23 aprile 2013

POCO MA BUONO


Gli ultimi dati sulle certificazioni doc, docg o, anche, Dop, parlano di un Molise che ha prodotto, con le quattro Doc riconosciute, solo 14.394 ettolitri di vino certificato. Ricordiamo, riportandole in ordine di riconoscimento, le  quattro doc molisane e cioè “Biferno” (1983); Pentro o Pentro d’Isernia” (1984), “Molise” (2009) e “Tintilia” (2011).
Solo lo 0,1% della produzione Doc e Docg italiana, che ammonta a 12.215.168 di ettolitri. Un dato pari a poco meno di un terzo della produzione di vino che, come si sa, lo scorso anno è stata di 39 milioni di ettolitri, stabilendo il dato negativo in assoluto per il nostro Paese.
Se può consolare il Molise diciamo che non è ultimo, visto che per 4 mila ettolitri di differenza la maglia nera è sulle spalle della Val D’Aosta. Un dato che rispecchia la superficie vitata e la quantità di vino prodotta delle due Regioni.
Il Veneto è la Regione che guida la classifica con 3.409.434 di ettolitri di vino, pari al 27% della produzione dei vini di qualità certificata, che è quasi il doppio dei quantitativi prodotti dal Piemonte (1.935.945 hl.) con la Toscana terza (1.594.110 hl.) e buon quarto l’Abruzzo con 1 milione di ettolitri.
E’ la Puglia a guidare le Regioni del Sud con 237.503 ettolitri davanti alla Sardegna (233.855 hl.) e la Campania (180.484 hl.)
Per quanto riguarda le singole denominazioni è il Prosecco Doc a farla da padrone con quasi 1,5 milioni di ettolitri davanti al Chianti Docg(902.876 hl.) e al Montepulciano d’Abruzzo doc  (703.062 hl.).
Il quadro sopra riportato, costruito con l’aiuto delle tabelle elaborate dal Corriere Vinicolo fonti Mipaaf, lo completiamo con il dato complessivo dei riconoscimenti che parla di 330 Doc e 73 Docg o se volete,  403 Dop in totale.
pasqualedilena@gmail.com

in aggiunta la notizia che ci è appena arrivata (24/4/13) Il Molise è ultimo (52%) in quanto a utilizzo della Dop di fronte alla media dell'82% con l'Alto Adige primo con il 98%, la Toscana seconda con il 96% e il Veneto terzo con il 94% davanti all'Abruzzo che supera la media con l'88%
p.s.
 

Concorso enologico nazionale dei vini Rosati

Assessore Fabrizio Nardoni

 
                Promosso dall’Assessorato alle risorse agroalimentari della Regione Puglia
 
E’ possibile fino al 24 aprile aderire alla seconda edizione del Concorso enologico nazionale dei vini Rosati   

Premiazione il 18 maggio nel Castello di Otranto.  I vini vincitori promossi negli eventi in Italia e all’estero della Regione Puglia. 

Bari, 18 aprile 2013. E’ mercoledì 24 aprile il termine ultimo a disposizione delle cantine italiane per partecipare al secondo Concorso nazionale enologico dei vini Rosati, promosso dall’assessorato alle Risorse agro-alimentari della Regione Puglia, in partenariato con Assoenologi, Accademia Italiana della Vite e del Vino e Unioncamere Puglia e autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole.

La selezione dei vini è prevista il 4 e il 5 maggio a Bari; durante la due giorni, nell’Hotel Villa Romanazzi Carducci, i migliori vini Rosati d’Italia saranno giudicati da una giuria composta dai maggiori esperti, enologi, giornalisti enogastronomici e addetti ai lavori. La premiazione si terrà nell’affascinante cornice del Castello Aragonese di Otranto il prossimo 18 maggio.

La novità di quest’anno è rappresentata dalla promozione dei vini vincitori, anche quelli non pugliesi,  nelle fiere ed esposizioni programmate per i prossimi mesi dalla Regione Puglia. Dunque, ai vini che riusciranno a prevalere, verrà offerta una grande occasione di visibilità nazionale e internazionale.

Obiettivo del concorso, infatti, è la valorizzazione del vino Rosato che sovente, in passato, è restato in ombra rispetto ai Bianchi e ai Rossi. Nella prima edizione furono 280 le cantine e 370 le etichette partecipanti, provenienti da tutte le regioni d’Italia, che hanno consacrato l’iniziativa come un unicum a livello nazionale e punto di riferimento per la filiera del Rosato. A fare la parte del leone furono i vini veneti con sette medaglie su 21, seguiti da quelli abruzzesi (cinque medaglie), lombardi (quattro) e pugliesi (tre).

«Siamo di fronte ad un exploit senza precedenti – ricorda l’Assessore alle risorse agroalimentari della Regione Puglia, Fabrizio Nardoni – il consumo dei Rosati, anche secondo gli studi di Vinexpo sul consumo mondiale dei vini fermi e dei vini spumanti, entro il 2016 dovrebbe segnare un aumento del 7,58%. Il Concorso, che è l’unico in Italia per questa specialità enoica in costante ascesa, proprio per questa ragione tende a propagare i suoi effetti anche al post premiazione. Contiamo, infatti – specifica Nardoni – di premiare ulteriormente i vini rosati che entreranno nel gotha del nostro concorso, facendoci accompagnare proprio dai migliori vini Rosati, che saranno espressi nell’edizione 2013, lungo i percorsi di promozione che vedranno protagoniste la Puglia e le sue specialità agro alimentari ».

Grande attenzione dunque alla vetrina che il Concorso si conquisterà in tutte le fiere internazionali, anche dopo il 18 maggio, giornata della premiazione.

I testimonial del concorso sono il direttore delle Guide de L’Espresso, Vini d’Italia e Ristoranti d’Italia, nonché appassionato di “Rosati” Enzo Vizzari, e la nota lady-sommelier Master Class, Adua Villa. 

Sono ammessi al concorso vini tranquilli, frizzanti, spumanti e divisi in diverse categorie: vini tranquilli Rosati, sia a denominazione di origine (DOP) che a indicazione geografica (IGP); vini frizzanti Rosati, sia a denominazione di origine (DOP) che a indicazione geografica (IGP), vini spumanti rosati a denominazione di origine (DOP); nella sesta e ultima categoria sia i vini spumanti Rosati a indicazione geografica tipica (IGT) che i Vini Spumanti di qualità Rosati (VSQ).  
presenta Eustachio Cazzorla


Per informazioni http://www.concorsorosatiditalia.it/ -  tel. 080.5538860 -  email info@concorsorosatiditalia.it  

Comunicato n. 3 Concorso nazionale vini Rosati 

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22 aprile 2013

“L’ORCIOLO D’ORO” PREMIA “L’OLIO DI FLORA” DE LA CASA DEL VENTO DI LARINO


Dopo il successo al Concorso "Goccia d'Oro" di dicembre a Larino le attestazioni e i riconoscimenti della Guida “Extravergine” 2013, quelli, anche, dei più prestigiosi blogger di cucina e la medaglia d’oro al Concorso Biol, un nuovo attestato di qualità,  “L’Orciolo d’Oro”, per l’olio biologico “Gentile di Larino”, L’Olio di Flora”, prodotto da La Casa del Vento di Larino.

Il Concorso Nazionale oli extravergini di oliva, giunto alla sua 22a edizione, ha visto la partecipazione, in numero crescente, delle più prestigiose e qualificate aziende italiane ed è promosso da EnoHobby Club dei Colli Malatestiani di Gradara in provincia di Pesaro.

L’Olio di Flora presentato al  Concorso  degli oli extravergini di oliva Biologici ha ottenuto la Distinzione nella categoria fruttato medio  e verrà premiato, con una pergamena, il 22 giugno p.v. in occasione della presentazione ufficiale presso il Cruiser Hotel & Centro Congressi di Pesaro.

L’Olio di Flora , dopo il successo di altri interessanti oli molisani nei più noti concorsi nazionali e internazionali, è stato il solo a rappresentare il Molise in questo prestigioso concorso che si svolge nelle Marche alla presenza dei più noti assaggiatori delle diverse regioni italiane.

Il Molise e, nel caso specifico, Larino continuano, così, a essere presenti nelle più importanti manifestazioni che comunicano la qualità dell’olio, grazie a produttori attenti e capaci, la gran parte giovani, che, come quelli del vino, si sono dati l’impegno di produrre qualità, ben consapevoli che è il solo modo per valorizzare la propria azienda e il proprio territorio.

Larino, 22-04-2013

pasqualedilena@gmail.com

 

19 aprile 2013

BUON COMPLEANNO SARA



Tanti auguri grande e mia cara amica Sara e grazie per tutte le emozioni che hai saputo regalare a me e al mondo intero con i tuoi voli senza respiro e i tuoi salti con le braccia in alto e l’urlo liberatorio.

Grazie anche dal vino italiano e dalla sua Enoteca che hai onorato con la tua immagine e la tua presenza in cambio di un una “Rosa d’Oro”, un premio che non è stato mai più dato per renderlo unico come unica sei stata e resti dell’Atletica e dello sport italiano.

Ricordo l’emozione mia e del mio maestro Guagliumi quella sera nella palestra della Scuola dello Sport con te e tanti altri straordinari campioni come Masala, i fratelli Abbagnale, il pugile Rosi e altri ancora. Una serata di gala in tuo onore dopo una giornata dedicata allo “Sport, Vino e Alimentazione”, con il vino non più tabù e ciò grazie al partigiano Vivaldi che, con Onesti e Zauli, subito dopo la guerra, aveva contribuito alla rinascita dello Sport italiano e creato quel campus stupendo che è stato “la scuola dello Sport” culla di tutti i grandi campioni che hanno portato alta l’immagine dell’Italia.

E’ stato l’allora presidente del Coni, Pescante,  con il direttore della Scuola, il caro amico Carabelli, a dare al presidente Margheriti  il permesso a svolgere la manifestazione e grazie agli amici Domenico Varì e Assunta (una istituzione e una mamma per tutti i vecchi e futuri campioni) che, insieme con Lorenzo dell’Enoteca, hanno curato la realizzazione dell’incontro e dell’indimenticabile serata all’insegna del simposio.

Una svolta per il vino e per lo sport che ha portato allo scoperto le tante ricerche nel campo medico favorevoli all’uso moderato di questa bevanda-alimento per le sue  proprietà amiche dell’organismo.
vino e giovani: la squadra guidata da Silvana Lilli in primo piano sulla destra
Una bevanda che ha pagato un caro prezzo alla sua bontà per colpa di quel decimo di grado alcolico che segna il limite oltre il quale diventa abuso nel segno della doppia personalità di Dioniso, il dio del vino  per i greci o Bacco per i romani, a rappresentare il bene e il male, la serenità e la pazzia, in pratica la vita.

Il vino della vite, una spremuta di uva e, anche, di valori storico- culturali, paesaggistico-ambientali e quelli legati alle tradizioni, propri del territorio che, non a caso, è l’origine della sua qualità tanto da poter essere eletto suo testimone.

Una svolta per lo sport e il vino, ma anche per l’Enoteca italiana di Siena che, con te, ha saputo riprendere il suo cammino di straordinaria struttura permanente nel campo della promozione del vino di qualità, dando vita, dopo “Vino e Sport”, a binomi di successo che hanno contribuito non poco alla rinascita del vino italiano dopo la tragedia del metanolo. Cito i più importanti “Vino e Turismo”, “Vino e Arte”, “Vino e Moda”, “Vino e Donna”, “Vino e Musica”, “Vino e Cultura”e altri ancora, per finire con “Vino e Giovani”, che ha mostrato la possibilità di un rapporto naturale nel segno della moderazione che il vino, a differenza di altre bevande e non solo alcoliche, può stimolare con la sua storia e la sua cultura
a Larino




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Ancora grazie Sara, anche dalla mia Larino e dal mio Molise che ti ha visto più volte ospite, e ancora auguri di buon compleanno e di un giorno felice con Erminio, Roberto e tutti i tuoi cari che saluto con l’affetto di sempre.

Pasquale

18 aprile 2013

appuntamento decisivo per la sostenibilità ambientale del vino


 

A Vinitaly 2013 una tavola rotonda promossa

da Unione Italiana Vini e Gambero Rosso 

Larino - la vigna di Angelo D'Uva

Unanime l’opinione dei relatori, docenti, ricercatori e rappresentanti di associazioni.
Occorre arrivare ad un protocollo unico di sostenibilità per il vino italiano
 per affrontare il mercato globale ed essere ancora più competitivi. 

Verona, 8 aprile 2013 – Vinitaly - La sostenibilità è ormai una scelta strategica per le imprese, un ulteriore valore aggiunto del vino italiano nel mondo, ma necessita di una norma comune nazionale per affrontare il mercato globale questo ha affermato Domenico Zonin, Presidente di Unione Italiana Vini, all’apertura di una tavola rotonda multidisciplinare sulla sostenibilità nel settore vitivinicolo promossa da Unione Italiana Vini e Gambero Rosso tenutasi in occasione del Vinitaly appena concluso a Verona.

Unione Italiana Vini - la più antica e rappresentativa Associazione d’imprese del settore vitivinicolo con circa 500 aziende associate che esprimono il 70% del valore dell’export vitivinicolo italiano - ha ritenuto la fiera internazionale del vino per eccellenza il contesto ideale per portare l’attenzione a questo argomento, sempre più attuale e urgente, in risposta alle pressanti richieste del comparto di fare di chiarezza.
 
E’ il tema su cui l’associazione sta puntando molto. Il mercato sta andando molto bene, cresciamo in esportazione grazie al miglioramento costante della qualità del vino italiano – ha continuato Domenico Zonin nella sua introduzioneserve ora creare un modello unico per la sostenibilità ma bisogna che le associazioni, le imprese, le istituzioni, i centri di ricerca e le università, operino insieme con voce univoca in questa direzione”.
 
Francesco Pavanello, Direttore Generale di UIV, ha aggiunto: “La missione di Unione Italiana Vini è TUTELARE e VALORIZZARE le imprese, i prodotti e i territori e coerentemente intende supportare le aziende nell’’evoluzione, sia culturale che organizzativa, verso la sostenibilità affinché il settore vitivinicolo italiano si presenti compatto, forte e competitivo sui mercati internazionali.”  

Il tavolo di confronto, che ha visto un pubblico attento e numeroso, ha coinvolto figure autorevoli provenienti dal mondo delle imprese, delle Università, della ricerca e delle associazioni, facendo emergere l’opinione unanime sulla necessità di una norma nazionale che indichi le linee guida in materia di sostenibilità.  

Unione Italiana Vini e il Gambero Rosso intendono affrontare la questione in maniera strutturata e permanente attraverso l’attivazione del Forum per la Sostenibilità Ambientale del Vino, luogo di confronto nazionale tra tutti i soggetti, pubblici e privati, che a vario titolo si stanno dedicando al tema. 

Michele Manelli, portavoce del Forum, ha sottolineato il sentiment degli operatori del settore: “Le imprese sono per la maggior parte disorientate su come gestire la sostenibilità e nel contempo il mercato sta manifestando un crescente interesse in merito. Motivo per cui va definito un linguaggio comune, semplificando qualsiasi comunicazione al pubblico, per aiutare chi è preposto a preparare le norme di riferimento”. 

Pensiero condiviso anche da Marco Sabellico, giornalista del Gambero Rosso, che aggiunge: “Il Gambero Rosso crede nella sinergia con UIV e intende raccontare l’Italia del vino attraverso i propri media, promuovendo un linguaggio che sia univoco e riconoscibile dal consumatore finale. La sostenibilità è un discorso tecnicamente approcciabile, tutto il mondo va in questa direzione. Bisogna ora dare una connotazione oggettiva a queste esigenze per arrivare alla definizione del concetto di sostenibilità affinché venga normato”. 

Un impegno che ha trovato risposta concreta in Tergeo, un progetto promosso da Unione Italiana Vini di raccolta, qualificazione e divulgazione di soluzioni innovative, tecnologiche e gestionali, per migliorare la sostenibilità dell’impresa vitivinicola. Tergeo, che ad oggi coinvolge 170 aziende su tutto il territorio nazionale, opera già da oltre un anno e mezzo con il supporto di un Comitato tecnico scientifico. 

“Il Comitato tecnico scientifico – ha poi illustrato Piero Attilio Bianco, che ne è il Presidente - consente di garantire alle imprese vitivinicole che quello che viene definito e applicato discende da un’attenta valutazione sia teorica sia pratica. Il Comitato, è infatti composto da imprese associate a UIV da una parte e dall’altra da ricercatori delle più importanti università e centri di ricerca impegnati in campo viticolo ed enologico.

E’ già stato redatto un manuale di sostenibilità del vigneto ed è in avanzata fase di realizzazione la matrice di valutazione tecnica della sostenibilità nel vigneto. 

Ulteriore contributo anche da parte di Michele Crivellaro di Valoritalia “Il contesto in cui si inserisce questa iniziativa è quello di una pluralità di approcci, non sempre supportati da una verifica di parte terza. E’ quindi importante la volontà di confrontarsi per arrivare ad un posizionamento condiviso e garantito del vino italiano sul tema della sostenibilità”. 

Ettore Capri - Centro di ricerca per lo sviluppo sostenibile in agricoltura (OPERA), Università Cattolica del Sacro Cuore, ha rimarcato la rivoluzione culturale che sta investendo il settore del vino. “E’ necessario sostenere la produttività imprenditoriale in questo percorso, da affrontare senza conflitti e pregiudizi di parte – ha ribadito nel suo intervento -  poiché rappresenta una nuova opportunità per le aziende di operare secondo il principio del miglioramento continuo e di aumentare la consapevolezza del valore del territorio e delle sue tradizioni. E' necessario però che tutte le azioni siano trasparenti e tracciabili per tutti nonché consistenti dal punto di vista scientifico e concettuale”.  

“Abbiamo bisogno di un Tergeo Europeo.” sostiene José Ramon Fernandez, Segretario Generale del CEEV – Comité Européen des Enterprises Vins - “Sono molti i Paesi europei che lavorano a progetti sulla sostenibilità nel mondo del vino, ma solo l’Italia si è posta l’obiettivo di arrivare ad una norma comune nazionale.” 

Secondo Francesco Pavanello Tergeo rappresenta oggi a livello europeo un esempio guida di aggregazione e condivisione di contenuti per innovare in materia di sostenibilità filiere complesse e frammentate quali quelle quella vitivinicola, e conclude “il prossimo SIMEI sarà il luogo ideale per accogliere contenuti ed essere piattaforma di dialogo e dibattito internazionale sul tema e dove saranno presentate le linee guida per un nuova norma italiana con l’obiettivo di favorire il confronto con paesi internazionali, sia europei che mondiali”.

 Ufficio Stampa UIV

 

16 aprile 2013

IL TERRITORIO COME RISORSA

di Nicolino Civitella A proposito della lettera di Francesco Travaglini a Pasquale Di Lena L’obiezione che Francesco Travaglini, con la lettera qui pubblicata qualche giorno fa, rivolge a Pasquale di Lena in merito alle politiche per la salvaguardia del territorio, è che il valore di un territorio non si misura solo tenendo “semplicisticamente” presente “l’aspetto esteriore e romantico del paesaggio”, ma si misura anche attraverso la cultura amministrativa, economica, produttiva e sociale che ne condiziona l’uso. In pratica a Pasquale di Lena viene imputato il torto di limitarsi a considerare il territorio solo sotto il profilo della sua fuibilità estetica. Ritengo una simile imputazione priva di fondamento, poiché Pasquale entra sicuramente nel merito di quelle condizioni d’uso determinate dalla cultura amministrativa, economica ecc, formulando anche specifiche proposte. A ben vedere tuttavia, Pasquale, nel suo rapportarsi alle problematiche territoriali, un sentimento romantico lo evidenzia, ma il romanticismo non si fonda su di un suo presunto orientamento a circoscrivere in modo esclusivo il proprio interesse a suggestioni estetizzanti, bensì si fonda sull’amore intenso e smisurato che egli mostra di nutrire per la terra, nonché per i frutti che la premurosa laboriosità umana ne ricava, un amore che oltre a rappresentare la principale fonte di ispirazione per la sua sensibilità poetica, lo induce a ritenere che il settore agricolo rappresenti il luogo dove si può consumare una rottura radicale del modello di sviluppo capitalistico in atto, basato, come si sa, su uno sfrenato consumismo con le sue devastanti conseguenze per l’ambiente, e su un’idea di produzione illimitata di beni, che è necessariamente incompatibile con la non altrettanto illimitata disponibilità delle risorse. Insomma, l’idea di agricoltura come luogo di una rivoluzione da condurre in nome della salvaguardia del territorio . È questo il suo romanticismo. Un sentimento che, per l’appunto, consiste nel proporre e coltivare una forte idealità verso la quale orientare il reale, in modo da ridurre tra i due poli, quello del reale e quello dell’ideale, fino magari ad annullarlo, lo stridente contrasto generato dal raffronto. Ed è su questo punto che io invece non mi sento di tenergli dietro, e non perché voglia annoverami tra i sostenitori del modello di sviluppo in atto, ma perché tali posizioni romantiche, dal mio punto di vista, risultano ancora piuttosto vaghe, non essendo supportate, almeno a me così sembra, da solide elaborazioni di pensiero, con la conseguenza: 1) di alimentare fughe verso il pauperismo, o magari di propugnare l’auspicio a un generale ritorno alla terra inteso come riconquista del paradiso perduto; 2) di sottovalutare o di non osservare in una corretta luce i complessi aspetti della realtà che è fatta di assetti produttivi, di assetti sociali, di assetti organizzativi, di modelli relazionali e culturali e così via, nei quali sono immerse tutte le problematiche della nostra quotidianità. Ma veniamo ora al nostro microcosmo regionale da cui prendeva spunto Travaglini per muovere le sue abiezioni a Di Lena. Se è vero, com’è vero, che il valore di un territorio non si misura considerandolo solo sotto il profilo della sua integrità paesaggistica, ma considerando invece anche gli orientamenti culturali che ne determinano le modalità d’uso, è altrettanto vero che le modalità d’uso non possono essere tutte indistintamente considerate frutto di scelte lungimiranti a prescindere da ogni attenta analisi di vantaggi e svantaggi, a livello individuale e collettivo, cui danno luogo. Orbene, secondo Travaglini la selvaggia disseminazione di pale eoliche sul nostro territorio regionale, se da un lato costituisce il frutto di scelte politiche regionali che non hanno saputo disciplinare il fenomeno, dall’altro lato è da considerare un’inevitabile risposta, con valore di positività e lungimiranza, alla crisi della nostra agricoltura che non riesce più a sopravvivere, nonché alla lenta agonia dei comuni che rischiano tutti il dissesto finanziario e non riescono a programmare nulla per la difesa e la promozione dei territorio. Ecco, simili valutazioni appartengono al novero di quelle formulate a prescindere e per questo sottendono una cultura del territorio dalle conseguenze perniciose per il singolo e per la collettività. Entrando nello specifico. Accantoniamo per un momento la deturpazione estetica del paesaggio e l’importanza della produzione di energie alternative, per soffermarci sulle ricadute di natura economica degli impianti in questione. Il proprietario che cede in uso un terreno agricolo per la realizzazione di una o più pale eoliche, sicuramente ne ricava una redditività di gran lunga superiore a quella che ne avrebbe ricavato attraverso un utilizzo legato alla destinazione sua propria. Ma il nuovo ricavo è veramente risolutivo per la vita della sua famiglia? Certo che se egli ospita nel proprio terreno dieci di quei torrioni, la risposta è positiva, se ne ospita uno o due, sicuramente non lo è, in tal caso al più si può parlare di integrazione al reddito. Se, poi, nell’agro di un comune si realizzano, poniamo, 50 pale eoliche, potremmo concludere che le risorse finanziarie immesse in quel comune attraverso i singoli privati beneficiari siano tali da rappresentare un fattore propulsivo per l’economia di quella comunità? Dubito che si possa rispondere affermativamente. In proposito si potrebbe obiettare che in aggiunta bisogna considerare anche il ristoro monetario a favore dei comuni. Certo. Però, le più recenti disposizioni, se non erro, lo hanno abolito, e poi sarebbe interessante vedere l’uso che ne hanno fatto i comuni i quali hanno goduto del beneficio ( mi raccontava un amico pugliese: organizzano dei tabelloni agostani che non ti dico, con i migliori cantanti, e la gente così, la sera!). Ma esaminiamo altri aspetti della questione. Al termine della vita utile di tali impianti (20 anni?), le normative fanno obbligo alle società realizzatrici la dismissione e il ripristino dei siti in condizioni analoghe allo stato originario. Ma con quali garanzie? Si immagini una società che in prossimità della dismissione dichiari fallimento. Che succederà in tal caso? In qualche regione mi pare che le disposizioni prevedano l’accantonamento da parte della società realizzatrice di una somma annuale a concreta garanzia del ripristino. Ma nel Molise? Mi risulta che le garanzie richieste non siano così stringenti e allora i costi di dismissione potrebbero ricadere sul proprietario del suolo che a questo punto potrebbe rimetterci più di quanto abbia incamerato. Ma il proprietario potrebbe a sua volta dichiarare la propria incapacità fronteggiare tali costi, premendo affinché sia l’ente pubblico a farsene carico. Ipotesi inverosimili? Mah! E non basta. La normativa a proposito di ripristino dei siti, tra i criteri da soddisfare prevede che la struttura di fondazione in calcestruzzo venga annegata sotto il profilo del suolo per almeno un metro. Ora, un suolo che a un metro di profondità presenta un poderosa struttura di fondazione in calcestruzzo, vi pare si possa riutilizzare come un tempo per una qualsiasi coltura? Non è forse prevedibile che nel giro di qualche anno essa possa tornare in superficie soprattutto se trattasi di terreni in pendenza? Tralascio qualche pensiero maligno per concludere: La produzione di energie alternative che è sicuramente un fatto positivo, poteva essere una buona opportunità per la nostra regione, ma l’occasione è stata sprecata. Così come è stata messa in atto, ha prodotto: limitati benefici per pochissime persone del luogo (ma reali o illusori?) e grandi ritorni economici (certi) per le società realizzatrici; un danno per il territorio non solo per devastazione paesaggistica, ma anche per la definitiva sottrazione di ampie fette di territorio alla produttività agricola; infine, prevedibili danni a carico dell’erario. La colpa, come già detto, è sì del potere regionale che ha dato la stura a un fenomeno dalla marcata connotazione speculativa, ma non possiamo sottacere le complicità dei poteri periferici che hanno rinunciato a porsi come guardiani del proprio territorio, denunciando in tal modo di essere portatori di visioni miopi, per non dire di peggio. Nicolino Civitella

15 aprile 2013

IL MIO OMAGGIO A UN GRANDE DEL VINO

Ho letto solo ora da winenews la notizia della scomparsa di Franco Biondi Santi e ritengo doveroso rendere omaggio a un grande del vino, che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare nei miei 23 anni di direzione dell'Enoteca Italiana, e ringraziarlo ancora una volta delle piacevoli conversazioni che mi sono servite molto per il mio impegno in quel fantastico mondo che è il vino. In particolare dell'invito a partecipare a un rito al quale ci teneva molto, quello della risomattura delle vecchie annate davanti a un notaio e pochi testimoni da lui selezionati, che è servito a diffondere e rendere grande la fama del Brunello, il suo Brunello della sua Montalcino che il mondo conosce e desidera. Ricordo di avere avuto la fortuna di assaggiare una delle prime bottiglie, la seconda o la terza del 188...Grazie Franco Biondi Santi, persona dai modi gentili e dall'eterno sorriso.


da WINENEWS

IL MONDO DEL VINO SALUTA UNO DEI SUI SIMBOLI: È MORTO, ALL’ETÀ DI 91 ANNI FRANCO BIONDI SANTI, IL “CUSTODE” DEL BRUNELLO DI MONTALCINO E GENTILUOMO D’ALTRI TEMPI. FINO AD OGGI FEDELE E PREZIOSO “GUARDIANO” DELLA TRADIZIONE NELLA TENUTA IL GREPPO

Franco Biondi SantiIl mondo del vino saluta uno dei sui simboli: è morto, all’età di 91 anni Franco Biondi Santi, il “custode” del Brunello di Montalcino e gentiluomo d’altri tempi. Fino ad oggi Franco Biondi Santi, figlio di Tancredi, è rimasto il fedele e prezioso “guardiano” intransigente della tradizione del Brunello, nell’azienda in cui il grande vino è nato. È nella Tenuta Greppo della famiglia Biondi Santi, a Montalcino, che il nonno di Franco Biondi Santi, il “garibaldino” Ferruccio, nell’Ottocento ha inventato il Brunello, intorno al 1870, dopo aver selezionato un particolare Sangiovese e averlo vinificato in purezza, e dove Tancredi, figlio di Ferruccio, ha avuto il merito di sistematizzare il protocollo di produzione (tanto che fu uno degli ispiratori e promotori del disciplinare). Tancredi impresse un nuovo slancio alla produzione del Brunello, diventando, di fatto, l’ambasciatore di Montalcino e dei suoi vini. Introdusse la pratica della “ricolmatura” delle vecchie Riserve (storica quella realizzata con lo scrittore Mario Soldati e il maestro della critica enogastronomica italiana Luigi Veronelli), con vino della stessa annata (la prima volta nel 1927 per le Riserve 1888 e 1891) e fu l’artefice del Brunello di Montalcino Riserva 1955, l’unico italiano inserito dalla rivista Usa “Wine Spectator” tra i 12 migliori vini del Novecento. WineNews porterà nel cuore la sua persona così bella e signorile, e amerà ancora di più il signor Brunello. Tutta la redazione si stringe in un abbraccio alla moglie di Franco Biondi Santi, Maria Flora Petri, ai figli Jacopo e Alessandra, e ai nipoti Clio, Tancredi e Clemente Biondi Santi, figli di Jacopo, e Gregorio Miceli di Serradileo, figlio di Alessandra.

Focus - Il cordoglio di Montalcino: le parole del sindaco Silvio Franceschelli, e del presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci
Come era inevitabile, la notizia della morte di Franco Biondi Santi, ha colpito tutta la comunità della “sua” Montalcino. “È una gravissima perdita per Montalcino e per il suo territorio - commenta il sindaco Silvio Franceschelli - a Franco Biondi Santi dobbiamo grande riconoscenza per tutto quello che ha fatto per Montalcino e non solo, un uomo che ha sempre guardato al di là delle mura della sua azienda, e che ha sempre messo davanti a tutto l’interesse del territorio”.
Esprime cordoglio anche il Consorzio del Brunello di Montalcino: “se ne è andata una grande figura dell’enologia, non solo di Montalcino, ma d’Italia - commenta il presidente Fabrizio Bindocci - un “grande vecchio” che negli anni ha portato avanti non solo la sua azienda ma anche l’immagine del brunello nel mondo. Il Consorzio è vicino alla famiglia in questo triste momento. Siamo convinti che Jacopo Biondi Santi continuerà nella tradizione del padre, e che continua a mantenere l’azienda di famiglia ai vertici a cui è arrivata”.

Il ritratto di un mito: Franco Biondi Santi e la Tenuta “Il Greppo”
Probabilmente, in Italia, soltanto la “dinastia” Biondi Santi può “condensare” la storia di un vino, di una famiglia e di un territorio. Non solo per il semplice fatto che ha saputo conservare nel tempo un “archivio” delle proprie etichette in grado di raccontare di fatto questa epopea (elemento peraltro rintracciabile in pochissimi altri casi), ma anche, e soprattutto, perché incarna senza indecisione un “continuum” temporale, composto da tre elementi distinti ma che inevitabilmente si intrecciano finendo con l’identificarsi: una famiglia, un vino un territorio. Un destino che anche con la scomparsa di Franco Biondi Santi, il “gentleman” del Brunello, sarà certamente perpetuata dai suoi eredi, come la storia di questa nobile famiglia del vino ha dimostrato in oltre un secolo e mezzo di lavoro.
Il Brunello di Montalcino viene letteralmente inventato da Ferruccio Biondi Santi che, alla fine del secolo XIX, forte dell’esperienza vitivinicola del nonno materno Clemente Santi, tenace sostenitore nel dibattito enologico del suo tempo della possibilità di produrre un vino toscano “durevole e tale da potersi esporre alla lunga navigazione senza guastarsi”, selezionò un clone particolare di Sangiovese nella Tenuta “Il Greppo” (tuttora la sede operativa dell’azienda), le cui uve, vinificate in purezza, dettero inizio ad una tipizzazione nuova dei vini toscani di allora.
Nasceva così il Brunello. Di quei tempi pionieristici resta traccia concreta ancora oggi nella cantina del “Greppo”, dove sono conservate due bottiglie dell’annata 1888. Il figlio di Ferruccio, Tancredi Biondi Santi, uno dei più importanti enologi del suo tempo (tra l’altro il maestro di Giulia “Biccierino” Gambelli), che oggi definiremmo un consulente ante-litteram, dato che lavorò per il Lugana, il Chianti e il Cirò, sistematizzò il protocollo di produzione del Brunello, che già nel 1932 aveva il suo primo riconoscimento ufficiale da parte del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste che lo identificava come “una creazione recente del dottor Ferruccio Biondi Santi di Montalcino” e, nel 1966, lo Stato si rivolse a lui per formulare il disciplinare di produzione della nuova Doc Brunello di Montalcino, cioè per il vino creato da suo padre. Ma non solo. Introdusse la pratica della “ricolmatura” delle vecchie Riserve (storica quella realizzata con lo scrittore Mario Soldati e il maestro della critica enogastronomica italiana Luigi Veronelli), con vino della stessa annata (rito introdotto la prima volta nel 1927 per le Riserve 1888 e 1891) e fu l’artefice del Brunello di Montalcino Riserva 1955, l’unico italiano inserito dalla rivista Usa “Wine Spectator” tra i 12 migliori vini del Novecento.
Dal 1970, il figlio Franco, dopo la laurea in Scienze Agrarie all’Università di Perugia, come in una sorta di passaggio delle consegne simbolico quanto concretissimo, è stato investito del prezioso ruolo di “guardiano” intransigente di quella tradizione produttiva ma anche umana ed esistenziale.
Franco Biondi Santi ha aumentato l’estensione vitata de “Il Greppo” dai 4 ettari, alla morte del padre, agli attuali 25. Ha continuato le severe pratiche agronomiche e di cantina tradizionali per consolidare la tipicità e migliorare le qualità complessive del Brunello Biondi Santi, ripartendo dall’utilizzo degli stessi terreni, delle stesse esposizioni e degli stessi cloni di Sangiovese ripropagati a partire dalle gemme originarie.
Guidando con rigore e con grande signorilità “Il Greppo” (impossibile per chi l’ha conosciuto non ricordare il garbo e l’eleganza con cui presentava la sua azienda o descriveva i suoi vini), Franco Biondi Santi è rimasto fino all’ultimo fra i filari e la cantina della sua azienda, immaginandosi le potenzialità dell’ultima vendemmia che ha, come sempre, curato fino al minimo dettaglio, con la stessa energia e la stessa passione che hanno animato tre generazioni della sua famiglia, producendo vino con la stessa filosofia dei suoi antenati. Difensore deciso di tutto un territorio e dell’originalità e della tipictà del Brunello di Montalcino Biondi Santi, ha fondato, nel 1986, l’associazione “Amici di Sant’Antimo”, dando un grosso contributo al pieno recupero dell’Abbazia, e si è battuto duramente, agli inizi degli anni ’90, per impedire la costruzione di una discarica nei pressi di Montalcino. Nel 2004, Franco Biondi Santi torna a far parte del Consorzio del Brunello di Montalcino e, nel maggio del 2005, presenta una mozione, approvata all’unanimità, in difesa del Disciplinare di produzione del Brunello. Un uomo misurato anche negli interventi e nelle prese di posizione, che, tuttavia, quando venivano esplicitate diventa immediatamente una guida o un insegnamento.

11 aprile 2013

TRE OLI MOLISANI NELLA GUIDA “OLI D’ITALIA” 2013


 


Sono il Tratturello dell’azienda Parco dei Buoi; Colle d’Angiò monocultivar Rumignana di Giorgio Tamaro e la Monocultivar rumignana di Marina Colonna.

I tre oli del Molise che conquistano le “Tre foglie” della Guida Oli d’Italia” 2013 del Gambero Rosso, raccolta 2012 ed entrano, con altri 180 oli, nel quadro delle eccellenze del Made Italy, che vede la Toscana confermare, con 31 “Tre foglie”, il primo posto dello scorso anno.

Questo importante risultato, come quello ottenuto da altre aziende con i propri oli inseriti, in particolare della varietà “Gentile di Larino”,  in altre diffuse guide, conferma la bontà degli oli molisani e la grande capacità di competere con le sue varietà con tutte le altre realtà olivicole del nostro Paese che, è bene ricordarlo, con oltre 400 varietà autoctone è primo al mondo in quanto a biodiversità.

Un patrimonio unico che, se ben speso con un’attenta strategia di marketing, a partire dalla comunicazione, ha tutte le possibilità di conquistare le fasce alte del mercato mondiale e sconfiggere il tentativo messo  in atto  dall’industria olearia spagnola di azzerare questo patrimonio con l’introduzione di impianti olivicoli superintensivi a base di due o tre varietà del paese iberico.

Una iniziativa in atto che ha trovato eco in un recente incontro promosso nel Molise e che, a parere di molti esperti e cultori del nostro patrimonio olivicolo e dei suoi paesaggi unici, soprattutto nelle aree interne, crea non pochi rischi al futuro della nostra olivicoltura, del Molise in particolare.

L’industria olearia spagnola che, come ben sanno gli addetti del comparto, ha acquistato tutte le più grandi e famose industrie italiane, ad eccezione di Colavita, il grande nome molisano nel mondo, e qualche altra grande azienda,  utilizzando, così, il nome e la fama che nel corso di decenni si sono saputo conquistare sul mercato globale.

Di fronte a questo quadro acquista ancora più valore il successo, con l’inserimento in una delle più seguite “guide”, dei tre oli monovarietali molisani  posti tra le eccellenze degli oli italiani.

pasqualedilena@gmail.com




 

10 aprile 2013






Caro Pasquale,

è evidente il riferimento che fai a San Martino in Pensilis ed alla sua amministrazione che ha governato anche con il mio consenso di Sammartinese.
Paese che ha sul suo territorio 20 generatori eolici. Li vedo da casa mia a un paio di km in linea d'aria.

Lo stesso ampissimo consenso che ha consentito al suo sindaco di venire rieletto per un secondo mandato (75% dei consensi) e addirittura eletto con un pienone di consensi anche in regione e da ieri assessore all'agricoltura.

"La cultura che fa riconoscere il peso e l'importanza del territorio" non si valuta semplicemente e semplicisticamente considerando l'aspetto esteriore e romantico del paesaggio ma anche attraverso una lungimirante cultura amministrativa, economica, produttiva e sociale.

Il paesaggio è un concetto relativo.

Gli studi del dottorato internazionale di ricerca sulla progettazione e gestione del paesaggio dell'Università Sapienza, Tuscia e Unimol, considerano il "miglior paesaggio" non fanno mai riferimento al più "bel paesaggio".

Ovvio e semplicistico dire che se non ci fossero le pale eoliche il paesaggio sarebbe più bello.

Ma sarebbe più bello anche se non ci fossero tralicci dell'alta tensione (che bello sarebbe se tutti i cavidotti fossero interrati..) e i pali del telefono o se non ci fossero imbarazzanti cunette riempite da rifiuti.

La morte dei paesaggi che canta Celentano (creando nell'immaginario di chi ascolta e non conosce il Molise, un ambiente da cui stare lontani) è la morte dell'economia agricola che non riesce a sopravvivere, la lenta agonia dei comuni che rischiano tutti il dissesto finanziario e non riescono a programmare nulla per la difesa e la promozione dei territori.

La morte dei paesaggi è figlia dell'acutezza di una talpa che ha contraddistinto le amministrazioni regionali degli anni scorsi che non hanno regolamentato la "distribuzione" degli impianti eolici sul territorio.
Il Piano Energia 2020 della UE non consiglia ma obbliga le amministrazioni europee a procurarsi energia da fonti rinnovabili.

Altro che pale che infilzano il terreno molisano come la groviera di Celentano.

Il Molise ed i molisani hanno bisogno di recuperare la "vista dell'orizzonte" lontano non del profilo della collina di fronte.

Con stima.
Francesco

p.s.
Solo per comprendere perchè il sindaco di San Martino in P. raccoglie consensi

Da francesco travaglini

 
Carissimo Francesco,

anche oggi ho postato sul mio diario di facebook i miei tramonti e i miei paesaggi il cui concetto è sicuramente relativo, ma, per quanto mi riguarda, solo alla cultura ed alla sensibilità di ognuno.

Ho la fortuna di spaziare non solo sulle mie colline “di fronte” ma anche più lontano della punta del mio naso, in particolare le Mainarde, Agnone, Capracotta, Monte Mauro, la Maiella, le cime del Gran Sasso, e poi il mare di Vasto, Petacciato, Termoli, le Tremiti, il Gargano, le Puglie assolate per chiudere con Montorio nei Frentani, lo Sticco e la Quarenza.

E’ per questo che mi permetto di dire che non ho bisogno di recuperare, come tu scrivi, “la vista dell’orizzonte” lontano, ma solo di sistemare quello che ho prima descritto, anche perché mi riporta a mondi lontani ricchi di altri paesaggi e altre culture.

Devo a questi orizzonti e, soprattutto, alla fortuna, molti dei risultati ottenuti nei campi che mi hanno visto impegnato, anche in quello politico – amministrativo, con vari incarichi in enti e istituzioni, sia toscane che molisane, e di ciò sono profondamente grato a quanti mi hanno dato fiducia, in particolare il popolo di Larino.

Potrei parlare anche di tanti progetti di successo, non ultimo l’associazione MolisExtra che, come ben sai, ho ideato, progettato e realizzato per metterla poi nelle tue mani e subito dopo dimettermi da socio per una diversità di vedute che questa tua lettera conferma.

E’ una vita che mi sforzo di parlare di territorio di cui mi sono sempre occupato, anche in questo caso, con la fortuna di avere incontrato maestri illustri dai quali ho appreso il valore e il significato del paesaggio, che, a mio modesto parere, le pale eoliche - non solo di quel “paese del gusto” che è San Martino in Pensilis con la sua “Pampanella”, i suoi vini e i suoi oli – deturpano, proprio perché del tutto gratuite e sconsiderate.

Ricordo che un giorno, più di dieci anni fa, parlando di sviluppo del Molise a un gruppo dirigente e di governo di questo nostro Molise, ho dichiarato la “Pampanella” non solo “boccone divino” ma la più grande fabbrica del Molise. Dalle risate scaturite mi sono reso conto che i presenti non erano d’accordo e che la “Pampanella” non pagava in quanto a consensi. E’ tanto vero questo che quando poi i consensi non sono più arrivati, sono tornato al mio lavoro per raccogliere importanti riconoscimenti che mi onorano e onorano questa mia terra.

Posso solo dire che neanche la delusione del momento, mista a rabbia, mi ha fatto dire che la colpa è di Celentano!

E la colpa, credimi, non è di Celentano.

Contraccambio i segni di profonda stima e invio i miei migliori saluti

Pasquale Di Lena

9 aprile 2013

R'cucce

di Nicola Picchione

 R'cucce era parte integrante della piazza di Bonefro, come la vasca, il monumento, la farmacia e il bar. Come molti, non cambiava mai marciapiede. La mattina e il pomeriggio, l'inverno e l'estate sempre lo stesso breve percorso per mille volte: dalla farmacia al muro ( " i P'zzetunne). Basso magro, il volto scavato e inespressivo, mai un sorriso. La giacca vecchia indossata anche l'estate i pantaloni rattoppati, il berretto da sciatore di quelli che confezionavano nel dopoguerra i sarti di Bonefro, le scarpe enormi ( mi chiedevo: come fará a sollevarle?). R'cucce parlava da solo, un po' in dialetto un po' in italiano dialettizzato, con una voce aspra e monotona. Parlava di solito dei personaggi più in vista, citava fatti, commentava, criticava. Camminava lentamente, dondolandosi, gesticolando, fermandosi. Guardava verso l'alto girava la testa da un lato come se avesse un interlocutore. A volte uno scarpone rimaneva a mezz'aria e il corpo si piegava all'indietro, per contrappeso: il discorso si faceva un po' più concitato e poi riprendeva la passeggiata col soliloquio monotono.
I più lo ritenevano un po' matto, innocuo. Nessuno, però, tentò mai di prenderlo in giro: nemmeno noi ragazzi che pure non perdevamo l'occasione per farlo con tutti i veri matti del paese ( o quelli che l'opinione pubblica riteneva un po' strampalati).
Qualcuno sospettava che recitasse la parte del matto per poter dire senza conseguenze ciò che pensava. Non era il solo a fare soliloqui, ma nessuno li faceva al suo livello, prolungati, quotidiani, quasi goduti.
A differenza degli altri frequentatori della piazza che si dileguavano al suono della campana di mezzogiorno, R'cucce spariva prima: era solo e doveva prepararsi il pranzo che sembrava consistere sempre in un piatto di paste. Aldo, il barbiere, mi diceva che ne mangiava più di mezzo chilo per volta ( quando aveva bevuto, Aldo sosteneva che ne mangiava almeno un chilo per volta).
Mi diceva anche, Aldo, che R'cucce era gentile e intelligente, bastava non insospettirlo o prenderlo in giro per parlare con lui. Era anche colto, aggiungeva, e conosceva a memoria i nomi di tutte le capitali d'Europa e anche dei mari e degli stretti europei. Mi disse anche che durante la grande guerra aveva salvato un soldato ferito, uscendo con pericolo dalla trincea.
R'cucce era sempre solo con se stesso e non so se si fosse creato un compagno immaginario - una specie di angelo custode - al quale affidare le sue considerazioni.
Una volta, tornando in vacanza, non lo vidi piú. Mi dissero che qualcuno lo aveva investito. Non fu un dramma per nessuno. Non so in quale parte del cimitero sia sepolto. Non posso nemmeno cercarlo: non ne ho mai conosciuto il cognome e stranamente per quei tempi non aveva un soprannome. Era R'cucce e basta.

Nicola Picchione

SORSI DI CULTURA - invito


8 aprile 2013

L’Unità del centro sinistra per rilanciare Larino e il suo territorio


 Questa volta, dalla “Fabbrica delle Idee”,  non è uscito un “elenco della spesa”, come quello letto tempo fa, ma un pezzo importante che torna utile alle forze di centro sinistra che vogliono davvero prendere in mano i resti di questa nostra città e riportarla a vivere il ruolo che le spetta, quello di capitale, di cui ha profondo bisogno il Molise.

Un pezzo di ragionamento che, per Larino Viva, è stato al centro della sua azione programmatica sin dal momento della presentazione del suo candidato sindaco, come si sa, uscito vincente alle primarie di cinque anni fa e che le divisioni hanno annullato, con il risultato di portare alla vittoria Giardino e una squadra di governo che ha fallito e fatto perdere cinque anni alla nostra città ed al suo circondario.

La centralità del territorio e la sostenibilità sono quindi da sempre punti fermi delle nostre riflessioni e delle nostre azioni e, oggi, leggere che lo sono anche per altri raggruppamenti ci porta a credere che, anche se il tempo è poco, è possibile la ricomposizione delle forze che si richiamano al centro sinistra.

Il territorio, con tutte le sue risorse e i suoi valori, e la sostenibilità  (riportiamo al libro “Agricoltura e Territorio”, di Pasquale Di Lena, l’analisi, con le relative proposte, di questi temi) quali perno di uno sviluppo alternativo a quello che ci ha portato alla pesante crisi, sono i temi di un reale confronto sul quale stiamo lavorando.
Un modo per eliminare la tentazione, da qualche tempo diventata sempre più prassi, di porre paletti che servono solo a chi sa che sulle divisioni può trarre il vantaggio di continuare a governare,fondamentale proprio per continuare a succhiare sangue a questo nostro territorio che – serve ripeterlo -  è l’unico bene che abbiamo e, come tale, la sola cosa sulla quale possiamo giocare il futuro di Larino e del suo circondario.

È più che probabile che per il centro destra non sarà più Giardino il cavallo sul quale puntare, ma chi, gradito ai poteri forti, vecchi e nuovi, che soffocano da decenni questa nostra città, ha collaborato a fondo per portare Larino allo stato attuale di degrado e abbandono.

Larino Viva è per l’unità dei movimenti nati per aiutare Larino a ritrovare la strada maestra e dell’intero centro sinistra con le forze politiche che lo rappresentano, solo, però, se sensibili ai temi sopra sottolineati che, è facile capire, rappresentano la priorità anche per governare il territorio molisano.

Un modo anche per dare forza al dialogo una volta spogliato del vuoto programmatico e delle riserve mentali di molti personaggi che hanno, come sola abilità, l’arte del confondere le idee.

Associazione Larino Viva.

  

6 aprile 2013

PIT STOP – da Nereo


 


 

Questo piccolo ristorante lo trovi al chilometro 216 della Strada Statale 87, nota anche come la “Sannitica”, dietro il bar della stazione di servizio quasi di fronte allo Zuccherificio.

E' composto di una sola stanza e si presenta subito al cliente che entra, sobrio, essenziale, pulito con la cucina in vista e i tavoli coperti da un foglio di carta bianca e la salvietta, però, di tessuto.

Un ristorante che profuma di cucina di mare e di ospitalità, con Nereo e la moglie in sala e, quando le scuole sono chiuse, accompagnati dalle figlie, e, in cucina, Pardo Iacobelli, anche lui  come me di Larino, la culla delle Città dell’Olio nota anche come la patria di ben tre varietà di olivi autoctoni, tra le quali la “Gentile di Larino”.

Un ristorante aperto il giorno da lunedì a sabato e, su prenotazione, anche la sera, che accoglie il viandante e  quelli che frequentano la zona industriale non lontana.

Lo frequento da anni e tutte le volte ci vado per gustare il piatto di crudo condito con olio extravergine di oliva e polvere di peperoncino, dolce o leggermente piccante, e un primo che amo particolarmente qual'è quello a base di tubettini, lisci o rigati, con gamberi o, anche, gamberi e pannocchie, davvero gustoso.

Mah! come si sa il gusto varia da persona a persona e, così, ci sono alternative abbastanza valide come il risotto allo scoglio con la frittura di paranza o arrosto misto, guazzetto o seppioline ripiene in bianco come possibili e validi secondi.

Pane casareccio e, come prima dicevo, olio buono della ricca olivicoltura che rende piacevole il paesaggio delle colline circostanti, in particolare quello degli oliveti secolari che salgono, poco dopo lo zuccherificio, verso Portocannone, il paese di origine albanese che è al centro di una dolce dorsale, tra San Martino in Pensilis, la patria di quel boccone divino che è la Pampanella, e l’altro paese, anch’esso di origine albanese, Campomarino, la Città del Vino per eccellenza del Molise, una terrazza sul mare di vigne e l’Adriatico.

Un ristorante che merita una sosta per rendere piacevole e allegro il proseguimento del viaggio.



Magistrale lezione di Rossano Pazzagli alla Scuola del Gusto


Ancora una volta un rappresentante dell’Università del Molise alla Scuola del Gusto di Sebastiano Di Maria, ideatore e coordinatore, a testimoniare l’importanza e il peso di questa iniziativa sviluppata con la piena adesione del Dirigente Scolastico, il Prof. Paolo Santella, e la collaborazione dell’Istituto Tecnico “San Pardo” di Larino e dell’Associazione ex Allievi.

Dopo la Prof.ssa Monica Meini l’intervento del Prof. Rossano Pazzagli, presidente del corso di Laurea in Scienze turistiche nella sede di Termoli dell’Università degli Studi del Molise, dove insegna Storia moderna e contemporanea e Storia del Turismo, ha sviluppato il tema “Dal territorio alle strade del vino: agricoltura e giacimenti enogastronomici” partendo dalla storia del territorio e dell’agricoltura; dal gusto al patrimonio culturale; dalla terra alla tavola per poi passare al patrimonio di bontà e di bellezza che offre questo nostro Paese, ai valori paesaggistici e ambientali e chiudere con le strade del vino e la grande risorsa del turismo.

Una lezione magistrale, in particolare quando questi temi hanno portato alla luce il Molise “che, dietro il paradigma dell’isolamento e della mancata crescita possiede patrimoni e valori che possono costituire oggi le basi per costruire originali sentieri di sviluppo imperniati sull’ambiente, la ruralità, la cultura e il turismo”. E questo tanto più oggi dove il “glocale” fa sentire la sua voce nei confronti del “globale” come a indicare nuove vie di sviluppo sostitutive di quelle che la pesante crisi ha dichiarato fallite nel momento in cui lasciano intravedere solo il baratro.

Al centro di tutto c’è il territorio con le sue risorse primarie aria, acqua, suolo, biodiversità, ma, anche, il sistema degli insediamenti; il paesaggio; i documenti materiali e immateriali della cultura, dall’archeologia ai monumenti, dal costume alla letteratura fino alla cucina; le produzioni agricole e artigianali; i sistemi infrastrutturali, a partire dalla viabilità storica, in particolare dei grandi tratturi e i piccoli bracci e tratturelli, dove nel tempo si sono trasmessi saperi e sapori dando, così, una forte impronta alla nostra identità di molisani.

In questo senso e con i tratti forti del suo territorio, in particolare tutto quanto è legato alla attività principale, l’agricoltura, e alla ruralità diffusa,  il Molise ha più di un elemento per organizzare e attirare la domanda turistica.

La sua cucina, così legata ai frutti della terra, del mare, dei boschi, dei fiumi, dei pascoli e del cortile e così varia anche per le difficoltà di comunicazione tra i vari centri, può trascinare il turismo così com’è successo, a partire dagli anni ’90, con il turismo del vino e le strade del vino volute dall’Associazione delle città del Vino.

Un turismo che tocca con mano il territorio, lo osserva, lo degusta e dà la possibilità di incontrare e salutare donne e uomini, e,  mentre fa questo, prova emozioni.

Dopo aver tracciato la storia delle strade del vino e dopo aver messo in luce le straordinarie potenzialità, ha sottolineato anche i limiti e i ritardi, in particolare nel Molise dove le Strade del vino sono tracciate solo sulla carta ed è un peccato visto che esse sono, se bene organizzate e gestite, un’ottima opportunità.

Fondamentale il ruolo della formazione e della ricerca per costruire un tessuto sempre più ampio di analisi, competenze, capacità innovative e mentalità imprenditoriali con l’Università del Molise e il suo polo turistico a Termoli, può dare un  fondamentale contributo alla elaborazione e qualificazione nel territorio regionale di progetti integrati del turismo.

“Ma perché tutto possa succedere - ha detto il prof. Pazzagli prima di concludere - diventano prioritarie la messa a punto di buone politiche territoriali e ambientali, a partire da quelle urbanistiche, con la definizione di una sorta di “Statuto del territorio” che dia la possibilità di riconoscere le funzioni delle risorse territoriali … con il cibo, uno dei legami principali tra l’uomo e l’ambiente, elemento  significativo della coscienza di luogo, cioè del senso di appartenenza che sta alla base di ogni identità”.

In questo senso “il territorio uno straordinario libro aperto e affascinante - ha chiuso così il suo intervento -  di cui i prodotti dell’enogastronomia possono rappresentare gli incipit dei diversi capitoli, chiavi di accesso a un mondo locale che non sia più considerato come un residuo del passato”.

Una conclusione che dà a noi della Scuola del Gusto una motivazione in più a procedere sul percorso tracciato.

La scuola del gusto