29 giugno 2015

ANCHE LE PIU'' BELLE RIVISTE NE PARLANO

 
PLAIN AIR, la bella e più importante Rivista di Turismo secondo natura, Camper, Caravan, Tenda e Escursioni, diretta da Raffaele Iannucci, molisano di Casacalenda, parla de L'Olio di Flora della Casa del Vento di Larino sul numero di Maggio
 
 
 
LA MADIA -Travelfood, la bella rivista che da trent'anni parla di enogastronomia e Ristorazione (l'unica rivista italiana di settore distribuita alla ristorazione della Gran Bretagna), diretta da Elsa Mazzolini, nel suo ultimo numero di Maggio-Giugno, il 292°, scrive della Cantina di Campi Valerio di Monteroduni, la cantina della provincia di Isernia che dà un importante contributo all'immagine di qualità dell'enologia molisana
 
 
 
 
 

26 giugno 2015

Un successo la presentazione del libro di Franco Cianci “Francesco Colitto – storia di un grande liberale molisano”


il  saluto
del presidente della provincia di Campobasso, Rosario De Matteis
 Un successo la presentazione, oggi pomeriggio a Campobasso, del libro “Francesco Colitto – Storia di un grande liberale molisano” scritto dall’avv. Franco Cianci per le edizioni il Bene Comune di Campobasso. Cianci, già consigliere regionale, è stato un grande amico di Colitto, politico e parlamentare molisano che ha avuto l’onore di essere uno dei 75 componenti della commissione dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana, che ha predisposto il testo della Carta Costituzionale, e, in seguito, sottosegretario di Stato alle Finanze del governo De Gasperi.

Con la presentazione del libro di Franco Cianci, uno dei suoi soci più attivi, l’Associazione degli ex consiglieri, presieduta da Gaspero Di Lisa,  ha voluto dare continuità al suo impegno di promozione culturale e politica, a fianco delle istituzioni, in primo luogo la Regione.  Un altro importante contributo teso alla conoscenza dei valori e delle risorse del nostro Molise, al ruolo svolto e alla necessità di una difesa e tutela della sua autonomia.  

Una sala consigliare strapiena, quella di Palazzo San Giorgio, con numerose personalità presenti, che – dispiace dirlo – ha messo ancor più in luce l’assenza dei consiglieri regionali, compresi i componenti della giunta. Erano, invece, presenti  il sindaco di Campobasso, Battista, e il presidente della Provincia di Campobasso, De Matteis, che hanno portato il saluto  delle istituzioni rappresentate.


il tavolo dei relatori
Del libro ne ha parlato, presente l’autore, il prof. Antonio Mucciaccio, che ha introdotto e coordinato il dibattito non senza, però, aver prima sottolineato il ruolo decisivo dell’illustre parlamentare molisano nella predisposizione di emendamenti fondamentali per il futuro riconoscimento della 20a regione italiana.

Norberto Lombardi, il primo chiamato a intervenire, ha tracciato il percorso politico di Colitto, a partire dagli anni giovanili, quando rimane affascinato dal fascismo anche se la sua iscrizione, 1936, al partito di governo è dovuta più alla necessità di dare spazio alla carriera universitaria che a una precisa convinzione politica. La sua adesione, dopo la liberazione, prima al Fronte dell’Uomo qualunque” e, poi, al Partito Liberale, che non abbandonerà, rimanendo ad esso fedele per tutta il resto della sua non breve vita.

Straordinario e unico il suo rapporto con la città di Campobasso e i suoi cittadini, che lo adorano e lo stimano creando così una situazione di preferenza al partito della Democrazia cristiana che, nel Molise, dominava più che in ogni altra parte del Paese.

Un libro di memoria – ha sottolineato Lombardi - che vale la pena leggere per capire la profonda differenza  tra la politica nel periodo dominato dalla Democrazia cristiana e che ha visto grande protagonista il liberale Colitto e quella attuale, che non riesce neanche più a sorprenderci con il suo appiattimento sempre più deleterio.

A sviluppare questo confronto tra la classe politica di ieri e di oggi ci ha pensato l’editore del volume, nonché direttore de il Bene Comune, Antonio Ruggieri, chiamando in causa anche la classe dirigente di questo Molise. L’ha fatto con grande forza ed ha dimostrato di essere convincente.


Sen. Luigi Biscardi
Un confronto spietato tra chi, Colitto, che, anche a 89 anni, rimaneva affascinato dalle novità, dimostrando, così come altri protagonisti della politica molisana, di non smettere di pensare al futuro ma di programmarlo, e chi, ultimamente, dimostra di vivere la sua esperienza di dirigente e, soprattutto, di politico, senza un progetto e senza un programma, senza un’idea di futuro, cioè la voglia di dare spazio a un percorso capace di cogliere un domani possibile per il Molise. tutto questo nel momento in cui c'è bisogno della politica se si vuole difendere l'autonomia del Molise, oggi a rischio.
lo scrittore Pietro Corsi
 
A chiudere gli interventi, l’ex consigliere regionale Massimo Torraco che, già dipendente della Banca Popolare del Molise, ha voluto ricordare il rapporto con il suo Presidente Francesco Colitto che di questa Banca era stato il fondatore.

Questi e tanti altri gli spunti che la lettura del bel libro di Cianci dà insieme con la conoscenza di uno straordinario personaggio della vita politica molisana, oggi più che mai di grande attualità.

Un libro tutto da leggere ed ecco perché bene ha fatto l'Associazione, con l'aiuto dell'editore Ruggieri, a sostenere la sua pubblicazione e la presentazione di oggi nel luogo più rappresentativo, la sala consigliare di Palazzo S, Giorgio, il cuore della città. Campobasso, che ha tanto amato Francesco Colitto e ancora lo ricorda.

pasqualedilena@gmail.com

24 giugno 2015

I DISTRETTI: SVILUPPO LOCALE E TRADIZIONI DELLE AREE RURALI

Un importante incontro quello promosso da Gal Innova Plus ieri pomeriggio a Casacalenda.

Importante per lo sviluppo del territorio, cioè di quel piccolo tesoro che ci appartiene solo nel momento in cui lo sappiamo spendere e rinnovare nei suoi valori e nelle sue risorse, avendo così la premura e l'impegno di trasferirlo alle future generazioni.

Soprattutto quello più marchiato di ruralità e di quella agricoltura contadina. legata alle tradizioni e alla qualità dell'origine, che è proprio del Molise e, non solo, della gran parte delle mille Italia che compongono questo ostro Paese.
Giovanna Lepore, Amodio De Angelis del Gal
 e Michele Giambarba Sindaco di Casacalenda

Un incontro introdotto e coordinato da Giovanna Lepore, la direttrice del Gal che ha sede a Larino, fortemente partecipato, che ha visto intervenire più relatori, tutti bravi nell'illustrare un quadro, per la verità un po' confuso sotto l'aspetto normativo e ricco tutt'ora - come ha tenuto a sottolinearlo Serena Tarangioli, esperta CREA - di controversie giurisprudenziali, nonostante i quindici anni di vita della legge di riconoscimento dei distretti.

Quindici anni che non sono bastati a otto delle venti Regioni italiane a recepire la legge e a emanare una propria disciplina sui distretti. Fra queste otto Regioni c'è anche il Molise e questo, tenendo conto che cluster e reti d'imprese sono al centro dell'impianto strategico dei programmi di sviluppo rurale 2014-2020, crea problemi lungo un  percorso che ha bisogno del coinvolgimento dei protagonisti delle aree rurali e dell'intero sistema agroalimentare molisano.

Un limite, una debolezza che, se non superate prontamente, può rendere l'intero impianto dei distretti un'occasione persa, come tante in questa nostra realtà che ha un forte bisogno della sua agricoltura e della ricca sua ruralità, un valore distintivo del territorio molisano al pari della biodiversità. Ecco perché ripeto quanto detto giorni fa: l'agricoltura e la ruralità non hanno bisogno di propaganda e di comizi, ma di fatti, che, nel caso specifico,

sono tutte le azioni tese ad aggregare e a far dialogare i diversi protagonisti, sia pubblici che privati.
Alessandro Triantafyllidis, responsabile distretti biologici
per Aiab nazionale e Paolo Di Luzio, presidente Aiab Molise

In questo senso interessanti gli interventi (Francesco Esposito e Alessandro Tiantafyllidis) che hanno riportato esperienze vissute come quella del Gal "Monti del Reventino", in Calabria, e quello della Val d Vara in Liguria, come pure i risultatati ottenuti ((Giovanna Zammarchi) nel territorio del Medio Molise e Fortore.
Illustrate da Daniele Ciarlariello, prima dell'intervento conclusivo dell'assessore all'agricoltura Fcciolla, le misure del Psr del Molise a sostegno delle dinamiche collettive, dell'innovazione e dello sviluppo locale.
pasqualedilena@gmail.com

 

21 giugno 2015

LA CASA DEL VENTO INFORMA

  
                                       informa                               
    comunicato n°5
 
Ora siamo più sereni. Il periodo che lo scorso anno ha determinato, con la mosca, nata terribile dell’olivo con un calo del 50% della produzione, è passato e nel migliore dei modi. 

frutti grandi come acini di pepe
mignole (técchie)
Una fioritura abbondante e l’ottima allegagione hanno portato ad avere una buona fruttificazione con gli attuali acini di pepe che si trasformeranno presto in acini grandi, che, al momento dell’invaiatura (inizi di ottobre) si caricheranno della giusta percentuale di olio.
sbocciano i fiori
Bisogna avere tutta l’attenzione possibile per difendere la pianta e le olive da attacchi di parassiti, in particolare la mosca con le sue micidiali uova. 
 
 
Energia pulita e Olio biologico
Il letame.
Un importante apporto di centinaia di tonnellate di sostanza organica per sostenere la Gentile di Larino e assicurare, con la coltivazione  biologica, un olio sano ai nostri clienti che sono nostri amici  


                            L'Olio di Flora
                                                          Roma - Solstizio d'Estate                 





 Campobasso
Food&Fashion

Una bellissima serata tra le vigne,
i campi seminati
e gli orti dell'Istituto 0Tecnico Agrario

Oggi 21 giugno 2015 l'inizio di una nuova estate. L'augurio, mio e di Flora, che sia serena e
bella per tutti.





20 giugno 2015

Due milioni di europei contro il TTIP

     di Pasquale Di Lena - Teatro Naturale del 20.06.2015 - editoriale

Un chiaro invito, NO TTIP, alle istituzioni europee e ai suoi rappresentanti a interrompere le negoziazioni e, soprattutto, a non firmare quest’accordo economico e commerciale globale, come pure quello in corso con il Canada, conosciuto come CETA.
 
 
Ecco che quello che qualche giorno prima del 10 giugno u.s. sembrava una cosa ormai fatta è bloccata dalla partecipazione dei cittadini, una volta venuti a conoscenza dei veri obiettivi di una trattativa tenuta, non a caso, in gran segreto.
 
La troppa sicurezza porta anche i più potenti a sbagliare e, nel caso dei due trattati già citati, voluti espressamente dalle multinazionali con la messa in campo di un processo e un percorso che le ha viste protagoniste assolute, viene da pensare alla verità di quel detto popolare “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, che ben si adatta all’iniziativa in oggetto, portata avanti con forti azioni di lobbing.
C’è da dire che questi potenti colossi pigliatutto hanno mostrato il loro vero volto, che è quello di non badare a spese pur di avere tutto e tutto sotto il loro controllo. In pratica, le pentole – grazie, in un primo momento, all’impegno di pochi e all’esplosione, ultimamente, di un’attenzione e partecipazione dei cittadini - si sono mostrate sproporzionate, visto che sono diventate dei contenitori di grandi questioni come l’ambiente, la salute, la qualità del cibo, i diritti dei consumatori, da mettere a cuocere insieme con la sovranità nazionale di ognuno dei 28 Paesi che sono parte dell’Unione europea.
 
Una vera e propria esagerazione che, però, ha trovato il consenso di governi e forze politiche, se non l’entusiasmo, come nel caso del nostro Presidente del Consiglio, che ha mostrato di avere sempre un occhio attento alle esigenze di chi ha creato e dirige questo sistema, fallito da qualche tempo, che - lo scrive Papa Francesco nella sua Enciclica appena pubblicata-, sta portando il mondo alla rovina.
 
Le multinazionali, attraverso il TTIP e il CETA, hanno espresso il loro vero intento e, cioè, governare il mondo e non avere davanti a sé alcun ostacolo, neanche le istituzioni e i governi democraticamente eletti per avere la piena libertà di stravolgere le regole che i popoli si sono dati, stracciare i principi democratici, decidere e far valere ancor più la loro fame di profitti e di potere.
In pratica, hanno mostrato la loro vera natura, che è quella di appiattire, livellare, uniformare, soprattutto i territori, per dare sempre più spazio, se si pensa all’agricoltura e agli allevamenti, ai processi industriali che hanno come solo e unico obiettivo la quantità, a scapito della qualità e della diversità dei prodotti che si ottengono da queste attività, che, da millenni, “nutrono il pianeta”.
Hanno mostrato anche, con la forza di rendere complici la politica e le istituzioni, la debolezza e i limiti di chi dovrebbe davvero governare la situazione, cioè la politica e le istituzioni.
 
Sono a rischio, come prima si diceva, le democrazie dei Paesi europei e l’immagine stessa dell’Europa, che ha tutto il potere di decisione su questi trattati; la libertà di scelta del cittadino consumatore; i valori e le risorse del territorio e, soprattutto, l’agricoltura e la zootecnia contadine, nel momento in cui trovano spazio l’uso di tecnologie come gli organismi geneticamente modificati (Ogm), e prodotti, da noi e in Europa, non permessi o banditi da tempo, diversamente che negli Stati Uniti e Canada, come gli ormoni per l’ingrasso degli animali o prodotti chimici, in particolare antiparassitari e erbicidi, senza dimenticare l’uso sproporzionato di concimi e fertilizzanti che, nel tempo, riduce a poca cosa la fertilità del terreno.
 
È a rischio l’immagine di qualità e diversità dell’agroalimentare italiano e, non solo, anche di tutti gli altri Paesi europei, annullando, di fatto, un processo per niente facile che la Francia ha avviato a cavallo del ‘900 e che l’Italia ha ripreso facendo proprio il percorso della qualità, quella strettamente legata al territorio, cioè l’origine.
Un percorso virtuoso, avviato prima con i vini (Dpr 930 del 1963) e, poi, nel 1992, con il regolamento comunitario 2081 (oggi 510/2006), relativo alla protezione delle denominazioni di origine (dop) e delle indicazioni geografiche (Igp), e il regolamento 2082 (oggi 509/2006), riferito alle specialità tradizionali garantite (stg). Da questi regolamenti la grande svolta, alla fine del secondo millennio, con il riconoscimento delle tante eccellenze agroalimentari contrassegnate con il marchio Dop e Igp, quale risposta al valore e al significato del territorio con le sue peculiarità; riconoscimento della validità di un percorso tecnico-scientifico in un campo che, grazie alla storia, cultura, tradizione, memoria e professionalità dei produttori e dei trasformatori, produce ciò che dà alla vita energia e senso, il cibo.
 
Un percorso che, attraverso il riconoscimento e la possibilità di riportare il marchio in etichetta, vuole tutelare e garantire il consumatore con i tanti importanti testimoni di questo o quel territorio. Testimoni importanti che, nella quasi generalità dei casi, sono diventati eccezionali promotori di quel turismo enogastronomico che ha rappresentato e rappresenta il valore aggiunto dell’immagine di tanti territori, anche i più sconosciuti.
 
Un percorso che, già nel 2005, ha fatto balzare in testa alla graduatoria dei riconoscimenti l’Italia. Oggi, con i suoi 271 prodotti alimentari riconosciuti Dop, Igp e Stg, è nettamente davanti alla Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, cioè i paesi del Mediterraneo, che rappresentano tanta parte dei 1260 riconoscimenti riferite all’intera Unione europea. Un primato dell’agroalimentare italiano che onora i territori e i suoi protagonisti (produttori e i trasformatori) e che fa tanta immagine nel mondo. A questi bisogna aggiungere i 73 vini Docg, 332 Doc e 118 Igt.
Un primato che verrebbe cancellato in poco tempo con l’approvazione del TTIP e del CETA ai quali bisogna dire NO, invitando quanti più possibile a sottoscrivere la petizione (https://stop-ttip.org/it/firma/) per superare l’obiettivo di 2,5 milioni e rimanere, sapendo che verranno incentivate le azioni di lobbing, vigili per denunciare e sconfiggere possibili colpi di mano.
 
Un’azione necessaria per non dare alle multinazionali la possibilità
 di distruggere il territorio, il grande e ricco patrimonio che ancora ci rimane con i suoi valori e le sue risorse ambientali, storiche, culturali, paesaggistiche, agroalimentari, e, con esse, quelle legate alle tradizioni; non permettere a privati l'appropriazione di compiti propri di un governo e di ogni singolo Stato, ben sapendo che, in questo modo, la liberalizzazione e la privatizzazione diventerebbero irreversibili con le democrazie destinate a pagare il prezzo più alto.
 

Papa Francesco e l’ambiente: la ripresa di un Concilio incompiuto

Come la Chiesa è giunta, nell’arco di decenni, a pubblicare la prima enciclica sull’ambiente
[16 giugno 2015]
Papa ambientalista
In queste ore la Santa Sede si appresta a rendere ufficialmente noto un documento atteso da tempo: l’enciclica papale, la prima in assoluto, sull’ambiente. Conoscendo l’audacia e la schiettezza di Bergoglio  – e le primissime anticipazioni non ufficiali – molti pensano che il testo, che come tutti i documenti di questa rilevanza è destinato ad avere un grande peso nella vita della Chiesa e dei credenti, susciterà l’interesse e il consenso di gran parte di coloro che hanno messo l’ambientalismo al centro delle proprie preoccupazioni morali e politiche.
Al di là del suo contenuto, che si attende di conoscere con impazienza nella sua versione definitiva, è però già la scelta dell’enciclica a indicare la volontà di una rottura, a suggerire il desiderio di una discontinuità, di innovazione. Certo, guai a dirlo apertamente: tutto il linguaggio, direi la retorica, della Chiesa cattolica si vuole sempre sotto il segno della continuità, del costante esprimersi nel mondo di un’unica, immutabile verità che parla via via il linguaggio dei tempi. E, come in tutti i grandi documenti vaticani, anche in questo caso – da quel che è dato sapere in questo momento – abbondano le citazioni di testi precedenti (da San Francesco e dalla Bibbia fino ai discorsi e agli scritti di Wojtyla e di Ratzinger), a indicare l’eterna presenza, nel messaggio cristiano, di ciò che ora viene detto in modo nuovo e forse solo in modo un poco più esplicito, consapevole e articolato.
Ma se la Chiesa cattolica ha, almeno nella sua ufficialità, questa costante premura per la continuità, per un eterno che essa disvela via via in forme storiche, chi guarda al passato per mestiere sa che discontinuità, rotture, conflitti, cambiamenti non sono mai mancati e, anzi, gli ultimi sessant’anni sono stati particolarmente ricchi di conflitti e di cambi di scenario sotto l’impetuosa pressione di un mondo che cambiava a ritmi inediti, sempre più rapidi ma spesso anche non lineari, tortuosi. E sa anche che la discontinuità più sorprendente per vastità e audacia è stata nel Concilio Vaticano II, frutto di un contesto storico di una vivacità irripetibile e infatti presto depotenziato, sottilmente negato e messo lentamente e tacitamente tra i robivecchi novecenteschi.
Pur senza rivendicarlo troppo apertamente (perché, appunto, significherebbe ammettere una discontinuità fieramente negata persino dai suoi predecessori liquidatori del concilio) gran parte del magistero di papa Bergoglio riprende molti temi e soprattutto lo spirito del Concilio.
E anche questa enciclica, in modo forse persino inconsapevole, riprende uno sforzo post-conciliare della Chiesa di chinarsi sulla questione ambientale che era rimasto tuttavia incompiuto, interrotto.
Molti rivendicano da tempo, anche in questo caso in nome della continuità, le progressive aperture di Wojtyla e Ratzinger all’ecologia, e pare certo che lo farà anche Bergoglio. Si è trattato tuttavia – credo si possa dire – di petizioni di principio piuttosto rare e timide, che non hanno mai inteso impegnare seriamente la Chiesa verso la questione ambientale, come invece avviene da oltre mezzo secolo su altre importanti questioni sociali (la pace, la povertà, i diritti) per non parlare delle questioni riguardanti la vita, la famiglia e tutto il nucleo dei cosiddetti “principi non negoziabili”.
E’ molto probabile, al contrario, che l’enciclica di Francesco voglia indicare ai cattolici ma anche al resto del mondo un deciso cambio di passo. Accanto al “ritorno” fortemente enfatizzato al centro dell’azione e della parola della Chiesa di temi conciliari come il disarmo, la lotta alla povertà, i diritti umani, ecco insomma “l’arrivo” dell’ecologia, la grande assente nella parabola conciliare iniziata con l’enciclica giovannea Mater et magistra del 1961 e conclusa proprio con il pontificato “normalizzatore” di Karol Wojtyla.
Ma è possibile ed è bene ricordare che quella assenza non fu propriamente totale, che la sollecitudine per l’ambiente avrebbe potuto ragionevolmente e appropriatamente stare dentro lo spirito e le preoccupazioni dell’età conciliare,. e che in piccola e del tutto provvisoria parte vi trovò anche posto. E che vi fu infatti una brevissima stagione in cui qualcuno, dentro la Chiesa, tentò di innestare l’ecologia sul tronco conciliare e di fornirle pari dignità rispetto a temi strategici quali la pace, la giustizia sociale, i diritti umani, la democrazia. E che questa stagione si chiuse, che questo tentativo fallì lasciando incompiuta l’agenda conciliare per diversi motivi, tanto oggettivi quanto soggettivi.
Ripeto: consapevolmente o meno Bergoglio sta forse oggi tentando di compiere quel passo che allora non riuscì e che fu fatto naufragare; anche in questo senso, insomma, il suo può essere considerato come la riapertura di un cantiere conciliare.
Quella vicenda è nota a pochissimi addetti ai lavori e ai pochi protagonisti sopravvissuti, ed è indispensabile quindi riassumerla rapidamente[1].
Nella discussione e nei documenti elaborati nel corso del Concilio, dall’ottobre del 1962 al dicembre 1965, non vi furono di fatto accenni di sorta alla questione ambientale. Erano proprio quelli gli anni in cui per la prima volta l’ecologia iniziava a comparire nel dibattito pubblico dei paesi industrializzati (Silent Spring di Rachel Carson era uscito un mese prima della cerimonia di apertura del Concilio) e la Chiesa, che già con una certa fatica e non senza contrasti interni stava riuscendo a captare i principali “segni dei tempi”, non aveva antenne sufficientemente sensibili per capire che anche quello dell’ambiente era un importante “segno dei tempi”, destinato peraltro a esplodere a livello mondiale di lì a pochissimi anni.
A parte la citazione di un paio di frasi bibliche molto generiche e che bisognava interpretare con una certa buona volontà per intravedervi un intento ambientalista, la copiosa e straordinaria documentazione prodotta dai padri conciliari e i fondamentali documenti di poco successivi come l’enciclica Populorum progressio (1967) non contenevano alcun cenno esplicito né alcun stimolo consapevole alla tutela dell’ambiente. Vista da questa prospettiva la Chiesa cattolica mostrava, anche a causa del suo centralismo, di essere in grave ritardo rispetto alla sensibile e agile elaborazione di teologia dell’ambiente che già dagli anni Cinquanta proveniva dal protestantesimo statunitense.
Nel silenzio dei documenti conciliari non pesava tuttavia solo l’incapacità di “vedere” il sorgere di una problematica nuova come quella ambientale.
Tali documenti, che pure coglievano bene molte delle principali contraddizioni politiche e sociali del mondo moderno, erano infatti permeati in gran parte del clima di speranza degli anni del dopoguerra, della distensione e della crescita economica, e mostravano una sostanziale fiducia nel progresso tecnico e scientifico. Tale fiducia, messa in ombra solo qui e là da qualche considerazione più pessimista e preoccupata, finiva col rinforzare uno degli elementi fondanti di tutto il pensiero cristiano: l’antropocentrismo. La visione, cioè, che la Terra fosse creata per il godimento dell’uomo, immagine di Dio e vertice della Creazione, e che tutt’al più all’uomo spettasse una responsabilità di saggia e rispettosa manutenzione del Creato medesimo.
Che l’uomo, e che soprattutto il moderno progresso scientifico, potesse invece costituire di per sé un elemento profondamente perturbante per l’equilibrio del  pianeta – come aveva scritto esattamente un secolo prima George Perkins Marsh – non sfiorò neanche lontanamente la mente dei padri conciliari.
La Chiesa uscita dal Concilio, d’altro canto, era ancora e sempre troppo sensibile a tutto ciò che travagliava l’esistenza dell’umanità concreta per rimanere totalmente impermeabile alle sollecitazioni, politiche e culturali, che crescevano di giorno in giorno sul fronte dell’ambiente.
Verso la fine degli anni Sessanta vennero così a confluire due piccoli rivoli che, sempre partendo dallo spirito e da alcune figure ed eventi conciliari, andavano nella direzione di una consapevole e ampia presa in carico della questione ambientale da parte della Chiesa.
Il primo rivolo era quello del “gruppo sulla povertà”, operante all’interno del Concilio sin dagli esordi. Questo gruppo aveva avuto un peso notevole nell’orientare i lavori conciliari riguardo alle questioni della giustizia sociale e nell’ispirazione della costituzione pastorale “Gaudium et spes”, l’ultimo grande documento approvato dai padri conciliari. In gran parte da questo gruppo, dai suoi membri e dalla sua ispirazione era poi sorta la pontificia commissione “Iustitia et pax”, il grande organo mondiale della Chiesa chiamato da Paolo VI a occuparsi delle grandi problematiche sociali del mondo moderno. Una delle animatrici prima del “gruppo sulla povertà” e poi della commissione era una famosa economista britannica, collaboratrice dei principali organismi mondiali e autrice di libri tradotti e venduti in tutto il mondo: Barbara Ward. Proprio a Barbara Ward, nel corso del 1969, il coordinatore di quella che sarebbe poi stata nel 1972 la grande conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano di Stoccolma affidò l’incarico di preparare un ampio documento preparatorio che divenne anch’esso un best-seller: Only One Earth. The Care and Maintenance of a Small Planet, uscito proprio alla vigilia della conferenza Onu. A Stoccolma, Ward sarebbe poi stata una delle figure centrali nella mediazione tra le varie linee che si confrontavano, ma all’interno della Chiesa avrebbe più in generale tentato per qualche anno di fare in modo che la “Iustitia et pax” assumesse in pieno la questione ambientale tra i propri obiettivi prioritari.
Il secondo rivolo, parallelo e poi confluente col primo, ebbe modo di concretizzarsi proprio in vista della conferenza di Stoccolma, ma aveva qualche radice un po’ più profonda. Come il primo rivolo, esso ha nomi e cognomi, due in particolare: Bartolomeo Sorge e Giorgio Nebbia.
Nella prima metà del 1970 padre Sorge, colto e sensibile gesuita stretto collaboratore di Paolo VI, aveva percepito l’importanza politica e sociale ma anche culturale e teologica della questione ambientale e, anche su stimolo di una prima corrispondenza con Nebbia, aveva probabilmente suggerito al Papa di affrontare l’argomento nel corso di un suo discorso alla FAO. Non è da escludere, visti i rapporti tra i due, che il discorso papale, il primo in cui un pontefice parlava di ecologia, fosse stato proprio redatto, o quantomeno strutturato, da Sorge stesso. Qualche giorno dopo il gesuita aveva pubblicato un ampio, maturo e informato commento al discorso papale che per la prima volta poneva ai lettori della “Civiltà cattolica” il problema del degrado ambientale e del ruolo dell’uomo in esso. Grazie a questi precedenti la Santa Sede affidò a Sorge il compito di coordinare un gruppo di lavoro incaricato di redigere il contributo ufficiale della Santa Sede alla conferenza di Stoccolma. Nebbia fu il principale animatore e ispiratore della redazione del testo, che si sarebbe rivelato uno dei più circostanziati e avanzati tra quelli prodotti dalle delegazioni nazionali al consesso dell’Onu.
Negli anni immediatamente seguenti, anche se in modo non del tutto chiaro e consapevole, si scontrarono due tendenze: la prima fu quella che tendeva a legittimare e istituzionalizzare l’impegno della Chiesa in campo ambientale, la seconda fu quella a mettere la sordina, nella Chiesa come nel mondo più ampio, alla sollecitazione verso l’ambiente. I portatori della prima istanza provarono a consolidare e ad ampliare il peso dell’ambiente nell’agenda di “Iustitia et pax” e per qualche anno ci furono piccoli risultati, apparentemente promettenti. I portatori della seconda tendenza iniziarono, appena dopo Stoccolma, a circondare di cautele politiche e teologiche la questione ambientale che, per l’essenziale, veniva poco capita ma soprattutto veniva identificata con il pericolo di diffondere nell’opinione pubblica mondiale e nei governi idee favorevoli alla limitazione delle nascite, che la Chiesa avversava fieramente mediante una battaglia che – questa sì – costituiva una vera priorità per l’istituzione come per tutti i credenti.
Questa preoccupazione e questa battaglia, per l’essenziale, contribuirono a far identificare l’ecologia – che già toccava poche corde profonde nei cattolici – con una specie di cavallo di Troia dei “malthusiani”. La seconda tendenza – sostenuta compattamente dai vertici della Chiesa – prevalse, e le timide aperture favorite e ottenute dalla prima furono presto accantonate. Alla metà degli anni Settanta il discorso era sostanzialmente chiuso.
È stato questo complesso di processi e di eventi, assieme al progressivo abbandono dello spirito, delle istanze e delle priorità del Concilio Vaticano II, che ha contribuito a lasciare sostanzialmente l’ecologia fuori dalla sensibilità e dalle priorità della Chiesa e dei cattolici. E questo, ripeto, nonostante qualche timida e formale affermazione di Wojtyla e di Ratzinger, in ogni caso più frequente in tempi più vicini a noi.
Bergoglio, dentro la sua ripresa conciliare, sembra voler riannodare un filo interrotto. Come non augurarsi che – finalmente – ci riesca?
[1] La vicenda ricostruita qui solo per brevi cenni è raccontata in dettaglio e con tutte le necessarie pezze d’appoggio in un saggio dal titolo “Only One Earth: The Holy See and Ecology”, in corso di pubblicazione negli atti del convegno Environmental Protection in the Global Twentieth Century: International Organizations, Networks and Diffusion of Ideas and Policies (Berlin 25-27.10.2012), a cura di Jan-Henrik Meyer e Wolfram Kaiser, per i tipi di Berghan Books, Oxford-New York.
- See more at: http://www.greenreport.it/leditoriale/papa-francesco-e-lambiente-la-ripresa-di-un-concilio-incompiuto/#sthash.5uZ5gWFA.dpuf

19 giugno 2015

Agroalimentare, Copagri alla conquista del mondo con Love IT


 Agroalimentare, Copagri alla conquista del mondo con Love IT 
 Presentato a Expo il brand per promuovere i prodotti italiani all'estero. Il progetto favorisce l’incontro diretto tra consumatore e produttore, in un’ottica di totale trasparenza
 di Tommaso Cinquemani               
                                  A Expo Copagri ha presentato il marchio Love IT
                           Fonte immagine: © Tommaso Cinquemani - AgroNotizie    
        
Si chiama "Love IT – Real Italian Food"' il brand lanciato da Copagri che ha come obiettivo promuovere nel mondo il vero made in Italy agroalimentare. La presentazione è avvenuta all'interno del padiglione ad Expo 2015 della Confederazione che raccoglie oltre 300 mila produttori agricoli.

Questo brand noi lo mettiamo a disposizione di quegli agricoltori che vogliono portare all'estero i loro prodotti e ottenere una giusta remunerazione per il loro lavoro”, spiega Franco Verrascina, presidente nazionale di Copagri.

'Lo amo' o 'Amo l'Italia'. Sono queste le due traduzioni possibili di Love IT e rappresentano entrambe il concetto che Copagri vuole trasmettere al pubblico. I consumatori amano l'Italia e il suo cibo, vario e genuino, ed è giusto che abbiano la possibilità di comprare il vero made in Italy e non i prodotti dell'italian sounding che tanto male fanno al nostro settore agroalimentare.

Love IT non è solo un marchio che racchiude il sapore del vero made in Italy, ma è anche una catena di negozi dislocati in diverse città del mondo. Si inizia con Expo e con Milano, ma le ambizioni sono di diventare globali.

E per raggiungere al meglio i consumatori Copagri sta puntando molto anche sull'e-commerce. PowaTag è una soluzione che permette a chiunque di acquistare i prodotti stagionali degli associati Copagri direttamente da smartphone e tablet, con un semplice tap.

Il progetto favorisce l’incontro diretto tra consumatore e produttore, in un’ottica di totale trasparenza che privilegia il principio di filiera corta e di tracciabilità. Ma attenzione, per filiera corta non si intende il chilometro zero, anzi. Si potrebbe parlare di 'chilometro illimitato', perché i prodotti viaggeranno in tutto il mondo. A zero si devono ridurre le intermediazioni e le logiche aggressive al ribasso che caratterizzano l'attuale mercato.

A sostenere questo progetto c'è anche il ministero dell'Agricoltura. Il viceministro Andrea Olivero ha tagliato il nastro che ha ufficialmente inaugurato il padiglione di Copagri e ha espresso il suo appoggio all'iniziativa Love IT.
Non dobbiamo stravolgere il nostro modello agricolo”, ha detto Olivero durante la conferenza stampa. “Dobbiamo piuttosto promuovere i nostri prodotti nel mondo e difendere il made in Italy dalle contraffazioni”.

Sorge il dubbio però, che una iniziativa del genere si doppi con il segno unico distintivo dell'agroalimentare lanciato dal ministro Maurizio Martina proprio ad Expo 2015 neppure un mese fa.
Niente affatto, i due progetti cono complementari e si rafforzano l'uno con l'altro”, spiega Verrascina. “Si stima che il giro d'affari dell'italian sounding sia di 60 miliardi di euro all'anno, il doppio di quello generato dal vero made in Italy. Con queste iniziative cerchiamo di ribaltare questa situazione”.

Un punto però il presidente di Copagri ci tiene a sottolineare: sono i singoli produttori che si devono attivare per avere successo nel mondo. L'obiettivo è saltare gli intermediari e andare a vendere i prodotti italiani in tutto il globo, offrendo qualità ma anche quantità, essenziale per poter dialogare con i distributori esteri.

18 giugno 2015

LA CENTRALITA’ DEL TERRITORIO E LA FORZA DELLA PARTECIPAZIONE



 

Domani 19 giugno, ore 15.30 a Termoli, Sala Incontri della parrocchia del Sacro cuore
Dal No Ombrina alla Cop 21 di Parigi: terra, cibo, energia e cambiamenti climatici


E’ bastata la raccolta, in pochi giorni, di oltre due milioni di firme a una petizione indirizzata alle istituzioni europee e  ai suoi parlamentari per fare saltare gli accordi raggiunti all’interno dei gruppi più numerosi, Alleanza dei socialisti e democratici e quello dei Popolari, e fra gli stessi. I 119 emendamenti, presentati in pochi giorni, hanno convinto Schulz, il presidente del Consiglio d’Europa, di rinviare la discussione, in programma il 10 di giugno u.s., sul Trattato di libero scambio (TTIP) Usa-Europa.
Saggia decisione o semplicemente paura di non vedere raggiunto l’obiettivo dell’approvazione di un trattato che fino a un fa nessuno sapeva della sua esistenza? Avviato in tutta segretezza, tant’è che gli stessi componenti della commissione che lo preparavano erano obbligati a non entrare in sala con carta e penna per non rischiare di far arrivare all’esterno qualche appunto.
Ma, come ben sa chi si è raccomandato di non raccontare ad altri quello che era un segreto, la verità ha trovato una sua via di fuga e, subito, si è sparsa la voce tra quanti hanno antenne sensibili per argomenti vitali come la democrazia, la libertà, il Bene Comune.
Ricordo bene l’incontro di giugno scorso, a Termoli, con Andrea Bersani, promosso da alcuni movimenti, che, sulla scia della vittoria del Territorio (No Stalla, Sì Bene Comune Molise), hanno rimandato al mittente (Granarolo) l’idea della costruzione di una stalla di un chilometro quadro dove ospitare ben 12.000 manze. Una stalla industriale che avrebbe azzerato le piccole stalle contadine del Molise e i suoi prodotti più legati al territorio e alla transumanza, quali i latticini, il caciocavallo silano, il pecorino.
Una vittoria importante che ha portato ad aprire subito altri fronti di discussione su temi di attualità (l’eolico selvaggio, le biomasse, l’autostrada del Molise) e, in particolare, a dar vita al Forum dei Territori Molisani in occasione delle due giornate di discussione a Matrice.
Aver posto al centro del confronto, della discussione, della proposta, dell’iniziativa, il Territorio, ha avuto il significato di una svolta che, però, non da tutti è stata, ed è tutt’ora, considerata tale.
Un limite soprattutto per chi è convinto della validità dei vecchi schemi, con la possibilità di una loro rinascita. Non succederà, sono ormai superati dagli eventi prodotti da una crisi globale, con un sistema fallito che strepita e di dimena scaricando tutta la sua carica di violenza fondamentalmente contro il territorio. Il bene comune per eccellenza, la miniera dov’è possibile scavare il domani, che ha bisogno di  essere difeso da questi attacchi e di energie per esprimere le sue enormi potenzialità.
La nuova iniziativa, in programma domani a Termoli nella ospitale sala della parrocchia del Sacro cuore, ha al centro della discussione proprio il territorio con i suoi valori e le sue risorse
Prima di chiudere riprendo il discorso di apertura di questa nota: il rinvio della discussione sul TTIP nel Consiglio europeo, che è certamente da ritenere una vittoria della partecipazione, ma che non deve farci distrarre, vista la capacità di lobbing espressa dalle multinazionali.
Il prossimo appuntamento è alla fine di questo mese, il 29, quando si riunirà di nuovo la commissione commercio del Parlamento europeo, il solo a prendere la decisone, per l’esame dei 119 emendamenti presentati. Nel frattempo serve continuare con la informazione e la mobilitazione del più gran numero dei cittadini e, soprattutto, coinvolgere quanti non hanno ancora firmato la petizione invitandoli a farlo cliccando su ( https://stop-ttip.org/it/firma/ ) .
pasqualedilena@gmail.com


15 giugno 2015

L’AGRICOLTURA HA BISOGNO DI STRATEGIE E NON DI COMIZI

Ieri a Guglionesi

L’agricoltura non ha bisogno di propaganda, né di comizi e tantomeno di promesse, per uscire dalla pesante crisi strutturale che l’attanaglia dal 2004 e la rende ancora più debole e a rischio del passato.

Essa ha urgente bisogno di programmazione e di progetti; strategie, in particolare di quella riferita al marketing; forte attenzione dei giovani; ricerca e sperimentazione; formazione; associazionismo; uno stretto rapporto pubblico-privato per dare forza e senso alla partecipazione alle scelte dei produttori.

E’ questo il messaggio lanciato a Guglionesi, questo pomeriggio, nell’incontro  “Quale Mercato per il commercio agroalimentare a Guglionesi”, organizzato dall’Associazione Culturale Fuoriporta nell’incontro, moderato dal noto giornalista Emanuele Bracone, che si è tenuto questo pomeriggio nel salone de La Casa del Fanciullo di Guglionesi.
Grande interesse a partire dalla prima relazione “La Filiera corta per la produzione della pasta con grano duro locale”, sviluppata, in rappresentanza dell’Associazione, da Arcangelo Pretore, che ha riportato dati riguardanti l’agricoltura del territorio di Guglionesi, che raccontano di un’agricoltura diversa da quella che viene rappresentata dai dati ufficiali o dalla propaganda di chi vuol far credere che va tutto bene in campagna e che da ora in poi andrà ancora meglio.
Non è così, purtroppo! Non è così soprattutto se si considera che l’agricoltura di Guglionesi, al pari di quella dell’intero territorio del Basso Molise, è la più avanzata del Molise. Ebbene, essa è caratterizzata da monocoltura per oltre la metà della superficie agricola del territorio comunale, in particolare cereali; per il 70% le aziende (la superficie media è di 10 ettari) sono condotte da una sola persona; l’età media è di 67 anni con il solo 10% di presenza di giovani.
Pochi dati, ma sufficienti per rappresentare un quadro allarmante se si considera la centralità e l’importanza di questo settore primario nel territorio dove è più sviluppata l’agroindustria. La proposta dell’Associazione di puntare su “La filiera corta per la produzione della con grano duro locale” non solo è una risposta al coltivazione più estesa e, quindi, al prodotto più importante per quantità e qualità, ma anche un esempio per lo sviluppo di altre filiere possibili, nel campo del vino, dell’olio e degli ortaggi. La strada possibile da percorrere per dare quel valore aggiunto di cui ha, e avrà, sempre più bisogno il produttore e lo stesso trasformatore con l’immagine della qualità strettamente legata al territorio di origine. In pratica - questo nel momento più alto del mercato globale - l’affermazione del luogo, con il prodotto, in questo caso la pasta, che diventa il suo testimone importante.
Ecco che servono come il pane le istituzioni e le strutture che fanno ricerca e sperimentazione sulle varietà del grano duro per dare al progetto altre sicurezze sotto l’aspetto della qualità e della stessa quantità! Un tema affrontato, da par suo, da Pasquale Romano, professore e vice dirigente dell’Istituto Tecnico Agrario “San Pardo” di Larino, che ha parlato dell’esperienza dei campi sperimentali propri della scuola e dei rapporti con altri centri, in particolare quello di Foggia che svolge un ruolo nazionale nel campo della sperimentazione varietale del grano duro.
L’incontro ha visto l’impegno di altri relatori che hanno affrontato temi di grande attualità, che la facile propaganda non tiene in considerazione nel momento in cui c’è da fare attente analisi per capire dove sono gli ostacoli e cosa fare per spostarli o eliminarli del tutto. Come Adamo Romano della Cooperativa “Cuore verde”che ha parlato, dopo un’analisi della situazione e la messa in luce delle tante potenzialità che la realtà dell’agricoltura locale può esprimere, del non facile tema del mercato dei prodotti agricoli, soprattutto come affrontarlo.
A seguire, nel rispetto del programma, l’intervento del coltivatore Giorgio Scarlato dell’Associazione “Uniti per non morire”, che ha spiegato “i rapporti tra il mondo agricolo e le istituzioni che dovrebbero rappresentarlo”, con un altro bravo imprenditore agricolo, Pietro D’Ambra, anch’esso rappresentante di “Uniti per non morire” che ha raccontato de “L’esperienza di una start-up aziendale mai decollata: il rapporto mancato con le istituzioni”. A chiudere gli interventi, il commercialista Gianfranco Del Peschio, che si è soffermato su “Aspetti amministrativi, rappresentatività e tutela nel mondo agricolo”.
C’è da sperare che l’Associazione Culturale Fuoriporta non si senta solo appagata dal successo di questo ma dia ad esso la continuità che merita per arrivare a cogliere primi possibili obiettivi.
pasqualedilena@gmail.com

11 giugno 2015

IL SEGRETO DELLA CATTEDRALE DI LARINO

 da ITALIAINSOLITA.BLOGSPOT.IT
 
Qual è il mistero celato nella simbologia della facciata della cattedrale? È un semplice edificio religioso o nasconde regole e formule alchemiche tali da aprire, agli occhi dei più attenti, le porte di un cammino iniziatico?
Situata nel Basso Molise, Larino è sicuramente una delle cittadine più interessanti del Molise e non solo. Immersa nei campi di olivo ed in una florida vegetazione, è famosa per le numerose testimonianze delle epoche passate. L'anfiteatro ed i mosaici romani, i sontuosi palazzi, le ville nobiliari e le chiese, mostrano anche oggi le tracce di una storia millenaria.
La cattedrale di Larino, tra le più belle del centro-sud Italia, incarna ed integra aspetti architettonici e simbolici appartenenti sia all'arte romanica che a quella gotica. Il termine gotico sembra derivare dal popolo barbaro dei Goti.

"Arte gotica" starebbe ad indicare l'arte "barbara", selvaggia, distruttrice della tradizione classica. Una spiegazione molto diversa, ci è offerta da Fulcanelli nel suo affascinante volume "Il Mistero delle cattedrali" che stabilisce un collegamento tra gotico e goetico (ovvero magico). 
"L'art gotique", Egli dice, "altro non è che una deformazione ortografica della parola argotique, la cui omofonia è perfetta..."
La cattedrale, dunque, è un capolavoro “d'art goth o d'argot" il cui significato sul dizionario è: il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno. Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone, iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Templari al Santo Graal.
Una delle teorie più intriganti che riguarda le cattedrali consisterebbe nel fatto che al tempo della prima crociata, partita dall'Europa nel 1098, un gruppo di cavalieri capitanati da Ugo di Payns si costituirono, qualche decennio più tardi, in un Ordine con il pretesto di proteggere i pellegrini che transitavano per la Terrasanta da possibili saccheggiatori e, per il fatto che ottennero dall'allora re di Gerusalemme Baldovino II il permesso di accamparsi su quelli che si riteneva essere i resti del Tempio di Re Salomone, vennero chiamati "Templari". 
Fonti, mai ufficiali, ipotizzano che essi -nel periodo in cui si fermarono in quel luogo- diedero il via ad una serie di scavi nelle fondamenta del Tempio, riuscendo a trovare chissà quali documenti misteriosi, riguardanti le tecniche costruttive della geometria ‘sacra’, le "Leggi divine dei numeri, dei pesi e delle misure" (fornendoli ai costruttori delle cattedrali). C'è chi afferma che i loro costruttori fossero gli eredi spirituali di Hiram, il mitico architetto dell'antico Tempio di Gerusalemme.
I Templari sono stati degli Iniziati ai Misteri e avrebbero acquisito l'adeptato nelle scienze esoteriche ed alchemiche.
L’attuale piccolo centro molisano racchiude in se suggestioni e storia da far impallidire la stessa Roma. Ancora più misterioso è l'universo simbolico della sua cattedrale. E’ ampiamente noto che il prospetto della basilica è chiuso in un quadrato pressoché perfetto. In questo quadrato le immagini scolpite non sono mai ripetute, esclusa una: l’Agnello Crucifero.

Vi si trova rappresentato al disotto della cuspide del timpano dello pseudo-protiro del portale centrale e nella parte centrale in alto nel contesto del Tetramorfo apocalittico.
L’immagine dell’agnello svolge una funzione specifica nella tradizione ebraica e, soprattutto, in quella cristiana. Dell’Agnello si riferisce nell'apocalisse di S. Giovanni Evangelista ed è l’emblema più noto di Cristo sacrificato, anche se, in generale, è l’espressione del sacrificio umano.
Nella facciata della Cattedrale di Larino il primo Agnello si trova collocato all'interno del timpano del portale. Non ha altre figure a lato, ma al disopra delle cornici si appoggia un grifone alato dal manto loricato che ghermisce con gli artigli anteriori un animale. 
Il grifo fu utilizzato spesso nell'iconografia cristiana anche in sostituzione dell’aquila per la sua capacità di sollevare i corpi per trasportarli verso l’alto. Quindi questo particolare punto della facciata rappresenta l’inizio dell’ascesa del Cristo sacrificato.
Il secondo Agnello è al disopra del rosone, in posizione simmetrica rispetto ai quattro simboli del tetramorfo che l’evangelista Giovanni vede sotto il Trono dell’Altissimo riprendendo dalla visione di  Ezechiele: “Quattro esseri che presentavano sembianze umane ma ciascuno aveva quattro aspetti e quattro ali. Le loro gambe erano diritte ed i piedi, simili agli zoccoli di un bue, lucenti come bronzo fuso. Di sotto le ali, ai quattro lati, apparivano mani di uomo. Muovendosi non si voltavano indietro, ma ciascuno procedeva davanti a sé. Davanti il loro aspetto era di uomo, a destra di leone, a sinistra di bue e di aquila per tutti e quattro”.

Quattro figure che dal II secolo in poi, sulla scorta delle interpretazioni di Ireneo di Lione, furono identificati come simboli dei quattro evangelisti. Nel leone si vide il vangelo di Marco, nell'uomo-angelo quello di Matteo, nel vitello quello di Luca e nell'aquila quello di Giovanni.
Orbene, se si tirano le diagonali di tale quadrato, il punto di intersezione corrisponde all'Agnello Crucifero nella cuspide dello pseudo-protiro del portale principale. Se si forma un triangolo equilatero prendendo come base il quadrato della facciata, il vertice del triangolo corrisponde al secondo Agnello Crucifero che si trova sul rosone, al centro del Tetramorfo apocalittico.
Ma nella Cattedrale di Larino c’è molto di più. Una pietra che, apparentemente di poca importanza, in realtà rappresenta l’estrema sintesi del concetto di perfezione.
È sistemata ai lati del capitello della colonna fitomorfica sostenuta dal grifone nella facciata della cattedrale, sulla sinistra. E’ costituita da un blocco squadrato in cui una faccia reca un rettangolo con una pronunciata cornice a fettuccia. Al centro è un cerchio nel quale è inscritto un esalfa con i sei lati e i sei raggi in forma di foglie lanceolate. Sembra provenire da un altro edificio da cui è stata estratta per  essere riutilizzata soprattutto per il segno che contiene.

Per i pitagorici il numero sei è assimilato al concetto di perfezione perché corrisponde alla somma dei suoi divisori: 1 + 2 + 3 = 6. 
Nel nostro caso la figura dell’esagono rappresenta anche un richiamo geometrico ad un poligono che ha una particolarità che non appartiene a nessun’altra figura geometrica piana. Quella di permettere la costruzione sui sei lati di altrettanti esagoni che chiudano interamente la figura centrale.
E’ un’aggregazione presa a prestito geometricamente dagli alveari che sono appunto costituiti da una superficie in cui esistono solo ed esclusivamente figure esagonali. Ogni singolo particolare che costituisce l’apparato decorativo della cattedrale fa parte di un programma organico la cui interpretazione si lega direttamente ai significati simbolici riconducibili in maniera evidente alle interpretazioni apocalittiche di Giovanni l’Evangelista.
Un chiaro esempio è rappresentato da quella parte della facciata che inquadra il grande rosone centrale. A parte la funzionalità pratica di portare la luce all'interno, il rosone, il cui termine tecnico è oculus,  nel suo significato simbolico è l’occhio di Dio ma è anche la luce dinamica che squarcia le tenebre, appunto secondo la visione giovannea: “Dio è Luce e in Lui non vi furono le tenebre”.
La luce è uno degli elementi naturali che serve a dare senso alla potenza di Dio. Alla luce si attribuisce quel significato dinamico proprio attraverso la visione giovannea che permette di associare gli elementi fisici di un edificio alle  considerazioni teologiche.
Ma l’oculus nella concezione iconodula, sostanzialmente antiplatonica, è l’elemento di filtro tra la verità assoluta e la verità rivelata.
Sulla questione è utile richiamare Giovanni Damasceno che risolse, in contrasto con le attività iconoclaste di Leone III Isaurico, la problematica della legittimità delle rappresentazioni divine affermando il principio che la verità è dentro di noi e che, attraverso la lettura della Sacre Scritture, le immagini si proiettino verso l’esterno sui supporti fisici attraverso gli occhi. 
Il pittore, in pratica, ha solo il compito di dare fisicità alle proiezioni che vengono da dentro. Il rosone, dunque, è l’occasione pratica per esaltare la natura divina della luce quale anticipazione dell’Apocalisse finale.
Il rosone della Cattedrale di Larino cela anche un altro grande mistero. Generalmente, infatti, i rosoni sono a 12 raggi mentre questo ne ha 13. Perché? Potrebbe rappresentare Gesù con i dodici apostoli, ma soffermandoci sul significato alchemico del numero 13 emergono interessanti considerazioni. Al numero Tredici è associato il significato della fine di un ciclo, dal fatto che ci sono tredici mesi lunari in un anno e tredici sono i segni nell'astrologia celtica e dei nativi americani. Tredici predice nuovi inizi, ma significa anche che i vecchi sistemi devono terminare per favorire le trasformazioni richieste. Ma tredici è anche la famosa data “venerdi 13 ottobre 1307” tanto temuta nella quale furono arrestati e giustiziati in massa i Cavalieri Templari, osteggiati dal Re Filippo il Bello (fatto che ha generato la “triscaidecafobia” cioè la paura del numero 13).
Nella lunetta centrale della facciata c’è un’altra sorpresa. L’angelo che cerca di togliere la corona di spine è un piccolo escamotage simbolico per celare un ben più profondo segreto. 
Infatti, se guardiamo la figura dell’angelo unito alla rappresentazione della crocifissione di Cristo su pianta di croce ad Y, vedremo che tale immagine ricalca fedelmente un antico simbolo che l’alchimia fa risalire addirittura all’antica civiltà atlantidea. Algiz, la runa dello slancio tra il mondo dei vivi e quello degli Dei. È la runa più potente energeticamente e spiritualmente, quella che simboleggia la consapevolezza dell’ordine cosmico.
Siamo su un pianeta karmico: questo significa che torniamo ad incarnarci per evolverci sempre di più. Di vita in vita, di epoca in epoca, di era in era, di eone in eone. Il pianeta stesso, ogni eone, deve “ripetere” la sua evoluzione ricominciando daccapo. I cambiamenti dimensionali del sistema solare e il destino dell'umanità secondo il calendario cosmico sono sempre avvenuti. Gli antichi sapevano molto bene di queste svolte energetiche che causavano epocali cambiamenti strutturali e geofisici della Terra. I calendari dei Maya (che risalgono a circa 18 mila anni fa), degli egizi (che risalgono a circa 39 mila anni fa), dei tibetani, dei cinesi e di altre civiltà portano nel periodo che corrisponde a quello nostro; quello che sta per terminare.
Dobbiamo anche riflettere sul fatto che grandi mutamenti si stanno verificando anche nell'uomo. A questo proposito cerchiamo di capire che cosa significa il termine “ascensione”. Con questo termine ci si riferisce all'evoluzione spirituale. Tutte le creature sono chiamate all'ascensione, esso è un processo naturale e una necessità della vita stessa.

L'ascenzione umana, quella simbolicamente celata nella Cattedrale di Larino, ci permetterà di accedere ad un piano evolutivo superiore.
 
di Dario Giardi
foto di Franco Valente
Luogo: Larino
Provincia: Campobasso
Regione: Molise

8 giugno 2015

Gli anni di Antonio

La dedica mia e di Flora ai 90 di Antonio di Nucci, casaro in Agnone, padre di Franco titolare del caseificio più conosciuto del Molise, in Italia e nel mondo. Ieri, domenica, un pullmino pieno di tutt'i Di Nucci, le tre figlie con i rispettivi mariti e i due figli con le rispettive mogli, più i sei nipoti, per scoprire il litorale, gli oliveti secolari di Portocannone e i suoi fantastici patriarchi di 8 secoli; per ritrovare il casone di Ramitelli nell'agro di Campomarino, ieri a bosco oggi territorio dell'Azienda vinicola più famosa, la Di Majo Norante, con i suoi vigneti e i suoi giardini coltivati. Il luogo che era rimasto nella sua memoria da quando, a tre anni, aveva svernato dopo aver percorso, con i suoi genitori, i tratturi e i bracci con partenza da Capracotta, il suo paese di nascita e di residenza prima del trasferimento negli anni '50 ad Agnone.  L'Incontro con Di Majo, famoso "Don Luigi", e poi da "Marina", il ristorante di solo pesce che è dietro il piazzale dell'Agip subito dopo la rotonda e il cavalcavia sulla s.s. Adriatica all'altezza di San Salvo marina, per godere il "Brodetto alla vastese" e altri gustosi piatti della tradizionale cucina marinara e, soprattutto, per il rito della candelina e della torta. Una splendida giornata grazie ai Di Nucci. 

Questo Molise non finisce mai di raccontare le sue piccole ma importanti storie, così ricche di peculiarità e di originalità, come, del resto, è il suo territorio. Ecco perché viene facile ripetere, piccolo grande Molise, cioè un territorio che non arriva a quattromila e cinquecento chilometri quadrati e che, però, ha tutto, grazie alla sua diversità orografica e dei suoli.

Chi è il più giovane? Antonio di Nucci con i sei nipoti
Da sempre una terra di passaggio e, come tale, da vedere attentamente per cogliere, delle emozioni, le più nascoste sfumature che riservano gli ambienti e i paesaggi; i campanili dei numerosi piccoli centri; i dialetti, che hanno parole dolci là dove affiorano le rocce e i venti sono violenti e gelidi, più che nel piano e sulle colline che scivolano lentamente al mare; le tradizioni, che uomini e donne, insieme, si sono inventate per tenerle sempre vive nella memoria; gli echi dei passi confusi di uomini e animali, che il cibo se l’andavano a trovare inseguendo il sole e il suo calore. Trac-tur, che portava all’inizio dell’autunno a raggiungere il piano non lontano dal mare e trac-tur, che, alla fine della primavera, riprendeva l’antica via, battuta e profumata di erbe, lungo un sale e scendi di dolci colline prima di arrampicarsi verso le cime dei monti ancora innevate. Trac-tur a fianco di boschi profumati dai nuovi germogli o di prime foglie marcite. Trac-tur verso prati fioriti. Pascoli in grado di appagare la fame e di produrre latte, liquido candido, puro, che nelle mani sapienti di uomini e donne riusciva a mantenere e raccogliere, in una ricotta, una scamorza, una mozzarella, una stracciata, o, in formaggio posto ad asciugarsi in un canestro o a cavallo di una canna o di un ramo tagliato e spogliato delle foglie,  il profumo di petali e di pollini, di steli e di foglie, di frutti raccolto con il lento ruminare di una pecora o di una mucca.

Il Molise è qui, in questa sua arte antica, a continuare, ancor più che altrove, ad alimentare la sua memoria.
Un gigante buono che non ha mai smesso di tenere unito il mondo, piccolo e grande, dei suoi affetti. Come quando, pastore, con l’aiuto dei suoi fedeli cani, sapeva guidare, in quel trac-tur, il suo gregge e, poi, tenerlo unito nello stazzo.
Il tempo scorre lentamente senza mai svanire; il passato torna per diventare nuova linfa dell’oggi e del domani, cioè speranza, certezza, futuro. Il Molise, così, ha sempre voglia di sapere, scoprire, vivere emozioni per dare al filo del suo racconto, in un momento storico difficile, delicato, la forza della continuità. Grazie Molise, grazie Antonio

5 giugno 2015

FARE PRESTO, L’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA NON PUO’ RESTARE A GUARDARE

Leggo su Olimerca il rischio che corre il nostro olio extravergine di oliva con l’entrata in campo degli “oli designer”, cioè “progettati” in modo tale da riprodurre pari pario i benefici apportati alla salute dell’olio extravergine di oliva a un costo nettamente inferiore.

Questi “oli designer” sono destinati a invadere e condizionare il mercato globale, a scapito del consumatore che non ha in cambio i benefici che solo l’olio extravergine di oliva può dare.  









Ci dobbiamo chiedere cosa può pensare un consumatore dell’offerta di un olio di mais o di colza e di oliva insieme (vedi etichetta e contro etichetta della bottiglia di plastica) a un prezzo irrisorio o, anche la scritta “colosterol free” e di altre indicazione che esaltano il prodotto. Soprattutto un consumatore non dell’area del Mediterranea ma di cultura anglosassone.

Un campanello d’allarme per il mondo dell’olio extravergine di oliva, proprio nel momento in cui si stanno aprendo nuove strade per questo nostro prodotto, filo conduttore di quel mangiare mediterraneo che ci appartiene.

Ho avuto modo, leggendo questo e altri giornali spagnoli, di capire l’impegno che la Spagna sta mettendo in campo con un’attenta strategia di marketing che guarda ai più importanti mercati del mondo. L’Italia ancora una volta arriva tardi e ci arriva con le solite proposte di un piano approvato dalle organizzazioni associative e consortili, che, poi, vuol dire dalle organizzazioni professionali, che è, come sempre, più una spartizione di risorse che un progetto di comunicazione e valorizzazione dell’olio extravergine di oliva.

Mi dispiace dirlo ma è così. Uno spettacolo già visto che non entusiasma più, anzi preoccupa.

 A pensare che ci sono mille cose possibili da fare con tutto il materiale a disposizione riguardante il territorio dei tanti territori olivicoli italiani e cioè storia, cultura, paesaggio, ambiente, tradizioni! Ma, anche e soprattutto, risultati importanti della ricerca medica che la gran parte degli atenei sono in grado di offrire con il contributo di altri enti e istituzioni, in primo luogo l’Accademia Italiana dell’olivo e dell’olio.

La cultura dell’olivo e dell’olio deve diventare il filo conduttore di quella strategia di marketing che ha certamente bisogno di risorse, non da sprecare, ma da spendere con progetti che devono avere una durata almeno di tre anni, necessari per capire le potenzialità del mercato scelto, le correzioni da apportare nel momento in cui si ha la certezza della raccolta.

Ciò è possibile solo se la filiera si apre al dialogo ed alla voglia di stare insieme per utilizzare ogni chicco di oliva e ogni goccia d’olio nell’opera di conquista del consumatore, sia nuovo che già abituato al nostro olio extravergine.

I concorrenti, come dice Olimerca, non stanno a guardare, anzi sono già in azione.

 pasqualedilena@gmail.com