31 ottobre 2012

FALSO MADE IN ITALY NEL MONDO

 
       ITALIAATAVOLA- Primo Piano del 29/10/2012 11.11.00
Falso made in Italy nel mondo
"Business" da 60 miliardi di euro
Dal barbera bianco prodotto in Romania al gorgonzola grattugiato made in Usa, dal barolo canadese al nebbiolo svedese entrambi in polvere, il business dei furbetti del gusto che sfruttano l’immagine dei prodotti alimentari made in Italy vale 60 miliardi. I prodotti più "clonati" sono i formaggi
Vale 60 miliardi il business dei furbetti del gusto che sfruttano l’immagine dei prodotti alimentari Made in Italy costruita nel tempo dagli agricoltori italiani per vendere nel mondo tarocchi che nulla hanno a che fare con la realtà produttiva nazionale. È quanto emerge da uno studio presentato dalla Coldiretti al Salone del Gusto dove sono state esposte alcune delle opere più improbabili realizzate dai pirati del gusto, dal barbera bianco prodotto in Romania al gorgonzola grattugiato Made in Usa, dal barolo canadese al nebbiolo svedese entrambi in polvere, nello spazio antistante la bottega di campagna amica all'ingresso del padiglione 2.



«La lotta alla contraffazione e alla pirateria rappresentano per le Istituzioni un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese e generare occupazione», ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che «le esportazioni agroalimentari potrebbero addirittura triplicare».

Alla perdita di opportunità economiche ed occupazionali si somma il danno provocato all’immagine dei prodotti nostrani soprattutto nei mercati emergenti dove spesso il falso è più diffuso del vero e condiziona quindi negativamente le aspettative dei consumatori.

In testa alla classifica dei prodotti più clonati ci sono i formaggi partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano che ad esempio negli Stati Uniti in quasi nove casi su dieci sono sostituiti dal Parmesan prodotto in Wisconsin o in California. Ma anche il Provolone, il Gorgonzola, il pecorino Romano, l’Asiago o la Fontina. Poi ci sono i nostri salumi più prestigiosi dal Parma al San Daniele che spesso “clonati” ma anche gli extravergine di oliva e le conserve come il pomodoro san Marzano che viene prodotto in California e venduto in tutti gli Stati Uniti.

E recentemente sul mercato sono arrivati anche i wine kit che con polveri miracolose promettono in pochi giorni di ottenere a casa le etichette più prestigiose come il Barolo o il Nebbiolo ma anche, Lambrusco, Chianti o Montepulciano. A differenza di quanto accade per la moda dove a copiare sono soprattutto i paesi poveri per il cibo Made in Italy le imitazioni proliferano specialmente in quelli ricchi, con gli Stati Uniti e l’Australia in testa, dove ci sono consumatori che hanno disponibilità economiche più elevate e sono affascinati dal cibo del nostro Paese. Bisogna combattere un inganno globale per i consumatori che causa danni economici e di immagine alla produzione italiana sul piano internazionale cercando un accordo sul commercio internazionale nel Wto per la tutela delle denominazioni dai falsi, ma è anche necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo dove occorre estendere a tutti i prodotti l'obbligo di indicare in etichetta l'origine dei prodotti alimentari come previsto dalla legge approvata all'unanimità dal Parlamento italiano all'inizio della legislatura e rimasta fino ad ora inapplicata.

Il Consorzio dei Colli Orientali cresce in rappresentatività

 


Acquisirà le competenze dell’erga omnes, primo Consorzio in provincia di Udine, per promuovere i vini di tutti i produttori della Doc e offrire servizi tecnici e commerciali. Trecento le aziende interessate


Cresce la rappresentatività del Consorzio a Doc (Dop) dei Colli Orientali del Friuli e cambia il nome rafforzando il legame con il territorio rappresentato. Lo ha deciso all’unanimità l’Assemblea straordinaria dei soci riunita presso la sede consortile di Cividale del Friuli.

In base al D.Lgs 61/2010 e al D.M. 16 dicembre 2010, i Consorzi di tutela riconosciuti che intendono estendere le loro funzioni nei confronti di tutti i soggetti viticoltori, vinificatori e imbottigliatori della denominazione sottoposti al sistema di controllo della Doc sono tenuti a dimostrare la rappresentatività nella compagine sociale di almeno il 40 per cento dei viticoltori e di almeno il 66 per cento della produzione di competenza dei vigneti iscritti nello schedario viticolo della relativa Doc calcolato sulla base del quantitativo certificato negli ultimi due anni. Per tutte le denominazioni di competenza: Colli Orientali del Friuli Doc, Ramandolo Docg, Picolit Docg e Rosazzo Docg, la rappresentatività consortile è abbondantemente al di sopra di quanto stabilito dal legislatore. L’Assemblea, pertanto, davanti al notaio Francesco Petroni, ha deciso di modificare lo Statuto e richiedere al Ministero delle politiche agricole l’incarico “erga omnes” che consentirà di coinvolgere nell’attività consortile, pure economicamente, tutti i soggetti della filiera anche attualmente e formalmente non aderenti al Consorzio. L’attività consortile, in questo modo coinvolgerà circa 300 aziende e imprese enologiche attive nel territorio di competenza.

Al termine dell’iter burocratico (tra circa 30-50 giorni), il Consorzio, primo in provincia di Udine, potrà definire l’attuazione delle politiche di governo dell’offerta; organizzare e coordinare le attività delle categorie interessate alla produzione e alla commercializzazione della Doc; agire, in tutte le sedi giudiziarie e amministrative, per la tutela e la salvaguardia della Doc e per la tutela degli interessi e diritti dei produttori; svolgere azioni di vigilanza, tutela e salvaguardia della denominazione da espletare prevalentemente alla fase del commercio. I costi derivanti dalle attività saranno a carico di tutti i soggetti inseriti nel sistema di controllo (soci o non soci), secondo criteri che saranno stabiliti con regolamento ministeriale. Il Consorzio potrà altresì chiedere ai nuovi soggetti utilizzatori della denominazione un contributo di avviamento.

Infine, l’Assemblea ha deciso di uniformare il nome del Consorzio con quella della Doc, modificando la denominazione del Consorzio stesso in: Friuli Colli Orientali e Ramandolo, che tutelerà anche altre tre denominazioni tutte a Docg, rispettivamente Ramandolo, Rosazzo e Colli Orientali del Friuli Picolit.

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Studio Giornalisti

Adriano Del Fabro

FACCE DA VIGNAIOLI?


 di Sebastiano Di Maria

Devo essere sincero, quando ho visto le immagini che troverete nel seguito del post, sono sobbalzato dalla sedia lanciando un urlo liberatorio, stile curva calcistica. Vi chiederete cosa possa scuotere in questa maniera un tranquillo blogger di provincia – ammesso che rimanga (la provincia naturalmente), vista la spending review – alle prese con la routine quotidiana, se non un gol del campione della propria squadra del cuore o, che ne so, la lettura dei numeri del “lotto alle otto” o davanti a una bottiglia di vino straordinaria. Tranquilli, nulla di tutto questo, purtroppo direi, ma qualcosa su cui stavo lavorando da qualche tempo, che stavo mettendo su con fatica, vista la difficoltà di recuperare il materiale in rete o su riviste specializzate, e che gelosamente ho custodito fino ad oggi nella mia pen drive. In un attimo, grazie al quotidiano “Tre Bicchieri” di Gambero Rosso, tutto questo ben di Dio disponibile a portata di click, una vera manna dal cielo. Di cosa si tratta? Sono “facce da tre bicchieri”, come le definisce l’autorevole rivista, cioè i super premiati della guida vini 2013 del Gambero Rosso, il non plus ultra dell’enologia nazionale, che con i loro bei visi, dopo i loro vini, allieteranno gli appassionati degustatori. Proprio quello che cercavo per confezionare un bel post provocatorio, anzi, neanche tanto, vista la situazione. In effetti, l’articolo che volevo confezionare aveva l’obiettivo di porre l’attenzione su un aspetto della vitivinicoltura italiana, sempre più in mano ad imprenditori, personaggi dello spettacolo, professionisti dell’alta finanza che occupano le copertine patinate dei principali rotocalchi di settore e non, e sempre meno con lo schivo vignaiolo al centro, quello con le mani sporche, con la faccia segnata dalla fatica e dal tempo, il vero valore aggiunto della nostra vitivinicoltura autoctona. Stavolta non mi dilungo in commenti o considerazioni personali, che lascio a voi, anche perché le immagini parlano da sole, magari lasciandovi solo il gusto di un totovignaiolo. Ma vi prego, non "scommetete", altrimenti rischio di essere deferito perché "non potevo non esserne a conoscenza".


Fonte: Tre Bicchieri - Gambero Rosso


il mio commento
E' un bel commento che merita una rigflessione attenta. Bravo Sebastiano. C'è da dire che fra piacere vedere al centro della seconda raccolta di foto, subito sotto la foto del proprietario del mitico "Sassicaia", quella di Alessio Di Majo della Di Majo Norante di Campomarino. Il Molise questa volta c'è ed è anche nella parte più alta del quadro rappresentativo della vitivinicoltura italiana

29 ottobre 2012




LE NEBBIE DELLA RACCOLTA DELLE OLIVE
 
Ho rivisto le nebbie del mattino

proprie del tempo della raccolta

delle olive.

 
Filtrano il sole che spunta dal Gargano

lento salire

per poi scendere veloce

sulle Mainarde lontane

che dalla Casa del Vento

puoi toccare con una mano

 
Non sento più l’eco

de “a fronne da uelìve”

l’allegro canto delle donne

che accarezzavano le fronde pregne

di olio gentile, quello di Larino.

22.10.2012

IL MOLISE AL SALONE DEL GUSTO


 

Sono stato sabato al Salone del Gusto di Torino dove ho incontrato l' "Abruzzo-Molise" di Slow food. Per fortuna senza la congiunzione, altrimenti avrei pensato a un manifesto di tanti anni quando l'"Abruzzo e Molise" significavano una regione unica.








Sono molti i politici molisani che sognano questo passato, durato fino al 1963, non sapendo ancora cos'è il Molise.

Soprattutto cosa potrebbe essere se posto nelle mani di persone che hanno il gusto della cultura e del viaggio intorno al mondo, due elementi che portano a vedere ed a sognare un Molise "Città-campagna" in grado di elaborare esempi che possono aiutare le altre regioni, a partire dal vicino Abruzzo, a programmare uno sviluppo sostenibile, cioè proiettato al domani, proprio perchè durevole e non finito e morto come quello attuale.

A fianco allo stand sopra citato due aziende molisane con la bontà dei loro prodotti olio e olive di Marina Colonna di San Martino in Pensilis e prodotti caseari del Caseificio Di Nucci Antonio di Franco di Nucci di Agnone.

 Pochi? Certamente, comunque sufficienti per raccontare i sapori e i profumi di una terra vocata alla qualità della sua agricoltura e della sua zootecnia, le attività che mantengono ancora in vita territori che altrimenti sarebbero da tempo abbandonati.

25 ottobre 2012

da ZACC & BELINA




SPADA DI DAMOCLE
 
Zacc – lascia!
 
Bèlina– in attesa di una risalita nei sondaggi

da ZACCeBELINA

                               di Ro Marcenaro
RENZI MAI

Zacc – ma perché Renzi non fa le primarie con il centro destra?
 
Bèlina– ha paura di vincere

24 ottobre 2012

Ad esempio l'emigrazione dal Sud

 


    23 ottobre 2012 - greenreport
 
Isidoro Malvarosa
 
"Sono i peggiori ad andare via. Quelli che non riescono a trovare un'occupazione, i contadini, i terzo e quartogeniti." Era questo, in soldoni, il cliché della prima emigrazione interna italiana. Si trattava principalmente di giovani del Sud Italia che, non trovando occupazione nelle regioni d'origine, andavano ad ingrossare le fila delle neonate industrie settentrionali. Inoccupati che diventavano, quasi tutti, operai. A Milano, a Genova, a Torino. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. L'assistenzialismo statale nei confronti delle regioni meridionali completava un triangolo che faceva del Sud, al contempo, serbatoio di manodopera e principale mercato dei prodotti settentrionali. Investimenti infrastrutturali e un Terziario smoderatamente sovradimensionato. Un gap, soprattutto in termini di servizi, che non si è mai realmente colmato. Un isolamento geografico, specie di Calabria e Sicilia, su cui mai si è seriamente intervenuto.

Regioni che dovrebbero godere, alla stregua della Sardegna, di continuità territoriale aerea in considerazione dell'inadeguatezza della rete viaria e ferroviaria. Un'emarginazione, forse, voluta, ragionata, calcolata, richiesta, necessaria.

I dati odierni non lasciano adito ad interpretazioni fantasiose: dalle regioni meridionali si è ricominciato ad emigrare a ritmi sostenuti. Da almeno un decennio, il saldo dei trasferimenti interregionali (fonte Istat.it) riporta cifre a dir poco preoccupanti. Soltanto negli ultimi 6 anni, hanno lasciato il Sud e le Isole circa 250 mila persone. Che diventano un milione se consideriamo l'anno di inizio di questa nuova ondata migratoria: il 1995. Già, nuova. Perché questa volta non vi è luogo comune che tenga: a fare le valigie sono schiere di studenti universitari, avvocati e insegnanti. Si viaggia, verso le regioni del Centro Italia e del Nord-Est. Ci si trasferisce in pianta stabile o si prova a pendolare mensilmente. Si condivide con altri conterranei, per quanto possibile, l'esperienza e l'alloggio. Sono giovani professionisti, i protagonisti di questa nuova ondata "colonizzatrice". Si spostano verso mercati del lavoro più dinamici, verso salari più alti, ambiscono ad una migliore qualità della vita. Per loro e per coloro che verranno. Chiedono stimoli culturali e servizi adeguati. Trasporti, sanità, tempo libero. Sfruttano i canali telematici per proporsi, si muovono in cerca di una prima, o migliore, occupazione. Gonfiano il mercato immobiliare, popolano le piazze, innescano processi di emulazione. Fanno girare l'economia. È un'autentica "fuga dei cervelli" meridionali quello che sostiene un'Italia, oggi più che mai, a doppia velocità. Aspiranti burocrati, ma anche reclute militari. Non bisogna dimenticare, infatti, l'elevato numero di giovani calabresi, siciliani, campani e pugliesi che trova impiego e spazio presso le forze armate. Così come non bisogna ignorare che, nel computo delle cifre, l'Istituto di Statistica non considera i giovani che pur mantenendo "ufficialmente" la propria residenza nelle regioni meridionali, nella realtà dei fatti, vivono e lavorano ormai da anni al centro-nord.

Dunque: nuove destinazioni, nuovi profili professionali, nuovi target.

Un comune, antico, denominatore: l'emigrazione come forza lavoro e ammortizzatore sociale.

Un sistema economico, quello italiano, che non reggerebbe un tessuto produttivo "delocalizzato".

Imprese meridionali che si rivelerebbero insostenibili "doppioni" delle industrie settentrionali.

Che toglierebbero loro fondamentali quote di mercato.

Il Meridione d'Italia, oggi come sessant'anni fa, è serbatoio e sbocco.

Di risorse umane che vanno a Nord, e tir, treni merci e container che fanno rotta verso Sud.

IL MOLISE NELL'ERA DELLA CONOSCENZA

Ieri a Larino c'è stato un incontro Molise-Croazia che, come ben sottolinea Mignogna con l'articolo poco fa postato su questo blog, è stato davvero interessante.
Riporto il commento che ho lasciato su Linkedin ai componenti del gruppo "manager di origine molisana" di cui mi onoro di far parte.
Avv. Mario Ialenti, responsabile comitato regioni dell'Aadriatico e Prof. Rossano Pazzagli
 
Un intervento magistrale quello del prof. Rossano Pazzagli dell'Università del Molise che ha spiegato il territorio con tutti i suoi valori e le sue risorse ed ha precisato il tipo di turismo adatto al Molise. Un turismo adatto alle opportunità che il Molise offre, cioè in grado di non aggravare il processo di degrado del territorio stesso nel momento in cui la crisi ha segnato il fallimento del sistema e la necessità di ripartire da quello che uno ha. Ed il Molise, lo dico io che sono intervenuto per parlare ddi qualità, ha molto da offrire del suo "glocale" al mercato "globale", in particolare tutto ciò che serve a far vivere le emozioni a chi gira per provare e raccogliere emozioni.
la delegazione della Croazia

L'incontro fra due realtà divise-collegate dall'Adriatico, con la sua possibilità di sviluppo nel tempo, è una straordinaria opportunità per vivere nella reciprocità processi di ampliamento e accorpamento delle attività,  e questo per rendere l'offerta di prodotti di qualità più rispondente e adatta alla domanda di un mercato che ha bisogno di prodotti di qualità garantiti e riconoscibili per il consumatore e ciò è possibile oggi attraverso un marchio che l'Europa mette a disposizione del produttore europeo e dello stesso consumatore, Dop e Igp, cioè dei prodotti a indicazione geografica che hanno nell'origine (territorio) la qualità, fino a diventarne i principali testimoni.

Sta qui la modernità dell'agricoltura nel momento in cui viene riposizionata al centro di uno sviluppo sostenibile di cui ha bisogno il pianeta. Sta qui anche l'importanza della ruralità che segna il Molise più di ogni altra Regione italiana.

Centralità o perni sui quali far ruotare la conoscenza e la partecipazione visto che stiamo vivendo (non so quanti se ne sono accorti) l'era della conoscenza che ha bisogno di protagonisti del dialogo e della partecipazione (democrazia) per essere vissuta fino in fondo.
Sta qui, a mio modesto parere, l'importanza di un gruppo formato da persone già protagoniste di questa conoscenza e portatori di esperienze vissute lontane dal Molise.

Ambiente, cultura e territorio al centro dello sviluppo del Molise e della Croazia



Rimettere al centro dello sviluppo i cittadini e il territorio, questi i punti cardine del convegno “MAD PATHS” organizzato a Larino dai soggetti, soprattutto Comuni e Unioni dei Comuni, che hanno aderito al programma IPA ADRIATICO. Ripartire dalle produzioni locali di qualità, per rilanciare l’economia del Molise e della Croazia. Un progetto ambizioso, ma con tutte le carte in regola per poter essere zzato.
Michele Mignogna
Studiosi, esperti e produttori a confronto su un nuovo modello di sviluppo che rilanci le economie del Molise e della Croazia, si sono confrontati in un convegno a Larino. Il progetto che rientra nel più ampio e ambizioso programma “IPA Adriatico”, vuole rappresentare un nuovo volano per le produzioni locali e non solo, anche la cultura e il turismo, dovranno occupare ruoli di primo piano. Il Programma di Cooperazione transfrontaliero IPA-Adriatico rappresenta la continuazione del Programma transfrontaliero adriatico 2000-2006, pur avendo una diversa connotazione territoriale: oltre alle province adriatiche italiane, sono considerati eleggibili territori di Slovenia, Grecia oltre che di Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Albania e Serbia (solo per progetti di cooperazione istituzionale). Il programma IPA-Adriatico si pone l’obiettivo di dare continuità alla fase 2000-2006 rafforzando la cooperazione e lo sviluppo sostenibile della regione Adriatica attraverso la realizzazione di iniziative riferite ai tre assi prioritari: cooperazione economica, sociale e istituzionale; risorse naturali e culturali e prevenzione dei rischi; accessibilità e reti.
Proprio di cooperazione nei settori che più accomunano le due regioni separate dal mare adriatico, si è incentrato il confronto, che partendo da una vera e propria lezione del Professor Rossano Pazzagli dell’Università del Molise ha affrontato tutti i temi legati al turismo da una parte e alle produzioni locali dall’altra. “Un tratto essenziale dell’identità italiana – dice Pazzagli – è costituito proprio dalla presenza diffuso di un patrimonio culturale, prodotto nel passato, e conservato in minima parte, nei musei e che è possibile incontrare nelle città e nelle campagne, in una parola sul territorio”. Condizione questa che ci accomuna con diversi paesi dei balcani, ma che nei fatti, diventa un motivo di scambio e confronto, che sicuramente arricchisce i due popoli, ma in che modo? Soprattutto puntando sul turismo, riflessione obbligata se si vuole far conoscere il territorio, e soprattutto riuscire a produrre reddito evitando il consumo irreversibile del territorio, una cosa in cui gli italiani sono bravissimi, come succede ad esempio in Molise che oggi ha meno abitanti degli anni dell’unità d’Italia, ma più abitazioni costruite e disabitate perchè appunto mancano i cittadini che le abitano. Per questi motivi che bisogna invertire la rotta, sottolinea Pazzagli, fare in modo che il terriorio conservato e tutelato dia possibilità di sviluppo.
Mentre Pasquale Di Lena, agronomo ed esperto di prodotti tipici, ha voluto sottolineare l’importanza, per il Molise e la Croazia, della produzione di olio di qualità, infatti non è solo l’Italia ad essere ricca di olivi, ma anche la Croazia, che dopo la Spagna, ha il maggior numero di cultivar riconosciute a livello europeo, ma sono proprio i prodotti della terra, dice Di Lena, a legarti e a caratterizzarti ad un territorio, “un olio, un vino o un formaggio, possono diventare i testimoni di un luogo e soprattutto di un territorio”. Insistere sulla qualità e sulle produzioni tipiche fanno si che le campagne possano essere riscoperte ed utilizzate in termini positivi, senza lasciare il territorio nelle mani degli speculatori.
Al convegno ha preso parte anche l’esperto di storia locale, Guiseppe Zio, che con la storia delle Carresi ha incantato gli ospiti arrivati dalla Croazia, e indicando, nella tutela delle tradizioni, una delle strade possibili dello sviluppo, anche economico di un luogo.

22 ottobre 2012

da ZACC e BELINA

i disegni sono di Ro Marcenaro
 
MINESTRONE

Zacc - Noi siamo di sinistra perché non abbiamo paura del futuro. Parola di Renzi
 
Belina –Anche lui di sinistra? Ora si spiega perché è diventata un minestrone!
POPULISTI O PIAZZISTI?

ZACC – per me è la stessa cosa
 
BELINA– Anche per me.

IL RITORNO


Zacc - Per Der Spiegel Berlusconi è diventato “un piccolo uomo minuscolo”

Bèlina– già polvere?


 
 

 

ESPLOSIONE DI GIOIA PER L'OLIO DI FLORA

Ecco cosa succede a chi assaggia l'Olio di Flora.
 


Il caro amico Paolo Moglia, proprietario di un famoso ristorante italiano"ATTIMO" a Tallinn, la capitale dell'Estonia, dove i piatti di pasta sono de "La Molisana" e l'olio di Larino, appunto "L'Olio di Flora" de La Casa del Vento, non è riuscito a frenare la sua gioia di fronte all'olio 2012 appena franto e subito a condire una fetta di buon pane.

Olio particolarmente gradito dalla sua clientela e, anche, dalle sue bellissime modelle del Team "Top Models".

"La verità è po' bugia come la bugia è un po' verità" è quello che dico sempre quando tolgo i freni alla fantasia.

21 ottobre 2012

L'ASSAGGIO DELL'OLIO DI FLORA RACCOLTA 2012


 

Questa mattina, domenica 21 di un ottobre ancora pieno di sole, ho finito di raccontare, agli amici su facebook, le sensazioni dell’assaggio di ieri sera, il primo, dell'Olio di Flora raccolta 2012, fatto nei modi che più mi piacciono e che non hanno niente del panel test che, so bene, è una cosa seria. L’ho raccontato così: prima l'olfatto e poi il sapore con una mezza fetta di pane di D'Aversa di Cercemaggiore, che mi ha riportato lontano nel tempo quando il pane era, del poco sano cibo, l’elemento fondamentale, e, comunque, il più buono.

C'è da dire che non è possibile dare un giudizio sui caratteri organolettici di un olio appena uscito dal separatore e, come tale, ancora traumatizzato dalla frangitura delle sue "Gentile di Larino" olive. Si può, però, raccontare, come cerco di fare io con questa nota, la sensazione di un'emozione e cioè di un olio delicato, rotondo che esaltava il pane prima citato. Buono, appagante, benefattore di ristoro e di emozione.

 

Ed ora riferiamo del novello Olio di Flora tutto, "Gentile di Larino" biologico, nel momento in cui si è calato silenziosamente (come suo carattere e abitudine..... s'ta zitte l'òie/dend'é....) in un piatto di fagioli - molto buoni ma non preziosi come quelli di Acquaviva d'Isernia cantati da Daniela e Silga e immortalati da Bruno - per poi confondersi in un abbraccio tinto di verde dal delicato profumo per un fruttato ancora chiuso e delicato sapore, che hanno avuto il merito di lasciare una bocca buona di ripetute cucchiaiate (semel in anno licet....o, come si dice quì, "na vota l'anne diie u chemmanne").

Questa buona prima impressione lascia sperare, appena il gentile olio si sarà svegliato e liberato di spoglie inutili per apparire giallo dorato intenso con le sue sfumature verdi, con un sentore sottile e vegetale, com'è natura delle sue olive e dell'origine; gusto morbido e vellutato; presenza di amaro e di piccante delicati.

C’è da dire che l’Olio di Flora, de La Casa del Vento, è solo uno dei tanti buoni, straordinari oli (18 le varietà autoctone accertate) del Molise, terra da millenni segnata dall’olivo e altamente vocata alla qualità, con i successi, nel periodo aureo di Roma imperiale, che lo stanno a dimostrare.

Soprattutto l’olio di Venafro (il prediletto e, come tale, il più rinomato) e, poi, quello di Larino, la città che, nel 1994, ha dato vita e cullato le Città dell’Olio e che ha il merito di essere al centro di un territorio, unico in Italia, con ben tre varietà di olivo che portano il nome della capitale frentana.


Oli, lo possiamo ben dire, per intenditori e per chi vuole benessere e salute da una sana alimentazione che, come si sa, ha sempre caratterizzato lo stile di vita dei paesi dell’Adriatico e quelli più complessivi del Mediterraneo, con la “Dieta”,che prende il nome di questo “mare dell’olio”, oggi patrimonio culturale e punto di riferimento di chi ha le possibilità di mangiare. In pratica tutti meno, però, un miliardo abbondante di persone che non hanno neanche una mollica di pane con una goccia d’olio per sopravvivere.




 

pasqualedilena@gmail.com

19 ottobre 2012

L'OLIO DI FLORA DE "LA CASA DEL VENTO" SELEZIONATO DALLA GUIDA FLOS OLEI CON ALTRE SEI AZIENDE DEL MOLISE
 







 
Ben sei le aziende inserite da “Flos Olei - la Guida al mondo dell’extravergine” sui mille campioni provenienti da 45 paesi dei cinque continenti. Oli degustati dal panel guidato dal noto eno-gastronomo Marco Oreggia che è anche l’editore della guida presentata e diffusa in duplice lingua (italiano-inglese),che il mondo dell’olio e degli appassionati di questo nostro straordinario prodotto conosce.
 

Il punteggio minimo che la guida assegna agli oli extravergine di oliva è 80, mentre il massimo è 98, e le sei aziende molisane selezionate partono da 86 punti conquistati dall’azienda agricola Michele Fratianni di Campomarino; 88 dall’ Azienda Agricola Giorgio Tamaro di Termoli, Frantoio Bruno  Mottillo e La Casa del Vento, entrambi di Larino; 90  dall’oleificio Di Vito di Campomarino e, come lo scorso anno, ben 96 punti dall’azienda Colonna di San Martino in Pensilis, che, con questo punteggio, ancora una volta guida il treno della qualità dell’olivicoltura molisana.



Ed ora vediamo il quadro complessivo dei 483 oli inseriti nella guida: 226 gli italiani in rappresentanza di 17 regioni (meno la Val d’Aosta, il Piemonte e l’Emilia-Romagna), con la Toscana che, con 51 oli premiati, guida la classifica, seguita dal Lazio (29), la Sicilia (27) e l’Umbria (25) e 247 quelli del mondo, con la Spagna la più rappresentata (63), seguita dalla Croazia (61); Cile e i fagioli di Acquaviva d'IserniaPortogallo (13); Turchia e Grecia (11); Sud Africa (10); Marocco, Francia e Giappone(9) e, con punteggi minori, Argentina, Slovenia, Uruguay, Australia, Stati Uniti, Perù, Giordania e Brasile.





Una sorpresa la Croazia? Assolutamente no per chi conosce le tradizioni di questo Paese e la grande vocazione della sua terra all’olivicoltura. Ed è proprio la Croazia di scena martedì 23 a Larino, all’incontro che si terrà presso la sala consigliare per sviluppare, a partire dalle ore 9, il tema “Gestione sostenibile del patrimonio naturale e culturale locale”,
inserito nel progetto Medapaths.

pasqualedilena@gmail.com

Notizie dal mondo dell'olio


Olio, una legge contro i fuorilegge

Unaprol, Cno, Cia e Coldiretti Puglia a Bari hanno ribadito la necessità di norme per assicurare trasparenza di mercato 'Occorre intervenire su: regole, aggregazione della produzione e strumenti per affrontare il mercato' Fonte immagine:

Controlli più attenti e frequenti per smascherare gli operatori che con le loro azioni svalutano l'olio italiano di qualità. E' questo quello che chiedono i presidenti di Unaprol Massimo Gargano e del Consorzio nazionale degli olivicoltori, Cno, Gennaro Sicolo e lo hanno ribadito a Bari, nel corso di un evento congiunto a Cia e Coldiretti Puglia sul tema: "Una legge contro i fuori legge dell'olio" nel corso del quale hanno sottolineato la volontà di andare fino in fondo, sostenendo le iniziative legislative in discussione a livello parlamentare.

"Servono norme che assicurino trasparenza del mercato e correttezza nei confronti del consumatore - ha affermato il presidente Unaprol Massimo Gargano -. Le imprese olivicole italiane hanno bisogno di recuperare come elemento di competitività il legame con il territorio e l’origine certa del prodotto. Le frodi e le sofisticazioni mettono a rischio un patrimonio ambientale con oltre 250 milioni di piante sul territorio nazionale che garantisce un impiego di manodopera per circa 50 milioni di giornate lavorative all’anno e un fatturato di oltre 2 miliardi di euro. Le nuove disposizioni in discussione - ha concluso Gargano - offrono maggiori garanzie perché creano una barriera di anticorpi a favore delle imprese olivicole e offrono alle aziende serie di questo settore l’opportunità di alimentare la catena del valore intorno al prodotto simbolo del made in Italy nel mondo”.

Il settore dell'olio di oliva è in espansione a livello mondiale: dal 1990 ad oggi i consumi sono raddoppiati e il tasso di crescita annuale previsto per il futuro è tra i più elevati nell'ambito dell'intera gamma di produzioni agro-alimentari.

"L'Italia è leader per la qualità - ha detto il presidente Cno Sicolo - ma agli olivicoltori è riconosciuto un compenso che non copre i costi. Dobbiamo fare sistema, unendo le forze sane disponibili e lavorare per superare le attuali difficoltà. Occorre intervenire su tre direzioni: le regole, l'aggregazione della produzione e gli strumenti per affrontare il mercato. E' in via di approvazione un provvedimento che finalmente consente di cambiare passo: grazie alle nuove disposizioni chi voleva farsi gioco dei produttori d'ora in poi o si allinea ed opera nel segno della trasparenza e della correttezza, o cambia lavoro" ha concluso il presidente del Cno.


Il presidente
Antonio Barile ha sottolineato che la Cia regionale della Puglia "è stata la prima organizzazione a lanciare la petizione per abbassare a 30 milligrammi il limite massimo di alchilesteri, convinti sia il punto focale per difendere il settore dalle contraffazioni. Ora - ha affermato Barile - serve un rigoroso piano di controlli".

Alle porte di una campagna olivicolo-olearia che si profila ottima per qualità e contenuta nelle quantità, bisogna dotarsi di ogni strumento utile a contrastare chi boicotta il buon andamento del comparto.





Olio, il Ceq boccia i fondi di promozione Ue

Il Consorzio extravergine di qualità denuncia il paradosso europeo sui fondi per la promozione tra Italia e Spagna. Stessa fonte e stesse finalità, ma nomi e regole diverse
"Ma quando tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra". (Matteo 6:3)
Anche dando per buono il dogma dell’onniscienza divina, verosimilmente il precetto evangelico non intendeva stabilire un protocollo operativo per la gestione dei fondi di un'Unione europea che sarebbe nata solo un paio di millenni più tardi.
A quanto pare, invece, è esattamente quanto sta succedendo a Bruxelles con i
fondi Fesr e Feaga, col risultato che i beneficiari, a parità di Paese e di prodotto, sono sottoposti a vincoli diversi a seconda del fondo a cui riescono ad accedere.

Ne sa qualcosa il nostro Ceq, Consorzio extravergine di qualità, che in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato
Elia Fiorillo e Mauro Meloni, rispettivamente presidente e direttore del Consorzio, ha denunciato il caso della promozione dell’olio d’oliva italiano e spagnolo in India, Cina e Russia, che, grazie a una gestione quantomeno singolare delle risorse da parte dell’Ue, vede gli spagnoli promuovere il marchio “Olio spagnolo” e gli italiani costretti a promuovere il marchio “Olio europeo”, facendo di fatto pubblicità anche ai loro diretti concorrenti iberici.

A ogni fondo i suoi vincoli

Sia ben chiaro: gli
spagnoli non stanno facendo nulla di illegale. Data la normativa vigente, infatti, nel caso specifico quella della concorrenza sleale è una questione di carattere etico; e l’etica non fa certo parte della dote di chi voglia misurarsi sui mercati mondiali.
Il problema nasce infatti in
Belgio, dove il fondo Feaga (Fondo europeo agricolo di garanzia, gestito dalla DG Agricoltura) e il fondo Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale, gestito da DG Regio) hanno finanziato contemporaneamente il programma di promozione di due produttori concorrenti negli stessi mercati obiettivo.
Poiché però il fondo Fesr utlizzato dalla
Spagna non prevede vincoli, mentre il fondo Feaga utilizzato dall’Italia vieta esplicitamente di promuovere marchi commerciali e origini specifiche, ci si ritrova con il paradosso che agli spagnoli è permesso di promuovere l’immagine del proprio paese, mentre agli italiani è vietato.
Questo nonostante la provenienza dei fondi sia sostanzialmente la medesima.

Che il
casus belli dipenda da un mancato coordinamento, ovvero da una guerra di potere tutta interna ai due organi, non è particolarmente rilevante.
La necessità di trovare una
soluzione rimane ugualmente impellente, soprattutto perché la situazione si è già presentata con la promozione di altri prodotti agroalimentari (e nello specifico dei prosciutti) e può potenzialmente replicarsi per ogni elemento produttivo-commerciale legato al settore primario e per ogni Paese che acceda a un fondo piuttosto che a un altro.
In Italia, inoltre, i fondi
Fesr sono gestiti dal ministero dell'Economia e sono utilizzati in base a priorità tra le quali l'agricoltura non è attualmente compresa.

Le ricadute per l’Italia

Se la distorsione della concorrenza può sembrare a prima vista marginale, va considerato che le
ricadute sul nostro Sistema Paese potrebbero essere di entità tutt’altro che minime.

Partendo dal principio che questi programmi promozionali e informativi sono finanziati, oltre che dai fondi, per il 20% dal
Mipaaf e per il 30% dagli interessati - i soci del Ceq, nel caso specifico - e seguendo un percorso logico elementare, diviene immediatamente evidente come pagare per promuovere i prodotti dei propri concorrenti rappresenti una sorta di autolesionismo economico.
L’abbandono da parte degli investitori nazionali di questo tipo di promozione, tuttavia, non può non tradursi in un sostanziale depauperamento della promozione del “made in Italy” agroalimentare in generale, ossia di uno dei pochi settori economici nazionali in controtendenza rispetto alla crisi.

La ricerca di una soluzione

"Non appena il problema è emerso e ne abbiamo chiarito le cause e valutato gli effetti potenziali – ha dichiarato il presidente del Ceq -, il Consorzio ha immediatamente denunciato la cosa ai servizi della Commissione, all’Agea e al Mipaaf, chiarendo che i nostri soci non hanno alcuna intenzione di portare avanti una politica di comunicazione per loro dannosa e che sono decisi a ritirarsi dai programmi. Abbiamo chiesto l'interruzione dei programmi e non abbiamo alcuna intenzione di subire il balletto burocratico tra DG Agri e DG Regio".
La denuncia ha trovato subito un'ampia sponda presso il Mipaaf, che ha immediatamente dato il pieno appoggio al Consorzio, mentre da
Bruxelles sono giunte risposte sinora a dir poco evasive, fino all'ammissione di essere del tutto ignari del problema, con lo stesso commissario Ciolos che ne è venuto a conoscenza solo dietro segnalazione del nostro ministro Catania.

"Abbiamo chiesto di fermare questo meccanismo perverso che ci chiede di finanziare chi ci sta portando via sensibili quote di mercato - ha dichiarato Mauro Meloni -. Il paradosso è che non possiamo uscirne senza essere autorizzati dagli stessi uffici che hanno creato questo scempio che abbiamo denunciato già otto mesi orsono. Confidiamo nella sensibilità politica del commissario Ciolos, al quale non è certo sfuggito il paradosso che due regole contrapposte in un'Europa Unita non possono coesistere".

La palla passa ora alle
istituzioni comunitarie alle quali, ognuna per le proprie competenze, è richiesta una soluzione immediata, univoca e definitiva del problema.

Una soluzione necessaria perché, per parafrasare un altro celebre precetto evangelico, a prescindere dal fatto che gli schiaffi arrivino dalla mano destra o dalla sinistra,
l’agroalimentare italiano non ha alcuna intenzione di porgere l’altra guancia.