30 novembre 2015

Il pesce azzurro nel piatto

Menù:
Antipasto di mare - Alici  marinate, Sgombro con cipolla di Tropea, crostini con macedonia di pesce azzurro
 
Primi piatti - Orecchiette alle cozze
 
Secondi piatti - Sgombro gratinato in salsa di agrumi con patate prezzemolate
 
Mosaico di frutta
 
Vino - Molì delle Cantine di Majo Norante di Campomarino
 
 
 
Ed ecco la degustazione che ha fatto seguito all'incontro su "La Pesca Sostenibile - qualità e sicurezza dei prodotti".




Piatti preparati dallo chef stellato. Alessandro Circiello, con la collaborazione dei giovani dell'Istituto alberghiero di Termoli.

Una pesca sostenibile per rilanciare questa importante attività


l'On. Laura Venittelli
con Giorgio Dell'Orefice, moderatore dell'incontro
Mancava solo la Regione all'interessante  incontro, che si è tenuto ieri  30 Novembre a Termoli, “La pesca sostenibile – qualità e sicurezza dei prodotti”, promosso dall’Unione europea, dal Ministero delle politiche agricole e dal Fondo europeo per la pesca. Nessun rappresentante della Regione presente come a voler dimostrare ai numerosi ospiti che  quando si dice che il Molise non esiste è una semplice verità. 
C’era, con l’on. Venittelli che ha voluto quest’incontro nella sua città ed ha aperto i lavori, il Sindaco di Termoli, Angelo Sbrocca, a salutare gli ospiti e a parlare della istituzione di un distretto con sede a Termoli e di un’attenzione all’intera filiera del pescato, in particolare il ruolo della ristorazione per la valorizzazione di un prodotto base della Dieta Mediterranea.

Angelo Scrocca
sindaco di Termoli
Gli interventi mi hanno portato a pensare che questo settore importante per un Paese che ha 8mila chilometri di costa vive problematiche simili a quelle del settore agricolo. Più volte, infatti, ho avuto la sensazione che si stavano sviluppando temi riguardanti l’agricoltura, a me più familiari. A pensarci bene un fatto del tutto normale, visto che c’è un minimo comune denominatore che lega i due settori produttivi, il territorio.

Un settore, quello della pesca, dalle grandi potenzialità e, come tale, di grande attualità, che dovrebbe cantar vittoria e, invece, vive in grande difficoltà, in mancanza di politiche, scelte, capacità di fare sistema e di stare insieme, nonostante il consumo crescente di pesce negli ultimi decenni.

On. Giuseppe Castiglione
sottosegretario
Un ‘attività che ha bisogno di un profondo cambiamento se vuole attirare i giovani e affrontare il dato che si pesca troppo rispetto a quanto il mare e gli oceani possano produrre. Ed ecco la necessità urgente della sostenibilità, della qualità del pesce e del rispetto del consumatore che ha sempre visto il pesce come un prodotto pulito fondamentale per una corretta alimentazione.

Un discorso davvero interessante seguito da una sala strapiena - molti giovani - che ha solo sfiorato il tema delle trivellazioni e quello del clima dopo la grande mobilitazione di ieri in tutto il mondo e l’incontro di oggi dei 21 a Parigi insieme con altri rappresentanti istituzionali di 196 paesi.

Ha chiuso i lavori, dopo l’intervento del Direttore generale della Pesca e dell’Acquacoltura, Dr. Riccardo Rigillo, il Sottosegretario di Stato alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, On. Giuseppe Castiglione, che ha dato la notizia dell’approvazione di un programma operativo che mette in campo un miliardo di euro a sostegno di una politica della pesca e di una strategia. Risorse importanti per rilanciare il settore e renderlo trainante di tante altre attività ad esso legate.

La giornata ha trovato la sua conclusione nella degustazione di piatti a base di pesce azzurro preparati da Alessandro Circiello, uno chef stellato, con la collaborazione degli studenti dell’Istituto Alberghiero di Termoli.

Una degna chiusura a coronamento di un discorso che vede la gastronomia il punto d’incontro tra i prodotti della terra e quelli del mare e, come tale, fondamentale per la promozione e valorizzazione di territori se, però, salvaguardati e tutelati e non alla mercé di chi li sta distruggendo solo per aumentare il proprio profitto a discapito di un bene che è di tutti.  


pasqualedilena@gmail.com

 

27 novembre 2015

PER GLI APPASSIONATI DI VINO

Domani a Isernia, Grand Hotel Europa, la presentazione di "Vitae, la Guida Vini 2016" dell'Associazione Italiana Sommelier.  
 
Con Giovanna Di Pietro, Presidente dell'AIS Molise, l'associazione italiana che quest'anno ha festeggiato i suoi 50anni di vita, ci saranno altri graditi ospiti e tra questi anch'io nella veste di Sommelier onorario, ormai da oltre 25anni.

Amarcord di un esordio, 20 anni di battaglie nel nome del vino

I protagonisti della fondazione di Città del Vino ricordano le origini.

Era il 1986 quando scoppiò lo scandalo del metanolo.

Il bilancio fu drammatico: diciannove morti, oltre 30 persone senza ormai l’uso della vista, decine di aziende serie messe in ginocchio da una crisi di consumi e di esportazioni che non aveva precedenti.
È in questo clima di allarme e preoccupazione, amarezza e speranza, che nasce l’idea di dar vita a qualcosa di nuovo e di inedito per il mondo del vino e degli enti locali, l’idea di mettere in rete i Comuni a vocazione vitivinicola, i primi soggetti della filiera del territorio.
Pochi mesi dopo, il 21 marzo del 1987 è un bel giorno di primavera per la rinascita del vino italiano.
A Siena, nelle stanze di Palazzo Patrizi, viene fondata l’Associazione Nazionale Città del Vino da 39 Comuni di tutta Italia, molti naturalmente toscani e piemontesi. I primi responsabili della nuova Associazione sono volti noti alla città.
Il primo Presidente di Città del Vino fu Pierluigi Piccini, allora assessore comunale poi sindaco di Siena; il primo segretario delle Città del Vino fu Pasquale Di Lena, per anni direttore dell’Ente Vini-Enoteca Italiana di Siena.
L’Associazione Nazionale Città del Vino nacque all’interno dell’Enoteca Italiana di Siena. L’idea fu lanciata durante un convegno “Vino e Turismo” da Elio Archimede, oggi editore di Barolo&C. In quegli anni il presidente dell’Enoteca era Riccardo Margheriti, un altro nome noto alla città del Palio.
In quei mesi Margheriti fece un grande lavoro in giro per i Comuni, da nord a sud, per parlare con i sindaci. Riuscì a convincerne 39. Evidentemente seminando bene, se oggi, vent’anni dopo, Città del Vino può contare su 548 Comuni e 21 soci straordinari, tra Province, Comunità Montane, Parchi.
“Il nostro compito allora - ricorda Margheriti - era quello di costituire un organismo che potesse dare un contributo significativo per la valorizzazione del territorio. La nostra idea era di avviare il progetto per poi farlo camminare con le proprie gambe, in autonomia ma con spirito di collaborazione. Vent’anni dopo il mio giudizio per quel progetto è molto positivo. Intanto - puntualizza Margheriti - per la crescita esponenziale delle Città del Vino, oggi quasi seicento. E poi per le battaglie e le iniziative che ha condotto in questi anni, dimostrando di essersi data davvero un ruolo di difesa del territorio e della vitivinicoltura di qualità. Ha dimostrato inoltre un ruolo importante come soggetto interlocutore delle istituzioni. Quando fu approvata la legge sulle denominazioni di origine, la 164/92, si tenne conto anche delle posizioni che Città del Vino aveva espresso durante un’audizione in commissione Agricoltura del Senato”.

“L’Associazione ha dato un importante contributo per creare una consapevolezza del territorio che allora non c’era - aggiunge Pasquale Di Lena, il primo segretario dell’Associazione -. Quando fondammo Città del Vino era un bel giorno di primavera. L’idea di unire i sindaci fu lanciata da Elio Archimede, giornalista ed editore, durante un convegno sul tema del vino e del turismo. C’era stato lo scandalo del metanolo ed erano mesi molto difficili. L’Enoteca Italiana di Siena in quegli anni gettò le basi attraverso varie iniziative per il rilancio dell’immagine del vino italiano nel mondo. Per fondare Città del Vino ci volle un anno di lavoro preparatorio, poi arrivò il 21 marzo 1987: un giorno che è stato propizio all’Associazione se guardiamo a quello che ha fatto e a ciò che oggi rappresenta. Abbiamo portato avanti le Città del Vino per cinque anni e oggi che sono adulte sono molto orgoglioso di questa filiazione. Se è vero che gli uomini grandi sono i bambini dei primi tre anni di vita - sottolinea Di Lena - allora vuol dire che abbiamo creato le condizioni per il carattere che oggi l’Associazione dimostra di avere”.

Alla cerimonia in ricordo delle Città del Vino sono intervenuti per il comune di Siena, l’assessore al Turismo, Donatella Cinelli Colombini; per la Provincia l’assessore all’Agricoltura, Claudio Galletti; per l’Enoteca Italiana il presidente Flavio Tattarini.
“Il mondo del vino ha bisogno di circuiti che mettono in rete le risorse, le idee, le forze di una filiera che è molto parcellizzata - ha detto la Cinelli Colombini -. Realtà come Città del Vino possono dare un importante contributo per la tutela del territorio, un tema destinato a essere sempre più importante. Oggi infatti il turismo dei grandi numeri aggredisce le identità locali, cambia le società, trasforma ad esempio i negozi di vicinato in negozi di souvenir. È un fenomeno che va governato”.
L’assessore Cinelli Colombini, ideatrice della manifestazione estiva Calici di Stelle, ha voluto infine esprimere apprezzamento per la grande crescita di questo evento arrivato ormai nelle piazze di oltre 200 Comuni italiani, grazie anche al coinvolgimento di Città del Vino.
L’assessore provinciale all’Agricoltura, Claudio Galletti, ha voluto ricordare l’evoluzione che dal 1987 a oggi ha avuto il turismo rurale. “Nel 1987 - ha sottolineato Galletti - le imprese agrituristiche erano appena 2 mila. Venti anni dopo sono oltre 10 mila. La promozione del territorio che è stata fatta attorno al vino si è dimostrato uno strumento molto efficace”.
Infine Flavio Tattarini, presidente dell’Enoteca Italiana di Siena, ha messo l’accento sulla rivoluzione culturale e sul cambiamento radicale del sistema vitivinicolo italiano negli anni successivi allo scandalo del metanolo e sul ruolo positivo per il settore assunto dall’Enoteca Italiana, che da una brillante intuizione diede vita nel 1987 proprio alle Città del Vino.
“L’Associazione fu un elemento di novità in una fase di cambiamento necessario - ha sottolineato Tattarini -. In quegli anni lavoravamo per creare le condizioni di una competitività diversa, poi lo scandalo del metanolo accelerò il passaggio, rendendo più chiare ai nostri occhi le minacce e le opportunità che aveva davanti il settore. Ci fu una grossa spinta per l’ammodernamento del sistema e questo diede forza anche al ruolo dei Comuni che si fecero carico della salvaguardia dei beni ambientali e dei valori presenti sul territorio. Il vino - ha concluso Tattarini - ha aperto una fase nuova della ruralità, è stata la molla di recupero delle identità locali: una grande forza propulsiva”.

Comunicato stampa del 22 marzo 2007

UN’ALTRA BELLA NOTIZIA DOPO QUELLA DELLA LEGGE SULLA BIODIVERSITA’

L’erogazione di qualche giorno fa, da parte del Ministero dell’Agricoltura, di 336 milioni di lire in favore del comparto vitivinicolo provenienti dall’Ocm vino per la campagna 2014-2015. Il 99% dei fondi assegnati al sistema vino che vale – a detta del Ministro Martina – 14 miliardi di euro e che, quest’anno, ha dato il primato della produzione al nostro Paese.
Risorse da ripartire tra le 20 Regioni e destinate soprattutto alla ristrutturazione e riconversione dei vigneti e, cosa importante, alla promozione del vino sui mercati terzi.
Importante soprattutto per il Molise che – com’è scritto sulla legenda dell’Ocm vino - non ha mai emesso un bando al riguardo fino ad oggi. Un dato che ho avuto modo di riportare con un articolo uscito alcuni mesi fa quando ho scritto che le risorse della passata campagna (più di 400mila euro) destinate alla promozione sono state interamente utilizzate per la ristrutturazione e la riconversione e, così, nemmeno un euro per la promozione.
Mi viene da dire, quale modesto cultore e cronista del vino e del territorio molisano, che ora bisognerebbe pareggiare i conti e ridare alla promozione anche quello che non ha avuto lo scorso anno, ritenendo quest’aspetto importante del marketing una straordinaria occasione per il vino molisano di veder crescere la sua immagine sui mercati, e, con essa, quella del Molise e dell’insieme dell’agroalimentare regionale.
C’è bisogno, però, per non disperdere le risorse e utilizzare fino all’ultimo euro a fondo perduto a disposizione, della piena e convinta partecipazione dei produttori e, soprattutto, di una strategia di marketing che il Molise, purtroppo, non ha (non ha la programmazione!) oltre che di professionalità e strumenti adeguati a sostenere un’azione vincente di comunicazione, cioè di promozione e valorizzazione del vino e non solo.
Una strategia in grado di saper scegliere, con tutt’i produttori, due o tre mercati al massimo, dove programmare, almeno per tre anni, le azioni di comunicazione e di pubbliche relazioni.
Tempi e luoghi fondamentali per dare quelle risposte, d’immagine e di reddito, che i produttori di vino meritano al pari dei territori vocati alla vitivinicoltura, e, volendo, anche gli altri produttori delle eccellenze molisane, che, soprattutto se si associano, possono vivere, insieme con le associazioni dei sommelier e assaggiatori che hanno già dimostrato di essere bravi promotori, l’avventura dei loro prodotti sui mercati scelti.
Solo se si parte dal mercato e dalle straordinarie possibilità che esso mette a disposizione del vino e delle altre eccellenze del Molise, è possibile assicurare un futuro alle aziende e a quell’agricoltura contadina, la sola possibile nella Regione che ha il primato della ruralità e della biodiversità. Due aspetti, quest’ultimi, che ai più possono apparire come elementi di arretratezza e, invece, sono il futuro di un territorio e della sua agricoltura.
pasqualedilena@gmail.com

 

   

IN RICORDO DI UN MAESTRO


 L’ultima volta che sono andato a trovarlo nella sua casa di Asti (sono passati anni), sua moglie Stella, dopo che ci siamo salutati, mi ha detto “lo trovi su, dentro i suoi libri”. Su, nella mansarda strapiena di libri, nascosto a scrivere della Resistenza nelle campagne, un contributo al volume, uscito nel 1995, “Ambiente e campagne nella guerra di liberazione”., dove non manca il mio Molise con “le prime quattro battaglie, sul Biferno, sul Trigno, sul Sangro,sul Moro…La prima battaglia sul Biferno fu aperta nella notte tra il 2 e il 3 di ottobre da uno sbarco inglese a Termoli…la più notevole offensiva in questo settore fu dovuta al raggruppamento italiano all’Alba del 31 marzo (1943), per effetto di un attacco concentrico sferrato dal battaglione alpini Piemonte, lungo la cresta Colle Rotondo – Monte Morrone dove… con esigue perdite e mantenuta (nonostante i contrattacchi tedeschi) la cima di Monte Morrone”. E’ riportata la foto de “il Monumento ai caduti italiani di Monte Morrone con il particolare delle venti regioni che simboleggiano – con la guerra d Liberazione – dell’unità nazionale.
Ho conosciuto Oddino nella seconda metà degli anni ’70, quando eravamo entrambi impegnati, lui in Piemonte ed io in Toscana, alla costruzione della nuova organizzazione professionale, la Cic, Confederazione italiana coltivatori, oggi Cia, Confederazione Italiana Agricoltori. Poco tempo dopo ci siamo ritrovati a vivere insieme l’esperienza UNAV (Unione Nazionale delle Associazioni Vitivinicole) e lì avere subito la conferma di trovarmi di fronte al dirigente che più di altri sapeva di quel comparto fondamentale dell’agricoltura italiana, la vitivinicoltura, tanto più in Piemonte e in Toscana.
Un punto di riferimento per tutti - non solo per noi giovani impegnati nella costruzione delle associazioni dei produttori - per la sua esperienza di parlamentare impegnato per l’agricoltura e la sua vitivinicoltura, i suoi scritti, e, anche, la sua posizione di essere, in quel tempo, componente del Comitato Nazionale per la promozione e valorizzazione dei vini a d.o..
E’ il vino, con la sua attualità dovuta alla crisi che il comparto vitivinicolo viveva con i suoi 70 milioni di ettolitri e più di produzione e, ancor più, con la sua storia e la sua cultura, l’occasione della nostra frequentazione. Una crisi pesante con gran parte della produzione, purtroppo, che non trovava sbocco sul mercato e, così, non remunerava il viticoltore, soprattutto se associato in una cantina cooperativa, vittima com’era degli intermediari e dell’industria che, invece, facevano affari approfittando della situazione.
A Oddino la crisi faceva tornare alla memoria quella, ancor più pesante, degli inizi degli anni ’50 che, grazie a lui, avevo imparato a memoria per avermela raccontata più volte nel corso dei nostri frequenti incontri.
Succedeva quasi sempre in macchina quando mi portava a visitare l’Astigiano e il Monferrato per farmi incantare dalle sue vigne che l’autunno sapeva colorare di rossi e di gialli più che altrove. Erano i luoghi che lo portavano a riprendere il discorso sulle crisi del vino in Piemonte, il ruolo del mondo contadino e, in particolare, del Partito comunista italiano che aveva impegnato i suoi massimi dirigenti a essere presenti.
Seguivo sempre con grande attenzione il suo ragionamento e mi ci ritrovavo senza alcuna difficoltà nel ruolo di allievo che segue il maestro lungo i filari di viti di Barbera, Nebbiolo, Freisa, Dolcetto e tanti altri ancora del suo Piemonte, e non solo, anche, quelli di Sangiovese, Trebbiano, Ribolla, Montepulciano, Soave  Negroamaro, Schiava, Nero di Avola, Refosco, Aglianico, Uva di Troia, Moscati e Malvasie, Verdicchio, Greco e Gaglioppo, Falanghina e Fiano, Tintilia, solo per citare alcuni dei 350 e più vitigni che testimoniano la ricchezza della biodiversità viticola italiana.
Sentivo la sua stima e il piacere d’incontrarmi per farmi assaggiare la Barbera dello zio, annata ’74, che non ho mai dimenticato per la grande bontà; raccontarmi della sua riscoperta del Ruché, un vitigno ch’era dato per scomparso, oggi vino Doc “Ruché di Castagnole del Monferrato” dal colore rosso rubino  non troppo carico, odore intenso e persistente dal ricco fruttato e sapore secco, armonico, leggermente tannico.
Conservo ancora una delle prime bottiglie che Oddino mi ha gentilmente regalato.
Non solo il Ruché, una delle sue tante battaglie per i vini della sua terra.
Ricordo, quando eravamo insieme al Comitato (1989-94), la sua proposta e la sua determinazione per il riconoscimento della Doc “Loazzolo” (il nome del Comune in provincia di Asti) ottenute da minute vigne di Moscato bianco, con le uve  sottoposte a graduale appassimento per la produzione di un vino davvero delizioso, dal colore giallo dorato brillante, odore con sentori di muschio e vaniglia, frutti canditi e sapore dolce.
Ho in mente la sua grande soddisfazione e emozione al momento dell’approvazione, con applauso, del disciplinare. Una vittoria allo scadere della legislatura e poco prima del rinnovo dei componenti del comitato e la consegna della responsabilità del gruppo dei rappresentanti della Cia all’amico Pietro Palumbo.
La conferma della sua stima nei miei riguardi mi è arrivata nella primavera del 1982 con l’invito a partecipare a Marsala, nella veste di relatore, a un’importante convegno promosso, se non ricordo male, dalla commissione agraria del Pci. Il tema da lui suggerito “Vino e Turismo” che, data la novità, mi ha impegnato molto nella ricerca del un suo svolgimento.
Un tema fortunato “Vino e Turismo” per aver rappresentato l’inizio del rilancio dell’Enoteca Italiana di Siena, la struttura dell’Ente Mostra vini che Oddino onorava ogni anno con la presenza alla “Settimana dei Vini”, e, soprattutto,  per aver dato forza, con le iniziative che il tema ha prodotto, al Rinascimento del vino italiano che, per me, è da addebitare al riconoscimento delle prime quattro Docg “Barbaresco, Barolo, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano”, non a caso due piemontesi e due toscani.
Qualche mese dopo, agosto 1982, quando divento segretario dell’Ente Mostra Vini, porto in dote “Vino e Turismo”, il binomio fatto proprio dall’allora presidente Luciano Mencaraglia che, poco dopo più di un anno  lo consegna, con una particolare raccomandazione, al suo successore Sen. Riccardo Margheriti. Un Presidente attento e fortemente impegnato, che ha dato ampio a questo e ad altri abbinamenti come “Vino, Sport e Alimentazione”, “Vino e Arte”, “Vino e Moda”, “Vino e Cultura”, cioè al coinvolgimento di mondi che avevano i titoli e le capacità di dare forza all’immagine del vino e al suo essere fonte di cultura prim’ancora che bevanda.

E l'Enoteca, con l'on. Flavio Tattarini presidente, nel corso della Settimana dei vini del 1999, assegna a Oddino il suo premio più prestigioso il "Torchio  d'Oro"- immagine DOC Paolo Desana.
Il riconoscimento della quattro Docg e, insieme, l’importante lavoro dell’altro astigiano Elio Archimede, l’ideatore delle Città del Vino, mio carissimo amico, allora impegnato in Regione con l’altro astigiano anch’egli dirigente del mondo contadino, l’assessore Bruno Ferraris, al riconoscimento delle Enoteche pubbliche e delle strade de vino, e gli inviti di Oddino, mi danno l’opportunità di arrivare in Piemonte e, con Siena,  in quella importante capitale del vino italiano che è Asti.
Sin dalla prima volta ospite della Casa di Stella, Gianfranco e Oddino, in via Pianigiani,nella mansarda strapiena di libri che circondavano un tavolo e Oddino alle prese con la macchina da scrivere, non ricordo se Olivetti 32.
Un tavolo che insieme alla macchina da scrivere raccoglieva i tanti pezzetti di carta che Oddino trasforma in documenti, storia, cultura. Quella storia e quella cultura che ho avuto la fortuna ed il piacere di ascoltare da un protagonista, prim’ancora di ritrovarle nei libri pubblicati.
In questi anni in cui la politica si è sciolta come neve al sole, con la cultura che, nella generalità dei casi è venuta meno e  non la sopporta come un tempo; la memoria fatica a trovare spazio e tutto tende a confondere e a annebbiare le menti, ho ripensato spesso a Oddino e agli altri grandi maestri che ho avuto la gioia di incontrare.
 Il mio pensiero costante ai tanti valori che loro hanno saputo trasmettermi e che una società dominata dal denaro e dal profitto usa tutti i mezzi a sua disposizione per cancellarli e, così, non darli alle nuove generazioni. E, nel momento in cui scrivo questa breve nota in ricordo del mio maestro Oddino, la paura di una nuova guerra che vuol dire morti innocenti, distruzione e, forse, anticipazione di quella fine che gli esperti hanno da tempo previsto se non si pone rimedio ai guasti prodotti al clima. Sta qui la grande attesa dell’incontro, domenica 29 p.v., di rappresentanti di quasi 200 governi, che devono decidere del Clima, cioè del nostro domani.
Il primo pensiero alla pace, quella pace che Oddino e gli altri maestri della mia vita che ho avuto la fortuna d’incontrare e ascoltare, avevano conquistato con la lotta e pensato, donandola alle nuove generazioni, di conquistarla  per sempre.
E poi, al territorio che ognuno si porta dentro con le sue radici, quali cultura, storia, tradizioni, ambienti, paesaggi. Un bene comune, che un sistema fallito dall’idea di una crescita senza fine, sta mettendo a rischio e, con esso, la biodiversità che è vita. Meno territorio, meno agricoltura contadina, meno cibo, meno domani.
Agricoltura contadina, quella che Oddino ha sempre difeso con i suoi protagonisti, e quei suoi valori che tornano di grande attualità, in primo luogo il rispetto e la sobrietà. 
pasqualedilena@gmail.it

 

 

22 novembre 2015

Amico Onav, l’emozione di un riconoscimento

 “E’ con immenso piacere che ti comunico, la decisione del Consiglio regionale dell'ONAV, di attribuirti la tessera di "Amico ONAV", in virtù del tuo instancabile impegno nella valorizzazione e comunicazione del Vino Molisano, che fa della tua persona la figura più rappresentativa nel campo della comunicazione del Territorio. La Tessera ti verrà consegnata dal nostro presidente Nazionale Vito Intini, sabato 21 novembre presso "La Piana dei Mulini".


E’ con queste belle parole che la brava e gentile Delegata Onav Molise, Carla Iorio, ha voluto comunicarmi la decisione, sua e del Consiglio direttivo, di un riconoscimento che mi onora particolarmente, visto che arriva da un mondo, quello del vino, che ho vissuto con grande intensità; dalla più antica associazione di assaggiatori, nata 65 anni fa a Asti, che, nel Molise, è cresciuta con il sorriso della sua instancabile Delegata e la passione dei suoi soci, ed è sempre più una realtà importante, quella che, insieme con altre associazioni similari, ha dato un suo personale contributo alla crescita dell’immagine dei vini e delle aziende della nostra Regione.  

Personalmente mi onora anche il fatto che questo riconoscimento inaspettato viene dal cuore e dalla mente di molisani come me e che, con me, l'ha avuto un personaggio del Molise, l'Architetto Franco Valente.

Non nascondo la commozione che la lettura della e-mail di Carla mi ha dato ed è per questo che ieri sera ho fatto l’impossibile per arrivare - in quel luogo a me caro che è la Piana dei Mulini - in tempo a ritirarlo e cogliere, così, l’occasione di stringere la mano e abbracciare il Presidente Nazionale Vito Intini; ringraziare i componenti del Consiglio direttivo regionale e, con loro, Carla Iorio e Mario Stasi, e, inoltre, salutare tutti i soci presenti, vecchi e nuovi.

Dell’interessante e molto articolato intervento del Presidente Intini riporto un passaggio che merita di essere sottolineato per la sua importanza e attualità “Il vino, questa straordinaria fonte di cultura che, da millenni, accompagna l’uomo e che, in questi ultimi anni, registra un calo dei consumi preoccupante, ha bisogno dell’unità del mondo del vino e un suo più stretto rapporto con i consumatori, soprattutto i giovani, può recuperare la centralità del suo ruolo”.

Quel vino che a me ha dato, grazie all’Enoteca Italiana di Siena, tutte le più grandi soddisfazioni avute nel corso della mia attività professionale.

Riconoscimenti importati, quale membro della prestigiosa Accademia della Vite e del Vino; del “Gruppo de gusto” e di socio onorario della Stampa estera in Italia; Socio onorario dell’AIS Nazionale, l’altra associazione di assaggiatori di vino; premi come giornalista del vino e della Stampa Agricola; componente, per due legislature, del Comitato nazionale per il riconoscimento e la valorizzazione dei Vini a d.o.; ideatore e/o promotore di tanti progetti di successo come Vino e Turismo; Vino e Arte, Vino e Sport, Vino e Alimentazione, Vino e Moda; Vino e Donne; Vino è; Vino e Giovani; l’Associazione Nazionale Città del Vino e, poi, di quella dell’Olio.

Riconoscimenti a livello nazionale, insieme ad altri nel campo della gastronomia, dell’olio e del turismo, ma mai nel Molise, salvo quello di “Quercia dell’Atletica  Italiana” da parte della Fidal che mi è stato consegnato a Campobasso. Ecco perché ricco di emozioni e particolarmente onorevole per me, soprattutto  quando leggo la motivazione riportata su una pergamena “Tessera Amico Onav a Pasquale Di Lena. Per il suo intancabile impegno a livello Nazionale nel promuovere e diffondere le Eccellenze Enologiche Molisane. Da prima come Segretario dell’Enoteca Italiana di Siena. Poi come giornalista e uomo di politica locale. Profondo conoscitore del Molise e della Molisanità.

Grazie Onav e lunga vita a te.

17 novembre 2015

Cominciano a togliere i primi pezzi per poi smontare del tutto il Molise e, subito dopo, il Paese

Riporto volentieri questa bella pagina dell'avv. Franco Cianci, ex consigliere regionale come me e, soprattutto, caro amico, per dire anch'io che quest'opera di smontaggio è "un'iniziativa demenziale" di chi ha già messo mano alla democrazia con la nomina di un governo nominato da Napolitano. 
Un bel racconto che invita tutti a farsi sentire per non subire e far vincere la rassegnazione. 

Quando andavamo in Corte a Castel Capuano

(Dal romanticismo delle trasferte partenopee,  al pragmatismo costituzionale di una Corte per ogni regione, al tramonto dell’idea autonomista). 

Quando negli anni 50 e 60 eravamo costretti a recarci a Napoli per rendere giustizia ai cittadini molisani, eravamo sorpresi da un misto di allegria e allo stesso tempo di fastidio per la lunga e faticosa trasferta attraverso le vie disagevoli del tempo .

Tutti gli avvocati molisani    -  da quelli del capoluogo, ne ricordo alcuni: Francesco Colitto, Correra, Alessandro De Gaglia, Mario Stanchi, De Oto, Carnevale, Testa; del circondario di Larino: Colesanti, Antonino Carugno, Michele Quaranta, Michele Troiano, Guido Campopiano, i fratelli Tommaso e Giuseppe Bucci, Mario D’Alessandro e altri;  e quelli isernini, i quali ultimi erano, però, in posizione più agevolata per la vicinanza di Isernia e Venafro al capoluogo campano: Antonio Caranci, Mario Di Nezza, Antonino Serafino, Scipione Marracino, per citare soltanto le meno giovani generazioni forensi     - erano costretti a lunghe trasferte dai loro luoghi fino alla capitale meridionale.

E non era un cosa facile.

Qualche volta si era costretti a giungere a Napoli il giorno prima per trovarsi in tempo alle udienze, che cominciavamo alle 10 del mattino.

Castel Capuano era la sede, allora, non solo dei Tribunale, ma anche della Corte di Appello che comprendeva l’intera regione molisana, peraltro, non ancor distaccato dall’Abruzzo (avrebbe conseguito l’autonomia solo nel dicembre del 1963).

Era il Castello più antico di Napoli, dopo il Castel dell’Ovo, ma il più possente e il più fortificato perche era stato per secoli la residenza dei reali di Napoli.

Esso era sorto su una vecchia area romana destinata al Gimnasium, poi, trasformata in cimitero e molto spesso, quando nel 1903, Castel Capuano venne destinato a Palazzo di Giustizia, qualcuno celiando diceva che il Palazzo era il cimitero della giustizia.

Quando ci si aggirava all’interno, attraversando la enorme aula fitta di statue a mezzo busto di tutti i personaggi importanti che si erano succeduti nel tempo (giureconsulti, letterati, filosofi, politici, gente potente di vario genere della Napoli capitale), dalle volte altissime (forse 10 metri), si aveva un senso di vago stupore, di alienazione istintiva, di estraneità soprattutto per noi che venivamo dalla non vicina provincia.

Il cortile antistante il palazzo, che dava, poi, inizio al decumano inferiore     - ovvero quella strada antichissima di origine romana, oggi chiamata Spaccanapoli o Via dei Tribunali, quella che raggiungeva Via Roma, oggi Via Toledo, e in cui era vissuto e morto Benedetto Croce e nell’interno della quale erano situate le famosissime Piazza San Gaetano e San Gregorio Armeno (il luogo della esposizione dei presepi napoletani) -   brulicava sempre di gente (postulanti, questuanti, venditori delle cose più impensabili) e di persone interessate ai vari processi civili e penali, e non era raro che qualcuno ti si avvicinasse, capendo fulmineamente che si trattava di un avvocato - le borse a mano tradivano la qualità professionale del soggetto - e ti dicesse sottovoce : “signorì avete bisogno di qualche testimonianza?”, che qualche volta, i più privi di scrupolo, accettavano, con esiti quasi sempre disastrosi; ma, così, era la Napoli di quei tempi ed il palazzo di Giustizia, una antica fortezza reale, così trasformata da Pedro De Toledo nel 1503.

Napoli aveva già allora tutti i mali ancora presenti oggi : disordine, sporcizia (si ricordi “Napule è na carta sporca” di Pino Daniele), raccoglitori di cicche, con uno speciale chiodo alla punta del bastone, per raccoglierle agevolmente dall’alto, e, poi, in mezzo alla strada, sbriciolarle per ricavarne autentici mucchi di tabacco che rivendevano ai passanti, pesandolo con un bilancino rudimentale, chissà quanto fedele (!), con  discreto profitto. 

E, poi, c’era  il meraviglioso orizzonte di Via Caracciolo, con i suoi ristoranti come “ ‘z Teresa”, dove spesso andavamo, dopo le udienze, a ristorarci, tutto sommato felici per la trasferta nella terra del sole.

Ironico, salace, battutista fulmineo, come del resto ci hanno dimostrato i grandi personaggi della commedia napoletana, ma allo stesso tempo ottimista, positivo, temprati dalla bella luce di Napoli e dal monumentale vulcano, spento da 70 anni, il popolo napoletano è uno dei più straordinari, e, in quel palazzo di Castel Capuano formicolava tutto il genio partenopeo.

In una di quelle tante trasferte a Napoli mi trovai sul famoso rettifilo, che conduce da Piazza della Borsa alla stazione Garibaldi, a bordo di una lussuosa macchina di un facoltoso cliente, che guidava trionfalmente la sua autovettura, allorquando ci fermammo, per rispetto della legalità, che veniva, invece, inosservata dalla maggior parte dei veicoli transitanti, ad un semaforo rosso; vicino a noi si fermò una sgangherata automobile con due ragazze a bordo, evidente due ragazze di vita, che volevano, nel breve tempo del rosso, agganciare l’autista della lussuosa macchina, avendo capito che poteva trattarsi di un “cafone arricchito”, venuto da lontano, e, quindi, abbordabile.

Una di esse gli chiese : “ma vu site quill che venne (vende) i giocattoli ?” e lui di rimando “i venn (vendo) pupazzi” e prontamente la ragazza, indicando me e un amico seduto nel sedile posteriore  “e chiss sonn i prime pupazzi ca  vennite?”.

Questa Napoli così bella e burlesca, ormi quasi non c’è più, si è sostituita la Napoli di Scampia, del quartiere Sanità, dei quartieri Spagnoli, dove i palazzi sembra si chiudano su se stessi e ti crollino addosso, strette come sono le vie che li separano; una Napoli immersa nel caos del traffico, di difficile raggiungimento da parte di chi vi approda.

Dopo tanti anni di difficoltoso cammino da parte degli avvocati molisani, finalmente nel 1970, con l’avvento del regionalismo, veniva istituita la Corte di Appello di Campobasso, prima come sezione della Corte di Appello di Napoli e, poi, come Corte di Appello autonoma.

A tutti essendo consentito di partecipare alle udienze la mattina e fare ritorno a casa nella stessa giornata.

La istituzione della Corte nel Molise, prima come sezione distaccata di Napoli, e, poi, come Corte autonoma, venne salutata da tutto il popolo molisano come una autentica conquista, un traguardo liberatorio, rispetto alla penosa condizione di doversi recare a Napoli per una udienza.

Ora, dopo 45 anni di normale esercizio delle attività giudiziarie, ecco la notizia, improvvisa, sconcertante, inaudita, non meditata, della possibile chiusura della Corte di Appello di Campobasso e dello spostamento della Corte e, quindi, di migliaia di cittadini, in altre Corti di Appello indicate come probabili o possibili:  l’Aquila, Pescara, Ancona, Bari.

La notizia è sconcertante perche è come togliere il bisturi dalle mani del chirurgo nel momento stesso in cui sta operando, con il pericolo che il malato muoia sotto i ferri.

La scusa è sempre la stessa: essa si era già affacciata alla fine degli anni 80 con il Ministro della Giustizia dell’epoca, Giuliano Vassalli (valoroso avvocato, oltre che forte giurista), ma che si era, poi, ben guardato dal giungere alla decisione soppressiva .

Con la stessa ipotesi della soppressione della Corte, che  peraltro, non appariva nemmeno troppo chiara, il Ministro, invece, era fermo nel proporre, con un apposito disegno di legge, peraltro, già approvato da un ramo del Parlamento, la soppressione dei Tribunali c.d. minori, ma, poi, saggiamente la proposta non venne portata a conclusione.

Vi fu, in quella occasione, una vera e propria rivolta dei Tribunali minori, da Alba, a Lanusei, a Lagonegro, Sant’Angelo dei Lombardi, Vasto, Lanciano, Sulmona, Avezzano, Camerino e tanti altri, e Larino, il cui Consiglio dell’Ordine fu particolarmente attivo nel convocare assemblee e riunioni a livello nazionale, con speciali pubblicazioni, come quella che portava il suggestivo titolo di “Tribunali Assediati”:

Dopo quelle battaglie, la proposta sembrò ritirata.  

Tutti i governanti, da 26 anni ad oggi, pur prospettando ipotesi del genere, hanno, poi, finito sempre con il recedere da esse e garantire livelli minimali di giustizia, in una regione che, per quanto piccola, ha, però, gli stessi bisogni delle regioni più grandi.

La fretta, però, la sommarietà, l’arroganza del giovane toscano, improvvisamente insediatosi a Palazzo Chigi -oltretutto senza essere stato eletto da una consultazione elettorale - e dei suoi seguaci, stanno facendo strame dei diritti civili assolutamente in contrasto con i principi costituzionali che esigono che tutti i cittadini siano eguali di fronte alla legge e che (art.3, II comma della Costituzione italiana) “è compito della Repubblica, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana  e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori  all’organizzazione  politica, economica e sociale del Paese”.   .

Non si può dunque fare il conto delle teste insediate in un territorio per stabilire la quantità di giustizia eroganda, tutti i cittadini hanno bisogno di giustizia, quanto di liberta, di assistenza sanitaria, di scuola, di lavoro ecc.

E allora è il momento della reazione, della protesta da parte della Regione, dei Comuni, delle Associazioni a tutti i livelli, dei cittadini molisani tutti, in maniera da fare sentire viva e forte la voce della nostra Regione.

Se si vogliono conseguire dei risparmi, lo Stato sa come e dove colpire i molti privilegi esistenti, eliminare la evasione fiscale, ridurre i costi della politica, combattere e distruggere la corruzione, che da sola costa qualcosa come 60 miliardi di euro l’anno, con un quarto del cui importo sarebbe possibile sostenere tutte le Corti di Appello ed i Tribunali d’Italia. 

E’, dunque, una ingiustizia contro tutti noi molisani che abbiamo il diritto e soprattutto il dovere, di combattere, a tutti i livelli, naturalmente ed innanzi tutto da parte della Regione, dei Comuni, delle varie associazioni, in modo da evitare gli effetti di una iniziativa, che, senza offendere nessuno, si potrebbe definire demenziale.

Franco Cianci

13 novembre 2015

ANDAR PER OLIO NEL MOLISE, LA VISITA DI NAGATO YASUYUKI

Un giovane importatore giapponese e l'incontro con il Molise e l'Olio "Gentile di Larino" a La Casa del Vento, sul Monte, l'oliveto più alto di Larino.

Una bellissima giornata vissuta insieme come vecchi amici facendo tutto quello che uno fa, senza la necessità di strafare, ma di far sentire una realtà segnata dall'olivo a 360°, qual è Larino, la culla delle Città dell'Olio.


Dopo la visita, insieme con le sorelle Nuozzi di DomingoCaffè di Termoli che hanno organizzato la visita di Nagato, della Cattedrale e del Palazzo ducale con l'incanto dei mosaici policromatici, l'incontro con La Casa del Vento, i suoi olivi, il suo orto e i suoi campi di erbe spontanee, Il suo L'Olio di Flora con la degustazione di tre oli riferiti a tre momenti della raccolta.

Non sono mancati i vini e, in modo particolare, la"Tintilia del Molise" doc con una degustazione verticale di tre annate.

Nel pomeriggio la visita della Cooperativa olearia: per vedere tutto il percorso della trasformazione fino al deposito nelle cisterne di acciaio dell'olio e per incontrare e assaggiare i deliziosi prodotti della Biosapori, l'azienda al femminile che opera a
Casacalenda.

la grande soddisfazione, dopo una giornata intensa, di vedere i nostri due ospiti, giapponese e cinese, pienamente appagati e, perché no, meravigliati e incantati dal Molise, i suoi paesaggi, il suo cibo, i suoi vini.
Tzu, cinese di Shenzhen, con Nagato e  biosapori

10 novembre 2015

AL MERANO WINE FESTIVAL PREMIATE LE CORONE DEL MOLISE

                                Consegnati dalla guida Vinibuoni d’Italia i riconoscimenti ai vini autoctoni 

La guida Vinibuoni d’Italia 2016 è stata presentata alla stampa durante il Merano Wine Festival, evento in svolgimento nella cittadina altoatesina dal 5 al 10 novembre.
Per l'occasione sono stati assegnati gli attestati alle aziende che hanno  ottenuto la Corona, ovvero il massimo riconoscimento che la guida Vinibuoni d'Italia (curata da Mario Busso -Touring Editore) attribuisce ai vini autoctoni significativi per qualità e una precisa corrispondenza tra vino-vitigno-territorio.
da sinistra: Jenny Viant Gomez,
Pasquale Salvatore dell'omonima azienda
in Ururi, l'enologo Carmine De Jure
e Alessio di Majo Norante dell'azienda sita in Campomarino
Gli autoctoni molisani da Corona per la Guida 2016 sono Terre degli Osci Igt Rosato Ros_is 2014 di Cantine Salvatore, attestato ritirato dal titolare Pasquale Salvatore e dall'enologo Carmine De Iure; Biferno Doc Rosso Ramitello 2013 dell'azienda Di Majo Norante, diploma consegnato ad Alessio Di Majo Norante e Tintilia del Molise Doc Rosso 2012 di Terresacre. Il Molise in fase di selezione si è contraddistinto per uno standard qualitativo indiscutibile, ormai in evidente crescita anche per le cantine sociali, e per la diversificazione delle varietà autoctone proposte, quindi non solo Tintilia.  

La Guida Vinibuoni d'Italia, l'unica dedicata agli autoctoni, riserva a ciascuna regione una determinata quota di finalisti in base al numero di produttori presenti nel territorio,   al Molise sono destinati 3 posti. I coronati sono stati scelti in seguito alla valutazione di 65 campioni pervenuti da 10 cantine. "L'auspicio è quello di incrementare il numero delle aziende in Guida e potenzialmente il numero di Corone. Ciò è possibile se in fase di reclutamento dei campioni le aziende aderiscono numerose e con tempestività, al fine di consentire lo svolgimento delle preselezioni nei termini previsti". Commenta Jenny Viant Gómez coordinatrice regionale. "Il Molise ha caratteristiche pedoclimatiche e ampelografiche invidiabili. La produzione è contenuta e di qualità sorprendente, ma bisogna veicolare nel modo opportuno l'unicità di questo territorio. In tal senso, il comparto vitivinicolo può dare un supporto importante", conclude Viant Gomez. 

Il prossimo appuntamento che vedrà protagonista il Molise degli autoctoni sarà la presentazione ufficiale della Guida in terra molisana, l'incontro in fase di definizione è previsto per l'inizio del 2016.

Coordinamento Molise - Vinibuoni d'Italia

3 novembre 2015

In treno da Termoli a Larino per parlare di territorio, cibo e paesaggio.

Non ricordo quand’è stato l’ultimo viaggio in treno che ho fatto da Termoli a Larino. Sicuramente molti anni fa, quando ancora ero a Firenze da dove partivo prima di mezzanotte per cambiare a Bologna e prendere l’espresso Milano – Lecce, che fermava a Termoli intorno alle sette del mattino, con il treno per Campobasso sul binario 5 già con i motori riscaldati e pronto per partire.

Questa volta, invitato dalla prof.ssa Monica Meini, sono salito, poco dopo il suono della campana di mezzogiorno, sul vagone motrice in sosta sullo stesso binario di un tempo, insieme con lei, Marco Petrella, professore di Geografia umana e otto giovani studenti dell’Università del Molise, sede di Termoli, protagonisti del Corso di laurea magistrale in Turismo e Beni culturali.
La prof.ssa Monica Meini che, poco più di due anni fa, insieme con il prof. Rossano Pazzagli, mi ha voluto onorare della presentazione, nella sala delle conferenze dell’Università affollata di studenti e di ospiti, del mio libro, “Molise, il piacere di una scoperta”, da allora a disposizione dei suoi studenti. Un libro che parla di cibo, paesaggio e territorio di tutt’e 136 paesi del Molise, raccolti in diciassette itinerari, che è da considerare davvero fortunato, non solo per questa presentazione, ma, anche, per quella in anteprima a Berlino, in occasione dei Campionati del Mondo di Atletica. Grazie al Molise sponsor di Casa Italia Atletica, la sua  traduzione in tre lingue (inglese, spagnolo e tedesco) e quattro ristampe dell’edizione italiano-inglese, con altre presentazioni a Madrid, Barcellona, New York, Gand, e altre importanti città europee.
Parlare ai giovani e ai giovanissimi è per me fonte di tanta emozione, ancor più se il tema è il territorio, che ha nel cibo e nel paesaggio i suoi compagni di viaggio, gli amici fidati di sempre. Farlo in una stazione, in attesa di salire su un treno, e, poi, trasformare lo scompartimento dello stesso treno in un’aula che viaggia e, dal mare di Rio Vivo, ti porta là dove, fino a qualche decennio fa, c’erano le dune e ora solo case, a svoltare a destra, all’altezza dell’ex aeroporto militare di Campomarino, per raggiungere il cuore del Molise.  
Per incontrare, subito dopo l’attraversamento del nucleo industriale di Termoli, in quella piana che prima era un insieme di campi fertilissimi, il rudere di una fabbrica, Stefania; lo Zuccherificio, che ancora rappresenta l’esempio dell’agroindustria molisana; gli oliveti secolari di Portocannone, con i suoi patriarchi posti all’ombra della cisterna dell’acqua che svetta al disopra delle case. Ecco il tratturo regio L’Aquila – Foggia, affiancato da quello di Centurelle- Montesecco e la piana dei cocomeri della mia infanzia, i più saporiti che io abbia mai degustato: Poco dopo la stazione di San Martino in Pensilis, la patria della mitica Pampanella che rischia, se non è data a essa un’indicazione geografica, di perdere il suo rapporto esclusivo con l’origine, nel momento in cui saranno altri a valorizzarla dentro e fuori dal Molise.   
Il treno rilancia la sua corsa con l’entrata nelle Piane di Larino, tra vigneti allevati a capannone e seminativi. E’ questa la pianura più grande del Molise, talmente grande da non essere neanche considerata quale parte di un Molise per il 54% montagna e per il 46% collina!
Con la vista dei primi oliveti quella delle due pale eoliche che dominano la schiena della collina che da San Martino in Pensilis si distende verso Ururi, nascondendo il parco eolico che è sotto le finestre del paese di origine albanese, una delle comunità arrivate dall’altra sponda dell’Adriatico, insieme ai croati che hanno scelto il versante del Trigno al posto di quello del Biferno.
E qui, poco prima di arrivare al tratturo Biferno – S. Andrea che è un po’ la continuazione dell’altro tratturo Atelete – Biferno, lo sguardo torna sulle pale eoliche poste proprio sul culmine di colline dolcissime come mammelle, che vanno verso Rotello per poi salire, tutte in fila, fino a Montorio nei Frentani, nel mezzo di oliveti antichi, come a sottometterli con la loro altezza.
Sì, le pale eoliche sono più alti degli ulivi e, non solo qui, ovunque!
Sposto l’attenzione dei miei occasionali alunni sulla parte opposta del paesaggio segnato da questi pali e pale eoliche, là dove comincia la salita verso Larino e il treno scivola sulle rotaie che disegnano un serpentone in mezzo a vigneti e oliveti. A partire da quella bella realtà che è la Cantina D’Uva con i suoi “Dolci grappoli”, un agriturismo che si è fatto un nome ed ha una clientela di appassionati di cucina, olio e vino.
Subito dopo il luogo noto come “i vegnere” (le vigne), a significare appezzamenti dove c’erano insieme viti, olivi, alberi da frutto e orto, cioè il sostentamento della famiglia. Il luogo noto anche come contrada Carpineto, l’inizio del grande oliveto che, a 360°, circonda la culla delle Città dell’Olio, già capitale dei Frentani, Larino, fino al traforo di Magliano e, poi, finire all’altezza del Campo sportivo, dell’Anfiteatro romano, dell’antico Molino Battista, una struttura stile liberty tutta in tufo, proprio all’altezza della stazione, dove scendiamo per continuare, non senza la fotografia di rito, il discorso in attesa dell’arrivo del treno che riporta il gruppo a Termoli.
Una splendida, piacevole avventura, nell’ora che più fa pensare al cibo e questo, dopo una scorpacciata di paesaggio, pur se in una sua parte ferito dalle pale eoliche e dai tralicci dell’alta tensione, e, di un territorio ricco di risorse e di valori propri, quali la storia, la cultura, le antiche tradizioni.

pasqualedilena@gmail.com