30 dicembre 2015

Il pacco della zia d’America

Riporto quest'articolo che avevo messo a disposizione di un quotidiano del Molise su precisa richiesta di una sua brava collaboratrice che io stimo. Doveva uscire per Natale, ma non è uscito. Ho chiesto e mi è stato detto che verrà pubblicato. Ma Natale è passato!
Per non perderlo, lo posto sul mio blog visto che tutte le vigilie sono uguali.


zia Evelyn
Il cibo è sacro e questa sua sacralità viene fuori sia quando manca, e, ancor più, quando è al centro dell’attenzione. Per me Natale ha sempre rappresentato, e tutt’ora rappresenta, l’esaltazione di questa sacralità e, non solo, della convivialità che una tavola imbandita sempre crea.
Il cibo, quale fonte importante di cultura, diventa, nei tre giorni che io considero Natale (la vigilia, Il 25 e, il giorno dopo, dedicato a Santo Stefano), parte di quel rito straordinario che è la natività, il dio che si fa uomo. La più bella e la più grande delle Feste che il cristiano celebra da duemila anni.
Anche il cibo, quale energia primaria dell’uomo e degli animali, è vita.
Natale, nel suo significato, non è cambiato, e, come in altri momenti difficili della storia dell’umanità, vive oggi la sua grande attualità, mentre è cambiato, e profondamente, l’attesa e il rito della tavola, del cibo. Se, fino agli inizi degli anni ’60  il Natale era l’eccezione che squarciava la quotidianità e, come tale, dava spazio all’attesa, oggi è esso stesso quotidianità che non crea più le emozioni di una volta, soprattutto a tavola.
Cerco di ricordare e raccontare i Natale che a me hanno dato emozioni, quelli duri del dopoguerra e dell’inizio degli anni ’50, con me bambino e poi ragazzo, che il Natale se lo sognava spesso e lo aspettava con l’odore del mattino ancora buio che ti portava alle “Novene” dal 16 al 24 di dicembre.  
  Natale era proprio così, la grande attesa che andava aumentando alla fine di quelle giornate grigie di un autunno inoltrato, con il freddo che ti assaliva e gli odori, fili sottili di cipolla e aglio sfritti, di ciabbotte o di verdure lessate, pizze di granturco sotto la brace, ceci e fave abbrustolite nella sabbia bollente di fiume, pani ancora caldi che, si univano a quelli dei fumi che calavano dai camini o uscivano dalle minute case e ti raggiungevano là dove, con i compagni di giochi, chiudevi la giornata prima di rientrare e vivere intorno al focolare il resto della serata.
Erano i momenti in cui aspettavo l’invito di mamma Angelina di andare a portare o a prendere qualcosa dalla comara Ausilia, sempre pronta, se non stava già cucinando, a offrirti un assaggio di quello che aveva già preparato. Nei giorni vicini alla grande festa, il suo gran da fare era per le scarpèlle, ed io controllavo ogni mossa per arrivare puntuale al momento del rito della loro friggitura per gustarle e goderle ancora bollenti, calde. Un impasto di lievito madre, identico a quello che si passava di casa in casa per impastare il pane come un impegno a restituire la zuppiera colma di nuovo pane bianco, una volta che il lievito usato si era annullato nell’impasto.
Un prestito a pronta restituzione che, noi ragazzi, portavamo correndo nelle nostre case nel segno della solidarietà e, ancor più, della reciprocità, i due valori del mondo rurale e della civiltà contadina che la modernità e il cosiddetto progresso, espressi con i caratteri del consumismo e dello spreco, hanno cancellato togliendoci perfino il  gusto della lite, soprattutto fra donne, che sfociava sempre in una pronta riappacificazione nelle strette viuzze (i ruoie), le stesse che davano fiato ai venti con il permesso di fischiare come meglio sapevano fare.
Il lievito - quello usato per le scarpèlle - una volta sciolto nell’acqua veniva, con l’aggiunta di farina, impastato e, una volta reso omogeneo, messo in una ciotola e coperta con un panno (a mappine). Lasciato riposare in un posto che sapeva raccogliere il freddo delle giornate di dicembre, che richiamava il Natale.    Il giorno dopo si lasciava in un luogo dove poteva arrivare il caldo del camino o della stufa economica, fino a sera, quando iniziava il rito dell’olio messo a friggere nella grande padella e, una volta pronto, un pezzo dell’impasto tirato a striscia dalle abili dita, unte di olio, della comara Ausilia. Una donna più piccola di mia madre, che non era poi così alta, che io ho visto più volte, in coppia, entrambe vestite di nero, intorno a un tavoliere, fare la sfoglia, poi i pani e dai pani tirare fuori pezzi che l’abilità delle loro mani rendeva corde e, una volta tagliate, dadi che venivano incavati per diventare così cavatelli, i più piccoli e i più deliziosi di questo mondo che, mia sorella Carmela, ancora riesce a fare.
La pasta lievitata delle scarpèlle prendeva forma nella padella piena di olio, stranamente chiassoso per essere sempre quieto per carattere, e poco dopo erano già scarpèlle dorate pronte per sciogliersi in bocca, ancor prima di essere girate in un contenitore pieno di zucchero e diventare il dolce della cena di magro della vigilia e quella del pranzo di Natale del giorno dopo. Quelle che avanzano, nei giorni successivi, si mettevano sulla brace a riscaldare.
Quando mi sono iscritto all’Università e sono partito per Firenze, il mio rientro per Natale era sempre puntuale e si combinava con il rito delle scarpèlle. Le volte che tardavo di qualche ora o di un giorno, la comara Ausilia mi aspettava sapendo del mio applauso.
Portavo dentro i nove giorni della “Novena” di Natale che, da bambino, avevo vissuto intensamente, quando assonnato e infreddolito andavo la mattina presto, con il suono  della campana, alla vicina Chiesa di Santa Maria, affascinato soprattutto dal bellissimo presepe con la capanna vuota fino alla notte di Natale, quando si riempiva del bue e dell’asinello, di Maria e di Giuseppe e del Bambin Gesù (u bambenielle) adagiato su un giaciglio di paglia.
Mettere insieme la cena della vigilia e il pranzo del Natale non era facile nella casa di mia nonna Giustina, dove mia madre, qualche anno dopo la morte di mio padre, nel bombardamento di Foggia del 1943, si era trasferita per assistere lei, paralizzata in un letto, e accudire ai fratelli non ancora sposati, con tre dei quattro, Vittorio, Tonino e Mario, autista il primo, muratore il secondo e operaio il terzo, e Umberto arruolato in polizia, che non sempre riusciva a tornare.
E Umberto era il solo ad avere uno stipendio fisso, con gli altri tre che dovevano penare per essere pagati quando riuscivano a trovare un lavoro, indifesi com’erano per mancanza di leggi rispettose dei loro diritti.
E, come un miracolo, ogni anno arrivava puntuale nel giorno della vigilia, il pacco di zia Antonietta (Ietta), la sorella di nonna, che viveva con suo figlio Nino, la nuora Evelyn e i nipoti Frank e Eve, a New York, nel Bronx.
Un pacco, di cui ricordo le forme, le scritte con il pennarello e la ceralacca. Ricordo anche, con noi tutti in cerchio, la cura che mamma aveva nello scucire la tela di iuta che, poi, ripiegava per conservarla. C’era di tutto, le caramelle e i panni colorati (una nota di colore soprattutto per le donne che erano vestite di nero, a lutto), farina di uova, il caffè, e, cosa, importante, il foglio colorato di 50 o 100 dollari americani (a pezze) che era quello che faceva correre tutti a fare la spesa per la vigilia e il pranzo di Natale e di Santo Stefano.
Ho conosciuto zia Antonietta nel suo primo viaggio in Molise, in compagnia con suo figlio Nino e sua nuora Evelyn, che poi è tornata ancora in Italia e nel Molise, l’ultima volta a Roma, tre anni fa,  per festeggiare con noi parenti e Flora i suoi 100 anni. Oggi, a distanza di 3 anni, vive, con la figlia Eve e il genero David, nella sua bella casa in Florida.
E’ il pacco della zia d’America il mio ricordo più presente quando penso al Natale, insieme a quello della confusione con i miei amati  cugini e della lamentela ricorrente di mio zio Tonino per suo fratello Mario, titolare di un negozio di alimentari, che, per chiudere la contabilità della giornata, saliva tardi dal negozio sottostante.
A questo ricordo devo aggiungere quello della preparazione delle pietanze in una piccola cucina sovraffollata di zie che avevano preso il posto di mia madre, ormai tutta presa dal negozio aperto da mio zio Mario nel 1950.
Il cavolfiore fritto con la pastella, insieme con il baccalà, che non arrivavano mai a tavola con noi, piccoli e grandi, che facevamo a turno a rubarle e ingoiarle; il baccalà lesso con aglio e prezzemolo e quello alla spagnola che mandava mia nonna Luisa; gli spaghetti con i senapi e le acciughe sfritte nell’olio e, ancora, un altro primo le linguine con l’anguilla al pomodoro; l’anguilla in padella sfumata con una spruzzatina di aceto e pesce fritto o in brodetto, insalata e finocchi, e, per allungare la serata, olive appassite (capate) condite con bucce di mandarino, pezzetti di aglio, origano e gocce di olio, mandorle e noci, taralli con il finocchio e con l’uovo, scarpèlle, rosacatarre, mostaccioli e calzoni. Se la sera della vigilia allungavano la serata e davano spazio a qualche bicchiere di vino in più, il pomeriggio di Natale  permetteva l’incontro del pranzo con la cena e dava spazio a chiassose tombolate.
Natale e il ricco antipasto di salsicce e salumi e uova lesso, i piatti a base di carne, il ragù con la braciola arrotolata, la salsiccia di fegato, le “zite” spezzate, il formaggio grattugiato, l’agnello con le patate,i broccoli stufati, mentre a Santo Stefano c’era il brodo con i pezzetti di cardo, la gallina ripiena e il lesso con la giardiniera ben conservata in un barattolo.
Allora, nel giorno di Santo Stefano, quando tutti avevano un animale in casa o sotto casa, c’era il rito dei tre giri intorno alla chiesa dedicata al santo, non lontana dal Palazzo ducale. Tre giri per scongiurare possibili mal di pancia dei cavalli, asini e muli. Personalmente ho sempre pensato ch’era una scusa per non dire che servivano al padrone per digerire tutto quello che aveva mangiato la sera della vigilia e il giorno di Natale.
Buon Natale e ancora grazie zia Ietta e zia Evelyn per il pacco che, quando ce n’era davvero bisogno, è sempre arrivato puntuale.
pasqualedillena@gmail.com

 

 

 

 

 

 

28 dicembre 2015

UN'AGRICOLTURA DA MACELLERIA SOCIALE

di Giorgio Scarlato (imprenditore agricolo o, anche, coltivatore diretto, agricoltore di Palata)
 
Si può ben dire che l'agricoltura si è industrializzata in maniera tale da abbassare i costi di produzione, aumentando la produzione.
Certo, è così. E pur vero però che con gli anni si sono verificati significativi sbilanciamenti:  aumenti sconsiderati dei costi di produzione a partire dai trattori, attrezzature, concimi, fitofarmaci, per finire al gasolio e, di contro, solo lievi aumenti dei prezzi per le derrate agricole.
 
A proposito di concimi,  un esempio comparabile; ma potrebbe essere anche per i trattori e altro ancora.
Anno 1984. Un quintale di concime minerale binario 18/46 (azoto e fosforo) costava £ 39.000. Un quintale di grano duro ne costava £ 45.000
Oggi. Il medesimo concime costa € 55,00-57,00. Il grano, a dicembre 2015,  costa, a dir bene, € 25,00  (..vedremo quanto potrà costare a gennaio 2016 quando "entreranno" in Italia 250.000 tonnellate di grano canadese, forse "seccato" al glifosato!).
 
E' DAVVERO O NO UN'AGRICOLTURA DA MACELLERIA SOCIALE?
 
Si servono di materie prime importate a prezzi globalizzati per il made in Italy e poi acquistarne quelle nazionali a prezzi "concorrenziali" da Terzo Mondo perché questa è la neoliberista globalizzazione a cui dobbiamo sottostare. Prendere o lasciare.
Controlli ferrei, sacrosanti, delle materie prime nazionali a tutela della salubrità alimentare; blandi, sicuramente per gli arrivi massicci, per quelle importate; dimenticandosi poi del.. km 0, del tempo impiegato per il trasporto transcontinentale, dell'inquinamento a causa del combustibile consumato, dello sfruttamento bracciantile ( anche se si sta sviluppando, sfortunatamente, anche nel nostro Paese per ....  restare "nella competitività"), dei fitofarmaci usati, delle stive  dove vengono immagazzinate, etc.
 
NON E' QUESTO IL "MODUS OPERANDI" PER TUTELARE CHI PRODUCE IN MODO CORRETTO, CONTROLLATO E RISPETTOSO DELLE LEGGI ISTITUZIONALI, DELLA BIODIVERSITA' E IL CONSUMATORE CHE POI ACQUISTA!
 
Ora, con i Piani di Sviluppo Rurale (PSR) regionali, "chi conta" ribadisce che possono rappresentare, anche o soprattutto con il ricambio generazionale, una grande opportunità di rilancio per il settore.
Che sia davvero così ce lo si augura di tutto cuore  ma è opportuno fare una riflessione.
Non si illudano i tanti giovani che, visto il momento di crisi lavorativa nazionale, alla ricerca spasmodica di un lavoro, si "affacciano" al mondo agricolo solo per... apparenza o convenienza, visti i danari che potrebbero essere attinti dalle misure del PSR (se poi corrisponderà al vero nel concreto, ma  questa è un'altra storia, è ancora tutto da verificare).
Un solo appunto  sul PSR in merito alla misura  "Green Economy".
 Potrebbe nascondere un "mondo oscuro" di nuovi affari extra-agricoli che, "sfiorano" solamente il mondo agricolo, lo usano ma non lo "beneficiano", anzi lo potrebbero affossare.
 Conclusione.
 Ci si augura che dopo i "burlati"in agricoltura, dai 40 anni di età in poi, non vengano anche burlate le nuove generazioni a causa di questa "anomalia globalizzata" dovuta a regole del gioco di un mercato agricolo non certo libero, governato da multinazionali dell' agribusiness, dal biotech e dalle potenti lobby che squilibrano in modo speculativo la distribuzione del reddito, ingabbiando soprattutto poi, come sempre, il produttore della materia prima, di qualunque parte del globo appartenga.
E, attenti al TTIP ( Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). 
Potrebbe essere il braccio operativo di una gigantesca strategia globale, forse poco o per nulla direzionato all'interesse pubblico. 
Il nostro governo non sia sottomesso, tanto meno la Comunità Europea.
  Malauguratamente, la sorte degli agricoltori è segnata non restando loro che la strada obbligata del vendere o svendere l'azienda agricola a chi può disporre di soldi per... investire (?) e far si che  la nostra regione diventi, dopo, uno dei territori "al bisogno", per discariche, emissioni inquinanti, depositi non convenzionali, etc. 
No all'accaparramento delle terre! No allo spettro del land grabbing come sta già succedendo in altre parti del Mondo sfruttato e pure in Europa. Da un rapporto di qualche anno fa emerge un dato insospettabile: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie; una situazione paragonabile a quanto avviene attualmente in paesi come Brasile, Colombia e le Filippine.
Chi i possibili acquirenti? I colossi attivi nell'agribusiness, i fondi speculativi (hedge found), le aziende cinesi in espansione, gli oligarchi russi, gli investitori di danaro da ripulire o i tanti "prenditori" del momento e non certo imprenditori. 
E' tempo che si faccia realmente qualcosa, prima che succeda l'irreparabile.
 Un invito. 
IMPEGNAMOCI INSIEME in modo responsabile secondo i propri ruoli  di  responsabilità ricoperti nella società civile affinché questo mondo vero non scompaia e con esso il territorio.
Non può morire così.
Per il bene di tutti, produttori e consumatori.
Termoli, 28 dicembre 2015

La riflessione di Giorgio Scarlato, saggia e puntuale e, come le altre, piena di amarezza per l'incapacità di chi ha in mano il potere, a tutti i livelli, di non voler fare niente per salvare questo settore. Oggi più che mai centrale per un diverso sviluppo economico e per la salvaguardia del bene più prezioso, il territorio, mi ha riportato alla mente un mio articolo del febbraio 2012, pubblicato da Teatro Naturale. Lo pongo all'attenzione di chi ha voglia di leggere e di sapere dell'agricoltura e del territorio, soprattutto molisani.

PENSARE AL FUTURO DELL’AGRICOLTURA MOLISANA 

Sapere che “sotto la neve c’è sempre il pane” ci rende più tranquilli. Se lo è per noi, lo è, ancor di più, per un coltivatore. Questo per dire che non era la neve il pensiero che ha assillato in questi giorni i produttori, ma lo stato di totale abbandono che, nel corso di alcuni decenni, ormai, li ha resi ombre di una società che ha posto ai margini dello sviluppo l’agricoltura e la sostenibilità.   

Una crisi, quella dell’agricoltura, che ha già tolto il fiato ai suoi protagonisti, soprattutto se anziani o i soli rimasti in azienda, e, che il Paese oggi paga a caro prezzo.

La sensazione, per chi come me osserva dall’esterno la realtà dell’agricoltura e non solo molisana, è di un mondo paralizzato dalla paura e dalla solitudine, sfiduciato anche da chi non riesce a fargli capire come uscire da una situazione che ogni giorno che passa diventa sempre più insostenibile.

Domina, da troppo tempo ormai, il silenzio e rimbomba il vuoto d' idee, progetti, proposte da discutere insieme, proprio nel momento in cui esse servono per trovare la via di uscita da questo stato di paralisi e di forte sensazione di soffocamento, in modo da tornare a respirare il domani.

Le poche idee per l’agricoltura messe in atto in questi anni, spesso con grande clamore e forte dose di comunicazione, hanno mostrato di essere palliativi funzionali al sistema e allo strapotere della finanza e delle multinazionali, della speculazione edilizia, con il risultato che, invece di risolvere i problemi, hanno aggravato la situazione nelle campagne e reso ancor più fragile il territorio di cui l’agricoltura è parte fondamentale, struttura.

Un’azione di semplice difesa che ha portato all’esaurimento delle residue forze e, come prima dicevo, ha ridotto al silenzio il mondo dell’agricoltura e reso residuale questo settore che, per me, resta primario.

Il piccolo Molise, che ha nell’agricoltura il suo primato a livello nazionale, ne è la dimostrazione e si può capire, non tanto dallo stato di disagio che i produttori riescono a mascherare bene con la dignità, ma dal fallimento delle strutture di trasformazione che, con le dovute eccezioni, invece di portare valore aggiunto all’azienda coltivatrice, sono diventate macchine che divorano soldi pubblici anche quando sono state chiuse o stanno, purtroppo, per chiudere.  

Proprio nel momento in cui l’agricoltura molisana avrebbe più bisogno di esse e, insieme, di un forte associazionismo dei produttori perché essi possano diventare, soprattutto attraverso l’organizzazione di filiere, protagonisti e non schiavi del mercato.

La cosa più insopportabile è che si continua a ripetere gli errori sotto una coltre pesante di silenzio generale, che dà più il senso della complicità che della disattenzione. La scesa in campo di frange chiassose e ribelli e la lotta tutta impostata sulla rabbia e l'improvvisazione ne sono la dimostrazione.

Personalmente capisco le ragioni di questi produttori e le trovo legittime, ma non servono, soprattutto in questo momento, fuochi di paglia che bruciano senza riscaldare. Rischiano di aggravare la situazione e di diventare boomerang pericolosi per il mondo dell’agricoltura, nel momento in cui ha bisogno di partecipazione e dialogo, di forte unità e di una strategia per affrontare la situazione pesante, difficile, grave della nostra agricoltura.  

Una strategia fondata su una visione condivisa e partecipata del futuro, capace di svegliare la politica e le istituzioni, il mondo della cultura e dell’informazione, soprattutto per farseli alleati. E così rivendicare insieme e con più forza la centralità dell’agricoltura, il suo fondamentale ruolo di fonte del cibo, salvaguardia e tutela dei paesaggi e della biodiversità e di tutti gli altri valori del territorio.

In questo momento, più che mai, c’è bisogno di verità e, soprattutto, di sogni per ridare all’agricoltura il suo ruolo di volano dell’economia e della crescita di cui tanto si parla. E questo più che mai in una regione come il Molise che ha nell’agricoltura e nel suo territorio la possibilità di vivere il suo domani. Una Regione che, per le dimensioni e le sue diversità, le peculiarità del territorio, può diventare uno straordinario laboratorio capace di sperimentare ogni situazione e di rendere i risultati possibili esempi per altre realtà e altre regioni.

Torna il vecchio sogno di qualche anno fa, poi interrotto: rendere il Molise la risposta più concreta alla nuova Pac, con l’esempio di un’agricoltura che, con la sua trasformazione in Parco Agricolo, va oltre la produzione di cibo, esaltando ancor di più la centralità del suo ruolo primario.

Un Parco Agricolo incastrato in tanti parchi naturali, penso al Matese, capace di esaltare l’ambiente e il paesaggio; la biodiversità; la ruralità con i suoi ritmi ed i suoi valori; i colori, in particolare il “verde molise”; i profumi ed i sapori di una terra. Questi ultimi sulla base di una ricerca della qualità dell’origine; la diffusione sull’intero territorio regionale delle colture biologiche, per evitare l’uso di prodotti chimici e ogni tipo di veleno, in pratica tutto ciò che contrasta con i processi naturali; la presentazione di una cucina molisana ricca dei suoi prodotti e delle sue ricette per richiamare il turista e prenderlo per la gola.

Penso ai tartufi, soprattutto al primato che il Molise ha con quello più pregiato, più ricercato e più pagato, il bianco. Penso anche alla Tintilia e ai grandi vini; alla Gentile di Larino e gli altri grandi oli; ai latticini ed ai formaggi, in particolare la schiacciata e la treccia, il caciocavallo; ai salumi ed agli insaccati, con le salsicce e le soppressate, la miticaVentricina, il salume che si scava e non si taglia e la Signora di Conca Casale, un pugno di sapori. Penso a altre bontà che sono peculiarità del Molise, come la pezzata di Capracotta, il brodetto alla termolese, la pampanella di S. Martino in Pensilis o la polenta di Macchiagodena e di Roccamandolfi.

Un Parco Agricolo disegnato insieme dalla natura e dall’uomo, che, con il respiro di aria pulita e il controllo del tempo, questo bene prezioso messo da parte dall’uomo che corre senza sapere dove va, e, ancora, con le piante e gli animali, non con il cemento, esprime la speranza del domani del Molise con la giusta combinazione agricoltura e ambiente.

Il Parco come uno straordinario giardino, facile da immaginare, fatto di campi seminati e di orti, vigne e olivi, fichi e querce, meli e mandorli, noci e pere, nespoli e melograni; aie chiassose di genti e di animali. Un giardino ricercato e vissuto, soprattutto dai bambini e dai ragazzi che, nel tempo, diventa un' immensa fattoria didattica che sfrutta e vive delle proprie energie.

Una visione del futuro dell’agricoltura molisana che segna, come dicevo, anche il domani del Molise e, nel momento in cui riesce a essere laboratorio, funziona da esempio per altre regioni.

Volendo si potrebbero anticipare i tempi lanciando un messaggio ai produttori di fare a meno da subito di prodotti chimici quasi a darsi un anno sabbatico necessario non solo per vedere come abbassare i costi di produzione, ma soprattutto per riflettere su questo e altri sogni che servono a rilanciare l’agricoltura molisana e ad attirare soprattutto i giovani per ridare a essa l’entusiasmo e la creatività delle nuove generazioni.  

pasqualedilena@gmail.com

 
                                           

26 dicembre 2015

Elio D’Ascenzo, il cantore della Cucina molisana


Sono andato a salutarlo poco dopo mezzogiorno, come quando m’invitava nella sua casa ai confini tra Termoli e Petacciato, a mangiare pesce che solo lui sapeva cucinare in modo sublime e, quasi sempre, originale. Era in una stanza fedda, solo dentro la sua nuova dimora già sigillata con una rosa rossa proprio là c’era scritto il suo nome, Elio D’Ascenzo, nato 84 anni fa a Montenero di Bisaccia nel giorno di Santa Lucia e morto nel giorno della vigilia di Natale, quando la cena contempla verdure, pesce, anguille o capitone e baccalà.
Per un appassionato vero della cultura materiale e dell’enogastronomia in particolare frequentarlo voleva dire apprendere perché a lui piaceva trasmettere il suo amore per il cibo. Un amore riportato in varie pubblicazioni da lui firmate, che hanno fatto e continueranno a fare testo per quelli che già sanno e per quelli che vogliono sapere di cibo  e della cucina, che diventa arte quando passione e cultura si sanno parlare.
Non è stato per niente casuale che sia stato proprio lui ad aprire il Molise alla istituzione massima, la più prestigiosa, in quanto a cultura, l’Accademia italiana della Cucina e ad organizzarla nelle tre delegazioni di Termoli, Isernia e Campobasso, divenendo il coordinatore delle stesse fino a non molto tempo fa, quando ha deciso di lasciare, indicando in Giovanna Maj, delegata d’Isernia, la giusta soluzione a dare continuità a un incarico prestigioso. Una scelta azzeccata, visto che Giovanna ha avuto la capacità di onorare questo impegno con la passione e la cultura, cioè due elementi distintivi dell’amico e maestro Elio.
Oggi, mentre ero lì, davanti alla sua bara a salutarlo, sentivo che quella breve chiacchierata, coperta da silenzio, era l’ultimo confronto su questioni care a entrambi. Meno d mezz’ora prima dell’addio.
Restano i suoi libri delle Edizioni Enne di Campobasso come la raccolta di suoi scritti nel volume “Mangiare Molisano”, che, non ricordo perché, è da quasi un mese sul mio tavolo a fianco al computer, insieme agli atti del Convegno internazionale “Mediterraneo Brodetto e Zuppa di pesce”, Luglio 2004, da lui voluto quale responsabile della delegazione di Termoli dell’Accademia della Cucina Italiana.
 Resta nella mia mente la telefonata che gli ho fatto agli inizi d agosto quando, sentendo la mia voce, mi ha detto con il suo proverbiale entusiasmo “sono proprio contento che sarai tu a presentare il libro all’Expo di Milano”, rimanendoci male quando gli ho detto che non ne sapevo niente e che non ero neanche stato invitato.
Una bella pubblicazione “L’olio molisano nella cucina termolese”, quella presentata a Milano e patrocinata dal Comune di Termoli. Essa raccoglie le sue ricette del “Mangiar Molisano” e riporta, manoscritta, la premessa del 2001 che mi merita essere riproposta. “Sono andato a spigolare nel campicello della memoria qualche manciata di pensieri molisani da restituire alla tradizione collettiva della gastronomia “povera”, legata ai costumi delle nostre contrade ed ho racimolato un piccolo covone fatto di racconti e ricette, molte delle quali sono ignote ai più…Vorrei tanto non aver disperso dai miei ricordi i quaderni della zia o di mia madre, ma tant’è: oramai quello che resta è tutto scritto in queste poche pagine e, purtroppo il resto s’è perso nell’oblio del tempo e dei miei anni non più verdi. Perciò invito il lettore a perdonare la modestia del mio scritto… e…a cogliere nelle prescrizioni cucinarie ivi contenute non solo le memorie del tempo trascorso, ma la continuità del nostro vivere attuale, sebbene frastornati e comunque poco attenti per via degli allettamenti del mangiare presto e male nei locali del cosiddetto fast-food. Lo invito ancora ad una rivisitazione dei nostri cibi, facili da realizzare, perché pochi gli ingredienti, mentre stupenda è la fantasia suggerita da ogni piatto della cucina molisana”.
Per me è il testamento di chi ha saputo cantare il meglio della sua identità, il territorio molisano, l’origine dei cibi che lui realizzava e sapeva condividere con gli amici di sempre o anche solo occasionali.
Grazie maestro, grazie dottor D’Ascenzo.
26 dicembre 2015

Ecco il commento di Giovanna Maj delegata di Isernia dell'AIC
Elio D’Ascenzo ci ha lasciati! Al funerale ho portato il cordoglio della Delegazione di Isernia ai suoi familiari.
Avrei voluto accarezzare un'ultima volta quelle sue mani… avrebbero comunque trasmesso l’energia assoluto che diffondeva nello stringere, nell'accogliere, nel comunicare il piacere, la gioia dell'incontro e, con essa, l'inesauribile forza dell'amicizia. Il triste legno ha impedito il contatto ma ci siamo sicuramente intesi rimpiangendo la sua grandezza, la sua bellezza nel comunicare, l'amore nutrito verso l'Accademia (ed anche la successiva disillusione) di cui è stato artefice in Molise ed i fortissimi legami che ci hanno uniti. Ha lasciato il buio, un vuoto
ma solo fisico perché noi continueremo a fare, ad operare nella scia dei suoi insegnamenti, della sua grande cultura, del suo esempio di amico che sa solo donare. 

Città ideale per rendere grande il piccolo Molise

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-08-06/lo-sviluppo-passa-la-cultura-063830.shtml?uuid=ACjkVld&refresh_ce=1

Ho letto quest'interessante articolo scritto dal mio caro amico Claudio Bocci, uscito nella metà di agosto sul più importante quotidiano di economia e finanza italiano. Parla dello spreco di denaro nel momento in cui viene rinviato al destinatario, l'Europa, per mancanza di una progettualità. Mancanza di progettualità o cultura dell'assistenzialismo? Una pratica quest'ultima che, sempre più, ha preso il sopravvento perché è l'unica che ripaga politici e amministratori incapaci di programmare e progettare un futuro per il loro territorio, ma solo di farlo occupare per non renderlo quella straordinaria risorsa che è.

E tutto questo non solo nel campo della cultura, ma anche dell'ambiente, e, soprattutto, dell'agricoltura. Ed è così che il nostro Meridione muore. E muore proprio nel momento in cui avrebbe tutto quanto è necessario (il territorio) per rilanciare il Paese e farlo uscire dal fallimento in cui è stato posto dalla crisi del sistema.

Un sistema che è stato ed è solo capace di consumare, sprecare, distruggere, senza lasciare neanche una briciola per il domani.

Claudio Bocci scrive .."; il nostro paese non ha mai brillato per capacità di spesa e, soprattutto, per efficacia qualitativa dell’investimento pubblico così evidente invece in altri contesti europei. Questa scarsa capacità delle amministrazioni è stata particolarmente evidente in campo culturale in cui, già nel ciclo di programmazione 2000-2006, ingenti risorse sono state impegnate per la riqualificazione edilizia di immobili pubblici anche di pregio, che poi sono rimasti inutilizzati. L’assenza di visione dello sviluppo locale e di capacità progettuale è stata ancor più evidente nell’utilizzo del POIn 2007-2013, il Programma Operativo Interregionale riservato ai grandi Attrattori Culturali, unico programma che ha ’restituito’ risorse a Bruxelles e che registra tuttora gravi ritardi negli impegni di spesa"..

"È per questo che va salutato con grande interesse il decreto del Segretariato Generale del Mibact del 3 novembre 2014 con cui si promuove l’Azione «Progettazione per la cultura» che destina importanti risorse finanziarie per favorire l’innalzamento della qualità progettuale volta a migliorare le condizioni di offerta e di fruizione del patrimonio culturale, in raccordo con l’attuazione della programmazione 2014-2020".

un discorso che mi ha fatto tornare in mente un'idea progettuale che potrebbe sfruttare queste risorse e realizzare, con i Palazzi e Castelli già recuperati e, subito dopo, chiusi per mancanza di progetti e programmi capaci di renderli fruibili dal grande pubblico. Parlo del Molise, cioè di una "città-campagna" che potrebbe diventare "ideale" nel momento in cui questi Palazzi e Castelli vengono dedicati al milione di molisani che non sono nel Molise, ma sparsi in ogni angolo dei cinque continenti.

Si tratta di renderli contenitori culturali e punti di riferimenti di Paesi vissuti dai molisani e tappe di cammini di viaggiatori del mondo, lungo percorsi disegnati da ambienti e paesaggi stupendi, profumati dalla natura e pronti ad appagare il gusto con i prodotti  di una terra generosa di qualità.

Si tratta, anche, di mettere in campo altre idee per altri progetti possibili che si legano alla formazione, ai caratteri del luogo, ai testimoni di un territorio come l'olio, il vino, il tartufo, i latticini, i formaggi, i salumi, la Pampanella, la cucina di terra e di mare.

Idee capaci di dare subito occupazione a tanti giovani laureati - quelli, soprattutto, che hanno in mano il biglietto di solo andata o che stanno pensando di staccare  quanto prima il biglietto - per impegnarli nella trasformazione di queste idee in progetti e renderli forza di una programmazione che guarda alla cura della ruralità e dei valori che essa esprime. 

 Turismi possibili, promossi e animati dalle generazioni di molisani nel mondo che, comunque, sanno che il Molise esiste.

E, per un partenariato pubblico-privato, i molisani nel mondo e quanti, in questi anni, con la pasta, l'olio, il caffè, hanno saputo cogliere il loro valore e renderli straordinaria risorsa, sono sicuramente i primi e principali co-protagonisti.

Ecco, la "Città ideale" quale straordinario e particolare ponte che farebbe diventare grande il piccolo Molise.
pasqualedilena@gmail.com

 

24 dicembre 2015

OINOS E IL MIO TERRITORIO

     Quest'articolo sul n° 14 dicembre 2015 della bella rivista Oinos - vivere divino


23 dicembre 2015

BRINDARE CON I VINI MOLISANI

Siamo all’inizio di un periodo di feste che riscaldano il cuore e l’inverno che, però, non ancora arriva, annunciano speranza e fanno sperare nel domani. Al centro c’è la tavola e al centro della tavola non può mancare una bottiglia di spumante (ottimi i tre che ho avuto il piacere di assaggiare, quello di Campi Valerio di Monteroduni; Di Majo di Campomarino e di Angelo D’Uva di Larino) e di vino, soprattutto molisani, per brindare e dare ancora più gusto ai piatti delle vigilie e delle feste. Sono da bandire altre bevande ad eccezione dell’acqua.
E’ tempo di scelte e, per non sembrare di parte, faccio mia la selezione dei vini riportata da Vitae, la guida ai vini 2016 dell’AIS, l’Associazione dei Sommelier della quale mi onoro di far parte.

 La guida presentata qualche sabato fa al Grand Hotel Europa di Isernia con le quattro T, il massimo riconoscimento, assegnate a due aziende: Cantine Catabbo di San Martino in Pensilis, giovane azienda nata nel 2004, per merito di Vincenzo Catabbo, che, con altre 24 cantine italiane, ha ricevuto, grazie  a Vincè 2010, il suo Rosso del Molise Doc, anche il sigillo Tastevin con il logo dell’Ais per aver contribuito a imprimere una svolta produttiva al territorio di origine; Claudio Cipressi, la cantina di San Felice del Molise, anch’essa giovane, del 2003  che deve le quattro T a 66, annata 2009, una sua Tintilia del Molise Doc.
Due vini che onorano l’enologia molisana per temperamento e equilibrio
Vincè 2010, con le sue di Syrah per il 60% e poi Montepulciano 25% e 15% Tintilia per una gradazione che supera i 14 gradi e si abbina bene, con i suoi 30 mesi in barrique e i 18 in bottiglia, a arrosti e stufati, in particolare quello con erbette.
Il 66 del 2009, con le sue uve tutte di Tintilia, una gradazione di 14,5°, racconta profumi e sapori netti, decisi e, con i suoi 36 mesi in barrique, si dona ai secondi piatti a base di carni rosse e selvaggina,con la guida che indica come matrimonio perfetto una faraona ripiena con castagne e tartufo.
Fatto il doveroso omaggio ai due grandi vini vincitori passiamo al quadro delle aziende e dei vini più rappresentativi, a giudizio della Guida Vitae, del Molise.
In ordine alfabetico per non creare risentimenti e gelosie, due veleni che una volta iniettati distruggono le straordinarie potenzialità della vitivinicoltura, e non solo, molisana:
1.      Borgo di Colloredo di Campomarino, nata nel 1994.
Si presenta con tre T: una al suo rosso pluripremiato Biferno rosso Doc, il Gironia Riserva 2008 (80% Montepulciano e 20% Aglianico), con una gradazione alcolica 13,5. In barrique per 24 mesi con un affinamento in bottiglia di 6 mesi Vitae lo consiglia abbinato a un agnello in crosta;
due T a:  un Biferno bianco Doc, Gironia 2014 (70% Trebbiano, 10% Malvasia bianca e il resto altri vitigni a bacca bianca autorizzati) che grazie alla sua ampiezza olfattiva e alla sua freschezza si dona al pesce. Vitae consiglia Crioli con crema di ceci e seppioline;
una Falanghina 2014 Molise doc, tutta di uve di questo prestigioso vitigno che onora il Sannio nella sua interezza. Un bianco fine, gustoso che esalta i buoni piatti della cucina marinara, uno in particolare, Filetti di branzino gratinati con origano.
Con due T, a seguire Greco 2014, Molise Rosso 2012, Gironia rosato “Biferno” 2014

2.      Cantina Cieri di Termoli
Si presenta con tre T date a due dei suoi vini:
Re Bove 2012, Tintilia del Molise Doc, con 14% la  gradazione. Grande struttura con sentori forti al palato e un’ottima tannicità. 9 mesi in barrique. Viene consigliato per accompagnare un Agnello ripieno con mele annurche e prugne;
Sarò 2010, un Aglianico  di 13, 5° . un vino dal gusto pieno con i suoi 12 mesi in botte grande e 6 mesi in acciaio, consigliato per accompagnare un piatto di cinghiale al mirto

3.      Cantine Catabbo, oltre al suo Vincè 2010 vincitore con 4 T, presenta con tre T una Tintilia del Molise Doc 2012, con 14,5°, consistente , morbida che si presta bene per accompagnare Cavatelli con ragù d’anatra muta. Altri tre vini con due Te: Xaatuis 2014, Falanghina del Molise Doc; Petriera Blu 2014; Petriera rosso 2014

4.      Claudio Cipressi che offre, oltre al 66 2009 degno di 4 T, due vini vini con tre T , entrambi Tintilia del Molise Doc, Collequinto 2014, di grande intensità e equilibrio gustativo che viene consigliato con un Sandwich di Triglie con burrata  e il tanto famoso Macchiarossa 2011, così deciso al palato e ricco di tannicità, consigliato con un Risotto con salsiccia e porcini. Una T, invece, all’altra Tintilia 7 Vigne 2012

5.      Di Majo Norante di Campomarino, l’azienda che nel lontano 1968 ha dato il via all’immagine della qualità che vive oggi la vitivinicoltura molisana grazie a tanti giovani viticoltori. L’azienda che con il suo storico “Ramitello” lo scorso anno ha avuto l’onore di essere al 74° posto nell’elenco dei 100 migliori vini del mondo. Ben quattro i vini con tre T:
a.      Contado riserva 2012 Aglianico del Molise Doc, 13,5°. Piacevole, gustoso che si abbina magnificamente a un Agnello con prugne e mandorle
b.      Ramitello 2013, Biferno rosso Doc (80% Montepulciano e 20% Aglianico), 14,5°. Ottimo profumo, pieno in bocca grazie a un tannino bene evidente, fresco e equilibrato che di presta per esaltare un Coniglio pomodoro e olive nere
c.      Don Luigi riserva 2012, tutto da uve Montepulciano e con una gradazione alcolica di 13,5%. Profondità di colore rosso, equilibrato, intenso e persistente in bocca co i suoi 18 mesi in barrique, si accompagna bene a un Capocollo di maiale nero al ginepro
d.      Apianae 2013, Moscato del Molise Doc, delizioso con i suoi 14,5° alcolici, i suoi profumi  e la grande morbidezza in bocca che lo donano magnificamente a un Panforte senese.

Due T per il Sangiovese 2014 e una T per la Falanghina del Molise 2014
6.      Angelo D’Uva di Larino con la cantina aperta dal 2002
Tre T al Kantharos 2014, Trebbiano del Molise Doc ( Trebbiano 85%, Malvasia bianca15%), 15°. Stupendo color paglierino con riflessi verdognoli. Pieno al naso e succoso al palato, ottimo per accompagnare piatti  a base di pesce, verdure, carni bianche, Vitae lo consiglia per dare ancor più gusto a un Carpaccio di baccalà.
Due T a Lagena 2013, la Tintilia del Molise Doc; Egò 2009, un passito Igt di Moscato bianco e a Keres 2014, Falanghina del Molise Doc

7.      Cantine Salvatore di Ururi nate nel 1998 per merito di Pasquale, il suo proprietario
Tre T:
a.      San Donà 2011, Molise rosso Doc, a base di Montepulciano, 14°. Tanta frutta rossa al naso e spezie. Ampio e succoso al gusto per una bevuta piacevole. 12 mesi sosta in barrique e altrettanto tempo in acciaio prima di un breve affinamento in bottiglia. Consigliato per un Filetto di cervo in salsa ai mirtilli.
b.      Nysias 2014, Falanghina del Molise Doc, 14°
Intensi profumi di ginestra e albicocca, caldo e sostanzioso in bocca che lo rendonno davvero gradevole. Matura per 10 in acciaio con due di permanenza sui lieviti. Il piatto che lo esalta è quello di Cavatelli con vongole e limone
c.      Ros_Is 2014, tutto Montepulciano e una gradazione di 13%.
Piace al naso e alla bocca dove rimane per lungo tempo a significare la persistenza con un tocco di sapidità. E’la Tinca gradinata con pomodorino il suo piatto consigliato da Vitae
d.      Due T a Rutilia 2012, Tintilia del Molise Doc e a L’Indovino rosso 2012, anche questo Montepulciano al 100%

8.      Cantina San Zenone, nata nel 1975 a Montenero di Bisaccia (Cb) che mi ha visto suo amministratore.  
Tre T :
a.      Clivia 2014, Trebbiano del Molise Doc, generoso di profumi , fresco e convincente al palato, resta il suo sentore di leggero amarognolo. Si consiglia per Filetti di mormora in panure di agrumi

b.      Aere 2014, Chardonnay del Molise Doc, 12,5°. Bel colore paglierino, note aromatiche al naso, caldo ed equilibrato al gusto, persistente. Piatto consigliato, Insalata di salmone e pesche saturnine

Due T a  Clivia 2014, Falanghina del Molise Doc; Colle dei Pastini 2013, Rosso del Molise Doc; Clivia 2014, Rosato del Molise doc e Clivia 2012, Cabernet Sauvignon del Molise Doc

9.      Tenimenti Grieco di Portocannone (Cb), partita quest’anno
Tre T:
a.      Podere di Lenda 2013 per il 90% Aglianico, 13°
Un rosso rubino poiacevle al naso e in bocca gustoso con il suo nitido tannino. Matura in acciao per 8 mesi. Si consiglia con la Pezzata di Capracotta
b.      Tintilia del Molise Doc 2014
Al naso prugna, mora, mirtillo e altri frutti. Corposo con tannino ben dosato, persistente in bocca con echi fruttati
                Due T a Sangue di buoi 2011 Biferno rosso doc; Passo alle Tremiti, Rosato del Molise Doc; Cupaia 2013, Tintilia del Molise Doc
                Una sola T a Podere dei Castelli 2013.

10.   Terresacre in Contrada Montebello a Montenero di Bisaccia, partita nel 2004
Tre T:
a.      Falanghina del Molise Doc 2014, 13°.
Bianco dal giallo dorato, luminoso; trama olfattiva dominata da pera. Vigoroso, fresco, sapido. Chitarra con gamberi di fiume e lardo di maiale nero è il piatto consigliato dalla Guida Vitae.
b.      Tintilia del Molise Doc 2012, 14°
Vino dal colore granato intenso, olfatto concentrato su ricordi di cereali, tannino devoto alla morbidezza con finale di frutti rossi e spezie. !2 mesi di maturazione in barrique. Piatto consigliato: Filetto di manzo alla Tintilia
                Una T a Neravite 2012, Rosso Molise Doc

11.   Cantina Valtappino di Campobasso, nata nel 1969
Tre T:
Embratur 2013, Tintilia del Molise Doc, 14,5°
Un rosso rubino sgargiante. Denso e fitto al naso, elegante. Grande equilibrio d sapori in bocca, fresco, accattivante. Piatto consigliato: Coscio di capretto al rosmarino.
Due T al bianco  Rocca del Falco 2014 e a Feudi di Gambatesa 2013, Aglianico del Molise Doc
 In totale 11 le aziende riportate in Vitae, di cui solo 4 nate nella seconda metà del secolo scorso, per 51 vini selezionati, di cui due i vincitori con 4 T, entrambi rossi; 23 i vini con 3 T, dei quali  13 rossi, 8 bianchi e 2 rosati; 20 quelli con 2 T, dei quali 10 rossi, 7 bianchi e 3 rosati; 6 vini con una sola T, cinque dei quali rossi e uno bianco. Tutti i vini, a parte una Igt, sono prodotti nella Provincia di Campobasso e rappresentativi di tre delle quattro Denominazioni di origine controllata (Doc) “Molise” o “del Molise”, Tintilia del Molise” e “Biferno”.
 Nel complimentarmi con i redattori di Vitae, la guida dell’Ais 2016, e con le aziende che con i loro vini sono riportate e rappresentano il Molise, voglio augurare Buone Feste a loro e a quanti difendono, promuovono e valorizzano il territorio molisano con la passione, l’impegno e l’intelligenza che esso merita. A differenza, purtroppo, di chi lo maltratta e lo distrugge con le colate di cemento e asfalto, le trivelle, le pale eoliche, i metanodotti, i gasdotti, le biomasse, gli inceneritori, l’allargamento della chimica, la mancanza di progettualità e di programmazione e, anche, di una strategia di marketing.
                                                     Buon Natale e Felice Anno Nuovo
pasqualedilena@gmail.com

22 dicembre 2015

Il Santo Natale...uno stato della mente costruttivo per il Bene comune

di Giorgio Scarlato

Ho la netta sensazione, e questo da diverso tempo, che ogni anno che passa, il Santo Natale sia più triste, più vuoto e povero di contenuti valoriali.
Quei contenuti che già si respiravano nell’aria pre-natalizia negli anni 60 - metà 70 del secolo scorso.
C’era l’entusiasmo, la contentezza, la viva partecipazione ad un evento che ti prendeva l’anima.
Eravamo felici nonostante i sacrifici e la povertà che imperversavano.
Ci si accontentava di poco.
Con la venuta e l’ “adorazione” del cosiddetto progresso economico-commerciale della "consumocrazia" è stato sminuzzato, avvilito, se così si può dire, il senso di quella gioia e quella magia della nascita di Gesù Cristo.
Con tutto il benessere ( artatamente artificioso) che il mondo attuale ci offre, non si riesce a trovare quella serenità spirituale duratura al punto tale di condizionare la nostra vita, il nostro agire. Lo chiamo "materialismo incattivito" dell'avere a tutti i costi quel determinato oggetto. 
E' la falsa felicità, quindi inesistente, da mostrare a tutti.
 
Il neoliberismo della  globalizzione, o meglio di “dittatura della finanza”, ha prodotto  e ancor di più sta “formando” una società sempre più ingiusta: incredibili concentrazioni di ricchezza e immense e sempre più spaventose masse di povertà. C'è chi spreca e chi muore.
Popoli sempre meno liberi e fraterni non solo in Africa o Asia ma anche nelle Americhe ed Europa.
 
Non si parla altro che di terrorismo, violenza, guerra e quindi movimenti razzisti, regimi autoritari e totalitari con pratiche incostituzionali.
I MIGRANTI NE SONO LA SFORTUNATA RISULTANZA.
 
I rifugiati nel mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR: United Nations High Commission for Refugees) sono più di 20 milioni.
A questi si aggiungono 34 milioni di sfollati all’interno del proprio Paese e quasi un milione in attesa dell’esito delle domande di asilo.
Considerando tutti gli altri, quest’anno potrebbe chiudersi con la cifra record di oltre 60 milioni di persone in fuga.
FAME, DISPERAZIONE E GUERRA PER I TANTI; RICCHEZZA, CONTROLLO DELLA FINANZA, CHE POI SI CONCRETIZZA  NEL “ MONOPOLIZZARE” CIBO, DENARO, ENERGIA, ACQUA E PETROLIO, PER I POCHI.
 
Questo sistema collaudato porta a due amare conclusioni:
a) perdita del rapporto umano, quello vero;
b) la distruzione della razza umana, quindi della vita stessa del Pianeta Terra.
 
“L’AVERE” a tutti i costi per essere qualcuno, inchinarsi ai facili compromessi, dimostrare che…” più ho, più comando e posso sottomettere gli altri, quindi sono” non fa altro che annichilire la vita stessa nel senso più vero della parola.
Vita che, al contrario, deve essere imperniata sui 4 pilastri valoriali: quello dell’etica, della moralità, della dignità, del rispetto della persona, chiunque essa sia.E' in ciò che consiste la felicità, in quell'abbraccio sincero, in quella stretta di mano, in quel saluto vero, disinteressato.
 
Si è dimenticato  che il Natale è la nascita di colui che viene sulla Terra a portare pace, fratellanza e serenità.
Solo se si riuscirà ad estirpare dalla vita interiore di ognuno il virus contagioso dell'egoismo, della sopraffazione, della ricchezza da dimostrare a tutti i costi ed immedesimarsi di chi vive in condizioni di miseria si potrà riassaporare quel gusto vero della vita piena di affetti e sentimenti.
Caso contrario è solo una festa fittizia, mascherata di religiosità che fa sembrare di essere felici. Solo apparenza.
Il Santo Natale non è un periodo o una stagionalità, ma uno stato della mente costruttivo per il bene comune.
Buon Natale a tutti.
Termoli, 22 dicembre 2015