28 settembre 2014

la Clean economy per uno sviluppo sostenibile e possibile del Molise



La Clean Economy Molise, l’idea progettuale di uno sviluppo possibile per il domani del Molise, procede sulla strada tracciata anche quando c’è da rimuovere un ostacolo pesante e non facile, qual è quello di una regione senza programmazione e, quindi, nell’impossibilità di poter essere, anche se non un momento di traino, almeno un punto di riferimento e di dialogo sul da farsi.


A questo quarto incontro nella bella sala del Comune di Casacalenda ancora una volta mancava la Regione. Il Presidente Di Laura Frattura, inserito nel programma per tirare le conclusioni, non ha partecipato perché anche questa volta, purtroppo, malato.

In pratica, si è giocato il solito tressette a tre, quello con il morto, che vale solo il tempo di attesa del quarto per completare le coppie contendenti che sono l’anima di questo gioco a carte molto bello.  

Un quarto contendente, il più importante, visto la centralità del suo ruolo, sia per ottenere l’inserimento nel programma nazionale, una volta che viene considerata anche l’agricoltura, che per la realizzazione del progetto, che, partendo dalle caratteristiche e peculiarità del suo territorio, può dare forza e qualità alla nascita e crescita di un’economia pulita che vede al centro l’agroalimentare e lo sviluppo delle sue filiere.


Ed è stato proprio il territorio a fare da filo conduttore di un incontro basato sulla chiarezza e la sobrietà grazie ai suoi protagonisti: il sindaco di Casacalenda, Michele Giambarba, con un indirizzo di saluto per niente formale; l’on. Famiano Crucianelli, che ha introdotto e coordinato l’incontro, presentando la bozza per un’intesa; il segretario generale della Cgil Molise, Sandro Del Fattore, che ha affrontato punti caldi della situazione molisana, come le biomasse, le peculiarità del territorio molisano quale la scarsa antropizzazione che può diventare una grande opportunità; il peso e l’importanza dell’agricoltura e delle filiere che essa può sviluppare; il direttore della Fruttagel Molise; Pietro di Paolo, che ha sottolineato e richiesto l’aggregazione delle imprese agricole per una migliore organizzazione del lavoro e, soprattutto, per avere la forza di affrontare il mercato; la rappresentante dell’associazione Lorenzo Milani,
Prof. Marcella Stumpo, che ha toccato molti punti sensibili come la conoscenza, la partecipazione, la Costituzione e la necessità di difenderla da chi la vuole ridurre a poca cosa, e, dopo aver spiegato il significato, la bellezza e l’attualità della parola “clean”, cioè pulito, ha detto che la realizzazione del progetto può diventare un baluardo contro la voglia di cancellare il Molise.  
 
Interessanti e importanti gli interventi della neo segretaria della Uil, Tecla Boccardi,  del direttore della Coldiretti, Giuseppe Colantuoni e del rappresentante dell’Aiab Molise – Associazione italiana agricoltura biologica, che ha parlato del distretto biologico per un’agricoltura pulita e sociale.

foto p. di luzio
Ed ora – come ha sottolineato nelle sue conclusioni l’on. Giovanni Di Stasi - l’impegno a non perdere di vista l’obiettivo più importante: il cammino di questa idea progettuale per cogliere l’obiettivo di una sua realizzazione nell’interesse dell’agricoltura e, soprattutto, dei giovani e del Molise.

Alla chiarezza e concretezza di un discorso  e all’importanza dell’incontro molto partecipato, che visto la presenza dell’On. Laura Venittelli e del Sen. Roberto Ruta, c’è da aggiungere la bellezza del luogo, Casacalenda, che ben si presta ad essere punto d’incontro e di coordinamento di uno sviluppo dei temi trattati.

    pasqualedilena@gmail.com


24 settembre 2014

Sì al suolo di Ruta


La mozione presentata da Ruta e Caleo, e sottoscritta da altri 54 senatori, che chiede a Renzi, nella sua veste di presidente del consiglio dell’Ue, di attivarsi presso la commissione di una nuova proposta di direttiva quadro sul suolo, è, secondo il mio modesto parere, da ritenersi comunque una buona azione. Essa mette in luce un problema di straordinaria importanza e, come tale, di grande attualità, che ha bisogno di interventi urgenti se non si vuole arrivare a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

A Ruta raccomando - se me lo posso permettere quale ex collega, -di non fermarsi alla sola gestione o tutela, ma soprattutto alla preservazione di un bene che l’Italia perde con un ritmo di 100 ettari al giorno e che, grazie a “Sblocca Italia”, verrà accelerato. Un bene finito che, ripeto, ha forte bisogno (soprattutto in Italia) di essere preservato per essere tutelato e valorizzato. La sola tutela non basta, soprattutto ora che il suolo più fertile (vedi pianura padana), è stato divorato dal cemento e dalla mancanza di attenzioni da parte  della classe dirigente e politica.

Comunque, ripeto,  un’iniziativa positiva quella di Ruta, da me duramente attaccato dalla facilità con cui ha fatto propria l’idea di una stalla industriale, quella di 12.000 manze della Granarolo, fortemente auspicata  dall’intero governo e maggioranza regionale.

C’è da dire, però, che Ruta, a differenza degli altri onorevoli, assessori e consiglieri regionali di maggioranza,  si è pentito ancor prima del No della Granarolo.  Voglio pensare che questo suo No sia stato il frutto dei ragionamenti del Comitato No Stalla, Sì Molise e non solo, che si sono sviluppati intorno a un’iniziativa che - lo voglio sottolineare ancora una volta - fortemente punitiva per il Molise, la sua agricoltura e la sua zootecnia.

Voglio anche pensare, alla luce della mozione presentata, che il senatore campobassano si è reso conto che  i 100 ettari di terreno fertile che servivano alla realizzazione della stalla, erano davvero un’esagerazione, uno spreco di suolo, di ambiente e di paesaggio, cioè di valori e di risorse fondamentali per il futuro del Molise.

Spero che anche gli altri protagonisti della politica molisana, così affezionati ai parchi eolici; alle biomasse, soprattutto quelle che avranno il compito di profumare il Matese; all’autostrada o alle perforazioni dell’Adriatico, prendano esempio dal Sen. Ruta per capire qual è il domani di cui ha bisogno il Molise.

Il Molise ha bisogno di chi capisce e sente il valore del territorio e di chi lo difende anche con la poesia come hanno fatto ieri, davanti alla sede del consiglio regionale, quelli di Campochiaro, Guardiaregia, S. Polo  e Bojano insieme con tanti altri molisani.

                                           pasqualedilena@gmail.com            

21 settembre 2014

Il paesaggio è la risorsa delle risorse

Il paesaggio è la risorsa delle risorse

di Giuseppe Pandolfi e Rossano Pazzagli   19 undefined 2014
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Chi si oppone al Piano Paesaggistico fa una battaglia di retroguardia: è l'opinione che Giuseppe Pandolfi, contadino e  Rossano Pazzagli, storico, entrambi della Società dei Territorialisti, esprimono in questo scritto. Ed è la convinzione di eddyburg e di quanti collaborano a questo sito.

Il paesaggio è la risorsa delle risorse:
chi si oppone al Piano Paesaggistico
fa una battaglia di retroguardia

In Toscana si è aperta sui media regionali la cosiddetta “guerra del vino”, che vede diverse associazioni di categoria del settore vitivinicolo unite in un attacco frontale contro il Piano Paesaggistico proposto dall’assessore all’Urbanistica Anna Marson. Quali sono le accuse mosse al Piano? Dirigismo, astrattezza, vincolismo, intenti punitivi nei confronti di una categoria agricola che ha bisogno invece di mani libere per procedere a innovazioni del settore che presupporrebbero elevata meccanizzazione, accorpamento dei fondi, semplificazione del paesaggio. Addirittura ci si spinge a dichiarare l’esistenza di una minaccia per l’intero settore vitivinicolo, con paventate ricadute socio economiche negative, se tale piano non verrà rivisto nella sua impostazione generale. A noi pare che la polemica scatenata da alcuni settori di vertice dell’imprenditoria agricola sia tesa a delegittimare un piano per molti versi avanzato, che farebbe onore alla Toscana intera e alla sua dimensione rurale costruita nel tempo dal lavoro sapiente degli agricoltori.

Non è a oggi chiaro in quale direzione si muoveranno le osservazioni agli elaborati di piano che le associazioni stanno elaborando, però sappiamo già che sul carro della lotta contro il Piano è salito pure una parte del partito di maggioranza in Regione oltre ad una parte del potere locale.

Alcuni interventi nel dibattito, pur provenendo dal mondo agricolo o comunque vitivinicolo, hanno con buon senso riportato al centro della discussione lo stato reale del settore, come nel caso di Alessandro Regoli, direttore di Wine News, che ha scritto in una sua lettera aperta ai media regionali: “ La Toscana è famosa nel mondo per l’armonia del paesaggio, che quindi va conservato, nell’interesse supremo di tutti. Questo non vuol dire non fare nulla: la programmazione territoriale non si crea mettendo regole, ma cercando di rimodellare bene, in maniera sostenibile, tenendo conto degli effetti idrogeologici e paesaggistici, ma anche senza speculazioni. Il Piano penso che avesse la finalità di “accompagnare” le trasformazioni e non bloccare gli investimenti nel settore agricolo in Toscana”. O come nel caso di Luca Brunelli, presidente Cia Toscana,che presentando un dossier sul Piano paesaggistico elaborato dalla sua associazione, sia pur criticabile e che riteniamo di non condividere (basato sulla antinomia tra l’ “agricoltura tradizionale” secondo loro privilegiata dal Piano e quella “innovativa e competitiva”) dichiara: “è un documento complesso e giustamente ambizioso, che condividiamo negli obiettivi fondamentali, perché mira al contrasto del consumo di suolo; riconosce l’agricoltura quale presidio paesaggistico essenziale; punta al recupero produttivo agricolo di superfici abbandonate. Emerge tuttavia la tendenza ad una visione statica dell’agricoltura […] che individua fra le minacce al paesaggio l’abbandono dell’agricoltura da una parte e i processi di intensificazione e specializzazione dall’altra [...].Per quanto riguarda, per esempio, i vigneti occorre evitare generici giudizi di “criticità” e conseguenti direttive di generalizzato contrasto allo sviluppo del settore. Suggeriamo di applicare l’art. 149 del codice con il metodo seguito in altre circostanze (es. fotovoltaico o biomasse): definendo in quali condizioni, e a partire da quali estensioni, si debba evitare la realizzazione di nuovi impianti o adottare norme tecniche di prevenzione del rischio idrogeologico”. Sono richieste di modifica del testo che, trasformando le raccomandazioni in regole agronomiche chiare e definite, possono dare anche maggior cogenza a quegli indirizzi, e quindi possono definire un terreno di mediazione possibile.

Ma il complesso degli interventi ha avuto un altro taglio, e può aver ingenerato in molti l’impressione che la normativa proposta sia un insieme di vincoli che un potere politico (e accademico) vuole imporre al dinamico e libero mondo di imprenditori agricoli, o per dirla con le parole di Giovanni Busi presidente del Consorzio Chianti «Non può essere un atto politico a dire dove io devo piantare viti o dove non posso farlo, deve essere il viticoltore a scegliere, perché conosce il vino e come lo si fa».Ma per non perdersi in un polverone di dichiarazioni che spesso sembrano estremizzare ed ideologizzare astrattamente, riteniamo utile sottolineare alcuni semplici dati di fatto:


1. Non esiste libero mercato nella viticoltura. È vero (come afferma la CIA nel suo dossier) che l’agricoltura specializzata copre nel suo insieme solo una superficie di 100mila ettari circa, suddivisi tra viticoltura (60mila), ortofrutticoltura (27mila), e florovivaismo (13mila), con una incidenza solo dell’11,7% sulla SAU toscana, e che l’incremento dei vigneti negli ultimi dieci anni (2000 – 2010) è stato soltanto del 2,5%. Non è però vero come sostiene la CIA che “tutti i pericoli paventati dal Piano e nella ‘guerra dei vigneti’ di questi giorni, sono davvero una ‘tempesta in un bicchiere di vino’, ben lontani dalla realtà”.In tutta la UE vige nei fatti il blocco dei nuovi impianti viticoli con un incremento massimo ammissibile nei singoli stati dell’1% della superficie vitata esistente e per normare in Italia (e in Toscana) la realizzazione di nuovi vigneti esiste una procedura basata sul “Diritto di impianto”, tale per cui l’agricoltore non può impiantare se non ha già una vigna da rinnovare con l’espianto, o se non acquisisce il titolo da un viticoltore che vendendo la sua quota di vigna si impegna ad estirparne una superficie equivalente. È un sistema che tutela fortemente le imprese esistenti, frutto delle pressioni delle associazioni del settore sul governo italiano, che ha resistito nelle negoziazioni europee agli indirizzi di “liberalizzazione” che ci venivano chiesti dalla UE. Il sistema al quale l’Italia si dovrà adeguare dal 31 dicembre 2015 prevede infatti che si passi in futuro al sistema delle “autorizzazioni”, che sono nominali alle aziende e che non possono essere commercializzate. Qual è allora il rischio possibile per la Toscana? Che nella fase di transizione al nuovo sistema, come è accaduto per il Prosecco che ha drenato 4000 ettari di diritti di impianto in 4 anni, si possano concentrare su porzioni del nostro territorio diritti di reimpianto derivanti dall’abbandono di vigneti in altre zone o parte di quei 50000 ettari di diritti “in portafoglio” alle aziende viticole nazionali (vigneti “di carta”), con fenomeni locali di riduzione della diversità della maglia agraria sia dove verrebbero espiantati vigneti sia dove verrebbero realizzate monocolture estensive. Il Piano Paesaggistico giustamente mette in guardia da questo rischio, appare anzi sin troppo blando nell’aspetto normativo perché non prevede esplicitamente norme cogenti sulla dimensione massima degli appezzamenti o sulla estensione massima in pendenza delle superfici vitate. Desta perciò perplessità che da parte di molti si ritenga ammissibile e legittimo porre limiti alla libera intrapresa dei singoli agricoltori (della cui autonoma capacità di giudizio e programmazione evidentemente poco si fidano le stesse associazioni di categoria …) con una normativa nazionale voluta dalle stesse lobby dei viticoltori per difendere il valore economico delle colture viticole e la redditività dei diritti acquisiti, ma lo stesso principio con regole peraltro abbastanza generali non valga per difendere interessi e diritti della collettività quali quello al paesaggio (art 9 della Costituzione) e all’ambiente. Il paesaggio agrario, frutto delle equilibrata combinazione tra rittochino e coltivazioni a traverso (tagliapoggio, cavalcapoggio e girapoggio, per non parlare delle più elaborate coltivazioni a spina), sedimentato nei secoli, è una risorsa in sé, ed è una risorsa che da valore alle produzioni di qualità, vino compreso.


2. Le grandi monocolture intensive e specializzate non sono l’agricoltura del futuro. Nel loro documento di contestazione del PP le associazioni vitivinicole dichiarano che il Piano ha una impostazione “anacronistica e sbagliata” perché “rilancia un modello di agricoltura vecchio e non competitivo” bloccando “l’agricoltura di qualità”. Qui c’è un equivoco da sciogliere: i vigneti a rittochino di grande estensione, realizzati accorpando colture o acquisendo diritti di impianto da altre zone, gestiti con la meccanizzazione spinta (macchine scavallatrici) non sono il futuro, ma un aspetto di quella “modernizzazione” che abbiamo visto all’opera nei decenni passati e di cui abbiamo già colto anche i limiti; come tutte le monocolture, hanno massima vulnerabilità a patogeni e richiedono forti interventi antiparassitari, semplificano il paesaggio riducendone l’attrattività turistica e la multifunzionalità ma anche la valenza ecosistemica, diminuiscono i tempi di corrivazione delle acque aumentando il grado di erosione, il rischio a valle e il pericolo localizzato di dissesto idrogeologico; per citare un caso recente, lo stilista Cavalli nel 2008 ha pagato più di 200000 euro al comune di Firenze per rimediare ai danni prodotti dall’impianto di un nuovo vigneto a rittochino che sgrondavano masse di acqua e fango sull’abitato sottostante. Questi aspetti sono ben chiari agli stessi viticoltori associati che, nel Chianti senese e fiorentino, hanno supportato e condiviso quella “Carta dell’uso sostenibile del territorio rurale” nella quale vengono indicate le buone pratiche agricole - ad esempio stabilendo la distanza fra filari di viti, o la necessità di intercalare alberi e siepi fra le varie colture – che coniugano norme estetiche e di salvaguardia idraulica, per tutelare il paesaggio, difendere la biodiversità. Ma la cosa ancor più eclatante (nessuno lo dice) è che la nuova PAC europea dal 1 gennaio 2015 farà entrare in vigore le procedure di “greening”, ossia condizionerà il pagamento del 30% dei contributi agli agricoltori alla introduzione di misure ambientali nelle superfici ammissibili a finanziamento, misure che sono sostanzialmente tre, diversificazione delle colture, mantenimento dei prati permanenti, presenza di aree di interesse ecologico quali boschetti e siepi. L’agricoltura del futuro è quindi quella sostenibile, biologica o biodinamica, a basso impatto, diversificata (che ben si sposa con la salvaguardia di alcuni elementi del paesaggio tradizionale toscano) e le estese monocolture a vite poco hanno a che vedere con questo anche se sul breve periodo possono risultare un grande affare per qualcuno. Chi si oppone oggi al piano paesaggistico appare dunque anacronistico.

3. Le monocolture dell’agroindustria non garantiranno nuova occupazione. In un articolo sempre il presidente del Consorzio vino Chianti Giovanni Busi ha dichiarato a proposito del Piano «Si mette a rischio un pilastro dell’economia e dell’occupazione, oltre che il più inflessibile custode del paesaggio». Fermo rimanendo che in realtà il Piano non impedisce nuovi impianti viticoli né la vivaistica e l’orticoltura in serre, ma cerca solo di influenzarne il modus realizzativo, occorre sfatare un altro “mito”, ossia quello che la “modernizzazione” agricola come la si è intesa negli ultimi 70 anni sia stata un ostacolo all’abbandono delle campagne e una garanzia di presidio del territorio; basti pensare che negli ultimi 30 anni in Italia dal 1980 al 2010 (dati ISTAT) si è passati da 3133118 aziende a 1620884, con un dimezzamento al quale ha fatto da corrispettivo l’incremento della SAU aziendale media, ed una perdita non proporzionale di soli 3 milioni di ettari coltivati (da quasi 16 milioni a circa 13). In tutto questo fenomeno di accorpamento delle superfici, di aumento delle grandi aziende, di “modernizzazione” agraria si passa da 600 milioni di giornate di lavoro (1980) a 250 milioni (2010) , con la riduzione di quasi due terzi del lavoro nel comparto agricolo. L’aumento della superficie aziendale, la rimozione di ostacoli alla meccanizzazione spinta, hanno diminuito in generale la necessità di lavoro umano e, al suo interno, di quello specializzato e qualificato dei contadini, sostituendovi il precariato rurale spesso dequalificato degli stagionali: sul totale di 49 milioni di giornate lavorative nazionali extrafamiliari (2010) 26 milioni di giornate sono quelle del lavoro a tempo determinato. La costruzione di un nuovo paesaggio agrario fondato su mosaici colturali, sull’agricoltura contadina delle piccole-medie aziende e sulla conversione in senso biologico e sostenibile delle grandi aziende, oltre a garantire bellezza e occasioni di reddito ad aziende multifunzionali e multiproduttive garantisce quindi anche più lavoro. Un bel paesaggio agrario è quindi anche un paesaggio sociale vivo e abitato, non un lusso per esteti sfaccendati. 

4. L’agroindustria crea enormi problemi sia alla salute sia all’ambiente toscani. Fabrizio Bindocci (Consorzio Brunello di Montalcino) presentando il documento delle associazioni di viticoltori ha dichiarato che «non ci sono dissesti se c’è un agricoltore attento, perché usa pochi antiparassitari, regimenta le acque, tiene i fossi puliti perché l’acqua scorra…. ». È proprio quello a cui mira il piano; allora perché sono contro?È vero che abbiamo un trend di diminuzione dell’uso di fitofarmaci (-19,8% in dieci anni secondo gli ultimi dati nazionali ISTAT) ma restiamo con Olanda e Francia i paesi con più elevato uso di fitofarmaci per unità di superficie: 5,6 chili per ettaro, 350 sostanze tossiche diverse, 140.000 tonnellate all’anno, che fanno circa un terzo del totale usato in tutta l’Unione europea a 27, pur avendo noi una SAU che è il 7% di quella europea. Nella nostra regione l’intensivizzazione e specializzazione spinta portano a picchi di utilizzo di questi prodotti su superfici ridotte; le ultime analisi di monitoraggio dell’ARPAT sulle acque superficiali toscane destinate alla produzione di acque potabili (fiumi, laghetti e invasi) hanno riscontrato il 30% di campioni con presenza di residui di fitofarmaci (37 su 122 campioni), con 61 diverse sostanze attive da fitofarmaci trovati nel triennio 2010-2013, e tra queste “I casi più frequenti riguardano quattro fungicidi, dimetomorf, tebuconazolo, iprovalicarb e metalaxil, con spettro di azione molto simile fra di loro, presenti in prodotti commerciali di tre diverse ditte produttrici e utilizzati in viticoltura” (ARPAT toscana 2013). Il quadro che emerge è inquietante, con 15 diversi pesticidi trovati alla presa dell’Anconella a Firenze, 18 a Quarrata, 11 nel laghetto di Fabbrica a San Casciano. Si potrebbe aggiungere a questo che Mancozeb e Gliphosate (un fungicida e un erbicida) sono in quantità i prodotti più usati in Toscana dopo rame e zolfo e che il Mancozeb in particolare contiene etilenbisditiocarbammato di Manganese, un prodotto la cui manipolazione (secondo le nuove tabelle ministeriali per le malattie professionali in agricoltura) può produrre nel coltivatore l’insorgenza del morbo di Parkinson anche 10 anni dopo il contatto. La costruzione di un paesaggio agrario articolato e differenziato, nel quale le fasce di rispetto da fiumi e laghi tornino ad essere vegetate e protette da contaminazione, nel quale le colture abbiano maggiori difese endogame richiedendo meno trattamenti, è quindi un modo per difendere dall’avvelenamento tanto i pozzi della comunità quanto i contadini e i consumatori.

La posta in gioco nella discussione sul Piano Paesaggistico è a nostro avviso molto alta, si tratta di decidere qual è il modello di agricoltura che vogliamo per il nostro futuro e perciò auspichiamo che questa discussione non resti solo appannaggio di chi difende interessi particolari o peggio speculativi. Il territorio rurale toscano, e il paesaggio agrario che ne è la dimensione visibile, sono beni preziosi e comuni, di tutti. E le sue trasformazioni devono essere governate, non subite. L’interesse per il piano paesaggistico, dunque, non può rimanere limitato a pochi addetti ai lavori, ma deve coinvolgere tutti quei soggetti attivi in un possibile cambiamento di scenario, dai GAS alle associazioni di tutela dell’ambiente e del territorio, dalle associazioni di categoria più lungimiranti ai cittadini sui territori come in parte è già avvenuto con i momenti di partecipazione seguiti dalla Regione nella costruzione del piano.

Questa “guerra del vino” ci pare una polemica scatenata ad arte per impedire – dilazionandola nel tempo – l’approvazione del piano, con il coinvolgimento anche di una parte del potere politicoregionale e locale (come sta avvenendo purtroppo per la nuova legge urbanistica), magari per aspettare la fine della legislatura regionale e poi avere le mani libere con un altro assessore all’urbanistica. Agricoltori e studiosi, Università e mondo rurale hanno l’interesse comune a ribadire il valore del piano e a denunciare il tentativo di poche lobby di ostacolare un equilibrato governo delle trasformazioni del paesaggio e quindi del mondo rurale. Quando qualcuno dice che non può essere la politica a decidere gli indirizzi delle trasformazioni, significa che secondo lui devono essere il mercato e gli affari a dettare le scelte. Stupisce che autorevoli associazioni di categoria si prestino a questo gioco e che in Regione molti invece di difendere il proprio piano cerchino di ritardarlo nella speranza di affossarlo. È solo il disperato tentativo di rilanciare un modello che ha prodotto guai, cioè un paesaggio più semplificato e banale, un suolo più fragile e un sistema economico che adesso è strutturalmente in crisi. Alla crisi si risponde mettendo il territorio e l’agricoltura, la buona agricoltura, al centro dell’attenzione culturale e politica, non riproponendo gli stessi paradigmi che l’hanno generata.

Molise tra storia e paesaggio

 
 
Io domani ci sarò alle ore 17.00 al Palazzo comunale di Ferrazzano per ascoltare i dotti relatori. Troppo importante il tema e di grande attualità. Il paesaggio è di fondamentale importanza per capire il suo legame con il territorio, la biodiversità, l'agricoltura. Un valore straordinario da spendere per dare un futuro alla nostra terra e alle nuove generazioni.
 
 
 

20 settembre 2014

Il paesaggio è identità

 da Teatro Naturale

Si dice – ed io sono d’accordo – che nei periodi di grande crisi la bellezza è la prima a essere maltrattata.

La crisi sistemica che viviamo lo sta dimostrando con un attacco crescente a questo straordinario valore, che c’è sottratto proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno per viverlo, soprattutto come antidoto a un mondo che ci deprime con i suoi risultati sempre più negativi. Tanto più se questo valore, la bellezza, è un bene comune legato a quel patrimonio unico che è il territorio.

Parlo del paesaggio, cioè della rappresentazione del territorio che ha in sé la memoria del lavoro delle generazioni passate.
Penso a un piccolo borgo, con il suo campanile nella parte più alta e intorno le minute case perfettamente in armonia con il territorio; i campi coltivati, ma anche a quella parte che l’uomo ha salvaguardato non toccandola.

Alla bellezza di un paesaggio corrisponde di solito un territorio di qualità, quale insieme di valori e di risorse come la storia, la cultura, le attività agro-pastorali, la tradizione, questa fonte inesauribile della cultura dei luoghi, di una comunità!
Pensiamo alla tradizione in cucina quale espressione anche di bontà, cioè di qualità.
Non a caso la qualità è nell’origine, il territorio, l’elemento strutturale che il paesaggio permette di percepire con le identità dei luoghi.

Un lungo processo (memoria) di relazioni tra l’ambiente e l’uomo, un dialogo continuo che è venuto meno negli ultimi decenni, andando, così, a intaccare un altro patrimonio universale dell’umanità, essenziale per le nostre vite, la biodiversità.

Il territorio, negli ultimi dieci anni, ha perso oltre due milioni di ettari di superficie in confronto agli otto persi nei 90 anni precedenti e altri, purtroppo, ne perderà con le ultime scelte politiche che vanno sotto il nome di “Sblocca Italia”. Una parola d’ordine più che una necessità per un paese in ginocchio, che suona come un vero e proprio messaggio pubblicitario. Una pubblicità per chi vuole continuare a mangiare altro territorio di un Paese che ha il primato in Europa e nel mondo dei prodotti Dop, Igp come di quelli tradizionali, molti dei quali straordinari testimoni di territori conosciuti, noti in tutto il mondo; della biodiversità, soprattutto olivicola e viticola, dei paesaggi più belli, unici.
Primati che spiegano bene il successo che da anni la Toscana vive nel mondo con la cura della sua ruralità, l’attenzione per le sue tradizioni, la bellezza dei suoi paesaggi, la storia e la cultura, cioè l’insieme dei valori e delle risorse proprie del territorio.

Un patrimonio messo in discussione da un sistema, scoppiato nel 2008, che si tenta di rimettere in piedi pur sapendo che è fallito con la sua logica del consumismo e dello spreco, della ricerca di cogliere un solo obiettivo, il profitto. Un processo che è andato avanti senza grandi problemi e preoccupazioni fino a quando non ha intaccato gli equilibri naturali e messo in discussione l’intero pianeta, che, quest’anno, dal 19 di agosto non ha più niente da dare fino alla fine dell’anno. Come dire che quando questa data sarà il 30 di giugno, necessiteranno due pianeti per dare una risposta alla vita, anche la nostra.

Eppure non dovrebbe essere difficile capire che meno territorio vuol dire meno paesaggio, meno biodiversità, meno agricoltura, meno cibo (altro che nutrire il pianeta!), meno eccellenze, meno gastronomia di qualità, meno cultura, meno storia da raccontare, meno partecipazione, meno democrazia, e, anche, meno identità con la riduzione ai minimi termini e la loro conseguente sparizione della gran parte dei comuni e, con loro, delle tradizioni.

Ed io quando penso al paesaggio, mi viene in mente immediatamente l’agricoltura che lo caratterizza e il territorio che si identifica in questi due elementi così legati l’uno all’altro.

Penso alla bellezza diffusa in questo nostro Paese, soprattutto dei luoghi che mi circondano e fanno vivere la mia identità, ma anche che mi hanno ospitato per tanti anni e di quelli che ho avuto la fortuna di visitare.

Una ricchezza straordinaria, come dicevo diffusa, che, se utilizzata e ben spesa, fa credere a un’inversione di tendenza, alla possibilità di incamminarsi su una strada che scansa il baratro e porta lontano, oltre lo stesso paesaggio che hai sotto gli occhi, in pratica a sognare un futuro all’insegna della sobrietà, della bellezza, della bontà e della consapevolezza della propria identità, che solo la cura del territorio ti può dare.
 
di Pasquale Di Lena
Teatro Naturale - pubblicato il 19 settembre 2014 in Pensieri e Parole > Editoriali

17 settembre 2014

C'è il Molise a MUNDUS VINI 2014


Pasqualedilenainforma
DA iTALIAATAVOLA

Tre medaglie d’oro delle 216 assegnate all’Italia sono andate a tre vini molisani,  entrambi di Campomarino, la città del vino per antonomasia, due,  un “Biferno” Doc, Gironia rosso 2007 e un “Molise” Falanghina 2013,  dell’azienda “Borgo di Colloredo” dei fratelli di Giuglio e uno, “Ramitello” 2011, dell’azienda Di Majo Norante di Alessio di Majo Norante.

Grandi vini che onorano la vitivinicoltura molisana e le due aziende produttrici che, non da oggi, si stanno facendo conoscere nel mondo grazie a importanti riconoscimenti, come quello di MUNDUS VINI, uno dei rinomati concorsi, conosciuto in tutto il mondo, fondato da Christoph e Andrea Meiningere e che si svolge ogni anno a Neustadt in Germania.

L’Italia con 445 medaglie (9 Gran medaglie d’oro, 216 medaglie d’oro e 220 d’argento, è risultato il primo Paese tra i 35 rappresentati, davanti alla Germania ed alla Spagna.

Un bell’applauso ai Di Giulio e a Di Majo Norante che con i loro grandi onorano la vitivinicoltura molisana e portano nel mondo il Molise, dimostrando che c’è.

 

  

15 settembre 2014

Dal mercato la libertà del poduttore e il futuro dell'azienda agricola


I dati, riferiti ai valori, dei primi sei mesi dell’esportazione dei nostri vini nel mondo accusano rallentamenti significativi tra il primo e il secondo trimestre 2014 e un mantenimento di fronte allo stesso periodo dello scorso anno.  
                                                                Fonte: Corriere Vinicolo su dati Istat
Non per tutte le Regioni, visto che ce ne sono alcune che migliorano significativamente come il Friuli Venezia Giulia (21,4%) e l’Abruzzo (11,4%)  e altre che peggiorano come la Calabria (- 43,5%), la Sicilia (-36,3%), l’Emilia Romagna (-22,4%) o il Molise (-17,5%) che incassa 550mila euro in meno, cioè 2.596 euro di fronte ai 3.161 dello scorso riferito al primo semestre.

Una perdita notevole se rapportata al valore complessivo dell’esportazione e al periodo breve di un anno, che rende ragione al mio articolo di qualche settimana fa dove mettevo in evidenza l’azzeramento da parte dell’assessorato all’agricoltura della regione Molise dei 466mila euro destinati dall’Ocm alla promozione dei vini nei paesi terzi.

Un articolo non gradito dall’assessore regionale, che ha risposto con motivazioni che non hanno fatto altro che darmi ragione. Infatti i dati prima riportati non fanno altro, purtroppo, che confermare il mio ragionamento che, senza quelle importanti risorse e la mancanza di una programmazione delle iniziative, fanno pensare a un peggioramento della situazione a partire dal prossimo anno.

Il detto dice “chi si accontenta gode”, ma data la realtà è più facile che “rode” invece di godere, volendo pensare che è molto interessato alla questione.     

 A determinare la situazione generale dell’export di vino italiano incidono, a mio parere,  certamente la crisi ed i segnali di guerra che ci riguardano da vicino, visto che arrivano da territori non lontani dal nostro Paese e dall’Europa, ma, anche qui, come per il Molise, è da registrare la mancanza di una programmazione e, all’interno di essa, di una strategia di marketing riguardate le nostre produzioni, soprattutto quelle agroalimentari.

E’ questo il segno di una pecca antica, la scarsa attenzione, più o meno diffusa in questo nostro paese, al marketing,  una scelta sempre più prioritaria per darsi obiettivi e avere i mezzi giusti per raggiungerli.  Una bussola, in pratica, per non navigare a vista, che porta la nave a raggiungere i porti dove si è programmato di approdare.

Obiettivi che, una volta colti, segnano il successo di questo o quel prodotto, di un’impresa, di un settore, dell’immagine di un territorio e, con esso, dell’intero Paese, e, soprattutto, la continuità di questo successo dal quale dipende la programmazione della produzione.

La totale mancanza di una strategia di marketing è dimostrata proprio dal non utilizzo, se non in parte (ben 33milioni di euro quelli non utilizzati nel 2013) delle ingenti e importanti risorse dell’Ocm vino destinate alla promozione di questo prodotto, che, non a caso – bisogna dirlo - ogni anno accusa preoccupanti riduzioni riguardanti la produzione, il consumo e gli scambi.

Un limite culturale che riguarda il mondo del vino e dell’agricoltura in generale (istituzioni, produttori e trasformatori), che incide fortemente sulla crisi che vive la nostra agricoltura e il ruolo di centralità che le spetta di svolgere ora e domani.

Non capire che dal mercato dipende il futuro dell’agricoltura vuol dire bloccare le sue enormi potenzialità e svuotare così il senso della sua centralità particolarmente  urgente oggi.

pasqualedilena@gmail.com   

 

14 settembre 2014

VENDEMMIA NELLE CANTINE D'UVA


angelo d'uva
filare di vite Montepulciano
C’ero anch’io questa mattina alle Cantine D’Uva di Larino a vivere una giornata all’insegna della vendemmia con Cantine aperte, l’iniziativa del Movimento del Turismo del vino.
 
 
Come in altre occasioni attento a seguire Angelo nelle sue dotte spiegazioni sulle uve di Montepulciano, tra vitigni, portainnesti, terreno, vigoria vegetativa, foglia, grappolo, acino, buccia, polpa, semi o vinaccioli.
si vendemmia
 
Montepulciano
E poi a degustare con Enrica il succo dell’uva appena macinata, priva di ogni fermentazione, e, ancora, in cantina a seguire il discorso sulla fermentazione nei vasi di acciaio con il cappello formato dalle bucce che sale e non appena cominciano ad aprirsi, di nuovo in basso perché possa risalire a grumi e poi ricompattarsi di nuovo. 
 
Nella bottaia a seguire i processi di maturazione e di affinamento dei vini che si affidano al legno ed alla capacità che questo ha di farli respirare e vivere prima di essere imbottigliati per un loro ulteriore affinamento, pronti per deliziare gli occhi e la bocca dell’assaggiatore con il suo particolare gusto.

Enrica Luciani D'Uva
 Secondo i dati i consumi di consumo di vino a vantaggio di altre bevande ed è anche questo il segno dei tempi della crisi che porta a punire la bellezza e la bontà, oltre che un amico vero dell’uomo che meglio di ogni altra cosa spiega il valore e l'importanza della moderazione.   
Domenica prossima un nuovo appuntamento con la vendemmia di Cantine aperte alle Masserie Flocco di Portocannone con la brava enologa Maria Concetta Raimondo, anche lei come i D'Uva ex allieva dell'Istituto tecnico agrario di Larino, la mia scuola di tanti anni fa 

pasqualedilena@gmail.com



8 settembre 2014

LA CIVETTA

il camino, la trappola
La civetta mi ha riportato a quando ragazzo, grazie al mio compagno di scuola e di strada, Gino Battista,  ho visto solo i suoi grandi occhi illuminati su un albero dell'orto del mio amico nella curva di Marchione a Larino.



allarmata

Poi me l'hanno fatta sempre pensare come l'uccello che portava sfortuna quando cantava (chi sa do cante e pe chi cante).





rassegnata
Di recente ho avuto il piacere di tre visite in casa attraverso il camino. Una grande emozione ed un piacere rivedere da vicino i suoi grandi occhi che da ragazzo mi avevano impressionato.







intimidita


Ve la presento prima di ridare a lei la libertà persa per colpa della curiosità o, lo voglio credere, della voglia di venirmi a trovare.




attenta

Comunque questa sua falsa nomea è servita a salvarla da quanti diversamente la potevano cacciare, ammazzare con la stessa facilità con cui si sono e si ammazzano tutti gli altri animali.





curiosa


Prima di lasciarla e farla tornare a volare veloce con le sue grandi ali verso gli olivi e i cipressi, le ho raccomandato di cantare per rallegrare la luna, sia quando è piena che ingobbita.


il saluto e la gratitudine per la riconquista libertà

5 settembre 2014

L'ARCA DI NOE' E LA BIODIVERSITA'

Parlare di biodiversità e, soprattutto, delle perdite che ogni giorno intaccano questo straordinario patrimonio, è un dovere perché da questo patrimonio dipende la vita del pianeta, quindi, la nostra vita. Il processo di degrado è andato molto avanti tanto da far dire agli scienziati che stiamo per raggiungere il limite, quello che segna il non ritorno.

Nessun governo è in grado di fermare questo processo perché ognuno di essi è guidato non dalla politica ma dall'economia, cioè banche, finanza, multinazionali.

Intanto, per cominciare a riflettere insieme riporto a chiusura di questa mia premessa un articolo che parla dei semi, cioè della vita, che non sono più patrimonio di chi questi semi li ha sempre avuti, i coltivatori, i produttori, soprattutto di orti, ma di multinazionali che hanno avuto la possiilità, con la complicità dei governi, di appropriarsene, impoverendo tutti noi che siamo i veri e soli proprietari.

Ogni giorno, dicevo, in un modo o in un altro veniamo derubati da queste potenze finanziarie e dalle loroscelte, guidate solo dal profitto che i governi mettono in atto e che portano al furto di un bene comune primario, il territorio.

L'esempio è sotto gli occhi di tutti, l'annuncio chiamato "sblocca Italia" di Renzi e del suo governo che farà lievitare il furto di 100 ettari al giorno di terreno nel nostro Paese, in primo luogo nelle regioni del meridione e nelle isole.
Un governo che tiene a cuore il proprio territorio e quello che il territorio esprime in termini di biodiversità e di ecosistemi naturali, dovrebbe preoccuparsi di quello che perde prima di dare gli annunci delle scelte fatte.

A proposito dei  salvatori di semi, c'è anche nel Molise - per fortuna - un custode dei semi e si chiama Michele Tanno che, per l'agricoltura molisana ha tanti altri meriti ancora, non ultimo quello di aver ascoltato, più di 25anni fa, un mio accorato appello lanciato da Siena e di aver così salvato la Tintilia dall'estinzione. Basta chiamare Tanno e chiedergli di cosa ha bisogno la sua "Arca di Noè" e di cosa c'è bisogno per creare una banca dei semi e, soprattutto, come registrarli per difenderli dai ladri autorizzati quali sono le multinazionali, che rendono servi i coltivatori, distruggono la biodiversità e rendono noi e la terra sempre più poveri.

Con gli annunci - ormai una vera e propria epidemia con i tanti imitatori a livello locale (anche nel Molise si va diffondendo l'annuncite) - si governa solo la miseria che, come si sa, non ha niente da dare al futuro!

Intanto il Lyon's di Larino sta preparando un incontro in programma nella prossima fiera di ottobre proprio sulla biodiversità e uno dei relatori sarà proprio Michele Tanno

4 settembre 2014

MENO TERRITORIO, PIU' INQUINAMENTO

La mia carriera politica è nata, a cavallo degli anni ’70, sull’immondizia di Firenze nel mezzo dei quartieri S. Quirico, Il Ronco e Le torri, in via Baccio da Montelupo, là dove c’era la Sede dell’A.S.N.U. (Azienda Speciale Nettezza Urbana), che, in mancanza di rinnovo del contratto con il comune di San Piero a Sieve, aveva trasformato il suo piazzale in una discarica a cielo aperto. Una montagna di “monnezza” in una zona di nuova espansione edilizia dove arrivavano i fiorentini del centro e di altri quartieri di Firenze, non lontano dall’Isolotto che, in quel periodo, viveva la fama di Don Mazzi.
In pochi giorni la montagna di “monnezza” aveva raggiunto l’altezza delle case, che da poco tempo si andavano riempiendo di famiglie.
La sezione del Pci di San Quirico e Legnaia mi ha invitato a partecipare, come suo rappresentante, a un’assemblea pubblica nella Casa del Popolo de Le torri, dove c’era la sede di una forte cellula della sezione stessa.
Il mio intervento, a nome della sezione, ha suscitato l’attenzione soprattutto delle donne presenti, in modo particolare delle nuove arrivate, fra le quali Gina, una delle tabaccaie che aveva affrontato con il suo petto ancora portentoso i fucili dei tedeschi e, insieme alle altre, li aveva respinti. Le donne non hanno paura quando hanno deciso il da farsi, diversamente dagli uomini, e questo loro coraggio, scoperto in quell’occasione, me lo porto dietro da sempre.
Questo mio ritorno indietro della memoria è dovuto alle notizie appena lette riferite a “Sblocca Italia” che, in verità sarebbe meglio dire, “Distruggi Italia”, visto che il programma, tra furti di territorio, favori alla criminalità organizzata e agli speculatori e nuova cementificazione, prevede anche la costruzione di nuovi inceneritori che, già allora, si sapeva che erano fortemente inquinanti.
La lotta, dopo tre giorni di blocco della raccolta dell’immondizia in tutta la città di Firenze, ha dato lo spunto all’allora giunta Bausi - contro il parere del movimento che era nato e che mi aveva nominato sul campo suo punto di rifermento impegnandomi nella sua guida dopo aver avuto il consenso della sezione - di dare incarico alla progettazione di un inceneritore a Campi Bisenzio lungo l’autostrada A1.
Un incarico che ha portato all’arresto dell’allora assessore Giannelli, accusato di aver preso tangenti dalla ditta costruttrice. Un’accusa destituita da ogni fondamenta tanto che Giannelli diventa uno dei collaboratori fidati dell’allora Ministro all’agricoltura, Marcora, da tutti riconosciuto il più bravo di tutti i Ministri che sono passati, prima e dopo, in via XX Settembre.
Un inceneritore che ha avuto vita breve: chiuso, poco tempo dopo che è stato inaugurato, dalle lotte dei cittadini di Campi e del territorio circostante perché fortemente inquinante. Tutti lo sanno, anche Renzi e i renzini lo sanno, ma il padrone di oggi, quello che ha preso il sopravvento sulla politica, non ammette discussioni nel momento in cui ha dato ordine di eseguire il suo volere.
Il capitalismo speculativo è, come sanno bene i neoliberisti del Pd che lo sostengono e lo promuovono, autoritario, assoluto, incapace di accettare il confronto dialettico che esisteva nel tempo dei grandi scontri.
Sono passati più di quarant’anni da quel mio primo impegno politico alla testa di un movimento spontaneo, che ha vinto con la forza dell’unità e della ragione questa prima sua battaglia importante e poi altre nel corso di quei primi anni ’70. Una battaglia che per me è rimasta una grande lezione di vita oltre che politica, combattuta anche contro il mal di stomaco del mio partito, parlo della federazione fiorentina del Pci.
Oggi, grazie a Renzi e al suo partito personale, il Pd, torna lo spettro dell’inceneritore e dei gas nocivi che emana contro la salute di interi territori, abitati o coltivati.
L’aspetto che mi preoccupa di queste scelte è che le vittime sacrificali di una politica che divora il bene più prezioso, il territorio, saranno le aree fino a ieri ritenute marginali, L’Appennino e il Sud con le Isole, ma quello che più mi disturba è la propaganda di questo governo a guida Renzi, che ha persino sorpassato quella del maestro Berlusconi. Sta rottamando il Paese e afferma che lo sta salvando. Riesce a mettere in risalto ogni iniziativa che annuncia di portare avanti, non importa se l’una in contrasto con l’altra.
In pratica  si ruba territorio con “sblocca Italia” e, in contemporanea annuncia, con o senza il suo Ministro, di rilanciare l’agricoltura puntando sulle sue eccellenze o, come nel caso dell’Expo 2015, di “nutrire il pianeta” con questi prodotti tipici di grande qualità e, poi, sostiene gli inceneritori che, con la loro costruzione, non solo sottraggono territorio che prima produceva cibo,  ma inquinano anche quello che rimane.
Solo demagogia che porta a pensare al gioco delle tre carte, con il giocatore che si avvale di fidati spalleggiatori, indispensabili per invogliare i creduloni a scommettere anche quando sanno di perdere.
Viene da credere che questa è arte!
pasqualedilena@gmail.com

3 settembre 2014

LARINO HA BISOGNO DI METTERE INSIEME LE SUE ANIME PER NON MORIRE


Oggi sono andato in  Banca, Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Larino, ed ho appreso dal cassiere la soppressione della sede, e, quale persona gentile, mi ha consigliato di rivolgermi alla filiale di Termoli per il futuro.

Una Banca, soprattutto in questa fase di crisi, ha il polso della situazione di una realtà e, quindi, è da credere che sa che non ha più senso, oggi e ancor più domani, spendersi per Larino, una città che muore ogni giorno.

Muore  con la chiusura dell’ospedale, decisa da tempo e accelerata dalla scelta di una sanità privata a scapito di quella pubblica; la perdita del Tribunale, grazie a Renzi e ad un suo Ministro che usa le forbici al posto del cervello; il declassamento del polo scolastico per giochi di potere locale e scelte politiche provinciali e regionali; l’annunciata chiusura della Riveco per mancanza di commesse; la crisi dell’agricoltura.
Una crisi, quella del settore primario dell’economia, per la verità non di finanziamenti, ma di uso errato degli stessi, che, mentre affamano i coltivatori e li costringono ad abbandonare la terra in modo da facilitare un uso diverso da quello di produrre cibo, favoriscono le politiche assistenziali sempre più funzionali a chi, senza soluzioni di continuità, vuole controllare politicamente ed economicamente il mondo agricolo e renderlo, così, oggetto di scambio di voti con chi governa, oggi come ieri, la regione e l’agricoltura.
Non si può continuare, poi – visto che viene da lontano - a far finta di non vedere il vuoto di programmazione e progettualità della classe dirigente e politica della città frentana, come pure, la mancanza di iniziative tese a prevenire e non piangere quello che è già successo e non si può più cambiare per scarsa attenzione e scarsa lungimiranza, come i fatti prima accennati - purtroppo -  dimostrano.
C’è, a mio parere, una sola soluzione per porre riparo a questo precipitare di Larino ed è quella che il sistema fallito continua a negare con tutte le sue forze, la partecipazione. 
Solo la partecipazione, le idee, il sogno, sono in grado di trovare la soluzione adatta a bloccare questo precipitare di una situazione che, se passa ancora tempo, sarà difficile se non impossibile bloccare. Solo la voglia di sapere, conoscere e fare, può dare quella risposta positiva che serve anche al Molise, nel rispetto della sua autonomia e della sua identità. Sono sempre più, purtroppo, quelli che parlano di questa nostra Regione per sentito dire, o, anche, per mancanza di tempo e voglia di piegarsi per raccogliere in un pugno la terra e degustarne i sapori e stare lì, per un attimo, fermi ad aspettare il vento che porta in giro i suoi profumi.
Bisogna cogliere una fortuna che oggi, tra tante disgrazie, Larino ha ed è la presenza di tante associazioni, soprattutto culturali, che tanto fanno per animare Larino, molte delle quali nelle mani di donne capaci.
E allora perché non sperare che una di queste associazioni o di queste donne, prenda  l’iniziativa di organizzare un incontro tra tutte le associazioni e aprire un confronto attento sulla situazione pesante che vive Larino e le soluzioni possibili per dare risposte puntuali alle singole problematiche prima sottolineate?
Soluzioni che devono impegnare la politica e la classe dirigente (locale, regionale e nazionale) a metterle in atto per salvare una città che serve al Molise, alla sua autonomia e identità, al suo futuro.
pasqualedilena@gmail.com