31 luglio 2014


Tre le  “Tintilia” nella Guida Vinibuoni d’Italia 2015 del Touting club

Sono state decise a Buttrio (Udine) le Corone e le medaglie Golden Star che ogni anno il Touring club assegna ai vini di eccellenza e riporta nella sua prestigiosa Guida “Vinibuoni d’Italia”. Per il Molise due Corone e una medaglia Golden star al vino Doc “Tintilia del Molise” dell’omonima varietà autoctona.
Le due  Tintilia insignite di Corona sono:
 
 
1. la “Sator”, una riserva del 2010 dell’azienda di Vincenzo Cianfagna in Acquaviva Collecroci, uno dei tre paesi che, insieme con Montemitro e San Felice del Molise, fanno pensare alle origini croate;
 

2. la Tintilia 2011 dell’Azienda Terresacre nel territorio Montebello di Montenero di Bisaccia, anch’essa come Cianfagna, nonostante la giovane età, non nuova a riconoscimenti prestigiosi come la corona di Vinibuoi d’italia.

Due, dicevo, dei 640 vini finalisti e dei 418 vini incoronati in rappresentanza di tutte le regioni italiane, ottenuti da conosciuti ed affermati vitigni autoctoni italiani, un immenso patrimonio ampelografico del nostro Paese.

Il terzo vino molisano, sempre Tintilia, premiato con la Golden Star,  è stato  il “Macchiarossa” 2010 della Cantina di  Claudio Cipressi.
Tre riconoscimenti a testimoniare vini eleganti espressioni di varietà e dei territori di origine, ma anche l’orgoglio e l’impegno di questi giovani produttori molisani.

Le congratulazioni meritate per i tre produttori di Tintilia che hanno onorato il Molise e la sua vitivinicoltura, piccola sì ma di qualità, con la Tintilia grande testimone.

pasqualedilena@gmail.com

 

La scomparsa di Giuseppe Politi

piango la perdita del presidente Giuseppe Politi, da me molto stimato e amato. Un grande dolore la notizia della scomparsa di un caro amico che ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni grazie a due progetti da lui condivisi: l'Olivoteca d'Italia (il nome è suo), che stavo per realizzare alla Di Vaira con un primo contributo del Ministero delle politiche agricole poi rimandato indietro dall'attuale presidente della fondazione; la Maratona del Gusto e delle Bellezze d'Italia, il progetto dato a Casa Italia Atletica e che ha visto la Cia partner principale grazie proprio all'entusiasmo del suo presidente. Poi la profonda gratitudine per la presentazione, da lui voluta a Roma nella sede della Cia, del mio libro "Agricoltura e Territorio". Il mondo contadino ha bisogno di vedere realizzato il sogno di Politi, l'unità, e il Paese ha bisogno dei suoi insegnamenti per riportare l'agricoltura al centro dello sviluppo economico. Allego il messaggio  di cordoglio della Cia-Confederazione italiana agricoltori nelle parole dell'attuale Presidente nazionale dell’organizzazione Dino Scanavino

“Con Giuseppe Politi perdiamo un uomo che ha segnato in maniera tangibile l’agricoltura italiana ed europea degli ultimi dieci anni. Aveva un sogno, realizzare l’unità della rappresentanza agricola nel nostro Paese. La Confederazione tutta, dirigenti, funzionari ed iscritti, piange una grande persona, un grande Presidente e per me un grande amico”. Con queste parole, l’attuale presidente nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, dà notizia della prematura scomparsa di Giuseppe Politi. Nato a San Pietro in Lama nel 1950, Politi è stato Presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori dal 2004 al febbraio del 2014. “Il suo è stato un impegno costante e incisivo teso a tutelare i redditi degli agricoltori, a valorizzare il ruolo dell’impresa agricola nel contesto economico e produttivo, ma anche far crescere il settore e con esso l’intero sistema agroalimentare.

            A Politi vanno riconosciuti, in particolare, due grandi meriti: l’autoriforma della Confederazione italiana agricoltori, che ha portato gli imprenditori agricoli alla guida dell’Organizzazione e la nascita di Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative italiane dell’agroalimentare.

Sono stati due obiettivi che ha sempre ricercato con fermezza e ostinazione. Su essi, negli ultimi anni, aveva accentrato tutta la sua azione sindacale. Il loro conseguimento ha rappresentato, per Politi, motivo di grande soddisfazione, che non ha mancato di sottolineare, nella VI Assemblea elettiva del 2014 della Cia che lo ha visto lasciare la presidenza proprio a me.

L’autoriforma della Cia ha rappresentato per Politi un traguardo indispensabile fin dal suo insediamento alla presidenza confederale nel luglio del 2004. Da allora ha costruito tassello dopo tassello il cambiamento. Nel febbraio del 2010, con la V Assemblea elettiva, si è realizzata la svolta storica per l’Organizzazione che ha avuto l’ultimo atto finale proprio con l’Assemblea del febbraio 2014.

Anche Agrinsieme è stato un obiettivo che Politi ha avuto sempre nella mente. Per lui l’unità del mondo agricolo era un’esigenza fondamentale per gli agricoltori e per l’agricoltura. Raccogliendo l’insegnamento dello storico presidente della Cia Giuseppe Avolio, battutosi con energia per l’avvio di un concreto processo unitario, si è mosso in un’ottica ben precisa: quella delle convergenze e dell’azione comune. Un primo deciso passo in questo senso è stata la grande manifestazione del novembre 2005 a Bologna, dove più sigle sindacali agricole scesero in piazza per reclamare più attenzione nei confronti del settore primario. Lo stesso slogan (“Con l’agricoltura per lo sviluppo del Paese. Insieme per le imprese agricole italiane”) dimostrava che la scelta di Politi aveva chiare finalità: aggregare il mondo agricolo e cooperativo per rafforzare il potere contrattuale del comparto e dare prospettive certe agli agricoltori del nostro Paese.

L’impegno di Giuseppe Politi per l’unità del mondo agricolo è stato chiaro nella quarta Assemblea elettiva della Cia del 2006 (dove viene eletto per acclamazione) che si svolse, appunto, sotto la parola d’ordine “Patto, Unità, Reddito”. E gli anni che seguirono sono stati segnati da tappe importanti, ma anche da insuccessi. Ma Politi è andato avanti imperterrito, sempre alla ricerca dei traguardi prefissati. La nascita nel gennaio 2013 di Agrinsieme, di cui è stato coordinatore per un anno, è stata la sua sfida vinta.

            Giuseppe, ovviamente, non si è limitato solo a questi due pur importanti obiettivi. La sua azione è stata a trecentosessanta gradi. Ha tessuto importanti relazioni a livello europeo e internazionale. Soprattutto nell’Ue ha svolto un impegno di spessore e si è battuto con tenacia per tutelare gli interessi degli agricoltori. Nell’ultimo anno, pur colpito dalla malattia, ha cercato con determinazione di contribuire alla costruzione di una riforma della Politica agricola comune (Pac) adeguata ai cambiamenti e alle necessità delle imprese. Non si è fermato davanti a nessun ostacolo. Si è attirato anche critiche, ma ha proseguito con tenacia e con coraggio. La Cia esprime commozione e vicinanza alla moglie Vittoria, ai figli Enrica e Luca, alla amata nipotina Bianca e a tutte le persone a lui vicine”. 

           

27 luglio 2014

L'UNICA, VERA E SOLA ROTTAMAZIONE, LA COSTITUZIONE

Certo, sono anch'io un partigiano, tutti lo siamo nei momenti in cui viene messa in discussione la democrazia. Un articolo che condivido e che riporto soprattutto per chi ha bisogno di sapere come stanno davvero le cose e non si accontenta della propaganda rilanciata dai media. Una risposta chiara a chi si sente preoccupato, a chi si dice stizzito e a chi, approfittando del governo, esegue gli ordini di quelli che
vogliono davvero rottamare questa nostra Italia.

Ecco la nota del presidente dell'A.N.P.I., Carlo Smuraglia

E' eccessivo definirlo "colpo di Stato"?
Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
È un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.

Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.

La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.

 Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?

Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà dell’esecutivo.

 Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti

25 luglio 2014

SE LA POLITICA

Se la politica si accorgesse che l'agricoltura è una miniera d'oro per l'Italia

Fabrizio Barca ha chiesto una nuova agricoltura per l'Italia ma è un progetto impossibile se non si preserverà il territorio, come una piorità, una premessa indispensabile per una corretta programmazione del settore primario
Il 22 luglio scorso il Sole24ore ha pubblicato “la nuova Agricoltura dell’Italia”, un interessante articolo di Fabrizio Barca, che inizia con una mezza verità quando dice “Negli anni recenti molti, tra i quali chi scrive, hanno dovuto rivalutare il ruolo dell'agricoltura nello sviluppo del Paese”. Mezza e non sacrosanta verità, visto che questa sua rivalutazione, frutto di onestà intellettuale, che io sappia, non riguarda molti, ma pochi altri.
E’ comunque un fatto significativo che una personalità come Barca, che ha avuto un ruolo importante come dirigente del Ministero dell’economia e come sottosegretario del Governo Letta, prenda atto della sottovalutazione, se non dimenticanza, del ruolo dell’agricoltura da parte della cultura e della classe politica e dirigente del Nostro Paese.
E’ da augurarsi che anche altri, che, non solo nel passato ma anche nel presente, si sono dimenticati dell’agricoltura, seguano Barca in questa sua riflessione, alla quale va il merito di riportare al centro l’agricoltura e, con essa, il territorio che, insieme con altre risorse e valori, spiega e rappresenta.
Al centro dello sviluppo, visto che è proprio il suo spostamento da perno dell’economia a un ruolo del tutto marginale una delle ragioni importanti di quel rallentamento dello sviluppo economico che, nel 2008, va in blocco e rende la crisi del Paese ancor più pesante che in altri.
Un tipo di sviluppo che all’agricoltura ha rubato pianure e i terreni migliori di questo nostro Paese con la cementificazione spietata venduta, ancora oggi, come segno di benessere e di civiltà.
Lo dimostrano i dati della drastica diminuzione della superficie agricola, del numero di imprese e di addetti, a partire dall’abbandono delle aree, considerate, all’inizio del boom economico, “arretrate”, poi “sottosviluppate” e, solo ultimamente, “marginali” e – lo voglio credere - con il suo significato di “poste ai margini”, che, ultimamente, stanno cogliendo un interesse sproporzionato, per me allarmante.
L’agricoltura, una volta messa ai margini della cultura e dello sviluppo, ha, non a caso, pagato per prima il prezzo di questa esclusione, anticipando di quattro anni la pesante crisi causata dal fallimento di un sistema che si tenta di rianimare con tante respirazioni bocca a bocca, che, però, non fanno altro che aggravare la situazione invece che risolverla.
Tant’è che neanche le risorse considerevoli dei vari programmi comunitari sono servite a dare forza a un’agricoltura posta ai margini e svuotata di programmi e di progetti, soprattutto di una strategia di marketing fondamentale per competere e vincere sul mercato globale. Risorse comunitarie che, con la loro distribuzione a pioggia, sono servite, però, ad alimentare il sottogoverno, indebitare le aziende e ad arricchire solo i fornitori di trattori, concimi e antiparassitari. In questo modo l’agricoltura, soprattutto con la sua zootecnia industrializzata, ha contribuito all’inquinamento di vaste aree e i produttori agricoli sono stati resi servi inconsapevoli delle multinazionali.
Certo, non sono mancate politiche che hanno inciso profondamente e positivamente come quelle della qualità, soprattutto quando questo elemento, fondamentale in un mercato globale dove il consumatore si vuole sentire garantito, trova nel territorio la sua origine.
Un aspetto che, a partire dagli anni ’60 con i vini Doc e Docg e, poi, dagli anni ’90, con le indicazioni geografiche Dop e Igp, riservate alle restanti categorie di prodotti riconosciuti con un marchio a carattere europeo, ha portato l’Italia a vivere primati con le sue 262 eccellenze dop e Igp, pari al 23% delle eccellenze complessive prodotte (1186) dai restanti paesi europei, di cui 15 di origine dei paesi extra Ue.
Un elemento questo ben ripreso nel Piano strategico per l'innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale presentato dal ministro Maurizio Martina nei giorni scorsi per la discussione pubblica. Un documento interessante, che merita l’attenzione non solo del mondo agricolo o degli addetti ai lavori, ma anche di chi vuole davvero contribuire a dare una prospettiva di futuro alle nuove generazioni. Un documento positivo per i tanti temi trattati, tutti di grande interesse, che, a mio modesto parere, manca di una premessa quanto mai necessaria oggi, il territorio.
Un bene finito sul quale riflettere attentamente, così come ha fatto Fabrizio Barca sull’agricoltura, se si vuole ridare centralità al settore primario e renderlo, così, perno di quel nuovo tipo di sviluppo improntato tutto sulla sostenibilità e compatibilità, il solo di cui ha bisogno il nostro Paese e il mondo intero per uscire dalla pesante crisi percorrendo una strada nuova, del tutto diversa dal passato, prima che sia troppo tardi.
Ecco perché il territorio diventa una priorità, una premessa indispensabile per una corretta programmazione dell’agricoltura e, con essa, dello sviluppo economico dell’Italia.
Tutto diventa credibile se il primo atto è quello che porta a bloccare il furto di questo bene primario, il territorio, a partire proprio dalle aree interne, quelle marginali, fra le quali sono da comprendere non solo l’Appennino, ma, l’insieme delle regioni meridionali ed insulari, le più esposte a invasioni di attività che limitano le risorse e i valori propri del territorio. In primo luogo l’agricoltura con il furto di terreno fertile e, come tale, necessario per il cibo che, in queste aree più che altrove, ha potenzialità enormi per esprimere qualità, ma anche storia, cultura, paesaggi, biodiversità, ambienti e tradizioni.
Una miniera d’oro che il Paese non si può permettere di regalare all’avidità e alla stupidità.
di Pasquale Di Lena
pubblicato da Teatro Naturaleil 25 luglio 2014 in Tracce > Italia

21 luglio 2014

LA CUCINA MOLISANA DI A.M. LOMBARDI E RITA MASTROPAOLO


Basterebbe da solo questo libro, uscito, in due volumi, nel dicembre 1986 per Arti Grafiche La Regione di Ripalimosani,  promuovere il Molise e, invece, è da tempo chiuso in un cassetto insieme con la seconda edizione pubblicata da Cultura e Sport editori nel 1995. Peccato!

Ho ritrovato, tra le mie tante carte che mi porto dietro da sempre, tre cartelle che, cogliendo l'occasione di una bellissima serata, all'insegna del Molise, che c'è stata nel Circolo della Stampa lombarda, parla di  questo libro l'anno dopo la sua uscita, 1987.

Una serata di grande cucina, che mi ha dato la possibilità di assaggiare per la prima volta i piatti classici della impareggiabile Concetta, della Trattoria "la Grotta de Zì Concetta" di via Larino a Campobasso. Ricordo di essere andato a quell'incontro, ospiti dello stesso albergo, con il mitico Aldo Biscardi mio compaesano.

Voglio iniziare questo percorso nella Cucina molisana, ricca di nuovi interessanti protagonisti,  insieme con le tre donne prima citate (Rita non c'è più), che meritano un riconoscimento, ben più grande di quello che cerco di dare io con questo pensiero, a quanto hanno saputo e continuano a dare al Molise ed ai suoi incantevoli territori così ricchi di bellezza e di bontà.


pasqualedilena@gmail.com

17 luglio 2014

A Zurigo la vetrina itinerante delle eccellenze agroalimentari dop e igp di Casa Italia Atletica


andrea lalli

 Aperta ufficialmente con un paniere di prodotti delle Murge, l’incantevole altopiano che comprende le provincie di Bari, Andria-Barletta-Trani nel cuore della Puglia e un pezzo di territorio della provincia di Matera in Basilicata. Ad arricchire la degustazione prodotti del Friuli, del Molise e del Veneto. 

L’ occasione la conferenza stampa di presentazione di Casa Italia Atletica presso Zunfthaus zur Saffran, a Zurigo, sede di rappresentanza della struttura operativa della Fidal che accompagnerà i campionati europei di atletica leggera in programma, a metà agosto, nella bella e incantevole città della Svizzera.  

“Una vetrina di profumi e di sapori – l’ha definita il responsabile di Casa Italia Atletica, avv. Mario Ialenti – che, come nei grandi eventi, europei e mondiali dell’Atletica, di un recente passato,  vuole far conoscere e assaggiare le eccellenze agroalimentari di territori vocati alla qualità Dop e Igp, marchi europei che garantiscono dell’origine della qualità i consumatori. Territori - ha proseguito l’avv. Ialenti - questa volta, bagnati dal Mare Adriatico che meritano di essere conosciuti per la bellezza dei loro paesaggi e la bontà della loro storia, cultura e agricoltura, cosi legate alle tradizioni, in particolare la buona cucina e la buona tavola”. 

Dopo quelle dei Campionati del mondo di Osaka, Berlino, Daegu in Corea del sud e Mosca; i Campionati europei di Gotebrg, Barcellona, Helsinki, quelli master di Lubiana, Ancona, Gand e le Maratona di Madrid, Treviso, New York, questa nuova avventura con partner d’eccezione di Casa Italia Atletica come la Cia (Confederazione italiana agricoltori) con i suoi produttori protagonisti delle bontà dell’agricoltura italiana; l’ISNART (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche, società delle Camere di Commercio Italiane) per dare ancora più spazio a un gioco di squadra per la migliore ospitalità e la buona tavola; l’Autorità di gestione del Programma IPA – ADRIATIC con il progetto “Adristorical lands” che, con Cittadella e l’ Associazione Città Murate del Veneto vuole, attraverso itinerari mirati, mettere insieme in un abbraccio realtà di grande valore storico - culturale, paesaggistico – ambientale. 

Le Murge protagoniste con un paniere ricco di Pane di Altamura Dop; Pasta con farina di ceci e di grano arso, cioè bruciato dal sole con le spighe raccolte sul terreno dopo la mietitura; Zuppa di legumi misti (ceci delle Murge, lenticchia verde di Altamura, fave sbucciate, cicerchie); oli, in particolare quelli della DopTerra di Bari”, formaggi come il “Caciocavallo silanoDop, quello di pecora con le scamorze stagionate, vini Doc e Igt e, dulcis in fundo, un assaggio di miele delicato.

Insieme alle Murge, il Molise con un “Caciocavallo silanoDopMaggione” del caseificio Pallotta di Capracotta; il Friuli con lo speck morbido e delicato di Sauris e i vini de La Delizia di Casarza, la cooperativa di viticoltori nata nel 1931 nel Paese del grande poeta e scrittore, Pier Paolo Pasolini e, infine, il Veneto, con il Prosciutto di Montagnana della Dop “Veneto Berico – Euganeo” tra Padova e Vicenza. 

Profumi e sapori che si ripeteranno a Zurigo in occasione del grande evento di atletica e che non solo verranno raccontati al grande pubblico, in particolare quello degli atleti e dei dirigenti delle federazioni, ma, anche, fatti degustare  

pasqualedilena@gmail.com

 

12 luglio 2014

Rinnovabili e territorio, un matrimonio possibile?

Volendo dare una definizione al paesaggio dico che esso è il ritratto del territorio che ci circonda o, anche, di un particolare di questo bene prezioso, unico. Un volto, un corpo che nasconde l’anima e il cuore, la vita che scorre nelle sue vene e nelle sue arterie, la forza o, meglio, le energie che riesce a esprimere in termini di valori e di risorse.
Un volto che merita di essere guardato e ammirato con le sue ombre e le sue luci; un corpo che ha bisogno di essere accarezzato, curato, perché possa esprimere al massimo il suo patrimonio di valori e di risorse, cioè di energie primarie di cui noi esseri viventi abbiamo bisogno.
Il paesaggio quale espressione di bellezza, sia nella sua parte naturale che in quella costruita dall’uomo, nel caso del paesaggio agrario.
Il paesaggio non solo definisce il territorio, ma lo condiziona, tant’è che ogni sua modifica si riflette anche sulle altre risorse e valori che il territorio stesso possiede ed esprime.
Se viene spianata una collina, com’è già successo e continua a succedere in Italia e nel mondo (la Cina ha già cominciato con le montagne, programmando di spianarne ben settecento nel prossimo futuro!) il paesaggio cambia fortemente con la scomparsa di un bosco o di un campo di grano, di un prato o di un vigneto, di un frutteto o di un oliveto. Il territorio, così, resta intaccato irrimediabilmente e ciò succede anche quando si costruisce una casa o una strada, una fabbrica o un capannone, o quando, s’innalzano i pali con pale eoliche e si stendono sul terreno pannelli solari, che pur producono energia pulita.
In una società, quella che viviamo, dove il sistema è guidato dal profitto per il profitto con il tipo di sviluppo finalizzato a consumare e - visto che si è andato oltre - a distruggere e sprecare, anche un bene come l’energia pulita può trasformarsi in male, nel momento in cui diventa occasione di speculazione e corruzione, grandi affari per pochi, e, ciò che è ancora peggio, a scapito dei valori e delle risorse più importanti del territorio, in primo luogo la terra coltivata, fertile, quella che rinnova la sua capacità di donare cibo.
Cibo, quale frutto sia della terra sia dell’uomo coltivatore, di cui ha bisogno un mondo popolato da oltre sette miliardi di uomini, con le previsioni che parlano di nove miliardi alla vigilia del 2050, cioè fra trent’anni poco più. Nove miliardi di bocche da sfamare, sapendo che già oggi, più di un miliardo di persone soffrono e muoiono di fame.
E’ il cibo, quindi, l’energia da privilegiare e ciò è possibile solo se c’è rispetto per il territorio e per una delle sue risorse fondamentali, l’agricoltura, che, non a caso, i promotori e i curatori del sistema economico, ormai fallito, hanno messo in crisi già nel 2004, quale ostacolo di cui liberarsi per appropriarsi più facilmente del territorio.
Anche se personalmente sono un fermo sostenitore delle energie pulite, rinnovabili, dico che esse, dovendo dare una priorità al cibo, possono essere prodotte solo là dove non si fa agricoltura, attività che ha appunto nel territorio l’origine della qualità e della tipicità dei suoi prodotti.
La stessa priorità, di fronte alle rinnovabili, spetta al paesaggio, nel momento in cui esprime uno straordinario valore, la bellezza, che vale avere a disposizione e spendere per un territorio vocato al turismo, soprattutto là dove quest’attività è ancora da programmare.
Dichiarare il 15 giugno “Giornata mondiale del vento” e renderla occasione di promozione dei pali eolici per una loro diffusione, senza, però, parlare di priorità e di regole da far rispettare, vuol dire non avere consapevolezza dei danni enormi provocati dal cattivo uso del vento e del sole. Danni enormi come la perdita di territorio, abbandono dell’agricoltura, aumento delle tasse per i cittadini, crescita della disoccupazione e dell’emigrazione dei giovani, incentivi alla speculazione e alla corruzione dilagante, nuovo assistenzialismo nelle campagne che si aggiunge ai vecchi deleteri assistenzialismi.
In pratica, dando continuità all’eolico selvaggio ovunque o spazio alle grandi opere che non servono a nessuno; nuove autostrade a scapito di strade di collegamento degli 8057 comuni italiani; altri palazzi e altre case quando sono migliaia quelle sfitte, e altre iniziative che perpetuano solo il furto del territorio, un bene comune e non privato, oggi più prezioso che mai, non resta che assistere a un’accelerazione del processo d’impoverimento delle realtà interessate e del Paese tutto. Una scelta non rinviabile sarebbe quella di bloccare subito questo processo e dare spazio a una programmazione in grado di evidenziare le strategie. In pratica le scelte da fare insieme con tutti i titolari del “bene comune” territorio; i cittadini, e non con le lobby, anche per rilanciare la democrazia messa in crisi dalla mancanza, appunto, di partecipazione, che, nell’era della conoscenza che noi tutti viviamo, rappresenta un grosso limite.
Solo se si opera nel rispetto del territorio, l’eolico e le altre energie rinnovabili definiscono il loro ruolo strategico per l’avvio di uno sviluppo davvero sostenibile, che è tale solo se riporta al centro l’agricoltura e, con essa, gli altri valori e risorse del territorio.
In questo modo si riesce a dare spazio alle vocazioni proprie di questo nostro Paese, quali la cultura, la storia, le tradizioni, la bellezza espressa dai paesaggi, la bontà dell’ambiente e, anche, di una cucina che trova questo carattere – mi ripeto - proprio nel territorio, quale origine della qualità.
Partire, quindi, dal territorio (sia terra sia mare), dal vento e dal sole per rendere queste straordinarie risorse (oltretutto le sole che abbiamo) strategiche di uno sviluppo che rende il Paese indipendente dalle risorse energetiche, dal bisogno di cibo, ma capace di mettere insieme un’offerta di beni perfettamente confezionata con lo stile di vita che il mondo c’invidia.
Certo, non saranno contenti i padroni delle multinazionali, gli affaristi, i delinquenti, i corrotti e i corruttori, ma saranno felici le nuove generazioni nel momento in cui sentono salvaguardata la loro identità e si caricano di speranze.
di Pasquale Di Lena
TEATRO NATURALE -pubblicato il 11 luglio 2014 in Pensieri e Parole > Editoriali

 

9 luglio 2014

I VESCOVI DI ABRUZZO E MOLISE SULLA SITUAZIONE AMBIENTALE DI BUSSI

 

 
 
 
“La Chiesa ha la responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità

 anche in pubblico” (Caritas in veritate, 51).
 

            È a tutti nota la situazione dell’area industriale di Bussi sul Tirino in provincia di Pescara e la contaminazione delle matrici ambientali nei pressi degli impianti e nelle aree limitrofe, tanto da essere definita “la più grande discarica di rifiuti chimici di tutta Europa”.

            Come Pastori della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana, per amore alla nostra gente e alle future generazioni, non possiamo restare indifferenti rispetto ai problemi che riguardano strettamente la parte di terra che ci è stata affidata: “Davvero il pianeta è casa che ci è stata donata, perché l’ abitiamo responsabilmente, custodendone la visibilità anche per le prossime generazioni” (Una nuova sobrietà per abitare la terra, Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Conferenza Episcopale Italiana, 2 febbraio 2008).

            L’inquinamento in Val Pescara ha provocato gravi danni all’ambiente e a molte persone e continuerà a provocarne se non si pone riparo con una bonifica integrale, che risani l’ambiente.

Noi vescovi, con un documento del mese di luglio del 2008, Una nuova sobrietà per abitare la terra, abbiamo già fatto sentire la nostra voce riguardo alla nostra terra sempre più minacciata da uno sviluppo che di fatto non tiene conto del “peso” che ha sull’ambiente in cui viviamo.

            Anche Papa Francesco nella catechesi del 21 maggio 2014 ha sottolineato la necessità di custodire il creato: “Dobbiamo custodire il creato perché è un dono che il Signore ci ha dato, è il regalo di Dio a noi; noi siamo custodi del creato. Quando noi sfruttiamo il creato, distruggiamo il segno dell’amore di Dio. Distruggere il creato è dire a Dio: “non mi piace. …E questo non è buono: ecco il peccato…Dio perdona sempre, noi uomini perdoniamo alcune volte, ma il creato non perdona mai e se tu non lo custodisci lui ti distruggerà”.


            Queste parole chiare e profonde richiamano la responsabilità morale di tutti, in particolare chi ha inquinato ed è tenuto a riparare, ecco perché facendoci portavoce delle popolazioni che continuamente si rivolgono a noi, chiediamo che il male fatto, in modo particolare quello della Val Pescara, venga riparato. Dove è stata accumulata la ferita dell’inquinamento, ci sia la riparazione con una bonifica integrale. Questa sarà il segno che è dovuto come giustizia e apertura di speranza.

            Il Signore, risvegli i cuori al senso di responsabilità e conceda un futuro alla nostra terra perché essa possa restare per tutti casa abitabile, spazio di vita per le generazioni presenti e future. 

Pescara, 8 luglio 2014 

+ Tommaso Valentinetti

Presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana


Arcivescovi e Vescovi della Ceam 

8 luglio 2014

Pasquale Di Lena riceve il premio Allium Cepa dall'Accademia Italiana della Cucina

"Affezionato collaboratore di Teatro Naturale gli è stato riconosciuto di essere “un grande poeta delle emozioni e dei sentimenti popolari che ha raggiunto un livello straordinario nella lirica del territorio e dei frutti che la sua generosa natura ci offre, soprattutto uva e olio”

Il Premio Nazionale di Cultura enogastronomica 2014 dell’Accademia italiana della cucina, delegazione di Isernia, giunto alla VI edizione, è andato a un amico caro di Teatro Naturale, da sempre suo affezionato collaboratore, Pasquale Di Lena quale “Un molisano di eccellenza per il percorso tecnico, giornalistico e di valorizzazione nazionale della Regione. Un grande poeta delle emozioni e dei sentimenti popolari che ha raggiunto un livello straordinario nella lirica del territorio e dei frutti che la sua generosa natura ci offre, soprattutto uva e olio”
Un prestigioso riconoscimento consegnato in occasione di una bella e originale manifestazione, “Guizzar di Pesci”, organizzata dalla professoressa Giovanna Maria Maj, delegata dell’Aic di Isernia e coordinatrice regionale, che si è svolta nella città pentra, in occasione della sua centenaria fiera della “Cipolla d’Isernia”, una cipolla bianca schiacciata che si coltiva negli orti delle minute valli che circondano la patria del primo Homo erectus, l’homo Aeserniensis di 750 mila e più anni fa.
Il premio consistente in un grande piatto in ceramica Raku, realizzato interamente a mano - da considerarsi un pezzo unico - da Simona Cimino, riporta, non a caso, sul basso rilievo i testimoni più importati del territorio isernino. come: i Tratturi; il Caciocavallo e la tradizione casearia dell’Alto Molise; la Campana della Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone; la Zampogna di Scapoli; il Grano della Sagra dei Covoni di Pescolanciano; gli Ulivi secolari di Venafro, Pozzilli, Fornelli e Monteroduni e il grande Olio di qualità, riconosciuto dalla storia; la Cipolla e il Tombolo di Isernia, le Forbici di Frosolone, lo Spillone in filigrana d’argento del costume nuziale di Roccamandolfi: l’immagine di un paese arroccato quale esempio di un tipico comune molisano.
Con Di Lena sono stati premiati altri due personaggi: il Presidente nazionale dell’Accademia italiana della cucina, prof. Giovanni Ballarini, e il Direttore del Laboratorio di biologia marittima e pesca a Fano, nonché docente dell’Università di Bologna, prof. Corrado Piccinetti.
Le nostre più vive congratulazioni a Pasquale Di Lena per questo nuovo importante riconoscimento dell’impegno e del contributo dato all’immagine dell’enogastronomia italiana.
di T N
pubblicato il 08 luglio 2014 in Tracce > Italia

Il viavai delle nullità

Chi governa ha la responsabilità della situazione e non può (non deve) scaricare sugli altri le sue titubanze, incertezze o incapacità di saper gestire la situazione.

Tra un commissario che viene e uno che va o, meglio, tra un Iorio che viene cacciato e un Iorio meno esperto che viene eletto, la Sanità, in primo luogo quella pubblica ma anche la privata, rischia di essere cancellata nel Molise, con i molisani a sperare di non ammalarsi.
Tutti corrono al capezzale del moribondo per farsi credere solidali con la vittima e i familiari, liberi dalle  colpe che hanno portato alla situazione attuale.
Tutti, in particolare quelli che hanno sfruttato gli ospedali per la loro carriera politica e professionale; hanno creduto nella filiera di Iorio, ieri, e di Di Laura Frattura, oggi; si sono lasciati incantare dalla demagogia e dall’ipocrisia; hanno dato spazio ai campanilismi sterili non avendo alcun idea da dare alla sanità del domani, che è poi quella di oggi, non a caso un contenitore vuoto in mano a una classe politica e dirigente che ha solo aggravato la situazione.
I partiti, sia quelli di un collettivo che di un padrone privato, come pure le organizzazioni imprenditoriali, professionali e sindacali, applicano la tecnica del silenzio non sapendo cosa dire e, soprattutto, cosa fare.  
Vive solo la propaganda e, intanto, la sanità muore e, con essa, rischia di morire quel Molise che, proprio l’altro giorno, Papa Francesco ha applaudito e ringraziato.

i topi ballano nel formaggio della grande opera


6 luglio 2014

FIORI E NON STERPAGLIE

Tante e belle le parole di ieri del Papa in occasione della sua visita in Molise. Rivolte ai molisani, e, anche, al mondo intero perché, come sempre, precise e puntuali, dirette all'uomo che ha perso il senso della ragione per colpa del profitto, del dio unico, il denaro. Riporto quello che ho scritto questa mattina sul mio diario di fb, "che le parole di Papa Francesco di ieri diventino fiori di un giardino chiamato Molise al posto di campi infestati d'ipocrisia e di demagogia, cioè di sterpaglie morali e culturali che non fanno germogliare semi".
Ho parlato di ipocrisia e di demagogia, armi in mano al potere ed agli uomini che al potere aspirano. Un travaso di parole che scorrono ad ogni tragedia, in particolare quella che, non da oggi, vede come sfondo il Canale di Sicilia. Parole inutili visto che sono identiche a quelle che si coprono di ipocrisia e demagogia. Mi sono ricordato di una mia poesia scritta nel gennaio del 2012 che riporto volentieri.

Arriva un tempo

in cui ci si rassegna

al tempo che passa

come la grande quercia

al vento caldo dei sud

assetati e affamati

di libertà.

Disperati

che urlano la loro rabbia.

Sabbia solo sabbia

come quella rovente

del tempo che passa

che la notte raffredda