30 gennaio 2012

L'IRRUZIONE

L’ho appena fotografato a lato di un campo di cavolfiori da dove aveva sotto controllo la sua nuova casa dell’amore. Vi era arrivato grazie al suo fiuto che, nonostante l’età, era davvero particolare, ancora più forte di quello di un cane normale, che gli permetteva di arrivare prima degli altri a prendere il posto là dove c’era una cagnolina in calore da conquistare e soddisfare.

Sto parlando di Hike, il cane di Adele e di Maria Rosaria, che conosco da sempre come il cane più libero del mondo che puoi trovare ovunque intorno ai due centri abitati di Larino e, ripeto, di solito là dove c’è una cagnolina in calore. Non a caso da quando c’è lui Larino si è arricchita di cani dal pelo nero.
Voglio raccontare dell’altro giorno da Campitelli e della sua entrata in scena, come solo sa fare un vero protagonista, un grande attore, nello splendido  salone dove si viveva la festa del matrimonio della sua padrona, Carolina, che da poco aveva finito di cantare, in modo egregio, una canzone di Mina. I poeti sanno fare anche questo pur di recitare e Carolina è una poetessa che ha le ali di una farfalla, bianche punteggiate di nero.
Si deve pensare che più che il fiuto l’ha guidato l’udito. Il senso che gli ha permesso di riconoscere la voce delicata della sua Carolina che tante volte ha ascoltato.
Una vera e propria irruzione, la sua, dentro la sala strapiena di tavoli e di persone festanti. E di colpo il suo abbaiare forte che aveva il sapore del rimprovero a Carolina ed ai suoi familiari che l’avevano lasciato solo senza salutarlo.
Era tornato più volte senza trovarli e poi aveva aspettato a lungo e provato paura come quando si è soli senza nessuno. Non è vero che i cani non hanno il senso del tempo. Non ce l’hanno al pari delle persone quando sono serene, tranquille.
Poi è partito seguendo la voce che arrivava da lontano e, quando, l’ha sentita vicina si è sfogato con l’abbaio per non essere stato invitato e per aver sofferto tutto il tempo. Più di sette ore che non passavano mai.
E così si è messo ad abbaiare per significare questa sua liberazione dalla rabbia e dal dolore di averli persi per tante lunghe ore e la gioia di averli ritrovati.
Da quando ho tutti i giorni con me Lina, la mia cagnolina, è cambiato il mio rapporto con i cani e tutti gli animali in generale, ma, anche, con la natura nel suo complesso.  Una pianta di rosmarino o di olivo, un insetto, un cane o un toro non sono altra cosa, siamo noi, come lo è un pezzo di legno per un bravo falegname o un restauratore; un pezzo di ferro per un fabbro; una pietra per uno scalpellino, un muratore, uno scultore.

Cioè la natura, quella natura che da qualche tempo ci sta lanciando il suo grido d’allarme mentre noi continuiamo a consumarla ed a sprecarla, a distruggerla senza preoccuparci del domani.
Continuando così quale sarà il domani? Sarebbe quanto mai utile fermarsi per un attimo e riflettere sulle cose fatte per capire quali sono state quelle utili, per un attimo da accantonare, e quali quelle che ci hanno portato alla rovina attuale e sono, invece, da buttare.  Non c’è altra possibilità se si vuole riprendere il cammino guardando con fiducia lontano. Altrimenti sono pezze che non sai dove appiccicare perché del vestito sono rimasti solo i fili del vecchio tessuto.
Fermarsi per ascoltare i soffi dei venti, la risata di un bambino; accarezzare una foglia o un ramo; chiedersi come mai non si vedono più i passeri saltellare ogni dove; guardare i colori di un campo o di una poiana il volo.
Fermarsi per gustare un pezzo di pane con il profumato olio gentile; bere un bicchiere di vino; interpretare il sogno della notte raccolto dal mattino; far volare la fantasia; programmare; progettare; chiedere; cercare; dialogare, costruire insieme, sorridere, tremare di paura, piangere, gridare, avere voglia di volare. Fermarsi per ricominciare il cammino verso i sud del mondo dove ci sono fichi, aranci, limoni, capperi che salgono i muri scrostati dal sole e dalla salsedine di un mare che ha il colore delle viti e degli ulivi, dei carrubi, del cielo che lo va ad abbracciare più lontano, la giù all’orizzonte come carezza di una mano sul viso dell’amore. Ora mi dicono che Hike è arrivato portato da Antonio, l’altro suo padrone. Io so che il suo correre tra i tavoli e il suo abbaiare sapeva di rimprovero e di dolore, di gioia per la festa, la vita.
Pasquale Di Lena

25 gennaio 2012

da ZACC&BELINA

 


TARDI MA BENE 
Zacc- ha criticato il capitalismo, ha detto che l’evasione è un peccato , ha invitato i partiti a impegnarsi…
Bélina – ai tempi di Berlinguer avrebbe fatto il vicesegretario

23 gennaio 2012

L’AVEVAMO DETTO

Noi venti siamo Cassandre è come tutte le Cassandre nessuno ci ascolta con il solo risultato che alla fine diventiamo antipatici, noiosi, nel momento in cui ripetiamo  “noi l’avevamo detto”.  

Qualche anno fa, il nostro amico “U fauneie” e, in seguito, anche “il Maestrale”, Si sono occupati della Sanità del Molise e, in particolare, dell’Ospedale  “Vietri” di Larino che, da anni, per colpa soprattutto di amministratori incastrati dal ruolo di ingranaggio del  potere politico termolese di cui, oggi, è rimasto poca cosa o niente.

Un potere che, impostato sul concetto proprio della politica che è quello della filiera, ha dato un primo scossone all’ospedale di Larino, e, nel tempo, aperto  varchi  a “vacche e porcei”,  come dicono in qualche regione del nord est, cioè  a aspiranti amministratori che hanno utilizzato l’ospedale per i loro programmi elettorali. 

Nessuno ha avuto la bontà di ringraziare il “Vietri” (con l’aria che tira è quello che bisogna aspettarsi anche domani). Anzi, come succede quasi  sempre in questi casi, l’hanno maltrattato pur di non riconoscere la sua generosità.  Molti di questi sono spariti in poco tempo, ma  qualcuno ci ha costruito sopra la sua fortuna politica che, per  Larino e il suo territorio, il Molise, è diventata una iattura, visto che queste realtà hanno dovuto registrare un calo di immagine e di attività, con il rischio, che tutt’ora permane, di perdere la loro stessa identità.

Miserie politiche che non varrebbe  la pena raccontare per non ritrovarsi a essere maltrattati dalle vittime più che dai carnefici di questa situazione.

Miserie come quelle espresse in questi giorni dal Sindaco di Termoli e dai sindaci del Basso Molise a difesa dell’Ospedale S. Timoteo di Termoli, dimostrando di arrivare a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Ma, come si sa, non tutti sono Cassandre.

Non ricordiamo se nel 2008 o all’inizio del 2009 e quale dei nostri amici venti ha detto “Se Larino piange, Termoli non ride” per significare che la drammaticità della situazione del “Vietri” di Larino avrebbe coinvolto e travolto anche il “S. Timoteo”, con danni per tutti i cittadini del Basso Molise che, l’isernino di adozione, Iorio, con le sue scelte, ha messo ai margini proprio  nel momento in cui si doveva forzare il suo ruolo di motore naturale dell’intero sviluppo del Molise, e per più di una ragione.

Torna in mente la Cassandra Astore con il suo piano e la scelta degli accorpamenti dei due nosocomi; la Cassandra della Maugeri che proprio il Di Brino e la larinese on. De Camillis hanno fatto l’impossibile per farla andar via e, così, accontentare, sempre nel rispetto della filiera, i propri referenti di Termoli e di Venafro a scapito di Larino, ma,  oggi, anche di Termoli e del Molise.

La verità è che sulle spoglie della sanità molisana e dei suoi ospedali questi ed altri hanno costruito la loro fortuna politica, dimostrando una verità amara: per vivere da protagonista la politica, oggi più che mai,  non bisogna pensare e, tanto meno, progettare e fare. Guai poi  a dire “noi lavevamo detto” e a mostrarsi come Cassandre!

A Vòreie

da ZACC&BELINA


 Zacc- “Governo fuori dai c.” ha gridato Bossi
Bélina – si riferiva ai suoi. Li ha sempre considerati tali

21 gennaio 2012

da ZACC&BELINA



LE CATTIVE ABITUDINI

Zacc- Maroni, Bossi, Calderoli
Bélina- sigarette, film porno, alcol, le cattive abitudini dei ragazzi di oggi

Eccessi del mondo moderno. L'animale da compagnia può essere una gallina?

Probabilmente il mondo è alla rovescia e ancora non ce ne siamo accorti. Occorre tornare alla sobrietà

La gallina in gabbia sul balcone al posto del canarino
E’ la notizia che arriva da Parigi e non sappiamo se ridere o sorridere perché troviamo difficoltà a interpretarla. È la necessità di avere un uovo fresco ogni giorno o quella che i canarini, come i passerotti e gli altri uccellini si sono ridotti di numero per colpa del clima e, soprattutto, per l’abuso di veleni in agricoltura? Veleni che, mentre inquinano e creano problemi di salute a noi consumatori, riescono anche a seccare le risorse nelle tasche dei coltivatori che, così, sono spinti ad abbandonare il proprio campo e la propria azienda e di smetterla con l’agricoltura.

Intanto i dati ultimi della Direzione generale Agricoltura Commissione europea diffonde le sue previsioni fino al 2020 che parlano di una modesta crescita tra oggi e quella scadenza, che, a nostro parere, non farà che peggiorare la situazione dei coltivatori che, in questo modo, si ritroveranno a verificare l’ennesima perdita di reddito del settore, anche se le cifre parlano di un aumento del 9% rispetto alla media del periodo 2007-2011, ma solo per una diminuzione del costo del lavoro. Un + 9% che, però, non riguarda l’Italia (-3,5%) e gli altri paesi europei della prima ora, ma, soprattutto quelli che hanno aderito ultimamente (+35%), che, così, avranno modo di allinearsi nel corso del tempo. Un dato positivo, l’unico, di queste previsioni C'è da dire, però, che esse si basano molto sul rafforzamento dell’Euro sul dollaro, che, allo stato dei fatti, non ci sembra credibile.

Se l’andamento dei mercati agricoli rispetterà le previsioni, vuol dire che i prezzi che spunteranno i produttori, nella migliore delle ipotesi, saranno ancora insufficienti per colpa dell’aumento dei costi degli altri fattori produttivi acquistati dal mercato, nel segno di una maggiore e più forte dipendenza dei produttori dal petrolio, le industrie chimiche e i padroni dei semi, che, come si può capire, non sentiranno i morsi della crisi, anzi se ne avvantaggeranno.

E se i produttori, un giorno - speriamo prossimo e non importa per quale miracolo – decidono di fare a meno dei prodotti imposti dalle multinazionali? In pratica, si astengono dall’usare macchine costose composte da troppi cavalli, dal comprare i semi brevettati, i concimi, gli antiparassitari e anticrittogamici e di tornare, così, a produrre come un tempo.

Lo sciopero degli acquisti - il solo che possono fare - che porterebbe uno scompiglio tale da far scendere in campo tutti quelli (politici, tecnici, sapientoni vari) che, da tempo, si sono dimenticati dell’agricoltura e non sanno che senza riporre a centro questo settore l’economia non gira e rischia, come ora, di girare all’incontrario.

In pratica tornare alla sobrietà, mangiare quello che la terra dà e tornare, come un tempo, a vivere la ospitalità e il dialogo, sentirsi padroni del proprio destino e, ciò che più conta, non subire il paternalismo, oggi così diffuso, di quanti vogliono far sentire la propria solidarietà, ma solo per sfruttarli di più e succhiar loro il sangue fino all’ultima goccia.

Ci rendiamo conto che siamo andati oltre, ma la notizia della gallina sul balcone per avere l’uovo fresco la mattina, ci ha sconvolti, anche se siamo convinti che, visto che la notizia viene da Parigi, è solo una moda e, come si sa, si può stare tranquilli tanto prima o poi passa.
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pubblicato in Tracce > Società
il 21 Gennaio 2012 TN n. 3 Anno

18 gennaio 2012

Espropriazione indebita

da ZACC&BELINA

IL COMPAGNO MONTI

Zacc- scusami Bélina, ma non riesco a interpretare questo cartello

Bélina- Monti è un compagno!


PERCHE' NO L'ALTRO?
Quando il cielo plumbeo
cade sul Monte Arone è allora
che dalla Dalmazia arriva,
dopo aver volato sull’Adriatico,
la neve con i suoi fili
di fiocchi stellati.
Perché no i fiori,
i pesci, gli uccelli,
gli uomini,
le paure, i sogni,
le passioni, gli amori?
17.01.2012


16 gennaio 2012

L’OLIVICOLTURA MOLISANA PERDE TERRENO


Pasquale Di Lena informa
Meno 73 ettari di superficie olivicola nel Molise nel 2010/2011 di fronte a un aumento di ben 43.000 ha a livello nazionale, grazie soprattutto agli oliveti impiantati in aree un tempo marginali per questa coltivazione. Soprattutto nelle Regioni del Nord che, per ragioni climatiche, nel passato non hanno posto interesse a questa coltivazione. In questo senso un allargamento della superficie in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Friuli V.G., che hanno sempre avuto una presenza dell’olivo, e nuovi impianti in Piemonte che cominciano a dare primi interessanti risultati.
Una perdita di superficie per l’olivicoltura molisana che deve preoccupare perché  ha più il senso dell’abbandono che il risultato di una situazione congiunturale.
Il Molise - si diceva - registra una diminuzione di superficie  e, nell’annata 2010/2011, una  perdita  notevole anche di produzione,  con 5.960 tonnellate di fronte alle 6.100 dell’annata precedente. C’è di più. La raccolta 2011 parla di un’ulteriore contrazione della produzione, mentre si vanno registrando risultati migliori nel resto dell’Italia.
Una situazione per niente bella, soprattutto se inquadrata all’interno di una situazione olivicola nazionale che, a nostro parere, sta vivendo una fase di passaggio e, come tale, molto delicata sotto ogni aspetto, in particolare quello della sopravvivenza dell’olivicoltura nelle realtà più a rischio, come sono le aree interne e le regioni meridionali, in particolar modo il nostro Molise.
Ecco perché diciamo che c’è da essere preoccupati di questi dati. Essi sono la cartina al tornasole della crisi generale dell’agricoltura molisana, che, ancor più che altrove, pesa fortemente sulle aziende e della perdita di territorio  a vantaggio di altre scelte.
Non si sbaglia a pensare alla cementificazione selvaggia; al sacrificio di oliveti per impianti eolici e campi solari o, peggio ancora, alla estirpazione per la mancanza di reddito dell’olivicoltore, che, ormai da tempo, non ha una risposta di reddito dal suo olio e ciò, soprattutto, per colpa dei prezzi che l’olio molisano spunta sul mercato e, non sempre, per colpa dei soliti cattivi.
Un quadro deprimente che si presenta proprio  nel momento in cui sono cresciute le iniziative di immagine dell’olio extravergine  di oliva molisano ed è nata una cultura nuova dell’olio che coinvolge sempre più la filiera e i consumatori. 
Una nuova cultura che, però, si scontra con i processi negativi avviati da anni di cattiva politica che, ora, sono tanta parte dell’allarme lanciato da questa nota, che ha senso se riesce a stimolare un minimo di attenzione tra quanti vivono e sono coinvolti da questo mondo dell’olio. Prima di tutti gli olivicoltori e le istituzioni ai vari livelli, ma, anche, il mondo dell’agricoltura e della trasformazione, gli stessi consumatori.

15 gennaio 2012

da ZACC&BELINA


LO SPECCHIO

Zacc- Berlusconi ha detto che la legge elettorale è buona
Bélina- riflette l’immagine che il Parlamento sta dando al Paese

L’editoriale di Luigi Caricato pubblicato sul n° 1/2012 “Teatro Naturale” e la lettera di Pasquale Di Lena uscita sul secondo numero del settimanale on line.

 Allarme Italia, si vuole affossare il comparto olio di oliva

Gravi danni, e non solo d’immagine, per le aziende olearie nostrane. All’estero perfino la Cina mette in dubbio la nostra credibilità. Il silenzio delle Istituzioni nell’imbarazzo generale. Lo scorso 23 dicembre il quotidiano “la Repubblica” ha inferto un duro colpo al buon nome del made in Italy, con la complicità di chi rema contro

Siamo proprio un popolo di matti. Per uno che costruisce, ce n’è pronto un altro che si impegna a distruggere il lavoro di chi ha costruito. E’ forse questo il genio italico? Speriamo proprio di no. Fatto sta che lo scorso 23 dicembre anziché goderci con serenità il Natale, vivendolo intimamente nel suo senso religioso, ci siamo imbattuti in un giovane laureato in filosofia dalla penna facile, tale Paolo Berizzi, che anziché scrivere romanzi d’invenzione, ha deciso di sfruttare il filone scandalistico e scrivere per il quotidiano "la Repubblica" una lunga inchiesta dal titolo "Il business dei furbetti dell'olio così l'extravergine taroccato arriva sulle nostre tavole", senza farci intuire bene a vantaggio di chi e di che cosa? Una bella domanda.
Per chi non ha avuto voglia di leggere l’inchiesta, bastano già solo i titoli e i sommarietti per mettere subito le cose in chiaro. I toni utilizzati non lasciano spazio a equivoci. L’impressione è che ci sia un mondo criminale dietro all’olio italiano. Riguardo ai produttori si legge: “Sono una decina e hanno formato un cartello: un blocco di imprese alleate nel nome della speculazione fondata sulla frode”.
Le parole – sappiamo – hanno un significato, ed ecco perciò spuntare, per dar manforte all’inchiesta, espressioni a effetto, piuttosto esplicite nelle intenzioni: tanto che bastano solo solo i richiami sparsi sapientemente qua e là nelle pagine per capire che si ha a che fare con i “maneggioni degli ulivi”, i quali poi diventano i “ras dei raggiri” lungo “le rotte dell’olio alterato”.
Insomma, mica si scherza in Italia: è un Paese di criminali, e in ogni goccia d’olio ci sono di conseguenza i “signori dell’olio”, i quali non spremono più le olive, ma “manipolano” e “se la tirano”. Sì, hanno il tempo anche di tirarsela. Il linguaggio di Berizzi colpisce e rende bene l’idea. E’ un linguaggio da fiction. “Chi sono i nuovi ras delle olive taroccate?”. Leggo il suo articolo e subito penso ai grandi inviati di guerra, coloro che rischiano la propria pelle pur di trasmettere a noi lettori le notizie. Lo immagino, il signor Berizzi mentre indossa il giubbotto antiproiettile, muovendosi in incognita nei territori della mafia. Indaga come un grande maestro di giornalismo, e già lo immagino, coraggioso e sprezzante del pericolo, mentre è in contatto telefonico con Ezio Mauro, il direttore di “Repubblica”, annunciandogli le grandi verità di cui è entrato in possesso. Mi batte forte il cuore solo a pensarci. Io non ho la stessa intraprendenza di Paolo Berizzi. Non sono così tenerario. E non ho nemmeno un Ezio Mauro che preoccupato mi dica: “stai attento, indaga, ma salvati la pelle”.
 L’articolo ha una forte impronta fantastica, e seppure non si tratti di letteratura, colpisce il folclore delle immagini utilizzate. Ci sono “le idrovore che mungono olio dai tir”, e ovviamente si tratta di “extra vergine italiano taroccato” che come per magia “atterra sugli scaffali dei supermercati”. Berizzi sostiene che dietro la sua inchiesta ci sia un’indagine ancora in corso, condotta in collaborazione con Coldiretti dall’Agenzia delle Dogane, dai dectective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza. La filiera dell’olio “mascherato” viene così passata al setaccio sotto la lente d’ingradimento. Berizzi è bravo, tant’è che parla perfino di una “Seconda Repubblica dell’olio” in cui avviene un po’ di tutto e di più. Per forza di cose i giornalisti esteri hanno giustamente ripreso la notizia dandone grande risalto. In fondo si tratta di un giornale autorevole, continuamente ispirato alla verità. Come fare a non cascarci? 
Il fatto è che queste due pagine hanno scosso il mondo dell’olio italiano, infangandone il nome soprattutto all’estero. C’è poco da scherzare. Un conto è dare notizia di un’indagine portata a conclusione, ammesso che le indagini portino a un quadro chiaro e certo, altro conto è insinuare qualcosa di non ancora definitivo e concluso. E’ sufficiente fare un minimo di rassegna stampa per scoprire che la presunta notizia riportata da “Repubblica” si è diffusa in ogni angolo di mondo, con gravi danni, e non solo d’immagine, per le aziende olearie nostrane. All’estero, perfino la Cina ha messo in dubbio la nostra credibilità. Nulla di nuovo sotto il sole, perché “Repubblica” in fondo non fa altro che riprendere e dare risalto, con un po’ di colore, a un grigio comunicato stampa di qualche settimana fa in cui si riferiva di uno studio Unaprol, Coldiretti e Symbola in cui si legge – come riferisce pedissequamente Berizzi che “quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa”.
Che desolazione. Che scenario terribile. Oggi il giornalismo funziona così. Berizzi non va tanto per il sottile e nel suo articolo scrive di un “inganno subdolo del consumatore”, di “una speculazione fondata su una raffinata frode commerciale”. E pazienza per le conseguenze che ne sono derivate. Pazienza che qualcuno costruisca con fatica e dedizione e altri provvedano invece a distruggere e infangare in un niente il buon nome dell’Italia dell’olio? Resta solo da chiedersi a chi giovi tutto ciò. I toni scandalistici non aiutano a fare chiarezza e giustizia, là dove è necessario farla. Non è un caso che nei giorni successivi all’articolo abbia ricevuto diverse telefonate di protesta, ma ho notato anche il silenzio generale, soprattutto l’imbarazzo delle Istituzioni. Perché per esempio il ministro catania non è intervenuto? Il suo silenzio è stato solo un motivo di prudenza per non amplificare la notizia e danneggiare ulteriormente il settore? E perché continua a tacere? Dopo aver ascoltato i vari soggetti della filiera, alcuni hanno deciso di non intervenire, pur riservandosi di farlo attraverso le vie legali, altri hanno scritto al ministro dele Politiche agricole, e pur scrivendo al quotidiano “la Repubblica” non hanno avuto alcuna soddisfazione, segno evidente che sull’olio si possa fare liberamente terrorismo mediatico senza nemmeno dar voce ai diretti protagonisti. E’ questa il quadro dell’Italia oggi, purtroppo. E’ uno scenario squallido, in cui chi lavora onestamente viene infangato da accuse generiche e perfino deliranti. Come quella di sostenere prezzi di acquisto di oli dalla Tunisia a 20-25 centesimi di euro! Siamo nella fantascienza. Soprattutto quando Berizzi scrive che per produrre un chilo di olio in Tunisia bastano solo 10 centesimi.
Non finirà qui. La prossima settimana proseguiremo nel far luce in questa indagine maldestra, dando voce ai diretti protagonisti e riportando alcuni stralci di articoli pubblicati su giornali stranieri. Per ora limitiamoci a constatare come si possano determinare gravi conseguenze per il settore in mancanza di una semplice dose di buon senso.

 

Le divisioni interne? Rendono debole il mondo dell’olio

La concorrenza degli altri grassi non è stata neanche scalfita da scandali. Eppure sono i veri padroni del mercato globale, ma di questi nessuno parla. Nessuno racconta ai produttori che sono questi signori, supportati dal vuoto culturale e politico, ad aver messo ai margini l’agricoltura

Caro Luigi, ho letto il tuo articolo come sempre puntuale e giustamente incazzato per questa genialità tutta italiana. Anch’io ho fatto le tue stesse considerazioni dopo aver letto le due pagine dedicate da “Repubblica” ai nostri grandi trasformatori di olio trattati come criminali.
Non sono voluto intervenire e dire la mia perché, mi sono reso conto, che la migliore risposta a quelli che pensano di poter dire tutto, solo perché convinti di avere la verità in tasca, è non dar loro spago e farli, così, godere.
Rischiano di diventare famosi, come insegnano molti programmi della nostra formidabile televisione, solo perché abili diffamatori, in questo caso di un mondo complesso, qual è quello dell’olio, che viene da lontano con tutte le sue luci e le sue ombre.
La vita mi ha insegnato a diffidare molto dei fondamentalismi e degli uomini che credono di avere la verità in tasca; dicono e non dicono (perché alludere, non fare nomi o citare il nome di una sola azienda?) o parlano senza rendersi conto di quello che dicono e non sanno dei danni che riescono a provocare. Quasi sempre sono personaggi alla ricerca di un posto al sole se non nascondono altre verità e interessi.
Voglio credere di sbagliarmi nel caso di chi ha steso l’articolo, anche perché non lo conosco e gli unici elementi di giudizio che ho sono le due fitte pagine firmate e pubblicate da “Repubblica” che, come tu dici, non hanno fatto bene all’olio italiano, al pari di altre informazioni diffuse di recente.
Ma come si fa a spiegargli - lo dice uno che ha speso la sua vita a difendere i viticoltori e gli olivicoltori – che non è vero che i buoni sono tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra, e che non serve distruggere nel momento in cui c’è da costruire, tutt’ insieme, percorsi virtuosi sia per gli uni che per gli altri. Ora, proprio ora, che c’è da conquistare un mercato globale che ha bisogno degli uni e degli altri e, soprattutto, di qualità.
Qualità e diversità da trovare all’interno di quella filiera che non c’è e di cui, però, si sente la necessità, proprio perché utile a far conquistare all’olio di oliva (lo chiamo così per significare il prodotto che si ricava direttamente e solamente dal frutto di un albero che ha segnato nei secoli e continua a segnare il Mediterraneo) i mercati che non ha, per una serie di errori (anche quello di una classificazione che punisce e non premia l’olio di oliva) di chi ha governato e continua a governare questo comparto così importante della agricoltura nostra e degli altri paesi del Mediterraneo.
Errori degli uni e degli altri che non hanno portato al mondo dell’olio i risultati che poteva ottenere con l’umiltà, il dialogo, la collaborazione, l’utilizzo delle tante risorse - che pure sono state messe a sua disposizione - per dare all’olio di oliva quello spazio che oggi non ha e ciò per una dose eccesiva di negligenza e arroganza, che ha portato a piccole distruttive battaglie interne invece che a cogliere la forza dell’unità, dando vita alla filiera e, con essa, a una comunicazione che, di fatto, non c’è come non c’è mai stata.
Penso alle distrazioni, da venti anni a questa parte e, purtroppo, sempre nel campo della comunicazione, che non hanno permesso al consumatore di capire il valore e il significato delle nostre eccellenze Dop e Igp, che - come sono riusciti a capire, ma solo in questi ultimi giorni, organismi importanti a livello europeo - sono una formidabile guida per il consumatore e che il mondo dei produttori - non solo italiani- non ha saputo ancora utilizzare, nonostante il prezioso contributo che questo mondo dato per farle.
Non è un caso che la concorrenza degli altri grassi, sia animali che vegetali, non è stata neanche scalfita e che sono essi i veri padroni del mercato globale nelle mani di multinazionali potenti e della finanza, che - perché non chiederselo – trovano nell’olivo, non una pianta sacra per quello che ha dato, con il suo olio, alla nascita e crescita di civiltà ed al benessere dell’uomo, ma un ostacolo da eliminare e, così, impoverire interi territori e, nel tempo, desertificarli con l’abbandono.
Ma di questi padroni nessuno parla. Nessuno racconta ai produttori che sono questi padroni, supportati dal vuoto culturale e politico che ha messo ai margini l’agricoltura, quelli che stanno cacciando dalle loro aziende i titolari e naturali proprietari non solo di una casa o di una stalla, della terra, ma di valori.
Questi non sanno che stanno pagando a caro prezzo le divisioni all’interno del loro mondo, che sono sempre vive anche ora che non ci sono più ispirazioni ideologiche. Divisioni che rendono deboli il mondo che si rappresenta e forti chi vuole questo mondo senza voce, incapace di costruire un futuro con la messa a disposizione di progetti e programmi, e, soprattutto, con il dialogo con chi dev’essere coinvolto e convinto che è anche suo interesse fare percorsi virtuosi insieme.
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pubblicato in Strettamente tecnico > L'arca olearia
il 14 Gennaio 2012 TN n. 2 Anno 10

12 gennaio 2012

Leggendo qua e là: questa volta la notizia arriva dal Nepal.

Noi venti siamo ancora più convinti che un seme di grano o di finocchio, mais o avena, senape o colza è di ognuno di noi, perché un bene comune che, nei secoli passati, nessuno si è mai permesso di toccare fino a quando, fine del secolo scorso, la politica, con il permesso alla brevettabilità dei semi, non si è messa al servizio della finanza e delle multinazionali e, con essa, i governi e, purtroppo, con la scusa che la scienza non può essere fermata, anche un numero di illustri scienziati.

Un processo che ha riguardato prima continenti lontani (ritenuti campi sperimentali più facili da gestire), producendo asservimento dei governi locali e nuova povertà, per poi arrivare anche in Europa e da noi. 
La notizia che ci arriva dal Nepal ci fa tirare un respiro di sollievo (per noi venti è solo un modo di dire) con l’iniziativa della società civile nepalese che si oppone "all'attuazione di un progetto di partnership, annunciato ufficialmente il 13 settembre 2011, tra US Agency for international development (Usaid), la multinazionale Monsanto e il governo del Nepal, che punta a incrementare la produzione di mais utilizzando sementi ibride importate”. 

Una notizia importante, soprattutto perché viene da un paese dove il mais è parte fondamentale della dieta di questo popolo che registra anche la sofferenza per la sotto-alimentazione.

Evidentemente il nepalese sa bene che non si vive di solo pane, anzi mais, e per questo è riconosciuto da tutti di far parte di un popolo fiero.  

Infatti, quando sono venuti a sapere, hanno subito detto alla società americana che si occupa di sviluppo (!), la USaid, “ma perché, visto che vuoi collaborare con la Monsanto, non ci aiuti a sviluppare le nostre sementi, invece di colonizzarci con quelle della Monsanto?”, che - lo diciamo noi - di santo non ha niente, affamata com’è di potere e di denaro, e, quindi, senza neanche uno scrupolo. Questo lo sanno anche tanti nostri illustri professori che continuano a predicare la sacralità della ricerca che, in pratica vuol dire, dare spazio alla Monsanto o a realtà come la Monsanto che, con la scusa di sfamare i popoli e assicurare la sicurezza alimentare, li affama ma non senza, però, aver prima proceduto all’annientamento delle risorse proprie e dei valori che essi si sono costruiti nel tempo.

In pratica - ci hanno fatto sapere quanti si oppongono - che questo progetto equivarrebbe "A rimpiazzare la dipendenza attuale dalle importazioni di mais con una dipendenza di fronte alle sementi straniere, anche perché – aggiungono – quelle della Monsanto sono utilizzate per fornire l'industria dell'alimentazione animale e non per sfamare la popolazione”.
C’è di più, i bravi agricoltori nepalesi, che conoscono la Monsanto molto bene tanto da definirla "Golia delle biotecnologie", vogliono decidere loro a chi vendere il mais.
Un senso di autonomia e libertà che è parte di questa gente semplice ma ricca di valori. In pratica non vogliono dipendere dalle importazioni di sementi e, conoscendo la Monsanto e i guai che ha già provocato, non vogliono avere a che fare con chi ha dimostrato che è meglio non averci a che fare.
Anche una consapevolezza che dovrebbe far parte, prima che sia troppo tardi, della cultura dei nostri agricoltori, e cioè, non è vero che producendo di più si ha più reddito e si sta meglio. La realtà della crisi dell’agricoltura e i guai che non fanno dormire, ormai da qualche tempo, sonni tranquilli ai nostri produttori, ci fanno credere che non ancora lo sanno, anche perché nessuno glielo ha mai detto per la semplice ragione che non si vuole rischiare la chiusura dei consorzi agrari.

A voreie




7 gennaio 2012

da ZACC&BELINA



                                           CHI DI SPADA FERISCE….



Zacc- “ci vuole una terapia d’urto” ci fa sapere il sindaco di Roma

Bélina – elezioni subito

5 gennaio 2012





Giovedì 05 Gennaio 2012 09:47
Equitalia è sotto tiro e non c’è da meravigliarsi se sono vere tutte le vessazioni che un cittadino riceve una volta che arriva l’ingiunzione di pagamento che è tassativa e non ammette deroghe. Non c’è da meravigliarsi, ma con questo non vogliamo dire che condividiamo i metodi che ci riportano indietro nel tempo e che non fanno altro che dare ragione a chi sbaglia nell’usare metodi terroristici, che non ci appartengono, e fanno pagare, con la paura (quando non sono più gravi le conseguenze di questi attentati), persone che hanno l’unico torto di essere dipendenti, non importa a quale livello, di Equitalia. Come tali vittime innocenti visto che le regole di questa organizzazione sono di altri e cioè di chi ha inventato e messo in piedi Equitalia. C’è un aspetto che a noi di Larino Viva preme sottolineare e di cui nessuno parla, quello, non delle riscossioni, ma dei rimborsi che Equitalia deve fare ai cittadini, vuoi per suoi errori o vuoi per richieste giustificate che non trovano mai la risposta che meritano, in particolare nei tempi giusti o tassativi come quelli imposti per la riscossione. Abbiamo sottomano l’esempio delle pratiche relative ai contributi versati “in toto” dai cittadini residenti in aree dichiarate terremotate, che non trovano alcuna risposta, nonostante una serie di sentenze della Corte Costituzionale che intimano il risarcimento, da parte di Equitalia, delle quote versate in eccedenza rispetto ai cittadini, residenti anch’essi nelle zone terremotate, che hanno usufruito dell’esenzione per poi pagare solo una quota sulla base di una legge speciale per le conseguenze del terremoto del 2002. Ma c’è di più. Gli uffici di Equitalia, pur sapendo che il cittadino richiedente, nel momento in cui presenta correttamente la richiesta di rimborso dovuto, ha ragione, si appellano al giudice e quando il giudice dà ragione al richiedente, invece di pagare, come indica la sentenza emessa dal giudice in oggetto, si prendono il tempo (60 giorni), non per pagare, ma per decidere, visto che non sono loro a pagare, di fare ricorso e così intasare i tribunali. Tutto questo, pur sapendo che il ricorso può arrivare fino alla Corte Costituzionale che, come prima dicevamo, non può smentire se stessa e che costa alla comunità, ancor prima che al cittadino richiedente del rimborso, solo a una perdita di tempo e di risorse.
In pratica, chi decide ai vari livelli, visto che non deve pagare di persona l’esito del ricorso, se ne lava le mani, danneggiando così non solo l’immagine della sua Equitalia, ma, anche, i cittadini italiani che devono pagare le spese e il tempo perso inutilmente dai tribunali, e, soprattutto, il contribuente che ha avuto il solo torto di pagare i contributi, diversamente da altri che quei soldi non li hanno mai sborsati. Anche per quanto sopra detto verrebbe facile prendersela con il dipendente di Equitalia, ma nel momento in cui gli viene data questa possibilità di scelta, le colpe non sono sue, ma di uno Stato che punisce invece di premiare; pretende solo e non vuole dare quello che gli spetta di dare. In questo caso è uno Stato che non si pone, come gli spetta di fare, al servizio dei suoi cittadini, ma li invita a comportarsi allo stesso modo e, come tale, diventa un esempio negativo al pari di quello che prevede la pena di morte, in pratica la licenza di ammazzare. Uno Stato che alimenta solo la burocrazia fino a renderla non più sopportabile, come quella che sta mangiando questo Paese e che lascia spazio ai furbi, ai disonesti ed anche ai vari Ponzio Pilato, che non fanno altro che approfittare della situazione che viene loro concessa di penalizzare, senza una ragione, anche chi si è comportato come un cittadino per bene. In questo senso vale far ricorso alla saggezza popolare quando dice “male non fare, paura non avere”. Un detto antico che può servire come riflessione a quei dipendenti di Equitalia che oggi si sentono presi di mira ed hanno paura.
Essi devono sapere che rischiano di essere visti come i marchigiani di un tempo, quando si presentavano davanti alla porta dei poveri cristi, procurando terrore ed esasperazione, come esattori al servizio del Papa. Sono divenuti subito famosi e, per secoli, sono stati oggetto di una nomea terrificante “meglio un morto in casa che un marchigiano dietro la porta” per aver servito fedelmente un padrone esoso, eccessivo, e, come tale, ingiusto, cattivo soprattutto con i più deboli. Devono sapere - la storia insegna - che nessuno mai se l’è presa con il Papa.

Associazione Larino viva
 

CORTINA

da ZACC&BELINA


Zacc- Sai questo Capodanno sono andato per la prima volta a Cortina
Bélina- No! Anche tu un povero morte di fame

1 gennaio 2012

NON FIORELLINI MA FIORONI









Zacc: «Abbiamo mandato via Berlusconi ma non siamo felici”


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