29 gennaio 2014

IL DIALETTO QUALE IDENTITA' E DIVERSITA'


Gianluca Venditti, Adele Terzano e Pasquale Di Lena
di Nicolino Civitella 

L’incontro del 24 gennaio u.s. nella sede dell’Afra in via Marconi a Larino 

La serata è tiepida: l’inverno ci ha fin  qui risparmiato le inclemenze di stagione. La sede dell’Afra, l’associazione culturale fondata da Gianluca Venditti in memoria della zia Antonella Franceschini, una professoressa di lettere scomparsa in età ancora giovane per via di quel morbo maligno che non  dà scampo, si trova in via Marconi, una traversa stretta e un po’ ricurva di via Cluenzio. È  composta da un unico ambiente molto raccolto, a pian terreno, un tempo forse parte principale, se non proprio esclusiva, di un’abitazione, dove a sera  la famiglia si raccoglieva, dopo le fatiche del giorno, alla fioca luce di una lampadina. Su due intere pareti una libreria che accoglie, in bell’ordine, tutta la biblioteca della defunta Antonella.  L’idea che ho in animo, dice Gianluca guadando i libri, è quella di favorirne la fruizione non attraverso prestiti, ma organizzando delle serate di lettura.

Intanto sta  realizzando degli appuntamenti settimanali, di giovedì,  su tematiche  di vario genere.

Questa sera sono  materia di intrattenimento poesie e racconti dialettali. Gianluca fa gli onori di casa ed apre la serata che vede protagonisti il poeta  Pasquale di Lena e la professoressa  Adele Terzano, di Guglionesi, una brillante ed effervescente dicitrice che ama esibirsi, e lo fa con rara efficacia, tra la cerchia degli amici: una teatrante, dice lei di se stessa, e  questo suo talento qui a Larino è noto ad una platea di amici abbastanza ampia, poiché Adele ha insegnato per diversi anni la lingua francese nella locale scuola media.

L’appuntamento era per le 18 e alle 18.15 la saletta è già piena. È  Adele a dare il via alle letture, proponendo subito alcune poesie che Vincenzo Lorito, poeta e narratore vernacolare  di Guglionesi ma residente in Canada, ha dedicato al proprio paese natale. Le recita con trasporto, Adele, queste poesie che lei dice di amare profondamente perché grondano amore e sentimento nostalgico per  il paese natale, ma anche per il dialetto,  perché, aggiunge,  la lingua dialettale rappresenta l’indice che più di ogni altro esprime il profondo legame che stringe una persona  alla terra di origine: alla sua cultura, ai suoi valori, ai suoi paesaggi, ai suoi gusti, ai suoi sapori, ai suoi profumi, al suo respiro, e ciò è a maggior ragione evidente in coloro che vivendo da anni lontano, custodiscono quel mondo dentro di sé e lo proiettano, ogni qual volta lo evocano, in una dimensione di mito.

Si alternano nella recitazione Adele e Pasquale. 


Pasquale, il poeta della terra, come è stato definito,  vive qui a Larino, nella “ Casa del  vento”, un’abitazione che sorge solitaria sulla sommità del Monte da dove la vista può spaziare liberamente dalla Maiella all’Adriatico e fino al Gargano e al Tavoliere delle Puglie.  Dopo un lungo periodo di permanenza in Toscana, dove è arrivato a ricoprire il prestigioso ruolo di segretario generale dell’Ente Mostra Nazionale di Vini -Enoteca Italiana di Siena, Pasquale è tornato a vivere qui, nella sua terra d’origine con la quale ha stretto un romantico legame d’amore, un legame che lo spinge ad elogiarne e difendere con profonda passione il tratto che  maggiormente la connota, quello della ruralità. La ruralità, in tutti i suoi aspetti, si fa oggetto del suo canto poetico e rappresenta per lui l’unico orizzonte entro il quale è possibile trovare  per l’uomo prospettive salvifiche. Un atteggiamento generoso che talora, tuttavia, sembra sfuggire alle ragioni del calcolo che di necessità sono sottese ai processi produttivi .

Esordisce, Pasquale, con la lettura di Ije mò songhe melesane. Il Molise, terra di passaggio per le greggi transumanti che in autunno scendevano attraverso gli erbosi  tratturi dall’Abbruzzo in Puglia per riguadagnare i pascoli montani a primavera, e il molisano quello che aspettava proprio queste due stagioni /a premàvére e l’auetunne,/prime de resaletà /che na s’trétte de mane/tutte chille che pàssene e vènne/da lentane./   Il Molise ha conquistato la sua autonomia costituzionale cinquant’anni or sono.  Il poeta ne va fiero e  respinge ogni proposito  di smantellamento di tale conquista: son passati cinquant’anni …e mó/ me vènn’e dice ca sème/ cuille ch’ejavame na vóte./Eh no! Ne è cuescì/Ije sònghe cóm’é cuélla róte/ch’èggire sule pe ì énnànze/ maie pe ternà erréte/ (…)Ije mó sònghe melesàne/é nze descùte./

E poi via con “A fèste”:  la festa di S. Pardo che è n’addòre,/nu suone, na voce,/ nu llucche de vóve,/ mille chelure,/nu pàlpate de córe./ ; “U vine : in un bicchiere di vino, rosso o bianco che sia, c’è il sapore della terra, il colore del sole, la fatica del cafone; e poi ancora “U paèse di uelive”;U maluócchie” (Il malocchio); “U hie‘hhiafuóche” (il soffietto del focolare): evocazioni del vecchio mondo contadino.  E poi:  Nge scta d’avé paure”  (non c’è da aver paura) : avrei tante cose da dire ai giovani, ma sento che un filo millenario si è spezzato e il mondo si è rovesciato “do’ i fije mparene e i padre” (dove sono i figli a insegnare ai padri). Ma non c’è da aver paura  s’erréte u spiguele /a campagne è verde/e chiene de ‘hiure./ (se dietro l’angolo la campagna è verde e piena di fiori.)

Torna Adele con Presangela, una canzone della tradizione popolare locale che lei canta in un tono sommesso sospeso tra recitativo e canoro. In essa  Presangela rivolgendosi al marito Domenico emigrato in America, evoca le lotte notturne che consumavano sotto le lenzuola domestiche prima che lui emigrasse, e lo ammonisce da lontano a non cedere agli sguardi ammaliatori delle donne mericane: “la sera dopo il lavoro, mi raccomando, dritto a casa, e rasente i muri!” Una canzone ricca di umore e tutta giocata su ammiccamenti di natura sensuale.

 Segue la lettura di un racconto autobiografico  di Lorito, un racconto che si connota per una rapidità di azione e una leggerezza narrativa degna dei migliori scrittori.

Dunque, l’autore, ancora in età giovanile, è protagonista di un’avventura rocambolesca che ha momenti esilaranti. Si fa accompagnare in moto da un amico nel  vicino paese di origine albanese per incrociare gli sguardi dell’innamorata. I tre fratelli di lei,  avvertiti della sua presenza, subito lo cercano e lo inseguono. Lui scappa in direzione del cimitero dove l’amico, come d’intesa, doveva attenderlo per una eventuale fuga. Ma l’amico appena lo vede arrivare inseguito dai tre, di cui uno armato di fucile, fugge via in moto da solo. Abbandonato dall’amico, scavalca il cancello del cimitero e si rifugia in un loculo vuoto, raggiunto, scavalca il muro di cinta e scappa verso un boschetto con i tre alle calcagna. Il tempo intanto si era fatto piovigginoso.  Trova rifugio su un albero. Gli inseguitori lo perdono di vista e si fermano proprio sotto quell’albero. Confabulano. Ad un certo punto quello armato di fucile dice: visto che non gli ho potuto sparare una schioppettata a quell’italiano, ora per sfogo la sparo in alto: boom,  e la schioppettata colpisce di striscio il fuggiasco. I tre vanno via e lui nella notte se ne torna arrancando mani e piedi a casa.

Infine la recitazione del Cònsolo, un racconto scritto da Giuseppe De Socio, poeta e scrittore anche lui di Guglionesi, e qui la platea dei presenti è trascinata in un crescendo di risate.  Il  “Cònsolo”  è la cesta  ricolma di vivande che nei tempi andati i parenti, ma anche  i vicini,  portavano a casa dei familiari di un defunto per consolarli del lutto.

In questo caso una donna cui è venuto a mancare il marito, riceve il “Cònsolo” dalla vicina nello stesso giorno del funerale. La nostra Adele si compenetra pienamente nelle due parti: della vedova e della vicina. “Su, prendi un boccone, ne hai bisogno, ti rinfrancherai”, sollecita la vicina. “No, no- risponde l’altra, mostrando un viso profondamente affranto-  non mi va niente, il dolore mi ha chiuso lo stomaco”, e, coprendosi il volto con ambo le mani,  riprende i lamenti con modulazioni  di voce che prima  si impennano e poi si affievoliscono fino a dileguarsi in un profondo e temporaneo silenzio  di afflizione, ma le lamentazioni  tradiscono un pizzico di malizia che sembra celare risvolti inattesi e per ora assolutamente imprevedibili, di riflesso le esternazioni acquisiscono una lieve e  involontaria sfumatura caricaturale che solletica lo spirito ilare. I dinieghi addolorati della vedova e le insistenze della vicina profferite con voce dolce e persuasiva animano per un bel po’ la scena, fino a quando le resistenze mostrano una prima incrinatura : “Solo un boccone, giusto per  farti contenta”. Ma al primo boccone ne segue un altro e poi un altro ancora finché il movimento della forchetta dal piatto alla bocca si fa regolare, e non disdegna la vedova un goccio di vino e poi un altro goccio e poi il bicchiere intero, e le afflizioni sembrano  via via svanire . Quando le vivande si esaurisco e la bottiglia del vino ha visto il fondo, i pensieri e la lingua della vedova si sciolgono: “Vuoi sapere? La verità è che mi sento finalmente libera, ah! -  e allarga braccia e respiro - finalmente libera!” un pensiero che premeva, come magma terrestre, sotto il tappo della convenzione sociale che fa obbligo in queste circostanze di esternare sentimenti di dolore. Il tappo è saltato e la lava vulcanica è esplosa fuori tra il fragore delle risate e degli applausi di tutto l’uditorio.

Pasquale chiude la serata leggendo prima A vergennelle, ispirata a  un casuale incontro d’amore   che si consuma dietro una siepe, e poi, U penziere, la  poesia che dà il titolo alla raccolta  pubblicata nel 1989, U penziere che ne vu penzà/ è na mósche/ che te fa sccattà/ Ti gira la mosca attorno e ti si posa sulla fronte e più la scacci e più torna a tormentarti.

Una serata gradevole, ricca di  emozioni e di calore umano. Nel momento del commiato il presidente dell’Associazione Gianluca ha voluto brindare alla buona riuscita della serata stappando due generose  bottiglie  di spumante.

Nicolino Civitella

 

27 gennaio 2014

TORNA IL LIBRO 'AGRICOLTURA E TERRITORIO'

La presentazione di questo libro mi ha riportato alla mente la bella lettera che il mio fraterno amico, Nicola Picchione, mi ha inviato dopo la lettura del testo che gli avevo trasmesso in pdf, ancor prima della sua pubblicazione.
Conoscendolo come uomo di grande cultura ero molto interessato al suo giudizio.
La sua grande attualità mi ha spinto a riproporla
 

Caro Pasquale,

ti ringrazio per aver voluto generosamente mettere nel tuo blog le mie poche e superficiali considerazioni sul primo Maggio.

Per il tuo libro, ne ho letto una buona parte. Tratti una materia sulla quale non ho competenze ma ne condivido appieno le idee ispiratrici.

Mi piace questo tuo parlare dell’agricoltura e in particolare di quella del Molise con la voglia di preservarne quelle qualità che il vento che spira da tempo tende a porre in secondo piano. Viviamo nei tempi della quantità che sovrasta la qualità. Si misura, si pesa, si calcola. Il metro quasi unico è la resa, in termini di danaro. Al più, i prodotti della natura debbono soddisfare l’occhio: essere belli, grandi, lucidi. Come quei cani portati nei concorsi, pettinati e profumati, dove un bastardo sarebbe cacciato con disprezzo. Naturalmente, conosco l’importanza di una buona produzione e ricordo i lontani tempi nei quali il contadino non riusciva a trarre dalla terra frutti adeguati al suo lavoro e ai suoi bisogni. Io parlo, però, dello sfruttamento intensivo e squilibrato e dell’uso improprio della terra.

Non bisogna essere pessimisti. La gente, soprattutto le nuove generazioni, si renderà sempre più conto di avere un cordone ombelicale ineliminabile che ci lega alla terra alla quale dovremmo affidarci perché da essa viene e si sostiene la nostra materia. Non è una visione romantica della natura. Non credo nelle affermazioni che tendono a umanizzare la natura: essa non si vendica, non si ribella. Non è fatta per essere al nostro servizio. Semplicemente ci offre i suoi prodotti e per continuare a farlo esige che non venga rotto un equilibrio che si è creato nel tempo. La natura si adatta a tutto, anche alle nostre devastazioni. Incendi, allagamenti, terremoti: tutto sopporta. E’ la nostra fragilità che esige equilibrio, rapporto amichevole con la natura. Non si lamenta neanche se ne turbiamo la bellezza: siamo noi a privarcene. Le violenze che le facciamo si ritorcono su di noi. Gli inganni, gli artifici, i veleni ricadono su di noi. Se aumenta la temperatura o se vengono le glaciazioni, la natura si adegua. Noi ne subiamo le conseguenze. I veleni che le inoculiamo ricadono su di noi, entrano dentro di noi. Rispetto della natura, perciò, è rispetto di se stessi. Il Molise fa ancora in tempo a non lasciarsi andare allo stupro. Purtroppo, ha iniziato a farlo: basta vedere il proliferare delle pale eoliche, senza buonsenso, senza senso della misura. Senza nemmeno amore per l’energia pulita. Solo per avidità. Con molta miopia.

Il Molise è un piccolo lembo del territorio nazionale ancora poco conosciuto, troppo spesso in mano a politicanti che ne fanno un uso improprio e talora devastante. Non ha le bellezze vistose di altri territori, non è uno scenario hollywoodiano non ha il campanile di Giotto o le Dolomiti; non ha le spiagge bianche delle Seichelles e le sue poche spiagge sono state già devastate oltre ogni misura. Ha, però, una campagna che dona serenità; ha tante piccole sorgenti di acque fresche e chiare; ha la sua agricoltura che, spero, ancora conserva certi antichi procedimenti di coltura. Ha piccoli paesi deliziosi che dovrebbero essere più rispettati e curati. Ha un popolo ospitale. Sempre più c’è gente che rifiuta il turismo massificato, stancante, rumoroso, frettoloso. Sempre più ci sono persone che amano un momento di serenità, lontano dal chiasso. Alcuni si rifugiano per le vacanze in conventi che offrono serenità al corpo e all’animo. Ce ne saranno sempre più, stanchi delle grida, stanchi di correre tutto l’anno. Il Molise è una sorta di convento aperto dove non sei costretto a pratiche particolari, dove puoi recuperare la tua pace e ricaricarti di energia. Deve imparare a sapersi offrire uscendo dalle solite sagre paesane a base di pasta e fagioli; ha altro nella sua tradizione, un retaggio culturale antico e prezioso che non si impara nelle università. Deve alzare la testa, imparare a scegliere gli amministratori, liberarsi di incrostazioni e condizionamenti.

Dicevo che non sono esperto della materia che tu tratti ma mi piace questo tuo arare un terreno che ancora stenta a essere dissodato. Voglio credere che tu non sia una voce che parla nel deserto; che tu non sia una oasi tra dune di sabbia. Tu sei una vestale che non fa morire il fuoco. Così vedo il tuo libro come tante altre iniziative che la tua mente generosamente produce.

Oggi siamo ancora sull’ onda che ci trasporta verso mete rovinose di un capitalismo esasperato e degenerato che non sa guardare oltre la deformazione della produzione senza limiti. Il danaro diventa la meta ultima nell’ illusione che dia potere, bellezza, felicità e che tutto possa essere comprato; diventa il padrone dell’ uomo, della sua stessa dignità. Finisce con abbagliare e distruggere finanche se stesso, come i virus che uccidendo gli organismi che hanno invaso finiscono per distruggere anche se stessi.

La crisi che ci ha coinvolto e che sempre più ci coinvolgerà ci potrà aiutare a rinsavire e rigenerarci come fa il fuoco col bosco. Allora territori come il Molise potranno riscattare il loro ruolo, porsi come alternativa. A patto che la gente riesca a scrollarsi di dosso antiche debolezze, un infantilismo che aspetta soluzioni dal padre-padrone, che impari ad amare la sua terra non per astratto campanilismo ma per apprezzarla e onorarla. Conosco agricoltori che ci provano.

Perciò il tuo sforzo continuo- ricco di inventiva e, immagino, di ottimismo- merita ogni apprezzamento. Le tue analisi derivano non solo dalla tua professionalità e dalle tue tante esperienze ma da questo amore che tu porti per la tua terra sino a spingerti a lasciare la Toscana dove pure riuscivi ad essere protagonista ascoltato ed apprezzato. Avrei dovuto dire la nostra terra ma io appartengo a quella schiera di persone che si sono allontanate definitivamente anche se conservano (insieme alle caratteristiche positive e negative radicate dall’ infanzia) un legame profondo. Tu hai rinunciato a ciò che ti poteva dare la Toscana- credo più di quanto non ti abbia saputo dare il Molise- e ti sei immerso in un contesto sociale che è solo apparentemente semplice ed è, invece, complesso, scivoloso, diffidente, restìo ai mutamenti.

Potrai avere momenti di delusione e forse di pentimento. Potrai pensare di non essere capito. Sono certo, però, che continuerai: non solo con la tua professionalità ma anche con lo spirito del poeta che sa cantare anche con i versi la sua terra (un mio amico mi ha inviato da Milano la locandina con la tua poesia sul Molise: “La mia terra ha mani grandi...”).

Perciò auguro al tuo libro successo e ascolto.

Come sempre, con tanta fraterna amicizia.

Nicola

Le foto, sempre di Nicola, sono state scelte da me.

19 gennaio 2014

I MAGNIFICI CINQUE

I cinque oli alla ribalta della festa del maiale a la Piana dei Mulini



il tavolo dei cinque oli e lo chef G. Cammisa

"L'Olio di Flora"
de La Casa del Vento di Larino
il Aurina dei principi Pignatelli
di Monteroduni
I cinque oli alla ribalta della festa del maiale a la Piana dei Mulini 
l'"Hosidius" della Soc. Fonte s.Maria
di Montorio nei Frentani
il "Cluentio" coop.olearia larinese
il "Colonna" di Marina Colonna
di S. Martino in Pensilis

Andrea e Anna Maria
rappresentanti di due aziende partecipanti
in fila per la degustazione






18 gennaio 2014

Dalla parte di un mondo sconfitto ma non ancora scomparso

 da Teatro Naturale

I territori rurali italiani vengono violentati ogni giorno. Occorre allora, con le parole di Alfonso Pascale: “riscoprire le nostre radici per fare in modo che alcune gemme che stanno sbocciando in questi ultimi anni possano dare nuove foglie e nuovi frutti”

Il messaggio che Alfonso Pascale ha lanciato l’altra sera nel Molise, con la presentazione del suo libro “Radici & Gemme” a Montemitro, un piccolo delizioso paese di origine slava posto su una collina che scende verso il Trigno per poi risalire quelle, subito alte, dell’Abruzzo, è stato accolto da un numeroso pubblico, molto attento.
Un libro molto bello e interessante nella sua capacità di raccontare la storia degli ultimi 150anni di questo nostro Paese - ponendosi dalla parte di un mondo sconfitto, quello dell’agricoltura e delle campagne del dopoguerr - con le grandi emigrazioni, in ogni angolo del mondo, che hanno colpito le campagne italiane, e la industrializzazione, che ha preso il sopravvento dopo gli anni ’60 e colto l’attenzione sia della politica che del mondo della cultura.
Il messaggio del libro “Riscoprire le nostre radici per fare in modo che alcune gemme che stanno sbocciando in questi ultimi anni possano dare nuove foglie e nuovi frutti” è un messaggio che ha trovato terreno fertile in questa parte della campagna del Molise, stretta tra due tratturi e segnata da un’agricoltura in mano a coltivatori tenaci e capaci, e si va diffondendo nelle altre parti del territorio di una Regione che conserva ancora la gran parte dei valori della ruralità.
Ben 136 paesi sparsi sui quattromila, poco più, chilometri quadrati di superficie di cui oltre la metà considerati montagne e, le rimanenti, colline, con le pianure non più grandi di un fazzoletto che le statistiche non hanno ritenuto degne di considerazione.
Ben 136 paesi , dicevo, molti dei quali piccoli borghi, circondati da vigne e olivi, orti e seminativi, boschi e foreste, a significare il carattere di città-campagna del Molise che, nell’anno appena trascorso, ha festeggiato il suo 50° anniversario dopo il distacco, nel dicembre del 1963, dall’Abruzzo e il suo riconoscimento di ventesima regione italiana.
La presentazione del libro dell’amico Alfonso Pascale è stata solo l’ultima di una serie d’iniziative, concentrate tutte sul valore e il significato del territorio che, in mancanza di un freno legislativo e, soprattutto, culturale, continua a essere violentato, sprecato, perso, per colpa del cemento e, oggi, dei rifiuti tossici. Nel caso del Molise, anche (Teatro Naturale è stato il primo a diffondere la notizia a livello nazionale) per colpa di una “Stalla” di 12.000 manze, pensata dalla Granarolo e appoggiata dalle forze di governo nazionale e locale, in una realtà piccola, delicata, dove basta poco per stravolgerla, annientando le sue conquiste e, così, cancellando la sua identità.
Per non parlare di una programmazione di altre mille e più pale eoliche che si andrebbero ad aggiungere alle migliaia già installate; cinque centrali a biomasse e la decisione presa dal governo sotto la pressione dei parlamentari locali di realizzare un’autostrada che, si badi bene, non avrà, per i prossimi cinquant’anni, né un inizio né una fine, visto che il primo tratto di poche decine di chilometri è quello centrale.
Il Molise, come del resto la gran parte dell’Italia, è colpito da simili assurdità, che sono, poi, alla base di tante scelte fatte e che, ancora si vanno facendo, tutte all’insegna dello spreco e degli ingenti profitti.
Prima della presentazione a Montemitro di “Radici & Gemme”, il libro che mi ha fatto rivivere i miei cinquant’anni e più di vita spesi per l’agricoltura, il territorio, la sostenibilità, ci sono stati altri interessanti eventi e incontri dove ho avuto modo di porre al centro del discorso la questione territorio, oggi per me primaria, convinto come sono che solo partendo da questo scrigno e dal tesoro che esso nasconde, si può ripartire e uscire dalla crisi profonda.
Non abbiamo altro per programmare il futuro nostro e delle nuove generazioni. Sta qui la necessità di difenderlo questo nostro territorio, non solo dal procedere incalzante delle ruspe, ma anche dalla negligenza e dalla stupidità, per avere così la possibilità di organizzarlo, raccontarlo e valorizzarlo.
Bisogna fare presto se si vuole conservare un bene che è storia, cultura, ambiente, paesaggio, tradizioni, cioè un insieme di valori e di risorse che - come scrive a chiusura del suo libro, Alfonso Pascale - serve alle gemme per riappropriarsi delle radici. Come per dire che non c’è futuro senza il presente e senza il passato e che sta in questa continuità la vita, ossia la rinascita di cui ha bisogno il Molise, il Paese.
di Pasquale Di Lena
pubblicato il 17 gennaio 2014 in Tracce > Libri

17 gennaio 2014

LA XII FESTA DEL MAIALE A LA PIANA DEI MULINI


 
 
 
 
 
 
 
 
 
SABATO 18 GENNAIO
presso La Piana dei Mulini
 
ALL’EVENTO TURISTICO, CULTURALE
e SOCIO- ENOGASTRONOMICO XII ed. 
La Festa del Maiale
 
 
 
IL PROGRAMMA
08,00  Il Rito della Mattanza
09,00  Le Isole dell’Arte e del Gusto
La Mora Romagnola a confronto con il Nero Casertano: lavorazione e conservazione delle carni
 
 
10,00-13,00 Il Convegno
·        Il  pecorino  di  Carmasciano  ed  i  risultati  ottenuti  ANTONIO  LIMONE  (Commissario  Istituto  Zooprofilattico  del
Mezzogiorno - Portici)
·        L’esperienza dell’alta Lombardia MARIO MARTINA (Veterinario ASL Como)
·   Il   formaggio   di   capra   dell’Alta   Valle   del   Biferno:   recupero   della   cultura   del   pascolo   sulle   colline   molisane   LUIGI
ZICARELLI   (Preside Facoltà Medicina Veterinaria Federico II - Napoli)
·   Il  latte  nobile:  un  modello  per  la  zootecnia  per  il  Molise  FEDERICO  INFASCELLI  (Facoltà  Medicina  Veterinaria
Federico II - Napoli)
·   Il  ruolo  dell’Università  del  Molise  nello  sviluppo  economico-turistico  della  regione                                                                                                                 prof.  ANTONIO  MINGUZZI
(Docente Facoltà di Economia, Università degli Studi del Molise)
·   L’Albergo  Diffuso:  un’economia forte  per  il  territorio  prof.  GIANCARLO  DALL’ARA  (Presidente  Associazione
Nazionale Alberghi Diffusi)
 
 
13,30 Visita guidata al piccolo borgo nel Parco del Biferno
La Colazione contadina con degustazione delle eccellenze molisane
La   degustazione   dei   Formaggi   guidata   da   Sabatino   Troisi   (Veterinario   -   Presidente   dell’Associazione   del
Caciocavallo dei Monti Picentini)
La degustazione dell’olio guidata dalle aziende : “la Casa del Vento” di Larino con L’olio di Flora, varietà
“Gentile  di  Larino”  biologico;  Marina  Colonna  dei  Principi  Colonna  di  San  Martino  in  Pensilis  con  l’olio  dop
“Molise” varietà prevalenti “Gentile di Larino, Leccino e Rosciola di Rotello”; Cooperativa Olearia Larinese con
“Cluentio”  della  varietà  “Gentile  di  Larino”  biologico;  Soc.  Fonte  Santa  Maria  di  Antonio  e  Andrea  Albino  di
Montorio  nei  Frentani  con  “Osidius”  olio  biologic  Dop  varietà  prevalenti  “Gentile  di  Larino  e  Oliva  nera  di
Colletorto”;  Azienda  Principe  Pignatelli  in  Monteroduni  di  Antonio  Valerio  con                                                                                                                                 olio  biologico  “Aurina  di
Venafro” in onore della varietà principe del territorio venafrano.
La  degustazione  della  “mora  romagnola”  guidata  da  Ercole  Lega  e  Marisa  Raggi  degli  Alberghi  diffusi
“Locanda Senio e “Al Vecchio Convento”
La degustazione del vino guidata dal Movimento turismo del vino


 
 
 
 

 
 
 
La Piana dei Mulini_
F.V.  Biferno  S.S.  647-Km 7+00  -  86020  Colle  DAnchise  (CB)    Tel.  0874  787330   Tel./Fax 0874  776825
Sito  internet:  ht t p: / / www. lap ia nade i mu l in i. it    E-mail:  info @lap ia nade i mu l in i. it



  
  
A convegno il 18 gennaio esperti scientifici, rappresentanti della cultura delle tradizioni,
giornalisti, allevatori.
ll convegno, che avrà luogo nella suggestiva sede della Piana dei Mulini a Colle d'Anchise,
mira  a  riportare  l’attenzione  sui  pascoli  e  sul  pastore,  come  custode  di  una  risorsa
dimenticata,   ma   con   grandi   potenzialità   socio-economiche   da   mantenere.   Un’idea
convincente che parte da lontano. Fin dal Medioevo i nostri territori erano ricchi di pascoli
tali  da  generare  un’economia  della  pastorizia  forte,  fondamentale  sostentamento  delle
nostre comunità.
Il messaggio vuole essere chiaro, soprattutto per sensibilizzare le giovani generazioni a
non abbandonare la propria terra che ancora oggi può rivelarsi, per essi e per la nostra
società, una grande opportunità.
Nel contempo, ci si auspica che tale messaggio arrivi anche alle nostre aziende presenti in
Regione, per crederci insieme e creare un sistema di produzione e commercializzazione
che diventi un punto di partenza per unofferta turistica di qualità.
Diverse aziende agricole e di produzione artigianale saranno presenti  con degustazioni
delle eccellenze molisane.
 
 
 
 
 
Michele Lucarelli