30 aprile 2012

INCONTRO A CAMPOBASSO PER RICORDARE IL SEMIOLOGO OMAR CALABRESE

Una iniziativa del critico d'arte Antonio Picariello in programma giovedi' 3 maggio prossimo, ALLE ORE 19.30, a Campobasso nella sede di AXA in via Colle delle Api, 170



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Omar Calabrese è morto nell’ultimo giorno di marzo scorso nella sua casa di Monteriggioni all’età di 63 anni, stroncato da un infarto. Professore di teoria della comunicazione all’Università di Siena era conosciuto e stimato nel mondo per la sua alta professionalità e per la sua innata simpatia e giovialità. Aveva girato e tenuto lezioni nelle più importanti Università europee e americane. Uno straordinario animatore culturale sapeva coniugare bene l’impegno culturale con quello politico e istituzionale. Uno dei promotori, se non l’ideatore, dell’Ulivo; assessore alla cultura prima al Comune di Bologna e poi di Siena, promotore di importanti incontri culturali è stato, anche, curatore dei contenuti culturali delle Expo mondiali da Vancouver ad Hannover. Soleva ripetere “le idee contano più delle poltrone”.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo un giorno che sono andato a trovarlo nel suo studio all’Università per presentargli un’idea progettuale “Vino e giovani” che avevo preparato per L’Enoteca Italiana, nel 2002, poco dopo il mio rientro a Siena dal Molise. E poi di frequentarlo per aggiornare il progetto facendo tesoro delle esperienze che maturava con le iniziative nelle più importanti Università italiane alla presenza di migliaia e migliaia di giovani.
Il critico d’arte Antonio Picariello, che ha conosciuto bene il prof. Calabrese a Bologna, ha voluto organizzare un incontro a Campobasso per ricordare insieme un persona che sapeva donarti con il sorriso il piacere della sua grande umiltà e del suo sapere.
Sono grato all’amico Antonio Picariello per avermi voluto coinvolgere in questa sua iniziativa che vuol essere una dedica di due persone, che hanno avuto la fortuna e il piacere di conoscerlo, a un personaggio della cultura italiana qual è stato Omar Calabrese.

W IL 1° MAGGIO

Non bisogna mai disperare. Quando tutto sembra spento c’è sempre una scintilla nascosta nella cenere pronta a ravvivare il fuoco.
In ogni luogo e in ogni comunità c’è qualche Vestale nascosta che custodisce il fuoco.
Anche a Isernia. Anche nel Molise. Anche nel Sud. Anche in Italia.
Nicola
 
 
 
Voglio, con questa nota di speranza inviatami dal mio caro amico Nicola Picchione ed una sua bellissima foto, pensare al giorno di domani, il 1° Maggio, e dedicarle a un mondo che c'è e non è mai scomparso, quello del lavoro. A chi lavora nelle fabbriche o sui cantieri, e, soprattutto, a quelli che il lavoro lo hanno perso o lo stanno per perdere per colpa di un sistema che, dopo essere stato per lungo tempo in coma, è morto ed è tempo, ormai, di seppellirlo per sempre al più presto. Non ci sono possibilità di resuscitarlo. 
C'è la necessità di pensare a uno completamente nuovo che ha come "scintilla nascosta" proprio il mondo del lavoro (quello delle braccia e della mente così come un tempo). 
Un mondo che non pensa solo al profitto e per il profitto è capace di sacrificare ogni cosa, anche le più belle, ma, principalmente, alla forza e capacità di sapersi relazionare con gli altri e con la natura, riportando a galla una regola santa come quella del rispetto. 
Un mondo di uomini che hanno voglia di parlare, dialogare, parrtecipare, pensare, progettare, creare,decidere, fare. Uomini che hanno bisogno della carezza del vento, del silenzio della neve, della luce del sole e della luna, dei colori dell'arcobaleno dopo la pioggia che è subito scappata via. 
Hanno bisogno, anche, di avere fra le mani il tempo come le stagioni, il corso di un ruscello, le foglie di un albero, il volo di un uccello. E poi del gioco e dei sogni  che si possono ritrovare in una poesia, in un quadro, in un canto, in un passo di danza, come estese pianure, dolci colline, montagne che nascondono l'acqua. Uomini che hanno bisogno di amare e di essere amati, di parole che sanno accarezzare il cuore.
 

29 aprile 2012

La neolingua della crescita infinita infetta la nostra percezione del mondo

 
[ 26 aprile 2012 ]
Luca Aterini
«Non senti ancora la bellezza della distruzione delle parole. Non lo sai che la neolingua è l'unica lingua al mondo il cui vocabolario s'assottigli di più ogni anno?» La struttura stessa di una lingua, il suo potere espressivo, le sue inclinazioni e sinuosità modellano l'interpretazione del mondo di chi di tale lingua fa uso. Prendendo a prestito dal celebre sociologo canadese McLuhan, ‹‹il medium è il messaggio›› dunque, intendendo stavolta come "medium" il linguaggio stesso: una determinata interpretazione (e comunicazione) del mondo darà vita a corrispondenti modalità di approccio, valutazione e azione nei confronti del mondo stesso. Ecco perché analizzare i mutamenti delle varie lingue - che sono organismi vivi e cangianti - nel corso del tempo non è affatto un mero esercizio teorico, ma suggerisce incisivi percorsi d'analisi per l'andamento della società tutta.
Ed ecco spiegato anche il motivo per cui non solo i filosofi del linguaggio ma anche alcuni economisti e sociologi, ad esempio, siano attenti alle evoluzioni della lingua. Uno degli ultimi esempi di tale attenzione è quella rivolta al fenomeno della "panflazione", al quale anche la Repubblica ha dedicato un esteso approfondimento. «La panflazione è un neologismo con cui l´Economist ha provocatoriamente lanciato l´allarme sui "pericoli della svalutazione di ogni cosa" - si legge sulle pagine del quotidiano di via Colombo. Ma perché piccolo oggi non è più bello? L´inarrestabile corsa verso porzioni sempre più grandi per la verità fu già teorizzata da Jeremy Bentham: la felicità che un singolo percepisce da una sterlina in più decresce con il numero di sterline che quella persona continua a possedere - motivo per cui i ricchi vogliono diventare sempre più ricchi».
Parafrasando il noto motto attribuito al diplomatico francese de Talleyrand (ma anche al nostrano Andreotti), dunque, "il potere logora chi non ce l'ha", forse, ma sicuramente il potere - qui inteso sottoforma di denaro - logora chi ce l'ha e ne desidera sempre di più. Non siamo certo davanti ad una scoperta epocale, in ogni caso. Dove sta quindi la novità? Nel fatto che «Oggi, poi, il problema si è ulteriormente ingrandito - continua la Repubblica: la panflazione è accusata di "distorsione del mercato" perché sconvolge i parametri. La tazza di caffè più piccola da Starbucks - il bar anche qui più grande del mondo, 20mila negozi in tutto il pianeta - si chiama "tall": vuol dire alta, grande. E se cercate un trancio di pizza "small", piccolo, non lo troverete mai: si parte da "regular", poi "large" e "very large" [...] Presentare un trancio "piccolo" e farlo pagare una cifra non si può: sapere invece che per quel prezzo ci stiamo pappando una porzione "regular" ci rassicura. "È il vecchio effetto framing", spiega Benedetto De Martino, esperto di neuroscienze e ricercatore di psicologia alla City University di Londra. È il fenomeno scoperto da Daniel Kahneman già una ventina d'anni fa: presentare la stessa opzione sotto una diversa cornice - framing - altera le decisioni che prendiamo».
È così che risulta impossibile evitare che riaffiorino alla mente Orwell ed il suo 1984 - del quale in incipit all'articolo è riportato un frammento - nel quale il regime dittatoriale del Socing, la cui brama è quella di controllare finanche i pensieri dei propri sottoposti, pianifica la sostituzione del linguaggio originario (archelingua) con una nuova lingua (neolingua, per l'appunto) che renda impossibile addirittura la formulazione di un pensiero critico.
Ovviamente nessuno accusa Starbucks di architettare una strategia per il dominio del mondo. Il piccolo esempio proposto, che ha in oggetto la catena di bar, è significativo perché mette in luce quanto profondamente sia arrivata l'ideologia della "necessaria" crescita esponenziale e continua, ideologia originariamente relegata in asettici dipartimenti universitari di economia e che manda a gambe all'aria ogni pretesa di sostenibilità.
«"Superbo" non è più un'offesa - chiosa la Repubblica - "modesto" non è più un complimento. Oggi la normalità è schifata, ed è schifata tanto più da chi la vive come condizione». Anche la parola "moderazione", verrebbe da dire, da un significato virtuoso è stata ribaltata, portandola a contenere solo una fastidiosa sensazione di limitatezza. La capacità di porre un freno agli impulsi dannosi, di mitigarsi, di avvertire il senso della misura, sono ora visti come incapacità di aggredire il mondo e la società con la violenza sufficiente ad accaparrarsi una briciola in più degli altri dal piatto della torta.
Per una cultura della sostenibilità - e non è una semplice tautologia - la cultura è importante. La cultura nella quale siamo immersi, che respiriamo e a nostra volta diffondiamo, e che è determinata in buona parte anche dal linguaggio di cui facciamo uso. Solo un humus culturale adeguatamente fertile e pervasivo potrà permettere un effettivo affermarsi di una sostenibilità economica, sociale ed ecologica, ovvero un cambiamento radicale nel nostro modo di percepire, comprendere e rielaborare il mondo che ci circonda. Un cambiamento che rimane a portata di mano, ma per il quale è fondamentale difendere il baluardo del pensiero critico, o di quel che ancora ne rimane. «Non ti accorgi che il principale intento della neolingua consiste proprio nel semplificare al massimo le possibilità del pensiero?».




Giornata mondiale delle lotte contadine

 DA GREENREPORT

[ 26 aprile 2012 ]
A Tsambokhulu, in Swaziland, Richard Mahlela ha deciso di opporsi all'introduzione della canna da zucchero nella sua comunità: "Per coltivarla ci rubano terreno fertile destinato al grano. L'esperienza insegna che con la canna da zucchero non ci si sfama". E' solo una delle testimonianze di lotta contadina con cui Cospe viene in contatto e che sostiene nei tanti Paesi africani e dell'America latina in cui lavora a fianco di agricoltori e associazioni contadine che lottano per contro le espropriazioni di terre e per la sovranità alimentare.
Ma quante sono le terre espropriate al controllo delle comunità locali a vantaggio di grandi proprietari terrieri? In altre parole: quanto è vasto il fenomeno del land-grabbing? Nessuno è in grado di dirlo con esattezza. Così come è difficile stabilire il numero delle vittime di questo fenomeno in crescita dopo la crisi finanziaria del 2007, quando i governi, ricchi di liquidità ma privi di terre (o multinazionali dell' agro business) hanno iniziato ad affittare o comprare terre fertili di altri Paesi per coltivarci generi alimentari per i propri bisogni o prodotti per i biocarburanti.
Per questo il 17 aprile, ricordando l'eccidio di 22 contadini "Sem Terra" brasiliani, colpevoli di aver lottato per la sovranità alimentare opponendosi all'esproprio delle proprie terre avvenuta nel 1996, si ricordano anche tutte le lotte contadine e le vittime che il fenomeno del land grabbing miete, con l'espropriazione prima e lo sfruttamento delle terre, dopo. (Vedi link)
La maggior parte delle terre infatti sono destinate alla produzione per l'esportazione, sia essa di biocarburanti o di prodotti tropicali, con impatto nullo -o nocivo- sulla sicurezza alimentare delle popolazioni locali.
La Banca Mondiale parla di circa 60 milioni di ettari "transitati" nelle mani di grandi investitori: una superficie equivalente al doppio dell'Italia. Ma per l'International Land Coalition sono almeno 200 milioni gli ettari di terra espropriati fra il 2000 e il 2011. In alcuni paesi, come la Sierra Leone, circa il 20% delle terre arabili è stato sottratto al controllo delle comunità locali a vantaggio di grandi proprietari stranieri.
La Banca Mondiale sostiene che il land grabbing, se opportunamente regolato, possa rappresentare una risorsa per i Paesi in via di sviluppo, agevolando gli investimenti produttivi nel settore agricolo ma è ormai chiaro che il beneficio dello Stato "che vende" o affitta" è minimo, dal momento che le terre vengono cedute generalmente ben al di sotto del prezzo di mercato (4$ all'ettaro in Sudan), mentre i salari erogati ai lavoratori assunti (2$ al giorno in Sierra Leone) sono completamente sganciati dall'inflazione galoppante (quando non vengono assunti direttamente dei lavoratori stranieri, come nel caso dei lavoratori cinesi del progetto Malibya, sul fiume Niger). Le terre cedute sono quasi sempre abitate e soggette al diritto consuetudinario delle popolazioni locali.

La mancanza di consultazioni e coinvolgimento delle stesse conduce alla stipula di contratti opachi, e alla frequente violazione dei diritti umani: diritto al cibo, diritto all'accesso alle risorse, diritto alla casa. E chi protesta viene imprigionato, spesso senza processo. Gli assassinii impuniti di contadini organizzati in difesa delle proprie terre si susseguono ogni giorno, dall'Africa all'Asia all'America Latina. Per milioni di esseri umani, la sovranità alimentare non è un concetto astratto, ma una questione di vita o di morte. Ricordarli è oggi un imprescindibile atto di solidarietà.

I consumi di carne continuano a crescere e a "mangiarsi" il pianeta

[ 27 aprile 2012 ]
Gianfranco Bologna
Recenti dati pubblicati dal Worldwatch Institute e dall'Earth Policy Institute (vedasi www.worldwatch.org e www.earth-policy.org ) ci forniscono il preoccupante quadro della crescita del consumo di carne a livello mondiale con ovvie e significative ripercussioni, ad esempio, sullo stato di salute degli ecosistemi della Terra, sul flusso di materia ed energia mobilizzato dai metabolismi sociali rispetto a quelli naturali e sulla crescita delle emissioni di gas climalteranti che derivano dalle attività agricole.
Il Worldwatch Institute che ha recentemente reso noto l'ultimo rapporto "State of the World 2012" dedicato al tema "Verso una prosperità sostenibile" (la cui edizione italiana, pubblicata, come di consueto dalle meritevoli Edizioni Ambiente, sarà presentata a Milano, al Museo della Scienza e della Tecnica, il 29 maggio prossimo), in una recente analisi relativa ai Vital Signs ai segni dei trend globali che disegnano il nostro futuro (vedasi http://vitalsigns.worldwatch.org ), fornisce il quadro della crescita degli animali da allevamento nel mondo.
Il numero di polli destinati al consumo umano è cresciuto del 169% dal 1980 al 2010, portandosi da 7.2 miliardi di individui a 19.4 miliardi di individui. Durante lo stesso periodo la popolazione di capre e pecore ha raggiunto i 2 miliardi e la popolazione dei bovini è cresciuta del 17% raggiungendo 1.4 miliardi.
Secondo i dati del Consultative Group dell'International Agricultural Research le stime di crescita al 2050 prevederebbero una popolazione globale di polli di circa 35 miliardi, di capre e pecore di 2.7 miliardi e di bestiame di 2.6 miliardi.
La popolazione attuale di individui sottoposti ad allevamento umano tra bovini, capre, pecore, polli, maiali, dromedari, anatre, lepri, conigli, tacchini, oche ecc. è passata da i 9 miliardi del 1970 ai 26.7 miliardi attuali, come indicano i dati di FAOSTAT, il database statistico della FAO, sistematizzato dal Worldwatch Institute. I maiali, per esempio, sono passati dai 547 milioni del 1970 ai 965 milioni del 2010.
La domanda di carne, uova e prodotti caseari è andata significativamente incrementando nei paesi in via di sviluppo, particolarmente in quelli di nuova industrializzazione. In questi paesi infatti il consumo pro capite di latte si è quasi raddoppiato tra il 1980 ed il 2005, quello di carne si è triplicato e quello di uova è aumentato di cinque volte.
Il maggiore incremento si è avuto nei paesi dell'Asia del sud-est e dell'est. In Cina il consumo pro capite di latte è aumentato da 2.3 kg nel 1980 a 32.2 kg nel 2005, mentre quello di carne è quadruplicato nello stesso periodo e quello di uova è salito da 2.5 kg pro capite a 20.2 kg.
Circa il 75% delle nuove malattie che affliggono il genere umano dal 1999 al 2009 originano negli animali e nei prodotti derivanti da animali, sempre secondo le analisi e le stime della FAO dedicate alla zootecnia intensiva, definita in acronimo CAFO che significa Concentrated Animal Feeding Operations, che è diventata il modello maggiormente perseguito in tutto il mondo.
La zootecnia intensiva produce un alto livello di rifiuti, uno straordinario utilizzo di acqua e di terra, gioca un ruolo significativo nella perdita di biodiversità, contribuisce al cambiamento climatico con le emissioni del 18% delle emissioni globali di gas serra. Inoltre l'allevamento del bestiame costituisce una delle maggiori cause di deforestazione: è responsabile di una percentuale tra il 65 e l'80% della deforestazione in Amazzonia.
Come ci ricorda un recente update dell'Earth Policy Institute ("Meat Consumption in China now double that in the United States" di Janet Larsen) più di un quarto di tutta la carne prodotta a livello mondiale è oggi consumata in Cina. Nel 1978 il consumo di carne in Cina era di 8 milioni di tonnellate, un terzo di quelle statunitensi che erano di 24 milioni di tonnellate. Nel 1992 la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti come paese leader nel consumo di carne a livello mondiale. Oggi il consumo annuale di 71 milioni di tonnellate in Cina è più del doppio di quello degli Stati Uniti. Del consumo di carne cinese i tre quarti sono costituiti da carne di maiale e metà della popolazione mondiale di maiali da allevamento, circa 476 milioni di individui, si trova oggi in Cina.
Con il consumo di carne di maiale che si stima possa raggiungere i 52 milioni di tonnellate nel 2012 in Cina, questo paese si colloca decisamente al primo posto per il consumo di carne di maiale, mentre gli Stati Uniti restano dietro con circa 8 milioni di tonnellate sempre nel 2012. Negli USA in consumo di carne di pollo e di manzo è più diffuso. Per quanto riguarda infatti la carne di manzo la Cina ne consuma sui 6 milioni di tonnellate annue, mentre gli Stati Uniti sugli 11 milioni l'anno.
Bisogna comunque sempre ricordare che la popolazione cinese è di oltre 1 miliardo e 345 milioni, mentre quella degli Stati Uniti è di 313 milioni. Ancora una volta appaiono evidenti le differenze del consumo pro capite. Inoltre la politica agricola industriale estensiva diffusa in tutto il mondo prevede un largo consumo della produzione agricola di base da destinare agli allevamenti animali di bestiame, maiali, pollame e persino acquacoltura.
La Cina, ad esempio, ha registrato nel 2011 la maggiore produzione agricola mondiale ma un terzo di questa produzione è stata destinata ad alimentare gli animali da allevamento. Una tipica componente dell'alimentazione degli allevamenti animali è costituita dalla soia. L'incredibile incremento del consumo di carne in Cina ha alterato diversi paesaggi nel mondo dove la terra coltivata a soia sta ormai oltrepassando quella destinata a grano e mais. La Cina nel 2011 ha prodotto 14 milioni di tonnellate di soia ma ne ha consumate ben 70 milioni di tonnellate. Molte aree di foresta e savana sono state distrutte per fare posto alle monocolture di soia.
Un ulteriore interessante lavoro scientifico apparso recentemente su "Environmental Research Letters" ed elaborato da Eric Davidson del prestigioso Woods Hole Research Centre statunitense, dal titolo "Representative concentrations pathways and mitigation scenarios for nitrous oxide" affronta il grave problema delle continue emissioni di protossido di azoto prodotte dall'intervento umano. Si tratta del terzo gas antropogenico più importante come fattore di incremento dell'effetto serra naturale e tra i più importanti attori antropogenici della distruzione della fascia di ozono nella stratosfera.
L'accelerazione delle emissioni di questo gas è fortemente legato alla produzione alimentare umana ed alle attività agricole connesse. Davidson affronta il problema di quali azioni siano necessarie per ridurre le emissioni di questo gas, confrontandole con i quattro pathways che sono considerati nel nuovo rapporto, il quinto, dell'IPCC sui cambiamenti climatici (che dovrebbe essere reso noto tra la seconda metà del 2013 ed il 2014). Si tratta dei cosidetti Representative Concentration Pathways (RCP). Per raggiungere la stabilizzazione delle emissioni di protossido di azoto entro il 2050 che siano consistenti con gli scenari di mitigazione più significativi delle RCP, è necessaria una riduzione del 50% nel livello di consumo pro capite del mondo sviluppato (nel quale bisogna cominciare a considerare i paesi di nuova industrializzazione).
Le sfide che un futuro sostenibile ci pone sono veramente enormi e, purtroppo, gli andamenti attuali, come abbiamo visto nel caso specifico del consumo di carne a livello mondiale, stanno andando nelle direzioni opposte a quelle ragionevoli e logiche. Ecco perché risulterà ancor più importante e significativo quanto i paesi del mondo riusciranno a decidere in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile prevista per giugno a Rio de Janeiro.

SEMINARE CULTURA

è la cultura, non la guerra, che consolida la nostra identità europea.
DA GREENREPORT
[ 27 aprile 2012 ]
«Quando si arriva alla crisi del debito, e io parlo come qualcuno che non capisce niente di economia, dobbiamo ricordare che è la cultura, non la guerra, che consolida la nostra identità europea. I francesi, gli italiani, i tedeschi, gli spagnoli e gli inglesi hanno trascorso secoli uccidersi a vicenda. Oggi, siamo stati in pace per 70 anni e nessuno si rende conto di quanto ancora questo sia incredibile. Infatti, l'idea stessa di un guerra tra Spagna e Francia, o Italia e Germania, provoca ilarità. Gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di una guerra civile per unirsi davvero. Spero che la cultura e il mercato europeo riusciranno a fare lo stesso per noi».
Nelle parole del semiologo Umberto Eco, raccolte in una recente intervista del britannico The Guardian, si trova in modo chiaro e semplice quale sia la portata rivoluzionaria dell'Unione europea, e quanto sia importante che questa rivoluzione venga definitivamente portata a compimento, coltivata e mantenuta viva e vegeta; rischiamo altrimenti di accorgerci della sua importanza - che va ben oltre alle possibilità economiche offerte da un'area di mercato unico - solamente quando ci sarà ormai sfuggita dalle mani. Un rischio che non possiamo correre.
Al contempo, nelle stesse parole si legge quale siano gli elementi, tra gli altri, massimi deputati a cementificare l'Unione: l'economia e la cultura. Finora, senza dubbio, abbiamo dedicato attenzione pressoché esclusiva all'economia, tralasciando il resto: abbiamo cioé abbondanza di cemento, ma non sappiamo usare l'acqua per farlo legare. Ci troviamo così dentro un mercato libero, si, ma la presenza dei cittadini al suo interno lo riempe di atomi puntiformi e slegati, che cozzano continuamente uno contro l'altro: non abbiamo un progetto culturale, politico e sociale che ci unisca.
L'orizzonte ideale della sostenibilità della nostra società, all'interno del contesto ecosistemico in cui ci troviamo a vivere, può senza dubbio garantire un respiro abbastanza ampio da abbracciare un processo di rinnovamento politico di stampo non solo nazionale, ma europeo (prima che internazionale).
Un orizzonte sicuramente politico, in quanto basa la sua esistenza sulla necessità di compiere delle scelte per la nostra architettura sociale: fuori dall'ideologia neoliberista della crescita a tutti costi (purché sia crescita: e chi rimane indietro, fatti suoi), la domanda che non è possibile eludere è quella che greenreport pone in continuazione: che cosa deve crescere e che cosa no, che cosa vogliamo - democraticamente - decidere di lasciare ai posteri della nostra società, per lasciarla loro carica quanto meno delle possibilità che abbiamo potuto godere noi?
«Se potessi sognare ad occhi aperti, mi immaginerei che noi europei finalmente ci sentissimo come cittadini della cultura - ha dichiarato il ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi, in un'intervista al tedesco Die Zeit (qui in una traduzione di italiadallestero.info, ndr). Solo così riusciremo a uscire dalla nostra situazione di progressiva debolezza. La forza dell'Europa è la sua cultura». Eppure proprio la cultura - e un altro esempio calzante sarebbe sicuramente l'ambiente - per far fronte alle esigenze dei conti pubblici in crisi è uno dei primi comparti di pubblico interesse a cadere sotto l'accetta dei contabili.
Quando così non è viene generalmente, e più semplicemente, derubricato da settore nevralgico ad "area di interesse economico". Proprio ieri mattina si è svolta, al Parlamento europeo, l'audizione pubblica della Commissione cultura, sul tema "Definire il futuro dei programmi Ue su cultura e media". «La cultura e la creatività rappresentano settori trainanti della crescita europea - ha dichiarato Silvia Costa, eurodeputata Pd e relatrice del programma pluriannuale "Europa Creativa". Il programma Europa Creativa 2014/2020, presentato dalla Commissione e ora al vaglio del Parlamento lo riconosce, ampliando l'area di intervento alle industrie culturali e creative e incrementando il budget del 37%, per un totale di 1,9 miliardi di euro nei sette anni».
C'è però da ben sperare se, assieme al lato di puro sfruttamento economico della cultura, come si trattasse di un qualsiasi processo industriale, cominciano ad affacciarsi nuove e diverse responsabilità. «Nella mia relazione - ha continuato infatti la Costa - intendo però affermare il valore intrinseco della cultura, rispetto all´approccio troppo economicistico e funzionalistico della Commissione, nonché il dovere di tutelare e valorizzare il comune patrimonio culturale europeo, materiale e immateriale, come elemento fondamentale dell'identità europea».
Esattamente il tasto che è necessario premere, e sul quale non possiamo esimere dall'impegnarci, tutti.
In questo contesto di crisi, dove - a dispetto di statistiche a volte ammiccanti, a volte lugubri - la luce in fondo al tunnel è ancora lontana, sembra più importante seminare le domande giuste, che rendere pervasive risposte approssimative ed affrettate: è proprio qui che il ruolo della cultura critica come volano e come pelle comune da indossare diventa fondamentale. Le sinapsi della nostra intelligenza collettiva, oltre che individuale, avranno così di che masticare, facendo infine germogliare un'idea nuova e sostenibile di sviluppo: e questo non è solo un augurio, ma a tutti gli effetti un obbligo per sopravvivere.

26 aprile 2012

da ZACC&BELINA

 NARCISO

Zacc- “la mia vita è specchiata” tiene a precisare Formigoni

Belina- Certo. Da Comunione e Liberazione, la Compagnia di Daccò

25 aprile 2012

ZACC&BELINA



PRESCRITTO


Zacc- Berlusconi pagò e Dell’Utri  mediò con la mafia
Bélina – ma no!!!



Il Blanc di Cuar si prepara alla sfida con i bianchi sloveni e campani


Prima edizione delle disfida prevista nel programma della 43ma Fiera dei Vini

 

Il Blanc di Cuar lancia la sfida agli uvaggi bianchi della Slovenia e della Campania. È una delle novità della 43ma edizione della Fiera dei Vini di Corno di Rosazzo. Durante la manifestazione, infatti (la sera di sabato 12 maggio), tutti i visitatori potranno effettuare le degustazioni di due uvaggi sloveni, dell’uvaggio campano e del Blanc di Cuar, assegnando un proprio punteggio a ogni singolo vino. Dai voti della giuria popolare, dunque, si saprà se lo sforzo dei vignaioli friulani sarà stato premiato o meno. Il Blanc di Cuar è un progetto unico in Fvg, messo in campo da 20 aziende di Corno di Rosazzo assemblando i loro 20 Friulano: un unico vino per un solo territorio. Un’idea espressa dai giovani viticoltori del comune, nel 2008, per raccontare al meglio la collaborazione tra aziende e il connubio vino-territorio.

In attesa della sfida, gli oltre 100 Friulano e Picolit iscritti al Concorso del “Cornium d’oro”, passeranno al vaglio delle due Commissioni di degustazione. La prima (composta da enotecnici, enologi ed esperti Onav), si riunirà alle ore 18.30 a Villa Buttussi di Visinale e decreterà i suoi sei vincitori (3 Friulano e 3 Picolit) e, inoltre, passerà il testimone dei migliori 16 vini alla giuria dei giornalisti, sommelier, ristoratori e wine lovers che si riunirà lunedì 30 aprile, alle ore 17.30, sempre a Villa Buttussi. Tre Friulano usciranno dalla selezione con altrettanti premi e la possibilità di entrare nella lista dei vini del prestigioso ristorante “Agli Amici” di Godia e dello storico “Caffè San Marco” di Cividale del Friuli. La premiazione è prevista per venerdì 11 maggio, alle ore 19.00, presso la piazza centrale di Corno di Rosazzo.

Studio Giornalisti

Adriano Del Fabro

24 aprile 2012

da ZACC&BELINA




Identità

Zacc: ... cosa farà Sarkosy se perde?

Belina: il signor Bruni.


22 aprile 2012


LIBERTARI

Zacc- Formigoni dimostra di essere un bugiardo lussurioso

       Bélina - Formigoni, Daccò % Co., fanno della comunione la liberazione dai comandamenti

21 aprile 2012

PROGRAMMA MANIFESTAZIONE

IN BUONA COMPAGNIA




Zacc – ma perché Formigoni si è affidato a Daccò. un ciellino come lui?

Bélina – aveva bisogno di una scarica di adrenalina

ZACC&BELINA

LA SOLITA BURLESCONATA

ZACC- Berlusconi è tornato a pensare a un partito dove sono “tutti per l’Italia”

BELINA – meno lui e i suoi tifosi

19 aprile 2012

da ZACC&BELINA



LEGA…TI DALLO STESSO DESTINO

Zacc – anche il porcellum (di) Calderoli
Bélina - è sempre stato la mano destra del fondatore della SFP (Spesa facile padana).

17 aprile 2012

da ZACC&BELINA


 
Gesù, Gesù
Zacc- Formigoni è un affiliato storico di comunione e liberazione. Non si dimette, rimane nella solita  compagnia
Bélina - la colpa è di Gesù che non sempre ha saputo scegliere i collaboratori

da non perdere per l'emozione che dà

15 aprile 2012

C'E' UNA NUOVA STELLA NEL CIELO DEL MOLISE


Si chiama Barbara Petti ed è una giovane attrice di Campobasso che ha da poco superato la difficile selezione del Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha sede a Roma dove sono usciti i più grandi attori italiani poi risultati famosi. Prima di lei solo un’altra molisana, Gabriella Iacobucci di Vinchiaturo, aveva avuto il merito di superare questo straordinario traguardo, senza, però, poter neanche avviare il percorso formativo di tre anni, costretta a scegliere l’insegnamento e diventare una bravissima professoressa di italiano con il teatro nel cuore.  

Barbara Petti è già impegnata a vivere questa fondamentale esperienza e, ieri sera, a Larino, ha mostrato tutta la sua bravura recitando poesie e monologhi con la intensità di una grande attrice e regalando forti emozioni a un pubblico attento a seguire l’incontro “Suoni di Versi”.

L’iniziativa promossa da AFRA, l’associazione culturale larinese di Caterina e Luigina Franceschini che, dopo il successo dell’estate scorsa “Versi di Vini”, aveva pensato di ripetere, con gli stessi protagonisti,  in via Marconi e che, solo il maltempo, ha spostato nella sala consigliare nella sede dell’Accademia Musicale di via Cluenzio.

Mancava solo Carolina Mastrogiuseppe, la poetessa di Larino già nota con la sua prima raccolta “Tracce di me”, madre da qualche giorno di Nicola, mentre c’erano, bravissime più che mai, Cinzia Minotti, con la sua chitarra e la sua stupenda voce, il suo canto popolare di grande intensità, oggi più che mai di grande attualità, e Chiara Scarpone, la giovane artista termolese che ha daton dimostrazione di tutta la sua bravura, non solo con la voce e la chitarra ma anche con il pennello mostrando le bellissime scene disegnate per accompagnare il suo canto, come a continuare la tradizione dei cantastorie che hanno dato molto alla cultura di questo nostro Paese.

C’era anche Pasquale Di Lena con le sue poesie tratte dal libro “Carolina dice, da qui si vede il mondo”,  lette magistralmente da Barbara, e con quelle in dialetto, inedite, che hanno fatto ricordare “U penziere”, la raccolta pubblicata nel 1988 ed ora pronta presso Arti Grafiche La Regione per la sua ristampa anche in inglese. Un grande applauso e tante risate dopo la lettura de “u fatte”, una divertentissima e significativa poesia che ruota tutta intorno alla parola “fatte” .  

Regista un altro giovane di grande talento, Gianluca Venditti, che ha saputo condurre da par suo la serata davvero magica, ricca di emozioni, all’insegna di canti e suoni, belle voci, versi e dialoghi che vanno direttamente a colpire il cuore.

AFRA    

14 aprile 2012

Ricerca in Italia, per fortuna, si fa ancora. Ma per quale obiettivo?

Due importanti contributi, da Pasquale Di Lena e Innocenzo Muzzalupo, sul tema dell'importanza dell'innovazione nel sistema olivicolo. Si tratta di pensieri sinergici che vanno attentamente considerati

di T N
Carissimo Alberto,
vedo, con mio grande piacere, che, con l’arricchimento di nuove interessanti idee, sta crescendo il dibattito da te aperto e questo fa capire quanto importante sia l’attenzione per la ricerca, in considerazione del peso e della priorità delle innovazioni che possono contribuire a risolvere molti problemi della nostra olivicoltura e a mettere in luce un mondo che onora e dà immagine al nostro Paese.
Contribuire sì, insieme con altri necessari e urgenti interventi e con la possibilità di valutare le altre idee che servono per impostare una corretta e lungimirante strategia di marketing, se c’è, però, un piano olivicolo nazionale punto di riferimento di piani olivicoli regionali. Un piano olivicolo da intendere come una stoffa, possibilmente pregiata, con la quale costruire il vestito della nostra olivicoltura e sulla quale poi cucire tasche o taschini e attaccare i bottoni.
E’ la mancanza di questo piano, a mio parere, che porta tutti a registrare i limiti di un fondamentale comparto, qual è l’olivicoltura, non ultimo quello della sfiducia crescente dei suoi protagonisti per colpa della pesante crisi in atto, ancor più difficile da sostenere con la crisi dell’agricoltura italiana e quella più generale del Paese. Una crisi che, da alcuni anni sta paralizzando il mondo agricolo e, di fatto, bloccando la circolazione d’idee che, come tu stai dimostrando con questo tuo invito al dibattito, ci sono e come.
Camminare con lo sguardo rivolto al passato è un errore che può costare caro nel momento in cui si va quasi certamente a inciampare, ma pensare di poter fare a meno del passato vuol dire non avere in mano la bussola che serve per segnare la rotta.
Dico questo perché diffido molto e, con gli anni sempre più, dei pro e dei contro, dell’effetto tifo per chi vorrebbe un’olivicoltura fatta tutta da nuovi impianti e per chi lascerebbe le cose come stanno. Credo che lo sforzo che serve sia quello di far convivere le due olivicolture superando la visione, per me ristretta, del solo guadagno dall’olio ricavato e non anche dal paesaggio, dal valore del tempo, dall’ambiente, dalla passione e amore per questa pianta, il valore e il significato del suo legame profondo con il territorio quale origine della qualità.
Elementi fondamentali per una strategia di comunicazione che manca alla nostra olivicoltura. Una comunicazione che, in mancanza di strategia, ha bruciato e continua a sprecare risorse pubbliche per progetti che non hanno dato, perché limitati, sia per quanto riguarda il tempo che gli obiettivi che s’intendevano e si vogliono raggiungere. Tutto ciò, nonostante la fortunata situazione di avere un mercato in grande movimento, molto attento alla qualità dell’alimentazione e alla ricchezza delle nostre produzioni, in primo luogo il vino, ma non solo. Nonostante la goccia che rappresenta l’olio extravergine di oliva all’interno del mare magnum dei grassi animali e vegetali.
Come te ben conosci e come sanno i lettori di Teatro Naturale, che l’ha raccontato in più di un’occasione, a luglio dello scorso anno è nata Vi. Te (viticoltori nel tempo), un’associazione voluta dall’Osservatorio dell’Appennino Meridionale e dalla Regione Campania, che ha come obiettivo la valorizzazione dei territori segnati da viti e vigne storiche e secolari, dei vini caratterizzati dalla saggezza del tempo che, personalmente, considero uno straordinario valore organolettico aggiuntivo a quelli propri del vino.
Posso dire che c’è un rimpianto per non essere arrivati qualche anno prima a salvare parti di una realtà andate perse con i vari Ogm del vino e con la necessità di innovare. Un rimpianto in me che ho pensato a questo eccezionale patrimonio della vitivinicoltura italiana e, soprattutto, nei soci che, consapevoli di cosa hanno ereditato, sanno il valore che ha perso la viticoltura campana e italiana con l’espianto di queste viti che, lo sottolineo, hanno il merito di saper raccontare la passione e l’amore degli uomini per la vite ed il vino e le peculiarità paesaggistico - ambientali, storico – culturali e, soprattutto, produttive.
Per fortuna che c’è la Campania! Con Napoli e Avellino in primo piano e poi Salerno, con la stupenda realtà di Tramonti, Benevento e Caserta, a dirci, insieme all’osservatori dell’Appennino Meridionale e ai suoi produttori di una viticoltura eroica, che il tempo è, al pari della natura, un bene che bisogna riconquistare insieme al piacere della sobrietà, per non essere sopraffatti dalla linearità di un percorso che ha come solo fine il profitto. Un percorso impazzito che sta mettendo a rischio la nostra voglia e necessità di pensare a cosa succederà, non fra 15-20 anni, ma domani.
Pasquale Di Lena

Gentile redazione,
l'altro giorno leggendo il Vs Teatro Naturale n. 14, 7 Aprile 2012 e con la precisione l'articolo "Per far crescere l'olivicoltura italiana c'è bisogno di idee" di Alberto Grimelli sono rimasto meravigliato del fatto che siano state pubblicate delle proposte e non si parli invece dei progetti in corso.
Per questo motivo vi scrivo, per segnalarvi che il Ministero dello sviluppo economico nell'ambito del Programma Riditt (Rete Italiana per la Diffusione dell’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico alle imprese) “Trasferimento tecnologico dal sistema della ricerca alle imprese e creazione di nuove imprese ad alta tecnologia” sta finanziando diversi nuovi progetti.
Tra questi vi è il progetto Certolio "Certificazione della composizione varietale, dell’origine geografica e dell’assenza di prodotti di sintesi negli oli extravergini di oliva" il cui coordinatore è il sottoscritto.
Le principali attività del progetto sono rivolte a fornire alle piccole-medie del settore olivicolo-oleario:
- la possibilità di discriminare le varietà di olivo che hanno prodotto un olio extravergine;
- la possibilità di individuare le aree geografiche di provenienza degli oli;
- la possibilità di discriminare gli oli d’oliva che non siano stati ottenuti con i metodi dell’agricoltura biologica.
In altre parole fornire alle piccole medie imprese la possibilità della rintracciabilità varietale, dell'origine geografica e della tipicità del loro prodotto, cioè l'olio extravergine d'oliva.
Il costo del progetto è di circa due milioni di euro finanziati per il 50% dal Ministero sviluppo economico e per la restante parte da partecipanti pubblici e privati.
Innocenzo Muzzalupo
Ricercatore del Centro di ricerca per l'olivicoltura e l'industria olearia (CRA-OLI)

E' raro che in Italia si sviluppi un dialogo costruttivo su un tema tanto delicato quanto può essere quello della ricerca e dell'innovazione. Purtroppo nel nostro paese abbiamo la tendenza a far polemica su tutto e quindi, inevitabilmente, a dividerci in guelfi e ghibellini. Mi fa quindi molto piacere che in questo caso non sia così e si possa procedere sulla linea del ragionevolezza e della pacatezza. Pasquale Di Lena ha perfettamente ragione quando sottolinea che il Piano Olivicolo Nazionale manca di ambizione e di una spinta propulsiva. E' positivo che, dopo quasi trent'anni dall'annuncio, l'Italia se ne sia dotata ma era lecito aspettarsi un progetto a lungo termine per l'Italia olivicola e olearia. In realtà, vi è una precisa fotografia dello stato attuale ma poche ricette per il futuro. Continuiamo a guardarci indietro, ma camminare avanti. Che inciampiamo noi o che ci sgambetti qualche concorrente, poco importa. Il risultato sarà lo stesso. Occorre e si può fare di più. Sono convinto che la nostra classe dirigente, dai politici, all'associazionismo ai funzionari locali, gli intellettuali del settore, i tecnici e gli operatori possano ciascuno offrire un contributo. Starà poi a un tavolo di confronto e di dibattito, che abbia anche una visione e un quadro internazionale, fare una sintesi. La ricerca è un aspetto che reputo non secondario in un siffatto Piano Olivicolo Nazionale. Direi che ne è al tempo stesso le fondamenta e il cemento, dovendo fornire risposte che, come abbiamo compreso dai contributi pubblicati fin qui, spaziano dalla coltivazione all'estrazione, al marketing.
Per fortuna la ricerca olivicola, pur in carenza di organizzazione e sinergia nazionale procede. Vi sono progetti interessanti in corso, molti dei quali sono stati presentati sulle pagine di Teatro Naturale. Innocenzo Muzzalupo segnala quello di cui è capofila, con merito e orgoglio. L'argomento è estremamente attuale e con notevoli ricadute su diversi piani, dalla tracciabilità al marketing. Non è il solo progetto che prevede di ottenere gli obiettivi citati (discriminazione varietà, luogo produzione, oli da agricoltura bio), ve ne sono altri in giro per l'Italia. Già citato lo studio della Prof.ssa Baldini. Comparsa sulle pagine di Teatro Naturale anche la sperimentazione dello Iasma per una banca dati nazionale degli oli italiani. Mi chiedo quindi quanto potrebbero giovarsi, simili progetti, tutti con uno stesso obiettivo, di una maggiore sinergia e integrazione, scambiandosi dati, campioni e informazioni non solo “a bocce ferme”, ovvero a risultati pubblicati, ma anche a ricerca in corso.
Parliamo di ricerca e parliamone a tuttotondo, senza nascondere le criticità, ma evidenziando assolutamente i rischi, purtroppo tenuti un po' nascosti, di un progressivo declino dell'innovazione olivicola e olearia italiana. Parliamone, scopriremo magari che riorganizzando i fondi dispersi in mille rivoli, si può realmente costruire un Piano Olivicolo Nazionale che consenta di guardare lontano. Il sottoscritto su Teatro Naturale ha deciso di aprire una finestra. Non mi aspetto certamente miracoli. Non mi attendo che compaiano dal nulla milioni di euro. Ma è meglio forse stare zitti?
Alberto Grimelli
di T N

11 aprile 2012

SUONI DI VERSI


Suoni diVersi

immagine


Scarica la locandina in allegato


9 aprile 2012

LETTERA A ALBERTO GRIMELLI


Carissimo Alberto,

Vedo, con mio grande piacere, che, con l’arricchimento di nuove interessanti idee, sta crescendo il dibattito da te aperto e questo fa capire quanto importante sia l’attenzione per la ricerca, in considerazione del peso e della priorità delle innovazioni che possono contribuire a risolvere molti problemi della nostra Olivicoltura e a mettere in luce un mondo che onora  e dà immagine al nostro Paese.

Contribuire sì, insieme con altri necessari e urgenti interventi e con la possibilità di valutare le altre idee che servono per impostare una corretta e lungimirante strategia di marketing, se c’è, però, un piano olivicolo nazionale punto di riferimento di piani olivicoli regionali. Un piano olivicolo da intendere come una stoffa, possibilmente pregiata, con la quale costruire il vestito della nostra olivicoltura e sulla quale poi cucire tasche o taschini e attaccare i bottoni.

E’ la mancanza di questo piano, a mio parere, che porta tutti a registrare i limiti di un fondamentale comparto, qual è l’olivicoltura, non ultimo quello della sfiducia crescente dei suoi protagonisti per colpa della pesante crisi in atto, ancor più difficile da sostenere con la crisi dell’agricoltura italiana e quella più generale del Paese.  Una crisi che, da alcuni anni sta paralizzando il mondo agricolo e, di fatto, bloccando la circolazione d’idee che, come tu stai dimostrando con questo tuo invito al dibattito, ci sono e come.

Camminare con lo sguardo rivolto al passato è un errore che può costare caro nel momento in cui si va quasi certamente a inciampare, ma pensare di poter fare a meno del passato vuol dire non avere in mano la bussola che serve per segnare la rotta.

Dico questo perché diffido molto e, con gli anni sempre più, dei pro e dei contro, dell’effetto tifo per chi vorrebbe un’olivicoltura fatta tutta da nuovi impianti e per chi lascerebbe le cose come stanno. Credo che lo sforzo che serve sia quello di far convivere le due olivicolture superando la visione, per me ristretta, del solo guadagno dall’olio ricavato e non anche dal paesaggio, dal valore del tempo, dall’ambiente, dalla passione e amore per questa pianta, il valore e il significato del suo legame profondo con il territorio quale origine della qualità.

Elementi fondamentali per una strategia di comunicazione che manca alla nostra olivicoltura. Una comunicazione che, in mancanza di strategia, ha bruciato e continua a sprecare risorse pubbliche per progetti che non hanno dato, perché limitati, sia per quanto riguarda il tempo che gli obiettivi che s’intendevano e si vogliono raggiungere. Tutto ciò, nonostante la fortunata situazione di avere un mercato in grande movimento, molto attento alla qualità dell’alimentazione e alla ricchezza delle nostre produzioni, in primo luogo il vino, ma non solo. Nonostante la goccia che rappresenta l’olio extravergine di oliva all’interno del mare magnum dei grassi animali e vegetali.

Come te ben conosci e come sanno i lettori di Teatro Naturale, che l’ha raccontato in più di un’occasione, a luglio dello scorso anno è nata Vi. Te (viticoltori nel tempo), un’associazione voluta dall’Osservatorio dell’Appennino Meridionale e dalla Regione Campania, che ha come obiettivo la valorizzazione dei territori segnati da viti e vigne storiche e secolari, dei vini caratterizzati dalla saggezza del tempo che, personalmente, considero uno straordinario valore organolettico aggiuntivo a quelli propri del vino.

Posso dire che c’è un rimpianto per non essere arrivati qualche anno prima a salvare parti di una realtà andate perse con i vari Ogm del vino e con la necessità di innovare. Un rimpianto in me che ho pensato a questo eccezionale patrimonio della vitivinicoltura italiana e, soprattutto, nei soci che, consapevoli di cosa hanno ereditato, sanno il valore che ha perso la viticoltura campana e italiana con l’espianto di queste viti che, lo sottolineo, hanno il merito di saper raccontare la passione e l’amore degli uomini per la vite ed il vino e le peculiarità paesaggistico - ambientali, storico – culturali e, soprattutto, produttive.

Per fortuna che c’è la Campania!  Con Napoli e Avellino in primo piano e poi Salerno, con la stupenda realtà di Tramonti, Benevento e Caserta, a dirci, insieme all’osservatori dell’Appennino Meridionale e ai suoi produttori di una viticoltura eroica, che il tempo è, al pari della natura, un bene che bisogna riconquistare insieme al piacere della sobrietà, per non essere sopraffatti  dalla linearità di un percorso che ha come solo fine il profitto.  Un percorso impazzito che sta mettendo a rischio la nostra voglia e necessità di pensare a cosa succederà, non fra 15-20 anni, ma domani.

Pasquale Di Lena

8 aprile 2012

ZACC & BELINA


VIA , VIA, VIA

Zacc- Maroni predica “ pulizia, pulizia, pulizia”

Bélina- anche a lui bisogna dire “via, via, via”

7 aprile 2012

BUONA PASQUA

BUONA PASQUA

FUORI DAL MONDO

Non c’è da sperare in un cambiamento. Una coltura sedimentata è dura da rimuovere anche quando è la realtà a importelo.  Come si dice in puro dialetto larinese“lavà a cocce è u ciucce cé refunne accue e sapòne”.
La realtà che viviamo è pressata da una crisi di fondo che non ha possibilità di essere risolta se non cambiando il sistema, fallito da tempo, che si sta mangiando il mondo con una voracità propria di chi ha come solo obiettivo il profitto.
Anche i tecnici, dopo la grande accoppiata B&B, che non sta per “Bed and Breakfast”, cioè ospitalità con l’offerta d letto e colazione, ma per due persone che, quando erano insieme al governo di questo paese, hanno prodotto solo disastri, soprattutto morali e culturali, oltre a quelli economici. Ora, per fortuna nostra e delle nuove generazioni, mostrano di avere il fiatone.
Questi tecnici ci hanno anche provato a risolvere le situazioni, che si badi bene, loro hanno creato,  ma a male pena sono riusciti a tamponare una realtà, che sta diventando sempre più esplosiva e pericolosa perché tutto, prima o poi, succederà all’improvviso, come l’eruzione di un vulcano o un terremoto.
Stanno cercando di salvare il capitale sostenendo le banche che, però,  si guardano bene di sganciare credito  a sostegno delle imprese e della occupazione, con la disoccupazione giunta a un livello allarmante per la società e le nuove generazioni.
Sono capaci solo di dare i numeri  che, regolarmente, smentiscono il giorno dopo  e, intanto, la situazione ci  vede tutti più poveri  con i padroni sempre più ricchi sfondati e sempre più affamati  di profitto che è la loro unica e sola fissazione.
E il dato ancor più preoccupante è che ci stimolano a pensare che siamo ancora nel tempo delle vacche grasse, quando bastava prendere in mano i capezzoli, premere e tirare per riempire di latte il secchio.
E così che si continua a pensare,  a tutti i livelli, non alla programmazione, ma sempre e solo allo spreco delle risorse, con la stessa filosofia e progettualità di un tempo passato, che  le risorse le ha distrutte senza pensare minimamente al domani.
Per esempio – stante a  quanto abbiamo avuto modo di sentire, grazie a una finestra aperta per il troppo fumo  nelle stanze segrete della sanità – si stanno programmando, non progetti e programmi di rilancio della sanità molisana capaci di dare quelle risposte di cui la gente ha bisogno , ma nuovi ospedali o ristrutturazioni di quelli che diventeranno poliambulatori speciali, ma.
Si pensa, insomma,  alle strutture e non alla organizzazione generale della sanità che è la questione fondamentale.

Se è vero che alcune decine di milioni di euro sono destinati al Vietri di Larino,  noi vogliamo sperare che diano origine a tanti mini appartamenti  per pensionati. Una bella risposta a una domanda che c’è ed è pressante e, anche,una buona occasione per riempire gli enormi spazi vuoti e risparmiare, così, energie  che servono per riscaldare una struttura  che noi venti ci divertiamo di attraversare in lungo e in largo, sia quando il soffio è caldo sia quando è freddo.
 Non riusciamo a capire – ed è questo che ci assilla -  se chi ci governa e i tecnici insieme ai politici, non sanno o non vogliono sapere che le mammelle si sono seccate e non c’è più niente da mungere e da sperare, se non sulla propria capacità di sopportare i sacrifici che verranno richiesti e, che senza creatività e progettualità, i tempi che verranno saranno ancora più duri.
A vòreie

5 aprile 2012

da ZACC&BELINA



I  LADRONI

Zacc – lega ladrona, lega ladrona!

Bélina – diranno che lo è solo Bossi

da ZACC&BELINA




SALMONIDI PADANI

Zacc – il trota nega tutto

Bélina – è sempre un salmonide ma meglio noto come boccalone per la sua voracità e stupidità

4 aprile 2012

da ZACC&BELINA

 
POVERI PER SEMPRE
Zacc - 10 ricchi = tre milioni di poveri
Bélina – l’ho sempre detto che in Italia i poveri sono una grande forza

1 aprile 2012

MONOGRAFICO AGRICOLTURA DELL'AGENSIR

E' online il Monografico sull'agricolta che parla delle Regioni italiane. Il link dov'è scaricabile è http://www.agensir.it/sir/fromsir/regioni/agricoltura.pdf