27 febbraio 2012

“LA PEZZATA DI CAPRACOTTA”, I 50 ANNI DELLA SAGRA TRA LE PRIME VENTI PIÚ FAMOSE IN ITALIA.


Sono stati festeggiati  sabato con un convegno organizzato dal Comune di Capracotta alla presenza di rappresentanti istituzionali e professionali, produttori e tanti giovani. Il piatto simbolo della transumanza che ogni prima domenica di agosto anima“Prato Gentile”, poco sopra Capracotta, il Comune che, con i suoi 1421 metri s.l.m., guarda dall’alto tutti gli altri comuni del nostro Appennino. Un appuntamento fisso per gli appassionati della cucina e della natura, dei paesaggi mozzafiato che presentano il Molise e l’Abruzzo dirimpettaio, con le Mainarde sullo sfondo.

Il nome “pezzata” lascia pensare a una pecora fatta a pezzi e posta in un contenitore di rame per essere cotta con le erbe che caratterizzavano il manto erboso delle antiche autostrade dell’umanità e i campi vicini al suo percorso. C’è da dire che, anche se è vero che la pecora viene ridotta a pezzi, il nome fa riferimento al panno “pezza” che serve per filtrare il brodo di cottura e renderlo privo di pezzi grossolani. Una straordinaria tradizione che si perde nella notte dei tempi e che, da 50 anni, anima una delle Sagre (vera e non fasulla) più famose (18° posto) tra quelle che si svolgono nelle piazze più belle della nostra fantastica Italia, o, come nel caso di questo piatto unico per bontà, un immenso pianoro “Prato Gentile” delimitato da faggi, che, d’inverno, è meta degli appassionati dello sci di fondo.

Mezzo secolo di successi con migliaia di affezionati frequentatori che sono diventati, nel tempo, cultori di un piatto simbolo della civiltà della transumanza che vive grazie alla passione di chi continua ad allevare pecore che, come sa chi conosce la cultura e il mondo della pastorizia, sono sempre state, a differenza degli agnelli e dei castrati, utilizzate vive. Una regola ferma della civiltà dei pastori, salvo la necessità di un abbattimento delle pecore per zoppia o infortuni lungo il percorso di andata e ritorno, trac-tur (tratturo), che, in autunno, dall’Abruzzo portava, attraverso il Molise, alla Puglia per poi risalire, in primavera, facendo il percorso inverso.

La passione di Michele Conti, da una vita notaio a Isernia, che non ha mai perso il suo legame con Capracotta e la sua attività di sempre, nel momento in cui continua a rimanere, con la sua stalla di 700 e più  pecore e la produzione, rigorosamente con l’utilizzo di latte crudo,  del “Pecorino di Capracotta” dall’antica fama, uno dei 24 allevatori  dei 167 che popolavano cinquant’anni  fa questo splendido  territorio così vocato. Allevamenti moderni, non più con il pensiero alla transumanza, che hanno portato a moltiplicare per tre il patrimonio ovino lasciando intatto il numero delle vacche allevate.

Una passione, dicevamo, quella del notaio-allevatore Conti che ha fatto proseliti tra i giovani con Antonella che, dopo la laurea in ingegneria e la prospettiva di andare a cercare fortuna fuori dall’Italia, ha scelto di tornare nella sua Capracotta e di dedicarsi all’allevamento per produrre “Molisello”, un latte molto selezionato.

Due esempi di amore e passione per la propria terra e le proprie tradizioni, di attaccamento al proprio territorio, che hanno fatto vivere momenti di emozione, insieme con quelli del ristoratore, che torna a Capracotta per aprire un ristorante e, così,  investire anche lui su quel territorio di straordinaria bellezza e così forte delle sue peculiarità e tipicità; del Presidente della Pro-loco, Rosignoli, che, dopo aver fatto rileggere il libro di questi cinquant’anni di “pezzata”, ha sottolineato gli aspetti organizzativi, in particolare la grande partecipazione dei volontari, che sono alla base del successo della Sagra; le problematiche, da quella economica a quella logistica e metrologica; le prospettive per dare sempre più per l’immagine dell’iniziativa che è tanta parte della comunicazione del territorio.

Un incontro organizzato dal Comune e presieduto dal sindaco Monaco, aperto dai saluti dei Presidenti della Provincia e della Camera di Commercio di Isernia e concluso dagli assessori regionali all’Agricoltura, la Sig.Ra Angela Fusco Perrella, e quello alle attività produttive e turismo, già presidente della Confindustria del Molise, Michele Scasserra, che hanno mostrato di dialogare e di voler collaborare per attivare quelle sinergie di cui ha bisogno il Molise per affrontare il futuro.

La ricetta de “La Pezzata di Capracotta”

Dopo aver ricordato il “Pecorino di Capracotta” e dovendo citare un’altra eccellenza famosa “le lenticchie” sempre di Capracotta, entrambe meritevoli, insieme alla “pezzata” del marchio Dop e/o Igp, vogliamo riportare il procedimento così come codificata nel 2005 dall’Accademia della Cucina Italiana- Delegazione di Isernia: una caldaia in rame con pezzi grossi di pecora precedentemente sgrassati coperti di acqua e portata a bollore preoccupandosi, però, di togliere via via la schiuma che si forma. Una necessità  per la delicatezza dei profumi e dei sapori della “pezzata” come quella di aggiungere gli odori, il sedano, il sale e patate tagliate in quattro, qualche pomodoro e peperoncino. Girare fino a quando l’acqua, soprattutto grazie alle patate, non si sarà trasformata in un sughetto cremoso. Un’operazione lunga quattro ore, dopodiché il passaggio nella pezza prima di servirla in un tegame di terracotta per mantenerla sempre calda insieme a una fetta di pane. Avere l’accortezza di sentire, prima di gustarla e poi digerirla con il palato impresso di bontà, l’intensità e la delicatezza dei suoi profumi e non perdere l’occasione di abbinarla con i grandi vini rossi del Molise, in primo luogo il Pentro di Isernia o la Tintilia che è una straordinaria  motrice dell’immagine della Regione.

 pasqualedilena@gmail.com






25 febbraio 2012

23 febbraio 2012

LE ECCELLENZE DOP E IGP E IL PRIMATO DEL GUSTO E DELLE BELLEZZE DELL’ITALIA




Con il riconoscimento della Dop “Vulture”, olio extravergine di oliva, pubblicato il 13 gennaio, e quello della Igp del 22 febbraio, riferito al limone della Calabria “Rocca Imperiale”, il quadro delle eccellenze italiane con denominazione di origine è di 239 (148 Dop, 89 Igp ) più 2 Stg. Si rafforza il primato dell’Italia avanti alla Francia con 83 Dop e 105 Igp e la Spagna con 83 Dop e 70 Igp. 

Dopo i 20 riconoscimenti registrati nel 2011, l’Italia rafforza il suo primato che la vede saldamente davanti alla Francia con 188 (83 DOP, 105 IGP), la Spagna con 153 (83 DOP, 70 IGP), il Portogallo con 116 (58 DOP, 58 IGP), la Grecia con 94 (69 DOP e 25 IGP) e la Germania con 81 (29 DOP, 52 IGP), presentandosi con due prodotti del sud, che stanno a testimoniare il recupero delle regioni meridionali dopo il pesante ritardo iniziale.

Il quadro dell’Italia per Regioni, vede prima, sul gradino più alto del podio, sempre il Veneto con 35 riconoscimenti (17 DOP e 18 IGP) e, a scalare, l’Emilia Romagna (33, di cui 17 DOP e 16 IGP)  e la Sicilia (25, di cui 15 DOP e 10 IGP) che nel 2011 ha fatto la sua rincorsa superando la Lombardia.

La Calabria, con la sua nuova IGP, sale a quota 16 (11 DOP e 5 IGT) e consolida il 9° posto tra le regioni italiane, mentre la Basilicata, con il suo olio Dop “Vulture” sale al 13° posto.

Una situazione, dicevamo, in grande movimento che esprime, con il primato complessivo dei riconoscimenti e quelli registrati nelle classi di riferimento, la straordinaria ricchezza di prodotti e di ambienti dell’agricoltura italiana che si possono fregiare dei marchi di qualità dell’origine.

Un primato importante che sta a testimoniare i valori storico culturali e quelli legati alla tradizione dei tanti (per fortuna) stupendi territori e, anche, le capacità dei nostri produttori di cui oltre 80 mila impegnati in un compito non facile, ma dal grande significato, qual è quello della qualità e della sua certificazione. La possibilità, cioè, di garantire, con i marchi europei ottenuti nel rispetto dei disciplinari di produzione, il consumatore del mercato globale e di farlo sentire contento di non essere omologato nel momento in cui ha la possibilità di acquistare prodotti sani e particolari per le loro caratteristiche organolettiche. E, in più, anche sereno, sapendo che servono per una sana e corretta alimentazione, cioè vivere e stare bene in salute.

Senza dimenticare che la conquista di questo primato è il frutto di un percorso non facile che, oltre ai quasi dieci miliardi di fatturato prodotto, dà una immagine straordinaria alla nostra agricoltura, di grande modernità e attualità con il significato ed il valore del territorio di cui sono i naturali baluardi di fronte alla sua continua distruzione. Una immagine che può tornare utile per riportare al centro della discussione il ruolo dell’agricoltura, soprattutto in questa fase di pesante crisi del sistema economico, che, per risollevarsi, ha la necessità e l’urgenza di questo settore, che , per quanto ci riguarda, resta primario.

Un primato che è, grazie alla regia del Mipaaf ed allo sforzo del mondo dei produttori e trasformatori, una carta importante da giocare per ciò che abbiamo appena sottolineato, e, ancor più, per la conquista dei mercati, che è un problema non solo dell’agroalimentare italiano ma, soprattutto, dell’Europa.

Un primato dovuto, anche e soprattutto, alle piccole denominazioni, che sono la struttura portante dell’intero sistema e come tali preziose per dare forza e continuità al suo procedere.  

Il nostro augurio è che ne arrivino tante altre ad ampliare il quadro della complessità e ricchezza del nostro agroalimentare; l’immagine di territori segnati da qualità e bellezza e da un’agricoltura che ha bisogno di uscire dallo stato di emarginazione, soprattutto culturale, per tornare a far vivere i suoi valori e le sue risorse che, non lo dimentichiamo, sono tanta parte di quella Dieta Mediterranea, che, quale patrimonio dell’umanità, esalta la nostra cultura e le nostre tradizioni.

Non sono le piccole denominazioni il problema, ma il limite culturale di chi pensa che il patrimonio complessivo, italiano e europeo (1082 di cui 538 DOP - 507 IGP - 37 STG), possa viaggiare e volare senza una strategia di comunicazione, essenziale per spiegare al mondo intero il significato dei marchi comuni per facilitare la scelta del consumatore con la garanzia di qualità.   

Sta qui la necessità di una strategia di comunicazione dell’Europa, da trasformare in iniziative costanti di informazione e di comunicazione, presentazione e degustazione delle eccellenze per far vincere la qualità e, così, battere l’omologazione messa in atto dalle 12 sorelle che controllano e decidono delle produzioni e dei consumi.

Il primato dell’Italia ha proprio nei tanti piccoli tesori dei mille e più mille territori vocati la possibilità di essere rafforzato, e, per quanto ci riguarda, un patrimonio sempre più ricco di eccellenze serve all’Italia ed all’Europa per vivere e vincere le nuove competizioni.  

pasqualedilena@gmail.com


21 febbraio 2012

SALARI E PROFITTI


Zacc - i sindacati difendono i ladri e i fannulloni. E la Marcegaglia?

Bélina – gli approfittatori

Pane e Cicoria

da ZACC&BELINA



Zacc- altri 20 milioni di euro oltre i 13,5 già accertati

Bélina – una margherita dai petali d’oro

20 febbraio 2012

da ZACC&BELINA


Zacc – Santuari intoccabili che hanno bloccato l’Italia
Bélina - Veltroni

19 febbraio 2012

American Obesity

David Is To Be Returned To Italy ...
A bit of cultural news for a welcome change.

After a two year loan to the United States ,
Michelangelo's David is being returned to Italy

Belina: mi raccomando Zacc se vai in America portati la maglietta di lana e una bottiglietta del nostro olio
Zacc: anche un mazzetto di origano raccolto a Gerione, là dove Annibale 22 secoli fa sostò due anni per poi partire per Canne

17 febbraio 2012

DICHIARARE IL 2012 “ANNO SABBATICO PER L’AGRICOLTURA ITALIANA”

Ho letto con molto interesse, anche se con qualche giorno di ritardo, l’articolo riportato da Teatro naturale del 28 gennaio u.s a firma di Giuseppe Politi, Presidente della Cia, con il titolo “Che fare?”.  Concordo pienamente con il suo ragionamento pacato nel far  capire “i reali motivi delle difficoltà” che vive l’agricoltura italiana e lo trovo molto chiaro e convincente nella individuazione delle soluzioni con le tre priorità indicate.

Soluzioni pienamente condivisibili come prima dicevo, ma non sufficienti per provocare quel cambiamento di cui l’agricoltura ha urgente bisogno per sé e per la crisi più generale che, nonostante le pezze dei sacrifici imposti dall’attuale governo, vedono il vestito a rischio di nuovo sfilacciamento.
Il ragionamento, soprattutto quando è importante e significativo come quello fatto dal Presidente Politi, ha bisogno di uscire fuori dall’angolo della dialettica e trovare il modo per incidere una realtà che, personalmente, trovo paralizzata dalla paura e dal silenzio. E questo dal momento in cui (2004) la crisi ha mostrato la sua natura strutturale anticipando di qualche anno la crisi più generale.
C’è bisogno, è vero, non di contrapposizioni o divisioni e, meno che mai, di palliativi, ma di pensare e programmare azioni che facciano uscire il mondo dell’agricoltura da questo stato di paralisi e di marginalità culturale, per renderlo, con i suoi produttori, protagonista davvero di cambiamenti profondi di cui ha bisogno l’agricoltura.
Pensare, per esempio, a una agricoltura sempre più biologica prendendo come riferimento un territorio grande quanto una provincia o una regione e non la semplice dimensione aziendale: 1. per capire meglio lo strapotere dell’agrochimica e dell’agroalimentare e  le ragioni dell’impoverimento dei produttori che sono sempre più nelle mani delle banche;
2. per dare una prima risposta al mercato (la seconda delle tre priorità indicate da Politi), adeguando l’offerta alla crescita costante della domanda e, così,  far acquisire alle aziende quel valore aggiunto di cui ha bisogno l’agricoltura per attirare( la prima priorità) l’attenzione e l’interesse  delle nuove generazioni.
Torna il sogno di qualche anno fa da me vissuto con l’amico Ro Marcenaro, e cioè quello di trasformare la grande azienda di cui ero allora responsabile in un Parco Agricolo che, se non fosse stato interrotto, poteva diventare  l’esempio per l’intera regione, il mio Molise.
C’è bisogno di sogni perché solo una visione che va oltre la realtà, il momento che viviamo, è in grado di portarci fuori dalle macerie della crisi e farci tornare a respirare. C’è bisogno di azioni capaci di attirare l’attenzione, senza la necessità di fare grande rumore, e di incidere per ridare alla dignità del mondo dell’agricoltura ed ai valori autentici che esso esprime quella forza che serve per renderlo protagonista di proposte e di cambiamenti.
In questo senso il mio invito (articolo pubblicato da Teatro naturale del 4 febbraio scorso) a dichiarare il 2012 anno sabbatico per l’agricoltura italiana.
 Un anno di riposo e di riflessione da utilizzare per dare spazio a partecipazione e dialogo, darsi l’obiettivo del biologico così come sopra indicato, e trovare tutt’insieme idee da trasformare in progetti, iniziative, risultati utili a rilanciare la centralità dell’agricoltura e a dare ai produttori quel potere contrattuale che oggi non  hanno.   
pasqualedilena@gmail.com








POVERI OGM, POVERA MONSANTO


 In meno di due settimane due notizie che costeranno caro alla Monsanto, la multinazionale americana che, grazie al quasi monopolio dei semi modificati geneticamente, sta a significare OGM.
La prima parla dei danni alla salute dei mammiferi, cioè anche di noi esseri umani, provocati dal ben noto mais OGM della Monsanto, diffuso per la sua fama di essere resistente alla siccità. Grossi danni, dicevamo, agli organi dei mammiferi, accertati da una ricerca con i risultati pubblicati sulla rivista International Journal of Biological Sciences, che dovrebbero preoccupare tutti.
Sapevamo dei danni (quisquiglie per i fautori, compresi illustri scienziati) degli OGM alla biodiversità, ai contadini e all’economia agricola di territori poveri, ma non ancora eravamo a conoscenza di quelli alla salute.
A distanza di qualche giorno la seconda notizia, puntualmente riportata da Greenreport, anch’essa poco edificante per la povera Monsanto: la condanna del tribunale di Lione a risarcire i danni a un coltivatore francese per la grave intossicazione provocata dal contatto con l’erbicida Lasso, sempre della povera Monsanto. Una condanna che dovrebbe far riflettere la Ue, che, poco più di un mese fa, ha dato il via libera all'importazione e trasformazione in Europa di tre varietà di mais OGM. E non solo, anche quanti in Italia e nel mondo pensano agli OGM come una risposta alla sicurezza alimentare, che non c'è stata, e, a nostro modesto parere, non ci sarà.
Due notizie che stanno a confermare quanto andiamo sostenendo da tempo con il No convinto agli OGM e, soprattutto, con il no a un sistema agrochimico e agroalimentare che sta mettendo ai margini l’agricoltura e limitando il nostro territorio che, ogni giorno, perde risorse importanti come la biodiversità, l’ambiente, il paesaggio.
Due notizie che ci portano a insistere con l’invito agli agricoltori ad astenersi, da subito, dall’acquistare diserbanti, pesticidi e gli stessi concimi, per colpire al cuore questo modello che non ha alcun rispetto per la natura e per gli uomini, e, a dichiarare il 2012, anno sabbatico, cioè quello dedicato al riposo e alla riflessione, che gli ebrei, un tempo, praticavano ogni sette anni.
Niente di particolare e niente di difficile:
1) Astensione dalle pratiche colturali che sono propagandate come necessarie per delle grandi raccolte, per poi prendere atto, al momento di tirare le somme, che questo propagandato aumento dei raccolti non basta per recuperare i soldi spesi per produrre. In pratica l’agricoltore lavora e si pena per ingrassare l’agroindustria e l’agrochimica e, così, come sanno bene i diretti interessatii, indebitandosi sempre di più, finendo col farsi male da soli.
2) Utilizzare il tempo dei trattamenti per riflettere insieme con gli altri sulla situazione di crisi e vedere, accertato che da qualche tempo nessuno parla se non attraverso i comunicati stampa, quali sono le soluzioni che possono dare una svolta alla situazione drammatica che si vive nelle campagne. Nel frattempo avere incontri con le istituzioni, i governi, le forze politiche e sindacali, le industrie e, soprattutto, i consumatori, per farli ragionare sull’importanza che riveste l’agricoltura e sul contributo che essa può dare alla risoluzione della crisi più generale, prima di arrivare a nuovi tagli e a una situazione di totale impoverimento del Paese.
Una forma di lotta, come si può ben capire, che non disturba il traffico; non impegna le forze dell’ordine; non richiede permessi; non rivendica niente, se non il cambiamento della situazione e la possibilità di tornare a mettere qualche euro in tasca; non chiede contributi o favori, ma offre riflessioni e soluzioni con la sola partecipazione e il dialogo. I produttori, in pratica, riposati mentalmente e fisicamente, con il tempo a loro disposizione, diventano, insieme alle loro rappresentanze sindacali e professionali, i protagonisti di una proposta di rilancio dell’agricoltura, che, in questo nostro Paese, vuol dire anche rilancio del nostro Mezzogiorno.
Pasquale Di Lena

IL CREDO DEL MERCATO - Ro Marcenaro

16 febbraio 2012

Tumori: Prevenzione alimentare di Ro Marcenaro

Il mondo secondo Monsanto

Candide di Ro Marcenaro



da ZACC&BELINA





LA FOGLIA DI FICO
Zacc- tatuaggio impressionante della Belen ieri sera a Sanremo
Bélina – anche la foglia di fico è sorpassata

14 febbraio 2012

"La cucina molisana, come prendere per la gola chi arriva"


LARINO. Faccio mie le prime righe dell'introduzione a “La cucina italiana – storia di una cultura”, un interessante libro di Alberto Cepatti e Massimo Montanari, Editori Laterza, per parlare della mia terra: il Molise di 136 paesi e piccoli borghi che è anche la regione dei 136 dialetti e delle 136 “cucine e mille ricette”.
La cucina molisana - come la grande cucina italiana - spiega il legame profondo (identità) che essa, grazie ai suoi ingredienti, ha con l’origine, il territorio, cioè il luogo che raccoglie storia, cultura, tradizioni, ed esprime, insieme a ambienti e paesaggi, l’agricoltura, l’attività primaria per l’uomo in quanto fonte di cibo.
Identità che vale anche per me e per tutti quelli che hanno le loro radici ancorate in questa terra.
Il Molise, però, quale terra di passaggio, cerniera tra Centro e Sud Italia, è anche il luogo per eccellenza della transumanza, con i suoi tratturi, tratturelli, bracci, che, a mo di vene, arterie e capillari per un corpo, lo hanno irrorato e nutrito di prodotti e culture impresse da altre provenienze.
Terra di scambio di prodotti, animali e oggetti, ma, anche e soprattutto, luogo d'incontro e di dialogo e, come prima dicevo, di culture in grado di contaminare la cucina molisana senza, però, intaccare la sua identità.
Se la transumanza è l’organizzazione (controllo) che l’uomo dà a quel fenomeno, naturale negli animali, di “migrare” alla ricerca di energie là dove si possono trovare più facilmente, c’è da dire che sono millenni di anni che la cucina molisana subisce le contaminazioni della transumanza nel suo trac-tur (tratturo), cioè andare e tornare, in direzione nord-sud e viceversa, e, non solo, anche delle opportunità offerte dall’Adriatico a est e, a ovest, dalla Campania felix bagnata dal Tirreno.
Una contaminazione continua e, come tale, impercettibile, che arricchisce l’identità senza intaccarla e stravolgerla, come succede per i processi e i mutamenti della natura.
Una cucina che, in questo modo e nel corso del tempo, ha segnato poco la differenza, se non per le quantità, tra quella riservata ai nobili e quella della povertà.
Una cucina che vive ancora il rito dei giorni della settimana e quello delle stagioni, il confronto ravvicinato di quella di terra con quella di mare; ricca di proposte semplici, alcune delle quali forti di peculiarità sia che si tratti di salumi o insaccati, latticini o formaggi, tartufi, vini o oli delicati.
Una cucina all’insegna della biodiversità e di un patrimonio di semi e di tradizioni, cioè degli elementi fondamentali per contrastare i processi in atto di omologazione portati avanti dalle forze che controllano il mercato globale.
Una serie di caratteri che mi portano ad affermare la sua attualità e modernità al pari della “Dieta Mediterranea”, straordinario patrimonio culturale, oggi, dell’umanità, di cui è parte la cucina molisana nonché espressione con dovizia di particolari.
Una modernità che spetta ai suoi protagonisti (ristoratori, chef e istituzioni) mettere insieme e concertare per potere così progettare e programmare, insieme con i produttori, i trasformatori e le istituzioni, una strategia di comunicazione e di valorizzazione che porti questa risorsa della tradizione e, come tale, del territorio molisano a far vivere al Molise la sua identità e, con essa, l'immagine che oggi non ha.
In pratica riempire di profumi, di sapori e di cultura l’immaginario collettivo per organizzare le risorse proprie del territorio molisano (storia, cultura, tradizioni, ruralità, grandi oli e grandi vini, tartufi, pampanella, ventricina, formaggi e latticini) e renderle, così com’è già successo per altre regioni, occasioni di quel nuovo sviluppo di cui il Molise ha urgente bisogno.
Organizzare queste risorse per essere preparati a rispondere alla domanda di un turismo non di massa ma di élite, capace di dare occupazione soprattutto ai giovani; alimentare scambi culturali; salvaguardare e tutelare l’ambiente e il paesaggio; rilanciare l’agricoltura e la zootecnia e far rivivere i 136 paesi e borghi che sono il cuore pulsante del Molise.
In fondo si tratta di mettere in pratica una tecnica consolidata (so che non ha mai sbagliato un colpo) quella di “prendere per la gola” chi arriva in modo da farlo tornare.
pasqualedilena@gmail.com

10 febbraio 2012

ANCHE NOI SULLA TORRE


Mentre tutti siamo in attesa di aspettare la nuova nevicata dopo l’allarme dei rappresentanti istituzionali, riportato da tutti gli organi di informazione e ripetuto anche con servizi speciali di radio e televisione, noi stiamo qui a riflettere sul coraggio e la vigliaccheria di noi uomini, la ricchezza di valori e la miseria in circolazione.
Non nascondiamo la nostra commozione nel momento in cui ci vengono in mente Oliviero Cassini, che da sessanta giorni guarda la città dall’alto della Torre della stazione centrale di Milano, e Stanislao, il giovane che l’altro è andato a fargli compagnia, dopo che Carmine, per ragioni di salute, e Peppe che è sceso per capire in giro le reazioni a questa loro lotta, l’avevano lasciato solo.  
Il coraggio di questi eroi moderni (ma gli operai non erano scomparsi!) e il senso alto di civiltà in questa loro lotta in difesa del posto di lavoro, e non solo, anche di questa Italia che TrenItalia ha spezzato in due con la soppressione dei treni  e dei servizi di Wagon lits che davano loro occupazione. Sotto la torre ci sono altri 40 compagni di lavoro licenziati, a rappresentare altre 40 famiglie alle prese con la nuova disoccupazione e, con essa, la mancanza di reddito.
Una protesta che mostra la dignità di persone umili, lavoratori, padri di famiglia e, insieme, la mancanza di sensibilità degli amministratori e dirigenti che hanno preso questa decisone incuranti delle conseguenze per il Paese e per le famiglie, non solo di questi lavoratori ma anche di quei pendolari che, pur di lavorare, si accollavano viaggi lunghi da nord a Sud e viceversa.
Questa nota per esprimere tutta la solidarietà di Larino viva a Oliviero e Stanislao e a tutti quelli che vivono la drammaticità del posto di lavoro, con la speranza che il nostro calore possa, in questo periodo di freddo e gelo, raggiungere ognuno di loro e le loro famiglie. La speranza, anche, che questa volta la Fornero agisca invece di piangere e che Monti, rincuorato da Obama, si ricordi non solo delle banche e dei grandi capitali, ma anche degli Oliviero e dei Stanislao.
Continuando a leggere qua e là veniamo colpiti dalla notizia che arriva dalle Maldive, paradiso turistico nel mezzo dell’Oceano. Pparla della destituzione del Presidente in carica, Nasheed, il solo eletto democraticamente, che ha il significato di un vero e proprio golpe che, però, non interessa nessuno. La ragione è che questo presidente convinto ambientalista, promotore della battaglia disperata di contenere l’effetto serra per evitare l’innalzamento del livello dell’Oceano, che porterebbe alla scomparsa delle Maldive e degli altri atolli, dà fastidio a quanti temono le sue idee e le sue iniziative.  Una loro  diffusione può mettere a rischio i progetti delle grandi potenze per ora, solo a parole, preoccupate dell’effetto serra che continuano ad alimentare.
Le Maldive sono più vicine di quanto si possa pensare con un golpe che cancella la democrazia e la volontà popolare. Come la lotta di Oliviero e Stanislao che stanno lì sulla torre della stazione centrale a difendere anche noi distratti da altre preoccupazioni, invece che preoccupati del domani,
C’è anche una buona notizia da riportare ed è quella che arriva dal Giappone che ha scelto il vento del mare e, in particolare, la modifica delle turbine per uscire dal nucleare.
Torniamo alla riflessione che Larino viva ha fatto quando c’era chi voleva interessare di pale eoliche il mare di Petacciato e l’alzata di scudi di tanti guerrieri che non si sono mai preoccupati delle piattaforme petrolifere né delle navi cariche di veleni, che stazionano all’orizzonte, o del raddoppio dell’autostrada in mancanza di strade del mare in questo nostro Paese, ma solo di mettersi controvento ritrovandosi di colpo sostenitori del paesaggio e dell’ambiente, anche non sapendo cosa sono.
Chiudiamo riportando una notizia interessante che è quella del risparmio del carburante mediante l’uso di un catalizzatore brevettato negli Stati Uniti e lì sperimentato con successo che, inserito nel serbatoio dell’automobile (sia a benzina che a gasolio) permette un risparmio dal 7 al 14% di carburante. E non solo anche un abbattimento (- 75%) dell’inquinamento dovuto ai gas di scarico.
Il 10% in media di risparmio, con quello che costa oggi il carburante, non è poca cosa, come pure non è poca cosa ridurre l’incidenza sul gas serra e a aiutare la salute dell’uomo.
Non serve sapere come funziona ma solo dove si può trovare il prodotto. Online, come mpg-caps che sono poi capsule da inserire nel serbatoio prima del rifornimento al costo di 30 euro per 20 rifornimenti cioè per oltre mille litri. Un risparmio di qualche centinaio di euro che ci fanno dire che il gioco vale la candela.
Larinoviva


9 febbraio 2012

ZACC&BELINA 5 febbraio


FASTIDI
Zacc- Non so se devo parlarti di Rutelli o di Calderoli
Bélina - Meglio tacere e vivere in pace lo spettacolo della neve

IL SILENZIO È ORO
ZACC- alla Scala se parli..
Bélina – ti cacciano

4 febbraio 2012

  
L’INCAPACITÁ DI FARE E LA CAPACITÁ DI DIRE
L’altro giorno, con la nostra nota “I giorni della merla”, abbiamo sottolineato le esagerazioni dei media sul gelo che stava per arrivare. Un tormentone peggiore del delitto di Avetrana o del disastro della Costa che, a noi venti come a tutti gli italiani, ha stufato. Tutti meno uno, il sindaco di Roma, per la semplice ragione che non aveva dato peso più di tanto a questo tipo di informazione. Anzi, quando ha saputo dalla protezione civile che anche Roma sarebbe stata colpita da una nevicata (a detta sua)  di 3,5  non ci ha posto l’attenzione dovuta, tanto da rassicurare i suoi collaboratori di stare tranquilli.
A Roma, come nel resto del centro – sud, la neve ha superato i 3,5 cm. previsti ed è successo il finimondo, con Alemanno che se l’è presa con la protezione civile, la provincia di Roma (di centro sinistra) che non liberava il raccordo anulare ed anche con il Padreterno (non l’ha detto  per non farsi sentire dal Vaticano) che l’ha abbondato più del necessario.  

Una vittima, come ha cercato di far credere, di poteri occulti e non delle sue scarse o nulle capacità. Visto, però, che non è il solo, si deve prendere atto che per occupare posti importanti (Alemanno ha fatto anche il Ministro agli inizi del 2000) bisogna essere incapaci o solo capaci di distruggere quel poco che rimane di questo nostro Paese. 
I romani, scioccati da una tragica vicenda e ritenendolo particolarmente bravo per il suo passato di picchiatore fascista, l’avevano eletto più che a sindaco a fare lo sceriffo della capitale. Forse è per questo che, quando c’è lui, Roma si è trasformata tanto da ricordare il Far West. 

Leggendo qua e là, questa volta via internet, siamo rimasti colpiti dalla lettera che il consigliere Petraroia, non come iscritto ma nella sua veste di vicepresidente di una commissione permanente del Consiglio regionale del Molise, indirizza al Segretario ed al Presidente del PD, Bersani e Bindi. In questa sua lettera Petraroia riprende il tema della questione morale affrontata da Berlinguer trent’anni fa, con la gran parte del Pci e la quasi totalità della Cgil (dobbiamo credere tutti meno Petraroia, allora metalmeccanico) che si sono fatti una crassa risata. 
Il richiamo alla questione morale di Berlinguer è per chiedere l’espulsione del  tesoriere della Margherita, attuale senatore del PD, Lusi, protagonista di una vicenda tragicomica che non ha fatto sorridere Rutelli e neanche la sua ombra molisana.  
Non so se vi siete resi conto che questo figuro (purtroppo non il solo) siede al Senato grazie alla legge porcellum ed al Partito Democratico che l’ha scelto. Una legge che rimarrà intatta se va avanti il silenzio che ammanta la politica e i partiti di questa nostra Repubblica. 
Noi venti, costretti ad ascoltare tutto, siamo a conoscenza di militanti e dirigenti del PCI che, dopo aver lottato  tutta la vita per un mondo migliore, si sono rifiutati di entrare e far parte del PD. Una scelta dura, ma necessaria per non essere complici del carrierismo imperante e delle logiche che sono alla base della pessima considerazione che hanno i partiti, e, soprattutto, dell’abbraccio del PD al liberismo, proprio nel momento in cui il sistema mostrava i suoi primi crolli, vedeva e vede il liberismo infausto protagonista. 
Il vice presidente della commissione consigliare, Petraroia, ha fatto la scelta di essere militante e dirigente di questo nuovo partito per modificare (ne siamo certi) dall’interno le contraddizioni,  ricordando la sua milizia politico-sindacale e Enrico Berlinguer, “ormai – come giustamente ci tiene a sottolineare - rimosso e dimenticato”.
Se è, come egli scrive e noi siamo d’accordo con lui, allora perché continua a militare nel partito dei Veltroni e dei Fassino, che hanno scritto libri per criticare questo grande uomo e straordinario dirigente politico e perché continua a  vivere in compagnia di amici che pensano solo a fare carriera a scapito dei bisogni dei molisani e del Molise?  
Se è vero quando scrive “rifiutai i contatti dei potentati locali della DC che prefiguravano una vita col vento alle spalle anziché in faccia”, noi che siamo venti abituati a soffiare in faccia alle persone, soprattutto se da noi stimate, gli consigliamo di non fermarsi a dire ma a fare quello che è più giusto fare.  Per rispetto di Berlinguer, che, come si sa, aveva non solo un debole per la moralità  ma anche  per la coerenza.  
A vòreie

3 febbraio 2012

NEL RISPETTO DELLA TERRA


 Quello che è successo in questi giorni, un po’ ovunque,  con i blocchi organizzati  dal movimento dei “forconi”, dai produttori agricoli alleati con i camionisti, farà peggiorare la crisi in agricoltura e il rischio è che la situazione  diventi  ancor più drammatica.
Non siamo d’accordo con la forma di lotta intrapresa perché la riteniamo perdente per chi la fa. Non è quella che porta a risolvere i problemi, ma solo ad aggravarli ulteriormente con ripercussioni sui singoli protagonisti e sull’intero Paese.
Abbiamo visto in essa la disperazione più che la ragione di una strategia che porta a far riflettere della crisi, della sua drammaticità, visto che non trova soluzioni di continuità. Non le trova per la semplice ragione che l’interesse dei padroni del mondo non è risolvere la crisi che hanno creato e stanno manovrando con grande abilità, ma quello di continuare a triturare quel poco di pianeta che è rimasto.
Parliamo delle multinazionali che hanno in mano tutto quanto oggi serve per decidere chi far mangiare e chi far digiunare o morire di fame; chi far lavorare e chi cacciare; quale fabbrica chiudere e,così, renderla un rudere dopo aver deciso di trasferirla altrove, come fosse un pacco postale; quale  Paese o territorio distruggere con la loro folle visione di potersi appropriare di tutto e senza limiti. Stanno  in questa visione folle i rischi crescenti per la terra, la biodiversità, la vita che sembra preoccupare solo pochi fissati, come siamo noi, della sostenibilità.  Ecco perché non si devono trovare alternative al petrolio.
Ed è così che viene distrutto il mondo dell’agricoltura, cioè dei produttori di cibo che vengono messi nelle condizioni di andar via, abbandonare la propria azienda per tornare, quando va bene, come schiavo riconosciuto.
Le multinazionali, come si sa, sono interessate  a fare soldi, tanti soldi, perché trovano nel denaro il potere, anche quello di sottomettere la politica e, con essa, i governi.  C’è da dire, però, che queste fabbriche di soldi e di profitti, al pari di tutti quelli che hanno come fine l’accumulo di denaro, sono sensibili e provano fastidio solo con chi mette mano al loro portafoglio. 
In questo senso – parliamo ai produttori agricoli – l’unica possibilità che questi hanno di rimanere padroni della propria terra e del proprio destino e uscire vincitori da questa situazione, è quella di smettere di dare ascolto ai loro richiami mediati da venditori e piazzisti, facendo una cosa semplice:  lo sciopero degli acquisti dei prodotti delle multinazionali, che, sull’onda dell’inno alla tecnologia, fanno produrre di più. È vero, si produce di più, però a costi sempre più insostenibili e di gran lunga superiori ai ricavi. A rimetterci – ce lo racconta la pesante crisi della agricoltura – sono principalmente i singoli produttori e, ancor più, la terra, che muore a causa di dosi eccessive di veleni, quali sono gli antiparassitari, gli anticrittogamici, i pesticidi. Per non parlare del furto dei semi con i loro brevetti registrati dai governi asserviti e dai silenzi voluti. 


La verità è che, mentre la terra muore sempre più velocemente, i mammiferi  che si alimentano dei semi  di mais della ditta leader degli Ogm, la Monsanto, si ammalano. Riportiamo la notizia appena letta su Greenme.it , a firma di Francesca Mancuso, riguardante gli studi pubblicati sulla rivista International Journal of Biological Sciences.
Ci è venuta facile la domanda: chissà cosa ora dirà l’illustre prof. Veronesi che degli ogm, come del nucleare, è sempre stato un fermo sostenitore?
Crediamo sia giunto il momento di chiudere le orecchie alle sirene delle multinazionali e dire “No agli Ogm” e  “No agli acquisti” per far loro abbassare la cresta. Anche se la perdita sarà di qualche spicciolo si allarmeranno al punto da perdere la loro proverbiale tracotanza e certezza di poter disporre di tutto e di tutti a loro piacimento.
Una forma di lotta che non crea problemi al traffico e non fa perdere soldi allo Stato, ai consumatori. Non c’è neanche bisogno di scendere in piazza, ma solo di rinunciare a questi prodotti e aspettare con fiducia la risposta della terra, che dà quello che può dare proprio perché si preoccupa del domani. 
Una lotta fatta in silenzio, senza clamore, efficace anche perché apre a nuove idee ed a nuove forme di partecipazione; riesce a far ragionare sulle scelte che servono per costruire un nuovo sviluppo e vivere così un nuovo futuro.


OGM: il mais monsanto danneggia gli organi.

Lo studio che rivela gli effetti sulla salute



Venerdì 03 Febbraio 2012 10:32 Scritto da Francesca Mancuso
Monsanto. Sinonimo di OGM. E di danni. Finora non si erano mai dimostrati quelli sulla salute, ma puntato il dito soprattutto sui danni economici agli agricoltori e alla biodiversità. Arriva oggi però un nuovo studio pubblicato sulla rivista International Journal of Biological Sciences che evidenzierebbe come il famigerato mais OGM prodotto dalla multinazionale sarebbe dannoso per la salute dei mammiferi, dunque anche per l'uomo.
Secondo lo studio, illustrato dal Rady Ananda su Food Freedom e riportato dall'Huffington Post, sono tre le varietà di mais OGMapprovato per il consumo negli Stati Uniti, in Europa e in molte altre nazioni: il Mon863, il Mon810 e l'NK603. E tutte arrecherebbero grossi danni ai nostri organi.
E ciò dovrebbe indurre alla riflessione, e non poco, visto che l'Ue ha dato il via libera, lo scorso 22 dicembre, all’importazione ed alla trasformazione in Europa di altre ben tre varietà di mais Ogm, che finiranno sia sulle nostre tavole che per l'alimentazione animale. Un lasciapassare che ha fatto molto discutere visto che gli stati membri dell’Unione Europea da tempo si erano detti contrari alla loro introduzione. Anche negli USA, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha dato l'ok all'introduzione di una varietà di mais Ogm resistente alla siccità (MON 87460).
Ma la Monsanto si difende dalle accuse, giurando e spergiurando che il mais sia sicuro e dunque destinato al consumo.
Ma gli esperti che si sono occupati dello studio, ed in particolare il primo autore della ricerca Gilles-Eric Séralini, hanno replicato: "Gli effetti erano per lo più concentrati nelle funzioni renale ed epatica, i due principali organi di disintossicazione, ma nel dettaglio differivano per ciascun tipo di OGM”.
Ma in alcuni casi, erano emersi anche disturbi al cuore e alla milza e non hanno alcun dubbio: “I nostri dati suggeriscono in maniera netta che queste varietà di mais OGM inducono ad uno stato di tossicità epatorenale. Tali sostanze non sono mai state parte integrante della dieta umana o animale e quindi le loro conseguenze sulla salute per coloro che li consumano, soprattutto nel lungo periodo sono attualmente sconosciute”.
Rischiare sulla salute. È proprio necessario? Ma è arrivata secca la replica della Monsanto secondo cui “la ricerca è basata su metodi analitici e di ragionamento imprecisi che non mettono in discussione la sicurezza dei prodotti”.