30 marzo 2011

da ZACC&BELINA

NON C’È PIÚ RISPETTO


Zacc – ma Rita Dalla Chiesa, quella di “Forum delle imbecillità” è la figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sorella di Nando?


Bélina- Si, ma non voglio crederci

28 marzo 2011

da ZACC&BELINA


POVERA GENTE!

Zacc- ha trasformato il processo in mediatico e si è mostrato ai suoi sostenitori

Bélina – povera gente che si accontenta di soli 20 euro e un panino senza il bunga bunga


OSSESSIONE

ZACC-il comunismo dev’essere la sua vera grande ossessione

BELINA- penso più la galera


I PROMESSI SPOSI

Zacc- ancora sul predellino

Bélina- ricorsi storici: non pane, ma solo panino e giustizia

26 marzo 2011

Il Molise è stato ospite d'onore a Olio Capitale

Con il suo ricco parterre enogastronomico è stato un successo la formula "piccoli ma grandi". Protagonisti i 28 oli selezionati da “Goccia d’Oro” e l’incontro con oltre 150 ristoranti e gastronomie grazie al volume “2011-Andar per olio nel Molise”
di Pasquale Di Lena

Il giudizio dei produttori presenti è di soddisfazione per l’esperienza vissuta a Olio Capitale all’interno dello stand messo a disposizione dalla Regione Molise e dal suo Assessore all’Agricoltura, Nicola Cavaliere, che ha voluto essere vicino ai produttori con la presenza di una intera giornata in fiera.
Una occasione, questa fiera tutta dedicata all’olio, per far conoscere l’olivicoltura molisana e i suoi oli così particolari e diversi nella espressione del fruttato non solo per le diverse varietà, nella gran parte autoctone, ma per le diversità pedo-climatiche condizionate fortemente dalle differenti altitudini. Soprattutto il Molise con il messaggio “piccoli ma grandi” a significare le caratteristiche di una regione ancora tutta da scoprire, che ripaga di entusiasmo i curiosi e quanti la scoprono e riescono a viverla per scoprire i suoi profumi ed i suoi sapori e riappacificarsi con la natura ricca di un verde che non trovi altrove.
Il Molise, però, non si è accontentato della fiera per diffondere la sua immagine e l’immagine dei suoi oli importanti per qualità e peculiarità, caratteristiche che hanno bisogno solo di essere conosciute per essere valorizzate dagli esperti e dai consumatori che, bisogna dirlo, non sempre sono preparati per un corretto assaggio dell’olio. Un aspetto questo che porta a considerare con riserva il loro giudizio spesso condizionato dagli oli scadenti o a forte impronta di pipì di gatto, che rischia di diventare il punto di riferimento di un assaggio, visto che è l’olio più diffuso dalle grandi marche e non solo.
Uno dei tanti temi che hanno fatto da filo conduttore degli incontri organizzati da Teatro Naturale, che, grazie alla presenza di illustri esperti, hanno dato lustro a questa edizione di Olio Capitale.

Il discorso dei consumatori vale anche per i degustatori professionisti, soprattutto quelli fissati per il pomodoro verde o poco maturo, a dimostrazione che serve far crescere la cultura dell’olio per salvare la qualità e quel patrimoni immenso di Dop e Igp e, soprattutto, di biodiversità, che, lo abbiamo capito da alcuni discorsi anche di persone che dovrebbero essere, per la loro funzione e ruolo, i primi sostenitori di questo ricco patrimonio, non fanno parte di quella cultura di cui si sente il bisogno.
In questo senso il Molise non si sente punito per non aver piazzato nessuno dei suoi oli selezionati da una delle commissioni di assaggio più severe in quanto a punteggio, quella composta dal panel test di Larino sotto la guida di Maurizio Corbo.
Una riflessione dovuta per un concorso partecipato da oltre 200 oli. Per gli oli molisani una esperienza che, se messa a profitto, può dare già a partire dal prossimo anno grandi soddisfazioni, come del resto già succede con alcune guide e con importanti concorsi e selezioni di livello. Una esperienza che indica come priorità la programmazione delle iniziative, fuori e dentro il Molise, che servono a far conoscere la bontà degli oli molisani.
Si tratta di dare continuità a un percorso avviato lo scorso anno con la presenza a Olio capitale e con la produzione di due volumi che fanno raccontare il Molise dall’olivo ed dall’olio. Presentati in fiera dall’assessore Cavaliere e da Luigi Caricato, dopo il saluto dei presidenti della Camera di Commercio, Antonio Paolucci, e dell’Associazione nazionale delle Città dell’olio, Enrico Lupi, i due volumi hanno dimostrato di avere una particolare forza di comunicazione se è vero, com’è vero, che oltre 150 ristoratori e gastronomie di Trieste e della sua provincia, hanno accolto con soddisfazione l’invito dell’assessore Cavaliere consegnato a mano con il libro “2011- Andar per olio nel Molise”.
L’assessore che, dopo questa sua presenza a Trieste, è corso a Roma per ottenere un altro significativo successo, questa volta per la vitivinicoltura molisana: il parere favorevole del Comitato Nazionale per la tutela dei vini a D.O. dato alla Tintilia, il vino per eccellenza del Molise, non solo per la sua qualità riconosciuta dagli esperti in questi anni di riscoperta e rilancio, ma anche per essere il solo ad avere la sua fonte nelle uve autoctone di questo vitigno, “Tintilia”, che è tanta parte della storia e della vitivinicoltura molisana, in particolare delle zone interne segnate da colline alte e montagne, nonostante la sua natura di uva a bacca rossa. Un risultato che arricchisce il Molise di immagine e dà ai produttori la motrice più adatta per accelerare la corsa dei vini molisani che si fanno onore ovunque si presentano e che sono pronti per mostrarsi e farsi degustare nei prossimi giorni a Verona.
Un vino che va a rendere ancora più ricco il patrimonio delle nostre denominazioni di origine, forte di 330 Doc e di 56 Docg ai quali sono da aggiungere 118 igt, cioè vini a indicazione geografica tipica.
Salutiamo con gioia questo nuovo successo della Tintilia, importante testimone di un territorio segnato fortemente dall’attività agricola e dalla ruralità, da antiche e particolari tradizioni, tra le quali una cucina ricca di diversità e tutta all’insegna della Dieta Mediterranea, con il tartufo diffuso ovunque, in particolare quello bianco che al Molise offre il primato della raccolta in Italia e due medaglie d’oro all’asta mondiale del tartufo più grande al mondo per le raccolte 2009 e 2010.

da ZACC & BELINA



ZACC- aumentano le accise sulla benzina nel momento in cui il prezzo di questa fondamentale fonte di energia è schizzato in alto “anche” per l'aumento del prezzo del petrolio.

“Un aumento, dice il cardinale Mazzarino del governo Berlusconi, il sottosegretario Letta, per finanziare la cultura”. Questo patrimonio unico al mondo ha bisogno di ben altro per essere quella straordinaria fonte di turismo e, come tale, di occupazione, soprattutto per i giovani e in particolare donne.

Intanto sprecano ingenti risorse per non voler accorpare il referendum alle elezioni amministrative già in calendario.

Hanno succhiato le risorse essenziali che spettano agli enti locali per i servizi ai cittadini, fondamentali come le scuole, i trasporti, la sanità, etc.per spenderle e ripartirle a livello centrale attraverso i ministeri e intanto aumentano il n° dei ministri, possibilmente in odore di mafia o comunque con qualche pendenza penale; dei sottosegretari per pagare una massa di inetti, di venduti al miglior offerente e, spesso, affaristii di bassa lega. Ingenti somme di denaro nelle mani di cricche varie che non fanno altro che arricchire se stesse e immiserire il Paese rubando ad esso le risorse e i valori e, in cambio, diffondendo la droga e la voglia di delinquere o di prostituirsi.

Una massa enorme di risorse, senza parlare degli sprechi per una incapacità di gestire la politiia estera ma solo di baciare le mani.

A tutto questo c'è da aggiungere il disprezzo per il Parlamento e le istituzioni, il regalo dell'acqua, l'abbandono dell'agricoltura, i grandi affari e mazzette legate al nucleare, al ponte sullo stretto, al furto costante e preoccupante del territorio per la sua cementificazione, nel momento in cui si rovinano le strade statali e provinciali e migliaia di piccoli centri continuano a spopolarsi ridotti così all'abbandono.

Come si fa a far finta di non vedere o di non capire, a non sentire dentro quel dolore civile e ribellarsi a una situazione che i giovani (i figli) pagheranno duramente?

Per questo acccogliamo l'invito a scendere in piazza domani e a spendere il tempo, da ora al voto per il referendum fissato il 12 e il 13 giugno per abrogare le leggi che vogliono la reintroduzione del nucleare e la privatizzazione dell'acqua, per spiegare le ragioni del referendum e il perchè bisogna andare a votare.


BELINA- che raglio meraviglioso Zacc. Per fortuna non hai ragliato Napolitano e non hai perso tempo a spiegare il ruolo dell’opposizione, che registra il pentimento di D’Alema. A proposito, ma quando pensa di ritirarsi sulla sua barca e togliere gli ormeggi? Ho tanta voglia di aria di sinistra e di trasparenza.

24 marzo 2011

da ZACC&BELINA




CONIGLIO

Zacc- quello che doveva dire in Parlamento l’ha raccontato al Corriere della sera e il Tg1 ha fatto da megafono.

Bélina- Distruggere le istituzioni è sempre stato il suo divertimento preferito ancor più del bunga bunga.

Zacc e Bélina

ATTENTI A QUEL PANIZ

Zacc- ma l’hai mai guardato in faccia questo Paniz di avvocato?

Bèlina – è il volto nuovo di Berlusconi, ma come gli altri non ha il senso del ridicolo

AGRICOLTURA E AMBIENTE, UNA SOLA CENTRALITA'

di Pasquale Di Lena


L’agricoltura è da tempo che invoca i cambiamenti e la verità è che ha perso favolose opportunità per la logica dell’assistenzialismo, lenta naturale premessa dell’abbandono.


Bisogna fare uscire il mondo contadino da questa logica che impera imperterrita, ancora oggi, e che è servita a bloccare le straordinarie potenzialità di questo mondo soprattutto per ciò che riguarda i suoi valori, quelli che il consumismo ha ridotto a poca cosa con la crescita dell’urbanizzazione.


Bisogna riportare l’agricoltura al suo ruolo naturale che la pone, oggi più che mai, al centro dell’economia come perno intorno al quale far ruotare tutte le novità che aspettano di essere attivate e ciò, soprattutto per far capire a chi parla di crescita che essa è possibile solo se viene affermata questa centralità.


Una centralità che, da una parte spiega la modernità di questo settore economico di fronte ai bisogni veri, primo fra tutto il cibo, la sua disponibilità; dall’altra fa capire che bisogna ripartire da ciò che abbiamo, sapendo che solo quello che abbiamo ha il senso di base, cioè piattaforma sulla quale è possibile programmare e progettare il futuro.


C’è bisogno di cogliere tutte le opportunità e di trasformare i risultati in puntuali risposte da dare al mercato, al consumatore, alla società.


Sta qui la cura e l’amore per la ruralità; la necessità e l’urgenza di dar vita a un forte associazionismo, libero, non controllato dall’alto, ma nelle sole mani dei produttori; lo sviluppo della multifunzionalità e l’utilizzo delle occasioni che essa mette a disposizione; l’impegno a produrre qualità e tipicità per rendere i prodotti testimoni sempre più credibili di questo o quel territorio; la determinazione che serve per difendere, tutelare e promuovere il territorio, ponendo, oggi più di ieri, l’attenzione che meritano sia l’ambiente che il paesaggio.


In questo modo la centralità dell’agricoltura acquista maggior significato e più forza facendo propria l’altra centralità, di più recente acquisizione, che è la questione ecologica, l’ambiente.


Si vanno a moltiplicare le energie e, insieme, le ragioni per imporre la discontinuità e l’inizio di un nuovo percorso, o, se volete, di un nuovo Rinascimento nel Molise e in Italia.


Sta in questa nuova centralità, agricoltura-ambiente, sicuramente più complessa ma anche più efficace, l’attualità delle due questioni, la loro modernità, la loro capacità di entrare prontamente nei processi promossi dall’era della conoscenza, che hanno forte bisogno di progettualità e di partecipazione, di tempo e di spazio, di regole rispettose della natura e non distruttive come le attuali, capaci di arricchire il pianeta e non di impoverirlo, com’è successo in questo lungo periodo che ha portato al consumismo ed allo spreco.

pasqualedilena@gmail.com

23 marzo 2011

da ZACC&BELINA

POVERI SERVI

Zacc- Ferrara, Sgarbi, Libero, Bossi e quelli della Lega sono diventati pacifisti

Bélina –sono il frutto del loro “pacifismo imbecille”.

SVERGOGNATA

Zacc- La Santanché..

Bélina- non prova alcuna vergogna a dichiarare il falso

19 marzo 2011

Experience Italy si presenta a Gent, in Belgio, grazie a Casa Italia Atletica

Alla presenza dell’Ambasciatore italiano, ai rappresentanti dell’Ice, dell’Enit e della Confederazione Italiana degli Agricoltori, di una folta presenza di atleti della squadra italiana e di un gruppo di operatori dell’enogastonomia e del turismo presentato il meglio dei territori italiani di Pasquale Di Lena A coinvolgere i presenti con una presentazione che ha toccato tutte le Regioni italiane mediante una serie di percorsi che hanno messo in luce il meglio del la storia e della cultura, dell’arte e delle bellezze del nostro Paese, ci ha pensato Diego Di Paolo, esperto di turismo e collaboratore di Casa Italia Atletica. Una bella relazione che mi ha coinvolto molto dandomi la possibilità di introdurre il tema dei “Primati”, cioè delle eccellenze alimentari Dop e Igp che vedono l’Italia protagonista a livello europeo con 225 (140 DOP – 83 IGP – 2 STG) riconoscimenti, dopo le due nuove Dop “Fagioli Bianchi di Rotonda” della Basilicata e il “Miele delle Dolomiti” del Veneto, di sabato scorso. Un dato che va a rafforzare il suo primato con l’ Europa che ha toccato quota 1010 (506 DOP – 470 IGP – 34 STG), dopo la conquista di tre scalini con gli ultimi riconoscimenti della Slovacchia e uno cadauno l’Austria, la Polonia, e la Spagna l’Italia. A conclusione delle due relazioni il taglio della torta da parte dell’Ambasciatore, all’insegna del tricolore, preparata Paolo Caridi, il grande pasticciere di Reggio Calabria, vicepresidente della Federazione nazionale dei pasticcieri, e la presentazione di una serie di piatti tricolori a partire dagli spaghetti al pomodoro e basilico, preparati dallo chef Adriano Cozzolino con prodotti tipici della grande tradizione molisana come il caciocavallo, la ventricina, i latticini e, anche, il tartufo che vede primeggiare in Italia in quantità di raccolta C’erano pure due vini a base di trebbiano e di montepulciano della Cantina D’Uva di Larino. Una manifestazione che, alla vigilia della grande festa dell’Unità d’Italia, ha riscosso particolare successo in terra belga grazie alla ricchezza e bontà dei valori dei nostri territori quali espressioni di importanti testimoni che, come nel caso dell’atletica e dei prodotti dop, naturalmente si sposano per la necessità che l’atleta ha di alimentarsi in modo corretto, cioè nutrirsi di qualità e non solo per avere le migliori energie, ma, anche, le più belle emozioni. E il cibo, come la conquista della vittoria, è emozione. di Pasquale Di Lena

17 marzo 2011

Festa a Gent per i 150 anni dell’unità d’Italia

Sono iniziati nel migliore dei modi i Campionati Europei Master Indoor di Gent (Belgio). Non solo medaglie conquistate dagli azzurri, ma anche tanto orgoglio di appartenenza nel Meeting organizzato da Casa Italia Atletica per promuovere le eccellenze italiane. “Experience Italy”: questo il claim dell’iniziativa che ha coinvolto numerosi operatori commerciali, giornalisti sportivi e quelli specializzati nell’area riguardante il turismo, la cultura e l’enogastronomia. A loro, Mario Ialenti, responsabile del progetto Casa Italia Atletica, ha presentato le attività del 2011 con un programma dettagliato dei principali appuntamenti sportivi nazionali ed internazionali. Il saluto di benvenuto è stato portato anche dal consigliere FIDAL Pierluigi Migliorini, accompagnato da una folta delegazione di atleti azzurri che hanno partecipato all’evento. Commosso l’ambasciatore d’Italia in Belgio: “E’ una iniziativa di grande prestigio – le parole di Roberto Bettarini – che coniuga i valori dello sport con la nostra capacità di esprimere tutta la bontà del Made in Italy”. Soddisfatto anche Giulio Mulas, Direttore dell’Istituto per il Commercio Estero (ICE) di Bruxelles: “Siamo contenti di essere qui – ha affermato – per promuovere i nostri prodotti non solo a chi non li conosce, ma anche a chi è già nostro importatore. E’ il modo migliore per continuare ad alimentare un mercato che merita grande attenzione per la qualità che riesce ad esprimere in tutti i settori”. Poi l’intervento di Lidia Teis, dirigente ENIT Belgio: “Partecipiamo con entusiasmo a tutte le iniziative che vedono protagonista il turismo e questa è stata l’ennesima occasione proficua per promuovere i territori italiani”.


L’esperto di marketing e turismo, Diego Di Paolo, ha focalizzato l’attenzione sulle tante differenze che esprimono un unico Paese: “Da sempre facciamo attenzione ai dettagli – le sue parole – cresce la popolarità per il piacere della bellezza, la capacità di coniugare semplicità e lusso, il calore dell’ospitalità, i sapori genuini. Casa Italia Atletica racconta queste passioni facendo sentire tutti a casa, quando sono lontano da casa”.


Pasquale Di Lena, esperto di enogastronomia, ha invece focalizzato il suo intervento sui numeri della qualità certificata in Italia e sulla varietà del territorio che consente di esprimere una particolarità unica. “Per arrivare ad una cucina che si rispetti bisogna avere i prodotti adeguati – ha precisato – e solo le 225 certificazioni italiane DOP, IGP, STG (in Europa sono 1010) esprimono quella tracciabilità necessaria per garantire al consumatore il rispetto delle regole. L’enorme biodiversità è un patrimonio da difendere lottando per contrastare in ogni modo le imitazioni che comportano una perdita di valore ed un rischio per l’immagine dei prodotti italiani”.


Il momento clou della mattinata si è avuto taglio della torta per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia. L’ambasciatore Bettarini si è complimentato personalmente con Paolo Caridi e Adriano Cozzolino, i due chef che hanno poi presentato un menu all’insegna del tricolore composto con i prodotti tipici nei quali il Molise ha recitato il ruolo da protagonista. Partner che hanno aderito al progetto di Gent: Ministero per l’Attuazione del Programma - Governicontra, Giochi Europei Master di Lignano 2011, Regione Molise (con lo Sportello Sprint), Camera di Commercio di Cosenza (con la presentazione dei Campionati Italiani Master) e Confederazione Italiana Agricoltori (CIA). Nella foto da sinistra: il consigliere Migliorini, Paolo Caridi, l’ambasciatore Bettarini, Adriano Cozzolino e l’avvocato Ialenti durante la cerimonia del taglio della torta per i festeggiamenti dei 150 anni dell'unità d'Italia).

14 marzo 2011

LE BASI PER UN TURISMO DI QUALITÀ


Continua 3
Dicevo dell’acqua. Solo se ne comprendiamo tutto il valore saremo in grado di organizzare, proteggere, tutelare, spendere, le nostre deliziose acque.
Un pari discorso è quello rivolto, ripeto, alla nostra agricoltura ed alla ruralità, all’ambiente che essa anima ed esprime.
Con l’acqua l’agricoltura molisana è in grado di dare un valore aggiunto straordinario, con la possibilità di produrre cibo di eccellenza e, nel contempo, di preservare il paesaggio e l’ambiente, gli altri due valori a rischio nelle mani di chi pensa solo al profitto. Valori che, tutt’insieme, sono in grado di attirare non i grandi numeri ma la qualità delle persone che il Molise vuole ospitare.
Agricoltura, ruralità e turismo e l’insieme delle attività che sono in grado di attivare nel campo dei servizi e dell’artigianato, dell’educazione e della informazione, sono sufficienti per far vivere il Molise e, così, salvaguardarlo dalla stupidità degli uomini che, soprattutto in questi ultimi tempi, sta mettendo a rischio le sole risorse che il Molise ha, a partire dalla sua immagine sempre più imbrattata da gente senza scrupoli, criminale, nel momento in cui, con le sue scelte, mette a rischio la salute dei molisani e, insieme, il futuro del Molise.
L’inquinamento dell’acqua è solo un segnale dei rischi di immagine che vive questa nostra regione, ma, anche, della perdita di occasioni nel momento in cui si lascia tutto in mano al caso o a quelli che la vogliono solo per fare affari.
Non si può fare la fine dell’ingenuo indiano di un tempo lontano, quello con il cerchio al naso che scambia con il bianco la sua pietra preziosa accontentandosi di ricevere come ricompensa il culo di una bottiglia rotta.
Sta succedendo questo con il solare, la biomasse e l’eolico, in mano ad amministratori poco accorti e, qualche volta, anche interessati, che, approfittando della situazione dell’agricoltura e dei problemi, tanti e pesanti, dei coltivatori, regalano il nostro territorio a “imprenditori” che, dopo averlo cementificato e non aver offerto se non qualche posto di lavoro in cambio di ingenti risorse pubbliche investite, si caricheranno dei profitti per andarli a investire altrove, lasciando a noi molisani la fine sciocca del povero indiano che si specchia nel culo di bottiglia.
Un processo di espropriazione reso possibile dalla crisi dell’agricoltura e dalla poca prontezza di riflessi da parte di chi, ai vari livelli, pubblico o privato, ha le responsabilità di trovare e offrire soluzioni alternative per bloccare la fuga in atto dalle campagne.
Il tempo rimasto è poco, ma ancora sufficiente se si ha volontà di chiudere la stalla ora che ancora una parte degli animali sono ancora dentro e non quando sono già scappati. Sapendo che quando sono scappati tutti c’è da registrare la fine di un mondo, quello contadino, forte di un patrimonio di conoscenze e di valori che è quasi impossibile ricreare dal nulla. Un patrimonio enorme che ci appartiene e che, oggi, spetta a ognuno di noi difendere e non solo al piccolo, medio o grande produttore, fissando un’alleanza che, con gli acquisti eco-solidali si è già attivata, quella tra produttore e consumatore, indispensabile per recuperare culturalmente l’agricoltura e, con essa, il territorio, il grande contenitore di tutte le nostre ricchezze e della stessa nostra identità.
Un patrimonio enorme che rischia di diventare poca cosa se va avanti la sua appropriazione, il più delle volte indebita, proprio ora che c’è più bisogno di produrre cibo, di vivere e far vivere la nostra cultura, le nostre tradizioni, di spendere i nostri ambienti ed i nostri paesaggi, la nostra biodiversità e le nostre bontà. Un insieme di risorse e di valori che spiegano la ricchezza di un patrimonio che il territorio esprime. Bisogna bloccare questo processo che toglie il futuro alle nuove generazioni per renderle, invece, protagoniste di cambiamenti capaci di dare un nuovo significato e senso alle stesse parole.

da ZACC&BELINA

CI VUOLE POCO

Zacc- io sono fuori mentre Verdini è al suo posto

Bélina- bravo Scajola se vai avanti va a finire che io mi convinca che la casa te l’hanno regalata

13 marzo 2011

AGRICOLTURA, RURALITA' E AMBIENTE. RISORSE E VALORI DEL MOLISE




L’agricoltura, nel 2004, ha anticipato il già citato 2008, dando immediatamente la consapevolezza di una crisi strutturale di questo settore che aveva le sue radici lontane: nel suo abbandono funzionale a dare spazio e forza allo sviluppo industriale; alla crescita delle città e dei centri urbani; alla cementificazione del territorio che, ultimamente, ha cambiato profondamente il paesaggio e inquinato l’ambiente.
Basti vedere la moltiplicazione di superstrade e autostrade ed alla necessità di ampliarle ulteriormente in mancanza di una programmazione dei trasporti e della viabilità.
Basti pensare, anche, all’assurdità di un paese circondato quasi interamente dal mare, che non ha mai pensato a questa straordinaria risorsa per limitare la perdita di territorio, cioè di paesaggio, ambiente e agricoltura.
Basti pensare, infine, allo stato in cui versano le nostre ferrovie per rendersi conto che la Fiat e la Pirelli, con le grandi imprese di costruzione, hanno deciso, indicando poi alla politica le scelte che le amministrazioni ai vari livelli dovevano fare.
In questo senso l’Autostrada pensata per il Molise sarà l’ennesima occasione per l’ennesima grande colata di cemento, che isolerà ancor più dal resto del mondo questa nostra regione e renderà ancora più tragico percorrere le strade interne, già da tempo abbandonate al loro destino di essere luoghi di frane e di smottamenti, in mancanza di manutenzioni.
Una scelta che porterà a cancellare definitivamente il Molise non solo come Regione, cioè come entità amministrativa, ma come territorio, nel momento in cui si svuoteranno del tutto i piccoli centri e si rende sempre più residuale l’agricoltura.
Salvo se non si trovano, a stretto giro di posta, soluzioni alternative a questa brutta fine da me paventata. Ci vuole il colpo di genio e, insieme, la capacità, la voglia di capire e realizzare possibili soluzioni che partono dal patrimonio a disposizione, perché diventi facilmente spendibile sul mercato delle eccellenze agroalimentari e del mare, del turismo e della ospitalità.
Perché ciò accada è fondamentale riportare al centro l’agricoltura e la ruralità e, con esse, la grande questione ecologica, non come mero ambientalismo a sé stante, ma come visione di una nuova economia che sostituisca l’attuale, ormai giunta alla fine del percorso, e, intorno a questi fondamentali risorse-valori, far ruotare l’economia regionale dando spazio al terziario, alla cultura, alla ricerca ed alla innovazione.
Ho sempre pensato, invece, che il Molise è uno straordinario naturale laboratorio, per le sue dimensioni e per tutte le sue peculiarità, che può tornare utile in questa fase in cui c’è da avere in mano esempi, risultati da applicare su campi più vasti e più complessi come può essere il Mezzogiorno d’Italia e, perché no, la stessa Italia.
In fondo il Molise è una farfalla che sa di tartufo e di olio, di vino, latticini e formaggi, di passato e di memoria; che vive di biodiversità e di paesaggio. Una farfalla ricca di colori e di un bene sempre più raro, l’acqua potabile, che le multinazionali da tempo hanno individuato come strategica, tanto da volersene subito appropriare.
Nell’acqua è riposta tanta parte della vita del nostro Molise.

7 marzo 2011

ALTRO CHE CRESCITA!



L’anno 2008, quello delle bolle e del crollo finanziario, è da considerare un anno decisivo, uno spartiacque che chiude definitivamente con il passato e pone forti interrogativi per il futuro. Anche se la frattura profonda è stata da tutti percepita e considerata si continua a vivere il mondo come se niente fosse accaduto, tra un sobbalzo di speranza nella ripresa dell’economia e, il giorno dopo, la depressione perché la realtà dice che non è tempo di sperare.
Tutto come prima, ma non è per niente così. Anzi, bisognerebbe ribaltare subito la situazione e dare ai processi un cambiamento radicale per bloccare lo spreco e ciò è possibile se i consumi vengono ridotti alle necessità essenziali.
Ancora oggi, anno 2011, tutti, dico tutti quelli che hanno in mano il destino del mondo e, per quel che ci riguarda, l’Italia, parlano di crescita. In pratica c’è un abuso della parola crescita, soprattutto da parte di persone che la citano in tutta buona fede, nel momento in cui camminano con la testa rivolta al passato, cioè ad un mondo che non c’è più ed a una realtà che non ha più niente per far pensare alla crescita. Diversamente da quelli che sanno e prevedono tutto, gli autori, che hanno creato queste condizioni e vogliono correre ai ripari con un intento ben preciso: quello di uscire ancora più forti dalla crisi che hanno creato - è bene ricordarlo- tutto a spese del pianeta, che verrà sempre più depauperato, e di miliardi di uomini e donne sempre più affamati.
La verità è che siamo di fronte ad una realtà che ha un forte bisogno di sobrietà, cioè di misura e di peso, per non sbagliare i passi che sono necessari per riprendere il cammino e dare, soprattutto ai giovani, opportunità più che speranze. Un cammino non facile ma esaltante, che ha come obiettivo il progresso dell’umanità, che è tale se ricco di valori e di regole che aprono al dialogo, stimolano la partecipazione, rafforzano la democrazia e portano al rispetto delle risorse che ogni territorio esprime: da quelle naturali, come l’ambiente ed il paesaggio, a quelle legate alla cultura ed alla storia, alle tradizioni. Cioè l’insieme degli elementi espressivi della identità di ognuno.
La ricerca di una pezza più piccola del buco non solo peggiora la situazione, nel momento in cui è certo che non la risolve, ma serve solo per rendere ancora più avventuriero il capitale (sempre più multinazionale) e ancora più forte il fenomeno della criminalità organizzata, che continueranno, se non verranno bloccati, come un treno su due binari paralleli, non lontani l’uno dall’altro, che porta e ferma alle stesse stazioni.
Mentre le multinazionali vanno avanti secondo i programmi che si sono dati, i governi dei paesi e le stesse opposizioni, ogni giorno, come sopra si diceva, devono correggere le previsioni del giorno prima dando l’impressione di essere confusi, sbandati, anche perché la toppa trovata è sempre più piccola del buco che hanno creato.
Parlano di crescita, mai di risorse e di valori, di programmi e di partecipazione, come dire che l’unica idea in mente che hanno è l’ulteriore ricorso al debito, che vuol dire tagliare definitivamente le gambe alle nuove generazioni.
A mio parere c’è bisogno di un forte segnale di discontinuità per poter tracciare un nuovo percorso e riprendere il cammino. Ciò è possibile se si riparte da due elementi fondamentali, i valori e le risorse. Entrambi questi elementi sono stati da tempo sacrificati sull’altare del consumismo e dello spreco, dell’accumulo delle ricchezze da parte di persone senza scrupoli e della criminalità organizzata, della povertà e della fame.
Povertà e fame che sono alla base delle tensioni che sta vivendo il Mediterraneo per colpa di governi nelle mani di tiranni benedetti dal capitale, cioè dalle democrazie occidentali.
Tensioni che si diffonderanno con i bisogni dei giovani, soprattutto quello del lavoro, non solo quale fonte di reddito e di guadagno, ma di realizzazione ed espressione di solidarietà.
Un terzo dei giovani senza lavoro, con le donne in grande maggioranza, ha il significato di una generazione che è costretta dai fatti a muoversi se non vuol vivere la disperazione.
Un dato di grande attualità, che meriterebbe un particolare approfondimento anche ai fini di questa pillola di riflessione sulla crisi dell’economia, è il costo pesante pagato per questa crisi dall’agricoltura e, con essa, dal territorio nel suo insieme, in particolare quello delle regioni del sud.
pasqualedilena@gmail.com

da ZACC& BELINA



EXCUSATIO..

Zacc- la Carfagna ha detto che le donne del Pdl impegnate non sono oche

Bélina – pensando alla Gelmini qualche perplessitàà rimane e forte

6 marzo 2011

AGRICOLTURA, TERRITTORIO, PAESAGGIO. I GRANDI TEMI CHE DANNO UN SENSO AL CONFRONTO POLITICO E LA POSSIBILITA' DI UN FUTURO AL MOLISE.


L’articolo della scorsa settimana “L’Agricoltura cancellata”, con l’invito da me rivolto alle due onorevoli molisane, la De Camillis e la Di Giuseppe ( entrambe componenti della commissione agricoltura della Camera), non ha ricevuto alcuna risposta, neanche da parte di rappresentanti delle istituzioni regionali e di quanti hanno a cuore l’agricoltura e non la vogliono vedere sparire per colpa di una crisi pesante che è, prima ancora che economica, culturale.
La cosa non mi meraviglia più di tanto, sapendo i gravosi impegni che hanno i nostri rappresentanti al Parlamento e come, dopo il voto del nuovo Statuto, gli eletti in Regione siano presi dalla necessità di ognuno di mettere una pezza al non senso dell’aumento del numero de consiglieri e degli assessori esterni, per non parlare di quelli che si stanno riscaldando i muscoli per la nuova avventura provinciale.
So bene che la campagna elettorale è già cominciata e ogni giorno che passa serve, non per preparare un programma da porre all’attenzione dell’elettore, ma per contare i possibili avversari e vedere come eliminarli prima ancora di sconfiggerli.
Sarebbe fantastico poter trasformare la campagna elettorale, che durerà l’intero anno, in una grande occasione per mettere al centro del confronto politico-programmatico la situazione grave dell’agricoltura, nel momento in cui c’è più bisogno di questa sua centralità per ridare all’economia il perno che la possa far girare e rilanciare.
In questo senso pongo – quale prioritario interesse di questa nostra Regione - all’attenzione delle forze politiche, tutte nessuna esclusa, il tema agricoltura perché venga sviluppato e reso oggetto delle proposte che si vanno a fare agli elettori in una realtà, quella molisana, che ha il più alto tasso di ruralità e di addetti all’agricoltura.
Un modo per essere propositivi e dare all’ impegno politico il significato della progettualità e della programmazione, partendo da una realtà in grande difficoltà, certamente per scelte politiche dei governi ai vari livelli ma, anche, per responsabilità di tutti,compresi i diretti interessati, visto che tutti ci siamo lasciati coinvolgere dalla cultura dell’abbandono di questa fondamentale attività economica e sociale.
Proverò a rilanciare il mio invito continuando con le riflessioni sull’agricoltura, allargandole anche al territorio, all’ambiente ed al paesaggio per mettere altra carne sul fuoco, con la speranza che qualcuno senta il bisogno di intervenire e di aprire un confronto su questa questione centrale per il futuro.
Serve ricordarlo: l’agricoltura oltre a essere la fonte della nostra alimentazione è la ragione del paesaggio e dell’ambiente, cioè di valori fondamentali per poter pensare alla programmazione di un turismo di qualità che offra opportunità di occupazione e, quindi, di futuro ai nostri giovani.
Intanto voglio ringraziare tutti quelli che, con la pubblicazione dell’articolo all’inizio citato, hanno mostrato di avere a cuore il tema da me sottolineato.


pasqualedilena@gmail.com

PAN' E PIZZ' di Nicola Picchione - 1a parte



1- U pan' ....


Se facevo cadere una pagnotta di pane, mia nonna me la faceva baciare dopo che l’ avevo raccolta. E’ il corpo di Gesù Cristo, mi diceva. E non dovevo appoggiarla capovolta perché andava rispettata. Quelle pagnotte ( i pénéll’ du pan’) grandi, rotonde, dalla scorza scura, che riempivano la casa di un profumo inebriante quando venivano riportate ancora calde a casa dal forno, non erano solo cibo. Quel pane era simbolo della vita e il frutto di un grande e lungo lavoro. Quel rispetto che mia nonna- non la sola- esigeva per il pane era il riconoscimento di una sacralità più laica che religiosa; la vera sacralità religiosa era riservata ad altri pani: i pan- ttèll’ d’ sante N-col’ che erano benedette in chiesa il 6 dicembre e che bisognava mangiare senza companatico. Il pane aveva soprattutto il rispetto dovuto alla fatica ed anche alla sicurezza che dava: T-né a meze chien’ , era rassicurante.
Dacci oggi il nostro pane, recita la preghiera. Pane e lavoro, reclamavano gli operai.
Potevi anche mangiarlo senza companatico per quanto era buono. Pan’ e curtell’ ngrass’ u gudell’, recitava un detto.
Chi nasce oggi non sa come si arriva al pane: sa solo che lo trova in negozio, che deve essere fresco, che lo può scegliere in tante varianti. Se ne rimane, viene gettato. Se ne gettano tonnellate ogni giorno. Il bambino non lo vuole più, preferisce le merendine; se si riesce a dargli il latte la mattina, non vuole il pane ma fiocchi d’ orzo: roba da cavalli, una volta. Merendine e fiocchi contengono chissà che cosa per sedurre il gusto. Non importa se fa bene o male, conta solo attirare per vendere il più possibile.
Le lotte operaie sono quasi un ricordo- almeno per ora- comunque nessun operaio oggi reclamerebbe pane e lavoro. Resta la preghiera, semplice bella e solenne rivolta a un Dio non più condottiero e giustiziere ma padre e dispensatore di benessere; essa, però, è divenuta una sorta di giaculatoria ripetuta senza cuore. Ci sembra quasi superfluo chiedere di darci ogni giorno il nostro pane. Oggi vogliamo ben altro.
Le nostre certezze sono a volte illusioni.



*****


Lungo è il cammino per arrivare al pane. Vale la pena ricordarlo. A casa c’era il grano che si portava al mulino quanto bastava per alcuni giorni; si cerneva la farina il giorno prima della preparazione del pane ( la crusca- a chenighie - serviva a preparare il pastone per il maiale o per i polli. Oggi la vendono in farmacia in pillole per gli intestini detti pigri). Il giorno prima si bollivano le patate che si aggiungevano per rallentare l’indurimento del pane che doveva durare 10-15 giorni. Alla fine diventava un pò duro: tanto meglio, se ne mangiava meno. Ti prenotavi al forno per il tuo turno. Alcune donne preferivano la prima infornata per avere poi a disposizione la giornata per altre faccende. Bisognava alzarsi alle 3-4 di mattina. Si preparava la pasta lievitata ( u l’vat’) calcolando bene i tempi di lievitazione in base alla temperatura. D’ inverno veniva messo in un recipiente di ferro smaltato largo ( na spas’) vicino al focolare sorvegliandone la crescita e la sofficità. Il lievito naturale veniva passato da casa a casa. Andarlo a cercare da qualche vicina era compito di noi ragazzi: è ditt’ mamm’: a tì a remmess? Se nella casa dove eri andato c’era un tuo compagno, inevitabilmente rispondeva per prenderti in giro: a pezz’ ncul’ chi tà mess ? Un piccolo scherzo ripetuto chissà quante volte. Ogni quartiere aveva il suo forno a paglia. Il forno diventava anche luogo di ritrovo delle donne che aspettavano la cottura del pane: ognuna metteva sul proprio un piccolo segno di riconoscimento, un pezzetto di pasta su ogni pagnotta. Si scambiavano chiacchiere, si faceva qualche pettegolezzo; si stringeva anche amicizia: alcune si facevano comari di forno in segno di amicizia particolare. A casa i ragazzi aspettavano che si riportasse il pane nei recipienti di legno( a m-sell’) che ancora si trovano nelle case bonefrane -ne conservo una anch’io- e servivano per molti usi: stendere i pomodori, essiccare i fichi ecc... Non si doveva tagliare il pane appena sfornato finché era caldo ma c’era la morbida schiacciata (a schénat’) e la focaccina dalla crosta croccante ricavata dal residuo di pasta raschiata dalla vasca della madia ( a p-zzelll’ da radetur’ ).
Mangiare il pane era un privilegio ma pochi lo mangiavano a volontà, nemmeno i figli dei benestanti: tutto doveva essere misurato. Un nostro vicino aveva molti figli; quando dava loro il pane li metteva in fila. Si accorse che mentre tagliava e distribuiva, il primo che aveva ricevuto la sua fetta la finiva e si rimetteva in fila. Imparò a tagliare prima tutte le fette e poi distribuirle in modo da non dare loro il tempo di finirla mentre tagliava. Il bis non era permesso.
Nessuno avrebbe mai buttato un pezzo di pane. Se duro veniva usato per il pancotto o d’estate per l’ acquesale che in Toscana chiamano panzanella ma non ha la bontà del pane bonefrano perché con l’acqua perde di consistenza e si sbriciola troppo come a mbenizz’ pi’ p-cin’. Acquesale è un lontano ricordo dell’ ottocento quando agli operai veniva data una scodella con acqua e sale per bagnarci il pane e dargli un po’ di sapore. Quel nostro pane quando induriva era ottimo anche da solo, bagnato con l’acqua.
Il companatico col pane non era frequente. I ragazzi spesso bagnavano il pane e vi cospargevano sopra un po’ di zucchero. Ricordo un ragazzo vicino casa mia- ora vive in Canada- che metteva sulla fetta di pane i taghierell’ freddi del giorno prima. Spesso i ragazzi col pane mangiavano frutta - uva, noci a seconda della stagione- o pomodori.
Il pane di grano Cappelli aveva una sfumatura gialla e una consistenza particolare. Era un grano duro pregiato dalla lunga spiga ormai in disuso ( ma si trova ancora) perché di scarsa resa e poco adatto alle mietitrebbia. Se il grano non era ben ripulito da veccia e altri inquinanti vegetali, la farina era piuttosto scura.


continua.....

5 marzo 2011

IL SENSO DELLA RELIGIONE A BONEFRO

di Nicola Picchione



Ci fu un tempo che Bonefro aveva sette preti. Il numero, ovviamente, non fa qualità e molti preti non donano più fede o portano più anime in paradiso.
La religione ha sempre svolto un ruolo fondamentale in ogni popolo, indipendentemente dal giudizio che se ne voglia dare. Anche chi afferma di essere ateo porta dentro di sé radici culturali che traggono origine in parte dalla religione. Consuetudini, cultura, religione si condizionano a vicenda. Negli ultimi tempi alcune tradizioni sono andate attenuandosi ma allora non c’era a Bonefro chi per quanto professasse l’ateismo o completo disinteresse per la religione o diffidenza verso i preti non battezzasse i figli o non si sposasse in chiesa ( magari la mattina presto, quando era ancora buio per non mettersi in mostra) o non facesse funerali religiosi. L’ approccio a problemi fondamentali come quelli inerenti la sessualità, la famiglia, l‘educazione dei figli erano profondamente condizionati dalla religione.
L’ organizzazione religiosa- da noi la Chiesa cattolica- ha dovuto ritirarsi in confini più ristretti in nome della laicità dello Stato, anche se stenta a farlo e spesso sconfina, ma per secoli ha dettato norme, ha formato coscienze, ha influenzato tutti gli strati sociali anche se essa stessa ha preso da religioni e culture precedenti non poche credenze e ritualità.
Perciò anche una comunità piccola come Bonefro non poteva non adeguare i propri comportamenti – soprattutto quelli esteriori – alle regole religiose divenute parti culturali importanti non solo per quanto potesse riguardare ricorrenze e feste ma anche per comportamenti importanti.
Parlare degli aspetti religiosi dei bonefrani di una volta non è facile. Queste mie note si basano soprattutto su ricordi e impressioni personali prescindendo da analisi sociologiche che non mi competono e non rientrano nelle loro finalità. Perciò, quanto scrivo ha valore relativo: non per i ricordi che cito ma per le considerazioni che faccio.


La prima sensazione è che pochi bonefrani erano veramente religiosi. Se tutti rispettavano quelle tappe rituali che la religione ritiene fondamentali nella vita di un cristiano (battesimo, matrimonio ecc..) pochi frequentavano assiduamente la chiesa. Anche se non mancava chi credeva profondamente e seguiva fedelmente le pratiche religiose ( i v-zoch’ ), molti uomini consideravano la religione faccenda da donne. Tra le stesse donne, solo poche frequentavano assiduamente la chiesa. La maggior parte era troppo presa dagli impegni giornalieri: Gesùcrist’ u’ sa che n-n facc’ mal’ e m’ perdon’ se n-n vai ‘na chiesia. Del resto si racconta che un prete bonefrano interrupe la celebrazione della messa per rivolgersi a una donna che aveva portato con sé il piccolo figlio che continuava a piangere disturbando la funzione. Le disse che era meglio se andava a casa e pensava alle faccende da fare e badava al bambino. Dio avrebbe capito e perdonato.
La partecipazione a cerimonie come il battesimo, il matrimonio, il funerale era dettata dai legami di amicizia e parentela più che da quelli strettamente religiosi e le stessa pratica di queste prescrizioni era condizionata dalla tradizione più che da vera religiosità. Anche altre pratiche avevano poco a che fare con il senso profondo della religione: era frequente vedere bambini molto piccoli vestiti con piccoli sai cinti da un cordone ( u munechell’) in onore di S. Antonio che era allora molto popolare e ritenuto il maggior dispensatore di grazie ( oggi mi dicono che Padre Pio lo abbia scavalcato in popolarità).
La chiesa, tuttavia, era abbastanza affollata la domenica. Gli uomini nella navata sinistra in gran parte in piedi con la coppola in mano, le donne sedute in quella centrale; nella navata a destra si potevano notare le famiglie di qualche professionista: quella di don Corrado, di don Francesco. Pochi uomini partecipavano attivamente alla cerimonia: non recitavano preghiere, non cantavano. I giovani davano uno sguardo verso le donne per individuare qualche ragazza. Il campanile era per qualche giovane un campo di prova di coraggio: per suonare a distesa la campana grande o per sporgersi e passeggiare lungo il cornicione.
Credere e non credere era un problema che pochi si ponevano. Ho un ricordo: ero molto piccolo e avevo accompagnato mia nonna all’ aia ( a Macchia da strett’) per spannocchiare il granturco (sfruscià i morr’). Un uomo anziano, in piedi, spiegava alle donne con un accento da esperto che Inferno e Paradiso non esistevano, erano solo un’invenzione di Dante Alighieri. Non pochi ritenevano che fare il prete era solo un mestiere come un altro. A volte tra l’ uomo di chiesa e il non credente correva un rapporto di sospetto. Mi raccontava un anziano contadino (Luigi D’ Onofrio) che un giorno si presentò sull’ aia un monaco del convento di Casacalenda. Aveva la bisaccia ancora vuota e chiese un po’ di grano per le anime del Purgatorio. Il contadino chiese delucidazioni e il frate gli spiegò che se aveva i genitori morti ed erano in Purgatorio, l’ offerta avrebbe accorciato la pena. “Se ti dò tanto grano da riempire la bisaccia, di quanto si accorcia la pena?”. Al frate deve essere parso vantaggioso non andare ancora in giro per la cerca; gli rispose: “ Vanno direttamente in Paradiso”. “Allora, riempi la bisaccia”. Il frate stava andando via con la bisaccia piena quando il contadino gli chiese:”Ma è certo che ora sono usciti dal Purgatorio?” “Se erano là, puoi starne certo”, gli confermò il frate. “Allora io li ho fatti uscire, ora rimetti a terra tutto il grano e va via”. Ovviamente, il rapporto era spesso di grande rispetto e il prete era in paese una delle autorità di maggior considerazione.
I bonefrani santificavano poco le feste: quando c’era da lavorare, soprattutto in campagna, aveva poca importanza che fosse domenica. Del resto, credo che questo precetto sia nella religione cattolica molto meno rigido che in quella ebraica, pur essendo un comandamento divino anche per la nostra religione. Si potrebbe attribuire questo diverso atteggiamento alla diversa concezione della divinità: Jahvé era molto più intransigente del Dio cristiano. Credo che la ragione sia ancora più profonda. Secondo Fromm, il riposo del sabato era importante per gli ebrei perché rappresentava non solo una norma di buonsenso peraltro ereditata dai babilonesi- riposarsi dopo il lavoro della settimana - ma era la riconciliazione dell’uomo con la natura: il lavoro interferisce con la natura, la modifica, in un certo senso la violenta (oggi molto più di ieri). Il riposo indica una pacificazione tra uomo e natura: perduta la pace del Paradiso terrestre, l’uomo deve rappacificarsi con essa; nel giorno del riposo egli non la tocca, non la modifica. La lascia in pace. Il bonefrano aveva un rapporto conflittuale con la natura: pur rispettandola, tendeva a vederla come una bestia da domare, non solo da ammaestrare coltivandola con una fatica enorme che gli causava sacrifici ma anche guardandola come una madre capricciosa che non sempre gli dava il raccolto sperato.
Potrebbe sembrare contraddittorio con tutto questo la partecipazione dei bonefrani alle feste in onore di alcuni santi: S. Nicola, S. Antonio, S. Celestino, S. Michele. In realtà anche queste ricorrenze finivano per avere un significato religioso piuttosto superficiale. La ricorrenza serviva per festeggiare, mettere l’abito nuovo, vedere gli amici, la sera ascoltare la banda in piazza. Una meritata pausa al lavoro. Non posso dire quanti seguissero la statua del santo in processione per vera fede o per una consuetudine. Ricordo che le processioni erano affollate ma la maggior parte della popolazione assisteva lungo le strade al suo passaggio, qualcuno metteva alle finestre una coperta ricamata in segno di omaggio al santo, qualcuno attaccava alla statua una moneta di carta forse per chiedere una grazia. La processione aveva senz’ altro un fascino particolare col suo apparato, con la banda che suonava dietro la statua del santo. Si aspettava che finisse per andare a pranzare, quando lo “sparo” annunciava che il santo stava per tornare in chiesa. Non saprei dire, però, quanto di tutto questo fosse dettato da un profondo senso religioso, quanto conservasse antiche usanze anche precristiane. I piccoli contributi in danaro o in merce (di solito era grano) che la gente dava alla commissione che organizzava la festa e che girava per le strade per la raccolta, erano dovuti poco alla fede. E’ inutile porsi certe domande. La fede è innanzitutto una faccenda personale, un rapporto diretto con Dio. La religione dovrebbe servire a organizzare la fede di ognuno rendendola corale.


Mi colpiva da ragazzo la diffusione della bestemmia tra gli uomini. Ognuno aveva la sua bestemmia preferita ma in genere esse erano rivolte direttamente all’apice della divinità: Dio, Cristo, la Madonna. I santi erano poco colpiti. Bestemmiare era tanto diffuso da non essere soltanto lo sfogo nei momenti di maggior tensione ma quasi un intercalare.
Ho cercato di capire le cause di questa diffusione della bestemmia. Attribuirla soltanto a cattiva educazione o a una sorta di tradizione nella quale il ragazzo imparava a sentirsi più grande bestemmiando ( e fumando) o a manifestazione di virilità mi sembra inadeguato.
La bestemmia è vista a ragione come un’ offesa grave alla divinità e al credente. Va evitata anche da parte di chi non crede. Sono arrivato alla conclusione, tuttavia, che a quell’ epoca, in quelle circostanze ambientali essa non fosse una volontaria offesa a Dio. Esprimeva, piuttosto, il conflitto tra l’uomo e la divinità.
Tento di spiegarne le ragioni, anche se immagino non condivisibili. Credo che affondino da una parte nel carattere del bonefrano (di allora) e dall’altra nella vita dura e piena di incertezze.


Il bonefrano di allora non amava manifestare apertamente i suoi sentimenti di amore. Preferiva assumere un atteggiamento duro e quasi minaccioso soprattutto verso moglie e figli ( t’haie fa nù passeman…). Preferiva mostrarsi forte e capo. Non solo tendeva a tenere sommersi i sentimenti di affetto ma spesso li mascherava con espressioni di durezza : comandi secchi, spesso minacce verbali tese a manifestare il proprio ruolo. Questo modo di esprimersi era comune anche alle donne nei confronti di chi era considerato inferiore a loro nella scala sociale: i figli e in genere i ragazzi. Spesso ci si lasciava andare verso i figli ad espressioni apparentemente violente : “ puzz’ s-chettà” oppure “puzz’ cr-pà” o “ t- pozz-neccide” oppure “ t’ m-niss’ u’ mal’ d’ sant’ D-nat’ “. Anche tra amici non era raro sentire : “ch- ssi- ccis’ o “ch-ssi-mbes’ ‘’. Nessuno se la prendeva per queste frasi: si sapeva che era soltanto un modo ruvido di esprimersi. Credo che lo stesso modo venisse usato per la divinità. Come ho già notato, di solito la bestemmia era diretta alla divinità: i santi erano meno presi di mira. Le bestemmie più frequenti riguardavano il corpo o il sangue di Dio o di Cristo o della Madonna, rafforzati spesso da epiteti offensivi. Non a caso alla bestemmia era spesso associata una riflessione amara: “ me ch- l’hai fatt- u Padretern? “. Mettendo insieme la considerazione precedente su alcune espressioni apparentemente crude verso i figli ( ma certamente ben lontane da un vero augurio) e il rivolgersi direttamente alla divinità sia pure con la bestemmia, sono persuaso che essa fosse soltanto un rapportarsi a Dio (o al Figlio o alla Madre: ma tutto in famiglia. Il nostro monoteismo, credo, è in parte solo apparente) come un tentativo di colloquio impossibile: quasi un voler richiamare l’attenzione della divinità verso i propri problemi fondamentali. Credo che le bestemmie esprimessero allora un senso di solitudine di fronte alle difficoltà, la sensazione di essere abbandonati da un Dio lontano, indifferente. Tanto più lontano quanto più presentato come un Padre amorevole. Una contraddizione per la logica inflessibile del bonefrano.
Il concetto della divinità ha subìto notevoli trasformazioni nel tempo, parallele alla evoluzione culturale. Da padrone e tiranno esigente da placare con sacrifici umani anche dei figli ( mi limito a citare Agamennone che sacrificò la figlia Ifigenia per ottenere dagli dei i vènti che permettessero alle navi di salpare verso Troia. Il mancato sacrificio di Isacco da parte del padre Abramo forse è il simbolo del passaggio dai sacrifici umani a quelli animali. Del resto la nostra stessa religione ammette il sacrificio del Figlio per cancellare l’ offesa fatta al Padre dagli uomini, anzi da un solo uomo) Dio è progressivamente diventato padre amoroso (Giovanni: Dio è amore).
L’ uomo, però, ha sempre sentito il peso del distacco tra lui- con i suoi problemi, la sua lotta per sopravvivere, le sue disgrazie- e il suo Dio, assente se non ostile. Prometeo fu condannato dagli dei per aver dato il fuoco agli uomini; Giacobbe dovette sostenere una strana lotta notturna col suo Dio uscendone sciancato. Questo senso di ostilità o di abbandono da parte della divinità anche quando la vita diventa un peso è una voce ricorrente nella storia dell’ uomo. Un richiamo continuo anche nella Bibbia. Ricordo la frase di un ragazzo di Bonefro, Delfino, che mentre arava ripeteva: “ mamm’, p-cché tu nun me ‘ffucat’ quann’ so’ nnat’? che somiglia in maniera impressionante al grido di dolore di grandi figure della Bibbia. Dice Giobbe: “Perché mi hai estratto dal grembo materno?” e Geremia : “ Maledetto il giorno in cui nacqui e il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: “Ti è nato un figlio maschio”, colmandolo di gioia” (Ger. Cap.20). Anche il senso di solitudine e di abbandono da parte di Dio e il suo nascondersi all’ uomo ricorre spesso nella Bibbia e del resto anche nel Vangelo Gesù sulla croce si lamenta col Padre: “Perché mi hai abbandonato?”. Giobbe- che cito perché ritenuto simbolo di sopportazione- urla più volte il suo senso di abbandono da parte di Dio. “Vado a Oriente ma Lui non c’è. Vado a Occidente, non lo vedo. Forse agisce a Settentrione. Eppure non lo scorgo. Forse si nasconde al Sud. No, per me è invisibile”. “Nella città si leva il gemito degli abitanti, la gola dei feriti implora aiuto ma Dio resta sordo a queste infamie” Non solo è visto come indifferente ma anche pronto a condannare: “ Quando la finirai di spiarmi? Cosa ti ho fatto o carceriere dell’ uomo?”, si lamenta ancora Giobbe.
Le parole di Giobbe non sono meno forti delle bestemmie dei bonefrani, cioè di gente che si esprimeva nel modo che ho cercato di dire anche per sentimenti verso i figli o gli amici. E se figli e amici non si offendevano, sapendo che erano espressioni verbali senza malanimo, non credo che Dio (ammesso che esista) possa essersi offeso per quelle bestemmie che non voglio giustificare ma solo tentare di capire. In pratica, credo che le bestemmie frequenti dei bonefrani fossero assimilabili- pur nella grande differenza di espressioni- ai lamenti degli stessi personaggi biblici: un richiamo doloroso per sentirsi soli, abbandonati.

Oggi si bestemmia molto meno: segno di civiltà cresciuta ma – suppongo- anche di ridotto senso di religiosità. Il paragone non sembri irriguardoso ma parlare meno di Dio e nemmeno ricordarlo con la bestemmia è come per un politico non essere più rappresentato nelle vignette satiriche. Ho la sensazione che la fede sia soggetta ad una sorta di movimento altalenante: si espande e si contrae a seconda dei tempi e delle esigenze. Dio non è morto, come credeva Nietzsche; non è stato nemmeno sconfitto, come sosteneva Cinzio. Forse si è eclissato, come dice Buber. Si adatta ai tempi accettando le mode umane, pronto a tornare appena l’ uomo ne sente il bisogno. Come se vivesse soltanto nel cuore e nella mente degli uomini occupandone ora un posto d’onore ora solo un piccolo angolo nascosto. Quasi non fosse l’uomo al suo servizio ma egli al servizio dell’uomo.


Nicola Picchione

3 marzo 2011

da ZACC&BELINA

DISPERATI


Zacc- sono degli incoscienti e degli irresponsabili. Non ci sono soldi e i Maroni con il governo Berlusconi ne sprecano 300 milioni sperando di non farci andare a votare per i referendum

Bélina- lasciali sperare, sono dei disperati che strappano il buon senso oltre alle regole.

I LUMBARD

Zacc- per la festa dell’Unità d’Italia non c’erano soldi

Bélina - Comunque noi andremo in piazza e poi tutti a votare per il referendum


DOMANDA

Zacc- perché sette consiglieri Pd a Napoli sono passati all’opposizione ed hanno fatto cadere il governo

Bélina- non è che si sono lasciati influenzare da Berlusconi ?

2 marzo 2011

da ZACC&BELINA

NON SA


Zacc- la Gelmini dice che è stato travisato il pensiero del suo promoter

Bélina- la Gelmini non sa di che parla. Ha urgente bisogno di ripetizioni

VAI!!!!




Zacc - non posso andar via perché avrei il giudizio negativo del 100% degli italiani

Bélina - ma che vuoi che sia! Vai !!!!