30 aprile 2015

Xylella ed Expo, storie diverse ma un unico comun denominatore

Nutrire il pianeta, un messaggio bello che, con la presenza delle multinazionali, si contraddice. La Xylella che da fastidiosa è diventata cattiva, sarà ancor più cattiva, anzi criminale, se si dà continuità a un modello di sviluppo di cui sembra non se ne possa a fare a meno

Per quanto riguarda l’Expo non credo di andarci. Per non creare equivoci dico subito per più di una ragione, non certo quella che a dominare la sua immagine sono le multinazionali, cioè i grandi affari che stanno affossando l’agricoltura contadina, i nostri territori più fertili e più vocati al cibo di qualità, e, cosa ancora più grave, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta.
Ritengo, però, davvero un peccato la messa in bocca di queste consorelle affamate di profitti; campi fertili; semi; tradizioni, soprattutto quelle gastronomiche; qualità e biodiversità, un messaggio fortemente incisivo come“Nutrire il pianeta”.
Un messaggio bello, incredibilmente vero, visto che il pianeta ha bisogno di essere nutrito, soprattutto con amore, che, con la presenza delle multinazionali, si contraddice, ed ecco che non ha più la stessa forza.

Lo stesso discorso vale per le montagne di cemento buttato, quando gli organizzatori potevano fare proprio il suggerimento di Slow food, cioè la sua sostituzione con costruzioni in legno. Strutture possibili da riciclare in ogni luogo dove nasce e cresce la voglia di stare insieme, insegnare e fare agricoltura, in pratica “nutrire” la speranza e il sogno del domani. Un suggerimento che, se preso in considerazione, poteva diventare un esempio stupendo per il mondo intero, una vera e propria semina di speranza per il futuro e un monito proprio per le multinazionali che hanno bisogno urgente di curarsi di questa loro bulimia per ridare spazio alla ragione.

Ecco due le due ragioni che mi portano a dire che l’Expo, la grande vetrina sul mondo, è una grande occasione, in parte persa.
Infatti, non posso non tener presente, in questa mia critica, un elemento fortemente positivo di questo grande evento internazionale che rende l’Italia protagonista, e cioè, dovendo esso parlare di cibo, non può fare a meno di mettere in grande luce il valore ed il significato del territorio e delle sue fondamentali risorse. Prima fra tutte la ruralità con la sua agricoltura, l’attività che, da oltre diecimila anni fa produce cibo, cioè mette a disposizione dell’uomo l’energia, quella vitale
Ecco, l’Expo 2015, una magnifica opportunità per un rilancio culturale dell’agricoltura e la sua campagna, i tanti valori che il mondo moderno, sotto la spinta di un modello di sviluppo, quello capitalistico, divenuto sempre più assoluto, ha pensato bene di mettere ai margini, ridurre a ben poca cosa, con l’abbandono dell’agricoltura e l’abuso di territorio. Un abbandono prima di tutto culturale.
Ho avuto l’opportunità di vivere una lotta, qui nel mio Molise, e di dare il mio contributo, soprattutto politico, a far vincere il territorio contro l’idea e il progetto, fatti propri dalla classe politica e dirigente locale, di una multinazionale del latte, la Granarolo, di voler cementificare (non essendo più possibile in Emilia e Lombardia), un chilometro quadro di suolo fertile per realizzare una stalla industriale capace di ospitare 12.000 manze.

Ho detto poi, rispondendo alla seconda domanda che mi è stata posta, che la questione Xilella, l’insetto diventato famoso suo malgrado, rientra in questa logica di occupazione del mezzogiorno per fare quello che non è più possibile fare altrove. In tal senso ho espresso  il mio parere in tempi non sospetti, lo scorso anno, quando è cominciata a circolare la notizia della Xilella.
Questo insetto, da sempre noto perché fastidioso, rappresenta, a mio parere, una grande opportunità per nuove speculazioni, di ogni tipo, che possono essere bloccate solo da scelte capaci d’ intaccare gli interessi del capitalismo dominante e di mettere in crisi quella sua logica di distruzione e di spreco, in primo luogo dei valori e delle risorse propri del territorio, o meglio, dei territori che fanno parlare di mille meridioni.
Territori, oggi, racchiusi in quella parte del Paese per lungo tempo considerata arretrata, marginale, che ha colto l’attenzione di illustri studiosi e di forze politiche fino a qualche decennio fa. Penso alla “questione meridionale”e a quella agraria, entrambe, però, messe da parte, come se risolte per sempre, quando si sa, invece, che queste due fondamentali questioni si possono risolvere solo se ci sarà una svolta capace di lottare contro un modello, che, con la crisi, ha mostrato non solo il proprio fallimento, ma anche di essere la colpa dell’abbandono. Si tratta di frenare il suo percorso e, poi, bloccarlo, e, di farlo mettendo in campo un altro modello, alternativo a quello attuale, che – torno a sottolinearlo - ponga al centro il territorio, con i suoi valori e le sue risorse, prima fra tutte l’agricoltura.

Oggi il Meridione, e così l’Appennino, con i loro territori, la loro ruralità e la ricca agricoltura contadina, sono oggetto di desiderio di chi ha bisogno di territorio per appagare la propria bulimia. Vanno difesi, tutelati perché, se non distrutti dall’avidità imperante, possono diventare davvero strategici per avviare il nuovo modello di sviluppo di cui ha bisogno il Paese, cioè quello che parte dal patrimonio che uno ha per spenderlo e valorizzarlo, che è poi il modo più sicuro per preservarlo e tutelarlo. Penso alla cultura e alla storia, all’ambiente ed al paesaggio, alle attività legate all’agricoltura, alla pastorizia, ai boschi, alle tradizioni che rappresentano l’anima di una comunità.
La Xylella che da fastidiosa è diventata cattiva, sarà ancor più cattiva, anzi criminale, se si dà continuità a un modello di sviluppo di cui sembra non se ne possa a fare a meno come se fosse l’unico possibile. La verità è che non lo è, ce ne sono altri.
Chiudo dicendo che se torna la voglia, soprattutto alla Ue, di distruggere gli olivi posso dire, non senza rammarico, che io e tanti altri, che, meglio di me, hanno spiegato la questione, avevamo ragione e questa, per me, non sarà mai una consolazione.
di Pasquale Di Lena
pubblicato  da Teatro Naturale il 30 aprile 2015 in Tracce > Italia

la soglia linguistica da non varcare

Riportando questo articolo del Corriere della Sera ripreso da "Il Foglio volante" di Amerigo Iannacone che ringrazio, ho deciso che darò, con una ristampa, nuova vita a quel mio fortunato libro di poesie in dialetto larinese (molisano) "U penziere", uscito nel 1989 per gli Editori del Grifo di Montepulciano (SI).

Fortunato, non solo perché ha esaurito in poco tempo le 2.000 copie stampate (mi è stato detto che sono tante per un libro di poesie e, per di più, nel dialetto di una Regione che - lo dicono in molti - non esiste, ma anche perché ha avuto l'onore di essere presentato a Larino nell'atrio del Palazzo Ducale; poi a Firenze, nel prestigioso Salone del gonfalone in Palazzo Panciatichi sede del Consiglio regionale della Toscana, in via Cavour; a Vancouver, Toronto, Montreal in Canada; New York, negli Stati Uniti, Lucera, in Puglia, che ha un dialetto molto simile a quello di Larino ; a Campobasso, capoluogo della Regione ed altri luoghi ancora.

"U penziere" ha il merito di aver stimolato altri, a Larino e non solo, a scrivere in dialetto con l'orgoglio dell'appartenenza, dell'identità con il proprio territorio. 

Ridare al dialetto la sua dignità e la sua piena libertà di espressione vuol dire rispetto del territorio con tutti i suoi valori storico - culturali, legati alle tradizioni e alle attività produttive, per prima l'agricoltura. Con il dialetto, i dialetti ridare dignità alla lingua italiana, anche per non apparire succubi, schiavi, coloni.

L’egg sharing e la soglia linguistica da non varcare 

Se, come diceva Carlo Levi, le parole sono pietre, fermate, per favore, questa folle valanga anglofona. Ora arriva anche l’«egg sharing», un composto lessicale che mette insieme l’uovo, o meglio le cellule riproduttive femminili («egg»), e lo «sharing», letteralmente «condivisione», termine inglese che conoscevamo associato a «car» (auto) e a «bike» (bicicletta). Coniazioni tecnico-linguistiche che si usano per indicare una nuova mobilità urbana in multiproprietà o a noleggio, una sorta di veicolo collettivo per più utenti.

Che la stessa definizione finisca nel vocabolario della fecondazione eterologa, cioè in un ambito con valenze necessariamente morali, è un altro, forse l’estremo, indizio del provincialismo italiano. E se si può pure soprassedere con un sorriso sul question time parlamentare, se non si può fare a meno dello spread, se il mouse non è sostituibile con il «topo», sarebbe bene che almeno si considerassero i contesti prima di adottare un nuovo forestierismo. Specie se a prendere questa iniziativa è una commissione del ministero della Salute, che dovrebbe avere sensibilità (anche terminologica!) su argomenti particolarmente delicati come quelli che riguardano la persona, non le cose (oggetti, auto, bici, motori eccetera).

Già nel settore scolastico la frequenza di anglicismi superflui è quanto di più paradossale si possa immaginare: si pensi ai vari «blended», «comfort zone», «decision making», «mentor», «school bonus», «policy» che mette orgogliosamente in mostra il documento renziano sulla cosiddetta Buona Scuola, tutti peraltro dotati di un accettabile corrispettivo italiano. Ma che in un ambito che chiama in causa la maternità si ricorra a una terminologia che inevitabilmente finisce per evocare le ultime frontiere dell’urbanistica e dei flussi di traffico pare davvero eccessivo. Rendendo ridicolo ciò che è invece molto serio.
Paolo Di Stefano
(Dal Corriere della Sera, 12/4/2015)

a fianco, nelle informazioni personali riportate da questo mio blog, la poesia "U penziere" che ha dato il titolo al libro.

27 aprile 2015

Il grande successo del vino italiano in America


A cavallo degli ani ‘70/’80 ci aveva pensato il Lambrusco delle Cantine Riunite a diffondere il gusto del vino negli Stati Uniti. Una straordinaria opera di penetrazione in un mercato abituato a soft drink e superalcolici, non al vino, con il Lambrusco, pioniere del vino italiano, che arriva alla massa dei consumatori e non più solo a una élite abituata a consumare soprattutto vini francesi e, insieme, quelli californiani.

Una straordinaria opera che doveva essere ripetuta sui nuovi mercati, in particolare quelli noti come BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), che, con una popolazione superiore ai 2, 8 miliardi, rappresentano il 40% di quella mondiale, perché avrebbe facilitato il percorso delle nostre esportazioni di vino in questi Paesi.

Il 1985 è l’anno della svolta, con i grandi produttori italiani che, spinti dall’allora direttore dell’Ice di New York, Livio Caputo, danno vita all’Italian Wine % Food Institute e promuovono il 1° “Gala Italia”. Un avvenimento che si ripete ogni anno a febbraio, con l’ultimo dedicato a “I trent’anni  di storia del vino italiano in America,” organizzato con Verona Fiere -Vinitaly e, come sempre, sotto l’alto patronato dell’Ambasciata Italiana e il patrocinio dell’Ice. L’Istituto italiano per il commercio estero che, a New York, al vino italiano aveva dedicato in Park Av., un’Enoteca, che resterà aperta per alcuni anni.

Non era l’Enoteca Italiana di Siena, che, allora, ancora si chiamava Enoteca Italica Permanente, ma una bella esposizione che, fino a quando è rimasta aperta, ha dato una grossa mano al ruolo importante svolto dall’Ice nel campo della promozione e della valorizzazione dell’enogastronomia italiana.
La struttura senese, presieduta da Riccardo Margheriti, arriva poco dopo, 1987, sulla spinta del successo ottenuto nella sua prima attraversata dell’Oceano Atlantico, fino allo sbarco a Vancouver sul Pacifico, nella lontana provincia della British Columbia. La partecipazione, 1986, dopo  l’anno dell’Expo nella bella  città che doveva ancora festeggiare i suoi cent’anni di vita, alla prima edizione della Food Pacific. Una mostra abbandonata dalle aziende italiane dopo i fatti tragici del metanolo con il vuoto magnificamente recuperato dall’enoteca Italiana alla sua prima esperienza in una grande mostra all’estero.
 Negli Stati Uniti l’Enoteca, approfittando di una seconda missione in Canada con un’iniziativa che aveva tenuto a Toronto,  arriva alla fine di quell’anno con una semplice visita di ricognizione, per poi progettare e programmare iniziative nell’anno successivo e in quelli seguenti. Iniziative realizzate con il contributo del Mipaaf e il patrocinio dell’Ice e dell’Alitalia, prima a New York e, poi, anche in altre città dell’est e dell’ovest degli Usa, come Boston, Washington, Atlantic City, Charlotte in Nord Caroline, Palm Spring, Palm Desert e San Diego in California.
All’inizio della bella avventura vissuta dall’Enoteca in America  gli incontri con i ristoratori italiani e le iniziative nei loro ristoranti sempre più punti di riferimento, anche dei consumatori americani.
Poi, i seminari sui vini Doc e Docg organizzati con Marina Thompson per spiegare il significato di questi acronimi, in particolare della Docg (denominazione di origine controllata e garantita) che aveva avuto nel Vino Nobile di Montepulciano la sua prima esperienza nel 1983 e, poi, nel 1985, il grande lancio di questa nuova denominazione con l’uscita del Brunello di Montalcino e la grande festa al Teatro degli Astrusi della città del più famoso vino italiano al mondo.
In una fase successiva la scoperta, grazie a un personaggio di madre friulana e di padre molisano, Frank D’Addario, dei Country club americani dopo l’incontro a New Haven, proprio di fronte alla sede dell’Università di Yale, con il vice presidente della più prestigiosa associazione di questi luoghi vissuti quotidianamente dall’americano, oltre che per tutte le grandi occasioni, dove non c’era non solo il vino ma nemmeno un prodotto italiano.
 Grande impatto mediatico, la presenza al torneo di golf organizzato da Frank Sinatra, che vedeva protagonisti le più grandi celebrità del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica americana e la serata di gala nel ranch del grande cantante con ospiti illustri invitati e con ospiti paganti la bellezza di 25mila dollari destinati a beneficenza.  Ed, infine, dopo le mostre e le fiere del cibo, come quella di San Diego in California, le degustazioni a Palm Spring al suono e al canto di una band di musicisti e cantanti, tutti di origine italiana guidati da Frankie Randall, il pianista che ha rallegrato più di qualche serata delle Settimane dei vini agli inizi degli anni ’90.
Non meno incisiva l’ospitalità a Siena, soprattutto nella “Settimana dei Vini”, di decine e decine di giornalisti dell’enogastronomia americana- fra i tanti, Fred Plotkin, l’autore di numerosi libri di successo sul cibo e mangiare italiano- oltre a personalità e personaggi che, con l’Enoteca e, a partire da Siena e dalla Toscana, hanno conosciuto il mondo del vino italiano.
Un contributo d’immagine e, con le sue famose pubblicazioni, soprattutto di cultura, che è parte di quel successo che vede, oggi, il mercato americano il più importante per i vini italiani, sia per quantità sia per valore. Oltre 2 milioni e 400mila ettolitri, pari al 28% del mercato del vino e al 34% del totale delle importazioni americane di vino, come dire che un vino su quattro in circolazione negli Stati Uniti parla italiano e di quelli importati, addirittura uno su tre. 
Un valore di 1,300 miliardi di dollari, che sono (trasformati in euro) una fetta consistente dei 5 miliardi e poco più di euro del valore complessivo dell’esportazione di  vino italiano esportato nel 2014 e dei 34,3 miliardi di quella dell’intero agroalimentare, che, a dispetto dei proclami del superamento della pesante crisi, è risultata  l’unica nota positiva registrata lo scorso anno.
pasqualedilena@gmail.com

 

 

25 aprile 2015

I FUOCHE DA MADONNE


Fra poco andrò a vivere questa tradizione (millenni?) a casa del mio amico Primiano con i suoi numerosi ospiti, molti dei quali vengono da lontano.
La memoria non farà fatica a riportare a galla l'eccitazione di noi bambini nei giorni precedenti l'ultimo sabato d'Aprile.

La Festa di San Giuseppe, con il primo gelato, e i primi calzoni corti avevano anticipato di due giorni la primavera e noi bambini la vivevamo come l'inizio delle feste che ci portavano alle due sfilate del Palio di S. Primiano con la sosta all'Anfiteatro, il luogo in cui 1700 anni prima era stato dato in pasto con i suoi due fratelli Casto e Fimiano, fra i primi martini della cristianità.

I fuoche da Madonne erano quelli che arrivavamo per primi, soprattutto a riscaldare i cuori e a ritrovarsi insieme per rafforzare l'unione, vivere la comunità. Allora, ai tempi di me bambino e poi ragazzo, i fuochi accendevano il dialogo e i primi amori, l'allegria e la condivisione di un pezzo di pane,
Il cibo, condito di parole e di preghiere, era l'elemento centrale: ci rendeva allegri, uniti, ricchi di sogni e di speranze per una vita e un mondo migliore.

Vado a rivivere l'antica tradizione e a salutare vecchi e nuovi amici.
Grazie Primiano, grazie Paola, Giula e Marco

Eccomi di rientro da i fuoche di Paola e Primiano. Tanto cibo condiviso da tante persone. Dai primi di pasta, farro, polenta, cuscus, ai secondi di agnello e patate, agnello alla brace e porchetta e poi salsicce, frittate, minestra di legumi,  il tutto accompagnato da un ottimo Montepulciano, e, alla fine, dolci di ogni grandezza e ogni misura.

Un'altra epoca dove non si soffrono i morsi della fame come quando ero bambino.

una bella occasione per salutare vecchi amici che non vedevo da lungo tempo e incontrarne di nuovi. 

Una serata splendida che merita un applauso ai padroni di casa, Paola e Primiano.

21 aprile 2015

        Quando c’è olio c’è salute

  La Casa del vento

    Informa (5)

 Ci sono giunti anche i risultati della 12a Rassegna degli Oli Monovarietali 2015, che ha visto L'Olio di Flora superare la sufficienza con il punteggio di 6.5 che, però, non basta per entrare nel catalogo pubblicato dall'Assam e diffuso da Il Sole24Ore con la rivista Olivo ed Olio. Peccato!
Se Martin per un punto perse la cappa, L'Olio di Flora ha perso l'occasione di entrare nel catalogo  2015 oli monovarietali per solo mezzo punto! Siamo soddisfatti ma non felici, come lo scorso anno quando il traguardo è stato raggiunto come si può vedere dalla scheda riportata.
E' da sottolineare la presenza costante in questa Rassegna della varietà "Gentile di Larino", una delle tre che danno immagine alla capitale dei frentani, culla nel 1994 dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio


20 aprile 2015

IL MOLISE DI EDILIO PETROCELLI

UNA SERIE D'INCONTRI DAVVERO INTERESSANTI PER PARLARE DEL MOLISE DI EDILIO PETROCELLI E DEL CONTRIBUTO DA LUI DATO IN OLTRE 50ANNI D'IMPEGNO POLITICO, SOCIALE E CULTURALE PER IL SUO MOLISE.

Ho avuto la fortuna di conoscere Edilio quand'era dirigente del Pci del Molise e d'incontrarlo quando ha rappresentato il Molise al Parlamento italiano.

Non frequenti i nostri incontri quando, 1995, sono rientrato nel Molise dalla Toscana, ma tante telefonate, in particolare quando, 2006, mi ha chiesto di scrivere de  "la vite ed il vino nel Molise" quale contributo a una sua pubblicazione sul paesaggio molisano che non ha visto l'uscita.

La cultura al servizio della politica e la grande passione lo hanno portato a dare un contributo importante alla voglia di essere del Molise.
 

18 aprile 2015

La Casa del vento


 Quando c’è olio c’è salute
                          

Per il terzo anno consecutivo L’Olio di Flora, biologico “Gentile di Larino”, può avvalersi della “distinzione” del Premio “Orciolo d’oro”.
 Anche quest’anno, e per il terzo consecutivo, L’Olio di Flora, biologico ottenuto da olive “Gentile di Larino”, può avvalersi della distinzione “Orciolo D’Oro” 2015, il Concorso Nazionale Oli, promosso dall’EnoHobby club dei Colli Malatestiani  di Gradara, giunto alla 24a edizione.
Un altro importante riconoscimento per l’azienda La Casa del Vento di Larino che ha, così, ben rappresentato, nel concorso marchigiano, uno tra i più longevi  e quotati, il Molise e la sua lunga storia nel campo dell’olivicoltura, la principale coltivazione arborea della Regione più ricca in quanto a ruralità e biodiversità.
Ed ora, sperando in altri importanti risultati, L’olio di Flora si prepara a vivere, dopo quella all’Oleonata di Simona Cognoli, sempre in compagnia con Olio Benedetto di  Lupara e Principe Pignatelli di Monteroduni, una seconda esperienza romana, “Solstizio d’Estate”, l’evento per eccellenza  riservato all’enogastronomia, organizzato da Daniele De Ventura a Villa Miani. 
Il 25 maggio, in questo luogo stupendo di Roma, il Molise, che, come qualcuno dice, “non esiste”, sì, però, è tutta da scoprire, si presenterà con uno stand collettivo riservato a produttori e imbottigliatori di oli.

 

16 aprile 2015

Manca il Vento

Con il sito Larinoviva hanno soffiato due venti che, se si scontrano, fanno sfragelli, A voreie (la bora) proveniente da nord e U fauneie (il favonio), il vento caldo dal Sud.  Hanno raccontato della sanità e dell’ospedale di Larino verità che, dando fastidio a chi non ha tempo e voglia di pensare, non sono state prese in considerazione. Ricordo “Se Larino piange Termoli non ride”, anno  2009, cioè sei anni fa a firma d’U fauneie e l’”Avevamo detto”, una nota di qualche anno dopo a firma da A Voreie.

Ripensavo a queste note e ad altre ancora, quando, alcune settimane fa, seguivo  il Consiglio comunale di Larino  e ascoltavo il lungo lamento dell’assenza del Presidente Frattura, che neanche si è degnato di prendere in considerazione l’invito a essere presente per raccontare a che punto stava lo sfascio della sanità molisana e cosa avevano deciso del futuro dell’ospedale di Larino.

Ho scritto un articolo sull’andamento di quella seduta del Consiglio comunale e mi sono permesso di suggerire all’assessore alla sanità del Comune di Larino, Michele Palmieri, di fare qualcosa, quale dirigente del Pd regionale, per dimostrare di non accettare lo schiaffo ricevuto dalla città frentana da un suo collega di partito. Il Palmieri se l’è presa e, invece di commentare pubblicamente l’articolo,  mi ha inviato una e mail per dirmi che sono “solo capace di dividere il paese”. Lui, quello che per due volte, nella sua veste di “movimentatore”, per la verità  con scarsi o nulli risultati, ha negato di far intervenire Larino viva, un’associazione che aveva avanzato la proposta di un centro geriatrico di eccellenza che il Molise non ha.

Qualche giorno fa i giornali hanno riportato la notizia di un Senatore Ruta che si è messo alla testa dei parlamentari molisani “per dire no al commissariamento…difendere  il diritto costituzionalmente garantito alla salute dei molisani (bene), in linea con quanto deliberato dal Consiglio comunale di Campobasso, Isernia  e Termoli” E Larino? Una svista, visto che anche il Consiglio comunale, quello da me sopra citato, ha deliberato. Non è che questi  illustri dirigenti e legislatori del Pd molisano, conoscendo la quiete dei rappresentanti  del Pd locale e la propensione del sindaco a pensare sempre ad altro, si sono convinti che è perdita di tempo  tenere in considerazione la nostra città?

Sono passati quattro giorni e i nostri amministratori neanche si sono accorti di questa svista di Ruta e degli altri suoi colleghi. Dirigenti politici e istituzionali che, però, si ricordano di Larino quando c’è da regalare 100 ettari di suolo fertile del suo territorio per una stalla di 12.000 manze o per chiedere voti  in occasione delle elezioni!

Se qualcuno non è d’accordo con questo mio ragionamento è pregato di dirlo pubblicamente, perché pubblicamente io possa rispondere e scusarmi se ho sbagliato.

pasqualedilena@gmail.com

11 aprile 2015

Il paesaggio, patrimonio di tutti

                 
Un Piano - raccontato da Teatro Naturale n° 34 e 35 del 20 e 27 Settembre dello scorso anno – che ha rischiato di non arrivare al voto finale dopo il duro attacco dell’estate scorsa, portato da diverse associazioni vitivinicole e organizzazioni professionali, che, sotto la spinta di forti interessi privati, hanno parlato di un Piano caratterizzato da vincolismo, dirigismo, intenti punitivi per gli imprenditori.

Un fulmine a ciel sereno che ha fatto parlare, non a caso, i media regionali di una “guerra del vino”, portata avanti proprio da chi dal paesaggio rurale toscano ha ricevuto immagine e valore aggiunto per i suoi vini e, non solo, anche per l’insieme dei prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato con riflessi positivi sul turismo.

Uno scontro che, registrando un cambiamento di atteggiamento della maggioranza di governo della Regione Toscana, ha fatto temere, soprattutto ai suoi sostenitori, di non farcela ad arrivare al voto finale.

La sua approvazione, grazie alla determinazione, forza morale e intellettuale dell’assessore Marson, che è riuscita a mantenere dritta la barra e a non cedere alle contraddizioni e ricatti della sua maggioranza, è da ritenere un successo che onora la Toscana e serve al Paese per affrontare le nuove sfide, che vedono il territorio e la sua agricoltura al centro di un nuovo sviluppo e una nuova prospettiva rurale, all’insegna della sostenibilità.

Una necessità urgente per bloccare la crisi dovuta a un sistema fallito, che, però, continua a: sprecare risorse fondamentali come quelle naturali; non dare risposte alla sicurezza alimentare e porre fine alla fame estrema, che tocca due miliardi di persone, soprattutto bambini.
Si tratta invece di confermare il ruolo che spetta all’agricoltura di produrre cibo, cioè energia prima di cui ha bisogno il mondo animale, preoccupandosi, innanzitutto, di assicurare un reddito adeguato ai suoi protagonisti, gli agricoltori, e di una gestione sostenibile dell’intero territorio.

Senza le pratiche agricole, che hanno a cuore l’ambiente, e senza i suoi protagonisti, non è possibile favorire la conservazione del suolo, tutelare la qualità dell’acqua, conservare la biodiversità, dare spazio alle innovazioni.

Il piano paesaggistico della Toscana, anche così come approvato, resta – a detta dell’Assessore Marson e di altri esperti – comunque “uno strumento portatore d’innovazione culturale e normativa uno straordinario evento e un risultato importante…avanzato per la Toscana del futuro”.

Non solo per le riflessioni prima riportate riferite al territorio e alla sua agricoltura, ma, soprattutto, alla luce dei profondi cambiamenti in corso, che toccano in profondità sia l’ambiente che il paesaggio, oggetti fondamentali che il sistema ha sempre considerato d’interesse privato e non collettivo.

Il Piano Paesaggistico della Toscana ora è una realtà che mette nelle mani della collettività il territorio, un patrimonio che serve a costruire il domani possibile, facendo tesoro della sobrietà e della conoscenza.

Teatro Naturale -pubblicato il 10 aprile 2015 in Pensieri e Parole > Editoriali

9 aprile 2015

UN ALTRO IMPORTANTE RICONOSCIMENTO A L’OLIO DI FLORA DE LA CASA DEL VENTO DI LARINO

Ha superato l’esame degli 85/100 punti dell’Aipo d’Argento 2015, il Concorso oleario internazionale (12a edizione), promosso dall’Associazione Interregionale Produttori Olivicoli che ha sede a Verona.
L’olio di Flora è così entrato tra i 76 oli finalisti, italiani e del mondo, confermando il 1° posto ottenuto, nella categoria biologico, al Concorso Goccia d’Oro, che c’è stato a dicembre a Larino; il riconoscimento “Biol del Molise” ricevuto due settimane fa dal Premio BIol di Andria e il secondo posto ottenuto alla seconda edizione del Concorso Buonolio Salus Festival che c’è stato, due domeniche fa, a Gioia Sannitica sul versante casertano del Matese.
Un’altra conferma della bontà di un olio biologico, cioè prodotto senza apporto di prodotti chimici, ma solo con le pratiche naturali di coltivazione, e, visto che è stato ricavato da olive “Gentile di Larino”, una conferma anche, dopo la vittoria dell’olio del frantoio Bruno Mottillo all’Ercole Olivario,  per questa varietà tutta e sola molisana, la più diffusa tra le diciotto varietà autoctone, cioè tutte molise.


l'Olio di Flora in esposizione al Gusto loft
il bel negozio appena aperto a Larino
Un terzo delle piante che compongono l’oliveto molisano, che è di poco superiore ai 2 milioni di olivi, è “Gentile di Larino”, la varietà che con le sue compagne di sempre, l’”Oliva San Pardo” e la “Salegna” o “Saligna”, danno un primato mondiale alla città frentana, la sola a dare il proprio nome a ben tre varietà autoctone.

Simona e Fabrizio
Risultati che, ormai si ripetono nel tempo, per quest’olio che dieci giorni fa, insieme con L’Olio Principe Pignatelli di Monteroduni e L’Olio Benedetto di Benedetto Salvatore di Lupara e altre eccellenze molisane, ha fatto vivere al Molise una serata particolare in quel piccolo angolo del mondo oleario italiano che è l’OLEONAUTA di Ostia-Roma, nelle mani di Simona Cognoli, una gentilissima padrona di casa alla quale l’olio italiano dei nostri bravi olivicoltori deve molto della loro immagine.


2 aprile 2015

La salute non ha prezzo ma un costo!

Un messaggio molto interessante, di grande attualità, che merita di essere condiviso e diffuso.

Nicola, mio amico caro, nato a Bonefro, dove ha svolto la sua prima esperienza di medico, vive a Firenze e svolge tutt'ra la sua attività di cardiologo, dopo aver vissuto la sua professione tutta all'Ospedale San Giovanni di Dio della bella città gigliata. Conosciuto e stimato per la sua professionalità e per le sue doti umane, sempre più rare oggi. Alla base della sua missione ha posto l'umiltà e della sua alta professionalità ha posto, invece, la cultura. 

                           ...Voglio dirvi qualcosa sulla Sanità che dovrebbe interessare tutt...i. La cura della salute è un diritto ma è un diritto che costa (la salute non ha prezzo ma ha un costo!). La spesa sanitaria aumenta continuamente: nuove macchine nuovi farmaci nuove esigenze. Il costo crescente comincia ad essere un problema grave. Esso non è sempre giustificato: un prezzo non trascurabile è attribuibile a prestazioni inutili e talvolta dannose. L' OMS calcola che l'utilizzo inefficiente delle risorse sanitarie va dal 20 al 40% (negli USA sarebbe del 30%). Le cause dello spreco sono molte, ne cito alcune: 1- la divulgazione TV e stampa. Ho notato che spesso il medico parla di nuove metodiche e farmaci con tono trionfalistico (non so quanto per mostrare la sua capacità di aggiornamento o per spinte interessate). Ciò induce le persone a chiedere sempre di più; per non dire della pubblicità fatta ai medici dalle società produttrici di farmaci;

2-I pazienti e i loro familiari vogliono "tutto", anche il superfluo e a volte il dannoso. Solo due esempi: l'abuso di antibiotici col risultato che diventano sempre più inefficaci (i batteri resistono ad essi); l'abuso di alcune indagini. Molti mi chiedono di voler fare la scintigrafia del cuore che non solo costa molto ma adopera radiazioni dannose. Quando spiego loro che una scintigrafia del cuore equivale a radiazioni di circa mille lastre del torace (i medici lo sanno?) si spaventano. Molti vogliono "vedere le vene del cuore": la coronarografia costa e ha rischi; ha indicazioni precise ma è abusata (leggevo che un famoso cardiologo americano ha dichiarato che aver fatto la coronarografia a Bush e poi l'angioplastica- il famoso palloncino- fu un errore grossolano: non c'erano indicazioni né per l'una né per l'altra); 3-una spinta notevole delle ditte produttrici di farmaci e apparecchi. Non so quanto sia vero ma qualcuno sospetta che l'abbassamento dei valori normali di certi valori del sangue (es. il colesterolo: prima normale sino a 240 poi sino a 220 ora sino a 200 e meno) possa essere influenzato da interessi economici (vendere più farmaci).

3- metterei anche la moda. Certi esami e certe cure vanno di moda e non sono giustificati;

4- fattore importante, la cosiddetta medicina difensiva. Oggi si porta con facilità il medico in tribunale (qualcuno sospetta, con lo zampino di alcuni avvocati i quali guadagnano sempre sia se vincono sia perdono la causa). Questo porta il medico a prescrivere molti esami per cautelarsi. Si calcola che in Italia la Medicina difensiva (esami inutili) costa 10 miliardi l'anno. Vorrei anche aggiungere che per il medico è più facile prescrivere esami che perdere tempo a visita, parlare, ascoltare ecc.. Non è sempre colpa del medico: il suo ambulatorio è affollato da gente veramente malata e da altri che potrebbero fare a meno. I responsabili della Sanità hanno chiesto alle società scientifiche della varie specialità (in America e in Europa) di indicare alcuni esami inutili o precisare quando sono utili e quando sono da evitare. Questa mia nota nasce non solo dalla mia convinzione dello spreco (credo che in me sia rimasta l'iniziale esperienza quando a Bonefro me la dovevo cavare senza esami di laboratorio: quasi tutto era affidato alla preparazione e al buonsenso. Ovviamente oggi questo non basta e gli esami sono indispensabili) ma dalla lettura di un articolo medico dal titolo molto attraente: "Fare di più non significa fare meglio". E' uno sforzo che dovrebbe interessare tutti: per il medico saper fare, per gli altri: educazione sanitaria e consapevolezza del bene pubblico che purtroppo è molto carente. Bisognerebbe avere fiducia nel proprio medico (che, ovviamente, se la dovrebbe meritare non solo con la preparazione ma con la "dedizione": saper ascoltare, saper spiegare, saper convincere); bisognerebbe non lasciarsi trascinare da ciò che si sente in TV o si legge su Internet (vedo su facebook tante pubblicità mediche: non fidatevi!). In Medicina quasi tutto è temporaneo; mi basta ripensare ad alcuni esami di tanti anni fa che sembravano molto sofisticati e poi sono scomparsi o ad alcune terapie passate di moda. Vorrei anche ricordare che la migliore medicina preventiva è il moto (camminare almeno mezz'ora al giorno): purtroppo non si vende e non è pubblicizzato.