28 gennaio 2015

Olives from the 20th century to the 21st

 
Un "convegno piuttosto atipico" che si è tenuto a
Tel Aviv l'11 e il 12 di gennaio u.s. e raccontato dall'Accademico dell'olivo e dell'olio Andrea Fabbri. Un sesoconto che riporto volentieri per capire che c'è un mondo, quello olivicolo, che non dorme ma pensa al domani dell'olivo e dell'olio. Una realtà, questa, che, con i suoi paesaggi e le sue proprietà di alimento naturale e, come tale, sano per l'uomo, è bellezza e bontà.
Quella bellezza e bontà propri dei territori italiani che, grazie a quel ricco patrimonio di biodiversità olivicola, hanno il merito di esprimere anche la diversità degli oli. Centinaia di varietà autoctone, sparse sulle 18 regioni italiane interessate dall'olivo, che danno un primato mondiale all'olivicoltura italiana.

24 gennaio 2015

Altri tagli alla sanità

Ben 4 miliardi in meno con la legge di stabilità 2015 che, aggiunto il miliardo e sessantacinque milioni ereditato dal 2013, fanno oltre cinque miliardi e mezzo. Dicono che c’è ancora qualche altro miliardo da essere preso in considerazione. Si guardano bene dal toccare i privilegi, i patrimoni, e, così, si aggrappano alla salute dei cittadini, cioè ai più deboli e bisognosi se uno pensa ai tanti anziani, molti dei quali soli.

Sta tutto nella logica neoliberale del sistema, quella che dice che solo chi ha i soldi può essere curato, nel momento in cui al centro del vivere civile non c’è più l’uomo ma i quattrini. Ecco perchè quando senti dire a gran voce la parola “riforma”, devi preoccuparti e capire che essa, in pratica, vuol dire taglio delle conquiste, democratiche e sociali, ottenute con le lotte dei cittadini, in particolare dei cittadini lavoratori che, per i renzini e i berlusconini, sulla base delle direttive emanate dai loro padroni,  devono essere sconfessati, maltrattati, umiliati.  

E alla testa di questa tremenda campagna delle riforme c’è un partito, il Pd dei Veltroni, degli Amato, dei Fassino, dei Ciamparino, delle Serracchiani (ha detto, con la solita bella faccia tosta, che i miliardi tolti alla sanità non sono tagli del governo ma rinunce da parte delle Regioni!), fino a ieri, dei Cofferati, e di altri vecchi comunisti e socialisti, stampelle degli altrettanto vecchi democristiani e, ancor più, dei poveri padroni, nostrani e internazionali, sempre più affamati.

Un esempio per far capire a te che hai bisogno di democrazia e di servizi, soprattutto a te che paghi le tasse per non averli, che la parola “riforma”, un tempo importante, oggi è solo una grande fregatura per quelli che ne hanno davvero più bisogno, in primo luogo il Paese.

E, così, se si aggiunge la perdita di fette importanti di territorio, procede senza soste la rottamazione, quella vera mai annunciata e spiegata, che riguarda proprio il Paese.

21 gennaio 2015

L’agricoltura muore per mancanza di scelte politiche non di risorse.


 di Giorgio Scarlato - coltivatore di Palata in provincia di Campobasso sempre pronto a portare il suo contributo per spiegare il mondo di cui è un protagonista e per denunciare i limiti culturali e politici di una classe dirigente dell’Italia e del Molise che ricadono sull’agricoltura e sono tanta parte della crisi che vive il Paese.
 
Nell’attuale situazione di crisi nazionale, e questo da anni, c’è il settore agricolo colpito in modo grave e particolarmente  preoccupante che sempre più si affossa. 
 
Non è facile fare il contadino oggi in Italia e in modo particolare in Molise.
 
Vessazioni fiscali (gli ultimi appesantimenti : l’IMU sui terreni e l’abbattimento delle agevolazioni sul gasolio agricolo); “credit crunch”, la stretta creditizia  (che ha colpito in modo particolare il Sud Italia ) che ha ridotto l’accesso al credito ( rating agricolo basso, ossia la classificazione del rischio finanziario) a causa del maggior costo sugli interessi e dalla assenza di meccanismi di garanzia efficienti; la concorrenza, europea e mondiale, accanita e senza un minimo di parità concorrenziale ( prodotti chimici vietati in Italia ma consentiti da leggi-deroga in altre nazioni)  con le relative derrate importate e quindi vendute legalmente nel nostro Paese. Ciò è scoraggiante.Ma che mondo è, che modo di confronto commerciale si applica in Italia? Evidente che è una guerra ad armi impari e la catastrofe agricola è sotto gli occhi di tutti.
Perché per il contadino italiano c’è il divieto di usare tale prodotto chimico  (se nuoce alla salute è giusto che lo si vieti) e poi si importano produzioni agricole, spagnole, canadesi o americane che siano, trattate con quei prodotti vietati in Italia mentre le nostre derrate marciscono sugli alberi, nei campi? ? E’ lecito? Che prodotti si importano? Di che qualità? Perché non si usano  identici parametri per tutti?Questo è il modo, la maniera di tutelare il lavoro agricolo, la salubrità alimentare, tutelare il consumatore e quindi la sua salute?
Aggiunti alla concorrenza sleale ed accanita basata da agricolture industriali latifondiste, dallo sfruttamento della manodopera, dalla mancanza di diritti civili porta a far sì che le aziende agricole nostrane chiudano.
A questo punto il quadro è chiaro: è un problema di scelte politiche, non di risorse (“stimolano “ le importazioni ed affossano il prodotto nazionale).O peggio: scelte di politiche nazionali miopi volute o dettate da imposizioni delle multinazionali, dai “poteri forti” e quindi di scelte obbligate alla “loro” sottomissione, al “loro” asservimento?
Il reddito agricolo italiano, diminuisce di anno in anno. Ad esempio l’11% in meno solo nel  2013. I ricavi dalle vendite delle derrate  non compensano minimamente i costi sostenuti per produrle. Territori irrigui che prima erano interessati a colture di pregio quali barbabietole da zucchero, pomidoro da industria, finocchi, produzioni sotto le serre, etc.  ora sono ricoperti da colture povere quali grano duro, favino, pisello proteico, girasole se non addirittura incolte. Ed anche qui  entrano i costi alti delle gabelle dei  consorzi di bonifica.
Ogni tre minuti un’azienda agricola  italiana chiude i battenti: o perché fallita o perché svenduta.
Nei tribunali, specialmente quelli del Meridione, di  elenchi  ce ne sono. Basti pensare che tantissime aziende nel Mezzogiorno, compreso il Molise, non sono più in “bonis” ben 700 mila su 980 mila. 700.000 aziende sono “incagliate” (con problemi di pagamento) o in “sofferenza” (soggette a procedure concorsuali tipo fallimento, liquidazione).Le colpe? Dello Stato, assente e per qualche verso folle, istituzionalmente parlando, che da decenni non protegge il settore agricolo nazionale con leggi e regolamenti  seri, atte a tutelare le produzioni nazionali; anzi  barattato con tutto e dai tanti governi succedutisi  negli ultimi 25 anni.
Il “made in Italy”? Solo parole non supportate da concretezze. Si parla ma non lo si tutela. 
E’ di qualche settimana fa che (forse in occasione dell’Expò 2015?), per bocca del ministro delle Politiche agricole Martina, grazie ad un apposito decreto, è stata istituita la “Cabina di regia sulla pasta” per promuovere e sostenere la competitività dell’intera filiera, dalla produzione primaria del frumento fino alla trasformazione della pasta attraverso l’incentivazione, lo stimolo e il supporto ad accordi di filiera tra coltivatori di grano e produttori di pasta per il sostegno alle coltivazioni di grano duro di qualità.  Sarà la volta buona? Potrebbe essere altrettanto per il comparto lattiero-caseario, per quello bovino, per quello suino, etc..? 
Anche in Molise il Comitato agricolo “Uniti per non morire”, nel suo piccolo, in modo costante, lo ribadisce da ben 5 anni; da ben 3 assessori regionali al ramo. Si è cercato di  aprire un  tavolo di confronto, stimolando le Istituzioni regionali, per un accordo di filiera tra cerealicoltori aggregati, mugnai, pastai e panificatori della regione per ridare valore alla materia prima regionale attraverso la produzione di paste e pani tradizionali ottenuti solo con grano locale. Inutilmente. Scarso interesse privato o disinteresse pubblico? La realtà è che ad oggi nulla c’è di concreto.
Diversamente, nella  vicina Puglia, la Regione si è fatta  garante tra le parti, contribuendo nella concretizzazione dell’accordo con qualche industria pastaia locale.  
Per far in modo che il nostro Molise si risvegli da questo lungo letargo, bisogna far sì che cresca anche l’indotto agricolo. Il nostro territorio, la ricca biodiversità, il rispetto delle regole e dell’ambiente, sono fondamentali a produrre la materia prima di qualità che occorre affinché ciò possa avvenire.
Bisogna dare gli stimoli giusti, indirizzi, regole da rispettare e coalizzazione.
L’industria di trasformazione locale di conseguenza potrà così fregiarsi realmente dei suoi prodotti trasformati. Ci saranno vantaggi, anche economici, per tutti. Solo così potranno unirsi la tipicità legata alla regionalizzazione, la genuinità, la qualità, la salubrità dei prodotti trasformati.
Valorizzazione che porterebbe ad un connubio vincente  tra il settore agricolo e quello agroalimentare e al definitivo sviluppo del settore turistico.
Solo così il contadino con la sua terra, la sua cultura e le sue tradizioni potrà e sarà in grado di svolgere in modo completo il suo compito: la sostenibilità ambientale, la sovranità alimentare, la dignità sociale e la difesa dell’occupazione. Caso contrario e di esempi  reali già ce ne sono, scenderanno in campo i ”prenditori”, e non gli imprenditori,  che compreranno a prezzi  stracciati, le nostre aziende. Quali? Criminalità organizzata, capitali finanziari e multinazionali.
I loro interessi? Sfruttamento delle terre in modo scriteriato, senza rispetto per l’ambiente e vantaggi economici immediati.  Il resto non conta. Il “land grabbing”. Il “land grabbing” o meglio l’accaparramento delle terre che, come un tarlo, ha già iniziato ad entrare pure nella nostra regione. Fermiamolo: siamo ancora in tempo per farlo. Come? Con una programmazione seria, reale e funzionante; calata sulle effettive necessità e realtà del territorio.
Diversamente, entreremo anche noi  a far parte di quella grande schiera di emigranti ma, questa volta, in casa nostra. Altri non aspettano che questo.  Sta ad ognuno di noi adoperarsi affinché ciò non avvenga.

20 gennaio 2015

ELETTRODOTTO GISSI-FOGGIA. QUESTO SCONOSCIUTO

 
    Non c'è più pace con questi governi distratti e senza la bussola della programmazione.
    Un altro problema che riguarda il futuro del Molise, soprattutto
    il nostro territorio, quello della fascia litoranea più ricca di agricoltura e di aziende: Montenero di Bisaccia, Petacciato, Guglionesi, Larino, San Martino in Pensilis, Ururi.








     
     Quest’opera imponente, in realtà, dovrebbe proseguire verso sud attraversando le aree collinari di Abruzzo, Molise e Puglia fino a raggiungere Foggia. Attualmente il progetto è in fase di Valutazione di Impatto Ambientale nazionale presso il Ministero dell’Ambiente.E’ composto da centinaia di sostegni alti tra 50 e 76 metri che modificheranno radicalmente il paesaggio, occupando vaste aree che saranno espropriate e/o assoggettate... a servitù di passaggio.
     
    Ecco cosa mi scrive oggi dalla bella Sicilia la mia amica Eleonora proprietaria, con la madre, di un bellissimo oliveto
    Buongiorno Pasquale,
    ma tu non scrivi mai quando parli di distruzione degli elettrodotti a 380 kw che vogliono fare e stanno distruggendo tante aziende e la gente si ammala.

    Te lo dico perché sono dei mostri e la nostra battaglia a riguardo va avanti da 4 anni ed ancora non si sa niente, solo siamo riusciti a raggruppare più di 20 aziende nel mio territorio.
    un saluto
    Eleonora
    Il giorno 20 gennaio 2015 00:26,

A paure


 Cuanne scennie u sòle,
e u sòle scennie e nghiane
sèmpe
maie, però, nu s’tésse punte
nu s’tésse memènte,
pe n’atteme ze sènte
nu selènzie ch’éllucche
ze lamènte
come nu s’trazie forte
che te rès’te dend’a mènte.

E’ a tèrre
che nen ne po’ chiù
té paure da nòtte,
dù scurdele ch’érrive,
ma èncòre de chiù de l’ome
c’a pèrse a raggiòne e scave,
rombe, mannie, reiette,
pègge de cuille de prime

 

La paura

Quando scende il sole/e il sole scende e sale/sempre/mai però nello stesso punto/nello stesso momento/per un attimo si sente/un silenzio che urla/si lamenta/un forte strazio/che resta nella memoria//E’ la terra/ che non ne può più/ha paura della notte/ del buio che arriva/ma, ancor di più, dell’uomo/che è impazzito e scava,/distrugge, divora, vomita, /peggio di quello che c’era prima.

Gennaio 2015 - pasqualedilena

16 gennaio 2015

Ma l'olivicoltura italiana ha ancora un valore?

 di Pasquale Di Lena

C’è chi ha pensato di scioglierli puntando tutto sulla possibilità di raccogliere olivo e olio in tutto il Mediterraneo affidando tutto alla grande capacità di blending dell’industria olearia italiana e, in seconda battuta, indicando al mondo dell’olivicoltura la scelta degli impianti super specializzati spinti dalla Spagna che, a loro parere, dovrebbero fare i miracoli. Altro che miracoli, così si distrugge solo quel poco che è rimasto e che serve per ripartire!
Il pensiero diffuso fino ad ora è tutto rivolto alla quantità, lasciando a quel poco che resterà dell’olivicoltura tradizionale, il compito di fare la qualità. Uno spiraglio di luce sui produttori e i territori italiani che riusciranno a rimanere ancora salvi dalla cementificazione. Per esempio, lasciare alle Dop e all’unica Igp il compito di rappresentare le produzioni locali da mettere a disposizione di quei pochi fortunati amatori dell’olio che sanno del valore e del significato del marchio Dop e Igp.

Tutto rientra nella logica propria di quelli che si sentono padroni del mondo, o, comunque, del loro mondo, che è quella della semplificazione che porta all’omologazione e all’uniformità. L’arte del momento, soprattutto da parte di chi, sposando la moda del neoliberismo, pensa solo al profitto e alla quantità come unico elemento di competizione che può vincere sul mercato.

Questa loro arte di semplificare il mondo, lo stesso pianeta, e di trasmetterlo a chi il mondo lo governa, sta tutto nella potenza del denaro, accumulato e da accumulare!

Dentro tutta questa logica della semplificazione ci sono i disastri, le macerie, i pericoli che il mondo vive ogni giorno e, ogni giorno, sempre più.

L’Italia olivicola, quella delle colline e delle aree interne che, bontà loro, possono anche rimanere, ma solo come elemento decorativo, è solo un esempio della logica della semplificazione con la quantità unico obiettivo, dovunque e comunque si possa raccattare.

L’olivicoltura con la sua agricoltura contadina, quella che ha dato un fondamentale contributo alla notorietà e all’immagine di qualità che oggi l’olio italiano vive nel mondo, e, c’è di più, allo stesso senso e significato “qualità” dell’olio di oliva, fino a definirne i caratteri e renderli punti di riferimento di tutti gli oli provenienti dalla frantumazione delle olive.

Contro la tentazione della facile semplificazione serve davvero avere chiaro il quadro rappresentativo della nostra olivicoltura e della nostra agricoltura fondamentalmente contadina.

La sola possibile da noi e, come tale, da rafforzare, e non da cancellare con l’idea di una sua industrializzazione, se si vuole dare una continuità a questo settore primario e parlare ancora di agricoltura. Cioè dell’attività che da sempre dà cibo e, che da sempre, nutre l’uomo, anche con il suo patrimonio di cultura, storia, tradizioni come pure di ambienti e paesaggi, che vanno a definire e offrire la qualità e non solo, la diversità.

Ecco, diversità, quale valore aggiunto della qualità, che l’olivicoltura italiana, con il suo ricco patrimonio di biodiversità, può mettere in campo, nel momento della globalizzazione dell’olivo, come una carta di sicuro vincente. Un patrimonio di biodiversità olivicola che raddoppia quello complessivo del resto dei paesi olivicoli, costruito da una storia antica dell’attività agricola, ma, soprattutto, dai suoi differenti territori, che già ora ci vede primeggiare e fare la differenza sui mercati. Basti pensare soprattutto ai successi che vivono le nostre indicazioni geografiche, Dop e Igp, nonostante il vuoto della comunicazione del valore e del significato di un marchio di garanzia del consumatore – valido, oltretutto, per tutte le eccellenze europee - grazie al rispetto del disciplinare di produzione e i relativi controlli.

Un aspetto, quello della biodiversità, che diventa decisivo per competere, sia con le quantità che con le qualità offerte dal mercato.

Bisogna partire da qui, dalla qualità e dalla diversità che la nostra olivicoltura è capace di mettere a disposizione del consumatore più esigente, e non dalla quantità, se si vuole ridare all’olivicoltura italiana la motrice più adeguata e, così, dare una risposta alla pesantezza della situazione prodotta da un andamento climatico sfavorevole che ha caratterizzato la raccolta delle olive 2015.

Non servono le semplificazioni, le facili scorciatoie, perché non portano da nessuna parte e, soprattutto, perché impercorribili domani, quel domani che non è nella natura e nella mente del denaro. Serve, invece, fare una respirazione a bocca a bocca al mondo dell’olivicoltura, dare spazio a un dialogo e ciò è possibile solo se c’è il rispetto reciproco dei protagonisti del confronto. Soprattutto la consapevolezza che, quando si parla di territorio, del luogo che contiene ed esprime un insieme di valori e di risorse, si sta parlando di un bene comune e non di proprietà di qualcuno.

Sta alla regia attenta dell’istituzione pubblica far capire il significato di “bene comune” per non dare spazio a interessi personali e pensare alla propria terra.

Il dialogo, e solo il dialogo, è in grado di dare all’olivicoltura italiana la possibilità di continuare, con la predisposizione di un piano e di una strategia di marketing, a esprimere meglio il suo ruolo e a far capire che essa è, ancora una volta, vincente sul mercato, per la qualità e la diversità che riesce a esprimere con dovizia di particolari.

Questo fa dire che anche chi, curando soprattutto la quantità, ha svolto un suo importante ruolo nella ricerca e conquista dei mercati e di milioni o miliardi di consumatori, non può, ora più che mai, fare a meno della motrice qualità e diversità. Si sa che il mercato globale ha bisogno di quantità, ma dimenticare che il valore aggiunto di un successo vissuto che ci ha sempre visto primeggiare nel mondo con le professionalità espresse dai nostri confezionatori, stava nella qualità e nell’immagine del nostro Paese. Tant’è che le nostre industrie olearie, fra le più conosciute al mondo, da qualche anno sono patrimonio della Spagna.

Pensare bene al proprio ruolo ma anche al ruolo svolto e che possono svolgere gli altri per fare squadra, sapendo che distinguersi con le peculiarità a disposizione vuol dire farsi notare e, non solo, andare al superamento delle confusioni vissute fino ad oggi sul mercato del consumo.
pasqualedilena@gmail.com
Teatro Naturale - pubblicato il 16 gennaio 2015 in Pensieri e Parole > Editoriali

11 gennaio 2015

IL “MOLICASEUS” DELLA SCUOLA DEL GUSTO

il dirigente Santella


Sebastiano Di Maria
 
Se il buongiorno si vede dal mattino quello di ieri, che ha visto l’apertura del terzo appuntamento con la Scuola del Gusto, è stato non solo un buongiorno bello ma ricco di straordinarie e importanti riflessioni che hanno riguardato l’agroalimentare, con il mondo dei formaggi protagonista.
Un mondo complesso, ricco di storia e di cultura e, nel caso del Molise, di antiche tradizioni e usanze, come quella della transumanza che, nel corso di millenni,  ha reso il Molise una terra di passaggio in quell’andare e tornare (trac-tur) alla ricerca del cibo, dell’alimento, quale primaria energia per gli animali come per l’uomo.

Serena Di Nucci
Dalla transumanza alle stalle a stabulazione fissa; dall’agricoltura contadina a quella industriale, soprattutto alla vigilia della fine delle quote latte decisa dall’Europa che aprirà a forti concorrenze con il rischio di profondi mutamenti dello scenario della zootecnia italiana, in particolare dei piccoli e medi allevamenti e della trasformazione artigianale;  dalla qualità e biodiversità che caratterizzano i nostri territori alla uniformità di prodotti e alimenti che la scelta obbligata della quantità da parte dell’industria produce.

Altrettanto interessante il discorso sul marketing e quello sul turismo con un chiaro riferimento alla manifestazione più importante dell’anno, che avrà inizio a Maggio a Milano, l’Expo, con le sue luci e le sue ombre che i ritardi stanno rendendo ancora più spesse.

Un inizio, quello del terzo appuntamento con la Scuola del Gusto pensato e organizzato da Sebastiano Di Maria, con il patrocinio dell’Istituto Agrario “San Pardo” di Larino e la sponsorizzazione dell’Atm, l’azienda di trasporto del Molise, all’insegna dei giovani che ieri sono stati i veri protagonisti. Parlo di Serena Di Nucci, da poco meno di un anno tornata dal Piemonte con la laurea dell’Università di Pollenza, che ha impressionato per la proprietà del linguaggio e la capacità di rendere chiari temi per niente facili. Poi i professori, Simone Iocca, insegnate dell’Istituto tecnico Agrario di Larino, e Angelo Presenza dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara.

Una riflessione scaturita dal convegno è quella del valore e del significato del territorio che ha bisogno, in un Paese, l’Italia, e in una Regione, il Molise, di diventare sempre più patrimonio comune se si vuole avere la forza e la capacità di salvarlo da chi lo vede tutt’uguale dal nord al sud e solamente oggetto di speculazione e non di identità, qualità, storia , cultura, tradizioni.

I tempi sono scaduti, ma se siamo in grado tutti di far crescere la consapevolezza che il territorio è un bene comune e non una proprietà privata, possiamo sperare di farcela a lasciare ai giovani il solo bene di cui hanno bisogno per sognare e costruire il domani.
Angelo Presenza
Simone Iocca
In questo senso la Scuola del Gusto che, in due giorni ha chiuso le iscrizioni con cinquantaa adesioni, può dare un contributo sostanziale alla risposta di informazione, formazione e partecipazione, tre elementi necessari per capire la realtà che viviamo, non subirla ma cambiarla
pasqualedilena@gmail.com

 

10 gennaio 2015

Per i nostri giovani il ritorno alla terra è una speranza non una realtà

di Pasquale Di Lena

Guardando oltre la propaganda dell'assalto alle campagne ci sono le difficoltà quotidiane di cavarne un reddito. Due dati su tutti: su 100 anziani alla guida delle aziende agricole, sono 14 gli under 40; solo il 5% dei giovani prende in mano l’azienda agricola di famiglia
 
Il ritorno alla terra, spesso raccontato da interessati che vogliono far credere che l’agricoltura è viva e considerata, non c’è in Italia e, comunque, meno che in altri Paesi. Ci sono i dati a dirlo e, per capire, ne bastano due: 1. Su 100 anziani alla guida delle aziende agricole, sono solo 14 i giovani; 2. Solo il 5% dei giovani prende in mano l’azienda agricola di famiglia.
Tutto questo dentro il quadro allarmante di una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il dato del 43,9%, come dire un giovane su due è senza lavoro.
Se uno pensa alla pesantezza della crisi e al fatto che l’agricoltura questa crisi l’ha anticipata di quattro anni (2004), e, se uno pensa anche all’emarginazione culturale e politica che continua a vivere l’agricoltura, a partire dal grande esodo dalle campagne degli anni ‘50/60, che ha fatto da struttura portante del boom economico, è ben spiegato l’atteggiamento dei giovani di ieri e, anche, di oggi.

Il giusto reddito che non c’è, perché - data la debolezza e, a volte, l’interesse della rappresentanza del mondo contadino - esso viene preso, strappato, rubato: dalla burocrazia da una parte, e, dall’altra, dall’industria di trasformazione e dalle “moderne” catene commerciali che decidono quali prodotti e di quale Paese del mondo e, per i prodotti italiani, i prezzi di quelli agricoli che, spesso non pareggiano i costi di produzione.

La mancanza di reddito e lo stato di soggezione nei confronti dell’ente pubblico e degli altri interlocutori della filiera, determinano quello stato sociale che i giovani, soprattutto quelli che vivono in campagna, rifiutano cercando rifugio altrove.
Tant’è che là dove l’agricoltura con i suoi principali testimoni, in primo luogo il vino, dà un reddito che permette di investire nell’azienda aprendo anche a nuove opportunità, il giovane non solo resta ma è ben orgoglioso di raccontarlo agli altri, fino a vantarsene con le ragazze come facevano quelli della mia generazione con la macchina.

C’è, poi, il solito coro che addebita alla struttura della nostra agricoltura, cioè alla scarsa dimensione delle aziende italiane, 7,9 ha., la superficie media per 1.630.000 aziende registrate, le difficoltà di vivere e raggiungere un adeguato reddito.
Circa otto ettari di superficie media, è vero, sono pochi per un tipo di coltura ma, è altrettanto vero, che sono più che sufficienti per un altro tipo di coltura. Comunque, aldilà di questa più che normale riflessione, c’è da dire che niente viene fatto per stimolare i coltivatori ad associarsi e che grida ancora vendetta il blocco voluto, soprattutto da parte della rappresentanza del mondo dell’agricoltura, dell’associazionismo dei produttori, subito dopo, fine anni ’70, l’approvazione del decreto di recepimento della norma comunitaria.

Tutto questo conta come riflessione, ma la vera verità è che l’agricoltura è stata messa ai margini dello sviluppo e che sempre più è svuotata di politica, che vuol dire programmi e progetti che vanno ben oltre la logica di puro sostegno della Pac e dei Psr, ancora bandiere di demagogia sventolate dagli assessori di turno che, a ben vedere, servono più per sfruttare l’agricoltura a vantaggio dell’industria e dei servizi.
Si aumenta il parco macchine, l’uso dei concimi e degli antiparassitari, l’abuso di acqua e il risultato è quello d'indebitare oltre il necessario l’azienda. È questo il modo più efficace per costringere il coltivatore a lasciare o a svendere il proprio terreno alle mafie delle pale eoliche, degli inceneritori, delle centrali a biomasse, delle discariche di rifiuti nocivi, del cemento.

E, così, la parola d’ordine “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”, che anima l’Expo 2015, suona più come una minaccia che come uno stimolo per la nostra agricoltura in difficoltà, che – non lo dimentichiamo - ha il merito di aver dato sempre cibo, contrassegnato da qualità e tipicità con i suoi mille e mille territori e i suoi rinomati testimoni, molti dei quali il mondo copia.
L’Expo, mio malgrado, rischia di diventare un “de profundis” per l’agricoltura contadina, nel momento in cui le decisioni le prende definitivamente l’industria e solo per dare spazio allo sviluppo di un’agricoltura e zootecnia superintensiva, cioè a uno sfruttamento esasperato del territorio, perché, per l’industria, il bisogno di competere e vincere sta tutto nella quantità e non nella qualità.

L’agricoltura italiana ha la possibilità di vincere sui mercati, scegliendo di competere con la qualità e la ricchezza di diversità dei suoi prodotti. In pratica, sostenere e rilanciare il ruolo centrale dell’agricoltura contadina, che è storia, cultura, espressione di quella ruralità che, con le sue antiche tradizioni e il rispetto del territorio, è sempre più un valore da spendere per il futuro e non un aspetto di cui vergognarsi.
 
Teatro Naturale - pubblicato il 09 gennaio 2015 in Tracce > Italia

9 gennaio 2015

MOLISE SI, MOLISE NO


 l’incoscienza di chi governa sta nelle decisioni prese senza rendersi conto delle conseguenze. L’esempio dell’azzeramento delle Province o del loro ridimensionamento, dà il segno dell’improvvisazione e dei rischi che corre l’assetto istituzionale, in mancanza di una serie analisi e un’altrettanta seria riflessione sugli aggiornamenti da apportare per rilanciare il ruolo fondamentale di ogni istituzione in uno più stretto rapporto tra le stesse.
Quella del cuci e scuci è la peggiore operazione che si possa fare, soprattutto quando non si tiene conto del quadro generale. Ce lo dice proprio questa operazione smantellamento province quando, dopo aver messo in moto azioni che hanno impegnato gli amministratori in carica, impaurito i dipendenti e bloccato le iniziative programmate da ognuna delle istituzioni coinvolte, fa capire che si è perso solo tempo e creato tanta  di quella confusione che ha portato ancor più a peggiorare la situazione.
Di queste riforme non ha bisogno un Paese che, a conclusione di un anno fatto solo di annunci o di scelte sconsiderate come quelle sopra riportata, non sa come deve sbarcare il lunario e, c’è di più, con un nuovo anno che, a meno di dici giorni dal suo inizio, parte con dati allarmanti riguardanti il reddito, il Pil e l’occupazione (quasi il 15% dei disoccupati, che è il dato record registrato dal dopoguerra, con il 44% dei giovani senza lavoro).
Una lievitazione pericolosa quella della situazione sempre più precaria del lavoro, che va ad aggiungersi alla precarietà delle aree interne e del meridione, soprattutto del territorio delle stesse, che, grazie a politiche scellerate, continua a registrare la riduzione della sua superficie, con quella che resta in gran parte inquinato. Politiche o provvedimenti come Sblocca Italia che, ancor più del passato, favoriscono solo gli speculatori e i pochi ricchi sempre più ricchi.
Dentro questo quadro l’iniziativa di chi dice che il Molise non esiste (No) o, anche, di chi, invece, è convinto che c’è (Sì) ed è, però, altrettanto convinto che non serve ed è meglio riagganciarlo all’Abruzzo. La gran parte di questi sostenitori di un sano e utile (secondo loro) ripensamento giustificano questa necessità dando la colpa alla classe politica molisana, di ieri e di oggi, per le sue incapacità. C’è da credere che i convinti della bontà di un ritorno a braccetto con l’Abruzzo non conoscono o fanno finta di non sapere dei problemi che hanno colpito, nel recente passato, i vertici delle istituzioni e i rappresentanti della politica abruzzese. Altro che incapacità!
Una motivazione, quindi, che non ha senso così come posta. Se il destino amaro delle aree interne considerate fosse tutto da addebitare alla separazione che ha portato alla nascita del Molise nel Novembre del 1963, non staremmo a parlare della pesante crisi e del sistema che ha fallito quando ha considerato "sottosviluppate", "arretrate", non solo l'Altosannio, ma tutte le aree interne, il sud e le isole, con l’aggiunta dell’abbandono culturale e politico dell’agricoltura. Ultimamente, non più “sottosviluppate” o “arretrate”, ma “ma "marginalizzate", come dire che hanno addolcito la pillola perché, vedi il discorso avviato su l'Appennino, stanno lavorando, in mancanza di altro, per un loro sfruttamento. Ne hanno estremo bisogno!
Sono, l’Appennino e le regioni del sud e delle isole, le uniche aree rimaste e, come tali, fanno gola agli speculatori, alle mafie e a quanti hanno interesse di coprirle con pali eolici, biomasse, discariche, pezzi di autostrade, industrie pericolose, approfittando di una classe politica e dirigente troppo distratta da altri pensieri,  cioè che pensa più al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza politico/amministrativa che al bene comune.
Ecco perché non sono fantasie i dati dello Svimez, quando, dopo aver dato un quadro drammatico della situazione con 600mila posti di lavoro persi e il raddoppio delle famiglie povere, parla, se non si attivano politiche per rilanciare il meridione e non deprimerlo ulteriormente, di un esodo di 5milioni di persone nei prossimi anni. Non so chi lo diceva, ma è una sacrosanta verità, l’Italia è il Meridione.
 Ascoltare questi dati porta subito a pensare all’annunciata perdita di 100mila abitanti per il Molise, cioè quasi un dimezzamento. Questo fa dire, con grande forza a chi prova a creare confusione e a trovare scorciatoie che non ci sono, che il problema non è abbattere i confini geografici o fare dell’incastro delle regioni il gioco del puzzle, ma quello che non porta a dare speranze ai giovani, che evidenzia la mancanza di programmazione e di progettualità, la fine del primato della politica e, cioè, la possibilità di governare solo eseguendo gli ordini e i condizionamenti della finanza e delle multinazionali o della criminalità. Questi hanno ben altri pensieri e riguardo a un confronto-scontro "Molise sì" "Molise no", o “Regioni sì” “Regioni no” si può essere certi del loro pieno godimento.
La verità è che questo governo, con le sue riforme, sta dando risposte solo a  quanti vogliono, per i loro sporchi interessi, ridurre davvero a poca cosa questo nostro Paese. C’è da credere che, visto quello che hanno fatto nel corso si questi ultimi decenni, ne sono capaci.
C’è da dire, d’altra parte, che Il silenzio delle Regioni e delle altre istituzioni stanno solo a dimostrare che non contano più niente.
Perché, allora, non dire che è da ritenere un atto davvero grave questa rottamazione gratuita e senza senso del quadro istituzionale, e non solo?
pasqualedilena@gmail.com

5 gennaio 2015

NO, U SOLE N'E' S'TATE


 
No, u sòle n’è s’tate
E s’tate a tèrre
che z’a serchiate tutt’a a néve
c’ù iuorne prime a menate.

Ecche pecché “sotto la neve pane”
e, ‘nvece, “sotto la pioggia fame”

L’accue da néve ne scorre
è nu surse che scennie
fine e teccuà i radeche chiù è funne
entrà dend’i sprefunne
che fanne da cestèrne è u munnne
pe pù renghianà chiane chiane.

È l’accue che devènde sergive,fonte,
suleche, cigne, ‘hiume, e dapù mare,
nen sule na ‘hième, nu canale.

Chiù nève fa e chiù
a cercuele, u uelive, u grane
ze sèntene secure du demane
Epifania 2015 - pasqualedilena@gmail .com

No, non è stato il sole
No, non è stato il sole//E’ stata la terra/che si è bevuto a sorsi tutta la neve /che il giorno precedente aveva fioccato//Ecco perché “sotto la neve  pane”/e, invece, “sotto la pioggia fame”//L’acqua della neve non scorre/ è un sorso che scende fin a toccare le radici più profonde/entrare dentro caverne/ che fanno da cisterne per l’umanità/ per poi risalire piano piano//E’ l’acqua che diventa sorgente, fonte/ solco, ruscello, fiume e alla fine mare/non solo una piena, un canale//Più c’è neve e più/la quercia, l’olivo, il grano/si sentono sicuri del domani.

2 gennaio 2015


I uelive gentile de larine

 Nghianene da tutt’i parte

i uelive gentile de larine e pù èscenniene

da u Monte, u Metaròne e Mont’Arcane

chi vèrse u cigne, chi ebballe pe uelivele,

 chi nu vallòne da terre,

tra cercuele, cagge, ulme,

ruve e ienes’tre, sparene e marganare.

T’ènne voie d’èrrevà nu Befèrne

pe sentì i frusce di salénnie,

a ddòre da lecuerizie.

Iie  mi uarde da matine a sère e sule

chi ne capisce cuille ch’u uelive dice

po penzà ca u miie è nu vizie

 2 gennaio 2015
 

 
 
Gli olivi gentili di Larino

Salgono da tutte le parti /gli olivi gentili di Larino e poi scendono /dal Monte, il Monte Arone, e Monte Arcano /chi verso il Cigno, chi giù da Olivoli,  /chi nel vallone della Terra.// Hanno voglia di giungere al Biferno /per ascoltare le foglie dei salici,/ l’odore della liquirizia.// Io me li guardo dalla mattina alla sera /e solo chi non capisce ciò che l’olivo racconta /può pensare che la mia sia una fissazione.