23 maggio 2015

UN MARE DI GIOVANI A LANCIANO PER DIRE NO ALLE TRIVELLAZIONI


Un mare di giovani, un mare d’acqua (pioggia), un mare di abruzzesi con un po’ di molisani e marchigiani, un coro ininterrotto “No Ombrina, a noi piace il nostro mare”, ma, anche, un mare di emozioni vedere il centro di Lanciano, la bella città frentana, vivere una manifestazione imponente, straordinaria, intensa e forte di passione per la difesa del proprio territorio contro lo strapotere dei petrolieri, accontentati da Renzi con Sblocca Italia.

Un mare di striscioni, cartelli, bandiere, fasce tricolori, gonfaloni a significare la voglia di partecipare per contare e decidere il destino di un mare, L’Adriatico, e, anche del territorio che lo affianca con le sue dolci colline, dal Friuli alla Puglia, con l’Abruzzo il più esposto con “Ombrina”, la piattaforma antistante il porto di Ortona.

Un mare di gente che scorreva tra due ali di folla fermi a guardare, leggere, ascoltare, fotografare e commentare, con l’eco del messaggio della Conferenza episcopale Abruzzo e Molise, guidata da Mons. Tommaso Valentinetti, che risuonava Pensiamo a un cambio di prospettiva radicale che richiede l’emergere di una  biociviltà che preferisce la vita al lucro, il bene collettivo ai profitti individuali, la cooperazione alla competizione”.

Dicevamo dei molisani arrivati tutti da Termoli con due pullman con il Consigliere di opposizione Marinucci e il Sindaco  di Montefalcone, Gigino D’angelo, con la fascia tricolore, tanti amici che abbiamo incontrato nel momento in cui si è scatenato un violento temporale, che non ha intaccato il successo della grande manifestazione “NoOmbrina, NoTriv”.

L’Abruzzo, con la partecipazione corale di oggi pomeriggio a Lanciano, ha dimostrato che quando viene messa in dubbio la propria identità, cioè il territorio con i suoi valori e le sue risorse, la risposta è così chiara e forte che neanche i padroni assoluti, prepotenti e arroganti, con il codazzo dei loro servitori, possono far finta di non vedere e non sentire.

Un esempio soprattutto per il Molise fortemente interessato dalle trivellazioni che riguardano interamente il suo mare e per il 66% il rimanente territorio, cioè tutto se si escludono le cime del Matese e delle Mainarde.

Un esempio per il Paese, che non può più perdere altro territorio, sapendo che quello che è rimasto è tutto lungo l’Appennino, cioè il centro e il meridione, le realtà prese di mira da chi pensa solo al profitto, al vil denaro.

NoOmbrina, NoTriv, Sì al territorio bene comune, un patrimonio che spetta lasciare alle nuove generazioni per assicurare loro il futuro.

pasqualedilena@gmail.com

Una pagina bella da gustare del mio amico Alfonso Pascale

Gusto riflessivo per salvaguardare il futuro

Il ritorno all’invenzione delle tradizioni porta con sé una trasformazione del gusto da intendere come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili.

Tutte le precedenti culture, ad esempio le prime grandi civiltà del mondo, come Roma o la Cina antica, vivevano essenzialmente rivolte al passato. Per gli antichi tutto accade secondo necessità. “Per i Greci – scrive Michel Foucault – quel che abbiamo dinanzi agli occhi non è il nostro avvenire, bensì il nostro passato, vale a dire che si entra nell’avvenire con lo sguardo rivolto al passato”. Per spiegare la prosperità o la caduta in disgrazia di una persona o di un popolo ci si serviva delle idee di fato, fortuna o volontà degli dèi. Indistintamente, benedizioni e maledizioni venivano invocate con preghiere rivolte alle divinità. L’antropologo Vito Teti sostiene che l’indistinzione sia rimasta vitale nella cultura contadina del nostro paese dove i santi vengono invocati anche per maledire una o più persone, o intere comunità. In caso di piogge eccessive e rovinose, con frane e smottamenti distruttivi, la preghiera si trasforma in maledizione-imprecazione. Scene di questo tipo si trovano, ad esempio, in Padre padrone di Gavino Ledda e nelle immagini del film omonimo dei fratelli Taviani. In caso di siccità, le statue dei santi, prima invocate per la pioggia, quando le preghiere non sortiscono l’effetto sperato sono portate in processione e punite con una sarda salata posta nella bocca, immerse nei fiumi o in riva al mare fino a quando non abbia piovuto. Nella civiltà contadina paesi, case, santuari, chiese, edicole votive hanno una fondazione mitica, un’origine leggendaria più o meno gloriosa, un rinvenimento miracoloso di un quadro o di una statua, l’apparizione in sogno di un santo o di una Madonna. Anche la fine dei paesi, il loro spopolamento e la loro scomparsa trovano una spiegazione mitica. Alle origini di ogni abbandono c’è sempre una maledizione o anche una terribile bestemmia. Il drammatico sisma del 1908 a Messina viene attribuito alla bestemmia di un ubriaco che, alzando l’ultimo calice di vino, ebbe ad esclamare: “O Gesù Bambino, se sei vero Dio, mandaci un terremoto”.

 
Il rischio costruito
La modernità si caratterizza, invece, per il proprio atteggiamento rivolto al futuro nel tentativo di determinarlo. Le filosofie del progresso hanno animato le speranze e la fiducia in un futuro dalle “magnifiche sorti e progressive”. Il calcolo del rischio è sempre più diventato il dinamismo che muove una società legata allo scambio; e ilwelfare state è tuttora, essenzialmente, un sistema di gestione del rischio (riferito alla malattia, agli infortuni, alla perdita del lavoro e alla vecchiaia) mediante l’assicurazione.  Ma oggi, con la globalizzazione, l’idea di rischio assume un’importanza inedita e peculiare anche rispetto alla modernità. Il sociologo Anthony Giddens distingue fra due tipi di rischio: il primo è il “rischio esterno”, quello che proviene dagli elementi fissi della natura e della tradizione; l’altro è il “rischio costruito” che è riconducibile all’impatto della nostra conoscenza manipolatoria sul mondo. Questa nuova tipologia di rischio non ha a che vedere coi cattivi raccolti, le inondazioni, le pestilenze e le carestie. Esso riguarda quei pericoli e quelle minacce che derivano dalle attività dell’uomo stesso e dall’impatto delle tecnologie sulla nostra vita e su quello dell’ecosistema. E sono ben pochi i rischi di nuovo genere che riguardino solo singole nazioni. I “rischi costruiti” sono per lo più globali. Non è il caso, tuttavia, di assumere un atteggiamento negativo verso queste nuove forme di rischio ma di disciplinarle perché un’attiva assunzione del rischio sta al centro di un’economia dinamica e di una società innovativa. È meglio mostrare coraggio anziché cautela nel sostenere l’innovazione scientifica e altre forme di cambiamento. Dopotutto nella sua accezione originale “rischiare” significa “osare”. E bisogna continuare ad osare anche nel fronteggiare i rischi determinati da noi stessi per ridurli, tenerli continuamente sotto controllo, con la ricerca e la sperimentazione. 
 
 
Le tradizioni inventate
Ma oggi non solo il concetto di “rischio” ha acquisito un nuovo significato. Anche l’idea di “tradizione” non è più quella che girava agli inizi della modernità. Gli illuministi la identificarono con il dogma e l’ignoranza al fine di giustificare la loro attrazione per il nuovo. Un pregiudizio avvilente i cui danni fortunatamente non sono stati irrimediabili. Portando alle estreme conseguenze la nota tesi di Eric J. Hobsbawm  e Terence Ranger sulle tradizioni inventate, si potrebbe sostenere che nessuna società tradizionale sia mai stata del tutto tradizionale e che tradizioni e costumi siano sempre stati creati per una molteplicità di ragioni. Con l’avvento della società di massa, tuttavia, l’invenzione delle tradizioni si è fatta particolarmente assidua. Inizialmente, nell’Italia liberale, viene utilizzata per fondare il senso della nazione su di una concezione unilaterale: quella espressa solo dai sovrani. Una concezione parziale che taglia fuori cattolici e socialisti, considerati sovversivi rispetto ai valori nazionali. S’intensificano infatti in quel periodo, le iniziative legislative con cui si limitano le ricorrenze religiose e si moltiplicano quelle civili. E in tale ambito si dà luogo ad una serie di cerimonie in cui protagonisti del Risorgimento, come Mazzini e Garibaldi, vengono celebrati esaltandone gli elementi di patriottismo e oscurando, invece, quelli che riconducono alle loro idealità rivoluzionarie, democratiche e repubblicane. Al che cattolici e socialisti controbattono accentuando, i primi, la partecipazione agli eventi religiosi in funzione antisistema e organizzando, i secondi, eventi alternativi, come la ricorrenza del primo maggio.

Anche il fascismo percorre la strada dell’invenzione delle tradizioni quando, intorno al tema della ruralità,  tenta di dotarsi di una sorta di identità ideologico-culturale per ottenere un consenso di massa. Servendosi in modo accorto e spregiudicato del cinema e della radio, il regime strumentalizza le campagne che diventano così lo scenario entro cui disegnare un’Italietta autarchica, nazionalista, orgogliosa dei propri assetti passatisti, con qualche sporadica ambizione espansionista in Etiopia, in lotta con il resto del mondo che va in direzioni non gradite e con cui ci si rifiuta di confrontarsi. Il lessico bellicista (battaglia del grano, assalto al latifondo, grano per la vittoria, liberare l’Italia dalla schiavitù del pane straniero, l’aratro segna il solco ma è la spada che lo difende, il vomere e la spada sono entrambi d’acciaio, ecc.) vuole evocare un progetto totalitario al servizio di una visione utopica di rigenerazione interna e di conquista internazionale.

Con la globalizzazione c’è una ripresa delle tradizioni inventate. E la spinta non è data solo dall’idea che le tradizioni evolvono nel tempo e bisogna continuamente inventarle e reinventarle. Si è convinti che le tradizioni diano continuità e forma alla vita. È un’idea da condividere e coltivare perché in fondo è così. C’è un nesso stretto fra tradizione e cambiamento. Per evitare, però, che a caratterizzare le tradizioni restino solo i riti e i simboli specifici, in un vuoto di visione che si chiude al mondo, bisognerebbe inventarle, da un lato aperte al confronto  con altre tradizioni o modi di fare le cose e, dall’altro, disposte a lasciarsi trasmettere e consegnare alle generazioni future perché le possano conservare. Del resto, le radici linguistiche della parola “tradizione” sono antiche e risalgono al termine latino tradere, che significa “trasmettere”, “dare qualcosa a qualcuno perché la custodisca”. E così, se le tradizioni si reinventano continuamente e si aprono all’interazione con le altre tradizioni e con le generazioni future, anche l’identità – cioè la percezione di sé - non dovrà mai essere statica ma creata e ricreata in modo molto più attivo e multiforme di prima. Si dovrà ripartire dal territorio nella sua pluridimensionalità dal locale al globale, dalla percezione del passato a quella del futuro. E si dovranno costruire le multiformi identità che ne deriveranno, tutte mutevoli e in continua evoluzione. Identità caleidoscopiche e paritarie, impastate di memoria e creatività, capaci di non blindarsi dinanzi allo straniero. Capaci di riconoscersi negli altri, visti non come minacce ma risorse, non buchi neri ma specchi necessari, a loro modo positivi. Capaci di recuperare e rivitalizzare il senso di fraternità primordiale proprio delle comunità rurali, lo spirito di dialogo che ha preceduto il monologo, il valore dell’ospitalità che è più antica di ogni frontiera.


Il gusto riflessivo    
E così arriviamo al dunque. I nuovi concetti di “rischio”, “tradizione” e “identità”  che si vanno forgiando con la globalizzazione hanno un’incidenza notevole nell’alimentazione. Il comportamento dell’individuo e i suoi stili di vita (cioè l’insieme di comportamenti e abitudini connessi in uno schema più o meno ordinato e che riguardano anche il regime alimentare) sono, infatti, elementi centrali per il progetto riflessivo del sé. Tali scelte variano al variare  di ambienti e luoghi in quanto riflessivamente aperte al cambiamento in virtù della natura mutevole dell’identità. A questo punto anche il concetto di “gusto” – cioè la capacità del nostro corpo di assaporare i cibi e le bevande e di distinguerli mediante la funzione sensoriale specifica e le emozioni connesse (il plaisir alimentaire dei francesi) – assume oggi un rilievo mai riscontrato in passato e un significato più pregnante. L’”enciclopedismo” con cui Jean Anthelme Brillat-Savarin riscopre il tema del gusto nella prima metà dell’Ottocento si racchiude nella sua definizione di gastronomia come disciplina scientifica trasversale che chiama a raccolta molteplici ambiti d’indagine. Sbaglieremmo però a considerare questa concezione olistica della gastronomia un’invenzione dell’Illuminismo; risale invece al mondo antico. Il Mediterraneo greco-romano che incrocia la cultura araba è la culla della medicina moderna. La relazione tra assunzione di alimenti, salute fisica e disposizione morale degli individui risale a Ippocrate, vissuto nel IV secolo a.C., mentre Galeno stabilisce più tardi (II secolo d.C.) i principi di una medicina umorale in voga fino al XVII secolo. Un’antica tradizione, testimoniata dalle Metamorfosi di Ovidio, considera il filosofo e matematico Pitagora, vissuto nel VI secolo a.C., l’iniziatore del vegetarianismo in Occidente e dunque di una cultura alimentare che fa leva sulla ricca varietà di erbe, radiche, fiori, frutta, semi e tutti i prodotti della terra e si collega all’idea di metempsicosi, secondo cui negli animali non c’è un’anima diversa da quella degli esseri umani. Del “cibo pitagorico ovvero erbaceo” si fa cultore il grande cuoco benedettino Vincenzo Corrado che elabora alla fine del Settecento un vero e proprio ricettario vegetale segnando un’altra grande svolta “salutista”. Fin dal Seicento l’esaltazione dell’equilibrio dell’alimentazione mediterranea è discorso ricorrente – quasi un vero topos – in tutti i dizionari geografici dell’Italia meridionale ed è ripreso dai racconti dei viaggiatori dell’Europa settentrionale che raggiungono le rive del Mare Nostrum. Naturalmente lo squilibrio di cui si parla in tali testi non è riferito al consumo eccessivo di alcuni cibi considerati oggi pericolosi per la salute, bensì alla loro carenza e alla estrema variabilità della produzione di cereali che forniscono fino al 70-75 per cento delle calorie quotidiane. Il concetto di equilibrio alimentare oggi assume nuove valenze. È il filologo e antropologo Piero Camporesi a darci il senso di come oggi questa cultura gastronomica si traduce nella nostra quotidianità: “La cosa potrà sorprendere, ma, sostanzialmente, molti dei nostri piatti fondamentali sono vecchi di secoli, anche se ritoccati dall’inevitabile trascorrere del tempo. Ciò avviene perché la struttura intima dell’uomo difficilmente coincide con le macroscopiche strutture economiche, produttive, sociali e politiche, in cui non si identifica mai completamente e che, almeno in parte, inconsciamente rigetta, rifugiandosi in una endocucina privata e tradizionalista, larvatamente sacrale, le cui manipolazioni acquistano il sapore magico del rifiuto della esocucina anonima, standardizzata, reclamizzata, dell’industria alimentare. Dalla dissacrazione e dalla alienazione del mondo contemporaneo l’uomo cerca di salvaguardarsi anche attraverso manipolazioni rituali e totemiche che hanno in cucina i loro idoli, dove, permettendone lo spazio, ultimo templum vestale, il fumo e il sapore degli intingoli acquistano valore sacrale e lustrale e ripropongono il simbolismo trinitario di istinto, natura e cultura a tutela della vera dimensione dell’uomo; come se nell’alchimia cucinaria l’uomo cuisenier  reinventasse il laboratorio dell’’io’ e andasse alla ricerca della sua sempre più labile identità”.

Da qui il ritorno all’invenzione di tradizioni alimentari locali che assumono oggi diverso valore dietetico, simbolico e rituale e portano con sé una trasformazione del gusto che – per essere arricchente -  dovrebbe avvenire in modo consapevole con il coinvolgimento delle comunità interessate e non sulla loro testa. Un gusto riflessivo, per usare la felice espressione coniata, alcuni anni fa, da Elena Battaglini rileggendo e connettendo la lezione sociologica di Giddens con quella della tradizione gastronomica mediterranea; un gusto rivolto al futuro, potremmo anche dire; un gusto dinamico, inteso come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere (o di rifiutare) modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di interagire con il “rischio costruito”, esprimendo con la propria scelta la fiducia (o la sfiducia) in un’azienda produttrice; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili. Insomma, salvaguardare il futuro del pianeta, espandere le libertà umane per le generazioni future, esercitare il gusto rivolto al futuro significa anticipare il futuro per mettercene al riparo. Dobbiamo imparare a immaginare il possibile ed elaborare allo scopo modelli cognitivi sempre più sofisticati. La libertà non è soltanto un processo di emancipazione individuale, ma anche collettivo: tanto più cresce se cresce per tutti.  

21 maggio 2015

San Pardo e la sua stalla


Giorni fa ho riportato sul mio profilo di fb foto dei carri di San Pardo in allenamento verso la salita del Monte. In allenamento i buoi e anche i giovani, cioè i grandi protagonisti della Festa che rappresenta l'identità di un territorio, l'anima della nostra città. A tal proposito, cogliendo il clima della preparazione della festa, riporto un articolo da me scritto due o tre anni fa e pubblicato su Larinoviva, con la speranza che venga preso in considerazione da chi ha, oggi, nelle mani il domani di questa festa e, con essa, quello della nostra Larino.


 SAN PARDO, LA FESTA, LARINO, IL MOLISE

Premessa

Tanti anni fa ho inviato una mia nota a Il Ponte, che parlava di una stalla cooperativa da realizzare in qualche parte del territorio della mia città per avere nel futuro sempre assicurata la presenza dei buoi e delle vacche. Animali deliziosi da considerare i veri grandi protagonisti della festa per eccellenza della transumanza (un tempo fiera del trac, cioè dell’andare dalla pianura alla montagna, mentre la grande Fiera di Ottobre – una delle più importanti in Italia fino alla prima metà del secolo scorso – era quella del tur, cioè del tornare dei pastori, con le loro mandrie e i loro greggi, dalla montagna alla pianura).

La nota, con l’idea di una “stalla cooperativa festa di San Pardo” ripresa più volte nel corso del tempo  ma mai realizzata in mancanza di un promotore, un organizzatore, regolarmente pubblicata, ha colto l’attenzione dei lettori del glorioso mensile nato a Larino (in quel tempo per la stragrande maggioranza larinesi). Personalmente ho sempre pensato che non poteva e non può che essere l’Associazione dei Carrieri, l’istituzione più naturale per un’operazione di salvaguardia e tutela della grande festa e, non solo, anche di promozione e valorizzazione della stessa.

Quella nota l’avevo scritta al mio rientro da uno dei tanti viaggi in Canada, quello che mi aveva portato da Toronto a Montreal a vedere la Festa di San Pardo nella Chiesa che ha salutato per prima i larinesi costretti a raggiungere in massa questa stupenda città. La festa con tre carri tirati da macchine! Ricordo una Cadillac al posto dei buoi, che mi ha  portato a pensare alla festa che riempie di suoni, di colori, di odori la mia città a fine maggio.

Era il tempo in cui le aziende coltivatrici erano insediate dal mito dell’industria e, in particolare, da quello dei seminativi e delle monoculture, sulla spinta della meccanizzazione voluta dalla Fiat e fatta propria dai Consorzi agrari, che sono sempre stati, fino al loro fallimento,  il braccio operativo di questa grande industria nazionale e di quelle multinazionali, soprattutto della chimica.

Pur consapevole del significato e del valore di quella festa che, con il dialetto, la cucina, i riti, teneva legati alle loro radici i larinesi e, anche, tutti gli altri italiani, non nascondo i brividi che ho avuto nel pensare alla fine che poteva avere la festa di Larino in mancanza dei suoi protagonisti, gli animali.

 Era questa la premessa della proposta di una stalla cooperativa, avanzata tanti anni fa con il significato di assicurare alla festa gli animali protagonisti della stessa, e, così, compattare il resto degli elementi che la compongono e la rendono un evento straordinario, unico.

 Certo non mancavano riflessioni riguardanti altri risultati possibili di una cooperativa nata, come si diceva, prima di tutto per assicurare a tutti i carrieri gli animali di cui hanno bisogno, tanto da poterla considerare al centro di una progettazione e programmazione di altre iniziative, tutte potenziali fonti di reddito e di occupazione, ma anche di immagine del territorio e di comunicazione della festa.

In questo senso, una proposta che la pesante crisi del Paese e del Molise e, ancor più di Larino e del suo circondario, e l’aumentata difficoltà di trovare gli animali rendono di grande attualità e, come tale, pressante.

Stanno qui le ragioni che mi hanno spinto a riprendere, dopo tanti anni, il discorso lasciato con la pubblicazione della nota su Il Ponte, con l’augurio che la proposta, aggiornata, possa diventare presto una riflessione della nostra comunità che della festa di San Pardo ha l’anima, cioè quello che serve per uscire dalla situazione di abbandono e di degrado  e ripartire per affermare la centralità del suo ruolo per il futuro del Molise.

Ripeto quanto ho già detto in altre occasioni, una rinascita che non può che partire dalle risorse e dai valori del suo territorio. Innanzitutto agricoltura e ruralità, con i primati della sua olivicoltura;  storia e cultura; paesaggi incantevoli; nobili e antiche tradizioni, e, non ultime,le nuove generazioni essenziali  per sostituire una classe dirigente che da lungo tempo ha mostrato scarse o nulle capacità di pensare al futuro della nostra amata Larino.

pasqualedilena@gamil.com

SAN PARDO, LA FESTA, LARINO, IL MOLISE

Seconda parte

Nel merito della proposta, in primo luogo ritengo virtuoso il processo che porta a mettere insieme le risorse disponibili, sapendo che la capacità di creare sinergie è l’elemento vincente, sempre e in qualsiasi campo. Sta qui il ruolo fondamentale del Comune di Larino e dell’Istituto Agrario “San Pardo” con la messa a disposizione dei terreni nelle Piane di Larino, in particolare quelli della Coteb, che possono essere rilanciati, e, per quanto riguarda l’Istituto, le sue potenzialità tecnico-organizzative sviluppate in stretta collaborazione con l’Università del Molise, a supporto di un allevamento che ha bisogno di terreno e, quindi, della disponibilità di chi questo terreno ce l’ha.

Penso alla diocesi di Termoli-Larino e non solo ai terreni sparsi sul nostro territorio, ai tanti coltivatori che possono produrre il necessario per la stalla e ricavare il giusto compenso.

Sta qui anche l’interesse di una realtà importante come la Fruttagel, che può, con la massa di sostanza organica a disposizione dei soci conferenti, programmare una ricca produzione biologica con il coinvolgimento e la collaborazione di tanti bravi coltivatori. Questi possono trovare in questa collaborazione l’occasione per reimpostare l’azienda e far rivivere a essa la buona regola della rotazione e dell’avvicendamento come un tempo.

Una stalla non isolata, ma pienamente dentro quella necessità che mi porta a dire che si può pensare al futuro di Larino e del Molise solo se si ha l’intelligenza di ripartire dal territorio quale bene primario, assoluto, con le sue risorse che vogliono dire cibo di eccellenza, paesaggio, ambiente e, come dicevo all’inizio, storia, cultura, tradizioni di straordinario spessore per la loro unicità.

Una stalla sostenuta dai carrieri con le stesse risorse impegnate nella ricerca degli animali o con quelli di proprietà che, molte volte, sono costretti a mettere nelle mani di allevatori bravi ma provvisori, alla luce della situazione che questi produttori stanno vivendo e, con essi, il comparto zootecnico.

La proposta, che provo ad aggiornare e a tracciare nelle sue linee principali, nel momento in cui diventa progetto ha tutto per essere presentata per il finanziamento ai vari sportelli istituzionali come progetto originale che spazia su più campi: cultura, agricoltura, turismo, ricerca e sperimentazione, non ultimo quello del sociale e delle politiche giovanili e delle pari opportunità.

In pratica, la stalla cooperativa “San Pardo”, non avendo come unico obiettivo la produzione di carne o di latte, di vitelli, trova nel suo primario obiettivo, la festa, uno straordinario e fondamentale valore aggiunto.

Essa apre spazi notevoli di occupazione, in particolare per le donne, soprattutto se tutte le attività di preparazione della stessa (fiori, ricamo, etc.) si associano per poi dar vita a un Consorzio di associazioni della Festa con la stalla perno dell’intero progetto.

Una stalla e altre iniziative sostenute anche da sponsorizzazioni e lasciti e da una maggiore razionalizzazione delle risorse raccolte per una festa che, grazie alla passione e all’amore di tutti i suoi protagonisti, diventa una fonte di occupazione e di reddito e una straordinaria occasione di comunicazione del territorio larinese e del Molise.

A mio parere niente di più grande e più bello può sostituire la mancanza degli animali che sono la festa.

 

SAN PARDO, LA FESTA, LARINO, IL MOLISE

Terza parte

  1. LA STALLA COOPERATIVA “ SAN PARDO”

1.- didattica– una stalla progettata per il benessere degli animali, aperta alle visite e, come tale didattica, caratterizzata da sobrietà e dal minimo spreco di energia, anzi in grado di utilizzare i sottoprodotti per produrre energia da mettere a disposizione di tutte le attività;

- biologica per ridurre e, nel tempo, azzerare tutti i prodotti di sintesi per recuperare energie e ambiente e dare una risposta alla domanda crescente da parte di consumatori che sanno che tanta parte della loro salute e del loro benessere dipende da un’alimentazione sana, cioè a base di cibi di qualità;

- della biodiversità nel momento in cui si decide che essa sia il centro di allevamento di tutte le razze bovine italiane, non solo per una tutela e conservazione delle stesse, ma anche per la ricerca e la sperimentazione da mettere poi a disposizione delle aziende agricole e zootecniche. Sta soprattutto qui Il ruolo fondamentale dell’Istituto agrario e dell’università del Molise, ma anche, dell’Associazione allevatori, del consorzio 5R, dell’Asrem del Basso Molise con la messa a disposizione del suo gruppo di veterinari per tutte le operazioni di formazione e informazione, ricerca e sperimentazione, assistenza necessaria per il migliore allevamento;

  1. Una stalla che deve assicurare la coppia di animali da affidare a ogni carriere e pensare, partendo da questa necessità, alle possibilità offerte dall’allevamento soprattutto per ciò che riguarda la produzione di carne.
  2. L’apertura di uno spaccio aziendale o la convenzione con macellerie per la vendita della carne e degli altri prodotti conferiti dai soci.
  3. La possibilità di aprire un piccolo centro di imbottigliamento e confezionamento al servizio dei soci e dell’intera comunità quale risposta alla necessità di tanti piccoli produttori che vogliono conservare e confezionare le loro produzioni. Una personalizzazione delle produzioni a partire dagli ortaggi, dall’olivicoltura e viticoltura con i prodotti tipici che possono raggiungere mercati lontani.
  4. L’apertura di una pista di allenamento a disposizione dei singoli carrieri
  5. L’apertura di una porcilaia destinata all’allevamento di maiali per la produzione della Pampanella di San Martino in Pensilis che dà al consumatore tutte le garanzie della qualità, nel momento in cui si può verificare direttamente la tracciabilità
  6. La nascita di laboratori per la produzione dei fiori di carta, delle coperte e delle lenzuola ricamate, dei carri grandi o in miniatura recuperando i mestieri di un tempo: carpentieri-falegnami; fabbri –maniscalchi; funai-artigiani dei finimenti dei buoi e delle vacche, di campane e campanelli

In sintesi, le prime cose da fare:

-        la discussione di questa proposta e, soprattutto, del progetto essenziale per la sua accettazione e, poi, definizione dello strumento di gestione ( espressione di tutti i protagonisti, in primo luogo dell’Associazione dei carrieri) che deve realizzarlo

-        La scelta del sito dove far nascere la stalla e la sua messa a disposizione per renderlo punto di riferimento di tante altre iniziative che hanno come obiettivo il futuro del Festa e del territorio larinese e molisano.

-        L’organizzazione e gestione delle risorse finanziarie e patrimoniali

-        La ricerca e formazione del quadro amministrativo e del personale

-        L’organizzazione dei partner pubblici e privati

-        La presentazione ai diversi sportelli del progetto per i finanziamenti della struttura e delle attività

-        L’organizzazione della stalla per renderla funzionale alla festa e per dare a essa un ruolo nel campo della biodiversità bovina e degli altri allevamenti a essa collegati.

Una iniziativa complessa che ha bisogno di tempo per andare a regime, ma che se realizzata in tempi brevi, può rappresentare una risposta seria e possibile alla situazione di crisi che vive la nostra città. Si tratta di ripartire dal tesoro che ha da sempre, il territorio con la sua agricoltura e le sue tradizioni, per rilanciare quel ruolo di centralità che ha sempre avuto nel Basso Molise e diventare esempio per le altre comunità molisane, nel momento in cui le scelte per sopravvivere sono poche e obbligate.

Questa mia proposta, gentilmente ospitata da larinoviva.it, vuole essere un contributo al dibattito che è prioritario per valutare la strada da percorrere e le scelte che si decidono di fare per dare sicurezza al futuro della nostra grande festa e segnare una svolta nel tipo di sviluppo per renderlo sostenibile e compatibile, affermazione dei valori e delle risorse del territorio che rappresenta la nostra identità.


Fine



 

11 maggio 2015

ALLA RICERCA DEL GUSTO PERDUTO DI OBIETTIVI IN ROSA

foto di gruppo alla fine della proiezione del documentario
Aperto ieri il 3° Concorso Fotografico “obiettivi in rosa”, promosso e organizzato dalla Fidapa di Larino. Un’intera giornata dedicata ai profumi e al gusto dei piatti che accompagnano e rallegrano la Festa di San Pardo; ai colori dei fiori di carta che esprimono l’allegoria di questa festa che può fare impazzire anche la più attrezzata macchina fotografica. Alla fine della giornata, “dulcis in fundo”, la proiezione del documentario “Alla ricerca del gusto perduto, molto bello che, se diffuso, può diventare un validissimo strumento di promozione del Molise e dei suoi prodotti legati alla buona cucina.
l'ideatore e regista del film
William Mussini


Ho partecipato alla proiezione di questo Docufiction, l’evento di chiusura di una giornata intensa di iniziative e molto partecipata, un filmato ideato e diretto da William Mussini e realizzato per la INCAS film, con quattro bravi attori, tutti molisani, scelti dal regista ed una protagonista, Maria Assunta, trovata nella sua casa di Pescolanciano in provincia di Isernia.
Giacinta Gasdia,
vicepresidentte della Fidapa
Una stupenda presentazione del Molise, che non solo c’è, ma è anche capace di prenderti per gola; di quel patrimonio di cultura materiale di cui il Molise è straricco. Un patrimonio che fino a ieri rappresentava l’arretratezza e che, oggi, mostra tutta la sua attualità con un interesse che va oltre i confini regionali e nazionali.
Il Molise dell’acqua cristallina con mille sorgenti, dei paesaggi unici, ricco di un verde particolare, pieno di paesi come Pescolanciano che ha il suo castello, lungo uno dei tanti tratturi, il Celano – Foggia, dove ancora è possibile vivere l’Arcadia. Il Molise ospitale con la Casa di Maria Assunta aperta e la sua stanza della cucina che si trasforma in un’aula scolastica dove la padrona di casa fa vedere e racconta la preparazione di una serie di piatti di un normale giorno, che possiamo dire, dal sugo e dalla carne al forno, di festa. Svolge con grande disinvoltura questo suo ruolo insolito facendosi largo tra gli ospiti da poco arrivati con il suo andare e tornare dalla cucina a gas al tavolo di preparazione delle diverse pietanze.
Il clima sì, è proprio quello della festa, con l’’allegria che accompagna la curiosità degli attori protagonisti, Daniela Terreri, Marco Caldoro, Teresa Musacchio e Francesco Vitale, il solo presente ieri, nella sala al 4° piano del Palazzo ducale di Larino,insieme con il regista William Mussini.
Tanta cultura in quel percorso che dall’orto dietro casa porta alla cucina e poi a tavola. Una bella e piacevole lezione quella di Maria Assunta, ben sostenuta dalle domande e dall’animazione del cast del film.
Grande l’interesse a vedere come si versa la farina di granoturco, quando e come si gira per fare una polenta al sugo squisita; partecipare alla preparazione delle pallotte cac’è ove così importanti da promuovere un’interessante Sagra a Castel del Giudice, il paese ripopolato da un meleto biologico; capire il significato di “arracanate”, osservando attentamente la preparazione di un coniglio (non di un baccalà) al forno, con l’origano grande protagonista insieme con le il pane raffermo sbriciolato; sedersi a tavola e vivere il piacere del convivio nel momento in cui il modello di società prova a renderci sempre più soli, divisi e rassegnati.
Una stupenda giornata tra i fornelli e la tavola chiusa con la visita all’orto coltivato dal marito di Maria Assunta e, poi, la musica di un gruppo folcloristico per il ballo finale e i saluti.
Francesco Vitale, attore protagonista, e il regista
 Walter Mussini con me a parlare di cibo
Un importante documento promozionale che racconta, in un modo molto coinvolgente, il bello e il buono del piccolo grande Molise. Un documento che avrebbe bisogno dell’attenzione delle istituzioni, in primo luogo della Regione, per una sua ampia diffusione in modo da far conoscere un territorio con i suoi valori, le sue risorse, in particolare il cibo e l’ospitalità e far dire anche, a chi è convinto che “il Molise non esiste” che, invece, c’è e merita di essere vissuto.
Pensavo, mentre guardavo il documentario, al turismo, o meglio ai turismi possibili e le normi potenzialità solo se le sappiamo sfruttare.

pasualedilena@gmail.com


 



Sveglia per i presidenti dell'Abruzzo e del Molise

I comizi non servono se non si ha la capacità di mantenere gli impegni presi. Sono chiacchiere che servono solo a illudere le persone e, così, a offenderle
La lettera di Don Alberto Conti della Diocesi di Trivento che ricorda ai presidenti D'Alfonso e Di Laura Frattura gli impegni presi, all'inizio di dicembre, in occasione della presentazione del quaderno "Rompere gli schemi per creare il nostro futuro"
p. di lena
DIOCESI di TRIVENTO

CARITAS DIOCESANA

 

                                                           Al Dott. Luciano D'Alfonso

                                                                       Presidente Giunta Regionale dell'Abruzzo

                                                                       invio posta elettronica: presidenza@regione.abruzzo.it

      La Lettera di Don Alberto Conti della Diocesi di Trivento inviata                                                 

                                                             Al Dott. Paolo Di Laura Frattura

                                                                       Presidente Giunta Regionale del Molise

                                                                                      invio posta elettronica: presidente.frattura@regione.molise.it
 

Signori Presidenti delle giunte regionali dell'Abruzzo e del Molise, 

lo scorso 6 dicembre, nella tavola rotonda di presentazione del quaderno “Rompere gli schemi per creare il nostro futuro” della Scuola di Formazione all'Impegno Sociale e Politico “Paolo Borsellino” della Diocesi di Trivento (CB), dedicato all'indagine demografica ed alle proposte per uscire dalla crisi economica e sociale che da lungo tempo colpisce il territorio delle aree interne e rende sempre più precaria la vita di chi ancora ostinatamente ha deciso di non andarsene, venne da Voi accettata l'ipotesi da me avanzata di una convocazione congiunta dei due Consigli Regionali per affrontare, con animo, intelligenza e speranza nuovi, l'emergenza finalmente riconosciuta e posta al primo punto all'ordine del giorno delle preoccupazioni comuni.

La proposta venne sentita da tutta l'assemblea come un impegno serio, per certi versi risolutivo ai fini della “riconciliazione” tra Politica e Società, il cui rapporto negli anni ci sembrava essersi progressivamente logorato  sotto il peso delle promesse mai adempiute e delle attese frustrate.

È per questa ragione, evitando che anche quest'ultima aspettativa resti delusa, che mi permetto di ricordarVi l'urgenza di tenere fede a quell'impegno anche sulla base delle sollecitazioni contenute nell'importante documento sottoscritto lo scorso 14 aprile dal nostro Vescovo Mons. Domenico Scotti e da tutti i Sacerdoti della Diocesi di Trivento e rivolto alle Autorità della nostra Repubblica  e del nostro territorio.

D'altro canto nei mesi che hanno seguito l'incontro di Trivento le cose non sono certo cambiate né migliorate; possiamo dire, al contrario, che il quadro si è ancor di più incupito con l'ulteriore rarefazione di presidi di sostegno alle nostre popolazioni, soprattutto nelle sue componenti più giovani, come la scuola e il lavoro e con la viabilità che, con le ultime frane e dissesti, hanno praticamente isolato i piccoli paesi.

Dobbiamo parlarne, dal momento che abbiamo deciso di non arrenderci.

È con fiducia, perciò, che Vi chiedo di dare seguito all'idea di convocare congiuntamente le massime Assemblee elettive delle Regioni da Voi presiedute nella Città di Trivento, sede Episcopale, per  confrontare le analisi, individuare le soluzioni, impegnare ciascuno di noi a perseguirle in modo da renderle credibili ed efficaci. 

In attesa di un positivo riscontro invio cordiali saluti

 

Trivento, 10 maggio 2015

                                                                             Sac. Alberto Conti

                                                                                      Direttore Caritas Trivento