31 luglio 2012

Dossier “Trivella selvaggia” di Goletta Verde: nei mari italiani 70 nuove piattaforme petrolifere


Attualmente, 10.266 km2 di mare italiano sono oggetto di 19 permessi di ricerca petrolifera già rilasciati

[ 30 luglio 2012 ] da Greenreport

Goletta Verde ha presentato oggi a Trani il dossier "Trivella Selvaggia" che punta i riflettori sulla minaccia delle estrazioni petrolifere e presenta i numeri ed i rischi della ricerca dell'oro nero per le coste italiane, nel quale si legge che «non accenna a fermarsi la corsa al petrolio in Italia e i pirati dell'oro nero minacciano sempre di più il mare italiano. Nei mari del Belpaese sono già attive 9 piattaforme di estrazione petrolifera ma, grazie ai colpi di spugna normativi dell'ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo promosso dal ministro Corrado Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento, si potrebbero aggiungere almeno altre 70 trivelle. Attualmente, 10.266 km2 di mare italiano sono oggetto di 19 permessi di ricerca petrolifera già rilasciati (gli ultimi due sono stati sbloccati il 15 giugno scorso nel tratto abruzzese di Adriatico di fronte la costa tra Vasto e Ortona); 17.644 km2 di mare minacciati da 41 richieste di ricerca petrolifera non ancora rilasciate ma in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. In definitiva, tra aree già trivellate e quelle che a breve rischiano la stessa sorte, si tratta di circa 29.700 kmq di mare, una superficie più grande di quella della regione Sardegna».

I dati del dossier sono stati elaborati sulla base dei numeri pubblicati sul sito del ministero dello sviluppo economico, e secondo Legambiente «Indicano un quadro allarmante che rischia di ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse, a partire dal turismo di qualità e dalla pesca sostenibile, con rischi di incidenti che non vale la pena di correre, a maggior ragione considerando i quantitativi irrisori presenti nei fondali marini italiani».

Le 9 piattaforme petrolifere attive in Italia operano in base a concessioni che riguardano 1.786 kmq di mare situate principalmente in Adriatico, a largo della costa abruzzese, marchigiana, di fronte a quella brindisina e nel Canale di Sicilia. Il dossier sottolinea che «A queste aree marine interessate dalle trivelle se ne potrebbero aggiungere altre: attualmente le richieste e i permessi per la ricerca di petrolio in mare riguardano soprattutto l'Adriatico centro meridionale, il Canale di Sicilia e il mar Ionio (quest'ultimo è tornato all'attenzione delle compagnie petrolifere dopo che nel 2011 una norma ad hoc ha riaperto la strada alle trivelle anche nel golfo di Taranto), infine, un ultimo permesso di ricerca rilasciato riguarda anche il golfo di Oristano in Sardegna. Oltre a ciò, bisogna considerare che sui mari italiani gravano anche 7 richieste di estrazione di petrolio dove le fasi di ricerca hanno portato ad un esito positivo (3 nel canale di Sicilia, 2 davanti alle coste abruzzesi, 1 di fronte alle Marche e 1 nel mar Ionio) e 3 istanze di prospezione (si tratta della prima fase dell'iter autorizzativo, seguita da quella relativa alla ricerca di petrolio ed poi da quella che porta alla sua estrazione) che riguardano sostanzialmente tutto l'Adriatico da Ravenna al Salento, presentate nel 2011 dall'inglese Spectrum Geolimited e dalla Petroleum Geo Service Asia Pacific, con sede a Singapore, che rischiano di allargare di altri 45mila kmq l'area del mare italiano battuta dalle navi delle compagnie in cerca di petrolio. Riguardo il basso Adriatico, inoltre, si attende l'esito della sentenza del Tar Lazio che si esprimerà sul ricorso proposto dalle associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, discusso lo scorso 22 marzo, sull'annullamento di ben due permessi di ricerca idrocarburi al largo delle Isole Tremiti presentati dalla società Petroceltic Italia Srl».

Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, ha detto: «La Puglia dice un chiaro e secco no alle trivelle. La nostra posizione rimane ferma, nonostante le minacce costanti, le ultime delle quali risalgono al marzo ed al giugno 2011, quando la Spectrum Geolimited e la Petroleum Geo Service Asia Pacific hanno avanzato nuove richieste di prospezione al inistero con l'intento di estendere i loro interessi nel nord della costa pugliese, al largo del mare della provincia di Andria, Barletta e Trani. A questo proposito, la richiesta della Petroleum Geo Service Asia Pacific ha ricevuto il parere sfavorevole della Regione Puglia, formalizzato con una delibera del 3 luglio scorso, ricevendo anche il parere contrario di tutte le amministrazioni locali che si affacciano sulla costa interessata dall'istanza di prospezione. Anche se il parere degli enti locali non è vincolante ai fini del rilascio dei permessi di prospezione, ricerca o coltivazione di idrocarburi in mare, la forte opposizione è comunque un importante segnale per i ministeri competenti al rilascio delle autorizzazioni necessarie, che ci auguriamo venga preso in considerazione. Il mare è infatti un'importantissima risorsa non solo ambientale ma anche economica per le comunità costiere, per questo è prioritario tener conto del loro parere nel rilascio di nuove concessioni per la ricerca e l'estrazione di petrolio. Continueremo a manifestare il nostro dissenso e ci auguriamo che, come in Puglia, anche nelle altre regioni, il coinvolgimento e la netta opposizione a nuove trivelle in mare da parte delle amministrazioni locali diventi sempre più forte e contribuisca a fermare questi progetti irrazionali».

I favori ai petrolieri non si limitano solo al via libera alle trivelle bloccate due anni fa, secondo Lehgambiente, «A questo si aggiunge anche l'irrisorio incremento delle royalties, previsto e propagandato per supportare attività di salvaguardia del mare e di sicurezza delle operazioni offshore da parte degli enti competenti. Si passa infatti dall'attuale 4% al 7%, percentuali che fanno sorridere rispetto a quelle praticate nel resto del mondo dove oscillano tra il 20% e l'80%. Si tratta di condizioni molto vantaggiose che ovviamente richiamano nel nostro Paese molte compagnie straniere: delle 41 istanze per permessi di ricerca attualmente in valutazione, infatti, solo 3 fanno capo a compagnie italiane (2 ad Eni e 1 aEnel) mentre tutte le altre sono richieste provenienti da società straniere».

Il Cigno Verde da sempre afferma che «Continuare a puntare sull'energia fossile sia non solo rischioso per l'ambiente e la salute dei cittadini ma anche un investimento miope ed anacronistico. E poi il gioco non vale la candela, partendo proprio dalle riserve accertate nel nostro Paese confrontate con i dati relativi al consumo di petrolio che in Italia è diminuito, complice soprattutto la crisi economica, ma anche i primi effetti delle politiche di efficienza. Secondo l'Unione Petrolifera infatti, nel 2011 il consumo di petrolio è stato di 72 milioni di tonnellate, mentre nel primo semestre 2012 viene evidenziato un calo del 10% dei consumi (pari a 31,8 milioni di tonnellate) rispetto al primo semestre 2011 (oltre 35 milioni di tonnellata). Le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico aggiornate a dicembre 2011 indicano come certa la presenza nei fondali marini di solo 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, sarebberosufficienti per il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Non solo: anche attingendo al totale delle riserve certe, comprese quelle presenti nel sottosuolo italiano, concentrate soprattutto in Basilicata, nel complesso verrebbero consumate in appena 13 mesi. Questi dati dimostrano l'assoluta insensatezza del rilancio delle attività estrattive previsto nella nuova Strategia energetica nazionale prospettata dal ministro Passera, in cui uno dei pilastri sembra essere proprio la spinta verso nuove trivelle volte a creare 15 miliardi di euro di investimento e 25mila nuovi posti di lavoro. Un settore destinato ad esaurirsi in pochi anni, come sostenuto dallo stesso ministero nel Rapporto annuale 2012 della sua Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche: "Il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l'olio"».

Inoltre la strategia energetica nazionale di cui si parla da tanto tempo è ancora in gran parte ignota ma gli ambientalisti fanno notare che «Intanto l'impegno a snellire le procedure e facilitare l'approvazione di nuovi permessi di ricerca o di coltivazione nel mare italiano sembra essere andato avanti celermente. L'ultima pericolosa falla aperta nella rete di protezione delle coste italiane dai rischi di incidente da estrazione petrolifera è stata aperta dall'articolo 35 del decreto Sviluppo. Un provvedimento che da una parte aumenta a 12 miglia la fascia di divieto ma solo per le nuove richieste di estrazione di idrocarburi a mare e dall'altra fa ripartire tutti i procedimenti autorizzatori per la prospezione, ricerca ed estrazione di petrolio che erano stati bloccati dal decreto legislativo 128/2010, approvato dopo l'incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico». Goletta Verde dice che «E' proprio per questa folle novità normativa che nell'edizione 2012 di Goletta Verde Legambiente ha deciso di assegnare la Bandiera nera al ministro Corrado Passera, il poco ambito vessillo che consegniamo ai nuovi pirati del mare che mettono a rischio il futuro del mare e delle coste del nostro Paese».

Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente, spiega che «Sull'energia il ministro Passera sta portando il nostro Paese in un vicolo cieco. Ha approvato i nuovi decreti di incentivazione per il fotovoltaico e le altre rinnovabili elettriche riempiendo il settore di burocrazia e paletti inutili e mettendo in serio pericolo un settore strategico per ridurre la dipendenza dall'estero, le emissioni di gas serra e inquinanti nonché per contribuire a far uscire il nostro Paese dalla crisi. Nel frattempo, non ha ancora approvato il decreto sulle rinnovabili termiche e non perde occasioni per dimostrarsi fautore del passato energetico fondato sulle fossili, come ha dimostrato non solo sulla riapertura alle vecchie richieste di trivellazioni di petrolio in mare ma anche con il tentativo di tenere in vita impianti termoelettrici in stato comatoso come le vecchie centrali a olio combustibile che andrebbero invece dismesse una volta per tutte. Lo sviluppo economico e l'uscita dalla crisi passa per una strada diversa, quella fondata sullo sviluppo delle rinnovabili e di serie politiche di efficienza in tutti i settori, a partire da quello dei trasporti, primo consumatore dei derivati del petrolio nel nostro Paese, che potrebbe portare nei prossimi anni i nuovi occupati a 250 mila unità. Parliamo cioè di numeri dieci volte superiori a quelli ottenuti grazie alle nuove trivellazioni e soprattutto parliamo di garantire uno sviluppo futuro, anche sul piano economico, sicuramente molto più sostenibile e duraturo dei soli 14 anni che ad oggi sono propagandati con la paradossale rincorsa allo scarsissimo oro nero made in Italy».

28 luglio 2012

Soft drink e snack una moda contro la salute

pubblicato oggi da TEATRO NATURALE

 

Rischia di diventare un ricordo di pochi il pane di grano duro o di grano tenero, che nutre solo con un filo d’olio, non è da buttare il giorno dopo e dura il tempo di essere rianimato con l’acqua per diventare pancotto o panzanella

Basta acqua, non importa se di sorgente o di lago; zucchero, non è dato saper se di barbabietola o canna; gas, tanto o poco secondo i gusti, e una buona, fondamentale campagna pubblicitaria, con testimonial credibili, perché tutto diventi un business per le multinazionali delle bevande. Uno straordinario business con profitti elevati che solo il tabacco è riuscito e continua a dare. Il soft drink (le famose bibite analcoliche che invece di togliere la sete la ingigantiscono grazie allo zucchero), che tanto piace e che tanto male arreca con l’obesità, il diabete e le malattie cardiovascolari, che entrano nell’elenco delle malattie croniche con costi altissimi per la società.
Basta una specie di rosetta che non sa cos’è la farina di grano; un hamburger cucinato su piastre continuamente unte di grasso bruciato; una foglia di insalata e una rotella di pomodoro, con a fianco patatine fritte poco prima refrigerate, per darti il senso della sazietà, una coca cola o qualsiasi altro soft drink, e la catena della distribuzione a livello mondiale di snack e/o soft drink è accontentata, anzi strafelice dei profitti, grazie anche a te, accumulati. Non solo ristoranti dalle grandi insegne e Autogrill, ma bar, anche del paese più sperduto, sono pronti ad offrirti uno snack e tu a mangiarlo invece di vomitare.
È la moda! Soft drink e snack, con o senza hamburger, sono mine contro la salute che, non ci vuole molto tempo, scoppiano senza neanche essere toccate.
Non c’è una nostra eccellenza, anche la più prestigiosa, a fare da copertura che possa limitare o annullare queste mine frutto di modelli alimentari che, grazie anche agli occhi entrambi chiusi degli esperti e delle istituzioni sanitarie e della politica, si sono diffuse sul mercato globale e continuano ad assorbire risorse, soprattutto nel campo sanitario, e, insieme, culture. La verità è che l’unico obiettivo è il profitto e, come nei casi descritti, facile e ingente.
Dell’alimentazione e, soprattutto, della salute delle persone a queste “benemerite” società multinazionali, come a quelle della chimica o delle medicine, non gliene frega proprio niente, avendo in mano una delle attività più redditizie al mondo (bassissimo costo di produzione; facile conservazione e un prezzo di vendita esagerato che, bisogna dirlo, è accettato dal consumatore nel momento in cui continua ad acquistare il prodotto).
Lo stesso consumatore che ha da ridire sul prezzo del pane buono; non è disponibile a spendere per un buon olio extravergine di oliva e trova molto caro il vino, anche perchè quello della quotidianità è stato da qualche tempo abbandonato dagli stessi produttori, lasciando spazio a vini per un’elite di consumatori e, così, ai soft drink e altre bevande con o senza alcol.
Rischia di diventare un ricordo di pochi il pane di grano duro o di grano tenero, che nutre solo con un filo d’olio, non è da buttare il giorno dopo e dura il tempo di essere rianimato con l’acqua per diventare pancotto o panzanella o acqua sale, ripieno di una melanzana o di un peperone, una seppia o di un totano.
Lo stesso discorso vale per l’olio extravergine di oliva che è, con il suo olivo, paesaggio e tradizione prima ancora di essere il filo conduttore dei sapori che arrivano con i piatti sulla tavola; alimento sano con le sue proprietà nutritive e antiossidanti oltre che condimento. L’elemento principe in quanto a salute e benessere che, ne sono testimone, tutti i bambini adorano e, soprattutto quelli che lo assaggiano per la prima volta o raramente, ne vanno pazzi. Un fatto importante ignorato dalle istituzioni, i produttori e la gran parte dei genitori, che, in questo modo, trovano naturale rifugiarsi nelle merendine o negli snack, nei soft drink pensando di accontentarli.
Il consumatore (anche chi scrive) si lascia guidare dalla pubblicità, dai super o ipermercati e, così, si adatta al modo e al tipo di offerta fino a abituarsi alla stessa, non sapendo che è contro il suo patrimonio di risorse – in primo luogo il territorio – e contro la sua salute, se è vero, com’è vero, che essa dipende molto da una corretta e sana alimentazione. Un atteggiamento che spiega che queste multinazionali, come la finanza, sono virus che una volta entrati dentro di noi non sappiamo più come espellerli.
C’è di che preoccuparsi del ruolo delle multinazionali, in particolare di quelle che operano nel campo alimentare per il rapporto che esse hanno con la nostra salute, ben sapendo che possono conquistare il cuore e la mente di ognuno, perfino di chi, se non vuole contraddire il proprio ruolo nel campo della produzione o della difesa della qualità e delle origini di questo o quel prodotto, dovrebbe contrastarle.
Sono questi soggetti, proprio perché insospettabili, ideali per le campagne e le conquiste delle multinazionali che conoscono bene il gioco del “tu dai una cosa a me (il mercato, il profitto, la libertà del consumatore) ed io do una cosa a te" (un po’ di notorietà, di soldi, o, in alcuni casi, anche la carriera politica.
Intanto le conseguenze sono, come si diceva all’inizio, le malattie croniche che si diffondono a dismisura quali l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari e lo spreco di risorse come la buona agricoltura, la ruralità, la biodiversità, che sta riducendo ai minimi termini il territorio e, con esso, la nostra identità.

pasqualedilena@gmail.com
pasqualedilena.blogspot.com
 pubblicato oggi da TEATRO NATURALE

26 luglio 2012

da ZACC&BELINA



PROTEZIONE

Zacc - invito a Formigoni a comparire per spiegare cene, viaggi, vacanze, delibere

Bélina – Tu pensa a Vendola che a Formigoni ci pensa comunione e liberazione

BERE VINO FA DAVVERO MALE?

  

di Sebastiano Di Maria
Non nascondo che trattando, con quest’articolo, un argomento di stretta attualità e pieno d’insidie, con l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza, si corra il rischio di incappare in scivoloni o creare allarmismi, perché tale è lo stato dell’arte, frutto di scontri dialettici, e non solo, tra addetti al settore e responsabili di sanità pubblica, tra estimatori e detrattori, tra fautori e puritani.
Sebastiano Di Maria
Non parlo di politica, né tantomeno di economia, ma di qualcosa che, nel bene o nel male, a diverso titolo, appassiona e avvicina sempre più gran parte dei consumatori a un mondo nuovo, ricco di mille sfaccettature, che ci riporta, se vogliamo, alle origini e alla riscoperta e/o rivalutazione della terra e dei suoi frutti, fatta di territori straordinari ed esempio di laboriosità e passione. Naturalmente mi riferisco al vino e alla sua ascesa come “status symbol” del bel paese, non tanto quanto protagonista sulle nostre tavole ma piuttosto come simbolo del turismo enogastronomico, vero motore della vacanza Made in Italy nel periodo di crisi. A dire il vero, chi ha avuto modo di leggere i miei articoli sul blog o sul Ponte online, si renderà conto che parte di quello che scriverò nelle prossime righe, è stato già affrontato in diversa misura e sviscerato in modo da renderlo comprensivo ai più, dalla nuova normativa sul vino biologico, sul dualismo tra vini convenzionali e vini naturali, sulle nuove frontiere della vinificazione in assenza di solfiti ecc. Un aspetto che ancora non avevo trattato in maniera organica, anche se non sono mancati, come dicevo, accenni in diversi articoli, è quello che riguarda l’effetto del consumo del vino sulla salute del consumatore, dagli effetti dell’alcool fino a quello dei vari elementi presenti, frutto del normale processo fermentativo o da aggiunte di coadiuvanti tecnologici. In realtà avevo già in mente di affrontare di petto questo tema spinoso nei mesi scorsi, dopo il polverone innalzatosi dal messaggio di Jonathan Nossiter, regista del documentario Mondovino, che sul magazine GQ definiva “tossico” un vino non naturale con tutti i risvolti che la cosa ha portato. Tra quelli che ho seguito con maggiore attenzione, perché ricco di spunti e argomentazioni, anche se estremamente tecnicistico, c’è quello scritto dall’amica Anna Pancheri su Trentino Wine Blog che invito tutti ad andare a leggere: “Se il vino è veleno la disinformazione uccide”. Tralasciando il discorso degli effetti dell’alcool sulla salute del consumatore a luoghi e con interlocutori più consoni, cui purtroppo il vino non si sottrae come bevanda alcolica (solo 13-14% di alcool in volume), anche se ingiustamente colpevolizzato e additato da detrattori come simbolo di tutti i mali, cerchiamo di capire quali sono i punti critici di una produzione che, dopo la “bufala” sugli effetti di polifenoli e resveratrolo, possono essere pericolosi per l’uomo.
L’onda emotiva che agita il settore, riassumibile con la crescita del fronte “bere naturale”, non si è placata, anzi, proprio in questi giorni è stato pubblicato un articolo sull’Espresso dal titolo “Puro come vino” (che centri qualcosa il metodo Purovino di qui ho parlato nel mio blog?), che cerca di tracciare delle linee guida su come bere senza pericoli. La lettura dello stesso è servita come spunto per la quadratura del cerchio su una serie di concetti espressi negli articoli precedenti, grazie al contributo, questa volta, di massimi esperti del settore. Andiamo per gradi e cerchiamo di comprenderne al meglio i contenuti.
L’introduzione è di quelle che non lasciano respiro, “tutto fuorché una spremuta di uva invecchiata e profumata”, ponendo l’accento su quelle che sono il numero delle sostanze “chimiche” naturalmente presenti o aggiunte in vinificazione, ben oltre 600. E via giù con un elenco di quelle più comuni, da enzimi e lieviti, naturalmente presenti sull’uva, in generale, ma che nella comune pratica sono aggiunti, opportunamente selezionati e purificati, in base all’obiettivo enologico da raggiungere, aggiungo io, per finire ad alcuni coadiuvanti tecnologici indispensabili per l’estrinsecarsi delle qualità di un vino, dalla migliore DOC fino al vino biologico, ossia sostanze stabilizzanti (chiarificanti proteici o minerali, gomma arabica), antiossidanti (solforosa, tannini, glutatione), esaltatori di aromi e colore (complessi enzimatici), antischiumogeni (lieviti selezionati anche se detto così ha fatto paura anche a me) e così via. A dipanare la matassa ci pensa uno dei massimi esperti nazionali in materia vitivinicola, il Prof. Mario Fregoni, già Ordinario di Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, che sentenzia: “il vino migliore è quello naturale, ossia quello cui non si aggiunge nulla che non sia già presente”, anche se la dicitura “vino naturale”, aggiungo, non esiste come categoria merceologica e pertanto l’eventuale qualifica a fini commerciali è una forma di frode. Ed ecco quindi ripresentarsi il tema dell’etichettatura che, secondo l’autore dell’articolo sull’Espresso, rappresenta il “vero salvavita” per il consumatore, ma che vista la complessità risolverebbe solo in parte la problematica, com’è stato per i solfiti, di cui ritengo debba essere aggiunto in etichetta la quantità presente (utopia?). Per i vini prodotti e/o imbottigliati dall’1 luglio 2012, inoltre, scatta l’indicazione in etichetta degli allergeni (derivati di latte e/o uova) contenuti nei coadiuvanti enologici utilizzati durante la fermentazione e l’affinamento dei vini allo scopo evitare torbidità e fenomeni ossidativi. Il vero nodo cruciale, sempre secondo l’autore, sono i solfiti, fondamentali nel processo fermentativo, presenti anche naturalmente perché generati dalla normale attività fermentativa dei lieviti, che sono, come precisa Cinzia Le Donne, nutrizionista dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione, “responsabili di possibili reazioni pseudo-allergiche, in particolar modo nei soggetti asmatici, particolarmente sensibili, che possono manifestare crisi respiratorie mentre nelle persone non asmatiche i sintomi possono essere soprattutto cutanei e gastrointestinali”. In effetti, se la quantità supera i 10 mg/l sulla bottiglia, deve essere indicato “Contiene solfiti” (dir. 2003/89/CE, recepita in Italia con d.lgs. 114/2006) e, anche per un vino prodotto in maniera naturale (senza aggiunte), spesso tale limite è raggiunto e anche l’indicazione “senza solfiti aggiunti” potrebbe non essere risolutiva perché difficilmente dimostrabile. In sintesi, come sostenuto dal sottoscritto, anche la nutrizionista dell’INRAN pone l’accento sulla necessità di indicare in etichetta il residuo contenuto in bottiglia, in modo da comprendere se ci sono pochi grammi o decine di volte tanto, anche perché c’è da tener conto della Dga, la cosiddetta “dose giornaliera ammissibile”, che non va superata anche alla luce della presenza dei solfiti in altre bevande e cibi (aceto, frutta secca). Purtroppo, anche la normativa sul vino biologico non ha posto un freno a tale pratica, lasciando, di fatto, dei limiti ancora molto alti, come avete avuto modo di leggere nei miei precedenti articoli e che invito eventualmente a rileggere per completezza d’informazione.
Altro aspetto, come già anticipato, è quello degli allergeni da indicare in etichetta dall’1 luglio (in quantità superiore a 0,25mg/l) in seguito ad attività di chiarifica del vino, che per alcuni esperti rappresenta un discorso di lana caprina, vista l’eventuale presenza in tracce dopo i normali cicli di filtrazione, mentre il problema potrebbe sussistere, eventualmente, per quelli non filtrati (Svizzera e Canada sono di quest’avviso). Sulla base della documentazione scientifica e delle ricerche disponibili, però, non si è potuto escludere con certezza la presenza nel vino di residui di albumine e caseine, anche dopo i normali processi di filtrazione cui il vino è sottoposto, tali da provocare reazioni avverse, pur deboli, in soggetti allergici a latte e uova. La norma, contenuta nel regolamento UE n. 1266/2010 (direttiva 2007/68/CE), prevede, quindi, l’indicazione della presenza di derivati del latte o delle uova utilizzati nel processo tecnologico del tipo “contiene uovo o derivati dell’uovo”, “contiene lisozima da uovo” o ancora “contiene derivati del latte o proteine del latte”. Molti produttori, per evitare allarmismi, preferiranno usare altre sostanze chiarificanti (e consentite) di origine minerale o gelatine a base di colla di pesce, per le quali non è previsto alcun obbligo di indicazione.
Dei discorsi a parte, infine, meriterebbero le contaminazioni esterne dovute a residui di antiparassitari o ad aflatossine prodotte dal metabolismo delle muffe di cui mi limiterò a un semplice accenno, riservandomi, se possibile, una trattazione più organica e comprensibile in altri articoli. Per quanto riguarda il discorso antiparassitario, con l’applicazione delle tecniche di lotta integrata, basata sull’alternanza e la complementarietà di metodi chimici, fisici e biologici, oltre alla “selezione di specie più resistenti, conversione delle macchine irroratrici e tecniche di viticoltura di precisione (attraverso modelli matematici) si ha la possibilità di ridurre l’uso dei fitofarmaci solo quando indispensabili”, come sostenuto dal Prof. Stefano Poni, Ordinario di Viticoltura all’Università del Sacro Cuore di Piacenza.
Per quanto riguarda le micotossine, invece, il problema è di carattere generale giacché riguarda molte derrate alimentari (caffè, birra, insilati di cereali come mais e grano) e il vino non si sottrae da tale logica, anche se il relativo contenuto è notevolmente inferiore rispetto agli altri alimenti. L’Ocratossina A (OTA), prodotta principalmente da muffe appartenenti ai generi Aspergillus e Penicillium, cui si aggiunge la nuova categoria delle fumonisine (FBs), può derivare da attacchi massici di odio o di botrite alla vite. Essendo, quindi, strettamente legata alla sanità delle uve, il rischio si riduce perché da uve pessime difficilmente si può ottenere un buon vino. Nel settore enologico c’è molta attenzione sulla questione e in diverso modo si sta operando per un controllo efficace, sia in campo agronomico sia enologico.
Per terminare, alla luce di quanto sopra, com’è possibile individuare un vino di bassa qualità? Innanzitutto “il consumatore può affidarsi ai marchi certificati come le DOP, sulle quali i controlli sono severi lungo tutta la filiera, perché nessun produttore oggi può permettersi il danno derivante da frodi, truffe, intossicazioni”, spiega ancora il Prof. Mario Fregoni, finendo che per il prezzo “è meglio diffidare di quelli troppo bassi trattandosi, di fatto, di vini ottenuti da vinacce comprate chissà dove e poi trattate anche con procedimenti illegali come l’aggiunta di zucchero”. Tutto giusto, per carità, ma personalmente non andrei alla cieca e non trascurerei le visite alle cantine e delle belle chiacchierate con i produttori, meglio se piccoli e vignaioli, perché prodotti di qualità ci sono anche a prezzi contenuti e viceversa. Bere consapevole fa buon sangue, purché con moderazione. Prosit.
Sebastiano Di Maria
molisewineblog@gmail.com

25 luglio 2012


Pasquale Di Lena informa

LO “SQUACQUERONE DI ROMAGNA” È DOP E “L’UVA DI PUGLIA”È IGP



Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea n. 198 del 25.07.2012, due nuovi prodotti registrati per l’Italia, trattasi di un famoso tipico formaggio, lo Squacquerone di Romagna , riconosciuto  DOP, e della dolce e deliziosa Uva di Puglia, che è IGP.

L’Italia delle eccellenze porta a 246 i riconoscimenti (154 DOP – 90 IGP – 2 STG) consolidando il suo primato in Europa, 1107 (547 DOP – 523 IGP – 37 STG), davanti alla Francia, 191 (84 DOP – 107 IGP) e alla Spagna, 157 (83 DOP – 71 IGP – 3 STG), che sono le più dirette concorrenti.



Con lo Squacquerone di Romagna  DOP  (squaquaròn), formaggio fresco, cremoso, di colore bianco madreperlaceo, prodotto nel territorio delle province di Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna, Bologna e parte di quello di Ferrara, l’Italia sale a quota 45 nella classe dei formaggi, seconda solo alla Francia a quota 47 e seguita dalla Spagna (26) e dalla Grecia (21).

Con l’Uva di Puglia IGP, che comprende varietà come Italia, Regina, Vittoria e altre prodotte sul l’intero territorio pugliese al di sotto dei 330 m. s. l. m., l’Italia sale a quota 97 e consolida il primato nella classe degli ortofrutticoli e cereali, seguita dalla Spagna a 49 e dalla Francia a 43.



Per quanto riguarda le regioni italiane, questi due riconoscimenti fanno salire l’Emilia Romagna al primo posto in quanto a riconoscimenti DOP (18) e a quota 34 le certificazioni complessive (18 DOP e 16 IGP), ad un solo passo dal Veneto, detentore del primato delle certificazioni, a quota 16 (11 DOP e 5 IGP) la Puglia, che raggiunge la Calabria in nona posizione.



Nella stessa pubblicazione riconosciuti anche un prodotto ungherese - Szőregi rózsatő (IGP) della classe della Piante e fiori ornamentali; uno sloveno - Kraški zašink (IGP) della classe dei Prodotti a base di carne;

uno danese - Vadehavslam (IGP) della classe delle carni fresche.



Di seguito il quadro aggiornato dei riconoscimenti per ogni regione e un riepilogo delle classi in cui l’Italia detiene riconoscimenti.



Prodotti con registrazione DOP e IGP per Regione italiana                         
 (dati aggiornati al 25.07.2012)
Regione
Certificazione DOP
Certificazione IGP
Totale Prodotti Certificati
Incidenza sul numero totale delle registrazioni
Veneto
17
18
35
14,3%
Emilia Romagna
18
16
34
13,9%
Sicilia
16
10
26
10,7%
Lombardia
17
8
25
10,2%
Toscana
14
10
24
9,8%
Lazio
14
9
23
9,4%
Campania
13
8
21
8,6%
Piemonte
13
6
19
7,8%
Calabria
11
5
16
6,6%
Puglia
11
5
16
6,6%
Trentino Alto Adige
8
3
11
4,5%
Marche
6
4
10
4,1%
Basilicata
5
4
9
3,7%
Abruzzo
6
2
8
3,3%
Umbria
4
3
7
2,9%
Sardegna
6
1
7
2,9%
Molise
5
1
6
2,5%
Friuli Venezia Giulia
5
1
6
2,5%
Valle d’Aosta
4
0
4
1,6%
Liguria
2
1
3
1,2%
ITALIA
154
90
244






Prodotti a base di carne

Italia 36

Portogallo 36

Spagna 15

Germania 3



Carni Fresche

Francia 61

Portogallo 27

Spagna 15

Inghilterra 10

Italia 4



Altri Prodotti di origine animale

Portogallo 10

Francia 7

Polonia 5

Italia 4



Pesci e molluschi

Inghilterra 6

Francia 4

Germania 3

Spagna 3

Italia 2



Oli e grassi

Italia 43

Grecia 27

Spagna 26

Francia 9



Prodotti della panetteria

Spagna 12

Repubblica Ceca 8

Italia 7

Germania 7



Altri Prodotti dell’allegato I del trattato (spezie ecc.)

Italia 7

Francia 6

Spagna 6

Polonia 4



Oli essenziali

Italia 1

Francia 1

Grecia 1



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