31 luglio 2013

I TRE VINI MOLISANI VINCITORI DELLA DOUJA D'OR 2013

foto di pasquale gianquitto
Tra i 509 vini Doc e Docg vincitori della 41° Concorso Nazionale “Premio Douja D’Or 2013” ci sono tre vini Doc del Molise con un punteggio superiore agli 85 punti della selezione curata dall’Onav (Organizzazione nazionale assaggiatori di vino), presente  con 250 dei suoi assaggiatori esperti. 509 su 975 campioni di vino presentati da 367 aziende di tutte le regioni italiane.


I vini molisani premiati sono “Colle dei Pastini” 2011 “Molise rosso” Doc della Cantina Sociale “San Zenone” di Montenero di Bisaccia; “Rutilia” 2009 “Molise Tintilia” Doc delle Cantine Salvatore di Pasquale Salvatore di Ururi e il “Gironia” 2006 “Biferno” Doc - rosso riserva delle Cantine di Borgo di Colloredo di Campomarino. Tre cantine tutte della provincia di Campobasso.

Le tre aziende meritano un applauso per questo loro successo in uno degli appuntamenti più longevi e, comunque, di maggior prestigio a livello nazionale.
 

pasqualedilena@gmail.com

TERRA DI TINTILIA


PROVVIDENTI-MEDITERRONEANFEST


30 luglio 2013

da ZACC E BELINA

 
disegno di ro Marcenaro

PACE
Zacc – andrò in galera
Belina – finalmente!

28 luglio 2013

INAUGURATO IL PERCORSO DELLE "QUERCE SECOLARI" DA CAMPOLIETO A S. GIOVANNI IN GALDO


                                                 
 
IL VESCOVO MONS. BREGANTINI CON A FIANCO IL GIOVANE PRESIDENTE G.ZAPPONE

 Inaugurato il percorso delle “ querce secolari” che collega Campolieto a san Giovanni in Galdo.


Il Vescovo, che ha officiato la santa Messa ed ha poi fatto tutto il percorso, ha ricordato che un anno fa, proprio il 27 luglio, si era tenuto in Diocesi il primo incontro per esaminare le possibilità di dare una speranza agli immigrati  presenti sul  territorio molisano rimettendo a coltura terreni abbandonati.  Per dar immediata azione all’idea il Vescovo decise di mettere a disposizione i terreni che la diocesi aveva avuto in donazione dalla famiglia Magri.

campolieto
Nei giorni  successivi e a poi a fine agosto dello scorso anno si svolse una assemblea dove con l’ausilio di esperti quali Pasquale di Lena e l’assenso dell’assessore regionale dell’epoca, Angela Fusco  Perrella, fu lanciata l’idea del grande sogno progettuale CAMO-LIETO.

Il Vescovo ha sottolineato ed evidenziato il grande passo in avanti realizzato : nessuno pensava che a distanza di un anno un sogno fosse già concreta realtà.  Non ha assolutamente nascosto lo scetticismo delle Istituzioni e la freddezza con la quale la proposta è stata accolta dall’Amministrazione comunale.

San Giovanni in Galdo
Come più volte rimarcato in questi periodo  l’esempio della Diocesi è stato seguito da altri: a Campobasso sono stati messi a disposizione terreni per la cooperativa i colori della terra che coltiva fragole, la famiglia Maiuro di san Giovanni in Galdo ha messo a disposizione l’azienda dove l’APS i colori della vita ha iniziato a produrre ortaggi . Nei terreni messi a disposizione dalla famiglia Ialenti è stata avviata una coltivazione di grano saraceno e di mais  agostinello.

L’occasione dell’inaugurazione del percorso è servita anche per spiegare le tappe di lavoro per rimettere a coltura gli 11 ettari messi a disposizione dalla Diocesi.

In questi giorni inizierà l’aratura del terreno;  una parte di terreno sarà destinato a coltivazione di cereali a rotazione annuale, altra parte a orto e piccoli frutti di bosco;  ad ottobre sarà impiantato il meleto su due ettari di terreno. Sa subito si procederà alla realizzazione di una recinzione di una parte di bosco per l’allevamento di maiale nero che nelle intenzioni del Vescovo dovrebbe arrivare dalla Calabria.

E’ stato fatto un plauso alle aziende locali che stanno sostenendo il progetto e a diversi cittadini che con una zione solidale e sociale stanno “ istruendo” i giovani immigrati.


Il percorso delle querce secolari, ideato da Mario Ialenti, progettato dall’arch   Costantino D’Addario e realizzato dall’esperto   Alessandro Colombo, tende a rivalutare zone del paese e collega idealmente i due centri di Campolieto e san Giovanni in Galdo nei quali stanno operando i ragazzi immigrati.

Padre GianCarlo nel percorrerlo interamente ha  magnificato il paesaggio e i luoghi riportati a beneficio dei cittadini. Lo scenario poi delle querce secolari è unico e grandemente spettacolare.  

Il percorso è stato effettuato  da un nutrito gruppo di persona  a piedi, ma non sono mancati quelli in bicicletta e a cavallo.

 La traccia individuata collega il borgo di Campolieto con il tempio italico di San Giovanni in Galdo coprendo poco più di 6 km di antiche strade e toccando tutte le aziende che hanno aderito all’iniziativa CAMPO-LIETO.

Si scoprono diverse  solitarie piccole casette contadine in pietra che, oramai abbandonate, si nascondono ai margini dei campi coltivati, le piccole sorgenti  dimenticate, le aziende agricole, fiori, piante, uccelli e tanta aria pulita.

La cena solidale organizzata dai ragazzi immigrati è stato un altro momento molto significativo: cus cus con ceci e verdure, riso con ricetta Maaliana al pomodoro, carne e verdure hanno deliziato il palato dei presenti. Da evidenziare che le verdure utilizzate ( zucchine, melanzane, pomodori, peperoni) sono tutte di produzione diretta. 

                                                  I COLORI DELLA VITA ONLUS

Associazione di Promozione Sociale

Via castello 6 86040 CAMPOLIETO





                                                                                                                               

   

 

 

27 luglio 2013

PROGRAMMA SEE-PREGETTO AGRO-START

Il mio intervento alla presentazione progetto Campo-lieto   

 


Territori, valori delle aree interne

Il consumo dei territori più fertili procede a un ritmo non più sostenibile per un mondo che reclama la sicurezza alimentare, ciò che porta a dire che c’è una necessità urgente di intervenire per bloccare questo processo che sembra inarrestabile. Personalmente sono convinto che questo è possibile solo se al sistema in atto, ormai fallito, si sostituisce un altro che affermi la sovranità alimentare.

Il consumo crescente e inarrestabile di tanti importanti territori ha proceduto di pari passo con l’abbandono di altri territori, quelli delle aree interne, o marginali al tipo di sviluppo, che, nel nostro Paese, sono soprattutto quelli montani o, come quelli che affiancano l’Appennino, anche collinari.

Nel primo caso, quello del consumo e dello spreco di territorio, il risultato è un’enorme colata di cemento con i centri urbani che si allargano a dismisura e, con la scelta del trasporto su gomma in un paese che è circondato dal mare, lo sviluppo delle infrastrutture, in particolare autostrade al posto di ferrovie, strade o autostrade del mare.

Nel secondo caso, quello dell’abbandono, i terreni non producono e non sopportano più allevamenti animali, e, così, i territori, non più presidiati dalla presenza costante dell’uomo, sono caratterizzati da disastri ambientali, perdita di paesaggio, cioè ferite che hanno bisogno di tempo per rimarginarsi.

Nell’uno e nell’altro caso il risultato è la perdita di cibo e, nel momento in cui la perdita riguarda cibo di qualità, chi rischia è la salute, che è un bene prezioso per ogni individuo e, non solo, per la società degli individui che risparmia in cure e ospedali.

La crisi, sempre più pesante, che, anche per forti limiti di governo della stessa, ha portato il Paese sull’orlo del precipizio e ci tiene ancora lì con il fiato sospeso, ha messo in luce le contraddizioni e, soprattutto, tutti i limiti di un sistema politico-economico basato sul consumismo e spreco pauroso di risorse.

La terra, la nostra amata terra, non è più in grado di rigenerare, come nel passato, queste risorse visto che sono stati superati i limiti di sopportazione e il rischio, in molti casi, è quello del non ritorno.

Il risultato è che, una volta raggiunto e oltrepassato il numero di sette miliardi di persone, ci sarebbe bisogno subito di un’altra metà del globo e, se è vero, come dicono gli scienziati della materia, che nel 2050 la popolazione mondiale supererà i nove miliardi di abitanti previsti, di globi bisognerebbe averne già pronti due.

Nove miliardi e più di bocche da sfamare e, quindi, di cibo da mettere a disposizione di uomini e donne, soprattutto bambini che già da parecchio tempo, sono le prime vittime della fame, nel momento in cui non c’è alcuna sicurezza alimentare.

La prospettiva del 2050 dovrebbe guidare le azioni di tutti noi, in particolare di quelli che sono stati delegati, ai vari livelli, a governare i processi di sviluppo e cogliere quella data come il marinaio che, con la gioia e l’emozione di avercela fatta, raggiunge il porto dove poter approdare la nave.


L’impressione è che ci troviamo di fronte a una classe dirigente (non solo politica) che è portata a dimenticare il passato e a non preoccuparsi del domani, concentrata com’è sull’oggi a vedere cosa e come arraffare per sé e mai con il pensiero per il bene comune.

Una classe dirigente, quindi, sospesa tra il passato e il futuro che non ha basi su cui realizzare i sogni e i progetti che fanno vedere il domani. Essa, nel tempo, è diventata sempre più strumento della finanza e totalmente ricattata dal profitto, un profitto per il profitto che ha come solo significato quello di accumulare ricchezza, invece di metterla in circolazione, con il fine di possedere e comandare senza preoccuparsi dei disastri e delle vittime che accumula intorno a sé.

È la cruda realtà a tutti i livelli e, intanto, il tempo passa rendendo sempre più difficile la progettazione del futuro che vorrebbe dire, facendo tesoro del passato, che bisogna riportare al centro dello sviluppo tutto quello che è stato con troppa facilità posto ai margini. Penso, soprattutto, al territorio nella sua espressione più ampia di risorse e valori, come la ruralità e la sua agricoltura, la storia e la cultura, le tradizioni, l’ambiente e il paesaggio con la sua biodiversità, le tradizioni con le sue feste e i suoi riti, la sua cucina.

Se questo discorso vale per la situazione in generale, c’è da dire che ha ancora più significato per quella parte più maltrattata con l’abbandono, cioè le aree interne, che vedono campagne e paesi spopolati immalinconiti dalla loro solitudine.

Parlo di Campolieto e dei Campolieto situati tra il Fortore e il Biferno, ma anche di quelli che scendono dal Matese e scivolano verso il mare, tra il Biferno e il Trigno, che Isernia, Campobasso e Termoli hanno spopolato con i nuclei industriali, gli uffici, le concentrazioni commerciali.

Parlo delle campagne di queste aree che la crisi pesante dell’agricoltura – ricordo che essa è arrivata come una mazzata quattro anni prima (2004) quella pesante e più generale –ha posto ai margini dello sviluppo, con le scelte imposte dalle multinazionali. In primo luogo quella di un’agricoltura sempre più intensiva, anzi superintensiva, al servizio di chi, in mancanza di una programmazione, l’ha maltrattata e continua a farlo con le pale eoliche, i pannelli solari a terra o la produzione di bioenergie. Un vasto campo, aperto a nuove imprese che, spuntate come funghi, producono ingenti profitti a scapito dei territori e dei protagonisti primi di questi territori, i coltivatori, cioè i produttori di cibo.

Il loro potere è proprio quello delle multinazionali, così forte che non solo riescono a condizionare le scelte dei governi ma, attraverso l’informazione, a convincerci tutti della bontà di certi ragionamenti e date scelte. Penso, solo per fare un esempio, al ritornello dei limiti della nostra agricoltura tutti dovuti, non al suo abbandono culturale e politico, ma al fatto che le nostre aziende sono troppo piccole perché possano riuscire a competere con il mercato. E, così, i coltivatori che hanno fatto per una vita, e da generazioni, i coltivatori si convincono, anche perché c’è l’età e i figli sono andati via, che è meglio lasciare giacché l’agricoltura non rende più.

La terra serve alle multinazionali per i loro megaprogetti e non vogliono ostacoli per averla. Ce n’è uno che interessa anche il Molise e questo grazie alle iniziative dei parlamentari molisani e al consenso dell’attuale governo regionale: la stalla “Granmanze” della Granarolo, così grande da ospitare 12.000 manze da allevare qui da noi fino a quando non devono partorire e dare latte. In quel momento devono tornare alla Granarolo e produrre lì il latte che serve a questo vecchio consorzio di cooperative che, una volta S.p.a, ragiona da multinazionale. Una stalla che si pensa di realizzare nel basso Molise, estesa per 100 ettari, come dire 1/25 di tutta la superficie del territorio di Campolieto!

Una ferita enorme, tutta di cemento, che rischia di stravolgere l’intero assetto dell’agricoltura molisana se il progetto “Granmanze” sarà realizzato. Si ripeterà l’effetto degli ipermercati che hanno divorato i piccoli negozi; messo da parte famiglie che li gestivano in cambio di pochi posti di lavoro; impoverito i coltivatori, nel momento in cui il prezzo lo decide la grande distribuzione, e appesantito il bilancio delle famiglie con lo spreco di molta parte della merce acquistata. 


Il Molise ha bisogno del suo territorio e della sua agricoltura se vuole pensare e programmare il domani e, in questo senso, ha bisogno soprattutto delle aree interne con i suoi valori e le sue risorse che sono di grande attualità, sapendo che il globale ha mostrato tutti i suoi limiti e si sente forte il bisogno del glocale.

C’è bisogno di cibo, ma sempre più di cibo di qualità; occupazione, certo per i giovani che non conoscono il lavoro ma anche per chi il lavoro lo conosce e l’ha perso; società, con le persone protagoniste e non semplici numeri, come i padroni del mondo vorrebbero, da mettere insieme a proprio piacimento; tempo, per riappropriarsi di questo straordinario valore e, così, capire i processi, le stagioni, i rapporti tra gli individui e tra gli individui e la natura,e, così, le attese, i sogni del domani. E ancora, c’è bisogno della sostenibilità, cioè della cura dell’ambiente e del paesaggio, delle coltivazioni che il territorio e non la multinazionale ha selezionato; dei semi che i coltivatori hanno ereditato e conservato dando forza e sostanza alla biodiversità; del dialogo, del confronto e della partecipazione per dare forza al senso di comunità e sviluppo alla democrazia; della solidarietà e reciprocità per fare dell’unione la forza.


Campo-lieto con le sue associazioni e i suoi protagonisti, è questo e può diventare un valido esempio per altre realtà che, partendo dalle proprie risorse e dalla capacità di saperle riprodurre ancor prima che sfruttarle, hanno la certezza, la sola, per superare la crisi e dare significato a un nuovo percorso che ha importanti traguardi da raggiungere e superare per conquistare il domani.

Pasquale Di Lena

da ZACC E BELINA

 
PIZZINO

Zacc – Provenzano, il grande boss della mafia, per tre procure non è più pericoloso

Belina – Pericolosi sono i magistrati

25 luglio 2013


                           CAMPO LIETO, ESEMPIO PER LE AREE INTERNE

 
 
 
Una giornata intera a vivere, insieme con i soci delle cooperative “I colori della vita” e i “I colori della terra”, protagonisti di un cambiamento, e, insieme con i rappresentanti dei paesi del sud est dell’Europa, una realtà, propria delle aree interne, che vuole rinascere partendo dall’abbandono e dalla marginalizzazione in cui è stata tenuta in tutti questi anni con l’abbandono e la marginalizzazione della sua attività primaria, l’agricoltura.

 Una giornata iniziata a Campobasso nella sede della cooperativa I Colori della terra con la coltivazione delle fragole  per arrivare a San Giovanni in Galdo con la visita della Tenuta Maiuro, messa a disposizione dai proprietari in favore della Diocesi,  dove è stato impiantato un orto che, con la sua prima raccolta di zucchine, ha fatto capire la bontà dell’idea seminata un anno fa e, con la messa a disposizione di un terreno abbandonato di 11 ettari, fatta propria dal Vescovo Mons. Bregantini.  Subito dopo, anche dai coniugi Maiuro e da altri imprenditori della zona che si sino affiancati ai ragazzi africani profughi a Campolieto che, sono poi, i primi protagonisti di quest’avventura.

Oltre all’orto lo spolvero del piccolo interessante museo della civiltà contadina organizzato nel capannone dal proprietario Giovanni, le prime galline e la prima coppia di conigli che ha già proliferato, la cura dell’oliveto, a significare che i ragazzi si sono spesi in questi mesi per arrivare a ottenere primi importanti risultati.

Sempre a San Giovanni in Galdo la visita dell’azienda Del Vecchio per vedere l’orto in permacoltura, che rappresenta una novità per il Molise. Un’azienda che è diventata una scelta di vita per il giovane Nicola  con il rientro nel Molise dopo la sua laurea all’Università di Torino e la esperienza vissuta in Australia,.

A seguire, poco dopo, lungo la strada che porta a Campolieto, l’apiario dei coniugi Di Nardo, non lontano dalle ombre giganti delle querce secolari che hanno dato lo spunto per un itinerario di grande interesse paesaggistico-ambientale, che sabato prossimo, nel pomeriggio, verrà inaugurato con la messa officiata da Mons. Bregantini.

Da qui, dopo aver attraversato il centro, per me molto bello e ricco di interesse,  di Campolieto, la visita ai campi seminati a grano saraceno, fagiolo “bianco di Campolieto” e mais della varietà “Agostinello”  con la dotta illustrazione di Michele Tanno che, nella sua veste di tecnico, consiglia e assiste le due cooperative citate all’inizio.

Un ottimo campo di grano saraceno, mentre scarsi sono apparsi quelli di fagiolo e di mais, a dimostrazione che l’inesperienza paga sempre con gli errori e che gli errori servono a fare meglio la prossima volta. C’è da dire, però, che non sono più nello stato di abbandono, in un luogo magico dove lo sguardo si perde oltre Ferrazzano e Campobasso con le cime del Matese, e, poi, le collline che scendono sul Tappino per risalire, dopo Gildone, verso Cercemaggiore e, ancora, le cime dei monti beneventani, per proseguire con le colline che portano al Fortore e, oltre, alla Daunia e chiudere con la veduta di Monacilioni. Uno spettacolo.

Una sosta, anche per una colazione, nell’azienda “fattoria sociale” La Piana del Riccio di Peppino Cristofano, che svolge perfettamente il suo ruolo al servizio di persone affette da disagio, e che, anche qui in un posto stupendo sotto l’aspetto paesaggistico, produce con i suoi campi di grano e farro, il suo meleto e il suo orto.

Alla fine di questo percorso l’incontro nel centro San Pio di Campolieto, per parlare del progetto Campo-lieto con i delegati dei paesi del Programma SEE alla presenza del rettore Cannata e del prof. Albino dell’Università del Molise, del Vescovo Mons. Bregantini, dell’avv. Mario Ialenti, il grande animatore dell’iniziativa, e di me, Michele Tanno e arch. Costantino D’Addario, che siamo intervenuti come relatori.

Per concludere, alcune impressioni su questa giornata ricca di emozioni per tutt’i protagonisti di un percorso che, anche se appena iniziato, ha mostrato che è l’unica possibilità per la rinascita della terra, dell’artigianato e dell’ospitalità, in una realtà di fascino e di bontà, di antiche e importanti tradizioni.

L’unica possibilità per uscire dallo stato di abbandono, sognare e credere nel domani, partendo da quello che uno ha, cioè le risorse e i valori che il territorio mette a disposizione con la sua storia  e la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi ambienti e i suoi paesaggi, la sua ruralità e la sua agricoltura.

Non ci sono altre possibilità e la crisi, la pesante crisi, che tutti i giorni racconta il fallimento dello sviluppo basato sullo spreco di risorse e valori, lo sta a dimostrare, con Campo-lieto che vuole diventare l’esempio delle opportunità per le aree interne, l’agricoltura e l’artigianato.

 
Ancora una volta l’assenza dei rappresentanti istituzionali dice che hanno perso un’occasione per capire che ci sono tutti e sono tutti validi gli elementi sui quali puntare per programmare e progettare il futuro del Molise.

pasqualedilena@gmail.com

 

 

 

24 luglio 2013


IL MOLISE CONFERMA LE 159 “BANDIERE DEL GUSTO” NEL 2013

 

Salgono a 4698 le “Bandiere del Gusto” 2013, l’elenco, secondo una indagine della Coldiretti, delle specialità alimentari italiane, cioè i prodotti attenuti seguendo le regole della tradizione tramandate per almeno 25 anni. Uno sbalzo di ben 92 gradini in gran parte dovuti a Emilia-Romagna (+50) e Campania (+23) che dal 5° posto dello scorso anno passa al secondo con la prima che guadagna due posizioni.

A tenere ben saldo il comando è la Toscana (463), pari al 10% di tutte le specialità italiane, seguita appunto dalla Campania (387), Lazio (384), Veneto(371), Piemonte (341), Liguria (295), Calabria (269), Lombardia (246), Sicilia (234), Puglia (232), Sardegna (181) e Molise che, con 159 specialità, lo stesso numero dello scorso anno, precede le rimanenti sette delle venti regioni italiane, a dimostrazione della bontà del suo territorio con la ricchezza della sua agricoltura e delle sue tradizioni. Per completare l’elenco, ricordiamo, Il Friuli-Venezia Giulia (153), le Marche (150), l’Abruzzo (147), le Provincie di Trento (109) e Bolzano )92), la Basilicata (77), Umbria (59) e Val d’Aosta (32).

E’ questo ricco patrimonio legato all’origine del territorio che spiega il primato dell’Italia in Europa nel campo delle Denominazioni di Origine con dop e igp per un totale di 252 denominazioni, di gran lunga davanti alla Francia con 200 denominazioni (17,2% del totale); Spagna con 164 prodotti registrati (14,1%) e poi il Portogallo (118), la Grecia (99), la Germania (91), e, a seguire Regno Unito (47),  Polonia (36) Repubblica Ceca (32), Slovenia (16), Austria (14) e Belgio (13). Tutti insieme questi dodici paesi coprono il 93,7% del paniere europeo di prodotti iscritti nel Registro comunitario delle denominazioni d'origine.

Le aziende più numerose sono quelle dei formaggi, circa il 40%, seguite da quelle olivicole e poi da quelle che producono ortofrutta. Le aziende di trasformazione e di stoccaggio superano le 6.500 unità.

La Regione Emilia Romagna è quella che registra il maggior numero di certificazioni (37), seguita dal Veneto (37), Sicilia (28), Lombardia (27), Toscana (26), Lazio (24), Campania (21), Piemonte (20), Puglia (116), Calabria (15), Trentino Alto Adige (12), Marche (11) e, poi, tutte le altre rimanenti Regioni (sono considerate anche le registrazioni che riguardano più regioni, come la Mortadella Bologna, i Salamini Italiani alla Cacciatora, il Caciocavallo Silano e altri).

Per quanto riguarda i prodotti, il primato dei riconoscimenti spetta agli Ortofrutticoli e Cereali, Freschi e Trasformati (100); a seguire i Formaggi (45); gli Oli Extravergine di Oliva (43); i Prodotti a Base di Carne (37).


I dati delle Dop e Igp sono stati elaborati da Stefano Vincelli

 

22 luglio 2013

ZACC E BELINA

TRAVAGLIO

ZACC- Kate, iniziato il travaglio

BELINA – una tortura per noi 




 MENTITORE

Zacc – Alfano 

Belina – mente sapendo di mentire



 
RICATTATORI
Zacc- odio i ricattatori, sono vermi
Belina – che affossano il Paese e il Pd

18 luglio 2013

PERCHE' NO


 
Leggo su Greenreport un articolo, come sempre puntuale, di Luca Aterini, “L’Italia è un paese di frane”, che riporta e commenta numeri dell’Annuario dei dati ambientali elaborato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Cerco di sintetizzare per dare ancor più il senso della drammaticità della situazione con la speranza che serva a far ragionare quanti parlano pro o contro come sono soliti fare i tifosi di calcio al Bar dello Sport. Ebbene:

1.      Nel 2012 sono state 487.000 le frane e hanno interessato un’area pari al 6,9% del territorio italiano coinvolgendo circa 700.000 persone

2.      Un italiano su dieci, cioè oltre 6 milioni di cittadini, è esposto a rischi di alluvione

3.      Ogni cinque mesi viene cementificato una superficie di territorio pari a quella del Comune di Napoli e ogni anno pari a quelle di Milano e Firenze insieme. C’è da dire che nella seconda metà del secolo scorso il consumo di suolo è proceduto a un ritmo di 7 m², mentre oggi è pari a 8 m², e tutto a scapito della natura e del cibo

Come non capire che se non si ferma questo processo chi rischia è il futuro del Paese e del Mondo, delle nuove generazioni. Basterebbe riflettere su questo solo dato per dire no a una stalla che ha bisogno di 100 ettari, cioè di un milione di metri quadrati di terreno coltivato, per allevare in un solo posto, così come vuole la Granarolo, 12.000 manze fino a quando non vengono ingravidate. 

Come non capire la pazzia che provoca il profitto!

C’è anche un dato a prima vista positivo, bello, che è quello ch riguarda l’aumento della superficie boschiva (36% il coefficiente di boscosità, ben più alto del 28,8% del 1985). Un paese, si pensa subito, più verde e questo sarebbe confortante se la superficie il bosco non l’avesse presa da montagne abbandonate e deserte e dalle aree marginali, quelle “dell’osso” come diceva un grande meridionalista.

Poi c’è anche il dato uscito dall’incontro di Vilnius (Lituania) dei ministri dell’Ambiente dei Paesi Ue che parla di un’erosione della biodiversità (cioè della nostra vita) e della urgenza di correre ai ripari con “investimenti nel capitale naturale e nelle infrastrutture verdi” che non credo facciano riferimento a una stalla che trasforma un milione di metri quadri di terreno fertile e per di più irrigato in cemento.


mais transgenico della Monsanto 
In pratica un ritorno al passato che, così, ruba il futuro alle nuove generazioni con un territorio profondamente ferito da scelte profondamente sbagliate e dalla totale mancanza di programmazione, che i dati mostrano con tutta la loro freddezza. Un vuoto che riguarda, certo, la politica e i governi che hanno animato o contestato, ma non solo, la stessa classe dirigente e questo ai vari livelli.

Pasquale Di Lena

11 luglio 2013

CINQUANT’ANNI DOC



Domani, 12 luglio 2013, ricorre il 50esimo del DPR 930 che istituì le Denominazioni di Origine dei Vini, creando un acronimo Doc che presto si affermò come sinonimo di qualità e non solo per i vini.

A firmare la legge, per l’allora governo, il molisano Giacomo Sedati, nella veste di Sottosegretario del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste.

Per ricordare questo importante anniversario lo scorso anno si è costituito un Comitato, voluto dal Circolo Ottavi di Casale Monferrato, che  dedicato a quest’anniversario una serie d’incontri e un libro “Figli dei territori – 50 anni di Doc del vino, una strategia italiana”, curato da Elio Archimede della Sagittario editori di Agliana Terme (At) e presentato alla edizione 2013 del Vinitaly di Verona. Lo stesso editore del trimestrale Barolo & Co, la bella rivista di Ambiente, Enogastronomia e Turismo della quale mi onoro di essere collaboratore, sin dalla nascita, trent’anni fa.

I grandi uomini del vino del Piemonte sono i primari protagonisti di questa legge, in particolare il Sen. Paolo Desana, relatore e primo firmatario della legge, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e accompagnare alla Settimana dei Vini di Siena nei primi anni di mia segreteria generale dell’Ente Mostra Vini – Enoteca Italiana della stupenda Città del Palio. Ed è proprio questo personaggio insigne del vino a prendere, poco dopo la costituzione del Comitato Nazionale per la Tutela e la Promozione dei Vini a D.O., la presidenza di questo fondamentale organismo, affermando il suo ruolo e le sue finalità proprio nei momenti più difficili, quelli che hanno portato il vino italiano a vivere la qualità dell’origine al posto della quantità. 

 La verità è che il dpr 930 del 1963 ha modificato in profondità la cultura, prima ancora che la coltura, della vite e del vino, che, come si sa, senza soluzioni di continuità lega, come un filo magico, questo nostro Paese, caratterizzando, con i suoi paesaggi e le sue tradizioni, la gran parte dei territori. E questo sin dai primi anni, tant’è che l’acronimo DOC diventa subito sinonimo di qualità, e non solo del vino.

Tanti i ricordi e i fatti personali legati al Dpr 930 del 1963. a partire dall’incontro con un mio maestro Prof. Pie Giovanni Garoglio che mi ha voluto redattore della sua Enciclopedia della Vite e del Vino proprio sui vini a denominazione di origine; la mia tesi di laurea su “i vini a d.o. e i loro vitigni”; il ruolo svolto nei vent’anni e più in un ente e una struttura che avevano come obietti vola valorizzazione dei vini a d.o. e la partecipazione per due legislature, dal 1989 al 1998, al Comitato Nazionale con il Prof. Mario Fregoni e il Cav. Ezio Rivella presidenti.

Cinquant’anni che hanno significato processi fondamentali alla crescita della qualità e dell’immagine dei vini italiani, oggi forte di 330 doc, 73 docg e 118 igt, alla base di quel “Rinascimento” che ha caratterizzato il periodo a cavallo degli anni ‘80/90.

In pratica la nascita di una filosofia o cultura che ha inciso fortemente sulla cultura più in generale, a tal punto da anticipare questioni e temi fondamentali per il futuro stesso dell’Italia. Penso al valore e al significato di territorio, che sono di grande attualità e non ancora patrimonio culturale della politica e della classe dirigente, ai vari livelli, di questo nostro amato Paese e di questo nostro stupendo Molise.

Una verità che la vicenda “Stalla della Granarolo” ha messo in luce dimostrando che la “farfalla molise” è a rischio nelle mani di sprovveduti che non hanno il senso dei cambiamenti profondi di questi anni.

Pasquale di lena

4 luglio 2013

SOLO CHI SEMINA RACCOGLIE


È proprio vero che quando uno semina qualcosa sempre lo raccoglie. E mai come oggi è tempo di seminare per programmare e, così, avere la possibilità di raccogliere domani, o, è il caso di dirlo, il domani. È questo quello che hanno pensato i giovani dell’Associazione di promozione sociale “I COLORI DELLA VITA” di Campolieto, quando hanno deciso, con il loro tutore Mario Ialenti e i tanti nuovi amici di Campolieto, di stare insieme e dar vita a un progetto che aveva come obiettivo la semina di terreni abbandonati e, anche di quelli, messi a disposizione per rilanciare l’attività che è sempre stata primaria nell’area, l’agricoltura.

C’è da dire anche che è una emozione grande quello che uno prova quando raccoglie i primi frutti della semina che ha riguardato mais “Agostinella”, grano “saraceno”, ortaggi e fra questi le preziose zucchine che si prodigano più di altri a dare i loro frutti.

E sono proprio le zucchine, come segno di un’alimentazione all’insegna della sobrietà e della buona salute e, quindi, di buon auspicio, i primi frutti raccolti dai ragazzi de “ I colori della vita”. Tutto questo a pochi giorni dalla stipula del contratto di adesione alla cooperativa della curia vescovile con la messa a disposizione, da parte del primo più convinto sostenitore dell’iniziativa, Mons. Bregantini, di 11 ettari di terreno non lontano da Campolieto  e di Giovanni e Carmela Maiuro della loro azienda in San Giovanni in Galdo, in particolare gli olivi della varietà “Sperone di Gallo”, che possono rappresentare con il loro squisito olio un importante veicolo dell’immagine della cooperativa.

Una realtà che può diventare un esempio per le aree interne nel Molise e la speranza di rilancio delle stesse  che, per chi conosce e sa cos’è il Molise, sono l’anima e il cuore di una Regione che ha nella sua “arretratezza” della sua ruralità e della sua agricoltura, e, soprattutto nei piccoli diffusi progetti, il suo futuro.

Il giorno 23 p.v. la presentazione del progetto CAMPO-LIETO, che vede protagonista la cooperativa “I colori della vita”, in occasione dell’incontro internazionale “Programma SEE – Progetto AGRO-START” in programma alle ore 18.30 proprio a Campolieto.
 

pasqualedilena@gmail.com

 

1 luglio 2013

RICCHEZZA DEL MOLISE NELLA DIETA MEDITERRANEA




il concerto della biodiversita’
di pasquale di lena

C’è un filo che lega i territori che scorrono lungo l’Appennino e che, da una parte e dall’altra, scendono lo stivale per raggiungere i rispettivi mari di un mare ancora più grande che è il Mediterraneo, il nostro mare.

Il filo è quello dell’olio, con i suoi olivi e i piatti di una cucina delle diversità grazie alla ricca biodiversità e alla storia, entrambe, queste ultime, espresse dai territori che racchiudono questo mare di antiche e moderne civiltà.



Uno stile di vita segnato fortemente dal territorio, che è storia di civiltà, tratturi, scontri, unioni; cultura, tradizioni, strette di mano, dialogo, ospitalità, amicizia, cura dell’arte e di quei paesaggi unici di olivo e vite, orto e pescato, boschi di latifoglie; rispetto delle stagioni e delle tradizioni e, come tale, ricco di tante minute variazioni dovute al luogo, alle mani e alla fantasia delle donne, al tipo di conservazione dei prodotti o dei piatti. Cioè, un insieme – come recita la motivazione dell’Unesco del riconoscimento della Dieta Mediterranea quale patrimonio dell’Umanità – di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola passando attraverso i prodotti della terra e del mare” per finire – come dico io - nelle nostre mani o nei nostri piatti e diventare così cibo, alimento che, quando è sano, dà il piacere della salute.

Sta qui la ricchezza di una cucina, soprattutto nel Molise, fatta da diversità di prodotti e di proposte, per lo più espressioni di semplicità capaci di dare gusto alle emozioni di una tavola profumata, ricca di voci oltre che di colori, che riporta al convivio quale luogo d’incontro con gli altri e, come tale, centro e fonte di cultura.

Una cucina veloce, salvo che nei giorni di festa o da ricordare, quando i preparativi erano lunghi anche giorni o settimane. Una cucina, in pratica, che aveva tutti gli ingredienti a portata di mano. Grazie all’orto, all’allevamento di animali di bassa corte; al ristretto mare; ai piccoli, minuti centri abitati, immersi in una campagna che, per quanto riguarda il Molise, dona un verde particolare, unico, speciale.

Parlo del Molise e, salvo alcune eccezioni o variazioni sul tema, il riferimento è alle regioni del nostro meridione e al Mediterraneo, culla dell’olivo e dell’olio, delle verdure, della frutta, dei cereali, del pescato e degli animali che, prima ancora della carne, danno uova, pelli, lana.

Prendo come esempio di un’eccezione, il bergamotto, un agrume sfruttato soprattutto per le sue essenze, che occupa un’area tutta particolare della provincia di Reggio Calabria, o, anche, il pistacchio di Bronte in Sicilia, o, ancora, il Caciocavallo silano che appartiene a tutto l’Appennino meridionale.

Potrei continuare ma mi fermo per riflettere su una leguminosa, la fava, che, come l’olio, è tutta mediterranea. Un legume diffuso dalla notte dei tempi per la sua versatilità che, quando si unisce alle cicorie si presenta come piatto delizioso, simbolo del “mare nostrum”, sia preparato nel Molise, con le fave secche intere, che in Puglia, dove le fave diventano un purè.  

Penso, certo, al brodetto o zuppa di pesce che varia da luogo a luogo e che, ovunque, delizia il palato, ma, anche, alle alici fritte, in tortiera o spinate e fatte cuocere su un letto di fette di patate o, anche, marinate.

Penso alla “Scapece” di Vasto, il “liquanem” di cui parla Apicio, che serviva a conservare la razza con l’aceto e lo zafferano in una tinozza di legno che animava e ancora anima le fiere che si svolgono dalle nostre parti; alla colatura delle alici a Cetara, borgo marinaro all’inizio della Costiera amalfitana, o alle alici ben preparate e conservate dalle donne di Pioppi, il piccolo borgo marinaro nel Comune di Pollica, patria eletta della Dieta Mediterranea, per aver ospitato il suo cantore, Ancel Keys, e la moglie Margaret.

 E poi il forno con la pizza “de rarature” l’ultima a farsi e la prima a mangiare posta com’era davanti alla bocca del forno e, poi, le pizze (bianca all’olio o nelle ramere se di pomodoro) che servivano per stemperare il mattone che doveva accogliere l’impasto di farina, acqua e lievito, il pane, e, anche, per lasciare riposare e asciugare il pane ancora caldo per qualche giorno, prima di essere tagliato e mangiato.

Le pizze che, un tempo, lasciavano una scia di profumo lungo le strette vie dei paesi, con le donne e noi bambini che le portavano a mano dal forno a casa e tutto sembrava un ballo, una danza in onore più che della fame, del gusto. 

Ecco i grani, le farine, le paste, quelle lunghe come le antiche lagane dei romani (laganelle per i molisani e tagliatelle per gli italiani), oppure corte (sagnetèlle) perché meglio si prestavano per piatti unici con verdure coltivate o spontanee, oppure con i legumi, in particolare fagioli e ceci.

Le stesse polente che, con l’arrivo del mais, diventano gialle o pizze di granone sotto la coppa con le verdure (foie)  che danno “pizz’é foie”, un piatto oggi ricercato.

Tornano nella mente il basilico e il prezzemolo sui balconi, le finestre o, anche, davanti alla porta delle piccole case dentro vasi improvvisati; il timo, la maggiorana, il mazzetto di origano selvatico, le trecce di aglio e cipolla, il profumo delle mele e dei meloni conservati per l’inverno.

E, poi, la festa, la grande festa con il concerto finale prima dei botti, la ciambotta o, come si dice dalle mie parti, ciabbotta, che mette insieme in un tegame, come su una decorata cassa armonica, musicisti particolari per profumi e sapori come la cipolla, l’aglio, le melanzane, i peperoni, le zucchine, le patate, il sedano e il basilico, cioè le bontà dell’orto magistralmente dirette dall’olio di oliva che, come si sa, è quieto per natura, o, meglio, ha nel silenzio la sua anima. 

pasqualedilena@gmail.com