29 febbraio 2016

Il principio della rana bollita…Diamo un colpo di zampa prima che sia troppo tardi!!!!!!

Il racconto di Noam Chomsky, molto bello e molto significativo, è stato utilizzato dalla mia amica di Siena, Barbara Cucini, a commento di questa  mia riflessione di questa mattina scritta direttamente su facebook.

"Trovo un errore pensare che oggi non c'è più la politica. Non ce n'è stata mai cosi tanta, ma è tutta in mano ai padroni e ai governi che essi si son dati. Ciò che non c'è più , purtroppo, è l'opposizione, e, il vuoto che ha lasciato è un vuoto di democrazia e, come tale, di partecipazione, che dovrebbe preoccupare tutti quelli che hanno a cuore i valori, in primo luogo la libertà. Ecco perché io dico No a tutto quello che propongono e fanno. So che è contro il territorio e, quindi, contro di me e la mia identità. Sì, invece, al Territorio, Sì alla bontà del Cibo, alla bellezza del paesaggio, delle tradizioni; Sì all'arte, alla storia, alla cultura; Sì alla diversità e alla biodiversità. Sì il 17 Aprile quando andrò a votare NO TRIVELLAZIONI e non solo nei mari, ma ovunque". 


Il principio della rana bollita – Noam Chomsky

Il principio della rana bollita, utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky, fa riferimento alla Società, ai Popoli che accettando passivamente, il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori, dell’etica, ne accettano di fatto la deriva.
Questo principio può essere usato anche per il comportamento delle Persone inerti, immobili, remissive, rinunciatarie, noncuranti, che si deresponsabilizzano di fronte alle scelte
Per tutte le persone che credono ancora che questa crisi sia momentanea e non strutturale, per quelli che sperano ancora che le soluzioni arrivino dall’alto, per quelli che nonostante tutto delegano esternamente la loro felicità, speriamo che questo video vi dia uno scossone e se non siete come la rana, già mezzi bolliti, date un colpo di zampa per saltare fuori dalla pentola, svegliatevi prima che sia troppo tardi !
(Nota di Cammina nel Sole: vi risparmio il video dove la rana  alla fine muore bollita…ma ve ne dò un’ attenta descrizione…se poi scegliete di vederlo basta cercarlo su youtube.com…scrivendo nella ricerca video…Il principio della rana bollita)
Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.
Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute.
I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche.
Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.
Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi
A. D. S.
Fonte: Ecco Cosa Vedo
Fonte: http://informatitalia.blogspot.it/2013/07/il-principio-della-rana-bollita-noam.html
Fonte :http://ilquieora.blogspot.it/2014/09/noam-chomsky-il-principio-della-rana-bollita-e-il-popolo-senza-nessuna-opposizione.html
Noam Cromsky

27 febbraio 2016

Pampanella di San Martino in Pensilis, Dop o Igp, la più grande fabbrica del Molise.

Non è la prima volta che racconto una delle mie tante genuine autorevoli passioni, la Pampanella di San Martino in Pensilis, che già da una ventina di anni fa ho dichiarato la più grande fabbrica del Molise. Ne ero convinto allora, ne sono ancor più convinto oggi, e il perché l’ho spiegato nell’ultimo articolo pubblicato sul numero di una settimana fa del settimanale online Teatro Naturale, che mi vede da sempre suo fedele collaboratore.

È così che sono venuto a sapere di una “Pampanelleria” a Perugia, che può presto diventare una catena di negozi particolari dove, insieme alla Pampanella, si consuma il meglio del territorio molisano se, però, si ha chiaro il processo di difesa e tutela di un prodotto che esprime la sua qualità grazie all’origine, cioè al legame con il territorio. Se non c’è chiarezza e si continua a perdere tempo dietro a esperti che non sanno e, perciò, tali  non sono, si può essere certi che questo processo andrà avanti e tutto a spese del Molise e della sua San Martino in Pensilis.

Non c’è dubbio che il territorio elettivo della “Pampanella” è quello della bella cittadina di San Leo e della carrese, ma esso, nel momento in cui non viene difeso attraverso un riconoscimento come Indicazione geografica – che non è la De.Co – può trovare con il nome “Pampanella” una sua diffusione e, così, rischiare la banalizzazione e la perdita stessa dell’immagine così fortemente legata al suo territorio di origine da sempre, cioè San Martino in Pensilis.  

Lamentarsi che ci sono altri nel Molise che fanno la “Pampanella” non serve, anzi pone in cattiva luce quello che  uno ritiene orgoglio di appartenenza, perché tutti possono preparare questo prodotto e se, per ora, accade solo nel Molise (però abbiamo visto che non è più così)  è da ritenere una buona opportunità per operatori molisani bravi, soprattutto quando si avvalgono degli allevatori di maiali del luogo. Un’opportunità per rilanciare la zootecnia e la stessa agricoltura, una grande occasione per chi vuole diventare imprenditore e per chi ha bisogno di lavorare e in più diversi campi, soprattutto quello turistico sapendo la forza del richiamo che un prodotto esprime nel momento in cui diventa il testimone del luogo.

C’è da lamentarsi, invece, del perché quanti avrebbero il compito di trasformare la Pampanella di San Martino in Pensilis in una Indicazione geografica allargata - riconosciuta dall’attuale regolamento comunitario (510/2006) che ha modificato il 2081 del 1992 - a tutto il territorio molisano (la più grande fabbrica del Molise), continua a perdere tempo e, con esso, occasioni.

 Parlo dei produttori/allevatori/trasformatori e delle loro associazioni e organizzazioni professionali che, con il sostegno e la collaborazione, certo, del Comune di San Martino in Pensilis e, anche, degli altri comuni, istituzioni e enti interessati a livello regionale, hanno il compito di pensare a un progetto  per il riconoscimento di questo delizioso prodotto alimentare, oltretutto unico e, come tale, davvero prezioso.

Un vero e proprio progetto che dovrebbe essere parte di quella programmazione che non c’è, e, comunque, di un tipo di sviluppo che, trovando la forza nel territorio molisano, sia in grado di spendere nel migliore dei modi le risorse e i valori che esso esprime. E lo fa partendo dalla definizione di un disciplinare di produzione, Dop o Igp, che riporti il nome  Pampanella di San Martino in Pensilis; la descrizione del prodotto, a partire dalla sua storia e il suo legame con la tradizione; la zona di produzione (Molise), ben descritta  e delimitata; le modalità di produzione e trasformazione; le caratteristiche e, soprattutto, i caratteri organolettici del prodotto.

Un riconoscimento Dop o Igp, sapendo che entrambi rappresentano un’importante e valida garanzia per il consumatore, ma anche una tutela fondamentale per i produttori/trasformatori nei confronti d eventuali imitazioni e concorrenza sleale.

E’ attraverso il disciplinare di produzione Dop o Igp e il suo riconoscimento, dopo la presentazione della domanda e l’indicazione dell’ente terzo di certificazione, che viene salvaguardato e tutelato il nome e, non certo, attraverso la sola pretesa o l’orgoglio di appartenenza. Altrimenti, ripeto, il rischio è che la “Pampanella” diventi, oggi più che mai, una denominazione generica, un nome comune e, come tale, banale. Cioè, non più all’altezza di indicare un prodotto alimentare e di far pensare ai sapori ed ai saperi che esso esprime, grazie al territorio, alla capacità e alla cura degli allevatori e alle mani sapienti dei trasformatori, per lo più donne.

C’è bisogno prioritariamente della volontà dei produttori/trasformatori interessati alla protezione del prodotto, identificabile in relazione al’origine geografica, per esprimere una domanda di riconoscimento e ottenere l’ottenimento dei relativi diritti, una volta che essa viene riconosciuta e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Europea.

Tutto qui!

pasqualedilena@gmail.com

26 febbraio 2016

IL MOLISE AI VERTICI DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE CITTA' DELL'OLIO CON DUE RAPPRESENTANTI

ANTONIO SORBO SINDACO DI VENAFRO (IS) NOMINATO VICEPRESIDENTE NAZIONALE E PASQUALE DI LENA, FONDATORE DELLE CITTA' DELL'OLIO, PRESIDENTE ONORARIO
La nuova squadra, composta da otto membri più il Presidente Enrico Lupi presentata mercoledì mattina a Roma
C'è anche il Molise nella nuova squadra di Giunta dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio. Non con uno ma con ben due rappresentanti: Antonio Sorbo Sindaco di Venafro (IS) è stato eletto nell'esecutivo e altresì nominato vicepresidente nazionale mentre Pasquale Di Lena, fondatore delle Città dell'Olio nel 1994 a Larino, è stato insignito del titolo di Presidente Onorario nel corso del Consiglio che mercoledì mattina ha preceduto l'incontro al Mipaaf di presentazione del programma di governo a cui sono intervenuti, oltre ai rappresentanti delle Città dell'Olio anche il Sen. Franco Panizza Segretario IX Commissione Permanente Agricoltura e Produzione Agroalimentare,  l'On. Luigi Dallai e l'On. Colomba Mongiello rispettivamente membri della Commissione Cultura Scienza ed Istruzione e della Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati e il Vice Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Andrea Olivero, il quale ha ribadito il proprio appoggio all'Associazione: "il mio plauso alle iniziative dell’Associazione Città dell’Olio che, in modo lungimirante, opera da oltre venti anni per connettere il prodotto ed il territorio e crearne un’unica identità; bellezza e riconoscibilità del paesaggio sono misure fondamentali per la promozione dell’agricoltura italiana. Lo stesso riconoscimento della Dieta Mediterranea va in questa direzione e ci consente di raggiungere risultati importanti per tutta la filiera, dalla tracciabilità del prodotto all’informazione e tutela del consumatore. Questo è il punto di forza di una promozione efficace e strategica che, con il sostegno di provvedimenti legislativi mirati, è in grado di raggiungere obiettivi ambiziosi nell’ottica di una crescita della coltura e della cultura olivicola. Occorre prendere atto delle istanze che emergono dal territorio e da questa assemblea, continuando ad operare insieme, in ambito istituzionale, ma anche educativo e sociale, per il rafforzamento di un settore strategico come quello olivicolo”.
Appoggio confermato anche da parte dell'On. Colomba Mongiello, che ha ribadito di essere a completa disposizione per "lavorare in prima persona al fine di riuscire a dare un riconoscimento giuridico alle Città dell'Olio ma soprattutto al lavoro che queste città svolgono per la tutela del prodotto, del paesaggio, della sostenibilità, della cultura e della quotidianità. Finora abbiamo investito molto sulla filiera olivicola ma possiamo fare ancora molto per questo settore rappresentativo di una cultura che fa parte della nostra storia da quasi 3000 anni".  
In totale sono nove dunque, otto consiglieri più il Presidente Enrico Lupi, i membri della nuova Giunta dell'Associazione Nazionale Città dell'Olio. Insieme a Lupi e a Sorbo fanno parte della squadra la Toscana con Marcello Bonechi Sindaco di Castellina in Chianti (SI), la Basilicata con Michele Sonnessa Sindaco di Rapolla (PZ), la Puglia con l'Assessore all'Agricoltura del Comune di Bitonto (BA) Domenico Incantalupo, l'Umbria con Stefania Moccoli Assessore con delega al Turismo, Ambiente, Territorio e Agricoltura al Comune di Trevi (PG), l'Abruzzo con Stefano Di Giulio Consigliere Comunale di Tocco da Casauria (PE), la Calabria con Mario Albino Gagliardi Sindaco di Saracena (CS) e la Sardegna con l'Assessore all'Agricoltura e Ambiente del Comune di Oliena (NU) Valentino Carta. Di questi, insieme a Sorbo, sono stati nominati vicepresidenti anche Marcello Bonechi, Michele Sonnessa, Domenico Incantalupo e Valentino Carta.
Durante l'assemblea, il Presidente Enrico Lupi ha proposto la riconferma a Presidente Onorario a Pasquale Di Lena: "con molto entusiasmo e molto affetto, una proposta per molti versi facile, ma meritevole della carica di Presidente Onorario, non solo perché ideatore delle Città dell’Olio nel lontano 1994 a Larino (Cb), ma perché è un riconoscimento ad una persona di grande cultura e di grande esperienza che è stimolo continuo per l’Associazione con idee e progettualità.
"C’è più di una ragione - ha commentato il Presidente Onorario Pasquale Di Lena - per essere davvero contento di questa riconferma a fianco del Presidente Lupi, che ringrazio e, con lui, ringrazio tutti i componenti di giunta, della rinnovata stima e fiducia che mi hanno voluto riservare con la presidenza onoraria dell’Associazione Città dell’Olio. La ragione di averla pensata ed essere riuscito a farla nascere a Larino, la mia città nel Molise, e, soprattutto, la possibilità di collaborare con i due presidenti, Carlo Antonini prima e Enrico Lupi poi e, così, verificare, grazie al loro impegno e alle loro capacità, l’importanza del ruolo e la bontà dei risultati ottenuti. Una crescita costante che l’hanno portata ad essere, in questi ventuno anni di grande e costante attività, lo strumento più impegnato nel campo della cultura e della promozione della nostra olivicoltura e, non solo, anche di quella del Mediterraneo. E’ proprio quest’attività intensa di iniziative, tutte importanti per l’olio e i territori che sono all’origine della sua qualità, la dimostrazione della centralità del suo ruolo, tanto più oggi che c’è bisogno di costruire, tutti insieme, l’olivicoltura del domani. Un nuovo percorso,  da poco iniziato, che ha bisogno prioritariamente dell’Italia olivicola, della sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni e, quindi, di un ruolo sempre più centrale dell’Anco se si vogliono raggiungere traguardi nuovi e importanti che riguardano, prima di tutto, la salvaguardia e tutela di territori che le Città dell’Olio rappresentano. L’augurio “Buon lavoro Città dell’Olio” è, più che mai, necessario". 

uff. stampa Città dell'Olio




24 febbraio 2016

Parlare di cibo significa parlare di terra e di storie

“Storie terra terra”, un evento dove si racconta alle nuove generazioni di italiani quello stile di vita sano espresso dalla Dieta Mediterranea, grazie a un’alimentazione corretta che aiuta non solo l’individuo a stare bene, ma anche l’ambiente

di Pasquale Di Lena/Teatro Naturale


Un Paese dalle mille colline e dai mille rivoli che ingrossano i fiumi e questi a segnare, con le loro foci, i 7.458 chilometri di costa. Cioè spazi; luoghi; colori; paesaggi; sapori; tradizioni; ambienti; storie; culture, che il territorio conserva e dona con i suoi grani, i suoi olivi, le sue viti, le sue erbe, i suoi boschi e i frutti di una comunità di alberi che si nutrono dei sudori che questi esprimono e dei respiri delle loro radici.

Storie che, nell’ora del tramonto, con il sole poggiato sul primo promontorio che apre alla costiera amalfitana, hanno trovato, nell’ampio salone dell’Eco Bistrot posto sul lungomare di Salerno, il luogo più adatto per un loro racconto, per di più arricchito dalla bella mostra fotografica di Salvatore Lembo.
A iniziare il racconto, per conto della Rete “Mediterranea passione” che ha organizzato l’incontro, Vito Aita, che di “storie terra terra” mi ha parlato, nell’autunno scorso, a Oliveto Citra, preziosa Città dell’Olio della Campania e sede di un prestigioso premio, giunto alla 31a edizione, il Sele d’Oro Mezzogiorno, con al centro il tema “Nutrimenti” nel senso di cibo, cultura e tradizioni.

A seguire, il mio saluto a nome delle Città dell’Olio, l’Associazione Nazionale che, da oltre vent’anni con le sue 350 realtà associate promuove la cultura dell’olivo e dell’olio italiano, e il racconto del pianeta ferito in ogni dove con i rischi che corre per colpa di furti, deturpazioni, disastri, perpetrati tutti all’insegna del profitto per il profitto.
Il racconto, in sintesi, delle nostre eccellenze agroalimentari, frutto di un processo lungo e faticoso che, come ho più volte raccontato su queste pagine di Teatro Naturale, si vuole interrompere per dare ancora più spazio al processo di privatizzazione e liberalizzazione in atto e lasciare campo libero a trattati come il Ttip (Europa – Usa), che, come pochi sanno, privilegia la quantità e l’omologazione a scapito della qualità e della diversità. Un trattato che, se approvato, funzionerà da rullo compressore e, come tale, schiaccerà il patrimonio, italiano e dell’Europa, di 1300 eccellenze Dop e Igp.

Ed è proprio questo patrimonio (per l’Italia è anche un primato con i suoi 280 riconoscimenti) la sola possibilità di salvezza che abbiamo e, come tale, da utilizzare per far vincere la qualità e la diversità e, con esse, i territori, le nostre miniere d’oro di saperi e di sapori. Ogni giorno, a tale proposito, si sentono suonare campanelli di allarme che toccano l’immagine dei nostri vini o, anche, di un prodotto simbolo della Dieta Mediterranea come il Pomodoro Dop “San Marzano Sarnese-Nocerino”; le coltivazioni biologiche, che stanno conquistando sempre più spazio nel mondo grazie all’attenzione del consumatore, quello americano in particolare; i nostri formaggi più noti al mondo che, proprio gli americani, per il fatto che non capiscono il legame che questi e gli altri prodotti hanno con il territorio, cioè l’origine, pretendono di voler chiamare con il nome italiano anche se prodotto in America.

Un racconto che è continuato con il presidente di Legambiente della Campania, Michele Buonomo, e l’intervento dei produttori che hanno dato vita, con la messa a disposizione dei loro prodotti, a una piccola mostra e a una piacevole e gustosa degustazione.

“Storie terra terra” che meritano, oggi più che mai, di essere raccontate per far vivere alle nuove generazioni di italiani quello stile di vita sano espresso dalla Dieta Mediterranea, grazie a un’alimentazione corretta che aiuta non solo l’individuo a stare bene, ma anche l’ambiente, quale continuità di un’agricoltura contadina, la sola che ha la possibilità di cogliere l’obiettivo della sostenibilità.

La sola agricoltura che ha la capacità di conservare, con le rotazioni, gli avvicendamenti e, soprattutto, le pratiche biologiche, la fertilità della terra che – serve sottolinearlo - è tale se dà cibo, in particolare di qualità.

La rete “Mediterranea passione” con i suoi produttori così fortemente legati alla terra, è nata per raccontare, con le sue “Storie terra terra”, il domani e, non solo, anche per farlo vivere con la bontà dei suoi prodotti e la bellezza dei paesaggi di una parte importante di quella “Campania felix”, che ha tutto per tornare e, così, continuare, a dare quella speranza innata del popolo campano, che è poi voglia di domani, all’intero Paese.

Teatro Naturale, pubblicato il 24 febbraio 2016 in Tracce > Gastronomia

22 febbraio 2016

Una terza rivoluzione alimentare con il Molise protagonista

di Giorgio Scarlato
foto di  pasquale di lena
Nonostante la volontà profusa, in generale ed in modo sintetico si può affermare che l'agricoltura produ

ttrice di materie prime per l'industria agroalimentare è in profonda crisi. E' al collasso.
Ortaggi, agrumi, grano duro, latte, pomodoro da industria, frutta, dal Nord al Sud Italia, sono a prezzi da vero fallimento.
Come si può notare, di giorno in giorno i prezzi all'origine delle derrate calano paurosamente sempre di più, a tal punto che non vengono manco raccolte. Restano sugli alberi, nei campi. Senza che si faccia qualcosa. Sono ingenti i danni causati da questa anomala distorsione di prezzi.
Questo modo di porsi, commercialmente parlando, mostra uno scenario agricolo da funerale socio-economico e lascia facilmente immaginare il fallimento di tantissime imprese agricole.
La stessa "speranza cristiana", punto di riferimento per la civiltà contadina , si sta affievolendo.

Logica conseguenza è l'urgenza di una seria politica di filiera che veda una migliore sinergia tra agricoltura ed agroindustria. Ma ciò non è semplice visto il confrontarsi "anomalo" globalizzato, spesso svantaggioso, con le produzioni dei Paesi emergenti e gli stessi USA  ( ad es. il Corridoio Verde del 2002, l'Accordo col Marocco del 2012 e, si spera mai, il TTIP con gli Stati Uniti, un grosso rischio di abbassamento degli standard di qualità del cibo e dell'ambiente). Tutti accordi-capestro, a perdere, per l'agricoltura italiana.

E' il vero Made in Italy, invece, che deve essere tutelato visto che si aggiunge il disagio dell'ingresso dei prodotti provenienti da altri Paesi e spacciati pure per prodotti locali. Bisogna rivendicare la tracciabilità del prodotto. Il Governo nazionale e la politica europea devono abiurare quelle scelte politiche fatte o subite che da decenni stanno uccidendo l'agricoltura di questa nostra nazione! Ora  bisogna che urgentemente approntino e concretizzino, ma a breve, quelle strategie di salvaguardia! E' tempo che prendano coscienza dei danni che in tanti anni il settore ha subito!
Riferendosi nello specifico all'agricoltura molisana, manca quella competitività che significa "l'operare insieme".  Visti i tempi di magra, bisogna far in modo di "unire"  il mondo agricolo e quello agroindustriale, senza alcuna prevaricazione, alla pari, in modo da uscire fuori da questa crisi implosiva.
E' l'unica arma vincente, sicuramente da perfezionare e sviluppare ma senza "prime donne", programmata però da una seria e concreta politica agricola, non certo calata ma fatta "su misura" per il nostro territorio. Di "copia e incolla" se ne sono viste a iosa; ora è tempo che si lavori concretamente per un nuovo piano di sviluppo.
In questi ultimi 6 anni il Comitato agricolo "Uniti per non morire" ne ha sentiti di confronti, di programmazioni, di misure, non sempre confacenti alla realtà regionale.
Adesso però, con questa "nuova" stagione di sviluppo (...così si dice) della nostra agricoltura regionale (il PSR 2014-2020) ci si augura che possa portare in concreto quella logica consequenziale di cambiamento evolutivo multifunzionale in stretto rapporto  con la tutela del territorio, della biodiversità e le reali opportunità per il mondo rurale viste nell'ottica di crescita dell'indotto ed opportunità economica. E quando si parla dell'indotto si intende che i giovani devono restare, lavorare qui. E per opportunità economica s'intende la correlazione del settore agricolo con quello culturale-turistico.  Tutto ciò non potrà che creare sviluppo sostenibile.
   La nostra regione ha una varietà sconfinata di sapienza e sapori in fatto di tradizioni gastronomiche; l'unica cosa da fare è implementare la genuinità dei prodotti locali. Questa sarà la nostra ed unica arma vincente. E bisogna crederci, le sole parole non bastano più.
La farfalla di "Piacere Molise", in verità, non ancora ha iniziato a volare come dovrebbe;
speriamo che questa sia davvero la volta buona.
BISOGNA FARE IN MODO DI ESSERE PROTAGONISTI DELLA TERZA RIVOLUZIONE ALIMENTARE.
La prima fu compiuta dall'uomo quando passò dalla sussistenza alla coltivazione.
La seconda fu quando ci "fregarono" con il fast food.
Adesso, la terza, bisogna che si compia quel salto di qualità per passare dal "cibo spazzatura" a quello dell'alimentazione che "produce" salute ed economia sociale.
Ed è da ciò da cui bisogna partire. "Furbizie" non bisogna più farle.
E qui entra in modo preminente la nostra Dieta Mediterranea, patrimonio culturale immateriale dell'Umanità, ma ad una condizione: che i suoi "ingredienti", quali gli elementi che la compongono, siano realmente salubri.
Caso contrario si fa un buco nell'acqua, nonostante convegni che possono pure riempire teatri o sale, rimarrà un solo dato di fatto: il suo fallimento.
Il contadino e l'agroindustriale avranno futuro se al consumat(t)ore riusciranno, senza falsità produttiva/commerciale, a far passare il concetto del "prezzo" a quello del "valore".
Produttori e consumat(t)ori devono essere al centro delle dinamiche che regolano la produzione, la scelta ed infine il consumo dell'alimento.
  E' l'unica maniera per far uscir fuori dalle sabbie mobili  anche l'agricoltura, quella vera.
I prodotti delle multinazionali dell'agribusiness, quali i semi "brevettati"; le produzioni  da 1.500 ql/ha di pomodori "dal non sapore", "carichi" di prodotti fitosanitari e concimi; o il latte alla somatotroprina (un ormone di crescita); o la "ventricina" al costo "popolare" di € 10,00/Kg;  bisogna "attenzionarli" affinché non facciano diventare il consumatore schiavo del....cibo che costa poco. 
La qualità del cibo deve essere strettamente correlata alla nutrizione, alla buona nutrizione per sapore e qualità nutritive; pulito in quanto prodotto in modo salubre e sostenibile.
Logica è di conseguenza il giusto prezzo, tale da assicurare al produttore una remunerazione equa e far pagare al consumatore un prezzo adeguato ai  sacrifici sostenuti per coltivarlo.

Sta a noi impegnarci, crederci, programmare e sviluppare tale concetto.
Il Molise ci ringrazierà.
Si conclude con una frase del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach: "L'uomo è ciò che mangia".
Termoli, 21 febbraio 2016

Lo vogliono cancellare o lo vogliamo cancellare questo nostro Paese?

di Nicola Picchione
Perché ad essere onesti tutti diamo una mano al suo decadimento. Non alzino in tanti la mano a dire:io no. Parlo in generale. Questo è uno strano Paese nel quale in tanti singoli hanno grande valore di intelligenza e creatività ma messi insieme formano una collettività deludente che si avvia al declino. In particolare il Sud: gente di grande capacità individuale che forma una massa paludosa. I politici sono i figli di questo popolo: questa è la vera tragedia. Inutile illudersi di mandarli a casa e risolvere i problemi. Tra l'altro, riusciamo anche a fare il peggior uso della democrazia. Troppe volte si dà il voto con la speranza di ricevere un piacere che spesso è uno sgambetto agli altri. Non ci può essere un grande capo che mette tutto a posto. Renzino vuole la poltrona di capo: vuole i voti. Tutto ciò che fa ha questo scopo. Semina ottimismo (verbale) finge di fare la voce grossa con l' Europa per ricevere applausi, ogni tanto (berlusconianamente) urlicchia contro evasione e corruzione ma si guarda bene dal fare cose serie: perderebbe molti voti. Avendo i nostri politici la vista molto corta, non si rendono conto che rimettendo a posto la baracca creerebbero malumori ma alla lunga diventerebbero veri politici e riceverebbero gratitudine. Perché non siamo seri ma nemmeno scemi. Non siamo un vero popolo, non abbiamo idea del bene comune. Evasori e corrotti sono furbi, svelti, capaci. La maggior parte di chi non evade lo fa perché non può. Abbiamo navigato per decenni col vento favorevole ora bisognerebbe remare. Abbiamo ancora per un po' i resti del benessere: quelli della mia generazione, in tempo per godere sino alla fine di ciò che rimane. Poi saranno guai seri. Forse qualcuno invocherà l'uomo forte e allora finirà anche quel poco di libertà che ci consente di sfogarci con la parola.

18 febbraio 2016

Agroalimentare, il made in Italy vale 13,4 miliardi


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Presentati ieri i dati del 13esimo rapporto Ismea-Qualivita: 805 prodotti iscritti nel registro Ue e 219 Consorzi di tutela per un sistema che rappresenta il 10% del fatturato dell’industria alimentare. E continua a crescere
Vino e formaggi sono fra le categoria più importante del sistema Ig made in Italy
Fonte immagine: © Alessio Orrù - Fotolia

1,47 milioni di tonnellate di prodotti Food e 23 milioni di ettolitri per il comparto Wine, per un totale di 13,4 miliardi di euro di valore della produzione agroalimentare e vitivinicole legate al settore Dop, Igp e Stg.
Questi i dati presentati ieri, nella Giornata nazionale della qualità agroalimentare, relativi al tredicesimo rapporto Ismea – Qualivita sulle produzioni di eccellenza made in Italy.

Fra i principali numeri del comparto evidente quello del numero delle certificazioni, dove l’Italia mantiene la leadership mondiale con 805 prodotti iscritti nel registro Ue, 9 nuovi prodotti registrati e 12 nuove richieste di registrazioni. Un sistema che garantisce qualità, sicurezza e trasparenza anche attraverso i 219 Consorzi di tutela, riconosciuti dal Mipaaf, 124 per i prodotti agroalimentari certificati e 95 per i vini Dop e Igp.

Il valore complessivo alla produzione del sistema Ig ammonta dunque a 13,4 miliardi di euro, in crescita del 4% rispetto al 2013, e rappresenta una quota pari al 10% del fatturato totale dell’industria alimentare.
Cresce anche l’export del sistema Ig, con un bel +8,2% sull’anno precedente e toccando così i 7,1 miliardi di euro.

Qualità agroalimentare è sempre più sinonimo d’Italia – ha sottolineato a margine della presentazione il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martinala nostra leadership nel settore dei prodotti a denominazione non è fatta solo di numeri importanti, ma è l’espressione della forza di un tessuto economico e produttivo strettamente connesso ai territori. Un modello che vogliamo rafforzare sempre di più, anche attraverso un salto di qualità sul fronte organizzativo. I dati ci dicono che c’è un potenziale inespresso enorme da liberare, soprattutto al Sud".

"Stiamo lavorando da un lato per supportare al meglio i nostri prodotti di punta, che hanno la forza anche di aprire nuovi mercati, dall’altro per aiutare i produttori ad aggregarsi, sfruttando i vantaggi che il sistema delle denominazioni può portare. Oggi le prime Dop e Igp nazionali sviluppano l’80% del fatturato. Dobbiamo far salire questa lista almeno a 20 prodotti nei prossimi tre anni. Per farlo puntiamo su formazione e organizzazione, perché è su questi fronti che serve un cambio di passo. Servono più managerialità e investimenti nel capitale umano per dare futuro alle filiere e ai territori”.

Positivi anche i numeri che vengono dal comparto più prettamente agricolo, come testimoniano i numeri riportati nell'Annuario dell'agricoltura italiana 2014  presentato sempre ieri a Roma dal Crea.

Ecco la situazione comparto per comparto:

Vino
I vini Dop e Igp contano 523 riconoscimenti, una superficie iscritta e pari a 464mila ettari, con una produzione che arriva intorno al 50% del totale in volume. La produzione di Dop e Igp nel 2014 è stata di quasi 23 milioni di ettolitri, di cui 21 milioni imbottigliati per un totale di 2,8 miliardi di bottiglie (+2% rispetto al 2013). Il valore alla produzione complessivo si attesta attorno ai 7 miliardi di euro, mentre l’export ha raggiunto un volume complessivo di 13,5 milioni di ettolitri (+3% sul 2013), raggiungendo i 4,3 miliardi di euro (+4%). Le prime quattro denominazioni sono il Prosecco Dop, l’Asti Dop, il Conegliano Valdobbiadene-Prosecco Dop e il Chianti Dop.

Formaggi
Il settore caseario rappresenta la categoria principale delle Dop e Igp italiane, con un valore alla produzione di 3,7 miliardi di euro, per un’incidenza di oltre il 57% sul totale del comparto Food. La categoria registra trend positivi rispetto al 2013 sia a livello di valore (+1,1%), sia come quantità prodotta (+4,2%). L’export, che copre una quota del 31,9% della produzione, mostra risultati eccellenti nel 2014, con 1,5 miliardi di euro, cresce dell’11,4% rispetto al 2013, rappresentando il 55% del totale delle esportazioni del comparto Food. Fra le principali denominazioni troviamo il Grana Padano Dop, il Parmigiano Reggiano Dop, il Gorgonzola Dop, che rappresentano da sole oltre il 74% della produzione di categoria.

Prodotti a base di carne
Rappresentano la seconda categoria delle Dop e Igp, con una valore alla produzione di 1,8 miliardi di euro per un’incidenza di oltre il 28% sul totale del comparto Food. Si registrano trend positivi in valore (+2,2%) ed esportazioni (+9,7%) rispetto al 2013. Prosciutto di Parma Dop, Mortadella di Bologna Igp e Prosciutto di San Daniele Dop sono le tre denominazioni che rappresentano il 76% della categoria in volume e circa il 70% per valore alla produzione.

Carni fresche
83 milioni di euro è il valore della produzione complessiva del settore, per un’incidenza dell’1,3% del comparto Food. La categoria registra un +4,7% su base annua, in termini di quantità del prodotto certificato. Il valore diminuisce leggermente dello 0,9%, mentre nella fase di consumo si registra un’importante crescita del valore delle Carni fresche Ig (+24,%), trainato dai forti apprezzamenti registrati nel 2014. Il Vitellone Banco dell’Appennino Centrale Igp assorbe il 55% delle quantità prodotte nella categoria, anche se mostra una flessione del -5% rispetto al 2013. Crescono invece l’Agnello del Centro Italia Igp e l’Agnello di Sardegna.

Ortofrutta
I prodotti ortofrutticoli sono la categoria leader delle Dop e Igp in termini di volume, ma la terza per valore alla produzione con 467 milioni di euro per un’incidenza di circa il 7% sul totale del comparto Food. Il 2014 è stato un anno molto positivo per la categoria che registra crescite consistenti sul 2013 a livello di valore (+12,2%) e soprattutto come quantità (+26,1%). Anche l’export, che copre una quota del 45,9% della produzione, mostra risultati notevoli. L’export cresce del 37,9% rispetto al 2013, toccando i 267 milioni di euro. Fra le denominazioni principali c’è la Mela Alto Adige Igp e la Mela Val di Non Dop, che rappresentano da sole l’87% della categoria in termini di volume e circa l’80% del valore della produzione.

Aceti balsamici
Gli aceti balsamici rivestono un ruolo importante nel mondo delle Dop e Igp italiane, con un valore alla produzione di 294 milioni di euro per un’incidenza del 4,6% sul totale del comparto Food. La categoria registra trend positivi rispetto al 2013 a livello di valore (+12,2%) e in misura simile anche in termini di quantità prodotta. Grande crescita dell’export (+12,3%), che assorbe la maggior parte della produzione della categoria (92%) e mostra risultati molto positivi nel 2014, con 496 milioni di euro. Nella categoria l’Aceto Balsamico di Modena Igp  rappresenta il 99% del volume certificato, del valore della produzione e dell’export.

Olio di oliva
Gli oli di oliva Dop e Igp italiani mostrano nel 2014 un valore della produzione di 56 milioni di euro per un’incidenza di appena lo 0,9% sul totale del comparto Food. Il 2014 è stato un anno difficile per il settore olivicolo oleario, in termini di quantità e qualità della produzione. L’export copre più della metà della produzione certificata e mostra un calo del 10% in valore. Fra le principali denominazioni ci sono la Terra di Bari Dop, il Toscano Igp e il Val di Mazara Dop, che insieme rappresentano il 67% della categoria in volume e il 63% in valore.

17 febbraio 2016

Le miniere d'oro d'Italia, un viaggio tra le eccellenze a denominazione d'origine e non solo

Il nostro Paese possiede il maggior numero di Dop e Igp all'interno dell'Unione europea. Un patrimonio gastronomico e di biodiversità da valorizzare. A partire dal Molise, terra di bontà e bellezza, con molte potenzialità ancora non espresse.

Con il solo riconoscimento, tutto molisano, Olio Extravergine “Molise” Dop, il Molise occuperebbe l’ultimo posto della classifica delle Regioni per numero di eccellenze Dop e Igp riconosciute dall’Europa, che ha visto ultimamente balzare in testa l’Emilia Romagna al posto della Regione Veneto, seconda, e la Sicilia terza.

Un solo riconoscimento sui 280 ottenuti dai prodotti italiani, con il nostro Paese che vive un prestigioso e significativo primato, e sui 1300 riconoscimenti che rappresentano il quadro complessivo delle eccellenze riferite ai territori di 27 dei 29 Paesi europei. Per fortuna, e grazie alla partecipazione con altri territori, il numero, come sopra dicevo, sale a sei, ciò che porta il Molise alla consolazione che non è ultimo, ma solo penultimo e in compagnia con il Friuli Venezia Giulia.

Poca cosa , davvero poca cosa, di fronte al suo potenziale di prodotti tradizionali (quelli riconosciuti tali da almeno 25 anni) che posizionano il Molise all’11° posto, dopo la Puglia e la Sardegna, nella classifica che vede largamente prima la Toscana (463), davanti alla Campania (429) e il Lazio (386).

Scavando nel suo territorio, che è anche un contenitore di storia, cultura, tradizioni, il prodotto che pongo per primo sul nastro dei possibili e urgenti riconoscimenti è:
A) la Pampanella di San Martino in Pensilis e la mia non è una preferenza per caso, ma dovuta a una serie di ragioni, che mi hanno portato a credere da tempo, ormai lontano, che, mediante un’attenta e puntuale strategia di marketing, essa può diventare la più grande fabbrica del Molise e la bandiera dei suoi territori speciali. Ne elenco solo tre:
1. un prodotto unico che oggi, diversamente da ieri, ha nel pakaging la sua fortuna di poter volare in ogni angolo dei cinque continenti.;

2. un prodotto che, sostenuto da una strategia di marketing e, soprattutto, da un’attenta comunicazione, può dare nuove interessanti opportunità alle aziende agricole con un rilancio degli allevamenti e ciò grazie alla nuova domanda di maiali nel Molise, il suo territorio eletto e esclusivo. C’è di più, una aumento di produzione della Pampanella porta a un aumento delle sue droghe, in particolare i peperoncini (dolci e piccanti) e aglio, che, nel tempo, possono essere oggetto di una loro indicazione geografica grazie al territorio e alla storia della Pampanella, con San Martino in Pensilis che, così, darebbe il nome a altre tre eccellenze Dop o Igp;

3. Lo spazio enorme messo a disposizione soprattutto dei giovani con l’apertura di forni, a San Martino e nel resto del Molise, e l’attività di trasporto e consegna del prodotto con tanti nuovi “padroncini” a alimentare la rete;

B) Il Caciocavallo del Molise, chiedendo una modifica all’attuale disciplinare di produzione che lo vede dentro la Dop “Caciocavallo Silano”, per dare immagine al Molise e risposte ai bravissimi produttori di questa delizia dell’antica tradizione casearia molisana, così legata ai tratturi ed alla transumanza.

C) La Treccia di Santa Croce di Magliano, tenuta in vita da una festa e valorizzata da una piccola ma intraprendente azienda agricola, la Palladino, da tra smettere anche alle altre aziende casearie sviluppando lo stesso percorso della Pampanella per presentarla sul mercato per quella che è: una bontà unica anche per la sua originale manifattura che fa pensare a un’opera d’arte.

D) La Ventricina della Valle del Trigno, con i territori del Molise e dell’Abruzzo per la provincia di Chieti. Portare sul mercato questo insaccato che “non si taglia ma si scava” come ho avuto modo di dire un giorno a Linea Verde con una sua puntata nel Molise. Anche qui la bontà che si lega alla storia e alla tradizione, elementi fondamentali e incisivi nel campo della comunicazione e del marketing.

E) Il Fagiolo Perla di Acquaviva d’Isernia, per dare ad esso la possibilità di coinvolgere l’intero territorio del Volturno, dalle sue sorgenti alla piana di Venafro, e di preparare la risposta alla domanda già forte del mercato. Quello che doveva fare, e non ha fatto, Riccia con il suo “Fagiolo della Paolina”.

G) L’Ostia di Agnone, delizia legata al Natale ma che vale tutto l’anno con la sua capacità di accontentare anche i più esigenti cultori di dolcezze.

H) il Tartufo Bianco del Molise, un testimone importante che vede il Molise alimentare il mercato con il suo 40% della raccolta nazionale.

I) il Porcino del Matese, una bontà solo da tutelare e valorizzare.

Sette possibili altri otto nuovi riconoscimenti Dop /Igp, che rafforzerebbero il primato italiano e, con 14 indicazioni geografiche, farebbero fare un salto di posizioni al Molise nella classifica guidata ora dall’Emilia Romagna e posizionarsi all’11 ° posto con il Trentino Alto Adige.

Mi fermo a questi prodotti, principalmente perché il riconoscimento di Dop o Igp assicura il mantenimento di un nome legato al suo territorio e che non può essere banalizzato da chi se ne vuole (può) appropriare in mancanza di un suo riconoscimento ufficiale.

Mi fermo qui, sapendo bene delle potenzialità espresse dal mais e dalla sua Polenta, soprattutto nel territorio del Matese e di quello che lo guarda da vicino; la Lumaca e gli Orapi sempre del Matese; la Lenticchia di Capracotta; altri insaccati e salumi, in particolare la Signora di Conca Casale; i prodotti da forno, come il Pane o le Ferratelle; il Brodetto alla Termolese di Tornola, che ha già - grazie al compianto maestro di gastronomia, Elio D’Ascenzo, e alla delegazione molisana dell’Accademia Italiana della Cucina – un suo riconoscimento sottoscritto da un notaio.

E’ il territorio la grande miniera d’oro del Molise che, oggi, si avvale di nuovi straordinari interpreti, nella stragrande maggioranza giovani. Penso ai produttori, raccoglitori e ai trasformatori delle eccellenze regionali, ma, anche, ai tanti impegnati (sommelier e assaggiatori in primo luogo) a presentare e comunicare la coltura del vino o dell’olio, del formaggio, della pasta o del pane.

Tutti protagonisti importanti, lungo il percorso della commercializzazione e valorizzazione dei prodotti e dei loro territori di origine, che hanno bisogno di essere coinvolti dal pubblico, la Regione in testa, per poter esprimere, più e meglio, la grande passione e professionalità. Programmi e strategie che spetta all’ente pubblico approvare e mettere a disposizione di chi ha voglia di cogliere le opportunità offerte dal mercato e, così, dare un’immagine di successo al suo prodotto o alla sua professione e, con essa, al Molise.
di Pasquale Di Lena
Teatro Naturale pubblicato il 16 febbraio 2016 in Racconti > Quo vadis

L'appuntamento con l'Olio Licinius Platino


foto di Renato Testa.Ecco l'appuntamento di Venerdì 19 p.v. con La Carta degli Oli che vede protagonista il mitico olio di Venafro, il liciniano più famoso nel tempo dell'impero romano oggi noto come "Aurino" dal nome della sua varietà, con la Colonia Julia Venafrana che ha messo nelle mani attente di Renato Testa della Locanda del Castello, il suo Olio Licinius Platino.

Una serata sicuramente splendida, come le altre tre che l'hanno preceduta, facendo vivere emozioni agli ospiti presenti.

Alla Risorta Locanda del Castello chi, da ora in poi, avrà il piacere di andare a gustare la buona cucina di Renato, troverà ne "La Carta degli oli molisani" la descrizione di quattro aziende olivicole e i caratteri di quattro oli che sono solo una parte della ricchezza di oli che ogni anno e sempre più il Molise mette a disposizione del consumatore del mondo.

Con la carta anche gli oli da gustare: oltre al Licinius Platino, anche L'olio dell'"Oliva nera di Colletorto", del giovane Michele Socci, quello di Alessandro Patuto "La Riserva di Alessia" Dop/Bio e L'Olio di Flora de La Casa del Vento, entrambi, questi ultimi, ricavati dalla varietà "Gentile di Larino".

Le fortune degli oli molisani sono tutte nelle capacità che essi hanno di esprimere cultura, quella cultura che, grazie a Renato, è possibile vivere con la sua Carta degli Oli molisani nella sua risorta Locanda del Castello di Civita di Bojano.



15 febbraio 2016

L'enoturismo attrae sempre più appassionati, presto saranno 12 milioni

Oltre 2,5 miliardi di euro la spesa dei turisti del vino in Italia, ma il settore soffre di alcuni problemi. L’Expo troppo “milanocentrica” che non ha portato benefici, né visite e visibilità a oltre “8 cantine su 10”

Il dato del campione considerato dal rapporto, se proiettato a livello nazionale, lascerebbe supporre per il prossimo anno di toccare il tetto di 12 milioni di visite enoturistiche.
“Dal Rapporto emergono chiaramente due evidenze – afferma Floriano Zambon, presidente di Città del Vino -. Il numero degli arrivi in cantina continua ad aumentare e il valore economico dell'enoturismo contribuisce sempre più alla ricchezza complessiva dell’Italia”.
Dal generale al particolare, crescono nel 2015 gli arrivi rispetto al 2014, nonostante le criticità ricordate, ma l’enoturismo continua a non essere una destinazione per tutti: le “barriere architettoniche”, infatti, impediscono l’accesso ai luoghi del vino ai disabili nel 51,61% dei casi. Va peggio per i ristoranti delle aziende, “proibiti” a 7 disabili su 10. Colpisce anche la percezione degli operatori del settore sul mancato effetto Expo, considerato “troppo milanocentrico” e con scarse ricadute sui territori, in particolare i più periferici: oltre 8 cantine su 10 non hanno registrato benefici in termini di arrivi e visibilità dall’Esposizione Universale.
È quanto emerge dal XII Osservatorio sul Turismo del Vino presentato oggi alla Bit di Milano da Città del Vino e Università di Salerno, che anticipa anche la nuova alleanza tra la rete dei 450 Comuni italiani a vocazione vitivinicola e il Movimento Turismo del Vino grazie a un protocollo d’intesa che consentirà alle due associazioni di intervenire in modo coordinato e condiviso su vari aspetti che riguardano lo sviluppo dell’enoturismo.
Durante la presentazione – che si è tenuta presso lo stand della Regione Marche, le Città del Vino hanno annunciato anche i nuovi grandi eventi dell’anno in corso: il programma di Conegliano-Valdobbiadene “Città Europea del Vino 2016” (oltre 150 eventi sul territorio), la nuova edizione del concorso enologico delle Città del Vino Europee “La Selezione del Sindaco”, in programma a L’Aquila dal 26 al 28 maggio 2016; e Calici di Stelle (in programma dal 6 al 14 agosto), organizzata dal Movimento Turismo del Vino in collaborazione con le Città del Vino nelle piazze di oltre 200 Comuni italiani.
Enoturismo in Italia, analisi di un fenomeno
Nel 2014 nelle cantine intervistate sono state registrate 118.047 “visite enoturistiche”, nel senso che la stessa persona può aver visitato più cantine e anche la stessa cantina più volte nell’anno. Tale numero di arrivi ha prodotto un fatturato aziendale di 2.372.188 euro. La degustazione è gratuita nel 65,38% dei casi nel 2014 e nel 68,18% dei casi nel primo semestre 2015. Per le degustazioni a pagamento, la maggioranza delle cantine prevede un “biglietto” dai 5 a 10 euro a persona. 

Il dato del campione proiettato a livello nazionale lascerebbe supporre 11.804.700 “visite enoturistiche” e una stima di fatturato di 237.218.800 euro. Nel primo semestre 2015 sono stati registrati 73.804 arrivi e un fatturato relativo di 1.398.410 euro (stima nazionale: 7.380.400 di visite enoturistiche nel primo semestre, con 139.841.000 di euro di fatturato, e 14.760.800 visite enoturistiche in tutto il 2015, per una stima di fatturato aziendale di 279.682.000 euro).
“Sono dati di notevole rilevanza – fa notare l’Osservatorio di Città del Vino - molto superiori alle cifre emergenti da altre valutazioni, ma da sottoporre a un pensoso giudizio di affidabilità, mancando nella maggior parte dei casi una sistematica rilevazione da parte delle aziende.”
Il valore del fatturato così espresso potrebbe ingannare dando l’impressione di essere clamorosamente sottostimato, poiché il valore dell’enoturismo italiano secondo l’Osservatorio 2015 si aggira intorno ai 2,5 miliardi di euro (Città del Vino, Anteprima BIT 2015). Si segnala, tuttavia, che si sta parlando del fatturato derivante esclusivamente dagli “arrivi in cantina”, da una parte escludendo l’indotto collegato (che moltiplica sul territorio fino a 5 la somma complessiva delle spese di viaggio, vitto, alloggio e simili) e dall’altra non potendo valorizzare con precisione la vendita “enoturistica” di bottiglie; poiché impossibile distinguere, tra numerose risposte non perfettamente congruenti, le vendite in cantina come “vendita” e le vendite in cantina come “enoturismo”.
Il valore dell’enoturismo come attività economica sul territorio si aggira dunque intorno a 1,2 miliardi di euro nel 2014 e a 1,4 miliardi nel 2015. A queste cifre bisogna aggiungere il fatturato della vendita in cantina derivante “esclusivamente” dall’enoturismo. Per tutti questi ragionamenti, in assenza di precise, se non impossibili, rilevazioni sul campo, è ragionevole affermare che il valore globale dell’enoturismo in Italia si confermi sui 2,5 miliardi di euro.
Altri dati interessanti, il 47,54% delle cantine intervistate produce anche altri prodotti agricoli, mentre il 45,31% eroga anche servizi di accoglienza (ristorazione, pernottamento, etc.) e, in particolare, il 31,25% produce anche energia.
Le criticità dell’accoglienza enoturistica
Ci sono ancora tanti aspetti da migliorare per quanto riguarda l’offerta proposta e l’impegno delle pubbliche amministrazioni.
Nelle aziende vitivinicole, ad esempio, le “barriere architettoniche” impediscono ai disabili l’accesso ai luoghi del vino nel 51,61% dei casi; ma sono comunque accessibili nel 48,39%. La sala ristorante è “proibita” ai disabili nel 70% dei casi e le cucine sono attrezzate per rispondere ad allergie e intolleranze alimentari solo nel 26,67% dei casi: 7 volte su 10 non lo sono.
Tra le criticità per i servizi erogati dal Comune a sostegno dell’offerta enoturistica, il 50,01% dà un voto almeno pari a 6 (la sufficienza), ma il 49,99% giudica tali servizi insufficienti. I servizi erogati dai Comuni non sono considerati da tutti di buona qualità: il campione si spacca in due tra chi li giudica almeno sufficienti e chi li giudica decisamente insufficienti.
In generale, le aziende vitivinicole non sono ancora perfettamente organizzate per la ricezione enoturistica, sicuramente in termini di servizi, ma anche e soprattutto in termini informativi: non sanno prevedere quanti visitatori arriveranno, quanti sono gli arrivi effettivi, quanti hanno comprato come visitatori o come “clienti abituali”. Non si registrano le visite, e nemmeno i contatti, etc. Tuttavia, si avverte una diffusa percezione di ampi margini di sviluppo per l’enoturismo, dato che molti intervistati si stanno organizzando con servizi di ristorazione e pernottamento poiché ne hanno “continua richiesta”.
“Una situazione che richiede almeno due direzioni di marcia: sul pubblico e il privato. Da una parte, con la giusta autocritica degli enti locali, va sviluppato un maggior dialogo tra Comuni e operatori con indagini di customer satisfaction
e altri strumenti di raccolta di richieste, segnalazioni e suggerimenti – dichiara il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon -. Dall’altra serve più cultura d’impresa nella progettazione, organizzazione ed erogazione dell’offerta enoturistica, a cominciare da corsi di formazione per gli imprenditori, i manager e gli addetti. Oltre il 30% del campione ammette di non aver usufruito di un corso di formazione”.
“La formazione – afferma Carlo Pietrasanta, presidente del Movimento Turismo del Vino – è un aspetto strategico per la qualità dell’accoglienza enoturistica in cantina. Molti passi avanti sono stati fatti e MTV ne è stato protagonista. Ora occorre che anche gli Enti pubblici, in particolare Governo e Regioni, facciano la loro parte per trovare le risorse necessarie a sostegno della formazione. Non basta fare buon vino: occorre saper accogliere i turisti, offrire servizi sempre più aggiornati ed efficienti, costruire una rete di relazioni tra i diversi soggetti pubblici e privati dei territori perché la qualità dell’offerta sia basata su idee e progetti condivisi. Molte cantine si stanno attrezzando e investono risorse. Già sarebbe un risultato vedergli riconosciuto questo sforzo, magari defiscalizzando gli investimenti fatti per sviluppare l’enoturismo”.
Stop alla tassa di soggiorno. Nuovi “tagli” ai piccoli Comuni
Città del Vino, rete di 450 Comuni italiani a vocazione vitivinicola, lancia l’allarme per i nuovi “tagli” agli enti locali previsti dallo stop all’imposta di soggiorno, che avrebbe portato nelle casse comunali per il prossimo anno almeno un milione di euro, prevista dalla manovra finanziaria 2016. Il provvedimento decretato dall’articolo 1 comma 26 della Legge di Stabilità sospende, infatti, fino al 31 dicembre 2016, il potere dei Comuni di deliberare aumenti di tributi.  Ciò vuol dire che i Comuni capoluogo di Provincia, le Unioni di Comuni nonché i Comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte si trovano momentaneamente impedita la possibilità di introdurla con effetto nel 2016, ovvero applicando per la prima volta il tributo, così come momentaneamente impedita la possibilità di apportare incrementi alle aliquote già in vigore nel 2015.
“A proposito di risorse – aggiunge Floriano Zambon, presidente delle Città del Vino – è opportuno che il Governo aggiorni e rifinanzi la legge sulle Strade del Vino, ormai ferma al 1999, andando poi ad armonizzare le diverse leggi regionali nate sulla scia di quella norma. E sempre in tema finanziario, appare incoerente aver introdotto per i Comuni la tassa di soggiorno, destinata a finanziare progetti e programmi di sviluppo turistico locale, se poi oggi non tutti i Comuni possono istituirla dato il blocco di nuove tasse, che appare più demagogico che realmente utile, creando una evidente disparità tra i territori che la possono applicare e quindi usufruire di quelle risorse e chi non ha soldi da investire. Non siamo certo esponenti del partito delle tasse, ma chiediamo perequazione e pari opportunità. Altrimenti intervenga lo Stato con programmi e finanziamenti ad hoc in favore dell’attrattività enoturistica nazionale che, come dimostra il nostro rapporto, ha grandi potenzialità di crescita”.
“A destare preoccupazione è la disparità tra i territori introdotta dal provvedimento – afferma Paolo Benvenuti, direttore dell’Associazione Città del Vino - e chi, trovandosi in procinto di farlo, si vede oggi costretto a sospendere il percorso di condivisione con gli operatori del settore iniziato prima dell'approvazione della legge di stabilità. Contestualmente si rafforza il dubbio che la destinazione del relativo gettito non sempre finalizzato puntualmente a interventi in materia di turismo, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali, abbia inciso non poco su tale decisione, creando così una forte limitazione rispetto a chi ne progettava invece il buon utilizzo a favore del territorio”.

Un’Expo Milanocentrica
E veniamo ora all’Esposizione Universale di Milano, da poco conclusa. Due gli aspetti da sottolineare: l’Expo non ha portato grandi benefici diretti alle cantine in termini generali e di visibilità; le cantine hanno partecipato poco alle iniziative. Queste le risposte al questionario:
- il 71,88% non ha partecipato come operatore alle iniziative del Padiglione Vino;
- il 56,67% ha partecipato come visitatore alle iniziative del Padiglione Vino;
- il 60,71% non ha partecipato come operatore ad altre iniziative dell’Expo;
- il 77,42% ha partecipato come visitatore alle iniziative dell’Expo;
- l’84,38% non ha avuto benefici dall’Expo in termini di arrivi;
- l’84,38% non ha avuto benefici dall’Expo in termini di visibilità;
- l’83,87% non ha avuto benefici dall’Expo in termini generali.
di C. S.
pubblicato da Teatro Naturale il 11 febbraio 2016 in Tracce > Turismo

Storie Terra Terra


L'incontro di Domenica prossima a Salerno la terra per eccellenza della Dieta Mediterranea

NON CI RESTA CHE LA LUNA

Ci rubano il pane e il territorio e, in simile maniera, decretano la fine dell'agricoltura molisana e meridionale. La necessità e l'urgenza di una sempre più forte alleanza tra produttori e consumatori italiani per difendere il solo bene che abbiamo, il territorio. E' nel territorio la qualità dei nostri grani.

di Giorgio Scarlato

La manifestazione tenutasi il 9 u.s. al porto di Bari di centinaia e centinaia di agricoltori, promossa dalla Coldiretti della Puglia e della Basilicata, in difesa del grano duro prodotto dai coltivatori italiani e del Meridione in particolare porta a fare, a pochi giorni dall'evento, qualche riflessione.


Sembra aver avuto inizio la guerra del grano, quel "Granaio Italia" del Meridione che sta rischiando, in modo miserevole, di scomparire visti gli ingenti quantitativi di prodotto straniero importato, a volte triangolato da vari porti europei.
In simile maniera si vuol "decretare" la fine dell'agricoltura meridionale?

In soli 6 mesi (luglio 2015 - gennaio 2016) sono state scaricate al porto di Bari ben 891.000 tonnellate di grano.
Sono ben 2,3 milioni di tonnellate di frumento duro che arrivano dall'estero (fonte "La Stampa" del 10 -02- 2016).
Una cosa è certa: è la solita routine speculativa che, come quest'anno, si ripete. Dai 34-36 euro/quintale dell'anno scorso agli attuali € 21-24 (crollo del prezzo di oltre il 35%).
Abbassamenti di prezzo inspiegabili per il nostro grano che ai costi attuali è da dumping, da sottocosto; lontanamente dai limiti dei costi sostenuti per produrlo.

Si è parlato anche dei danni incalcolabili in termini di impatto ambientale.
Una nave di 20.000 tonnellate (occorrono ben 750 autotreni per scaricarla) per compiere la tratta Canada - porto di Bari impiega circa 40 giorni. Considerando l'andata ed il ritorno, si stima una immissione di oltre 15.000 tonnellate di  anidride carbonica (CO2). Altro che Km/O!!!
Si può immaginare "la sofferenza" che subisce il carico durante questo lungo tragitto: scarsa areazione della derrata, la fermentazione che la stessa subisce e le muffe conseguenti che si sviluppano nel tempo per le escursioni termiche che a loro volta generano micotossine (funghi tossici)  che inevitabilmente entreranno nell'alimentazione della catena umana. Sul fondo della nave è normale che si svilupperanno dei grumi di grano, ovvero degli strati compatti, causati dall'amalgama con l'umidità. 
Del grano canadese - Nord Usa "seccato" in pre raccolto col glifosato.
La salute ringrazia.

E' indispensabile ripristinare e mantenere la fiducia dei consumatori incoraggiando il loro coinvolgimento nella politica di sicurezza alimentare, garantendo il monitoraggio e la trasparenza in tutta la filiera alimentare ed il maggior grado possibile di riconoscibilità delle caratteristiche essenziali dei prodotti, al fine di consentire loro di effettuare delle scelte d'acquisto pienamente consapevoli basate su una completa informazione in merito alle caratteristiche dei prodotti.
Devono diventare consumat(t)ori. A loro la scelta di decidere. A loro la scelta dell'acquisto in modo consapevole.
Di contro, devono essere tutelati da un'adeguata normativa. Visto che pagano, devono pretendere di sapere ciò che acquistano. Anche a Km/O.

Il Comitato spontaneo agricolo "Uniti per non morire" era presente, non certo per le bandiere gialle, verdi o rosse ma per una sola bandiera, l'unica: quella della terra, quella a tutela del territorio, a difesa dei nostri prodotti e delle nostre aziende agricole.

Bisogna rimarcare una cosa e  si chiede scusa in anticipo se ci sono state delle sviste.
Non si sono notati alla manifestazione delegati molisani dell' organizzazione agricola promotrice dell'iniziativa, politici o coltivatori regionali. 
Per caso l'agricoltura molisana  non soffre di questi problemi? Per caso l'agricoltore molisano spunta prezzi superiori per il "suo" grano?  Sicuramente no, visti i prezzi che offrono i commercianti regionali. E allora se è così perché questo disinteressamento? 
In Molise  si è saputo...nulla. Nessuno ne ha parlato, nessuno ha scritto. Silenzio tombale.

La notizia dell'evento, però, è stata diffusa sia su tv nazionali quale "il TG serale di "Canale 5" sia su testate giornalistiche quali "La Stampa", "Rai News", "Il Quotidiano del Nord","La Repubblica", "Abruzzo TV", "La Gazzetta del Mezzogiorno" e poi dalle tante testate giornalistiche pugliesi e lucane.

Presente era pure il Governatore della Puglia, che merita attenzione per ciò che ha detto: "Dalle nostre parti c'è un proverbio che recita: chi vuole va e chi non vuole manda. Io cerco di esserci sempre, innanzitutto per farvi capire cosa ho nella testa e nel cuore, e poi, perché da voi, dal mondo agricolo, ho ancora un sacco di cose da imparare.
Ancora: Non contestiamo l'economia globale, dobbiamo cercare di starci dentro e combattere contro quelle regole che riteniamo inique.
Ha concluso dicendo che bisogna difendere il nostro grano: chi vuole la pasta italiana deve sapere che compra merce controllata, che ha particolare qualità e che è stata prodotta da persone perbene".
Conclusione.
Non è più possibile sostenere socialmente e politicamente tale situazione di sottomissione che da svariati anni si sta protraendo. Bisogna fare in modo che il Governo nazionale si attivi per far scattare quelle misure di salvaguardia atte a riequilibrare tali meccanismi che svantaggiano il mondo agricolo meridionale.  Caso contrario, è la fine.

 L'AGRICOLTURA NON PUO' ESSERE PIU' VIOLENTATA O SVENDUTA.
E' tempo che ci si attivi per tutelarla. Nell'interesse di noi tutti.

Termoli, 15 febbraio 2016