30 marzo 2012

LA FESTA DI S. GIUSEPPE


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di Nicolino Civitella
Quest’anno l’associazione culturale l’Ecomuseo Itinerari Frentani, presieduta e animata dal prof. Marcello Pastorini, ha messo in atto, nelle giornate del 18 e 19 marzo, un programma di partecipazione ai riti di S. Giuseppe che si sono svolti a Larino e nei paesi limitrofi di Guardialfiera, Montrorio nei Frentani, S. Croce di Magliano, Casacalenda e S. Martino in Pensilis.
L’Associazione, con i suoi cantori della memoria, ha visitato cappelle, tavolate e falò realizzati in tali località per la festività di S. Giuseppe, proponendo canti sacri nonché letture di brani letterari di Francesco Jovine e poesie in vernacolo di Giovanni Cerri e Raffaele Capriglione, due poeti locali del secolo scorso.
Scrive Francesco Jovine nel suo Viaggio nel Molise: “ Per S. Giuseppe, con le prime viole, il paese (Guardialfiera) inaugura la serie delle agapi fraterne. C’è in questa usanza qualche cosa di arcaico o addirittura primordiale, ma di un significato umano così profondo che mi pare degno di essere notato…”; e Cerri nella poesia I tavele de San Geseppe: Se dente Marze vie ‘n quistu pajese,/ ze fa na feste che ‘n z’è viste maje;/ tu vive , miegne e puo’ te ne revaje/ a nu pajese tie senza pagà/(1).
Il poeta Capriglione, dal canto suo, nella poesia dedicata ai falò di S. Giuseppe, ossia ai marauasce, dice: quanne è restrette a folle p’ogne luoche,/ siente e lluccà i guagliune e una voce:/ ppicciate u marauasce, fuoche , fuoche/(2).
In tutti i paesi c’è la tradizione di cappelle e tavolate, tranne che a S. Croce. Infatti qui c’è esclusivamente quella dei marauasce, cantati da Capriglione nell’omonima poesia, ed è una tradizione questa che non è presente in nessuno degli altri comuni.
A Larino, quattro le cappelle allestite quest’anno, tutte nel centro storico, e, come al solito, in piccoli ambienti direttamente aperti alla strada. Nulla di eccezionale: un semplice altarino realizzato alla bell’e meglio, addobbato con tovaglie di lino bianco, lumini, in qualche caso fiori, e con un quadro che riproduce la figura del santo a troneggiare sulla sua sommità; in un angolo, cibi devozionali da offrire in dono ai visitatori.
I Cantori della memoria vi hanno portato le loro esibizioni, tra le diciannove e trenta e le venti e trenta del giorno 18, proprio nell’ora di massima presenza di visitatori. Ovunque accolti con piena soddisfazione. Nel momento dell’esibizione, tutti fermi ad ascoltare, poi la distribuzione dei cibi devozionali che riprendeva, ed ognuno se ne usciva fuori stringendo tra le mani una scarpella (morbido bastoncino di pasta fritta) oppure un piatto con maccheroni alla mollica (“ i maccarune de San Geseppe”, vivanda d’obbligo, questa, su tutte le tavole dell’indomani), o con la pezzente, una profumatissima zuppa di legumi ( ceci, cicerchie, fagioli, fave e lenticchie, conditi con olio aglio e alloro), mentre altri visitatori si accalcavano per entrare.
Nella piacevole serata, appena increspata da qualche residuo alito della stagione ormai conclusa, il cuore del centro storico era animato di vita: in piazza Duomo, nell’attigua piazza Roma e lungo la classica via Cluenzio che si diparte da quest’ultima infilandosi tra le case con le pieghe di una coda felina, era tutto un via vai di persone che facevano il giro delle cappelle.
Il movimento si è prolungato fino ad una certa ora, poi, quando i visitatori erano ormai rincasati e le vie divenute già tutte deserte, le donne che avevano contribuito alla realizzazione della cappella, di solito legate tra loro da relazioni di vicinato o di amicizia, dopo aver rassettato, in omaggio alla tradizione della veglia si sono intrattenute a sgranare poste di rosario fino alla vittoria del sonno.
Un tempo, quando le cappelle erano assai più numerose, il flusso dei visitatori era molto più intenso e il cibo che veniva ad essi offerto in dono, aveva generalmente non solo il carattere di simbolo devozionale ma anche quello più materiale di supplemento straordinario, almeno per quel giorno, al magro pasto giornaliero. Un lusso, insomma.
Ed era il dono di chi possedeva a chi non possedeva e l’atto rappresentava un’occasione per preservare e rinsaldare, in uno spirito di sacralità e di soddisfacimento di un bisogno primario, i legami che univano in un tutt’uno i membri della comunità.
A quel tempo la veglia nelle cappelle era utilizzata per la preparazione dei cibi della tavolata di S. Giuseppe. La famiglia che allestiva la cappella, infatti, il giorno successivo, ossia quello della ricorrenza festiva, faceva la tavolata. Ora non più. Quest’anno, a Larino, della quattro famiglie che hanno allestito la cappella, solo una ha mantenuto in vita anche il rito della tavolata.
La pratica di questi riti si va estinguendo e quel che rimane lo si deve ad una residua, ma tenace volontà di non spezzare il legami col passato.
La tavolata prevede tredici convitati e tredici portate. Il tredici richiama il numero dei partecipanti all’ultima cena. Tutti esterni alla famiglia ospite, i convitati, e tra essi in primo piano: una donna anziana, un uomo altrettanto anziano e un bambino a simboleggiare la sacra famiglia.
Lo spirito col quale l’Ecomuseo ha promosso la propria iniziativa è quello di valorizzare tali manifestazioni per rafforzarne la vitalità e quindi favorirne la conservazione. Lodevole! perché mantenere in vita queste tracce del passato è opera meritoria. Lo è, però, nella misura in cui non ci si abbandoni a tentazioni di natura nostalgica ed io sono certo che L’Ecomuseo ne è immune.
In tale ottica, infatti, la preservazione del legame con il passato non solo aiuta a cogliere in maniera più pertinente le condizioni di vita dei tempi passati nella loro dimensione materiale e antropologico culturale, ma aiuta anche a misurare le distanze che ci separano da quei tempi e quindi, per raffronto, ad una comprensione più penetrante del tempo presente.
Per esempio le Cappelle di S. Giuseppe possono suggerirci il valore della solidarietà verso gli altri come pratica individuale o di gruppo, valore che oggi andrebbe recuperato e sostenuto in un contesto connotato strutturalmente da una separazione e isolamento degli individui che spinge ciascuno ad atteggiamenti di egoismo sociale; ma oggi questo tipo di solidarietà, a differenza di quanto accedeva nel passato, non basta a oliare il sistema sociale, infatti il sistema sociale di oggi ha bisogno di nuovi valori che possiamo individuare in una solidarietà che si fa progetto politico, nella trasparenza nelle relazioni, nella legalità, nella giustizia sociale, nella formazione della libera opinione e così via.
Nel Molise le condizioni oggettive non sono purtroppo favorevoli al prosperare di tali valori, e per questo il lavoro da fare qui per dischiudere prospettive di un futuro accettabile, è immane. L’attività dell’Ecomuseo si muove nella giusta direzione, ed esempi del genere andrebbero incoraggiati e decuplicati, decuplicati e decuplicati. In mancanza, il processo di decadenza del nostro sistema regione porterà inevitabilmente all’abolizione della sua entità istituzionale.
(1) Se entro marzo vieni in questo paese,/si fa una festa che non s’è vista mai/tu bevi, mangi e poi te ne rivai/ al tuo paese senza pagare/
(2) Quando la folla si è raccolta in ogni luogo,/ senti i ragazzi gridare ad una voce:/accendete i falò (marauasce), fuoco, fuoco.

Approfittiamo di questo bell'articolo di Nicolino Civitella per inserire una nostra poesia del 1997 scritta alla fine di agosto a Pizzo Calabro.
U JUORNE DE SAN GESÈPPE
U juorne de San Gesèppe,
i decennove de marze,
me recòrde tre cóse:
u prime gelate
i cavezune curte
a tavelate.
U gelate
nu ciancianielle cuelerate
cu sapòre du lemone
creme e ceccuelate.
 
U gelate
na sensaziòne de èsse èguale 
‘n quill'u periede de mesèrie,
de fame.
 
A primavére èrrevate.

U gelate
nu cuoppe de sespire
na cheméte
na voje de scappà
une duie,ciente leccate.
 
U gelate
che buone che è u gelate,
na magnata saprite 
però n'eccòne jelate.
 
I cavezune curte
dòpe a vernate mes’travene
duie còsse ghianche e rosce
pu fridde che facève èncòre
pure se ce s’tève u sòle.
 
Èppène misse me breuegnave
dope no, nge pensave,
ma chi ngia facève i pertave a la zuave:
né luonghe né curte
èppène sotte i denuocchie
e pe nu palme e na mane
duie cavezettune de lane.
 
I cavezune curte
deràvene fine a fiere de ottobre
cuelle de tutte l'anemale
cuanne pu fridde ce velève a lane.
 
 
A tavele de San Gesèppe
na grossa deveziòne
che facève rapì i porte di case
e tutt'a pepelaziòne.
Cuase sèmpe na s’tanze
che na cemmeniere peccenénne
chi pegnate èzzeccate
cóm'e tanta feceliere.
 
Fasciuole, cice.cecèrchie e fave,
u piatte da pezzènte,
che e tutte venève date
ma èpprime e i povera ggènte.
 
Dént'e nu spiguele
a mos’tre de tutt'a grazie de Diie
èpparecchiate
pe farle vedé pur'e miezz'a viie.
 
Dapù na gròssa tavelate
pe tridece pertate
che Gesèppe, Marie e u Bambenielle
èmmiezze
e che l'Apos'tele
de na parte e n'ate.
 
(Pizzo Calabro, 24.8.97)






Ritornano i bloggers del vino nei Colli Orientali del Friuli

Seconda edizione dell’incoming che coinvolge sei importanti blogger enoici di Usa e Gran Bretagna


Ritornano i blogger internazionali del vino tra le vigne dei Colli Orientali del Friuli. Dal 2 al 6 aprile, infatti, è previsto il secondo incoming a cui parteciperanno 5 importanti bloggers del vino americani e un inglese. I bloggers in arrivo sono: Jeremy Parzen (dobianchi.com), alla sua seconda visita in Friuli; Talia Baiocchi (eater.com); Elaine Hawks (wakawakawinereviews.com);
Whitney Adams (
www.brunelloshavemorefun.com); Chris Reid (jcreidtx.com; Houston Chronicle) e l’inglese Stuart George (worcestersauce.wordpress.com/about/; The World of Fine Wines). Durante le mattinate, i bloggers saranno presenti nella sede del Consorzio di tutela, a Cividale del Friuli, per incontrare personalmente i produttori (6 ogni mattina) che avranno l’opportunità di presentare i vini più rappresentativi della propria produzione. Nei pomeriggi si svolgeranno le visite in cantina. Le aziende friulane da conoscere sono state scelte attentamente dai bloggers per la loro presenza sul mercato statunitense. Al termine delle giornate, proseguirà la conoscenza dei produttori dei Colli Orientali del Friuli e dei loro vini attraverso la partecipazione alle cene organizzate presso le cantine. Verrà dato ampio spazio anche ad alcune peculiarità enologiche del territorio con momenti dedicati al Ramandolo docg e allo Schioppettino di Prepotto.
Il blog cof2012.com, diventerà un diario giornaliero sul web, costantemente aggiornato sul viaggio dei bloggers con le loro impressioni e osservazioni postate in tempo reale.

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28 marzo 2012

L'OLIO ''GENTILE DI LARINO'' DI BRUNO MOTTILLO ANCHE SULLA GUIDA DEL GAMBERO ROSSO.

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Un nuovo riconoscimento per Bruno Mottillo e il suo olio monovarietale “Gentile di Larino” dopo la gran menzione al prestigioso Premio “Sirena d’Oro” di Sorrento, riservato agli oli Dop e Igp, entra tra i 138 oli premiati con tre foglie nella Guida del Gambero Rosso “Oli d’Italia” 2012.
Bruno Mottillo è la seconda generazione di frantoiano con l’attività a Larino, che ha il primato nazionale di tre varietà autoctone, la “Salegna” e “l’Oliva S. Pardo”, oltre alla già citata “Gentile”, già culla, nel 1994, delle Città dell’Olio.
La Guida “Oli d’Italia” 2012 del Gambero Rosso, alla sua seconda edizione, è stata presentata al Vinitaly di Verona che ha chiuso ieri i suoi battenti.
Il risultato di un aumento (il doppio dello scorso anno) delle aziende recensite (300) e degli oli che hanno guadagnato le tre foglie (138 di fronte alle 74 del 2011), sta a dimostrare che c’è una crescita di investimento da parte degli olivicoltori, in risorse e intelligenze, che fa ben sperare in un rinascimento di questo comparto fondamentale per l’Italia ed i suoi territori più significativi di qualità, bellezze paesaggistico-ambientali e valori storico-culturali e quelli legati alle tradizioni, soprattutto culinarie.
Il successo dell’olio di Bruno Mottillo e quello di altri eccellenti oli di altre importanti aziende del Molise, con riconoscimenti da parte delle guide più accreditate e dei Premi più prestigiosi, sta a dimostrare la vivacità del comparto agricolo anche nel Molise e fa ben sperare in una ripresa dello stesso alla vigilia di un importante evento fieristico, in programma il 27 maggio a Campobasso, “La Settimana del Bio”, sponsorizzato dall’Assessore alle Politiche Agricole, Angela Fusco Perrella, e dal MiPAAF.
Ancora le nostre congratulazioni al bravo Bruno Mottillo e l’augurio di sempre nuovi successi a lui ed a tutti i produttori di olio molisani, sapendo che ogni loro successo è un successo per l’agricoltura, la ruralità e, ancor più, per il territorio di una Regione che ha nell’olivicoltura il comparto più importante, non solo per estensione di superficie o di produzione lorda vendibile, ma, soprattutto, per lo sviluppo e la sopravvivenza dell’agricoltura e dei paesaggi agrari che rendono particolarmente bello il piccolo grande Molise.

25 marzo 2012

Ero un ragazzo, nel sessantanove

Ero un ragazzo nel sessantanove;
c’era la marcia dei duecentomila,
faceva caldo in quell’autunno caldo,
più caldi erano i cuori e le speranze...
Piazza del Popolo vestita a festa...
e sul palco svettavan le bendiere
dei nostri sindacati uniti e forti.
Stavamo per scalare un po’ di cielo
e lo scalammo contro la barbarie,
e lo scalammo contro gli schiavisti,
contro i padroni e i servi dei padroni
che ci volevan proni e umiliati,
chinati come schiavi ai loro piedi.
Firmammo nel Settanta il Grande Accordo:
sessantacinque lire d’aumento
per ogni ora: uno storico evento,
una conquista senza precedenti!
E riducemmo i turni a quarant’ ore,
solo quaranta ore a settimana!
Toccammo il cielo e in coro cantavamo:
“L’unità sindacale non si tocca,
uniti siamo e uniti resteremo”,
mentre i padroni cupi e scuri in volto
giuravano vendetta a muso torto.
C’eran Trentin, Carniti e Benvenuto.
Uniti nella lotta i sindacati,
un solo corpo ed una sola meta:
il rispetto dovuto a chi lavora.
Tremavano i padroni rintanati
nei loro bunker: eran terrorizzati.
Tremavano i signori della setta
e fin da allor giurarono vendetta.
E venne nel Settanta lo Statuto!
Giuseppe Di Vittorio e Brodolini
con tenacia l’avevano voluto.
Fremevano i padroni, e quella setta
rimuginava la grande vendetta.
L’Articolo Diciotto finalmente
ci aveva dato la cittadinanza.
Non più sudditi e schiavi ai lor comandi,
ma cittadini a parì dignità
in quell’ Italia che dicendo “Basta!”,
lasciando la barbarie alla sue spalle
riconosceva come propri figli
tutti e non solo i figli della casta.
“Padroni!” Urlava il mitico Diciotto
“Voi non potete più licenziare
un uomo sol perchè si è iscritto
ad un partito che vi fa tremare”...
fremevano i signori della setta...
e fin da allor giurarono vendetta.
E venne, dopo tante trame oscure,
venne il momento, dopo quarant’anni
della grande vendetta dei padroni.
Brandirono la spada dello spread
per revocare tutti quei diritti,
provando a ricacciarci nei meandri
della Storia. E ci vollero sconfitti.
Ma sconfitti non siamo e non saremo:
le nostre lotte non vedranno il buio,
ai nostri figli le consegneremo.
Ragazzi del Duemila ricordate:
noi demmo il meglio delle nostre forze
per consegnarvi un futuro migliore.
Lottate, ancor lottate e poi lottate.
Lottate con coraggio e con fierezza.
Sia lotta dura! Sì, senza paura!
Lottate sempre... No, non ci tradite.
Or che vecchi noi siamo e senza forze
nella tomba vogliam scendere fieri,
fieri di quello che farete oggi,
fieri di quello che facemmo ieri.
Non vi arrendete mai! Non ci tradite!
Non meritiamo di essere traditi,
noi vecchi che in quegli anni ci battemmo
per un mondo migliore, il vostro mondo,
il mondo della pace e dell’amore,
della giustizia e della libertà.
Ragazzi del duemila, non mollate!
scendete in piazza insieme con la gente,
con gli operai, con i disoccupati,
con i precari e tutti gli sfruttatati.
Non fatevi rubare quel futuro,
non fatevi rubare la speranza
che vi demmo lottando a denti stretti
con il cuore, con l’anima e la mente.
Antonio Grano
Marzo 2012

24 marzo 2012

POVERI OLIVICOLTORI!


Non si è capito se “lo fanno o lo sono” a tartassare un comparto produttivo ridotto ai minimi termini dalla mancanza di programmazione, perché non c’è quel Piano Olivicolo Nazionale promesso alcuni decenni fa e, mai, che qualcuno l’abbia presentato o proposto.
Abbiamo appena letto una nota di agenzia che parla di una proposta di legge “salva – olio made in Italy” presentata il giorno 21 u.s., a cura della Coldiretti, Fondazione Symbola e Unaprol, per “costruire un rapporto consumatori e produttori e difendere l’eccellenza del patrimonio olivicolo nazionale”. “Un sistema di norme – continua la nota – a tutela dei consumatori e della reale concorrenza tra le imprese, in grado di preservare l’autenticità del prodotto. La veridicità della provenienza territoriale e della trasparenza delle informazioni”.
Sembra la riproposizione dei principi che hanno ispirato i regolamenti comunitari 2081 e 2082 del 1992, oggi modificati con i regolamenti 509 e 510 del 2006. Regolamenti che hanno portato ad avviare quel processo virtuoso che, grazie ai produttori e alle istituzioni (in particolare la lucida determinazione del Mipaaf), dall’inizio del secolo stanno dando primati nell’olio e nelle altre categorie di prodotti contrassegnati, a sigillo della qualità e dell’origine, da marchio Dop o Igp.
Ben 241 denominazioni di origine (152 dop e 89 Igp) con il riconoscimento dell’altro giorno della Dop “Cinta senese” sulle 1055 (543 dop e 513 igp) riconosciute dall’Unione europea nel rispettivo disciplinare di produzione che fa da garanzia sia della provenienza sia della qualità.
Una proposta di legge, quella sopra menzionata, che, qualora approvata, non solo è il riconoscimento degli errori commessi nel recente passato, da parte degli stessi suggeritori di oggi,  con la partecipazione alla elaborazione di norme che non hanno prodotto alcun risultato se non quello di:
1.       Peggiorare la situazione di mercato dell’olio extravergine di oliva italiano; appesantire ancor di più la già pesante burocrazia, ormai non più sopportabile da parte del produttore;
2.       Allontanare il dialogo tra i vari soggetti della filiera e, così, rendere impossibile quella che è la prima vera necessità per il mondo produttivo;
3.       Sputtanare le Dop e renderle prive di significato, con il rischio di interrompere il percorso proprio nel momento in cui si dovrebbero stimolare i più diretti interessati per accelerarlo e con esso creare, sulla base di una corretta informazione, l’alleanza tra produttori e consumatori;
4.       Dare più forza all’intermediazione e alle concentrazioni commerciali.
5.       Privilegiare quell’industria di trasformazione che, a parole, si vuole combattere, facendo di ogni erba un fascio, con il risultato di favorire quelle straniere, soprattutto se continuano a girare il mondo con il nome italiano, e di punire quelle nostre.
6.       Sputtanare, così com’è successo con l’articolo uscito su Repubblica prima di Natale, l’olivicoltura italiana e i suoi preziosi oli.
Una voglia di farsi male e di far male a chi si dice di voler difendere, per noi, davvero incomprensibile, con uno spreco di energie quando, invece, c’è bisogno di raccoglierle tutte per salvare la nostra olivicoltura sempre più pressata da forze potenti. Interessi estranei al nostro paese che spingono per la creazione d’impianti superintensivi che questi sì, sono la fine dell’olivicoltura delle aree interne (l’olivicoltura dei grandi oli italiani) e, con essa, della biodiversità, del paesaggio, delle attività legate al comparto, delle tradizioni tra le quali il nostro patrimonio culinario.
La colpa della situazione che vive il nostro olio – possono stare certi i promotori della legge - non sta nella scritta se è meno o più di 1,5 centimetri, nella poca limpidezza dei marchi o nel tappo della bottiglia che permette il rabbocco (c’è da pensare ai costi di quest’operazione oltre all’inutilità). La colpa sta nella totale mancanza, come dicevamo all’inizio, di una politica riguardante l’agricoltura e questo suo fondamentale comparto produttivo; nell’incapacità di comunicare in mancanza di una strategia di marketing e ciò è dimostrato anche dal fallimento di progetti costosi di comunicazione che, dopo essere stati attivati, non hanno portato a nessun risultato tangibile.
Il fallimento di queste azioni e lo spreco di risorse sono dimostrati proprio dal fatto che si piange sullo stato del nostro olio e si continuano a cercare ancora palliativi per non affrontare con serietà e tutti insieme la situazione. Cioè prendere, una volta per tutte, il toro per le corna e smetterla di tergiversare, con il solo risultato di sprecare tempo e denaro e, diciamolo pure, pazienza, quella dei produttori che sono senza fiato e, quello che è peggio, soli. Tempo, denaro e pazienza oggi, più che mai, fondamentali preziosità.
Per guadagnarle invece di perderle queste preziosità, basta dedicarsi e concentrarsi sulle potenzialità delle nostre eccellenze Dop e Igp e sulla comunicazione e spiegazione ai consumatori dei marchi europei per avere subito risultati concreti sotto l’aspetto del marketing e, anche, dell’alleanza con i consumatori.
pasqualedilena@gmail.com

PREZIOSO RICONOSCIMENTO ALL'OLIO DOP DI BRUNO MOTTILLO


  
i migliori oli Dop al Sirena d'oro
di Mariella Morosi
Nella categoria fruttato leggero ha vinto la Sirena d’oro l’azienda Carraia di Bardi Franco con la Dop Terre di Siena. L’azienda Torretta srl con la Dop Colline Salernitane prima classificata nella categoria fruttato medio, mentre nella categoria fruttato intenso ha vinto il laziale Alfredo Cetrone
ROMA - Proclamati a Roma, in una cerimonia alla Camera dei deputati, i vincitori del 10° concorso nazionale Sirena d'oro riservato agli oli Dop italiani. Per la categoria Fruttato leggero ha vinto l'Azienda agricola Carraia di Franco Bardi con la Dop Terre di Siena, per il Fruttato medio l'azienda Torretta della Dop Colline Salernitane e per l'intenso l'azienda laziale Alfredo Cetrone della Dop Colline Pontine. La premiazione avverrà a Sorrento (Na), durante La Borsa del Territorio - Vetrina dei prodotti tipici e degli oli Dop, che si svolgerà dal 28 aprile al 1° maggio. Altre 12 aziende vincitrici riceveranno il Sirena d'argento, il Sirena di bronzo e la Gran menzione.

Vincitori 10ª edizione Premio Sirena d'oro di Sorrento

Categoria fruttato leggero

1° classificato - Sirena d'Oro
Az. Agr. Carraia di Bardi Franco
Dop Terre di Siena
2° classificato - Sirena d'Argento
Società Agricola Mascio Srl
Dop Umbria Colli Assisi-Spoleto
3° classificato - Sirena di Bronzo
Az. Agr. Orseggi
Dop Riviera Ligure (Riviera di Levante)
4° classificato - Gran Menzione
Az. Bruno Mottillo
Dop Molise
5° classificato - Gran Menzione
Frantoio Di Giacomo Sandro
Dop Aprutino Pescarese



23 marzo 2012

da ZACC&BELINA

APPLAUSO
Zacc – W Bregantini “il lavoratore non è una merce”
Bélina – Grande Landini “condiziona Bersani e…la Camusso”

22 marzo 2012



NON C’È RILANCIO DELL’ECONOMIA SENZA L’AGRICOLTURA ED IL TURISMO
È questo il messaggio lanciato dall’Agriturist nel corso di una conferenza stampa che c’è stata l’altro ieri a Roma presso la sede della Confagricoltura. Un messaggio che vale ancor più per il nostro Molise e che ben volentieri ci premuriamo di diffondere dando eco all’iniziativa dell’Associazione presieduta da Vittoria Brancaccio, imprenditrice in quella terra incantevole che apre ai due golfi di Napoli e di Salerno.
I dati ISTAT del gennaio 2012 danno un agriturismo in crescita nel 2010 di fronte all’anno precedente di 954 unità operative in Italia, pari al 5%. Il Mezzogiorno e il Nord (5,5%) superano nettamente il Centro Italia fermo al 4,1%.
La Puglia (+26,6%), con 75 unità in più di fronte al dato del 2009, è la Regione che registra la migliore performance, seguita dalla Calabria (+21,6%), Lazio (+18,2%.). Resta ferma la Campania alle sue 849 strutture, l’Abruzzo ne perde 27 (-4,1%), due la Valle d’Aosta (-3,8%), con le restanti regioni in positivo. Il numero maggiore di attività si registra in Trentino-Alto Adige (+147 di cui ben 127 nella sola provincia di Bolzano che con 3.339 unità è seconda solo alla Toscana dove gli agriturismi superano le quattro mila unità), a seguire, al terzo posto, la Lombardia (1327), poi il Veneto (1305), l’Umbria (1153), l’Emilia – Romagna (1008), il Piemonte (1005) con tutte le altre al disotto delle mille unità.
Il Molise con 94 unità (+5% di fronte al 2009) rappresenta meno dello 0,05% delle 19.973 agriturismi aperti nel nostro Paese e, nel quadro complessivo, è davanti solo alla Valle d’Aosta che registra solo 51 agriturismi aperti al 2010. Poca cosa di fronte alla terzultima, la Basilicata, che ne ha 228 e della quartultima, la Puglia, che con 357 unità supera di poco la Provincia di Trento (349).
Poca cosa, dicevamo, per una regione censita come i più agricoli e quei coni più alto tasso di ruralità che è la ragione prima di chi sceglie l’agriturismo.
Se è vero, come ha detto ieri il presidente dell’Agriturist, Vittoria Brancaccio, alla presentazione della “Guida 2012” di quest’ Associazione emerita di Confagricoltura, che l’Agriturismo è una risorsa importante per il rilancio del turismo in Italia, questo discorso vale tanto più per il Molise e per le altre regioni del Centro e del Mezzogiorno. Certo l’accanimento fiscale del Governo Monti con l’IMU sui fabbricati rurali non aiuta questo processo che rischia così di essere bloccato se non il governo non procede per un ridimensionamento di questa imposta. “Il rischio è – come sottolineava ieri Vittoria Brancaccio – che con un aumento anche di quattro volte e con il facile abbattimento delle case fatiscenti che saranno gravate della imposta vengono meno le prospettive di recupero di questo prezioso patrimonio paesaggistico, con il turismo che perderà irreversibilmente concrete opportunità di sviluppo”. “Senza parlare poi – ha continuato il presidente dell’Agriturist - delle imprese che rischiano la chiusura lasciando campo aperto alle speculazioni, con conseguenze dirompenti per l’agricoltura e il territorio”.
Un ragionamento che non fa una piega, anzi pesa ancor più nel momento in cui si registra un risultato positivo dell’agriturismo nel 2011 nonostante la stagnazione del turismo in generale, con gli italiani che restano a casa (-16) e gli stranieri che arrivano (+5,3%) spendendo più del passato.
La verità è quella che noi predichiamo da qualche tempo, che non c’è alcuna possibilità di rilancio dell’economia o di pensare, come si divertono a fare in tanti, alla crescita ed allo sviluppo senza l’agricoltura ed il turismo, in un paese che ha il primato in Europa e nel mondo delle eccellenze dop e igp, del biologico e della biodiversità e dei beni culturali.  pasqualedilena@gmail.com

20 marzo 2012

IL MOLISE PROTAGONISTA A SIENA ALLA FESTA DEL 25° ANNIVERSARIO DELLE CITTA’ DEL VINO


Larinoviva informa
Il convegno programmato a Siena, presso la Sala Calvino della Santa Maria della Scala, su ‘L’abbondanza locale. Come non “gettar via” il patrimonio materiale e immateriale dei territori italiani’  è coordinato dal Prof. Rossano Pazzagli dell’Università del Molise- Facoltà di economia - Turismo, che ha sede a Termoli, e vede, tra gli illustri relatori, la partecipazione del Prof. Giovanni Cannata, magnifico rettore della nostra Università.
Non basta, domani, nel corso dell’Assemblea ordinaria e straordinaria dell’Associazione Nazionale Città del Vino, che è un membro autorevole della Recevin, la rete europea delle città del vino, verrà consegnata a Pasquale Di Lena, molisano di Larino riconosciuto esperto di vino e di olio, la nomina di Ambasciatore delle Città del Vino “per la capacità e il prezioso aiuto che ha saputo dare alla crescita dell’Associazione..”
Di Lena, nella sua posizione privilegiata di Segretario Generale dell’Ente Mostra Vini – Enoteca Italiana, è stato, insieme al suo presidente Riccardo Margheriti ed a Giorgio Guagliumi, un prezioso collaboratore dell’Ente, il promotore di questa iniziativa nata 25 anni fa a Siena. Grazie alla felice intuizione di “Vino e Turismo” e, soprattutto, alla idea di Elio Archimede, oggi editore – direttore della bellissima rivista Barolo&Co. e allora promotore delle Strade del Vino e delle Enoteche pubbliche in Piemonte, di mettere insieme i comuni (le città) del vino.
Di lena ha avuto anche l’opportunità di guidare, prima dell’attuale direttore Paolo Benvenuti, questa associazione nei suoi primi cinque anni di vita e di dare, poi,  continuità a un percorso, riferito alla salvaguardia e tutela del territorio attraverso l’altro straordinario testimone, l’olio, con la nascita a Larino, il 17 dicembre del 1994, dell’altra associazione, quella delle Città dell’Olio.
Due giorni di festa, e, anche, di grandi riflessioni su il quarto di secolo passato, in particolare sul ruolo e i valori del territorio in un momento di profonda crisi di questo prezioso e fondamentale bene, assalito com’è dallo spreco e dalla speculazione, con ettari e ettari sacrificati alle piccole e grandi opere e non al cibo, nel nostro caso il vino.
E il vino, il suo mondo, sarà il protagonista assoluto insieme con i 500 sindaci che rappresentano i comuni associati per difendere, tutelare e promuovere il proprio territorio quale origine la qualità e, con esso, il suo testimone principe, il vino.
Larinoviva 20-03-2012

da ZACC&BELINA

 

LA RETE
Zacc- Governo Monti
Bélina-la rete che salverà Berlusconi e le sue televisioni

LETTERA DI RAFFAELE GIANNONE A CARICATO

Benemerito dr. Caricato,

(come vede mi sono permesso di omettere l'"egregio" troppo formale che poco avrebbe espresso l'ammirazione che nutro per la sua azione informativa e formativa) che il buon Dio le dia la forza e l'entusiasmo di continuare!

Per quel che può contare il parere dell'ultimo degli olivicoltori/frantoiani dalla più piccola delle regioni olivicole italiane, condivido appieno non solo il contenuto, ma anche l'evidente passione e partecipazione che traspare dal suo dire. 

Esattamente ieri sera, con il caro amico Pasquale Di Lena, partecipando ad uno degli innumerevoli convegni sull'olio d'oliva e relativi aspetti salutistici, dopo erudite relazioni sugli antiossidanti, dieta mediterranea, piramide alimentare, etc. prima io, poi lui con maggior competenza, abbiamo ribattuto, martellato, ripetuto, ribadito la questione fondamentale della cultura se all'olivicoltura italiana,come ad ogni altro settore delle attività umane, si vuole dare un futuro dignitoso. 

Certamente, per onestà intellettuale, occorre pur dire che affermato questo (il che è già un bel risultato,visti i tempi di grandi fratelli e isole  dei famosi..) si apre un universo dialettico, una miriade di sfaccettature e interpretazioni storiche, sociali, ideologiche e persino semantiche sulla parola "Cultura".

Ho apprezzato moltissimo il suo richiamo etimologico di "cultura", annoverando fra le mie tante passioni non solo il saper potare un olivo o il saper controllare la gramolatura nel mio frantoio, ma anche l'assidua frequentazione dei vocabolari etimologici, alla riscoperta dell'immensa e affascinate ricchezza della nostra lingua italiana.

E attingendo all'insostituibile lavoro del Pianigiani ho scovato una conferma ulteriore , se mai ce ne fosse bisogno, ai suoi propositi:

pare che originariamente "colere" significasse "spingere l'aratro" nientemeno che dalla radice sanscrita "calayami" ovvero "spingere innanzi"!

Quale metafora migliore per i suoi propositi! 

Arare sulla steppa dell'ignoranza imperante, dissodare il tuttologismo moderno, eradicare la malerba  del profitto ad ogni costo, disinfestare l'ambiente dalle frodi e pubblicità ingannevoli, spingendo innanzi il mondo agrario verso l'autenticità, la tipicità, la trasparenza, la consapevolezza, la correttezza. 

Ecco, a mio modestissimo avviso, una possibile interpretazione dell'azione CULTURALE da compiere senza affanni, ma senza sosta, come lei fa e tutti ci aspettiamo continui a fare. 

Mi scusi l'idealismo, ma oggi si parlava di questo, son certo che i cari amici economisti, statistici e "mercatisti" mi perdoneranno anche questa volta, se ai numeri e alle percentuali, ho anteposto l'amore per l'olivo che per me non è solo una pianta, ma prima di tutto un'idea ! 

Con stima.
Raffaele Giannone, olivicoltore in terra di Molise

17 marzo 2012

Buon compleanno Città del Vino

Un quarto di secolo è passato dalla costituzione dell'associazione, il 21 Marzo del 1987, a Siena. Ora è tempo di celebrazioni, con un brindisi

Buon compleanno Città del Vino.
Un quarto di secolo è il tempo trascorso dall’Associazione Nazionale delle Città del Vino da quel 21 Marzo del 1987, il giorno della sua costituzione a Siena, nella Sala convegni di Palazzo Patrizi, edificio del 1500 in via di Città.
Avere la possibilità di festeggiare venticinque anni di vita in compagnia di oltre cinquecento città associate è il primo e più importante dei giudizi che uno può dare, con un rendiconto delle attività pieno di risultati e di successi che onora quanti in tutti questi anni, dai presidenti agli amministratori, dalla direzione ai collaboratori, si sono adoperati nella progettazione, programmazione e realizzazione di iniziative rispondenti agli scopi e alle finalità del Città del Vino.
Un traguardo importante per tutti questi protagonisti, e, soprattutto, per il mondo del vino italiano che può, se vuole, esprimere piena gratitudine all’Associazione per aver trovato in essa una fonte inesauribile di energie nel campo della comunicazione del territorio e del suo testimone principe, il vino.
Un testimone magico, straordinario, capace di animare il turismo e di sostenere e promuovere la nostra gastronomia, dando un contributo notevole alla fama che vive oggi in ogni parte del mondo.
Le città del vino, con questa loro specifica attenzione al territorio, cioè all’origine della qualità, hanno dato piena ragione al processo delle Denominazioni di origine avviato nel 1963 con il Dpr 930, che proprio in quegli anni registrava i primi passi della Docg riconosciuta al Brunello di Montalcino e al Barolo, al Vino Nobile di Montepulciano e al Barbaresco.
All’Associazione spetta, inoltre, il merito di aver dato inizio a un percorso che, nel tempo, ha prodotto molti altri esempi, dalle Città dell’Olio a quelle del Tartufo e, poi, altre ancora, con gli amministratori del territorio, i sindaci, i rappresentanti delle Provincie, delle Comunità Montane e delle Camere di Commercio, grandi protagonisti.
Essa nasce, non a caso, a Siena, la città dell’Ente Mostra Nazionale Vini, costituito cinquant’anni prima, e, dell’Enoteca Italica Permanente, aperta nel 1960, cioè strumenti e strutture nate per la promozione e la valorizzazione dei vini tipici e di qualità.
L’Enoteca, dopo un periodo di grandi sofferenze con rischi di una sua definitiva chiusura, si spoglia della sua primitiva definizione e diventa “italiana”, e riesce, grazie a Mencaraglia e a Margheriti, i due presidenti che hanno lottato per il suo rilancio, a programmare una serie d’iniziative, tra le quali “Alimentazione, Vino e Sport”, in collaborazione con il Coni e la Scuola dello Sport, e“Vino e Turismo”, con il Touring club Italiano.
Un incontro, quest’ultimo, che vede tra gli illustri partecipanti, Elio Archimede, che, nel corso del suo intervento lancia la proposta di un’associazione tra i comuni vitivinicoli Doc e Docg.
L’Enoteca fa propria la proposta di Elio Archimede - da qualche anno impegnato nella realizzazione delle Strade del Vino e delle Enoteche pubbliche nel suo Piemonte - e s’impegna a definirla nei particolari per la sua realizzazione.
Passa un anno esatto di gestazione prima della sua nascita a Siena nel giorno dell’inizio della primavera.
Non a caso, dicevo, Siena, che per i suoi grandi vini e per queste sue iniziative, è, da sempre, capitale riconosciuta del vino italiano, in quanto a qualità e immagine, e, non a caso, L’Enoteca che, forte della sua esperienza, riesce a cogliere le straordinarie potenzialità della vitivinicoltura italiana e a incidere su quel percorso che segna il “Rinascimento" del vino italiano.
La nascita delle Città del Vino rafforza il ruolo proprio dell’Enoteca di vetrina permanente dei grandi vini italiani, in un immenso territorio di mille e mille territori vocati alla qualità ed espressione di bellezze paesaggistiche, valori storico – culturali e altri legati alle tradizioni, in particolare la cucina.
Per i primi anni Enoteca e Città del Vino camminano insieme, poi ognuna per la propria strada a sviluppare le proprie idee e le proprie finalità, nell’interesse di una realtà e di un mondo che, pur tra alti e bassi, dà ossigeno alla nostra agricoltura, in un momento in cui c’è bisogno di sognare il futuro.
Oggi c’è da applaudire a questa primavera delle Città del Vino e cogliere questa occasione per ringraziarle per il loro prezioso e fondamentale contributo alla crescita della cultura del vino italiano e dei territori che li esprimono, sapendo che quando si sa seminare il buon raccolto arriva.