stesso territorio ce ne erano tanti: uno che faceva fronte ai servizi di captazione, uno per l'adduzione ed un altro per la depurazione. Uno spezzettamento che aveva portato alla presenza di un numero di gestori superiore a quello dei comuni. Di fronte a questo stato di cose, la Legge 36 ha introdotto "il concetto di ciclo integrato dell'acqua e quindi la necessità di un unico gestore per l'intero ciclo.

Quindi la prima osservazione da fare è che prima i sistemi idrici italiani erano in mano pubblica, ma frammentati in mano ai Comuni. Ogni comune aveva la gestione dell’acqua e c’erano grandi inefficienze perchè organizzare la gestione dell’acqua era difficile, c’erano sprechi, anche gestioni clientelari, come sempre avviene nel nostro paese.

Nel 2000 é arrivato il Tuel, il Testo Unico Enti locali che ha previsto tre modalità di affidamento per la gestione del servizio idrico: alle Spa private scelte con gara; alle Spa miste pubblico-private e infine alle Spa pubbliche tramite affidamento diretto. Di fatto però, in molti casi le gare non si sono svolte e in ogni caso nel Tuel é rimasta, se pure in parte residuale, la possibilità di gestire l'acqua attraverso enti di diritto pubblico". Sei anni dopo é intervenuto il decreto legislativo 152 del 2006 che ha ribadito le tre modalità di gestione fissate dal Tuel.
Nel 2008, poi, la cosiddetta manovra estiva, varata con il decreto 112 del 25 giugno 2008 (Legge 133 del 2008) ha introdotto altre novità.

Le imprese e l’acqua
L’art.15 (che modifica l’art.23bis DL 112/08) bis prevede ora che la via ordinaria per gli affidamenti è quella della gestione a: - imprenditori; - società private o miste a condizione che al socio privato sia attribuita una partecipazione non inferiore al 40%.
In house
Cessano tutte le gestioni in house esistenti al 22 agosto 2008 a meno che entro il 31 dicembre 2011, non cedano a soggetti privati una quota di capitale non inferiore al 40%.
Le gestioni
Gli affidamenti in essere al 1° ottobre 2003 a società a partecipazione pubblica già quotate in borsa cessano alla scadenza solo se la partecipazione pubblica si riduce ad una quota non superiore al 40% entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30% entro il 31 dicembre 2015.
Entro il 2010
Le gestioni affidate che non rientrano nei casi previsti cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010.

Ma la proprietà resta pubblica?
Nella norma c’è anche spiegato che la proprietà delle reti resta pubblica. Che significa? Significa che l’incremento dei consumi e delle tariffe va ai privati che ci possono lucrare sopra, ma la proprietà – cioè i costi- rimane pubblica cioè al cittadino, che paga ma non può mettere bocca sulla gestione del servizio. Bello il mercato fatto così, no?
Risparmiare acqua si può con i privati?
Le statistiche prevedono un incremento dei consumi del 17%, visto che le aziende non hanno alcun interesse a “educare” i cittadini a risparmiare acqua, perché più si consuma , più guadagnano
L’acquedotto
L’acquedotto pugliese è il più grande d’Europa, gestito come spa a totale capitale pubblico viene ora ripubblicizzato davvero grazie al forum dei movimenti, affidandola ad un’azienda speciale la gestione.
Il forum dei movimenti per l’acqua
Nel forum s’incontrano oggi un migliaio di comitati territoriali, settanta associazioni nazionali e la neonata rete degli Enti Locali, c’è anche la nostra diocesi.
Le regioni contro il governo
Alcune regioni hanno fatto ricorso alla corte costituzionale in quanto la materia della tutela della salute e dell’alimentazione è concorrente tra Stato e Regioni e quindi il governo non può arrogarsi il diritto di decidere da solo
L’azienda speciale: una soluzione.
Il popolo dell’acqua non demorde: ha anzi già studiato l’escamotage legale per salvare le 64 gestioni “in house” che possono trasformarsi in aziende speciali e sfilarsi dalle grinfie dell’art.15. Inoltre decine di comuni stanno inserendo nel proprio statuto la dicitura “acqua diritto umano e non servizio a rilevanza economica”.

Comuni e diritto all’acqua.
Molti comuni stanno inserendo del proprio statuto la dicitura “acqua diritto umano e non servizio a rilevanza economica”. La pressione democratica paga, ora i referendum contro la privatizzazione.
Possiamo fare pressione sui politici ed infatti alcuni partiti stanno spostando i propri interessi verso questi temi ed addirittura il forum dei movimenti per l’acqua presenterà 3 quesiti referendari per l’acqua pubblica.

Capitalismo parassitario e partiti
Occorre però che gli stessi partiti che si affacciano sui temi fondamentali della vita e dell’ambiente si esprimano chiaramente sul disconoscimento della filosofia neoliberista che muovendo da un capitalismo parassitario assorbe diritti e sottrae : - ambiente naturale, privatizzando i beni comuni; ed ambiente sociale, privandoci del bene essenziale che è la relazione.

adelellis@clio.it

Ri-sorse

foto di P. gianquitto
27 giugno 2010 98 views View Comments
Post by Francesco Travaglini

Qualche giorno fa ho inviato ai miei amici una mail, per informare dell’iniziativa orto in abbonamento (a proposito aiutateci a far girare la proposta ed il form di adesione please!
La mail commentava il video sui “giardini” (i campi coltivati dei piccoli agricoltori), che ora sembrano destinati all’estinzione, cosi:

Una volta erano giardini, oggi sono distese incolte e cimiteri di viti estirpate. Quelli che una volta erano contadini dal cervello fino ora sono persone demotivate in attesa di ricevere una buona e convincente offerta per coltivare pannelli fotovoltaici o pale eoliche. È tempo di trebbiatura del grano ed è un’ottima annata: si producono 50 quintali per ettaro, ma non bastano a coprire le spese vive considerato che se si è fortunati si vende a 14 euro al quintale. L’uva, quando si vende, costa 25 euro al quintale, olive idem, per non parlare delle aleatorie coltivazioni e quotazioni di ortaggi vari, che hanno mandato sul lastrico tantissimi imprenditori agricoli. E allora, come dargli torto? 5000-7000 euro all’anno per 25 anni per lasciare che i giardini diventino campi di pannelli fotovoltaici o parchi eolici, ma quando li guadagnerebbero coltivando grano duro? Non siamo contrari alle energie rinnovabili, anzi i pali eolici tutto sommato non ci infastidiscono nemmeno alla vista. Ma non è possibile che si dimentichi la vocazione di queste terre, di questi giardini.
Hanno ripreso e commentato (grazie!) queste righe nei loro blog, Sergio Maistrello, Barbara Summa e Caterina Sottile.
Qualcuno ha commentato privatamente proponendo spunti interessantissimi come Carlo Merolli.
Ieri poi sono stato invitato da Pasquale Di Lena a leggere le mie riflessioni durante un convegno sull’importanza del territorio e delle sue risorse, organizzato a Larino.

Li ho potuto apprezzare i ragionamenti del prof. Pazzagli dell’Università del Molise, docente di Storia alla facoltà di Economia.

Ed allora provo a sintetizzare in poche righe tutti questi stimoli sperando prima di tutto, di mettere ordine nella mia testa e poi magari, chissà, riusciremo a cavarne qualche buona idea.

Pazzagli dice: siamo di fronte ad un modello di sviluppo fallito che non può essere rimesso in piedi, non dobbiamo lavorare per recuperare un ritardo ma lavorare ad un modello alternativo che sia basato sulle ri-sorse

E già… ho imparato che i combustibili fossili non sono affatto le ri-sorse.

Perchè una ri-sorsa non si consuma ma si utilizza.

Allora noi contadini che da sempre utilizziamo il sole, il vento, l’aria, l’acqua, la terra siamo essenziali anzi indispensabili per questo nuovo modello di sviluppo.

Negli ultimi anni poi è successa una cosa fantastica: queste ri-sorse si usano anche per produrre energia elettrica.

Nella mia terra in particolare, il Molise, l’utilizzo di queste risorse a fini energetici offre grandi potenzialità di reddito per la velocità media annua del vento e per la intensa irradiazione solare.
Succede però che noi contadini, da sempre custodi di questi territori, da qualche tempo siamo diventati e considerati gli indigeni (abitanti del posto) con l’anello al naso che sotto i piedi hanno una miniera di diamanti…

Insomma una storia già vista e in questi giorni di mondiali sudafricani, trita e ritrita in televisione.

Carlo Merolli mi scrive:

…Una volta i contadini erano per definizione “poveri”: che bisogni ritornare
alla povertá del contadino per far stare bene “il cittadino” ? Non credo
proprio che nessuno sia disposto. Meglio allora cittadino povero e
sovvenzionato. Oggi sono i pannelli ed i parchi eolici, una volta era la
Fiat, la fabbrica….

Il professor Pazzagli dice che per implementare in modo corretto un buon modello di sviluppo occorre stare attenti a due elementi:

1.dilatare il tempo
2.restringere il territorio
E’ importante capire e definire il concetto di “locale” e di come inserire questa dimensione in un contesto globale.

E’ sorprendente e per certi versi incredibile come il Molise abbia a disposizione tutti gli ingredienti, tutti gli elementi per poter diventare il Sistema Molise:

un microambiente nel quale potenzialemente possono coesistere aspetti sociali, regole pubbliche generate dal basso e la sostenibilità ambientale.

Torniamo al contadino.
50 anni fa la FIAT e l’industrializzazione lo ha portato via e contribuito a far diventare meno fino il suo cervello.. con conseguenze che oggi paghiamo.

Non può succedere oggi la stessa cosa:

le pale eoliche, il fotovoltaico, che stanno invadendo il mondo contadino devono compensare adeguatamente il loro sacrificio e ripagare anni di governo del territorio e di utilizzo razionale delle ri-sorse, integrandosi e trovando un equilibrio accettabile.

Gli amministratori, le associazioni di categoria devono assolutamente guardare lontano nel tempo e utilizzare un concetto di “locale” che sia aperto al mondo.

5000-7000 euro ad ettaro per farci sparire tornando ad atrofizzare le nostre menti, no, non è accettabile, in questo momento è da usurai.

Manca un unico ingrediente che ho paura anzi quasi la certezza che faccia saltare questa grande possibilità per la mia terra:

occorre che anche gli amministratori, la politica, diventi una ri-sorsa. Rinnovabile.

26 giugno 2010

L’importanza del territorio

Pubblichiamo una "traccia della relazione all’incontro “Acqua e terra. Le risorse per un futuro Molise”, Larino 25 giugno 2010" del Prof. Rossano Pazzagli che ha aperto l'incontro di ieri sera, così come riportato dalla testo della locandina sottostante. Un incontro partecipato da un pubblico attento che ha fatto onore all'iniziativa promossa da Larino Viva e dalla Federazione regionale del Partito dei Comunisti Italiani ed agli altri bravissimi relatori in programma, fra i quali il direttore della struttura Fruttagel Molise, Ing. Pietro Di Paolo, che ha sostituito il Presidente della Fruttagel Egidio Checcoli, impossibilitato a intervenire per un urgente impegno che l'ha tenuto bloccato nella sede di Ravenna.
Un incontro intenso, che affrontato questioni di vitale importanza per Larino ed il Molise, che rischiano, entrambi, di perdere il patrimonio più importante, il territorio. Un patrimonio, altresì, fondamentale per avviare quel nuovo tipo di sviluppo di cui ha bisogno la nostra città e il nostro Molise per scongiurare i rischi, sempre più evidenti, del nucleare e di altri insediamenti produttivi antitetici alle caratteristiche ed ai bisogni del nostro territorio. Insediamenti che vanno contro ogni logica di una programmazione che ha una sola possibilità di esprimersi e dare risposte: utilizzare e spendere le risorse proprie del territorio che sono la ricchezza della biodiversità; della terra fertile per produzioni di qualità e tipiche; della cultura e della storia; del paesaggio e dell'ambiente e, tutte insieme, la forza delle nostre tradizioni, cioè un passato lontano che sa cogliere il presente e guardare al futuro delle nuove generazioni.
Un incontro ricco di spunti che ha saputo stimolare gli interventi dei presenti e rendere più ricco il dibattito e il confronto. Il nostro grazie al Prof. Pazzagli, agli altri relatori ed a tutti i presenti per aver risposto all'invito di Larino Viva e del PdCi e contribuito a far capire che, quando gli stimoli sono quelli giusti, viene fuori tutta la voglia di tornare a partecipare ed occupare gli spazi di democrazia che, oggi, sono occupati dalla casta e dalle lobby.

di Rossano Pazzagli

La natura e l’uomo - che di essa fa parte (ma che con lo sviluppo moderno ne è diventato anche estraneo, finendo spesso in posizione di alterità) – sono stati i motori primi delle trasformazioni che hanno generato l’ambiente intorno a noi: l’agricoltura, il paesaggio, la trama dell’insediamento, l’urbanizzazione, l’industria…
L’ambiente, il paesaggio e i beni culturali non sono soltanto una eredità storica. Essi costituiscono ormai risorse essenziali di un modello di sviluppo alternativo rispetto a quello seguito fino ad oggi.
Indico subito tre esigenze di fondo nell’affrontare tali problematiche:
1) conoscenza del processo di costruzione di questo patrimonio;
2) critica dello sviluppo contemporaneo
3) rilancio del ruolo pubblico e del concetto di “bene comune”, di cui l’acqua costituisce un esempio molto significativo.
La conoscenza aiuta a comprendere le forme necessarie della salvaguardia e della valorizzazione del territorio, indicando concrete possibilità di sviluppo sostenibile.

La crisi come opportunità. L’attuale crisi economica, da cui si rischia di avere una ripresa senza occupazione, è una crisi strutturale. Essa è anche crisi di un modello che ha generato disparità, disuguaglianze, selezione sociale e territoriale, un modello che è servito ma che ora non funziona più, anzi è degenerato ulteriormente, causando danni anche alla democrazia.
Eravamo abituati a due secoli di crescita economica continua, collegata all’affermazione del sistema capitalistico di produzione a partire dalla rivoluzione industriale inglese nel Settecento. Vista alla scala planetaria essa ha reso possibile un travolgente incremento demografico, ma non ha risolto il problema dei diritti umani e delle disuguaglianze, che anzi si sono accresciute e sono diventate ancora più visibili nel mondo globale. Ha generato un crescente squilibrio tra popolazione e risorse, tra vita umana ed ecosistema, riaprendo scenari di tipo maltusiano.
Contraddizioni enormi, rispetto alle quali ci sentiamo piccoli e impotenti. L’impotenza, assieme ad altre angosce, incertezza e precarietà, sono i sentimenti prevalenti nel mondo globale, un atteggiamento che si misura in modo diffuso e preoccupante tra i giovani. Ma la misura di questa impotenza può ridursi e la profondità del sentimento si attenua se ci collochiamo su una scala locale, di una regione o di una subregione, in una dimensione non troppo macro per essere analiticamente e coscientemente percepita, né troppo micro per sfuggire al paradigma della complessità. Oppure se si recupera una visione storica più lunga, cioè una successione temporale di fasi e di eventi che rappresentino almeno le grandi tappe della civiltà europea e mediterranea: l’età greca e quella romana, dalle quali discende l’eredità dell’antico; il cristianesimo e la Chiesa, l’Europa feudale e quella della rinascita urbana, il Rinascimento e il primato italiano con la successiva modernità da cui prendono corpo la nuova scienza, la nuova politica, la nuova economia. Poi la fine dell’antico regime, l’Illuminismo e la rivoluzione francese, l’industrializzazione… fino alle luci e alle ombre del “secolo breve”, come è stato chiamato il Novecento. In tutte queste “età” si è accumulata una immensa quantità di fatti, architetture, paesaggi, prodotti, tradizioni… un insieme di straordinaria portata che può essere definito come capitale culturale. Culturale e ambientale, il nostro vero capitale.
Dilatare l’ottica del tempo e focalizzare quella territoriale: è questa l’azione necessaria per identificare, comprendere e valorizzare ogni singolo bene, ogni pezzo di patrimonio. Di qui scaturisce la necessità di conferire ai problemi la concretezza e la dimensione territoriale, in un’ottica locale che non significhi localismo e separatezza, ma visione d’insieme e integrazione, consapevolezza delle identità intese non come dato immutabile, ma come processo dinamico.
Il territorio è un bene storico ed è l’espressione più evidente e immediata dell’identità di un luogo. Come tale, quindi, deve essere trattato e non come un supporto fisico su cui appoggiare in modo incessante le nostre suppellettili. C’è un legame profondo tra la storia culturale e il futuro di un popolo o di un luogo. Tra cultura e politica, tra storia e politica. Un legame spezzato da riannodare.

Il paesaggio, cioè l’incontro sempre fecondo tra conformazione naturale dei luoghi e attività antropiche, rappresenta la sintesi più eloquente tra natura e storia.
In virtù di questo incontro l’Italia possiede un patrimonio vasto di beni culturali, ambientali, gastronomici… : il mare, le coste, le città e il reticolo dei borghi, l'esteso territorio rurale sono lo spazio ideale per una integrazione delle politiche culturali e ambientali. In un tale contesto anche le feste, le tradizioni e i modi di vita possono divenire elementi attrattivi. Collegando la storia, la cultura e la società in cui le persone vivono quotidianamente, emerge una gamma di luoghi e situazioni nelle quali è possibile beneficiare di uno heritage inteso come patrimonio culturale, che comprende una commistione di elementi tangibili o intangibili: edifici e monumenti storici, siti produttivi, paesaggi tradizionali, eventi e pratiche popolari, stili di vita (tra cui la gastronomia), ecc.

Il Molise è una piccola regione con un grande patrimonio rurale, che per me significa – in senso più lato – culturale.
Se noi leggiamo il Molise utilizzando questa ottica, cioè l’ottica delle risorse intese come combinazione di fattori naturali e segni antropici, ci accorgiamo che essa è indubitabilmente una regione che non solo è abbastanza ben dotata, ma che dispone anche di una ancora buona capacità di documentazione di queste risorse, a cominciare dalle persistenze storiche, dai beni culturali (materiali e tradizioni) e dai giacimenti gastronomici. Questi, oltre a costituire elementi chiave per segmenti specifici dell’offerta turistica, costituiscono, nel loro insieme, il patrimonio di base per lo sviluppo del settore turistico in Molise.
Semmai bisognerebbe chiedersi come mai questa buona dotazione di risorse naturali (si pensi all’abbondanza di acqua) e antropiche non abbia innescato nel passato durevoli processi di sviluppo. Ma qui il discorso si farebbe lungo e complesso e lo rinviamo ad un’altra eventuale iniziativa.
Tornando su un livello più generale, nella parte finale del Novecento, dopo la ridefinizione del ruolo delle città in chiave turistica e l’intenso sfruttamento delle coste, si è verificato un processo di riscoperta e valorizzazione del territorio rurale. Una forma assai diffusa è stata quella dell’agriturismo, collegato a comparti agricoli di qualità ed ai principali prodotti tipici, agricoli (vino, olio, ortaggi, frutta, ecc.) e artigianali. In diverse aree della penisola si sono così disegnate relazioni in parte inedite, che vanno dalla costa verso l’interno, anche attraverso la riutilizzazione di antichi percorsi , es. ai flussi della transumanza (tratturo, il mondo dei tratturi) e di altre migrazioni stagionali (minerarie, forestali, ecc.). Da connessioni del passato, questi circuiti interni possono oggi definire nuove relazioni sul territorio: direttrici lungo le quali possono radicarsi anche momenti produttivi di tipo agricolo-rurale di qualità, che in modo sinergico aggiungono valore al territorio e di questo si avvantaggiano.
L’agriturismo, quando riesce a rispettare i vincoli della principalità dell’attività agricola, come previsto dalle normative nazionali e regionali, rappresenta un esempio di turismo sostenibile, collegando la problematica turistica a quella strategica della sostenibilità dello sviluppo, così come è venuta definendosi a livello mondiale dal Rapporto Bruntland (1987) in poi e in particolare a partire dalla conferenza di Rio de Janeiro. La riscoperta del territorio ha però bisogno di riconoscere la centralità dell’agricoltura, di una buona agricoltura, e di abbandonare l’ossessione della crescita.
Insistere oggi sui temi della crescita ad ogni costo, significherebbe prorogare una incomprensione storica ed ignorare lo squilibrio non più sostenibile tra uomo e risorse. Il paradigma della crescita non può più essere sufficiente per rispondere alla crisi strutturale di un sistema basato proprio sulla crescita. Per quanto ci riguarda, la crescita ha significato tra le altre cose un crescente e continuo consumo di suolo, risorsa basilare per l’agricoltura e per l’uomo.

Il consumo di suolo ha significato in primo luogo alterazione del paesaggio, frattura del consolidato equilibrio tra città e campagna, nuovi costi ambientali in termini di uso delle risorse naturali, ridefinizione delle identità sociali. Una tale analisi deve costituire la base per identificare come prioritario l’obiettivo della riduzione del consumo di suolo e la conservazione del paesaggio nel quale si inscrivono i valori ambientali e storici della comunità locale.
Appare dunque indispensabile favorire il mantenimento di preziosi patrimoni ambientali e culturali, comprese le tradizioni e i modi di vita ancora oggi documentabili: un insieme di caratteri originari (territoriali e sociali) che possono essere recuperati anche come risorse economiche, ma soprattutto in chiave identitaria e di resistenza culturale ai processi omologanti della globalizzazione contemporanea, fino a costituire la base di una nuova visione non globale e neanche strettamente locale, ma glocale per riprendere l’efficace concetto elaborato da Mander e Goldsmith e più recentemente da Bauman. Così, anche le politiche turistiche non vanno più misurate solo in termini di prodotto interno lordo e di occupazione, ma anche sul piano della cultura imprenditoriale e della mentalità: l’insediamento di nuove imprese, l’incremento del flusso turistico, le produzioni agricole di qualità, la modernizzazione di alcuni servizi strategici, il recupero dei beni culturali, rappresentano altrettanti fattori di cambiamento, che devono essere accompagnati da un crescente impegno per la formazione e i servizi alle persone, mentre dal punto di vista dell’organizzazione territoriale occorre sempre di più passare da una visione polarizzata e gerarchica ad un sistema di luoghi e funzioni sempre più integrato all’interno dei rispettivi contesti regionali ed in grado di dialogare con i contesti più ampi, nazionali o internazionali.
In tale contesto gli elementi centrali di questa qualità possono essere proprio i beni culturali diffusi, i prodotti tipici, il paesaggio, i boschi e i centri storici, l’archeologia industriale, le tradizioni e, sulla costa, spiagge e servizi. Tutto ciò deve essere maggiormente integrato, con l’obiettivo di promuovere un turismo equilibrato e consapevole, in simbiosi con le attività e la cultura locale. Una visione del turismo non settoriale, dunque, che superi l’idea di sempre nuovi insediamenti edilizi e di un mercato del lavoro più largo sì, ma anche sostanzialmente precario e dequalificato.

Ogni territorio deve porsi l’obiettivo di conservare una propria originalità, di nutrire una propria identità attraverso una osmosi tra apertura e tradizione. Il che significa prima di tutto analizzare e capire, poi salvaguardare la propria immagine storica sul piano culturale, infine elaborare un progetto che possa realmente coniugare i caratteri identitari con i valori ambientali regionali e locali, per integrarsi compiutamente nel più vasto orizzonte mediterraneo.
Il governo del territorio. Oggi in Molise appaiono ancora deboli i processi di pianificazione territoriale, di qualificazione e di integrazione dell’offerta enogastronomia e turistica. La frammentazione delle esperienze e la sporadicità dell’azione non consentono ancora di parlare di un vero e proprio sistema turistico regionale. In questo senso occorre richiamare, accanto al ruolo indispensabile dell’iniziativa locale e delle forze endogene, l’importanza delle politiche regionali e locali, sullo sfondo di un sostegno ancora necessario da parte delle politiche nazionali ed europee. Se il territorio è una risorsa (la risorsa), allora diventano decisive, prima ancora delle politiche turistiche, delle buone politiche territoriali e ambientali, a partire da quelle urbanistiche, con la definizione di una sorta di “statuto del territorio” fondato sugli elementi cardine dell’identità regionale e che disciplini le regole dell’insediamento, della salvaguardia e della tutela del patrimonio storico e ambientale come fondamenti essenziali dello sviluppo. Attraverso questa via (la costruzione di uno statuto del territorio) si possono riconoscere le funzioni delle risorse territoriali anche come elemento educativo e formativo, non solo delle persone (in particolare dei giovani), ma dell’identità collettiva di una terra che aspira ad una ritrovata fiducia nel proprio futuro.
In conclusione, non ci sono ricette predefinite, ma c’è bisogno mi pare - di una nuova ottica e di un rinnovato legame tra cultura e politica, che sappia realmente coniugare la dimensione produttiva con quella territoriale, la sfera economica con quella sociale e culturale. Affinché ciò avvenga, anche lo sviluppo rurale e turistico dovrà rispettare tre condizioni fondamentali: partire dalla società, assicurare la sostenibilità ambientale, realizzarsi entro una cornice di indirizzi e regole pubbliche definita dal basso. Esso deve cioè coniugarsi con i temi della democrazia e della partecipazione anch’esse colpite da una crisi quasi più preoccupante di quella economica. Su questi tre assi fondamentali dovrà basarsi il rafforzamento delle politiche pubbliche, in modo da creare uno scenario entro il quale possano dispiegarsi anche strategie e disegni imprenditoriali. E soprattutto una ritrovata fiducia nelle potenzialità del territorio.

23 giugno 2010

IL SACCONE

RAGLI&BELATI

di Zacc e Belina


Zacc- il Ministro, invece di mediare e chiedere il rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato e del contratto; di adoperarsi per l’unità dei lavoratori, dopo il risultato del referendum di Pomigliano, spera…..

Bélina – che sparisca la Fiom e, possibilmente, anche la Cgil

22 giugno 2010

“BECCHI E BASTONATI” O SE VOLETE “CORNUTI E MAZZIATI”

I pini, come le acacie e tutte le piante a rapido accrescimento, sono delicati e cedono, una volta superata una certa età, ai soffi di noi vènti, anche quando non siamo particolarmente violenti e incazzati con il mondo, come sempre più spesso ci capita.
Ieri non lo eravamo e neanche l’altro giorno, quando Totaro, consigliere regionale e vice segretario del Partito Democratico, ha sentito il dovere di fare una dichiarazione, “a margine (recita il comunicato dato alla stampa) delle iniziative di protesta animate venerdì in Regione” dei comitati dei cittadini di Agnone, Larino e Venafro contro le penalizzazione inferte agli ospedali.
Eravamo così tranquilli che ci è venuto spontaneo un sorriso e, subito dopo, un breve commento “ma questo dove era fino ad oggi?”, che ci ha fatto cambiare il buon umore che avevamo.
Sono due anni e mezzo che anche i muri degli ospedali di Larino, Agnne e Venafro, oggetto delle malefatte di Iorio, sapevano, sulla base anche di denunce e di iniziative che, a nostro parere, hanno fatto solo il gioco di Iorio di chi, con lui, aveva già deciso le sorti di questi ospedali.
I totaro, cioè lui e i suoi amici del Consiglio regionale, a partire da quelli del suo partito, il segretario Leva, il vice presidente del Consiglio, Pardo Antonio D’Alete, i Bonomolo e poi tutti gli altri della opposizione, i Pangia di Rotello, per non parlare, dei Romagnolo, dei Terzano, Marinelli, Di Sandro e altri ancora della maggioranza, che salvo qualche starnuto sparso di qualcuno, si sono ben guardati dal dire una sola parola e dal fare una sola dimostrazione di contrarietà alle scelte.
Solo Chieffo e Petraroia, per un periodo hanno sposato la proposta di Larino Viva, per poi lasciarla morire senza il coraggio di portarla avanti con forza, allora, quasi due anni fa, che aveva un senso.
Ora, i totaro accolgono le tesi dei tre comitati civici in campo per gli ospedali e dicono che i “tagli” ai servizi … sono in grande parte ingiusti ….che continuare a chiamare ospedali il Caracciolo, il Vietri e il SS. Rosario da oggi in poi sarà improprio …. e che restano gli sprechi, i doppioni, i privilegi per certi ospedali come il Veneziane di Isernia.
Da queste considerazioni il “No, dunque, alla politica dell’inganno”, che suona come una denuncia postuma che ha lo stesso valore di un caffé riscaldato.
Poi se la cavano esprimendo solidarietà ai cittadini dei tre importanti centri e invitano “il presidente della Regione” (non hanno il coraggio di chiamarlo per nome e cognome) a incontrare queste comunità.
Nemmeno un accenno alla tanto on. De Camillis ed agli altri tanto onorevoli che hanno collaborato allo sfascio dei tre ospedali, ai sindaci ed ai vicesindaci che hanno accettato il bavaglio di Michele Iorio; ai comitati che, come quelli di Larino, senza rendersene conto, hanno da foglia di fico di questi signori e continuano a farlo, nel momento in cui vogliono rimettere i certificati elettorali al Presidente Napolitano.
Non c’è bisogno di scomodare Napolitano, ha ben altro da fare in questo periodo.
Ha il significato della chiarezza e del coraggio se i cittadini si chiamano e si coinvolgono per dire a questi signori, compreso i totaro che, con questa dichiarazione, hanno dimostrato di essere stati in ferie nel lungo periodo di due anni e più, che non è il caso di continuare perché non basta una dichiarazione per lavarsi le mani e le coscienze di chi è stato chiamato per rappresentare i cittadini e i beni di una comunità.
Tutti i totaro farebbero una cosa buona e giusta se decidono di tornarsene a casa; così i Giardino e i Quici e tutti i Giardino e i Quici dei tre Comuni interessati dalla chiusura degli ospedali.
A casa, insieme a Iorio, De Camillis e tutti gli altri che sono responsabili o complici di uno sfascio che ricade tutto sulle spalle dei cittadini molisani.
Come dicono in Toscana, in modo meno duro, tutti i molisani dei circondari di Larino, Venafro e Agnone ha fatto la fine dei “becchi e bastonati”, infatti ora che non hanno più i servizi che prima davano gli ospedali sono chiamati a pagare più tasse di prima e a spendere di più in spostamenti.
A voreie

L’OPPOSIZIONE


RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina

Zacc - Ma D’Alema e Bersani con chi stanno?

Bélina – contro la Fiom
Zacc- cioè con gente come Marchionne, Sacconi, Angeletti, Bonanni, Mercegaglia. Mi viene da piangere.

Bélina - anche agli operai ed alle loro famiglie.

"ACQUA E TERRA, LE RISORSE PER UN FUTURO MOLISE"


VENERDI' 25 GIUGNO p.v., NELLA SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI LARINO IN VIA CLUENZIO, INCONTRO PUBBLICO ORGANIZZATO DA LARINO VIVA E DAL Pdci SUL TEMA:

"ACQUA E TERRA, LE RISORSE PER UN FUTURO MOLISE"

con la partecipazione del prof. Pazzagli, Università del Molise;
di Dino Campolieto, presidente C.I.A. Molise, Egidio Checcoli, Presidente Fruttagel, Pasquale Di lena, Larino Viva, Antonio De Lellis, Forum Acqua Pubblica, Alessandro Lategano, Movimento LaRinascita, Gianni Montesano, segretario regionale Pdci.




la lotta va affrontata sul fronte della politica- intervento di Nicolino Civitella

Ti ringrazio per avermi coinvolto nelle tue riflessioni. Di seguito puoi leggere il mo punto di vista.



Fino agli anni ’60 da noi la produzione agricola era ancora in larga misura legata all’autoconsumo. Le rese cerealicole erano bassissime e la produzione della frutta, non essendo per l’appunto destinata al mercato, non solo andava in gran parte perduta, ma era di qualità strettamente naturale, perché nessuno pensava di ricorrere all’uso di fitofarmaci per evitare che, ad esempio, nelle mele o nelle ciliegie si formasse il verme, oppure si poneva il problema di far si che il frutto raggiungesse una certa pezzatura.

Ecco, in quel tempo (e se vogliamo, in quel mondo, perché quello era un mondo dal profilo socio-economico e culturale ben definito) la produzione agricola era di natura biologica. Poi è arrivato il mercato anche da noi e gli effetti che il mercato ha provocato sono quelli che sappiamo. Per citarne alcuni : sul piano economico: necessità di migliorare le rese cerealicole, con conseguente ricorso alla concimazione, alle sementi selezionate, alla meccanizzazione, ad un allargamento della dimensione aziendale, marginalità progressiva della produzione ortofrutticola per uso domestico; sul piano dei consumi : crescente ricorso al mercato per prodotti agroalimentari quali pane, pasta, dolciumi, insaccati ma anche ortofrutta.

Per quanto riguarda l’ortofrutta, l’allargamento del mercato ha posto i problemi del verme e della pezzatura e quindi la necessità di ricorrere ai fitofarmaci all’irrigazione, agli incroci alla selezione delle piante e quant’altro.

Quando a casa mia abbiamo cominciato a comprare le pesche e poi le mele, mi colpiva la bella presenza che questi frutti avevano, decisamente migliore di quelli di nostra produzione, e tuttavia si avvertiva la diversità qualitativa. In questi del mercato si coglieva un che di artificioso, una polpa rigonfia di succhi indotti. La vera produzione biologica era quella di prima, questa del mercato dava l’idea quanto meno di un semilavorato. Poi i gusti si sono assuefatti e questa produzione noi oggi la considereremmo altamente biologica a fronte di tante schifezze che inondano il mercato. Oggi spesso quando compriamo la frutta, anche quella che ormai si produce nelle nostre zone, abbiamo la sensazione che la forma e il colore siano quelli giusti, ma non altrettanto la sostanza. Una cassetta di pesche, primizie pugliesi, acquistate quest’anno, praticamente le abbiamo lasciate marcire e poi le abbiamo buttate via.

Per le fragole, quest’anno ho assaggiato le fragole di importazione greca comprate al supermercato. Sono rimasto stupito dal fatto che avevano il profumo della fragola. Mai avevo avvertito qualcosa del genere se non con le fragole di bosco. Anche quelle prodotte nelle piane di Larino erano assolutamente insapori (mi chiedo, fra l’altro, se questa produzione debba considerarsi biologica).

La novità riscontrata quest’anno mi ha indotto a sospettare un qualche trattamento capace di produrre un effetto di tal genere.

Oggi avvertiamo la minaccia degli OGM e in alternativa rivendichiamo la produzione biologica.

Ma qual è la produzione biologica? Non certamente quella del vecchio mondo contadino, sarebbe insostenibile sotto ogni profilo. Credo che la qualità che oggi consideriamo biologica ha comunque un che di artificioso, comunque presenta una manomissione dell’uomo. Potrebbe essere quel semilavorato degli anni ’70, ma non il prodotto naturale del vecchio mondo contadino.

Insomma credo che la invocata produzione biologica sia niente di più che una produzione in cui la manomissione umana abbia una dimensione più arretrata rispetto a quella più radicale degli OGM.

Insomma potrei storicizzare questa questione e utilizzarla a favore degli OGM. Ma non lo faccio perché sarebbe sciocco. Ho anch’io i miei timori nei confronto degli OGM, ma sono un po’diversi dai tuoi. Tutte le nuove frontiere della scienza devono per me indurre ad una cautela legata agli imponderabili effetti che possono produrre. Insomma per me scatta la paura dell’ignoto. Questo significa che la ricerca in quella direzione va comunque fatta, ma l’applicazione deve essere sottoposta a un lungo periodo di controlli.

Quanto poi alla spregiudicatezza del profitto, io condivido appieno, però qui il problema è di natura diversa. Il problema che qui si pone concerne il rapporto triangolare tra scienza, potere politico e potere economico. La questione è piuttosto complicata ed io non mi sento in condizione di affrontarla. Solo in linea di massima posso dirti che le cose possono probabilmente andare per il giusto verso se il governo dell’economia e della scienza è affidato a un potere politico democratico.

Ad ogni modo io credo che oramai il destino dell’uomo sia strettamente legato alla capacità della scienza di avanzare sempre lungo nuove frontiere. La positività o la negatività degli effetti dipenderà in buona misura dal fatto che il governo delle cose del mondo sia o meno nelle mani di un potere politico democratico. Se questa fosse la strada vorrebbe dire che la lotta va affrontata sul fronte della politica.

Un saluto,

Nicolino

La nostra risposta

Non ci sono scorciatoie per riconquistare gli spazi di democrazia

Carissimo Nicolino,
ti sono grato dell'attenzione che hai posto al mio articolo e delle riflessioni in merito che ho letto con grande attenzione e che ritengo di pubblcarre sul mio blog insieme a eventuali altri contributi per aprire un dibattito.
Le tue premesse sono una verità anche per me. Lo sviluppo di un'agricoltura intensiva ha portato alla forzatura delle produzioni sulla scia di un consumismo sempre più sfrenato e della apertura di sempre nuovi mercati, che hanno dato vita al mercato globale, con una serie di nuove e grandi contraddizioni che la pesante crisi in corso spiega solo in parte.
Uno sviluppo del mercato che ha portato a nuove e più forti concentrazioni, sia economiche che finanziarie, che oggi sono il potere, oltrettutto senza patria e ,quindi, non soggette a regole di nessun paese, lobby potentissime in grado di pagare governi e partiti, anche, se non soprattutto, quelli di opposizione.
Un esempio, quello più eclatante, anche se è passato sulla testa della gente senza pagare alcun prezzo, è quello dei vaccini antinfluenzali pagati molto cari, in anticipo dal governo Berlusconi, che ha speso risorse enormi per promuovere un medicinale inutile, costosisimo per la comunità che ha avuto il pregio di arricchire la multinazionale che ha creato l'allarme. Nessuna meraviglia se si viene a sapere che è quella che ha creato anche la pandemia. E già successo in altre parti del mondo e iniziative similari sono state pagate con migliaia e, anche, milioni di morti.
Le multinazionali che producono semi Ogm, si sono impossessate prima dei semi che il mondo contadino era riuscito a conservare, anche da millenni, e poi hanno costretto questo mondo a far ricorso ai loro semi Ogm, con disastri che hanno, anche questa volta, provocato carestie e morte, non solo di uomini, donne e bambini, ma asoprattuto della biodiversità animale e vegetale che è l'unico vero, straordinario patrimonio che l'uomo ha.
E tu sai bene che la biodiversità è il frutto di una selezione attenta della natura, che vede l'uomo coprotagonista, perchè, si è visto, che quando diventa protagonista ti procura solo danni, anzi disastri.
Credo, per non andare avanti con un discorso che mi porterebbe molto lontano, che, al di là dei proclami degli scienziati, vuoti perchè parlano di fare andare avanti la ricerca e non dei disastri che la ricerca ha messo in mano alla Monsanto e ad altre multinazionali con gli Ogm, c'è da farsi carico di questo patrimonio per vedere come difenderlo dagli attacchi delle multinazionali e, anche, dalla stupidità degli uomini che, sulla spinta della fame di denaro o del bisogno di sopravvivenza, si privano del futuro.
Per chiudere questa interessante chiacchierata, ti dico che il mio NO agli Ogm, così come imposti dalle multinazionali in condizioni di monopolio, non è paura dell'ignoto, perchè in questo come in altri campi dove operano queste potenze finanziarie, ci sono risultati fortemente negativi che sono certezze di un mondo che non auguro alle generazioni future. Sono i padroni assoluti e la politica è succube ed il loro solo intento è il profitto, il massimo profitto.
No agli Ogm, sì alla ricerca pubblica, e, soprattutto, sì alla necessità di una rivoluzione dei nostri comportamenti per riallacciare il filo e dare continuità al dialogo con la natura, il pianeta, per vivere una vita vera in sintonia con il creato e non contro.
Quando le pere avevano i vermi, non solo erano più saporite, ma ci davano il piacere e la gioia di vivere e i tempi non erano quelli delle luminarie, del gigantismo e degli sprechi.
Non so se tu sai: oggi il mondo, quello che si definisce civile, spreca ( non è il mio caso) più per dimagrire che per mangiare; il 75% di quello che ha in frigorifero va buttato e, nel frattempo, i contadini vanno a finire e la terra diventa altra cosa in mano alla logica delle multinazionali, che dopo aver comandato il mondo con il petrolio, vogliono continuare a farlo con le energie alternative, quelle che sono intorno a noi, ben localizzate, che non hanno bisogno di energie per essere trasportate.
Non a caso ho accennato alla terza rivoluzione industriale ed alla sua possibilità di avviare un nuovo tipo di sviluppo solo se ancorata all'agricoltura.
Ci hanno tolto i nostri padri, durante e dopo la guerra, ed ora ci stanno togliendo la terra e con essa il nostro territorio, cioè la nostra identità, perchè non esiste una opposizione che spieghi, informi e metta in discussione i processi che ci tolgono la nostra anima. Ecco perchè i partiti, quelli di opposizione, lo sono sulla carta con le multinazionali che già li hanno pagati per stare zitti e fermi, concedendo di tanto in tanto, qualche miagolìo per dimostrare che esistono.
No Ogm per me vuol dire un mondo nuovo, quello che voglio io e la gente che lavora e che pensa al domani e non si lascia addormentare rimettendosi nelle mani dei padroni di oggi e, anche, di quelli che li servono in cambio di pochi denari.
No c'è da andare molto lontano per ricominciare a lottare contro chi ti deruba dei tuoi patrimoni fondamentali, la terra, la biodiversità, l'ambiente, il paesaggio, le tradizioni, la storia, la cultura, cioè di tutte le risorse e i valori che ti mette a disposizione il territorio.
Per spiegarmi: se Turbogas vuol dire inquinamento, pericolo, ingenti profitti per pochi, poco lavoro, pessima immagine per il mio territorio, spreco della preziosa risorsa acqua e altro ancora, tu pensi che a possa agire da consolazione la notizia che il padrone sia De Benedetti, per lungo tempo l'antiberlusconi, l'uomo di sinistra. Non mi consola, anzi mi fa ancora più incazzare se penso alle azioni ipocrite e alle collaborazioni dei miei vecchi compagni, anche quelli nostrani che si lasciavano fotografare dietro al primo striscione.
Ecco che bisogna ridare spazio alla politica, quella vera, per esempio, quella che si occupa e sostiene gli operai di Pomigliano e non li sta lì a critare seduto in poltrona come fa un Venltroni qualsiasi, dando al governo la ragione per non mediare, agli altri sindacati di dividere il fronte dei lavoratori, alla Cgil. e Fiom in paticolare, di essere isolata nella battaglia contro chi ricatta gli operai per far tornare indietro tutti i diritti che essi avevanoo conquistato con le lotte e con l'appoggio, senza se e senza ma, dei partiti della sinistra e del mondo cattolico più avanzato
Non ci sono scorciatoie per riconquistare gli spazi di democrazia, ma solo analisi della realtà, proposte e voglia di lottare per conquistare spazi necessari a oganizzare un futuro, il futuro che lascia sognare e fare le nuove generazioni.
Ti ricordo dell'incontro di venerdì alla sala consiliare. Una buona occasione per continuare il discorso insieme a tanti altri interlocuoti.
Un caro saluto
Pasquale

21 giugno 2010

NOI CONTINUIAMO, PIU’ CONVINTI DI PRIMA, A DIRE NO AGLI OGM


L’articolo apparso sull’ultimo numero di TN, a firma di Alfonso Pascale, un amico che, non da ora, ha tutta la nostra stima, è alla base di questa nostra riflessione.

Pascale ci offre un resoconto del Forum su Agricoltura, Alimentare e Pesca del Partito Democratico, che riporta il punto di vista di questa forza politica di opposizione sugli Ogm, che è “del tutto diverso da quello di chi ancora si attarda a demonizzare gli OGM, attribuendo ad essi ogni sorta di nocumento per la salute e per l’ambiente”

Ci viene da pensare ad una fuga in avanti improvvisa del PD e, se ci viene permesso di dirlo, improvvisata, visto che le argomentazioni sono quelle che hanno riempito, per anni, le pagine della stampa quotidiana e periodica, per dire, e far dire, una sola cosa, che il No agli Ogm è, in pratica, ideologico ed un pugno in faccia alla ricerca.

Se è così, bisogna spiegare perché non lo è il Sì agli Ogm, tenendo conto che, nonostante l’appoggio di una parte della ricerca, non ancora vengono spiegati i risultati delle conseguenze sulla qualità del cibo e la salute umana e sull’ambiente. Anzi là dove è stato fatto uso di questi Ogm, il territorio è diventato presto più povero, avendo perso subito le sue innate risorse e la propria identità. Altro che il No ideologico!

Anche per esprimere il nostro punto di vista, guardiamo, così come ha fatto il PD, con grande preoccupazione alla situazione della crisi; ai rischi che porta una sua sottovalutazione, alla necessità di un ruolo centrale dell’agricoltura, se si vuole dare vita ad un nuovo modello di sviluppo che chiuda definitivamente, e subito, con quello che la crisi ha dichiarato fallito e che solo gli speculatori vogliono mantenere in vita.

Il mondo degli uomini, quello che ha dichiarato guerra al pianeta, deve capire che non ha più nessuna ragione e, quindi, nessuna possibilità, di poter andare avanti, se non dichiara il proprio bisogno di pace con il pianeta, la nostra amata Terra, sempre più stressata dal più giovane dei suoi animali, l’uomo. Una necessità, altrimenti il rischio è la fine.

Si sente forte la necessità di fermarsi per capire che solo una forte agricoltura, nel suo significato di vita e di cibo, rende possibile l’uscita dalla attuale crisi e la riorganizzazione di un modello di sviluppo che porta alla nascita della terza rivoluzione industriale.

Perché questo modello di sviluppo possa funzionare c’è bisogno, questa volta, che il sistema industriale sia strettamente ancorato all’agricoltura e non posto come alternativo o sostitutivo di questa attività economica sempre più primaria.

Si tratta, dicevamo, di riportare l’agricoltura ad essere perno, volano dello sviluppo e, soprattutto, del progresso, che è tale se riesce a coinvolgere l’umanità, e, a renderla, attraverso la conoscenza, consapevole delle risorse e della necessità di una condivisione delle stesse, sulla base di una compatibilità con il regno animale e vegetale.

Compatibilità che ha bisogno di tempo e di equilibrio per potersi esprimere pienamente, e, non di fughe in avanti che, volendo anticipare i tempi, rischiano di creare disastri, solo per fare piacere alle multinazionali.

È il caso degli organismi geneticamente modificati che, nel momento in cui dalle mani dei ricercatori vengono posti in quelle di poche multinazionali, diventano bombe micidiali, visto che queste imprese globali hanno un solo obiettivo, il profitto, anzi, per essere ancora più chiari, il massimo profitto. Le imprese che, più di ogni altra, sanno solo come governare i governi e come spremere il limone fino all’ultima goccia.

In questi ultimi dieci anni sono tanti gli esempi che portano a far capire le conseguenze delle azioni volute, promosse e pagate dalle multinazionali degli Ogm. Questi esempi ci dicono che non è il caso di fidarsi, tanto più di affidarsi, come, invece, vorrebbero anche illustri scienziati del nostro Paese, che noi stimiamo molto per quello che hanno fatto e continuano a fare, ma che non ci hanno convinto con le loro motivazioni a sostegno del Si alle coltivazioni Ogm.

Vogliamo rassicurare questi illustri scienziati che un No agli Ogm, per quanto ci riguarda, non è un No alla ricerca scientifica ed al progresso, ma semplicemente un No a realtà senza scrupoli che, in tutti i campi in cui si trovano ad operare, hanno dichiarato, con il loro comportamento e la loro unica finalità, il profitto, guerra al pianeta, alle sue straordinarie e fantastiche risorse, con percorsi crescenti di distruzione delle stesse e di impoverimento della stragrande maggioranza dell’umanità

Realtà pericolose, ripetiamo, portate non a creare ma a distruggere, che non si combinano con la necessità e l’urgenza di ritrovare quella serenità che serve a rimettersi i sintonia, in pace, con il pianeta, sapendo che questa serenità richiede, non solo una nuova impostazione dello sviluppo e una nuova agricoltura, ma la rivoluzione nell’uso delle risorse del pianeta, in primo quelle energetiche.

Una rivoluzione delle nostre abitudini, a partire dal mangiare, dal nostro rapporto con il cibo.

Anche qui la differenza profonda tra quanti, come noi, hanno una considerazione alta del cibo, e, cioè, non solo necessità ma fonte di socialità, memoria, dialogo, ambiente, paesaggio, storia e cultura di un territorio, e chi, come le multinazionali, considera il cibo, e la stessa l’acqua, una merce come altre, che serve a fare profitti.

In sintesi, e tanto per essere chiari: se un partito come il Pd, con la motivazione della difesa della ricerca e della sperimentazione o, anche, del bisogno di cibo per sfamare il mondo, apre agli Ogm, vuol dire che ha già aperto le braccia alle multinazionali, ciò che vuol dire che si pone, se ancora non lo è, al servizio delle stesse e, quindi, dichiara la propria rinuncia al cambiamento della società e del mercato che la caratterizza

Diventa, così, uno strumento come tanti, che dà forza a processi già in atto, quali quelli, come abbiamo detto all’inizio, che spiegano bene le ragioni di una crisi profonda, politica, economica, sociale; di fenomeni devastanti come la fuoriuscita del petrolio e la distruzione di un vasto territorio, proprio mentre è forte la ricerca di fonti energetiche, non quelle limitate e lontane, ma di quelle distribuite in ogni luogo e in ogni dove (sole, vento, acqua, maree e altre ancora) che il pianeta mette a disposizione.

La presa di posizione del Pd, ancora timida ma significativa, sugli Ogm, è la conferma delle ambiguità di questo partito riguardo alla privatizzazione dell’acqua, al ritorno al nucleare e ad altre scelte che ci trovano completamente in disaccordo.

Ora risulta a noi più chiara la sua difficoltà di essere davvero un partito di opposizione: stare fermi per non cadere in contraddizione o mettere in dubbio la fiducia dei suoi nuovi, veri interlocutori, che non sono più, né le masse lavoratrici né gli intellettuali, ma i padroni nostrani che si ritrovano nella logica delle multinazionali.

Farsi carico degli interessi delle multinazionali è tutt’altra cosa che farsi carico dell’interesse generale. Oltretutto, al di là del fatto se è frutto o meno di una precisa strategia dei governi passati, il nostro Paese vive il primato delle Dop e delle Igp, cioè il primato delle nostre eccellenze agroalimentari, testimoni importanti di territori segnati da paesaggio e ambiente, tradizioni, soprattutto culinarie, storia e cultura, cioè i valori delle nostre identità locali e regionali.

Valori che gli Ogm tendono ad uniformare, anche a costo di appiattire le colline per renderle tutte eguali. Proprio ora che è più forte il bisogno di respirare la libertà dei venti, che spesso sono respiri di queste colline, espressioni di diversità, peculiarità, come i mille vini e i mille oli, la bontà della biodiversità, che non sono, come i territori che li originano, astrattezze, ma verità che ci appartengono e ci aiutano a stare bene con noi stessi. Anche per questo noi continuiamo a dire No agli Ogm e lo diciamo con grande senso di responsabilità.
p.di.lena@alice.it

18 giugno 2010

IL RITORNO DI ENZO DI MARIA

Quando succede qualcosa che fa capire l’importanza di questa nostra Larino, come quella di mettere in luce uno dei pezzi importanti del suo patrimonio, qual è la Villa Zappone, torna in mente, anche a noi vènti, che abbiamo avuto il piacere di sfiorarlo sin da piccolo, quando abitava da Pietrantonio, Enzo Di Maria, l’architetto che sapeva diffondere la sua innata simpatia.

Ci manca il profumo della sua intelligenza e della sua passione, il sapore della sua polemica, mai irriguardosa e scostante, ma delicata come una “pummarola” a base di olio “gentile e saligna” di Larino, aglio e foglie di basilico. “Pummarola” per condire spaghetti o, anche, “taccuezzelle” o “taccozze a melenare”, cioè, il più semplice dei piatti, il più ricco di sapori onesti e veri, il cuore dell’emozione.

Il piatto che ti guarda negli occhi e si lascia guardare, che solo i poveri di spirito non riescono a gustare, ma solo a mangiare come qualsiasi altra cosa da ingoiare che capiti tra le mani.

Ma Enzo Di Maria non manca solo a noi vènti, senza patria, affamati di libertà e di trasparenza, ma, soprattutto, a Larino, alla sua città tanto amata, alla quale ha dedicato il suo tempo e tutto il suo sapere, senza mai preoccuparsi di essere copiato e, spesso, maltrattato da quanti riescono a nascondere le incapacità e l’indole di servi con la ipocrisia.

Manca a Larino questo fantastico sognatore con la testa sempre alzata e schiena dritta, sempre pronto a donarti il suo sorriso ed a raccontarti l’ultima delle sue riflessioni.

Manca a Larino non solo Enzo, ma una schiera di Enzo Di Maria, essenziali per spazzar via quanti hanno ridotto a poca cosa questa stupenda città che, proprio ieri, si diceva, ha aperto alla gente uno dei suoi tesori raccolti nei resti di Villa Zappone.

Da tempo chiusa e, ormai, ridotta a poca cosa, ma, bisogna dirlo, è anche quella che ha salvato tutto ciò che resta di una vasta area archeologica, coperta da palazzi dopo lo scempio che ha caratterizzato, a cavallo degli anni ‘60/70, lo sviluppo di Pian S. Leonardo.

Abbiamo già salutato positivamente la notizia di questa apertura ed abbiamo avuto modo di seguire, la settimana scorsa, l’impegno ed il lavoro di due assessori, Starita e Pontico, che ora, dopo il taglio del nastro da parte delle autorità intervenute, aspettano di essere onorati di un progetto che dia continuità a questo loro impegno e porti a importanti risultati.

Quelli che sognava Enzo Di Maria quando parlava di Villa Zappone e dell’Anfiteatro, del Centro storico e raccontava agli amici ed agli ospiti occasionali i tesori di una città e, poi, prendendoli per mano li accompagnava e li indicava ad uno ad uno questi tesori, dalla Villa comunale alla Fonte di Basso; dalla Stazione alla Torre di Palma.

Sapere che si vuole dedicare a lui Largo delle Rose, la piazzetta che più amava, poco lontano da casa sua, in via Leone, è una gioia grande perché ha il significato di un ritorno di Enzo in mezzo a tutti, noi vènti compresi.

E ciò fa sperare che le sue idee, la sua dirittura morale e umana, possano diventare esempi e speranze per una Larino che ha bisogno di tornare, con la sua immagine di città che ha molte cose da raccontare e molte di più da dare a un territorio che, con le recenti invasioni barbariche, quelle che stanno facendo perdere i gioielli di famiglia, e non solo, rischia di saltare.
A Voreie

IL NOSTRO OMAGGIO A SARAMAGO

NE' RAGLI NE' BELATI...SOLO UNA GRAN TRISTEZZA

di Zacc&Bélina

Zacc- mi ha colpito molto la notizia della morte di Saramago, il grande scrittore, Nobel nel 1998, quello censurato dalla Casa Editrice Einaudi della Mondatori e, quindi, di Berlusconi, per aver detto che “l’Italia è, oggi, governata da un delinquente…..un bubbone, una malattia del paese…..un uomo senza morale, capace di tutto…..con le sue proteste, significative del suo modo proprietario di pensare il Paese”. Aveva parlato anche di Bush come “un cow boy che credeva di aver ereditato il mondo e lo aveva confuso con una mandria di buoi…….questo bugiardo compulsivo”
Non ha risparmiato il PD e la sinistra che “non ha la più schifosa idea del mondo in cui vive. Della realtà che ci sta attorno” fermamente convinto che”Marx non aveva mai avuto tanta ragione come oggi…e che la democrazia non è una conquista garantita per l’eternità. Basta poco a perderla”. Un grande, che peccato che oggi sia morto!

Bélina – Zacc, uno così non muore mai, vuole solo, per una volta, anche lui il suo funerale

POLLO RIPIENO

di Zacc e Bélina

Zacc- scusa Bélina, secondo te se decidono di cucinarlo, come pensi che lo fanno, ripieno o alla diavola?

Bélina – ripieno di rigaglie di portavoce e di lecchini vari

Zacc- e chi sarà il cuoco?

Bélina –Bossi per il soffritto delle rigaglie e Fini per l’imbottitura

16 giugno 2010

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina

CASINI

Zacc - Casini, questa volta si ritrova con una “Cintola” sbottonata …… il parlamentare siciliano che mandava il suo autista a pagare la droga con la macchina blu

Bélina- deve cambiare cognome



SE OTTO ORE….

“Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorà, …”, così cantavano le montine e noi che abbiamo raccolto, a partire dagli anni ’60, quel patrimonio di valori lasciato dalla Resistenza e dalla Carta Costituzionale, dalle dure lotte dei braccianti di Di Vittorio e dei lavoratori delle fabbriche, molte delle quali, come a Reggio Emilia ed a Torremaggiore, pagate con la vita di persone che chiedevano solo pane e lavoro e rispetto dei loro diritti di lavoratori, e con l’emigrazione di massa.
Poi le conquiste, in primo luogo lo Statuto dei Lavoratori ed il riconoscimento al socialista Giacomo Brodolini, un parlamentare marchigiano, Ministro, che tanto ha dato al mondo del lavoro; le contrattazioni tra padroni e lavoratori, con il ruolo di mediazione dei rappresentanti dei governi, allora democristiani, primo fra tutti quello del Ministro Donat Cattin.
Oggi, e la situazione di Pomigliano ne è la prova lampante, i ministri del governo Berlusconi, tutti ex socialisti, da Tremonti a Brunetta, a Sacconi, invece di mediare le posizioni, soffiano sul fuoco, per attaccare la Cgil e vedere come farla fuori; umiliare i lavoratori e riportarli nelle condizioni di schiavi, in pratica dare ragione ai padroni che, oggi, volendo fare riferimento alla Fiat, hanno ancora un nome italiano, ma che, con Marchionne, sono diventate multinazionali. Imprese senza patria e, ciò che peggio, senza cuore, che si spostano da una parte all’altra del globo, per rubare tutte le risorse possibili del pianeta e far vivere ai lavoratori, sulla base di ricatti e la cancellazione dei diritti, condizioni di schiavitù e di fame. Il loro obiettivo è il profitto, il massimo profitto, e il trattamento che riservano agli operai è il minimo indispensabile, solo le energie necessarie perché, il giorno dopo, possano andare a lavorare, con le modalità da loro stesse stabilite.
Marx, il grande Marx, che destra e sinistra hanno fatto in modo, in questi ultimi anni, di mettere in soffitta, spiegava bene queste cose e, così, torna, oggi, di grande attualità.
Ieri sera un rappresentante dei metalmeccanici, non ricordiamo se della Uil o della Cisl, parlando al tg , non importa se quello di Minzolini o il tg2, ha detto, “si sa che i lavoratori perderanno dei diritti, ma salvano il posto di lavoro”. Abbiamo ancora i brividi: un sindacalista, cioè uno che prima di difendere il posto di lavoro, deve difendere il lavoratore e, nel caso specifico, la sua dignità di uomo, di padre , di cittadino che è salvaguardata dallo sfruttamento e dalla prepotenza dei padroni; le sue conquiste per determinare un mondo migliore, basato sui principi della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà. Ancor più quando il ricatto è il lavoro in cambio dei diritti.
Prendere o lasciare è il ricatto di Marchionne. Bene così! Vai! Sono le riposte della Cisl e della Uil che prendono l’applauso di Sacconi & Co., della Confindustria e della seconda carica dello Stato, Schifani.
E’ sola la Fiom a difendere i diritti dei lavoratori di Pomigliano, che sono principi e diritti irrinunciabili per tutti i lavoratori, non solo italiani, ma, anche, della Polonia, della Bulgaria o della Romania dove ai padroni piace andare. Per isolare la Fiom e la Cgil l’informazione carica sull’etichetta che in questi casi sono soliti dare i padroni e, soprattutto, i loro servi prezzolati: è una lotta ideologica, e lo dicono con un forte senso di disprezzo per rimarcare il significato che all’etichetta vogliono dare. Come per voler dire, sbagliando, che lotta a vuoto chi lotta per la difesa dei principi e dei diritti.
La verità è che se non c’è la solidarietà dei cittadini e degli altri lavoratori la Cgil mom ce la fa, e, con essa, i metalmeccanici di Pomigliano,
Una solidarietà che io esprimo a nome di Larino viva, sperando che anche altri e, soprattutto, partiti e associazioni, facciano sentire la propria voce per avere la certezza che, come con la salvezza dei macchinari di fronte ai nazisti che li volevano distruggere o portare in Germania, anche questa volta il mondo del lavoro torni a essere quel baluardo contro i tentativi di cancellare lo statuto dei lavoratori e la Carta Costituzionale, che restano gli obiettivi di Berlusconi e del suo governo.
Pasquale Di Lena

MINZULPOP

RAGLI&BELATI
di Zacc e Bélina

ZACC – bisogna trovare un rimedio alla legge bavaglio

BELINA- invece di un articolo con una sola firma, dieci, mille, centomila, anche, un milione di firme. Tu non ti devi preoccupare, se Minzolini è un giornalista lo puoi fare benissimo anche tu.

14 giugno 2010

IL RADICIO DE TREVISO


di Zacc e Bélina


Zacc – da ministro Zaia voleva le etichette delle dop e delle igp, le nostre eccellenze agroalimentari, anche in dialetto.

Bélina – è un “Radicio de Treviso” costretto a chiamare prosecco il prosecco.

VIVERE IN PACE CON LA NATURA

Su Repubblica on line, di questi giorni, c’era un filmato che faceva vedere l’attrice napoletana Marisa Laurito, seduta in poltrona, che chiama il suo cane e, quando il bellissimo esemplare arriva, comincia a raccontare la storia della deportazione in Calabria di 400 cani, da molti anni in due strutture di Potenza.

Un appello appassionato al popolo di internet perché non succeda questa barbarie che riporta alla mente quello che i nazisti sono riusciti a fare - con l’aiuto dei fascisti al potere, anche quelli nostrani - con gli uomini, le donne e i bambini ebrei, zingari, comunisti.

L’uomo è l’ultimo degli animali che ha messo piede sulla terra (centinaia di migliaia di anni fa), quindi il più giovane degli abitanti di questo pianeta, che ha dimostrato, nel corso dei secoli e soprattutto in questi ultimi decenni, di essere il più feroce. Le guerre, la bomba atomica, i diserbanti, la deforestazione selvaggia e la deportazione degli indigeni, gli Ogm, la cementificazione del territorio, l’inquinamento, il consumismo e lo spreco delle risorse, e tante altre belle iniziative varie, che stanno distruggendo quel poco del pianeta rimasto e riducendo ogni giorno il patrimonio della biodiversità.

Ogni giorno, badate, abbiamo meno piante e meno animali a farci compagnia e ogni giorno che passa aumenta a dismisura la nostra avidità.

Il rischio della fine del pianeta Terra non è l’allarme di uno dei tanti pazzi come noi, ma la semplice constatazione che, se si va avanti così, si toccherà il punto del non ritorno, con la buona pace di tutti.

Prima si prende atto di questo rischio e prima si ha la possibilità di costruire le coscienze della compatibilità che comportano sacrifici, nel momento in cui si vuole porre fine a abitudini errate ed a scelte politiche che portano a sprechi e distruzione del nostro territorio.
Un monito che ci sentiamo di lanciare, pur sapendo che, quando va bene, riusciamo appena a sfiorare le coscienze e ad infastidire gli indifferenti.

Il modo di trattare gli animali rispecchia molto il modo di agire di ognuno e la poco o tanta voglia di razzismo che è in noi.

Non molto tempo fa, una domenica di fine inverno ci siamo portati a fare delle foto a quello straordinario anfiteatro di olivi che segna il centro storico di Larino e, salendo verso il Monte, per la strada meno frequentata, ci siamo fermati per fotografare un oliveto. Dava, a noi, l’impressione di salire in alto, dopo aver attraversato un verdeggiante campo di grano. Alle spalle abbiamo sentito abbaiare, un coro che ci segnalava la presenza di tanti cani.

Erano sotto le querce, subito dopo un cancello, non chiusi singolarmente in una gabbia, come succede in tanti canili comunali, ma, a gruppi, in box, come a socializzare.

Siamo stati colpiti da questa organizzazione e, soprattutto, dalla pulizia che regnava in quella realtà comunque di reclusione.

Ci siamo ricordati del nostro amico Primiano e, così, lo abbiamo chiamato per complimentarci con lui dello stato in cui abbiamo trovato animali raccolti dopo l’abbandono, che un tempo, dopo tre giorni accalappiati, venivano ammazzati.

Dopo esserci complimentati, l’abbiamo ringraziato anche a nome di Lina e di Fido, i nostri due amici “bastardi”, che, come il resto degli animali, hanno un anima oltre all’istinto, e di tutti gli altri cani e gli altri animali, che rischiano ogni giorno di diventare vittime dell’amico uomo.

Grazie ancora Primiano per quello che riesci a fare con i pochi spiccioli che ti dà l’amministrazione comunale e per l’esempio che può dare il tuo canile. Esso guarda il lento scorrere del Vallone della terra, un habitat favoloso che l’attuale amministrazione comunale vorrebbe trasformare in un bretella di cemento da rendere via di collegamento di Larino con la Bifernina.

Una pazzia che dimostra quello che abbiamo scritto sopra e cioè come, sempre più, sia l’avidità a guidare l’uomo e non la capacità di pensare che questo piccolo, straordinario, meraviglioso mondo del Vallone della Terra, se salvato e valorizzato, può diventare una straordinaria risorsa.

Di sicuro più della bretella che si può pensare di costruire altrove, là dove non ci sono così abbondanti forme di vita fantastiche che rappresentano un patrimonio di biodiversità, il solo che rende ricca la vita degli uomini sotto i più disparati aspetti, nel momento in cui esso è fonte di cibo e di bellezze, di rapporti e di dialoghi, dichiarazione di pace con la natura.


Pasquale Di Lena

13 giugno 2010

OPERAZIONI DI FACCIATA


di Zacc e Bélina

Zacc- Bertolaso e Letta, due sottosegretari del governo Berlusconi, ieri a L’Aquila sono usciti per la porta secondaria della Basilica di Collemaggio. Non è che hanno temuto l’incontro con una mente fragile?

Bélina – No. Li hanno informati che la Protezione non c’entrava assolutamente niente con il restauro della facciata. Evidentemente anche loro si sono stancati delle finte inaugurazioni.

12 giugno 2010

NO ALLA LEGGE BAVAGLIO,
SI ALLA LIBERTA' CHE GUIDA IL POPOLO

11 giugno 2010

RAGLI&BELATI


di Zacc e Bélina

LA RECITA

Zacc- Alla fine anche Fini ha ceduto al bavaglio

Bélina – sì, però, anche questa volta non ha sbagliato una battuta della parte che gli hanno fatto recitare.


IL SOL DELL’AVVENIRE

ZACC- ma perché Fini si comporta così?

BELINA- è Berlusconi il suo sol dell’avvenire


BAVAGLIO

ZACC- sono, ora più che mai, per la difesa della carta costituzionale e per la libertà di informazione

Bélina- smettila di parlare a vanvera




no alla legge bavaglio

Il giorno di S. Antonio



Non sono uomini liberi quelli che non permettono agli altri di sapere e di raccontare. È una grande verità, che solo quelli in malafede non riescono a capire.
E gli uomini non liberi si dividono in due grandi categorie:
1) quelli che pensano di essere padroni e si danno da fare a recitare la parte, soprattutto per convincere se stessi e, poi, imporre agli altri questa loro convinzione;
2) quelli che non pensano perché non ne hanno le possibilità e così si rimettono a quelli che pensano di essere padroni, anche quando questi dicono o gridano di essere Garibaldi o Napoleone. Se affermano, poi, di essere padreterno, i non pensatori riescono perfino a provare emozione, così grande che si può confondere solo con quella che riesce a dare la nascita di un figlio o la vincita al superenalotto.
Bisogna prendere atto di questa verità e farsi una ragione per ribellarsi ai finti napoleoni e padreterni vari e, così, sconvolgere la pace acquisita di quelli che sono abituati a leccare.

Abbiamo appena letto, mentre sfioravamo i muri imbrattati e sporchi, il manifesto che annuncia l’apertura del Parco archeologico di Villa Zapponi e non possiamo che gioire.
Finalmente una buona notizia! È l’unica, per ora pervenuta, dopo due anni e due mesi dall’insediamento dell’amministrazione Giardino.
Bisogna complimentarsi con l’assessore Starita che è riuscito a raggiungere questo obiettivo e, sapendo che per questa buona azione rischia di essere cacciato, dire che è un vero eroe.
Tanto si sa che solo quelli che sbagliano o non riescono a produrre risultati, vengono inchiodati alla poltrona proprio per non essere messi nelle condizioni di essere cacciati.

Le notizie che sono pervenute dopo la riunione di ieri con l’assessore Passatelli (un passaggio obbligato per giustificare la sua presenza nella giunta Iorio), parlano di un declassamento a RSA dell’ospedale di Larino, insieme a quello di Venafro e di Agnone. Cioè una boccata di ossigeno prima della definitiva chiusura che verrà giustificata dal fallimento della Sanità molisana.
Se è così anche gli inchiodati alla poltrona, educati e spinti dall’ispirato Michele Urbano (colui che ha chiesto ed ottenuto le dimissioni del consigliere di opposizione, Di Lena), dovrebbero sentire il bisogno di pensare ad altro e non ad amministrare.
Per esempio, farsi uno o più giri per via Cluenzio; allungare le gambe sopra e sotto viale Giulio Cesare; andare a raccogliere i primi fichi o le ciliegie rimaste; pensare al mare e alla stagione balneare; darsi ai figli, ai nipoti, agli amici o alle fidanzate, in modo da liberare la nobile e gloriosa Città di Larino dall’unico percorso che hanno saputo tracciare, la filiera.
Si badi bene non quell’agroalimentare, ma quella che partiva dal Palazzo ducale e portava, lungo la bifernina, da Michele Iorio.
Non c’è stato una volta, sempre sono tornati con le mani in mano e la fine dell’ospedale lo sta a dimostrare.
I cittadini di Larino, senza aspettare la risoluzione dei dubbi e delle riserve di quelli che sono all’opposizione (un modo per prendere tempo e no fare), devono farsi carico dell’invito “tutti a casa”, certo ad eccezione di Starita, da rivolgere subito, con la calma che merita, a questi signori, che, da oltre due anni, dopo aver ricevuto il consenso del 40% dei cittadini, occupano il comune.
Prima si fa e prima Larino torna a riconquistare la propria voglia di rinascere, puntando tutto sulle forze che ha. Soprattutto per esprimere quella libertà che gli ultimi quarant’anni le hanno tolto a furia di avere amministratori sempre pronti ad ascoltare i consigli degli altri, gli amici di Termoli o di Agnone, di Isernia o di Campobasso, di Venafro, S. Elia e Collotorto, con il risultato che neanche la presenza dell’on. De Camillis, eletta direttamente da Berlusconi, è riuscita a cambiare quello che nel tempo è diventato un vezzo: dipendere direttamente da tutti gli altri.

Dopodomani è il giorno di S. Antonio, il santo dei miracoli che non ha mai tradito il suo popolo devoto. Quello di Larino lo è sempre stato ed ha sempre espresso per il suo “Sante meracueluse é biélle” la propria fede con grande amore e la più totale delle devozioni.
A voreie

9 giugno 2010

RAGLI&BELATI

di Zacc e Bélina

LA VENDETTA

Zacc- ha detto alla protezione di Bertolaso di non andare più in Abruzzo per evitare che “qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa".

Bélina – infatti, il male che attanaglia l’Italia sta tutto in una mente fragile

8 giugno 2010

RAGLI&BELATI



di Zacc e Bélina

MAVALA’ 75 E 48

Zacc - per la legge intercettazioni, un vero omaggio alla mafia ed alla criminalità, sono tutti preoccupati per mavalà Ghedini, il vampiro della Carta costituzionale

Bélina - ed hanno ragione. Ha cominciato a dare i numeri