27 agosto 2011

Andrò a votare alle primarie e indicherò Nicola D’Ascanio


Andrò a votare alle primarie e indicherò Nicola D’Ascanio quale candidato presidente da contrapporre a Iorio e lo faccio con la viva speranza di una vittoria, non più rinviabile se si vuole dare inizio a quella svolta di cui ha bisogno il Molise.

La ragione principale di questa mia scelta non è in quel rapporto di amicizia e di stima nato nel 1995. quando, grazie agli oltre 1400 voti dei miei concittadini larinesi sono stato eletto in Regione, (in quel periodo ho conosciuto anche Antonio D’Ambrosio e, subito dopo, Michele Petraroia e Paolo di Laura Frattura con il quale ho avuto modo di collaborare con grande soddisfazione nella organizzazione di quell’importante evento che è stata la manifestazione fieristica “Piacere Molise” e in altre occasioni, in Italia ed all’estero); né in quel sentimento di riconoscenza che io ho per chi ha saputo guidare, in un momento non certamente facile soprattutto all’interno del Pd, un ente come la Provincia di Campobasso con capacità e onestà, ben sapendo che anche gli altri concorrenti sopra citati (non ho nominato Romani ma, non conoscendolo, solo per mancanza di giudizi da esprimere), hanno svolto compiti di responsabilità, con risultati che i molisani hanno avuto modo di giudicare e, mi sembra, in modo favorevole, se oggi sono i candidati alle primarie.

No, non sono queste le ragioni di una scelta che ha come premessa quella di sostenere il candidato che esce vincente alle primarie, chiunque esso sia, ma ve ne sono due in particolare che mi fa piacere spiegare, soprattutto agli amici che ancora non hanno deciso il loro candidato.

La prima, per me fondamentale, riguarda l’ospedale di Larino e la sanità molisana

D’Ascanio è quello che, di fronte a chi ormai dà per scontato un destino, crede - ed io sono perfettamente d’accordo con lui ( vedi mio articolo riportato pochi giorni fa dalla stampa molisana)- nella possibilità di poter riprendere il discorso a partire dalla situazione disastrosa in cui ha ridotto la sanità Iorio. Uniti a chi crede a questo è fondamentale per vincere e di questo sono più che sicuro.

D’Ascanio, quindi, crede quanto me nella possibilità di riaprire il discorso ed ecco che con lui si può riprendere un percorso che tocca anche altre problematiche, come quella di un Molise raccolto in due o tre centri della Regione. Un processo devastante che ha dimostrato, con lo spopolamento dei piccoli centri, di andare incontro ad una morte lenta e a quella sparizione della nostra regione che alcuni si augurano. Questo per dire che la questione ospedali è pienamente dentro una visione programmatica che tocca il presente e riguarda il futuro di questa nostra Regione, cioè il futuro delle nuove generazioni che non avranno una briciola delle ingenti risorse che i berluscones si sono divorate nel corso di questi anni.

La seconda ragione è la condivisione, con D’Ascanio, di quella coerenza che solo chi ha memoria può perseguire. D’Ascanio non ha mai perso la rotta, neanche quando tutti si mettevano di traverso per farlo affondare o, nella migliore delle ipotesi, per fargli cambiare strada. Un attacco brutale che solo la capacità politica di D’Ascanio è riuscito a controbattere e vincere. Ora c’è chi gli vuole rimproverare proprio le scelte fatte, con grande coraggio e determinazione, per poter continuare ad andare avanti e portare a casa i risultati che la Provincia ha ottenuto con la sua guida, quasi a giustificare chi gli ha sferrato l’attacco ed ha dato vita alle divisioni. Sbaglia sempre chi tenta di cambiare le carte in tavola e non va bene. Bisogna, invece, ribellarsi a chi ha di fatto chiuso l’ospedale di Larino, Iorio, il centro destra e gli amici di Larino, e, ripeto, essere uniti per rilanciare un discorso fondamentale per il Molise, Larino e il Basso Molise, sapendo che così si dà vita alla discontinuità di cui ha bisogno il Molise ed i molisani.

pasqualedilena@gmail.com

LA RISPOSTA ALL'EX DIRETTORE GENERALE DELL'ASL VERRECCHIA

Sono molto grato al Dr. Mario Verrecchia, ex direttore generale dell’Asl n°4 del Basso Molise della nota - leggo su Primo Piano di oggi 26 agosto - in risposta al mio articolo sulla storia che ha portato alla situazione pesante e grave ce vive l’ospedale di Larino: dalla riforma Astore ad oggi, in particolare la parte importante riguardante la vicenda Maugeri.


Grato perché non fa che confermare quanto io ho raccontato e, quindi, non fa altro che darmi ragione di fronte a personaggi, gli “amici” di Iorio della mia città che, in tutti questi anni, non hanno fatto altro che nascondere la verità e utilizzare le loro menzogne per strumentalizzare l’ospedale di Larino al solo fine delle loro carriere professionali e politiche.

Non una volta, ma ripetutamente, ho invitato questi “amici” a confrontarsi con me sulla vicenda dell’ospedale, ma mai hanno avuto il coraggio di farlo, sapendo che presentarsi al confronto avrebbero avuto molta difficoltà a raccontare bugie ed a continuare nella loro arte di infamare la mia persona.

È vero, ha ragione il dr. Verrecchia quando mi rimprovera una ricostruzione dei fatti più salienti che necessariamente portano a dimenticare quei particolari che lui ha voluto sottolineare e che rispondono al vero. Come la questione dell’Hospice che, personalmente, ho suggerito e raccomandato all’allora assessore Giorgetta che l’ha fatta subito una proposta sua e l’ha realizzata con il contributo di Verrecchi, allora direttore generale dell’Asl di Termoli. Ricordo di avere espresso ad entrambi tutta la mia gratitudine che sono in grado di riconfermare, e con lo stesso piacere, anche ora.

Capisco che al Dr. Verrecchia non fa piacere sentirsi dire che aveva un orecchio attento a Iorio ed ai politici di Termoli, ma questa mia convinzione è confermata (particolare importante) dal modo in cui ha realizzato quella grande intuizione dell’accorpamento: tutto a vantaggio del S. Timoteo di Termoli e tutto a scapito del “Vietri” di Larino.

Più volte, come ben sa il Dr. Verrecchia, mi sono ribellato alle soluzioni inique e chiaramente di parte e l’ho fatto fino a quando ho avuto la possibilità di svolgere il ruolo di consigliere regionale.

Così come mi ribello a chi ha già chiuso l’ospedale come pure alla demagogia di chi continua a far finta di non averlo capito, nel momento in cui le iniziative che vengono messe in atto hanno solo il significato di firmare il cartellino, ma non di indicare la strada che serve per rilanciare il discorso.

Fondamentale è la discontinuità , lo voglio ripetere, con chi ha voluto e collaborato per la riduzione ai minimi termini il Vietri creando così le premesse per la sua chiusura ufficiale dopo le elezioni. Discontinuità che vuol dire andare a votare No a Iorio e tutti quelli che l’hanno aiutato e sostenuto lungo questo suo percorso. Andare a votare tutti la nostra rabbia e mettere nelle condizioni di difendersi, non di continuare a nascondersi, quanti sono nati “ per il non voto” ed hanno operato con quanti hanno raccolto le tessere elettorali dei larinesi e del circondario. Opporsi oggi senza un No forte e chiaro a Iorio vuol dire non volere mettersi contro Iorio e gli “amici” che ancora lo sostengono.

pasqualedilena@gmail.com

24 agosto 2011

LA FINE LENTA DELLA GLOBALIZZAZIONE




Leggendo qua e là per i lettori di Larinoviva.it ho trovato molto interessante e di grande attualità l’articolo “Dopo il picco del petrolio andrà a picco la globalizzazione” di Gunter Pauli, imprenditore e autore di The blue economy .

Pauli, rifacendo il percorso della globalizzazione dell’economia mondiale negli ultimi decenni, con la speranza, mai appagata, di una “crescita che portasse ricchezza dagli strati sociali più alti fino ai più bassi” e il risultato, invece, che “nell’econmia globalizzata, la povertà è l’unico fenomeno sostenibile”, afferma che “l’azione più decisiva necessaria – e la meno dibattuta- è cambiare il modello di business” visto che tutto “è stato organizzato per la efficienza e nessuno ha mai considerato la sufficienza, con l’avidità che, nella dinamica imprenditoriale, ha preso il sopravvento sulla necessità”.

Si tratta, ora, secondo blue economy, di “soddisfare le necessità di base con quel che abbiamo” in modo da utilizzare la capacità di dare del pianeta e così prendere coscienza del concetto della sufficienza, che vale per ogni essere vivente e non solo per l’uomo. Da qui la necessità di trovare nutrienti e energia in grado di riprodursi come qualsiasi ecosistema, nel momento in cui è un dato “il picco più alto del petrolio (2007), cioè della sua massima estrazione, che ha messo in luce l’impoverimento delle riserve, è diventato il picco più alto della globalizzazione e, con essa, della espansione delle imprese e della loro trasformazione in multinazionali”.

Da ora in poi il risultato sarà un ridimensionamento di queste imprese e si tornerà alle piccole e medie imprese che saranno capaci di utilizzare le risorse disponibili, ciò che fa pensare che salta l’importanza degli investimenti stranieri e la ricerca di materiali lontani dal luogo di produzione.

“Il successo – afferma Pauli- è nelle imprese locali che saranno capaci di creare un’ampia alleanza di attività economiche e sociali con molteplici guadagni e benefici……….ciò permetterà che David vince un’altra volta Golia…. E, a differenza delle 500 corporazioni più grandi che elenca la rivista Fortune, pochi imprenditori aspirano a rimpiazzare questi giganti e saranno soddisfatti se ognuno riuscirà a mordere una porzione del 2 o 3% del mercato dei loro formidabili avversari …..Così – conclude Pauli- nascerà una nuova società nella quale si creeranno posti di lavoro sufficienti, dove i migliori prodotti per la salute e l'ambiente saranno meno costosi e si creerà capitale sociale con la semplice dinamica di essere più produttivi e competitivi. In definitiva, questo è quello che spera l'economia umana: realizzare molto di più con molto meno”.

Torna, così, quella mia vecchia fissazione dello sviluppo locale e, oggi, più che mai dell’importanza delle risorse del territorio che – come fa pensare il ragionamento di Pauli – dovrebbe essere considerato una ricchezza ancor più straordinaria e preziosa sul quale pensare e investire tutta la nostra intelligenza e tutte le nostre energie.

Chi prima riesce a convincersi e ad avviare questo nuovo processo, prima arriverà a dare quelle risposte che da tempo, soprattutto i giovani, aspettano e che la crisi sembra loro negare. Sempre leggendo qua e là, come mi capita di fare dalla mattina alla sera, la mia sensazione, ormai certezza, è che la classe politica e dirigente, non solo di questo nostro Molise, è preso da altri pensieri.

pasqualedilena@gmail.com

23 agosto 2011

IL MOLISE CON CASA ITALIA ATLETICA AI CAMPIONATI DEL MONDO DI DAEGU


Dopo il successo ai Campionati europei juniores di un mese fa a Tallin in Estonia, Casa Italia Atletica continua la sua avventura di “vetrina esclusiva del gusto e delle bellezze d’Italia”, questa volta in Corea.

Casa Italia Atletica, per chi non lo sa, è una delle mille piazze dei nostri piccoli o grandi centri, spostata momentaneamente in questo grande paese quale luogo di incontro della squadra nazionale impegnata nel grande evento del Campionato del Mondo di Atletica Leggera, in programma a Daegu dal 27 agosto p.v. al 4 settembre.

Luogo di incontro della squadra italiana, ma anche di atleti ed accompagnatori di altre squadre che, conoscendo quello che essa offre, si lasciano invitare per non perdere l’occasione di bere un buon bicchiere di vino o mangiare un piatto, di spaghetti o pasta, delle migliori offerte dai nostri territori e dalle nostre aziende che curano la qualità.

Casa Italia Atletica, questa singolare ed efficace vetrina promozionale della nostra cucina e, con essa, dei nostri primati Dop e Igp, Doc e Docg, i prodotti più esclusivi della nostra tavola, espressione di territori di origine di particolare bellezza, aprirà le sue porte e le sue ante a Daegù, la città coreana che ha ricevuto il testimone di questi campionati da Berlino 2009. Una città nuova, tutta da scoprire, grande più di tre milioni di abitanti, che aspetta di conoscere questi profumi e questi sapori, di ammirare questi colori per la prima volta e di rimanerne affascinati, come è successo in tutte le occasioni vissute, con i grandi eventi, da Casa Italia Atletica.

Insieme al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, all’Unione delle Camere di Commercio, alla Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) ed all’Associazione Libera con il suo messaggio “contro le mafie per la legalità”, che è rivolto a una realtà ormai globale, e, soprattutto con gli oli ed i vini prodotti sui terreni confiscati alle mafie, in particolare, della Calabria e della Sicilia, ci saranno istituzioni ormai legate a Casa Italia Atletica da un lontano rapporto.

Come il Molise con il suo Sportello Sprint e con le aziende e consorzi che si presenteranno al mondo dello sport e degli appassionati di Atletica leggera, con i profumi, i sapori ed i colori dei territori che esprimono questi prodotti.

La Pasta “la Molisana” con i suoi classici formati, in particolare spaghetti, rigatoni e fusilli, condita con Po.Molì, i dolci e gustosi pomodori pelati della ProdAm di Guglionesi, che, insieme con l’”Olio Gentile” di Larino, faranno da filo conduttore degli incontri conviviali, che vedranno, insieme ai nostri campioni tanti ospiti illustri presenti a degustare la nostra migliore cucina.

E poi i grandi vini di tre importanti aziende del Molise: Di Majo Norante di Campomarino con i suoi rossi “Ramitello”, 2008, Doc “Biferno” e “Molì” 2010 Igt “terre degli Osci” e il sempre più famoso “Apianae”, 2010 , Doc “Moscato del Molise” che chiude in dolcezza ogni situazione conviviale e anche ogni buona conversazione; Angelo D’Uva Vignaiuolo in Larino con “Gavio” 2005, Igt”Terre degli Osci”, un grande rosso di notevole struttura che accompagna i secondi più impegnativi e non disdegna di allietare la compagnia con i suoi colori e i suoi profumi e il sapore intenso, vellutato, armonico; la Cooperativa ValBiferno di Guglionesi con un rosso Doc “Molise” annata 2009, “Creta rossa” anch’esso di grande stoffa e un vecchio cavallo di battaglia di questa importante azienda associata, il “Liburno”, un bianco che piace con i suoi profumi floreali e il delicato sapore. A chiudere gli incontri, prima dei saluti, il Caffè Camardo, ormai noto come “il caffè dell’atletica italiana” per aver accompagnato tutte le iniziative di Casa Italia Atletica.

La presentazione è affidata a Stefano Vincelli, che conosce molto bene l’arte della comunicazione delle nostre eccellenze agroalimentari, dopo l’esperienza vissuta con “La Maratona del gusto e delle Bellezze d’Italia”, un progetto avviato nel 2007 a Osaka e sviluppato con successo, nel corso di questi anni, in Germania, Spagna, Austria, New York e altri paesi, sedi di grandi eventi, grazie all’impegno ed alla lungimiranza del molisano Mario Ialenti, responsabile di Casa Italia Atletica.

pasqualedilena@gmail.com

I comuni delle città dell'Olio in rivolta contro la Manovra bis







Nessuno tocchi i comuni

Questo il monito lanciato dall'Associazione Nazionale Città dell'Olio sulla scia della proposta avanzata dal Governo Italiano nella manovra finanziaria in approvazione in questi giorni nelle aule parlamentari e che prevede l'accorpamento o la soppressione di quasi 2000 Comuni con meno di 1000 abitanti ciascuno. Con i suoi 355 soci, tra cui molti piccoli Comuni a rischio, l'Associazione Nazionale Città dell'Olio - attiva dal 1994 riunisce Comunità Montane, Camere di Commercio, Provincie e Comuni a chiara vocazione olivicola con lo scopo di promuovere l’olio extravergine di oliva ed i territori di produzione, riconoscendone il fondamentale ruolo della tradizione agricola, alimentare e culturale - leva una voce d'allarme per scongiurare la dispersione di migliaia di identità che si configurerebbe oltretutto come un oltraggio alla storia, alla cultura e alle tradizioni che si sono tramandate fino a oggi.

Chiaro l'invito che il Presidente dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio Enrico Lupi rivolge agli altri Comuni e alle Associazioni Nazionali delle Città di Identità con scopi di promozione delle identità territoriali italiane:“L'Associazione interpellerà e si raccorderà con le Città di Identità per fare fronte comune – dichiara il Presidente dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio Enrico Lupi – perché così com'è il provvedimento proposto dal Governo non solo non è risolutivo ma rischia di svuotare invano migliaia di realtà con una propria identità. Se il titolo del Decreto vuole avere un significato – prosegue Lupi - è un titolo che non corrisponde a verità. nei piccoli comuni il costo totale degli organi di governo non supera i 15 mila euro lordi all’anno, con consiglieri che hanno gettoni di presenza dai 5 agli 8 euro quando un dipendente dell’Ente Comune costa più tutta la rappresentanza politica. Non è vero quindi che attuando l’articolo 16 si riducono i costi: è solo fumo negli occhi per poter ottenere un effetto mediatico dichiarando che hanno tagliato 54 mila poltrone.

In questo caso direi che non si tratta di poltrone ma di strapuntini della politica e spesso anche scomodi. Abolire i piccoli Comuni vuol dire mortificare una rappresentatività territoriale indice di un’identità forte.

Le Città dell’Olio lavorano anche per dare visibilità a queste identità. Come faremo a parlare dei prodotti espressione dei loro territori quando ormai questi Comuni non esisteranno più? I vantaggi, eliminando questi “apparati” saranno infinitesimali rispetto al danno che queste piccole realtà possono subire. Per abbattere i costi l'unica soluzione valida sarebbe quella di accorpare servizi e funzioni per macro aree. Si potrebbe mantenere – conclude il Presidente dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio - in ogni centro il “core” politico, accorpando in una unica struttura gli organi amministrativi”.

La stessa sorte che si profila per i piccoli Comuni potrebbe toccare anche a decine di Province, tra cui molte socie dell'Associazione. Critica anche in questo caso la posizione presa dall'Associazione Nazionale Città dell'Olio, con il Presidente Enrico Lupi che tuttavia apre a un dialogo avanzando la proposta di “creare dipartimenti alla francese, ovviamente dopo averne valutato attentamente compatibilità culturale e socioeconomica”.



19 agosto 2011

OSPEDALE: RIBELLARSI A QUANTI HANNO PRESO IN GIRO IL POPOLO DI LARINO


Non è la storia dell’ospedale che non è chiara. Una storia lineare che parte da lontano, molto lontano, quando a decidere le sue sorti erano i democristiani e, allora come oggi, erano le promesse e le raccomandazioni che decidevano i risultati della politica. E l’ospedale, allora nelle mani di abili manovratori, oggi nelle mani di abili lecchini, continua ad essere, nonostante sia in fase di smobilitazione per la definitiva chiusura, uno straordinario contenitore di voti, capace di inventare amministratori e politici, che sanno solo infamare e ricattare. Quei politici di oggi, di ieri e dell’altro ieri, che devono la loro fortuna di amministratori alla capacità di strumentalizzazione dell’ospedale “G. Vietri”. C’è da dire, però, che hanno mostrato di essere davvero bravi in questa attività.

Una storia lineare per la parte - senza andare lontano nel tempo - che merita di essere raccontata e che vede, la seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, Iorio protagonista dell’inizio e poi anche della fine dell’ospedale, con il suo “ribaltone” del governo Veneziale, che i molisani avevano eletto nelle elezioni regionali del 1995.

È la sanità, con la riforma Astore da contrastare, la ragione principale di quel ribaltone politico promosso da Iorio con il consenso della destra molisana guidata da Patriciello e Di Giandomenico. Il primo per i forti interessi suoi e della sua famiglia nel campo sanitario e il secondo per giustificare l’eredità (spesa male se uno guarda ai risultati), ricevuta da La Penna, riguardante il controllo della sanità bassomolisana, in pratica dei due ospedali di Termoli e Larino, che, oggi, pagano a caro prezzo questa svolta.

L’ospedale “S. Timoteo”, perché messo nelle condizioni di soffocare e di non essere capace di dare le risposte di cui ha bisogno questo vasto e importante territorio. Un territorio, si badi bene, spogliato delle sue fondamentali risorse ed invaso, senza una programmazione, di pale eoliche, pannelli solari, biomasse, turbogas, chimica, e, quello che è ancora peggio, di rifiuti gestiti dalla criminalità, che fanno male alla tranquillità di questa nostra terra e, soprattutto, alla salute dei molisani del Basso Molise.

Mentre l’ospedale “Vietri”, già smontato da tempo, ha, in questa fase di campagna elettorale, il portone appena socchiuso, che Iorio, sempre che vinca, sbatterà e chiuderà definitivamente subito dopo le elezioni. E l’ospedale, anche senza Iorio governatore, comunque chiuderà per colpa sua e di chi ha sostenuto questa sua ostinazione, gli amici di Larino, la sua maggioranza e l’intera opposizione che non ha alzato un dito, ma solo proferito qualche sillaba di circostanza.

Però, solo se c’è la discontinuità e un nuovo governatore scelto dai larinesi e dai molisani, torna la speranza di riaprirlo, purchè, se vuole essere votato lui e la sua maggioranza,.impegnato a farlo in questa campagna elettorale.

Tornando alla storia dell’ospedale, è proprio il periodo del dopo ribaltone con Iorio neo governatore, che permette a Di Giandomenico di fare quello che vuole, grazie al direttore Verrecchia ed all’aiuto della consigliera regionale, De Camillis, che passa subito con Iorio, dando, così, avvio alla sua fortuna politica che la porta ad essere attualmente parlamentare.

È la De Camillis che, con l’attuale sindaco di Termoli e l’attuale presidente della Provincia, si presta a consegnare al boia l’istituzione Maugeri che, nel breve tempo di attività, aveva mostrato due cose importanti: eccellenza di prestazioni e di risposte; richiamo di utenza da fuori regione con soldi incassati e non spesi dalla sanità molisana.

La chiusura della Maugeri passa sulla testa dei larinesi, però non di quella del Vescovo Mons. Valentinetti, che scrive una lettera bellissima a difesa della permanenza a Larino di questa primaria istituzione nel campo della riabilitazione; dell’avv. Beppe Bucci, ricoverato in gravi condizioni e rimesso in vita da questa struttura, e di alcuni familiari di persone ricoverate presenti al momento della chiusura. Una chiusura che, è bene ricordarlo, ha fatto anche, purtroppo, stappare bottiglie di champagne per la felicità. Sono i soliti medici, infermieri, tecnici, buoni per tutte le stagioni e fra questi soggetti anche quelli che, nel frattempo, sono stati eletti amministratori di Larino proprio grazie alla strumentalizzazione della vicenda ospedale ed alla massa di non verità raccontate alla gente, più come tromboni che come vecchi banditori.

Parte da qui la fine dell’ospedale di Larino. Un danno di enorme gravità, voluto da quelli che oggi governano la Regione ed hanno l’appoggio di quelli che governano Larino, che spiana la strada a Iorio per la chiusura nonostante il giuramento solenne fatto ai larinesi, nel giorno di chiusura della campagna elettorale di tre anni fa, che non avrebbe mai e poi mai fatto chiudere l’ospedale.

La storia vera è questa, tutto il resto fa parte del folklore per niente bello, qual’è stato ed è quello degli amministratori di comodo e dei sostenitori occulti dei governi Iorio, che, come i cani che abbaiano e non mordono, sono solo fedeli amici.

Non è la storia dell’ospedale “G. Vietri” di Larino, quindi, che non è chiara, nemmeno quella del ruolo svolto da Iorio, ma la storia di quelli (pochi per fortuna) che, soprattutto in questi ultimi anni, per un innato senso di servilismo, di invidia e di capacità a non ragionare e far ragionare, hanno ridotto a poca cosa l’antica capitale dei Frentani.

Una presa in giro continua, ultima l’annuncio, a gennaio, da parte di Iorio e del suo fido vicesindaco di Larino, del “Bambin Gesù”, che, a maggio, subito dopo la campagna elettorale per le provinciali, viene smentito con la sospensione dei lavori di adattamento degli ambienti.

Una presa in giro che questa nostra città non meritava e non merita, ed alla quale è tempo di ribellarsi.

pasqualedilena@gmail.com



18 agosto 2011

MISERI

Sale e scende la borsa, sale e scende la paura tra i piccoli risparmiatori che non ancora sono stati prosciugati dei loro risparmi. Risparmi, badate bene, che servono a sfamare quei poveri cristiani di padroni che vivono come miseri paperoni in una delle tante megaville o su un super yacht (barconi di lusso superaccessoriate) in un dei tanti mari dove è frequente trovare anche il paradiso fiscale e, possibilmente, la liberalizzazione della droga e della prostituzione, in modo da potersi sfrenare fino al rimbambimento totale.

Miseri uomini che pensano di saper vivere, invece no, sanno solo dannarsi di esagerazioni e di esasperazioni. Non sono in galera perché si sono appropriati degli Stati ed hanno messo su governi piazzando i loro servitori più fidati. Salvo nel caso dei berlusconi che, unti da onnipotenza, governano direttamente senza intermediari ma solo con affamati ricattatori e servi vari.

Miseri uomini che stanno distruggendo paesi, affamando popoli, impoverendo la terra dei suoi beni primari come l’acqua e l’aria, e, l’uomo dei valori fondamentali per la convivenza civile e sociale, la libertà e il rispetto delle regole.

Povera gente, insomma, insieme a tutti quelli che li circondano inginocchiati e sempre più affamati.

Gente che non ha né ha patria né religione o credo, ma solo il denaro quale unico vangelo, sapendo che i soldi sono in grado di fare avere anche assoluzioni. Solo in terra! Almeno questo lo vogliamo sperare, sapendo che a tutto c’è un prezzo da pagare e che, un giorno, i nodi arrivano sempre al pettine, insomma c’è, da qualche parte, un giudice supremo.

Intanto il nostro bravo governo, tenuto in piedi dai “risparmi” di Berlusconi, si accanisce contro i poveri perché ha paura dei miseri e della loro capacità di vendetta. Non ha toccato nemmeno un euro di questi signori che hanno patrimoni immensi ovunque e soldi (tanti) non pagati allo Stato, che volano in uno dei tanti paradisi fiscali che, come si sa, sono stati inventati da loro.

Noi consigliamo ( a mesèrie vó u sfuoghe) di agire in contropiede e fare una colletta per questi miseri signori del mondo, prima che tolgono l’anima e la identità a miliardi di uomini.

Noi vènti siamo soliti consigliare ai poveri mortali - a quelli che credono nella poesia e nei valori; sanno vivere pienamente una gioia al pari di un dolore; mangiano poco ma sanno gustare; fanno l’amore senza droghe, se non quelle che la pelle sprigiona mediante i suoi profumi - di non lasciarsi incantare per non perdere il privilegio di provare la felicità. Anche se di tanto in tanto, l’importante è, però, provarla per capire che vale la pena vivere la vita nel modo più normale, possibilmente dandosi la mano, così come, noi vènti, facciamo da sempre quando ci incrociamo. Soffiare lentamente o forte, a seconda delle necessità, m soffiare perché è un nostro dovere farlo e, quando lo facciamo, un piacere che non sappiamo raccontare.

Come sempre siamo preoccupati per la città che più di ogni altro preferiamo e amiamo, Larino, dove sono in corso i grandi preparativi da parte di chi intende posizionarsi in questa campagna elettorale e vivere il proprio futuro politico, che va oltre le regionali.

C’è chi - ci è stato riferito - avrà di sicuro come premio la candidatura per avere collaborato alla chiusura dell’ospedale. Bello e significativo il suo invito ai larinesi a votarlo “nel momento in cui sarò in grado di sussurrare nell’orecchio di Iorio, lo convincerò a salvare l’ospedale. Parola mia”.

Una poesia più che un invito e, se è vero quello che diceva ieri su un quotidiano Iannacci che la poesia salverà il mondo (noi vénti che la poesia la respiriamo ogni giorno siamo certi che è così), questo futuro candidato sarà di sicuro quello che salverà l’ospedale. Solo che è già chiuso e lui, anche se lo sa, fa finta di non saperlo.

A Vòreie



17 agosto 2011

LARINO E IL SUO OSPEDALE



Larino farà pagare a Iorio ed ai suoi fedeli amici, De Camillis, Giardino e Quici, ed anche ai sostenitori occulti, la colpa della prossima chiusura del suo ospedale e dirà NO anche a chi non si impegna a rilanciarlo.

Chi dice che vuole salvarlo continua a far finta di non capire le decisioni prese. Contenti loro!

Ancora peggio quelli che dicono che l’ospedale non è chiuso e che è una grande conquista dell’attuale amministrazione Giardino (gli amici), avere ottenuto qualche posto in più per il reparto riabilitazione. Lo dicono perché sono bugiardi e falsi per natura e, anche, per salvarsi dall’accusa più benevole che possano avere per il loro comportamento servile al solo fine della conquista del potere personale. L’accusa di essere stati complici di Iorio e della De Camillis che, della fine dell’ospedale di Larino, ha molte colpe e le peggiori.

C’è bisogno di non perdere tempo con parole d’ordine che servono solo ad alimentare ancor più la rassegnazione di noi larinesi che abbiamo a cuore l’ospedale e pensare, invece, a organizzare la lotta per la sua riapertura, impegnando quanti sono già in campo a chiedere il voto.

“Se non ora quando”, che è in atto una campagna elettorale che, anche grazie ai larinesi, può decidere la svolta, per dirla con quella bella e efficace parola d’ordine delle donne italiane costrette a scendere in piazza per dire non allo squallore di un governo che sta portando il Paese alla malora.

Si tratta di credere nella possibilità di una riapertura del Vietri e nella necessità di dar vita ad un confronto con chi vuole dare ordine alla sanità molisana, pensando a come eliminare sprechi di risorse umane e materiali, pratiche di sottogoverno e di affari e scegliere la progettualità e la programmazione per affermare la sanità di cui ha bisogno il Molise e le strutture che meglio rispondono ai bisogni ed alle necessità del suo territorio.

Un territorio eccessivamente centralizzato che sta uccidendo il Molise e crea le ragioni della sua cancellazione, proprio nel momento in cui può e deve affermare, mettendo insieme tutte le sue preziosità e peculiarità, la sua identità di piccola grande regione.

Ci rivolgiamo ai giovani, che sono l’anima di questa città e lo dimostrano con la passione per la festa di S. Pardo e altri importanti eventi, per dire che la campagna elettorale, da tempo avviata, è una straordinaria occasione per cambiare il corso tracciato e far pagare a Iorio, con la sfiducia, la colpa della prossima chiusura del Vietri, e, così, dare spazio alla discontinuità, cioè alla possibilità di avere un altro interlocutore con il quale riaprire il discorso della riapertura dell’ospedale per Larino e il suo circondario, per la sanità molisana e del Basso Molise in particolare.

Andare a votare per dire no a Iorio e anche a chi parla della necessità della sua chiusura.

Andare a votare, anche per togliere nella mente di qualche burlone la tentazione di promuovere la campagna, questa sì perdente, di non andare a votare e riconsegnare la tessera elettorale.

Come diceva un fine intenditore di manovre e di inciuci “pensare male è un peccato ma spesso si coglie la verità”.

Larino viva



«La poesia ci salverà dalla crisi eco-sentimentale»


• di Toni Jop

Che te ne sembra dell'Italia. Provare a chiederlo in giro, oggi, può essere rischioso. C'è qualcosa che va bene? Qualcosa che funziona? Qualcosa che promette positivo con decenti pezze d'appoggio? Così, devi sapere che ti azzardi a sfidare la ripetitività di una risposta piuttosto monotona: un presente avaro suggerisce instancabile “fai quello che stai facendo”, vai avanti senza porti troppe domande, sei tu il tuo scenario, la tua solitudine è la tua compagna. Dove sono i futuri radiosi, i soli dell'avvenire, una vita più dolce e più giusta? L'opportunità di iniziare questo rosario di punti di vista proprio da Enzo Jannacci, dallo “Scarp del tennis” più furente, pare una chance: perché Enzo, autore di una poetica surreale, aspro e forte nella critica sociale e politica da oltre mezzo secolo, quando picchia non lo batte nessuno. Dopo, si può solo, in teoria, risalire.

Le ha viste tutte e le ha cantate. Gli eroi più scalcinati:da Vincenzina all'Armando, dal palo nella banda dell'Ortica che “ghe vedeva un accidènt” a Bobo che si innamorò di una lente a contatto, dal ragazzo padre arrestato per atti osceni perché trovato a dormire su una panchina avvinghiato a suo figlio grande, alla Balila mangiata a pezzi dalla famiglia di un operaio. La Milano più di ringhiera, la mala più innocente, l'esclusione più atroce e profetica di “Vengo anch'io, no tu no”. Tutta roba sua, personaggi e situazioni di un cielo immenso, raccontato con la testa e col cuore, con ironia e malinconia, lungo la curva sempre elastica di un surrealismo che non si congela mai in tecnologia drammaturgica.

Enzo, ecco la verità: smentendo le attese mi piacerebbe dicessi che ciò che vedi di questo paese è bello e buono...

Dallo per fatto. Sono in quella condizione particolare che ti permette di assaporare ciò che di buono cova da sempre in Italia e tra gli italiani. E questo sapore batte il disgusto che ci affligge sovrano da troppo tempo...


Grazie, e quale sarebbe il sapore che ti conquista?

Sento che l'Italia, nonostante l'orrore degli egoismi più cinici che ci tormentano da tempo può contare su una risorsa meravigliosa: la poesia...


Stai usando parole antiche e così in disuso che chi le pronuncia può essere giudicato matto...

Sono sempre stato matto, se è per questo; ho sempre creduto a questa dote, solo che ci pensavo poco. Come se per decenni avessi creato e cantato personaggi pieni di poesia, senza rendermi pienamente conto che stavo portando a galla l'anima profonda di questo paese. Vedi, non erano invenzioni, erano persone vere, erano i poveri diavoli d'Italia. I poveri diavoli sono la parte migliore di questo paese, sono loro che lo salvano ogni volta che serve, loro che sono stati repressi, massacrati, esclusi. Questa condizione vale per tutta l'umanità, ma in Italia l'assenza di potere ha promosso un canto con ali poetiche, addirittura profetiche più dolci, struggenti, corali, forse perché la sua terra è ora dolce, ora aspra e struggente, come la sua storia.



E allora, il blues? Non è poesia, quella, scaturita da una assenza di potere?

Giusto, ma ora ascolta: in Italia c'è una quantità enorme di gente che guarda all'altra gente con amore, con interesse, con disponibilità e tutta questa gente conta nulla, poco, troppo poco e nemmeno si vede, ma c'è, ci hanno impedito di vederla, di riconoscerla ma prova a girare nei quartieri periferici di Milano, negli immensi satelliti romani, a Napoli e vedrai quanto è ancora facile comunicare, ricevere un sorriso, poter contare sul loro aiuto. Non hanno visibilità perché la loro nullità, rispetto al successo, al denaro, al potere è considerata indecente. Questa indecenza è invece la più grande cassaforte d'Italia, una ricchezza che non va in Borsa e che tocca la religiosità di questo paese...


Ti stai avvicinando a un terreno che ha tenuto occupata anche la politica in anni passati...

Se vuoi. Non sto parlando di religioni o di devozioni bigotte e serve dei potenti di turno, ma del calore popolare di una preghiera, di un canto solidale di liberazione e di impegno che risale la storia di questo paese e che si accompagna alle sue sofferenze. Questa è la religiosità che mi convince, anche personalmente, soprattutto adesso che sono vecchio...


Stai sovrapponendo Zavattini e i suoi “santi” laici al migliore cattolicesimo italiano e ai suoi santi-santi...

Esatto. E bada che quei santi sono gli stessi, alcuni hanno un nome, moltissimi altri no, ma sono sempre e solo gli ultimi, gli ultimi della terra e la “fede” è un aspetto forte della loro “resistenza” umana, non c'è contraddizione, non la vedo. Se poi, appunto, guardi la storia politica d'Italia nel dopoguerra, cos'è accaduto di diverso da questa sovrapposizione miracolosa tra la cultura social-comunista e quella cattolica non bigotta e non integralista? Mio padre era un socialista fin nelle ossa e mi ha insegnato tante cose, lo amo per questo: il senso della giustizia, dell'uguaglianza, della solidarietà, di un potere che nasce davvero dal basso, dalla comunione delle sofferenze, se vuoi da un linguaggio di classe che tuttavia apprende altri linguaggi senza rinnegare il suo, quello che le ha dato consapevolezza e organizzazione... la fede non confligge con tutto questo, non per me.


Folgorato dalla fede?

Non proprio, è un percorso coerente, mi sembra, quello che ho seguito fin qui. Ad un certo punto ho visto le cose, ho dato loro un nome e mi stava bene. Il socialismo non sta in piedi senza amore e amore è un atto di fede nell'amore... ci devi credere anche se sembra un'idiozia visto che tutto ciò che appare testimonia la sua impossibilità. Dicono bene i ricchi: l'amore è roba da poveri, bisogna essere un po' fessi e i poveri sono fessi. Quando dicono “fessi” bisogna tradurre “innocenti” e, purtroppo per chi ha il dané, anche la poesia è dei poveri, anche la profezia...



Sarà così, ma per seguire fino in fondo questa strada bisogna accertare che in Italia sia tornata l'età dell'innocenza, dei tuoi “Scarp del tennis”, a livello di massa...

Ma non vedi che proprio quel che sta accadendo nei mercati finanziari di mezzo mondo fornisce un terreno certo a questa innocenza? Impoveriti, schiacciati nei bisogni primari, con una classe media esclusa dal consumo pregiato, si allargherà a vista d'occhio la macchia dei senza potere, degli “Scarp del tennis” segnati nell'anima da un “grande amore” passato, cioè gente che scoprirà nuova sensibilità sulla sua pelle e che quando morirà, come l'eroe della mia canzone, sembrerà “nisùn” sotto il “cartùn”. Sarà più povera ma sentirà di più, si commuoverà profondamente e forse ne nascerà una nuova civiltà. Qui in Italia, sì.



(Caro Enzo, ti dedico questa strofa: “Ci basta una capanna per vivere e dormir, ci basta un po' di terra per vivere e morir”, versi di Cesare Zavattini, da “Miracolo a Milano”, regìa di Vittorio De Sica).

17 agosto 2011


16 agosto 2011

A BONEFRO, UN MONDO DA VEDERE


C’è un mondo da vedere a Bonefro, all’interno del convento recuperato nella metà degli anni ’90 e trasformato in un importante contenitore culturale di livello nazionale e internazionale.

Dopo l’inaugurazione della sala dedicata al grande pittore bonefrano Domenico Baranelli, ricavata dal recupero della vecchia chiesa che spazia su un paesaggio di colline che portano al mare, la bella mostra di fotografie di due appassionati figli di Bonefro, un paese caratteristico e particolare, di gente speciale, che vivono in Toscana.

Il primo è Guido D’Onofrio, che, dopo il diploma di perito agrario a Larino, ha iniziato a girare il mondo per lavoro, rimanendo incantato dalle meraviglie che il mondo esprime ovunque, nel bene e nel male;

Il secondo è Nicola Picchione, medico, bravissimo cardiologo a Firenze, appassionato della fotografia (solo una delle sue tante passioni), che diventa il suo modo di raccontare ad altri le sue emozioni per la propria terra, per la natura e, soprattutto, l’uomo con le sue mille contraddizioni.

La mostra, con i quadri che occupano tre delle quattro pareti interne del cortile del convento, inizia con le 45 foto di Picchione. La prima è un omaggio alla sua Bonefro innevata ed alle mamme vestite di nero, riprese di spalle, mentre (non si sa) stanno facendo la calza, o pulendo fagiolini, ceci, o, anche, solo raccontando di un passato lontano di sacrifici e di dolori, di fatiche per la casa e la campagna.

Due foto belle e significative che aprono un discorso che da Bonefro porta al Molise, a Firenze, nel Lazio e in altre regioni italiane o nel resto del mondo, in particolare nell’India raccontata da una serie di ritratti di uomini e donne vestiti di colori sgargianti a riportare quelli di una terra solcata da fiumi e corsi d’acqua. Risorse fondamentali che stanno rischiando di sparire per colpa di progetti presentati da multinazionali che vogliono accaparrarsi, per il vil denaro, l’acqua, non preoccupandosi che così cambiano, in peggio, il destino degli uomini che, non a caso, a quest’acqua hanno dato il significato della sacralità.

A seguire, senza soluzione di continuità, le foto di D’Onofrio, che riprendono aspetti dell’India per poi volare sui particolari del Nepal o del Tibet, della Bolivia o della Nigeria, della Thailandia o del Madagscar e di altri Paesi lontani che l’autore ha visitato e, in molti di essi, lavorato e vissuto.

Particolari di un fossile o di una pianta; di un paesaggio o di un tempo; di una festa o di un costume, di una terra segnata come l’argilla dopo una pioggia.

Uno straordinario mondo che vale la pena vedere in questi giorni (fino al 20 Agosto) che ancora restano dell’apertura della mostra, e, nell’occasione, avere la possibilità e il piacere di poter incontrare i due autori che, oltre a fotografare, sanno anche raccontare tutto quello che hanno visto e impressionato in una foto.

pasqualedilena@gmail.com

Molise, Piccolo tesoro

Molise, Piccolo tesoro






Ecco la descrizione del Molise fatta da Pasquale di Lena nella pubblicazione “Taste Italy” distribuita a Tallinn ai numerosi operatori commerciali, giornalisti, rappresentanti istituzionali e sportivi appassionati che hanno visitato Casa Italia Atletica.





PICCOLO TESORO







È il Molise una Regione di recente istituzione (1963), la più giovane, formata da due provincie, Campobasso e Isernia, ma che racconta una storia lunga 750 mila anni, a partire dall’insediamento paleolitico dell’Homo Aeserniensis.



È questa la terra dei Sanniti che aveva in Bojano la capitale. Antico popolo di forti e fieri guerrieri, tra i nemici più ardui della Roma imperiale, ha creato non pochi problemi e sconfitto più volte i Romani, fino alla peggiore delle umiliazioni, quando, nel 321 a. C., durante la Seconda guerra sannitica, fecero passare, nudi, consoli e soldati rimasti intrappolati presso le gole di Caudio, sotto il “giogo”, noto come Forche Caudine.



È anche la terra dei Frentani, il popolo che aveva in Larino la capitale e viveva il territorio che dal fiume Pescara, a nord, giungeva fino al Fortore, a sud, tra la Puglia e il Molise, non lontano dai luoghi teatro di strategie e di battaglie della II Guerra Punica, da dove Annibale partì prima della cruenta Battaglia di Canne.



Il Molise, oggi, è l’immagine di una farfalla colorata, a significare la sua fragilità preziosa, l’impronta di ruralità e di biodiversità impressa da genti di antiche tradizioni contadine, che hanno saputo rendere fertile una terra non facile e disegnare paesaggi d’incanto. Soprattutto là dove l’olivo si confonde con le piccole vigne, i minuti frutteti e spande ombra sui seminativi.



Una farfalla, quale simbolo di sostenibilità, stretta tra due fiumi, il Fortore ed il Trigno e protetta dal mare Adriatico, dai Monti dell’Abruzzo, dalle Mainarde, ai confini con il Lazio, dal Matese, in comproprietà con la Campania e dai Monti Dauni, che guardano da vicino il Gargano e si aprono al “Tavoliere”, la grande pianura della Puglia, seconda, per superficie, in Italia, solo a quella Padana.



Una regione ricca di acqua, con mille sorgenti e mille fonti sparse sul suo territorio, segnato al centro dal fiume Biferno, come tratto di congiunzione tra il Matese e il mare Adriatico che lo accoglie, con non lontane le stupende diomedee, le isole Tremiti, paradiso soprattutto per gli appassionati di pesca subacquea.



Per millenni, teatro, con i suoi tratturi, della Transumanza, l’andata e ritorno dei greggi e delle mandrie alla ricerca dei pascoli, è, da sempre, terra di passaggio, cerniera tra il nord ed il sud dell’Adriatico, che, da qui, guarda da vicino i Balcani. Lungo i tratturi, percorsi di antiche civiltà, di scambi culturali e commerciali, lo sviluppo dei suoi centri, molti dei quali piccoli e deliziosi borghi posti sulla sommità di un colle, come a dominare la campagna circostante, quasi sempre colorata di un verde dalle tonalità particolari, che non è possibile riscontrare altrove.



La varietà di ambienti caratterizzati da elevata biodiversità e da paesaggi straordinariamente belli, fa pensare, più che ad una Regione, ad una Città giardino da salvaguardare e tutelare.



Un ricco patrimonio di storia e di cultura, di arte e di tradizioni, tra le quali quella di una cucina che, grazie alla disponibilità dei prodotti della sua agricoltura, dei suoi allevamenti e del suo mare ed alla diversità di ambienti e influenze culturali, esprime una infinità di piatti che rendono preziosa la tavola imbandita, ancora centro di dialogo e di conversazione.































LA TRADIZIONE DEI SAPORI







Terra di olivi e di viti, come pure di farro e di altri cereali, tant’è che, sulle colline ventilate e le ristrette pianure che arrivano al mare, prevalgono i seminativi a grano duro. Il grano più ricercato e più noto, quello che, qui, ha alimentato molini e pastifici, facendo di Campobasso una delle capitali della pasta in Italia. Questo grazie anche alla presenza di aziende conosciute ed apprezzate nel mondo per la bontà di un prodotto, che è stato e sarà sempre più emblema del mangiare italiano.



Terra, quindi, di sapori e di profumi, con l’olio extravergine di oliva “Molise” Dop a fare da filo conduttore della gustosa cucina molisana. Quella di mare, che ha la fortuna di un particolare pescato; quella dell’interno, fortemente segnata dalla transumanza che, di anno in anno, la alimentava e arricchiva di conoscenze e saperi, anche là dove era più difficile lo scambio dei prodotti e della cultura, attraverso le mani sapienti e svelte delle donne molisane.



I protagonisti dell’agroalimentare regionale sono i formaggi, in primis il Caciocavallo Silano Dop. Il Molise, terra di transumanza, ha nella produzione dei latticini una antica tradizione. Il sostantivo “Silano” è legato all’altopiano della Sila, in Calabria, altra zona di produzione insieme alla Puglia e alla Campania. Accanto, due Dop, la Mozzarella di Bufala Campana e la sua compagna di sempre, la Ricotta di Bufala Campana, delizie prodotte esclusivamente con latte intero di bufala, il cui territorio di riferimento è, soprattutto, quello delle Province di Caserta e Salerno e, nel Molise, il Comune di Venafro, in provincia di Isernia.



Invece, tra i prodotti a base di carne, spiccano i Salamini Italiani alla Cacciatora Dop e tra, le carni fresche, il Vitellone Bianco dell'Appennino Centrale Igp, due riconoscimenti interregionali prodotti anche in alcune regioni a nord del Molise.



Ambasciatore di questa piccola Regione è, però, l’olivo, che ha trovato, qui, l’habitat di crescita ideale secoli prima dell’era cristiana ed ha segnato, con l’olio di Venafro, noto come “liciniano”, in onore del patrizio romano Marco Licinio, che, sin dal IV sec. a. C., introdusse questa pianta nella città posta ai confini con la Campania ed il Lazio, la storia della qualità dell’olio italiano, con la sua enorme fama nel periodo della Roma Imperiale. Oggi, con l’olio extravergine di oliva “Molise” Dop, prodotto principalmente con una delle varietà autoctone più quotate, la “Gentile di Larino”, diffusa maggiormente sulle colline che guardano il mare Adriatico, l’olio molisano prova a rilanciare l’antica fama. A questo olio straordinario si affiancano i tre vini Doc “Biferno”, “Pentro di Isernia o Pentro” e “Molise” e due Igt, “Osci o Terre degli Osci”, nel territorio della provincia di Campobasso e “Rotae”, in quello della provincia di Isernia. Ma a svolgere il ruolo di grande protagonista è la “Tintilia o Tintiglia”, il vino derivato dalle uve del vitigno omonimo, qui acclimatato da secoli, che gli esperti giudicano di grande spessore qualitativo per i suoi peculiari caratteri organolettici. Grazie a loro e grazie anche ad una schiera di giovani produttori, questo vino è diventato un trascinatore degli altri vini molisani, dando ad essi l’immagine alta della qualità e della tipicità.







PRODOTTI







DOP



Caciocavallo Silano



Mozzarella di Bufala Campana



Ricotta di Bufala Campana



Salamini Italiani alla Cacciatora



Olio Extravergine di Oliva “Molise”







IGP



Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale







VINI







DOC



Biferno



Molise o Del Molise



Pentro di Isernia o Pentro



Tintilia del Molise







IGT



Osco o Terre degli Osci



Rotae

















Ecco la descrizione del Molise fatta da Pasquale di Lena nella pubblicazione “Taste Italy” distribuita a Tallinn ai numerosi operatori commerciali, giornalisti, rappresentanti istituzionali e sportivi appassionati che hanno visitato Casa Italia Atletica.

PICCOLO TESORO

È il Molise una Regione di recente istituzione (1963), la più giovane, formata da due provincie, Campobasso e Isernia, ma che racconta una storia lunga 750 mila anni, a partire dall’insediamento paleolitico dell’Homo Aeserniensis.
È questa la terra dei Sanniti che aveva in Bojano la capitale. Antico popolo di forti e fieri guerrieri, tra i nemici più ardui della Roma imperiale, ha creato non pochi problemi e sconfitto più volte i Romani, fino alla peggiore delle umiliazioni, quando, nel 321 a. C., durante la Seconda guerra sannitica, fecero passare, nudi, consoli e soldati rimasti intrappolati presso le gole di Caudio, sotto il “giogo”, noto come Forche Caudine.

È anche la terra dei Frentani, il popolo che aveva in Larino la capitale e viveva il territorio che dal fiume Pescara, a nord, giungeva fino al Fortore, a sud, tra la Puglia e il Molise, non lontano dai luoghi teatro di strategie e di battaglie della II Guerra Punica, da dove Annibale partì prima della cruenta Battaglia di Canne.

Il Molise, oggi, è l’immagine di una farfalla colorata, a significare la sua fragilità preziosa, l’impronta di ruralità e di biodiversità impressa da genti di antiche tradizioni contadine, che hanno saputo rendere fertile una terra non facile e disegnare paesaggi d’incanto. Soprattutto là dove l’olivo si confonde con le piccole vigne, i minuti frutteti e spande ombra sui seminativi.

Una farfalla, quale simbolo di sostenibilità, stretta tra due fiumi, il Fortore ed il Trigno e protetta dal mare Adriatico, dai Monti dell’Abruzzo, dalle Mainarde, ai confini con il Lazio, dal Matese, in comproprietà con la Campania e dai Monti Dauni, che guardano da vicino il Gargano e si aprono al “Tavoliere”, la grande pianura della Puglia, seconda, per superficie, in Italia, solo a quella Padana.

Una regione ricca di acqua, con mille sorgenti e mille fonti sparse sul suo territorio, segnato al centro dal fiume Biferno, come tratto di congiunzione tra il Matese e il mare Adriatico che lo accoglie, con non lontane le stupende diomedee, le isole Tremiti, paradiso soprattutto per gli appassionati di pesca subacquea.

Per millenni, teatro, con i suoi tratturi, della Transumanza, l’andata e ritorno dei greggi e delle mandrie alla ricerca dei pascoli, è, da sempre, terra di passaggio, cerniera tra il nord ed il sud dell’Adriatico, che, da qui, guarda da vicino i Balcani. Lungo i tratturi, percorsi di antiche civiltà, di scambi culturali e commerciali, lo sviluppo dei suoi centri, molti dei quali piccoli e deliziosi borghi posti sulla sommità di un colle, come a dominare la campagna circostante, quasi sempre colorata di un verde dalle tonalità particolari, che non è possibile riscontrare altrove.

La varietà di ambienti caratterizzati da elevata biodiversità e da paesaggi straordinariamente belli, fa pensare, più che ad una Regione, ad una Città giardino da salvaguardare e tutelare.

Un ricco patrimonio di storia e di cultura, di arte e di tradizioni, tra le quali quella di una cucina che, grazie alla disponibilità dei prodotti della sua agricoltura, dei suoi allevamenti e del suo mare ed alla diversità di ambienti e influenze culturali, esprime una infinità di piatti che rendono preziosa la tavola imbandita, ancora centro di dialogo e di conversazione.

LA TRADIZIONE DEI SAPORI

Terra di olivi e di viti, come pure di farro e di altri cereali, tant’è che, sulle colline ventilate e le ristrette pianure che arrivano al mare, prevalgono i seminativi a grano duro. Il grano più ricercato e più noto, quello che, qui, ha alimentato molini e pastifici, facendo di Campobasso una delle capitali della pasta in Italia. Questo grazie anche alla presenza di aziende conosciute ed apprezzate nel mondo per la bontà di un prodotto, che è stato e sarà sempre più emblema del mangiare italiano.
Terra, quindi, di sapori e di profumi, con l’olio extravergine di oliva “Molise” Dop a fare da filo conduttore della gustosa cucina molisana. Quella di mare, che ha la fortuna di un particolare pescato; quella dell’interno, fortemente segnata dalla transumanza che, di anno in anno, la alimentava e arricchiva di conoscenze e saperi, anche là dove era più difficile lo scambio dei prodotti e della cultura, attraverso le mani sapienti e svelte delle donne molisane.
I protagonisti dell’agroalimentare regionale sono i formaggi, in primis il Caciocavallo Silano Dop. Il Molise, terra di transumanza, ha nella produzione dei latticini una antica tradizione. Il sostantivo “Silano” è legato all’altopiano della Sila, in Calabria, altra zona di produzione insieme alla Puglia e alla Campania. Accanto, due Dop, la Mozzarella di Bufala Campana e la sua compagna di sempre, la Ricotta di Bufala Campana, delizie prodotte esclusivamente con latte intero di bufala, il cui territorio di riferimento è, soprattutto, quello delle Province di Caserta e Salerno e, nel Molise, il Comune di Venafro, in provincia di Isernia.
Invece, tra i prodotti a base di carne, spiccano i Salamini Italiani alla Cacciatora Dop e tra, le carni fresche, il Vitellone Bianco dell'Appennino Centrale Igp, due riconoscimenti interregionali prodotti anche in alcune regioni a nord del Molise.
Ambasciatore di questa piccola Regione è, però, l’olivo, che ha trovato, qui, l’habitat di crescita ideale secoli prima dell’era cristiana ed ha segnato, con l’olio di Venafro, noto come “liciniano”, in onore del patrizio romano Marco Licinio, che, sin dal IV sec. a. C., introdusse questa pianta nella città posta ai confini con la Campania ed il Lazio, la storia della qualità dell’olio italiano, con la sua enorme fama nel periodo della Roma Imperiale. Oggi, con l’olio extravergine di oliva “Molise” Dop, prodotto principalmente con una delle varietà autoctone più quotate, la “Gentile di Larino”, diffusa maggiormente sulle colline che guardano il mare Adriatico, l’olio molisano prova a rilanciare l’antica fama. A questo olio straordinario si affiancano i tre vini Doc “Biferno”, “Pentro di Isernia o Pentro” e “Molise” e due Igt, “Osci o Terre degli Osci”, nel territorio della provincia di Campobasso e “Rotae”, in quello della provincia di Isernia. Ma a svolgere il ruolo di grande protagonista è la “Tintilia o Tintiglia”, il vino derivato dalle uve del vitigno omonimo, qui acclimatato da secoli, che gli esperti giudicano di grande spessore qualitativo per i suoi peculiari caratteri organolettici. Grazie a loro e grazie anche ad una schiera di giovani produttori, questo vino è diventato un trascinatore degli altri vini molisani, dando ad essi l’immagine alta della qualità e della tipicità.

PRODOTTI

DOP

Caciocavallo Silano
Mozzarella di Bufala Campana
Ricotta di Bufala Campana
Salamini Italiani alla Cacciatora
Olio Extravergine di Oliva “Molise”


IGP
Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale


VINI

DOC

Biferno
Molise o Del Molise
Pentro di Isernia o Pentro
Tintilia del Molise

IGT

Osco o Terre degli Osci
Rotae










































Puglia, là dove nasce il sole

 Ecco la descrizione della regione Puglia fatta da Pasquale di Lena nella pubblicazione “Taste Italy” distribuita a Tallinn ai numerosi operatori commerciali, giornalisti, rappresentanti istituzionali e sportivi appassionati che hanno visitato Casa Italia Atletica.

“È la Regione italiana che guarda più da vicino l’Oriente, avendo di fronte, sull’altra sponda dell’Adriatico, la parte sud della Croazia, il Montenegro e l’Albania.

Parte, a Nord, dal Molise, all’altezza del torrente Saccione, per attraversare, in direzione sud, il Fortore, poco lontano dai laghi di Lesina e Varano, all’inizio del promontorio del Gargano, noto anche come lo Sperone d’Italia.

Un unicum paesaggistico-ambientale, oggi Parco Nazionale, di colline e monti, coste frastagliate, lagune e zone umide; canaloni e corsi d’acqua, molti dei quali sotterranei per la presenza di doline; inghiottitoi e grotte; agrumeti e oliveti a segnare, con i boschi, un’oasi di biodiversità naturale, e, insieme, culturale per i caratteri propri di questo singolare, fantastico e, per molti aspetti, incredibile territorio. Il Gargano, è tra il mare e il Tavoliere delle Puglie, la seconda pianura, in Italia, per estensione, dopo quella Padana, luogo di intensi e continui pellegrinaggi di fedeli di S. Pio, a San Giovanni Rotondo, e di San Michele Arcangelo nel Santuario di Monte Sant’Angelo all’interno della grotta dove l’Arcangelo è apparso per la prima volta nel V sec. d. C..

Lasciato il Gargano, la Puglia continua a distendersi con la sua pianura, segnata a occidente dai Monti Dauni e poi da un altipiano carsico, molto esteso, di forma quadrangolare, le Murge.

Dopo la Provincia di Foggia, quella di Barletta-Andria-Trani, di recente costituzione, e, quella di Bari, il capoluogo regionale, e, poi, ancora a scendere, la Provincia di Brindisi, la porta dell’oriente, lungo il Mare Adriatico che, all’altezza del Canale di Otranto, in Provincia di Lecce, va a confondersi con il più piccolo dei mari del bacino del Mediteraneo, lo Jonio.

Tra questi due mari, l’Adriatico e lo Jonio, fino al Golfo di Taranto, altra città capoluogo di Provincia, quella lingua di terra che è il Salento, là dove si balla al ritmo della “Taranta”, a significare, insieme alla tradizione e diffusione, in tutta la Regione, di famose bande musicali, l’antica passione per la musica.

Nell’insieme un mare di olivi, ancora molti quelli secolari, i “Giganti” o i Patriarchi”, che danno all’oliveto più grande d’Italia un carattere paesaggistico-produttivo-culturale, stupendo, davvero particolare.

È questa la Puglia, una Regione sospesa tra il cielo, il mare e il verde del suo territorio, che colpisce lo sguardo con la sua intensa luminosità, di giorno come di notte, al sole ed alla luna.

Una luminosità che rimane impressa nella memoria del visitatore al pari di altre incantevoli peculiarità, quali la intensità del paesaggio segnato, oltre che da olivi, mandorli e vigne, anche da un’agricoltura intensiva e varia di frutta e di ortaggi; dalla ricchezza di siti archeologici; lo splendore delle sue città e dei suoi centri minori così ricchi di palazzi dalla particolare architettura, castelli, chiese e cattedrali di assoluto valore, torri, dolmen e trulli, bianchi come le case.

Un insieme di luoghi significativi, di intensa bellezza, unici, che sono in grado di raccontare la storia e la cultura di millenni, a partire dalla preistoria, che la sepoltura di una donna e del suo feto (La Delia di Ostuni ), risalente a 25 mila anni fa, testimonia grandemente.


I COLORI DEI PROFUMI E DEI SAPORI

La Puglia è anche una grande tavola tra le più ricche e varie della nostra Italia, che ti incanta con i suoi colori. i suoi profumi ed i suoi sapori, delicati e forti come l’animo della gente che la abita.
Una terra che ha nella memoria l’antico rito della transumanza, che qui inizia e finisce nel suo andare e tornare dall’Abruzzo attraverso il Molise.
Sta qui quella ricchezza che riporta all’antica tradizione dell’arte casearia, che ancora si può trovare con le sue bontà uniche, quali il Canestrato Pugliese Dop, la Burrata, che da sola merita un viaggio in questa Regione che i trulli raccontano con le loro pietre e quelle dei muri che delimitano le proprietà.
La Burrata porta direttamente in quella splendida città che è Andria, una vera capitale dell’olio, con il suo Castel del Monte, la fortezza ottagonale voluta dal grande Federico II, che dal 1936 è nell’elenco dei monumenti nazionali e, oggi, patrimonio dell’umanità con il riconoscimento, nel 1996, dell’UNESCO.
Ma la Puglia è l’olio dei suoi olivi, le fave e i ceci; la pasta nei suoi più svariati formati, soprattutto delle orecchiette (quelle più grandi note come “srtascenate”) e delle lagane (tagliatelle), prodotte dalle abili mani delle donne pugliesi; i prodotti da forno come il Pane di Altamura Dop, insieme alla focaccia o schiacciata; le verdure di campo; i latticini sopra citati; la ricca varietà di pescato alla quale aggiungere le anguille di Lesina e le cozze di Varano e Taranto, per una saporita, gustosa cucina marinara.
In pratica, un intreccio di profumi e di sapori colorati che fa da filo conduttore della cucina pugliese, che è parte, con tutte le variazioni da Nord a Sud-Est, dal Gargano alla punta del Tacco, il Salento, nel mezzo di due mari, delle più antiche tradizioni ed espressione alta del territorio, insieme alla storia ed alla cultura, ai paesaggi splendenti di questa Regione.
Per testimoni due piatti: le orecchiette con cime di rapa, che il mondo ha imparato a conoscere al pari di fave e cicoria, l’altro piatto che riporta alla semplicità ed essenzialità di una cucina espressione autentica della Dieta Mediterranea.
Insieme agli olivi, testimoni altrettanto importanti sono le viti, con la più grande vigna di uve da tavola, così ricercate sui mercati del mondo per la loro bontà, e quella che produce vini bianchi delicati e particolari; rossi corposi e dalla grande personalità; magnifici rosati, soprattutto nel Salento, e, “dulcis in fundo” vini “dolci naturali” dai delicati profumi se invecchiati, come l’Aleatico e il Moscato di Trani, entrambi Doc, che solo i distratti possono dimenticare.

PRODOTTI

DOP
Caciocavallo Silano
Canestrato Pugliese
Olio Extra Vergine di Oliva “Collina di Brindisi”
Olio Extra Vergine di Oliva “Dauno”
La Bella della Daunia
Mozzarella di Bufala Campana
Pane di Altamura
Ricotte di Bufala Campana
Olio Extra Vergine di Oliva “Terra di Bari”
Olio Extra Vergine di Oliva “Terra d’Otranto”
Olio Extra Vergine di Oliva “Terre Tarentine”

IGP

Arancia del Gargano
Clementine del Golfo di Taranto
Limone Femminiello del Gargano

VINI

DOC
Aleatico di Puglia
Alezio
Brindisi
Cacc’e mitte di Lucera
Castel del Monte
Colline Joniche Tarantine
Copertino
Galatina
Gioia del Colle
Gravina
Leverano
Lizzano
Locorotondo
Martina o Martina Franca
Matino
Moscato di Trani
Nardò
Orta Nova
Ostuni
Primitivo di Manduria
Rosso Barletta
Rosso Canosa
Rosso di Cerignola
Salice Salentino
San Severo
Squinzano

IGT

Daunia
Murgia
Puglia
Tarantino
Salento
Valle d’Itra”





7 agosto 2011

NELLA TERRA DELL’ORO

Ecco la descrizione di Pordenone e della regione Friuli Venezia Giulia fatta da Pasquale di Lena nella pubblicazione “Taste Italy” distribuita a Tallinn ai numerosi operatori commerciali, giornalisti, rappresentanti istituzionali e sportivi appassionati che hanno visitato Casa Italia Atletica.
Pordenone sa sorprendere. Terra di passaggio di popoli e tradizioni, si offre al turista con paesaggi inconsueti, borghi nascosti, centri storici affascinanti, acque cristalline, montagne incontaminate.

Un caleidoscopio di opportunità, al quale si aggiungono importanti eventi in ambito culturale e sportivo, nel rispetto di una natura spesso incantata e nella valorizzazione di una specificità invidiabile.
Proporre una visita in provincia di Pordenone è un invito diretto a conoscere la storia delle nostre città e dei paesi, ma soprattutto condividere il clima di sereno “star bene”, di operosità, di ricerca del nuovo, di rarefatta semplicità che caratterizza le nostre genti.
Pordenone scrive la sua storia sul lavoro, sull’artigianato, sull’industrializzazione. È grazie a questo sviluppo e ad un gran numero di imprese nate come piccole realtà locali - oggi sinonimo di eccellenza internazionale - che solo quarant’anni fa diventa capoluogo di provincia ricevendo una meritata identità ed autonomia. L’incessante crescita permette di tracciare rotte nuove verso il mondo, facendo dell’esportazione uno dei punti di forza della provincia a livello regionale.
Allo stesso tempo il dialogo tra le genti, gli scambi economici e le conseguenti contaminazioni culturali hanno fatto sì che questa terra caratterizzi la propria quotidianità nella convivenza, nello stare insieme, nel confronto continuo. I pordenonesi sanno relazionarsi con il mondo ed essere ospitali.

A tavola l’enogastronomia fonde i propri sapori e profumi in una cucina rustica, di territorio e tuttavia aperta alle contaminazioni di una terra di confine, regalando piatti ricchi di tradizione, cibi rivisitati e attualizzati che sanno conquistare per la loro semplicità e genuinità.
I palazzi antichi, le calli, le chiese, i monumenti ed i lunghi portici sorprendono il turista più attento regalando eleganti architetture, impreziosite anche di opere d’arte, dipinti e affreschi.
A dominare sull’intera provincia è il massiccio del Monte Cavallo visibile a distanza, che dà un senso di certezza e di protezione ed abbraccia tutta la provincia. Cime che sanno regalare momenti di svago sia d’estate che d’inverno. A scendere, splendide insenature create dalle onnipresenti acque e via via paesini e borghi inframmezzati da una rigogliosa campagna, antica madre dell’economia pordenonese.
Pordenone insieme a Udine, Gorizia e Trieste compone la regione Friuli Venezia Giulia, “Terra fortunata”, come l’ha definita Fred Plotkin, uno dei più noti scrittori e critici enogastronomici americani, nel suo libro di successo “Italy for the Gourmet Traveller”. Una regione che fa da cerniera tra l’Italia e l’Europa, in particolare quella del nord che si apre verso oriente. Una porta importante - per questo suo essere terra di confine - che, lungo la fascia nord-est delle Alpi Carniche e Giulie, apre all’Austria ed alla Slovenia.



All’ombra delle Prealpi Carniche si apre la vasta pianura segnata dalle Grave, sassi e ghiaia dei letti dei fiumi, che segnano le province di Pordenone e Udine, mentre dalle ultime pendici delle Prealpi Giulie, lungo il confine con la Slovenia, parte la fascia collinare che si distende, in direzione sud, nei Colli Orientali, per riprendere, dopo uno stacco, con le dolci gobbe del Collio.

Uno spettacolo di boschi e di vigne, che si legano alla vasta pianura che porta al mare, là dove si confonde con le sabbie dorate dell’Adriatico. Ambienti e paesaggi unici, diversi e particolari per la loro bellezza e il clima, mite come la gente ospitale che vi abita.
IL GUSTO DELLA TRADIZIONE

Per questo suo essere parte di una terra che, da millenni, è luogo di incontro di mondi diversi, come quello latino, germanico e slavo e, insieme, di scambi commerciali e culturali, Pordenone raccoglie nella sua cucina - straordinaria fonte, come tutte le cucine, di cultura materiale - i valori e le risorse del suo fertile territorio.

Una campagna ricca di viti, ortaggi e cereali e, non da meno, una montagna - straordinario contenitore di ricche tradizioni - in grado di offrire tutti gli ingredienti di una cucina molto semplice e particolare che non si stacca da quella di Udine e, viceversa, si arricchisce anche di fantasia e di accostamenti delle tradizioni delle regioni limitrofe, in particolare il Veneto, con la polenta abbinata a verdure, fagioli, salumi e mescolata con il latte per dare una serie di piatti come la Zuppa Zuf (zucca e farina di mais con latte e burro); la Mesta (polenta e fagioli); il Paparot (polenta e spinaci); il Muset, cotechino di stinco, muso e cotenne di maiale, che si accompagna magnificamente al sapore agrodolce della Brovada (rapa fermentata assai simile ai crauti) o alla salsa di cren.

Non si può non citare un piatto simbolo di questa regione come il Frico, una pietanza di origine carnica, nata come possibilità di recupero di scarti di formaggio che, sciolto in padella, è, oggi, un piatto della festa, usato non solo come antipasto, ma anche come secondo, accompagnato da polenta leggera e morbida.

Un paniere pieno di prodotti come mais, formaggi, orzo, grano saraceno, legumi minori e, ancora, erbe selvatiche e le verdure dell’orto. Poi, gli animali domestici e la selvaggina, con l’arte dell’affumicatura per la loro conservazione e i pesci di acqua dolce, tra i quali il ricercato e pregiato temolo e il mitico e raro storione.

Insieme a due prosciutti, entrambi della provincia di Udine, il Prosciutto di San Daniele Dop, e l’altro, di recente riconoscimento Igp, il Prosciutto di Sauris, dal delicato profumo e con leggero sentore di affumicato, spicca, tra i prodotti a base di carne, un particolare salume, insaccato e polpetta di carne insieme, e, a seconda delle Valli Pordenonesi (Tramontina, Valcellina e Val Colvera) e la conciatura delle carni, prende il nome di la Peta, Petina o Pitina, Pituccia. Prodotta con carne di selvaggina, ovi-caprina, maiale e manzo, viene conciata con erbe aromatiche e spezie varie, per essere pressata e passata nella farina di mais e poi posta nell’affumicatoio. Una vera delizia sia se mangiata cruda, a fettine, che cotta nell’aceto e servita con la polenta rosolata nel burro e cipolla, oppure aggiunta nel minestrone di patate o fatta al Cao, cioè cotta nel latte di vacca appena munto o, anche, cucinata con Montasio Dop.

Un formaggio a pasta dura, cotta, prodotto con latte di vacca dal sapore delicato quando è fresco, deciso ed aromatico quando è stagionato. Una delizia che fa immagine alle eccellenze che danno primati all’Italia.
Di particolare gusto altri due formaggi come l’àsin (formaggio a pasta morbida e cremosa) e quello tal cit (formaggio a pezzettini, coperto da latte, panna ed aromi e quindi mescolato fino a formare una crema densa, che veniva posta nel cit, caratteristico vaso di pietra).

Per i vini, la Doc “Friuli Grave”, con la sua vasta gamma di tipologie a base di noti vitigni che il mondo conosce, compreso un bianco, il Friulano” (già Tocai), si pone, con oltre il 50% della produzione, al primo posto tra le Denominazioni regionali. Quelli delle varietà a bacca bianca si presentano freschi, fruttati ed eleganti; i rossi armonici e profumati da giovani, pieni e strutturati se invecchiati.


DOP
Montasio
Salamini Italiani alla Cacciatora

VINI

DOCG
Lison

DOC
Friuli Grave
Lison-Pramaggiore
Prosecco

IGT
Alto Livenza
Delle Venezie
Venezia Giulia





6 agosto 2011

RIETI, UMBILICUS ITALIAE

06/08/2011  Rieti, Umbelicus ItaliaeEcco la descrizione del territorio reatino fatta da Pasquale di Lena nella pubblicazione “Taste Italy” distribuita a Tallinn ai numerosi operatori commerciali, giornalisti, rappresentanti istituzionali e sportivi appassionati che hanno visitato Casa Italia Atletica


Questo “centro d’Italia”, ogni anno, da quarant’anni, a cavallo dei mesi di agosto e settembre, torna ad essere, con la organizzazione di uno dei più importanti meeting di atletica leggera, tappa del nuovo circuito internazionale IAAF World Challenge, la capitale italiana dell’Atletica.

Una fama che si arricchirà di nuova immagine con lo svolgimento dei Campionati Europei Juniores 2013. Una stupenda occasione per conoscere una incantevole cittadina, tutta da vedere e da gustare, che il grande Marco Terenzio Marrone, uno dei suoi figli più illustri insieme con l’Imperatore Flavio Vespasiano, definì, nel I° sec. a. C., con l’appellativo “Umbelicus Italiae”.

A testimonianza di questa sua notorietà, che dura da millenni, una targa in marmo affissa nella piazzetta San Rufo, il punto in cui si intersecano gli assi geografici che la rendono centro d’Italia.

Reate, l’antica capitale, il nome che riporta a Rea Silvia la madre di Romolo e Remo e, con essa, al popolo dei Sabini, che ha impresso il carattere delle genti di questa piccola e deliziosa terra, considerata “madre” per il suo ruolo determinante nella nascita e nello sviluppo della romanità.

Oggi, come quando rappresentava il cuore della Sabina, Rieti è posta all’estremità di una pianura ampia, fertile, formatasi con il prosciugamento, ai tempi dei romani, del Lacus Velinus, verificatosi subito dopo l’apertura di un varco che ha dato origine alla Cascata delle Marmore, in provincia di Terni.

All’ombra del Terminillo, lontana solo 70 chilometri da Roma e, come tale, facile da raggiungere, Rieti è nota anche come “città giardino” per il verde che la colora in ogni dove, in particolare lungo il corso del Velino, il fiume che l’attraversa, con le sue acque trasparenti, poco dopo aver incrociato la strada consolare Salaria, l’antica via del sale, la quarta costruita in ordine di tempo, che collegava, e collega, Roma con l’Adriatico.

Ancora oggi Rieti raccoglie, entro le monumentali mura del XII e XIV secolo, la sua ricca storia, il suo passato e, in particolare, i suoi sei gruppi teatrali, tra i quali quello considerato fra i più belli d’Italia, il Teatro Comunale Flavio Vespasiano, uno splendore unico di architettura e un vero gioiello di acustica. Un teatro, ma anche una stupenda galleria d’arte, un luogo davvero magico che merita di essere visto e frequentato almeno una volta.

È Rieti la città capoluogo della più piccola delle cinque Province del Lazio, al centro di un territorio ricco di cultura, di monumenti, di borghi, di torri, di rocche, di conventi e di abbazie, tra le quali spicca quella di Farfa, del V sec. d.C., la più importante Abbazia benedettina, dal 1928 Monumento Nazionale, che, ancora oggi, esprime tutto il fascino della spiritualità e il ruolo di grande centro di cultura, con i suoi codici e una delle Biblioteche più fornite, ben 45.000 volumi.

Attraverso “Il cammino di Francesco”, nella Valle Santa, terra eletta a dimora dal poverello di Assisi, è possibile visitare i quattro santuari da lui edificati e, in uno di essi, posto in località la Foresta, trovare la stesura, nel 1226, de “Il Cantico delle Creature”, una lode a Dio, alla vita.

Un cammino che permette di godere la bellezza di paesaggi unici con montagne e colline, numerosi laghi naturali e artificiali, fiumi piccoli e grandi che segnano aree protette e riserve naturali e la bontà dei profumi e dei sapori. Oltre al Terminillo, la sua montagna per eccellenza, nota stazione sciistica, il Massiccio della Duchessa e le 14 cime oltre i 2.000 m. dei Monti della Laga.

Dal 1971, a cavallo dei mesi di agosto e settembre, Rieti è la capitale italiana dell’Atletica per essere sede di uno dei più importanti meeting di atletica leggera, tappa del nuovo circuito internazionale IAAF World Challenge.








OLIO “SABINA” DOP E SPAGHETTI ALLA AMATRICIANA


Rieti, grazie alla varietà dei territori, alla bontà dei prodotti di una terra incontaminata ed alla maestria delle donne, esprime, con la sua provincia, tradizioni culinarie molto interessanti e una cucina ricca di piatti, tra i quali spicca quello che, insieme a molti altri di altre regioni, onora la cucina italiana e rafforza l’immagine del Made in Italy, gli “Spaghetti alla Amatriciana”.

Dedicati al paese che confina con l’Abruzzo, deve la sua fama alle donne che hanno diffuso questa cultura nelle case della nobiltà romana, fino a farla diventare un patrimonio della ristorazione romana e, con essa, del mondo.

Ma è l’olio, da sempre, il filo conduttore della tavola reatina, sicuramente dal VI-VII secolo a.C., con i ritrovamenti di semi di olivi nei resti dell’antica Cures, sulla via Salaria, nella Sabina tiberina, sul colle a sud di Fara, citata da Cicerone, da Virgilio e altri scrittori dell’antica Roma anche per essere stata la città natale del primo e del quarto re di Roma, Numa Pompilio e suo nipote Anco Marzio.

Non lontano dai resti di Cures si trova uno dei millenari olivi, ancora oggi in piena vegetazione, come gli olivastri di Luras in Sardegna e i tanti “Patriarchi” che rendono magica la nostra stupenda Italia.

Chi scrive, presente alla prima audizione pubblica, ha avuto la fortuna di essere stato testimone del riconoscimento dell’Olio Extravergine di Oliva Sabina Dop. Un riconoscimento che ha fatto di quest’olio l’inizio di un percorso che oggi registra 39 oli Dop e 1 Igp, a dimostrazione della ricchezza produttiva e qualitativa dell’olivicoltura italiana.

L’olio Sabina Dop, ottenuto da una miscela di varietà autoctone che danno un buon fruttato ed un sapore armonico, vellutato, con caratteri organolettici che esprimono la sua bontà e peculiarità premiata anche dai consumatori, è insieme al valore storico, paesaggistico e culturale del suo territorio, il vero “genius loci” della Sabina madre.

Terra di transumanza, che riporta alla pastorizia, un’altra delle fonti principali delle sue tradizioni e di latticini e formaggi, ha nella Ricotta Romana Dop, che si produce anche nel resto della regione Lazio e nella delicatezza del delizioso “Fiore molle” di Leonessa, un pecorino aromatizzato allo zafferano, la preziosa spezia ottenuta dalla tostatura degli stigmi del fiore del Crocus sativus, la “polvere d’oro” che riporta al vicino Abruzzo, l’espressione alta dell’arte casearia,

Senza dimenticare l’altra eccellenza Igp del Lazio, l’Abbacchio Romano, che proprio in provincia di Rieti, soprattutto sui prati-pascolo naturali estesi sul Terminillo, si nutre di latte dalle ricche peculiarità qualitative.

Un numero alto di primi e di secondi completano l’offerta culinaria di questo territorio, con gli Spaghetti alla Amatriciana già citati, ma, anche, quelli alla carrettiera o le Stracciatelle in brodo; gli Strengozzi alla reatina; la Porchetta, famosa quella di Poggio Bustone; l’Abbacchio in guazzetto. Per chiudere in dolcezza, la Copeta, miele tra due foglie di alloro e i Terzetti alla reatina, non dimenticando le tre tipologie del vino Doc “Colli della Sabina”, un bianco a base di Trebbiano e Malvasia; un rosso e un rosato a base di Sangiovese e Montepulciano, i vitigni più rappresentativi del vigneto Italia.


PRODOTTI
DOP
Ricotta Romana
Oli Extravergine di Oliva “Sabina”
Pecorino Romano
Salamini Italiani alla Cacciatora

IGP
Mortadella Bologna
Abbacchio Romano
Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale

VINI
DOC
Colli della Sabina

IGT
Lazio





4 agosto 2011

I “VINI BUONI D’ITALIA” 2012 DEL MOLISE

pasqualedilenainforma


Per capire il valore del successo ottenuto da tre vini molisani, “Gironia rosso” 2005, “Macchiarosa” 2009 e “Don Luigi”2009, bisogna spiegare il soggetto che ha onorato i primi due del massimo riconoscimento, la “Corona”, e l’altro della “Stella”, un riconoscimento non meno significativo per questa guida.

Il soggetto è il Touring Club Italiano, protagonista con la sua Guida “Vini buoni d’Italia”, voluta dall’allora direttore editoriale della casa editrice, Michele D’Innella, un nostro caro amico con il quale abbiamo collaborato molto, prematuramente scomparso nel 2009, sostituito da un altro amico, Alberto Dragone con il quale abbiamo prodotto “Il Paese del Vino” e altre interessanti pubblicazioni dell’Enoteca Italiana di Siena.

Questo per dire che “Vini Buoni d’Italia” è una guida a noi personalmente cara, oltre che importante per essere l’unica dedicata ai Vitigni autoctoni italiani diffusi in Italia almeno da 300 anni. I tanti vitigni che sono a testimoniare la ricchezza di una biodiversità del vigneto Italia esteso, senza soluzioni di continuità, in lungo e in largo di questa nostra Italia, l’amata “Enotria Tellus” così come la conoscevano i coloni giunti dalla Grecia tanti secoli fa.

Si conoscono i risultati solo delle corone e delle stelle assegnate, non ancora quelli di “I vini da non perdere” che la guida deve ancora comunicare.

Ebbene dei 25.000 vini degustati da oltre 80 degustatori sparsi in tutt’Italia, sono stati recensiti ben 4.000 di 1090 aziende, di cui 247 quelli che hanno ricevuto la “Corona” e 217 gli stellati.

Tra gli incoronati ci sono due vini molisani “Biferno rosso” Doc “Gironia” 2005 delle Cantine Borgo di Colloredo dei fratelli Di Giulio di Campomarino e la “Tintilia” Doc “Macchiarossa” 2009 delle Cantine Cipressi di San Felice del Molise, che, anche l’anno scorso aveva ottenuto questo prezioso riconoscimento con il “Molise Rosato” Doc “ Mecan” 2008, insieme con l’ aziende Di Majo Norante di Campomarino, e l’azienda agricola Cianfagna di Acquaviva Collecroce e le Cantine D’Uva di Angelo D’Uva Vignaiolo in Larino.

Tra gli stellati il “Don Luigi” 2009, Doc “Molise rosso” di Di Majo Norante.

L’assessore Cavaliere quando è venuto a conoscenza della notizia ci ha voluto trasmettere la sua “soddisfazione per questo risultato che onora l’agricoltura molisana e la vitivinicoltura in particolare, grazie all’impegno per la qualità dei suoi viticoltori ai quali va il riconoscimento mio e quello, ne sono convinto, di tutti i molisani per l’immagine che danno al Molise. La presenza della “Tintilia” accresce questa mia soddisfazione perché fa capire l’importanza della scelta fatta di salvare questo vitigno autoctono con il riconoscimento Doc”.

Un applauso è quello che noi facciamo ancora una volta a questi bravi produttori, sapendo cosa vuol dire ottenere riconoscimenti di questa importanza, nel vino come nell’olio e nel campo dell’agroalimentare, che permettono al Molise di essere presente insieme a chi ha una più lunga tradizione nel campo della comunicazione della qualità.

Riconoscimenti che fanno capire ancor di più l’importanza e la preziosità del territorio - messo a dura prova dalla stupidità e dalla speculazione - che bisogna, invece, salvaguardare e tutelare con la sua storia e la sua cultura, le sue tradizioni e i suoi ambienti, perché è l’unico bene che abbiamo e che non ci possiamo permettere il lusso di regalare a chicchessia, ma essere in grado noi di spendere per il futuro di questo nostro piccolo ma incantevole Molise, che rischia molto con la pesante e grave crisi dell’agricoltura e la mancanza di una programmazione a tutti i livelli.

A proposito di “Tintilia”, l’11 nel pomeriggio sul tardi una bella iniziativa in programma a Mirabello, cuore di questo vitigno autoctono, promossa dalla CIA del Molise.

pasqualedilena@gmail.com

2 agosto 2011

IL GIOCO DELLE PARTI



Non è raro, per noi, che siamo abituati a girare e soffiare,“leggere qua e là” e farlo il giorno dopo l’uscita del giornale e la sua vendita in edicola. Succede quando gli impegni ci portano a correre di qua e di là  e non avere il tempo di sfogliare o leggere soprattutto i giornali che solitamente ci piace leggere  ed ai quali siamo affezionati. C’è chi ci rimprovera per questa scelta troppo di parte, sono schierati a sinistra, perché è sempre bene e corretto ascoltare l’altra campana per farsi un’opinione più equilibrata. Noi rispondiamo che non manchiamo mai a questo dovere nel momento in cui “guardiamo qua e là” le televisioni e seguiamo i telegiornali che sono solitamente, salvo il Tg3, la voce del padrone e questo ci porta a pensare a un passato già lontano, al cane che ascolta il megafono di un grammofono. Una immagine ricorrente per gli amanti della musica non più giovani come siamo noi che veniamo da lontano.
Così ci è capitato di leggere oggi, domenica di fine luglio, un articolo uscito ieri su “il Fatto quotidiano”, di Marco Palombi “Idea PD per conquistare il Molise: sostenere un candidato del PDL” alle elezioni di novembre.
In pratica “l’uomo forte delle primarie non è di sinistra”, come sottolinea e argomenta molto bene chi ha firmato l’articolo, sintetizzando in Paolo Di Laura Frattura (il nome completo) del protagonista di una vicenda che riguarda il PD molisano, in mano a gente che ha dimostrato, anche quando gli attuali protagonisti militavano nei rispettivi partiti di provenienza, di rendere onnipotente Iorio con il loro modo di fare politica, e continuano a farlo imperterriti. Sono sempre gli stessi, quelli che hanno consegnato a Iorio il Basso Molise e, ultimamente, la Provincia di Campobasso.
Certo è strano, anche per noi che a certe situazioni ci abbiamo fatto il callo, che uno dei personaggi che ha in mano il PD nel Molise, Ruta, annunci con qualche mese di anticipo la candidatura di Di Laura Frattura che, da prassi, risponde subito con una smentita. È strano anche che Ruta resti ai vertici del partito dopo aver fondato un suo movimento che utilizza bene alle ultime elezioni provinciali, quando evita le primarie per non dare spazio al Presidente in carica D’Ascanio e decide, con il consenso anche dei partiti della sinistra, la candidata alla presidenza
È strano che il segretario regionale in carica, Leva, che è anche consigliere regionale, fa tutto quello che dice Ruta e, per compiacerlo, dichiara subito, con due candidati ufficiali del suo partito, che per battere Iorio bisogna che le primarie le vinca Di Laura Frattura. Strano, ma se uno segue il percorso fatto da questo dirigente che, nel 2006, ha fatto fuori Paglione, consigliere regionale uscente nonché capogruppo dei DS, è tutto normale.
Petraroia e D’Ambrosio si rivolgono a Bersani, che ha altro a cui pensare, più per dimostrare ai propri elettori e simpatizzanti che ci sono rimasti male e basta, visto che, nel momento in cui hanno accettato di far parte della lista dei candidati alle primarie, hanno avuto assicurazioni per stare al gioco di Ruta, che è quello di perdere per far vincere Di Laura Frattura, che il solo vero candidato. Gli altri due espressine del Pd lo sono solo di facciata. Anche per Di Pietro il candidato è Di Laura Frattura quando ci tiene a sottolineare, non prendendo neanche in considerazione né Petraroia né D’Ambrosio, che se i vincenti, sempre alle primarie, sono D’Ascanio e Romano, entrambi da lui invisi per essere entrati ed usciti dall’Idv, non farà parte della coalizione di centro sinistra, ma andrà per conto suo come alle provinciali, dichiarando così una sconfitta sicura.
Manca solo che lo dica anche Iorio che è Di Laura Frattura il suo candidato. In verità Iorio teme, e non da oggi, solo Di Laura Frattura perché è l’unico che può cogliere le adesioni della vasta area moderata e, anche, della destra, cioè pescare là lui da sempre attinge i voti.
Per il centro sinistra, alla fine, Di Laura Frattura non sarà il vento che uno si aspettava ma pur sempre un vento nuovo, nel momento in cui riesce a interrompere l’era Iorio ed a rimescolare le carte, lasciando sperare che una nuova classe dirigente appaia all’orizzonte, perché di essa il Molise ha urgente bisogno se non vuole sentirsi annullata in altre regioni e così sparire.
L’articolo non nomina neanche gli altri due personaggi protagonisti di questa vicenda, all’apparenza triste, che colpisce al cuore il PD, Il vicesegretario regionale Francesco Totaro e il capogruppo regionale Antonio Pardo D’Alete, che fanno di tutto per non apparire se non per dimostrare che loro da dieci anni si sono dati da fare in Regione ed hanno animato l’opposizione, mentre, come tutti sanno, i due e tutti gli altri si sono addormentati al flauto magico di Iorio, che li sta lasciando liberi solo per l’occasione.
Se il quadro è quello presentato dall’articolo riportato da “il Fatto quotidiano”non c’è da essere sconfortati per il ruolo del PD molisano e dell’intera opposizione, perché è solo e tutto apparenza che serve a non far capire agli iscritti ed ai simpatizzanti come stanno davvero le questioni.
Tenendo conto dei risultati del governo Iorio e della pochezza della destra che lo sostiene e lo assiste, c’è da sperare solo che davvero arrivi quell’onda lunga di cui abbiamo sopra parlato e che il vento cambi per dare un segno forte di discontinuità e, così, poter ricominciare la risalita dal fondo in cui il Molise è caduto. Per la verità è quello che il Paese, non solo il Molise, aspetta di vivere per poter risorgere e sperare in una nuova classe.
Noi che soffiamo anche per increspare o agitare il mare, abbiamo fede nell’onda lunga che toccherà questa incantevole regione, al di là dei personaggi che attualmente ne condizionano il futuro.
 A Voreie