31 ottobre 2016

Il concetto problematico della morte

di Umberto Berardo



Non c'è niente di più umano, a nostro avviso, che dedicare il giorno della commemorazione dei defunti al ricordo di quanti hanno lasciato fisicamente la vita ed al senso che essa può avere.

Sappiamo che molti, considerandolo nella sua negatività come eliminazione degli elementi biologici, cerebrali, psicologici e sociali che costituiscono la vita come l'insieme delle relazioni umane, tendono a rimuovere l'evento della morte.

C'è chi, come ad esempio J. P. Sartre, lo considera un "puro fatto" e ne ha una concezione legata al termine dell'esistenza ed al suo concludersi nel nulla, mentre altri, legati ad un'escatologia religiosa cristiana,  lo vedono come una separazione dell'anima dal corpo per l'inizio di una nuova vita in un mondo ultraterreno o, come nell'Induismo, in una reincarnazione o ancora, come nel Buddhismo, nella "rinascita" ovvero il persistere in eterno della vita di ogni essere vivente come parte dell'intero universo che dura per sempre.

Poiché tanta parte del pensiero filosofico e religioso ha considerato la morte fondamentalmente estranea alla condizione primigenia della natura umana, si è cercato in qualche modo di dare una spiegazione della sua origine e della funzione che essa assume nel percorso esistenziale.

In ogni caso, al di là di qualsiasi interpretazione escatologica o di rappresentazione maturate nel  corso dei secoli, il decesso di una persona appare ai più come un elemento negativo al pari della sofferenza e del dolore e come tale è concepito nell'immaginario collettivo.

La stessa definizione di morte, legata com'è stata dapprima all'idea dell'arresto cardiaco ed oggi sempre più a quello encefalico, è problematica a livello concettuale con diversificazioni connesse ai criteri che demarcano il confine tra la vita e la sua fine ed al riconoscimento dei requisiti minimali perché si possa parlare di esistenza.

Nonostante le sollecitazioni di molti filosofi, quali Epicuro, Seneca, Sant'Agostino, Kierkegaard, Heidegger, a vedere nella morte l'espressione della finitezza dell'essere umano e ad accettarla serenamente come un elemento inscritto alla dimensione dell'esistenza ed al processo del genere, in realtà continua ad essere vissuta come un momento terribile ed angoscioso legato soprattutto alla fine di un'esperienza di relazioni affettive, culturali ed umane difficili da interrompere per chiunque.

Sicuramente, come in Kierkegaard, appare ai più un'ineluttabile aporia della condizione umana.

Nella società opulenta e benestante non manca chi, quando pensa alla morte, ha davanti unicamente quella dell'altro, come se la propria potesse essere sospesa in attesa di una sua sconfitta da parte di  strumenti scientifici innovativi.  

Ci sono perfino cristiani, come scrive Joseph Ratzinger nell'enciclica "Spe Salvi", che "rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo".

Al tema di cui ci stiamo occupando sono legate tra l'altro questioni molto spinose quali quelle connesse ai concetti di sofferenza, dolore e panico che accompagnano soprattutto soggetti con malattie incurabili che ne vivono lo stato terminale.

È rispetto a tali situazioni che s'intensifica una riflessione articolata, spesso contrastata e diremmo anche sofferta sull'eutanasia non solo tra atei e credenti, ma anche all'interno di posizioni apparentemente omogenee.

Certo non avremo esperienza della morte personale, ma ne abbiamo a sufficienza di quella altrui che abbiamo il dovere sociale di rendere quanto più possibile serena.

Come scrive opportunamente Lilia Sebastiani " uno degli aspetti più penosi del morire ... è l'umiliazione psicofisica, l'abbandono, la morte sociale e relazionale che precede la morte fisiologica " .

Noi crediamo che per riconciliarci con la condizione di esseri soggetti alla mortalità abbiamo bisogno anzitutto che la nostra vicenda umana come individui sia vista all'interno di un universo in cui la vita continua anche dopo la nostra fine ed al cui scorrere noi partecipiamo con il nostro segmento esistenziale attraverso gli aspetti positivi che riusciamo a farvi confluire con quanto trasmettiamo a quelli cui abbiamo dato la vita biologica ed agli altri cui ne abbiamo trasmesso un'altra di natura scientifica, etica e culturale.

Stiamo pensando, ad esempio, in questo momento a quanto hanno lasciato al fluire della vita successiva dell'universo soggetti come Francesco d'Assisi, Mohandas Karamchand Gandhi o Martin Luther King.

Il nostro compito, come già sosteneva Seneca, è quello di vivere anche la morte non perdendo mai la razionalità ed in perfetta sintonia con la natura umana di cui la prima è parte.

Anche quanti, come noi, hanno fede in una vita che nell'universo continua nell'amore di quel Dio che ci libera ogni giorno dal male con il suo messaggio salvifico, sanno che il momento della morte, per i suoi aspetti di separazione dalle relazioni terrene, ha bisogno di momenti di dignità che devono essere il più possibile legati agli affetti familiari più profondi e delicati.

In ogni caso è l'amore più intimo che deve abbracciare anche chi si sta spegnendo come ci ha insegnato per secoli la migliore civiltà contadina di cui siamo figli.

È per questo che vediamo con sospetto e preoccupazione i cosiddetti "hospice" per i malati terminali, a meno che non siano capaci di ricreare davvero un clima familiare autentico.
Se osservate i massacri delle guerre che continuano da secoli, concorderete sicuramente nell'idea che la morte non è un concetto da rimuovere, ma sul quale attivare attentamente una riflessione perché almeno lo si cancelli dalla storia quando non è un evento naturale ma provocato come effetto del male che s'insinua nella società attraverso la cattiveria degli esseri umani

25 ottobre 2016

Renato Testa con il cappello della Guida “I Ristoranti d’Italia 2017”  de L’Espresso


Onore e tanti applausi alla Risorta Locanda del Castello di Civita di Bojano e al suo animatore in cucina e in sala, il bravissimo Renato Testa, che, in quel luogo stupendo che domina la valle ombrosa dal quale parte il fiume tutto molisano, il Biferno, scioccamente abbandonato dalle istituzioni, riesce a far parlare del Molise sulla più titolata Guida, quella dell'Espresso, "i Ristoranti d'Italia 2017". Un eroe, in mezzo a 502 insigniti di cappello (5 per i supercampioni e a scalare fino a 1 per quelli bravi come Renato) che, non si capisce perché, sono per la quasi totalità (118 su 502) sparsi nelle Regioni del Centro Nord di questo nostro stupendo Paese.

Se penso che il Molise ha un solo rappresentante con un solo cappello e la Puglia tredici, devo pensare che il mio metro di giudizio di un piatto o di un locale è sbagliato o - ed è possibile - quelli che selezionano al sud sono più esigenti o, anche, che sono molto pochi i ristoranti del Centro Sud selezionati. Evidentemente per mancanza di selezionatori! 

Torniamo all’eroe, Renato Testa, ed alla sua piccola ma ospitale Locanda che, all'inizio di quest'anno, ha vissuto , con l'organizzazione di serate piacevoli e interessanti, momenti conviviali intensi all'insegna di una carta degli oli, ben quattro che meritano di essere ricordati: la Riserva di Alessia di Alessandro Patuto di Larino,  L'Olio di Michele Socci di Colletorto, il Licinius Platino della Cooperativa Colonia Julia venafrana e L'Olio di Flora de La Casa del Vento di Larino.
Una Carta degli oli che, lo vogliamo credere, ha contribuito a mettere il cappello sulla testa (scusate il bisticcio di parole) di Renato Testa.
Bravo Renato e, con te, bravi tanti altri ristoratori del Molise che noi amiamo
pasqualedilena@gmail.com






24 ottobre 2016

La politica degli annunci

di Umberto Berardo



Crediamo sia lapalissiano riconoscere che la rete stradale di una regione e la sua efficienza in termini di percorribilità rappresentino elementi fondamentali per la qualità della vita di una popolazione.

Le strade sono utili per raggiungere, soprattutto dai borghi delle aree interne, servizi fondamentali quali quelli sanitari, scolastici, burocratici, economici, culturali, ricreativi, ma anche per i movimenti di natura commerciale e turistica.

Nel Molise i collegamenti interni e con le altre regioni sono difficilissimi, se non addirittura ardui, a causa di un tracciato delle strade tortuoso, determinato prevalentemente dall'orografia e migliorato in parte negli scorsi anni solo sulle direttrici principali che riguardano principalmente le S.S. Bifernina, Trignina e quella che mette in collegamento Campobasso con San Vittore, mentre le comunicazioni con la Campania, con l'Abruzzo interno e con la Puglia rimangono davvero lente o addirittura precarie.

Tutte le strade tra l'altro sono con un'unica carreggiata ed una sola corsia per senso di marcia ad eccezione della brevissima tangenziale venafrana di cui si prevede un allungamento fino alla A1.

L'idea di una rete autostradale nella regione crediamo sia stata giustamente abbandonata, ma contestualmente non c'è all'orizzonte alcun serio progetto di rinnovamento delle arterie presenti in Molise, né si prevede nulla di veramente innovativo sul piano ferroviario se non l'elettrificazione del tratto tra Roccaravindola ed Isernia.

Il problema è che chi di dovere non solo non si muove con una adeguata programmazione in tale direzione, ma neppure in una manutenzione minima delle strade esistenti.

Se si escludono i percorsi decenti gestiti dall'Anas, cui si è tentato finora inutilmente di affidare la gestione delle ex statali e provinciali, queste ultime, ma anche le comunali, versano in uno stato che le sta portando al collasso ed in taluni casi alla chiusura.

Il fondo è davvero disastrato per la presenza di buche, avvallamenti, dossi, fenditure profonde nel massetto bituminoso, restringimenti continui per frane o per basamenti malamente realizzati e mai migliorati; a questo occorre aggiungere l'inefficienza totale della segnaletica orizzontale e verticale che rende pericolosa la percorribilità soprattutto nelle ore notturne ed in caso di pioggia, neve o nebbia.

Ci sono vie di comunicazione come la "Fresilia" o la "Rivolo", tra l'altro mai completate, dove l'assetto stradale, i restringimenti, gli avvallamenti o i dossi mettono seriamente a repentaglio l'esistenza di chi le percorre.

Potremmo parlare dei danni che gli automobilisti molisani patiscono nei guasti o nell'usura di pneumatici, sistemi ammortizzanti o frenanti, ma ciò che ci preme soprattutto sottolineare è appunto la situazione di pericolo per chi viaggia e l'estrema lentezza dei movimenti causate dall'abbandono in cui sono tenute la quasi totalità delle strade.  

Nelle aree interne, se si vuole uscire di casa e rientrarvi senza danni alle auto o pericoli per se stessi, in un viaggio di trenta chilometri i tempi di percorrenza sono di circa cinquanta minuti.

Di fronte a tale situazione brucia davvero il silenzio inesplicabile dei sindaci i quali dovrebbero per primi porre un tale problema al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica.

Incontrare l'assessore Nagni, come hanno fatto quelli dell'Alto Molise il 17 ottobre a Vastogirardi, in una pura discussione ancora una volta unicamente interlocutoria non ha davvero alcun rilievo amministrativo sul piano decisionale per l'urgenza grave che ha il problema..

Quando parliamo dello sviluppo del turismo nel Molise ci siamo mai chiesti che immagine della regione diamo a chi, venendo da fuori, ne percorre le strade?

Sono anni che si prova da più parti ad evidenziare una tale situazione ed ogni tanto i presidenti delle diverse istituzioni locali sbandierano a tutti i venti gli stanziamenti di fondi per interventi in merito.

Anche ultimamente lo si è fatto a proposito di quelli previsti nel cosiddetto "Patto per il Molise".

Gli annunci vengono raccolti e rilanciati in rete sul territorio dai megafoni di soggetti funzionali al sistema e così si va avanti per mesi e per anni senza che nessun intervento sia attuato.

Basterebbe citare per tutte le tante dichiarazioni di finanziamenti e d'interventi per la Fresilia avvenute da parte dei presidenti delle province e della regione senza che si sia mai mosso nulla sul piano pratico per capire come ai comunicati non siano mai seguiti i lavori di manutenzione.

Se dovessimo continuare con gli esempi, questo articolo annoierebbe per il loro eccessivo numero; preferiamo allora non tanto rivolgerci alla politica, della cui incoerenza francamente siamo stanchi, quanto piuttosto ai cittadini molisani perché, in un sussulto di coscientizzazione sul tema e di responsabilità nell'impegno in difesa di un diritto fondamentale quale quello ad un sistema decente  di comunicazione stradale, assumano decisioni comuni e collettive capaci d'imporre a chi di dovere interventi immediati e non più derogabili.

Il qualunquismo, l'individualismo o, peggio ancora, la cortigianeria sono solo fonte di miseria umana per i singoli e la collettività; occorre, dunque, essere sempre dentro i problemi come forza di stimolo, di riflessione e di proposta operativa.

Chi ha scelto di vivere in Molise non può accettare che l'inefficienza politica sui servizi porti in maniera inesorabile al deserto demografico che sta attanagliando i nostri splendidi paesi e che porterebbe tutta la regione ad una profonda involuzione sul piano umano, culturale, sociale ed economico.








19 ottobre 2016

Agricoltura italiana: Fine o inizio di un sogno?

 di Giorgio Scarlato

il settore agricolo nazionale, contadini compresi, visto nell'ottica produttiva è più morto che vivo. Pensare, lottare nel poter cambiare qualcosa, in ultima analisi è servito a poco, forse neanche a sognare. Quello che è avvenuto negli ultimi 15 anni nel nostro Paese nei confronti del mondo agricolo è impressionante, sa dell'inverosimile.
Ministri, forse l'ultimo, quello vero, è stato Giovanni Marcora (l'uomo del fare), e rappresentanze sindacali non hanno rappresentato che solo chiacchiere.
Forse a quello che dicono non credono manco loro.
Un mondo agricolo per sempre diviso (voluto) in balia del... chi può arraffa e "usato, depredato e svenduto," sempre come merce di scambio per altri fini dalla politica; da tempo immemore a vantaggio della speculazione finanziaria. 

Una puntualizzazione.
Le importazioni nel 2015, sempre maggiori, hanno riguardato il 56% di latte, il 45% di grano duro, il 73% di grano tenero, il 60% di carne bovina, il 66% di carne suina e salumi,  il 76% di olio d'oliva, etc mentre alcune nostre produzioni in buona parte restano a marcire nei campi o, come quest'anno per il grano duro a causa del prezzo basso (15-17 euro) tanti, molti appezzamenti non verranno seminati, quindi non entreranno in produzione, andando così a sommarsi ai già non produttivi 700.000 ettari circa degli anni scorsi.
Si può lavorare ancora così per poi rimetterci?

Quando  "i soloni" parlano di ripresa del settore, di trend positivo o di PIL agricolo forse  pensano di parlare di realtà o riferimenti che non rasentano minimamente la nostra nazione o, sbagliando, corrispondono si all'aumento ma dei debiti accumulati dei contadini.
Ma si rendono conto del prezzo del grano duro ai minimi storici (prezzi di 30 anni fa) del prezzo del latte, dell'olio di oliva, delle barbabietole da zucchero (ormai fuori produzione), delle pesche, delle arance, del pomodoro da industria? Colture che non riescono minimamente a pagare manco i costi per produrle!
Provengono da altri Paesi a prezzi stracciati, di dubbia salubrità vista le loro normative fitosanitarie  meno restrittive delle nostre,  dei costi di produzione e dei differenti oneri previdenziali.

Una tonnellata di pomodoro triplo concentrato cinese, di media qualità, costa all'importatore italiano 500/600 euro a tonnellata. Arrivata in Italia e si concretizza in ben otto tonnellate di concentrato italiano; a detta di alcuni interessati  risulta essere perfino un anticancro. Il concentrato nostrano costa dai 1.100 ai 1.200 euro a tonnellata.
Come si può competere in tali condizioni? Si può parlare di concorrenza leale visti i diversi parametri di confronto su accennati?
Ma di cosa parlano quando si riferiscono a redditi aumentati per gli agricoltori?  Forse a quelli europei, non certo a quelli italiani.
Quando parlano di Pil agricola (produzione interna lorda) o dati ISTAT di segno positivo per caso si riferiscono a quei parametri "all'italiana" dove, chi mangia cinque polli, chi ne mangia uno, chi nessuno, alla fine gli italiani hanno mangiato due polli a testa?
Ma di cosa si sta parlando? Quale crescita? Si sono accorti che da anni ci sono aziende agricole, grandi o piccole che siano, che giornalmente chiudono? O, quelle svendute o, peggio, quelle "trattate" per pochi spiccioli alle aste, nelle stanze dei tribunali?
Questa è la realtà. Basti pensare che dall'anno 2000 al 2010 hanno chiuso i battenti ben il 32%. Oggi è peggio.

Questa è l'agricoltura nazionale, lasciata sola in balia  delle derrate importate a prezzi, per noi, da dumping o della presunta salubrità delle stesse (ad es. il grano canadese o americano seccato col glifosato).
Si è di fronte ad una guerra commerciale di livello internazionale e peggio sarà con il TTIP agricolo, un patto scellerato che i nostri vogliono pure accettare, dove il settore agricolo italiano rischia di essere espropriato del bene-terra e la nazione stessa vedersi rubare addirittura la sovranità alimentare.
Questa è la tanto agognata competitività globalizzata, gareggiando ad armi impari? Quando "gli specialisti" disquisiscono nei convegni, nei tavoli di concertazione di crescita agricola a cosa si riferiscono? 
Sanno degli indebitamenti, della insopportabilità contributiva previdenziale INPS, dei tributi-capestro sempre più esosi ed inacettabili dei consorzi di bonifica visti nel rapporto costi-benefici, dei costi di produzione? Dov'è questa tanto conclamata "uscita dal tunnel", della vitalità delle aziende agricole, della loro redditualità?
Per caso, per ripresa s'intende ri-prendere, alias spennare ancora fino al punto tale che l'azienda viene ripresa per debiti accumulati dagli sciacalli-prenditori o dall'Equitalia?

La verità, sfortunatamente, è che il settore è in costante sofferenza e continua a confrontarsi in maniera impari senza alcuna tutela, con grandi difficoltà e problemi lontani anni luce dall'essere almeno dibattuti. I volponi stanno depredando il Made in Italy senza che qualcuno faccia qualcosa, nel silenzio più assoluto, dovuto forse a complicità, scarsa volontà ad imporsi, sudditanza, menefreghismo. Certo è che il problema resta.
Logica conseguenza è poi il falso made in Italy, gli Ogm (che tra qualche anno verranno imposti come le sementi brevettate), la filiera corta (come la tela di Penelope: si parla per poi concretizzare nulla), i bluff del primo insediamento e dei PSR (piano di sviluppo rurale), la cooperazione, le OP (organizzazioni dei produttori).

Di autocritica istituzionale nemmeno l'ombra. Tutti autopromossisi a pieni voti.
In Italia criticano la politica UE mentre a Bruxelles l'assecondano. Quando devono difendere provvedimenti utili alla nostra agricoltura restano zitti o fanno finta di dire qualcosa. Diventano solidali quando votano a favore delle importazioni di derrate extraeuropee, concorrenziali alle nostre produzioni mediterranee. Ad esempio, il grano duro importato dal Canada non paga tasse di entrata in Italia; al contrario della nostra pasta esportata nello stesso Canada che sopporta la tassazione dell'11%.
Coerenza italica con accordi bilaterali a nostro svantaggio. E questo per tante altri prodotti.

Il mondo agricolo, quello vero e non quello di Oscar Farinetti, sta morendo e proseguendo su questa strada non si potrà che assistere ancor di più alla consegna delle aziende a personaggi che  avranno  lo scopo di sfruttarle assoggettandole al land grabbing e all'italian sounding.
Vedere i sacrifici di generazioni andati in fumo è la cosa peggiore che possa capitare  ad un contadino perché, dopo la famiglia riversa il suo amore per quel "suo" pezzo  di terra, grande o piccolo che sia. Dispiace dirlo: è la sua sconfitta ma senza colpa alcuna.

E' ora di svegliarsi facendo presente, e altri devono ricordarselo, che l'agricoltura con i suoi contadini custodi della terra, non è solamente produttrice di cibo ma sentinella a presidio del territorio, a salvaguardia della biodiversità e a tutela dell'ambiente per l'intera umanità.
Valori, intesi come bene comune. E, di questi tempi, non è poco.

E' ora che in Italia si applichi la clausola di salvaguardia utile, qualora un prodotto sia importato in quantità tali da provocare prezzi in dumping, a tutelare i produttori nazionali dalle gravi distorsioni di mercato e alla loro economia, adottando misure idonee al punto tale da arrivare al blocco delle importazioni.

Il sogno.
Creare un'alleanza strategica e trasparente tra contadino, produttore di cibo salubre, e consumatore informato, attento negli acquisti, in modo tale da favorirsi entrambi. Strada utile, poi, per stimolare la politica, quella attenta, a far quadrato, a prenderne atto ed operare di conseguenza per la tutela del vero made in Italy, a garanzia quindi del valore aggiunto produttivo, garantito dalla tracciabilità ed etichettatura.
La salute è prioritaria, difendiamola. E questo, per il bene di tutti.


OBLIVION Ovvero la parafrasi della emigrazione

di Franco Cianci
Organetto anni '20 di Nicola Mammarella
tre volte emigrato a New York
La struggente bellezza della musica di un vecchio organetto a bottoni, bando neon, di cui, disperando nel successo, vorrei tanto riprodurre il suono, come sperava  anche Saramago dal suo rifugio di Lanzarote (Canarie), costruito dai prodigiosi, come sempre, artigiani germanici per le ardite cattedrali gotiche della Germania, esportato dagli emigranti nelle Americhe e in particolare in Argentina, attecchì potentemente in quelle società e divenne subito il simbolo e l’elemento rapsodico di tutte le emigrazioni europee transatlantiche.

Questo strumento, dai suoni effettivamente umani, il più delle volte strazianti, trovò un cantore formidabile in Astor Piazzolla; un genio della musica contemporanea tra i più grandi in Europa, anch’egli di origini italiane (di Barletta il padre, toscana la madre), che approdò nei sobborghi di Buenos Aires.

Astor nasceva nel 1921, esattamente negli anni in cui la emigrazione verso l’Argentina degli emigranti italiani fu la più intensa.

La emigrazione era una cosa durissima a quell’epoca: contadini strappati dalle loro terre che abbandonavano i manici sudati e logori dei vecchi bivomeri che lasciarono le loro terre per sempre, perché allora partire, significava davvero un pò morire, secondo la leggendaria definizione di Shakespeare; le zolle delle loro campagne le ritrovavano nei lastrici, duri e bollenti, delle città sudamericane e nordamericane.

Tutto veniva, allora, esportato: mafia, ribellismo, cosche, “Cosa Nostra”, e le piccole, sane abitudini dei loro paesi.
Comunque, contribuirono alla crescita dei paesi le forti braccia dei molisani, degli abruzzesi, dei pugliesi, dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani, che lavoravano, e febbrilmente, nella fabbriche, nei campi.

Le produzioni crebbero di molto: mecenati straordinari, come, ad es, un vastese, poco noto, come Carlo Della Penna, crearono scuole, istituti, collegi e persino i religiosi, che pure presero parte alla grande emigrazione, crearono monasteri, fondazioni caritatevoli, accoglienze varie, della gente bisognosa; cosi nacquero, ad es, i monasteri  in California  e la denominazione della più grande città californiana “San Francisco”.

Poi ci fu quel periodo, terribile e doloroso, dei desaparecidos, delle madri di Plaza de Mayo che gridavano con i capelli disordinati sul volto, contro i governi, crudeli e assassini, che avevano divorato e buttato nel nulla migliaia di cittadini argentini.

Astor, cantò in quelle monumentali canzoni che rappresentano la storia contemporanea, tutte queste situazioni, ed Oblivion ne è il grido supremo.

Quelle musiche, che si insinuavano nei sobborghi di Buenos Aires, laddove Papa Bergoglio, più giovane di 15 anni di Piazzolla si aggirava, erano in prevalenza malinconiche, struggenti, strazianti.

La più bella, a mio parere, come detto, fu Oblivion la musica che compose quella notte in cui vegliò la salma del padre emigrante.

Gli immemori giullari del secolo odierno, che vorrebbero respingere a mare migliaia di profughi, di rifugiati, di senza tetto e di disperati, dovrebbero ricordare questo esodo, tumultuoso e terribile, che ebbe luogo nell’Europa dei secoli trascorsi e in particolare del diciannovesimo e del ventesimo secolo : i bastimenti a vapore, i moli pieni di gente con i fazzoletti sventolanti, il pianto a dirotto delle persone,  sono le immagini fotografiche che rappresentano quel mondo.

Tanto per rompere la drammaticità dei ricordi, mi piace ricordare, e mi scuso profondamente con i lettori, anche qualche episodio particolarmente ilare, di quel mondo in tumulto, non so se leggenda o fu, invece, un fatto vero, fatto sta che si racconta che la donna di un paese del versante del Fortore (molisano) si presentò un giorno alla dogana del porto napoletano, il grande porto da cui partivano la maggior parte dei nostri emigranti, con un gran cesto di fichi : freschi , gonfi, bianchi.

I doganieri trasecolarono e le chiesero dove mai volesse portare quella merce e questa, cavando dal petto un foglio consunto, fece leggere loro una lettera della sorella, scrittale da New York in cui si diceva : “cara sorella mia, che fai in quello sperduto paesello, vieni qua perché con la “fi…” qui si fanno miliardi”.

E allora la poveretta diceva candidamente ai doganieri che se con una “fi..” si facessero miliardi, figuriamo cosa potesse farsi con un cesto di fichi di quella bellezza.

Altrettanto belle furono Libertango, Maria di Buenos Aires, Soledad, Adios Nonino, Milonga del Angel e tante altre.

Fu un uomo prodigioso, Astor, per quantità e bellezza delle sue opere, mori’ abbastanza giovane, nemmeno 70 enne a Buenos Aires, dove i cittadini gli dedicarono in una delle piazze una statua importante.

Visse tutto il mondo di Peron, di Evita, dei desaparecidos, insomma di tutta l’Argentina fatta di steppe, di grandi pascoli, delle pampas, dove anche chi scrive ha dei ricordi struggenti, per avere il padre suo cavalcato  quelle contrade,  in cui la miseria, comunque, trionfava sovrana.



 

17 ottobre 2016

Dove va la legislazione sul sistema prostitutivo

di Umberto Berardo



Della prostituzione come fenomeno sociale ci siamo già occupati diffusamente nel romanzo "Il senso dei giorni" pubblicato nel 2007 e in una ricerca dal titolo "Misurarsi con il tema della prostituzione" sulla rivista Il Ponte nel maggio del 2008.

Ancora oggi nella maggior parte dei Paesi del mondo essa è illegale, in altri è completamente legale, mentre altrove è permessa, ma se ne sanzionano lo sfruttamento ed il favoreggiamento.

Sugli aspetti di carattere umano continuiamo a dissentire sull'idea della prostituzione come un diritto, convinti invece che l'accettazione del fenomeno sia legata, come abbiamo scritto già con chiarezza, ad un'idea molto negativa del sesso e ad una logica crudele e talora perversa di stampo maschilista e neoliberista che trasforma un essere umano in uno strumento per il piacere sessuale di chi paga.

Noi pensiamo che l'esercizio della prostituzione non abbia alcun legame con la libertà personale di chi vi ricorre, ma sia dettato proprio da mancanza di autonomia o addirittura imposto da forme di schiavitù.

Il fatto che la stragrande maggioranza delle prostitute in molti Paesi europei sia costituita da straniere  ne è una dimostrazione chiara.

Qui vogliamo occuparci degli aspetti di natura legislativa che si muovono all'orizzonte.

I modelli più diffusi in merito sono quelli proibizionista, abolizionista e regolamentarista.

La maggior parte degli Stati europei non punisce penalmente né l'offerta, né l'acquisto delle prestazioni sessuali, ma sanziona sfruttamento, adescamento e favoreggiamento.

Di recente in Francia, il 6 aprile, è stata approvata una legge che si pone l'obiettivo di una società senza prostituzione ed i cui elementi fondamentali sono la lotta allo sfruttamento sessuale degli esseri umani ed al prossenetismo, la protezione delle vittime del fenomeno considerato una forma di violenza, misure per scoraggiare la domanda ed il divieto di acquisto di atti sessuali a pagamento, soprattutto con minorenni, come già auspicato nel 2014 dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d'Europa.

Dunque la Francia considera reato l'acquisto di atti sessuali e punisce il cliente con multe di 1.500 euro che, in caso di recidiva, possono arrivare fino a 3.750 euro.

Pena alternativa o complementare può essere sempre per il cliente "uno stage di sensibilizzazione alla lotta contro l'acquisto di atti sessuali" per acquisire consapevolezza che la prostituzione è una forma di violenza dannosa per la sicurezza e la salute fisica e mentale di chi la esercita.

In caso di prostituta minorenne per il cliente è prevista la reclusione di tre anni ed una multa di 45.000 euro.

Viene anche creato un sistema di protezione ed assistenza per chi decide di uscire dal meretricio.

C'è chi sostiene che tale legislazione rischia di far scivolare ancora di più la prostituzione nella clandestinità e che lo Stato non abbia il diritto di negare la libertà di prostituirsi e di fruire del fenomeno.

Sono molti anche quelli che pensano che nei paesi come l'Olanda o la Germania, dove la prostituzione è accettata, si incentiva una concezione che crea, con il turismo sessuale, un business di miliardi di euro funzionale ad una tassazione delle prestazioni utile unicamente per le casse degli Stati.

Per altri non si possono imporre norme di carattere etico impedendo le contrattazioni di prestazioni sessuali tra adulti consenzienti.

In estrema sintesi la legislazione introdotta in Francia afferma, invece, che la prostituzione non va tollerata o regolamentata, ma gradualmente abolita; lo fa cercando d'impedire lo sfruttamento e la tratta delle donne e tentando di dissuadere da un erotismo a pagamento con un'opera di prevenzione e di educazione ad un esercizio libero del sesso e slegato da aspetti economici che certamente ne degradano l'autenticità o quantomeno lo banalizzano ponendolo fuori da qualsiasi legame sentimentale o affettivo.

Molti si sono meravigliati che proprio in uno Stato come la Francia, laica e libertaria, si sia potuta varare una tale legge sulla prostituzione.

In realtà criteri simili esistono già da tempo in Islanda, Norvegia e Svezia e di recente sono stati introdotti anche in Canada, Irlanda del Nord e Regno Unito.

Sono norme che non disconoscono la libertà individuale, ma non la considerano separabile dal rispetto della dignità della persona in ogni suo aspetto.

La legislazione francese sul sistema prostitutivo si ispira a principi e valori sui quali a nostro avviso siamo chiamati tutti a riflettere senza barriere ideologiche o illazioni preconcette.

Se siamo d'accordo sul fatto che non si può ridurre una persona ad oggetto strumentale per il "soddisfacimento" della libido altrui perché in tal modo ne neghiamo la dignità, allora dobbiamo interrogarci seriamente e serenamente sulle vie migliori per promuovere il rispetto di ogni essere umano, ridando libertà, bellezza ed autenticità alle relazioni sessuali che sicuramente non ne hanno in un banale ed equivoco rapporto a pagamento.

Nell'introduzione della proibizione di acquisto di atti sessuali crediamo s'intreccino ragioni etiche, ma soprattutto convinzioni antropologiche, politiche e sociali legate alla parità di genere ed all'affermazione dei diritti umani.

Al riguardo sarebbe bene che ci si confrontasse in modo ampio e senza reticenze tenendo sempre ben presente, a nostro avviso, quanto Gesù afferma nel Vangelo di Marco Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,23-28 ).

La trasposizione di questa massima alla questione di cui stiamo trattando è semplice "la legge è fatta per la persona e non la persona per la legge".

IL VINO MOLISANO, IN UN ANNO PERSO IL 20% DEL MERCATO ESTERO!


- 19% di vino molisano esportato è un dato pauroso anche per un realtà piccola come il Molise vitivinicolo.

Gli errori si pagano e quando, due anni fa, ho commentato, con l'articolo qui riportato, che era sbagliato non utilizzare i fondi dell'Ogm vino e perdere l'occasione d'impostare una strategia sui mercati terzi (pensavo alla Svizzera e al Canada), ricordo bene la risposta dell'assessore all'agricoltura che, diceva, erano i produttori ad aver deciso di mettere le risorse (400mila euro) sui progetti di ristrutturazione dei vigneti e, l'altra (davvero sorprendente) che m'invitava  a non disturbare il manovratore impegnato a fare cose grandi per l'agricoltura molisana.

Invito non accolto, visto che lotto da una vita per portare alti alcuni valori, in particolare la libertà di dire, anche se basso, grasso e pelato, com'è nella mente dell'assessore della mia regione.

Un dato, quello del crollo dell'esportazione, che dovrebbe preoccupare la nuova Camera di Commercio che, nonostante il grande impegno per essere al Vinitaly di Verona, non ha tratto alcun insegnamento da quell'esperienza.

E' una brutta notizia, che rischia di influenzare negativamente anche il resto dell'agroalimentare molisano,  Si può porre rimedio solo cambiando impostazione e dando strumenti e professionalità a una strategia di mercato che riguarda, il vino, le nostre bontà e, insieme, le nostre bellezze.

Mi torna in mente "Piacere Molise", una proposta di legge, presentata nella VI legislatura e, visto che era troppo all'avanguardia, regolarmente cestinata dei governi regionali di allora e, poi, completamente abbandonata.
Ecco l'articolo

            La grande occasione persa dal vino molisano
                                                            Agosto 2014 
L’Ocm vino (Organizzazione comune del mercato) è la misura che, mediante bandi annuali emessi dal Mipaaf e dalle Regioni, concede finanziamenti e contributi a fondo perduto ai produttori vitivinicoli dal 40% all’(80%). I beneficiari di queste risorse sono soggetti diversi: dalle organizzazioni professionali a quelle interprofessionali; Consorzi di tutela e loro associazioni e federazioni; produttori e organizzazioni di produttori  di vino; soggetti pubblici; associazioni, anche temporanee d’impresa e di scopo, tra i soggetti di cui sopra.
Una parte consistente di queste risorse riguarda la internazionalizzazione dei mercati nei paesi extra Ue o cosiddetti terzi, cioè la promozione del vino nelle sue più svariate forme di partecipazione a eventi come mostre e fiere, degustazioni, produzione di materiali, rafforzamento internet e, anche, la possibilità di invitare gli operatori a visitare e partecipare a degustazioni in azienda. La cosa ancor più interessante di questa misura è la possibilità di presentare un progetto da sviluppare, su questo o quel mercato selezionato, in un arco di tempo di tre anni. Il tempo minimo, per me, per poter valutare il successo delle iniziative in programma e la possibilità di dare ad esse la dovuta continuità.
Risorse consistenti che hanno forza e significato se vengono utilizzate per ampliare gli investimenti di questa o quell’azienda e, così, rafforzare la strategia di marketing che l’impresa si è data. Sottolineo questo aspetto perché so, per esperienza, che per la gran parte dei soggetti destinatari, la comunicazione o l’impostazione con risorse proprie di una strategia di marketing è un optional e non un capitolo preciso di investimenti che ogni azienda deve affrontare.

È un optional anche per la Regione Molise, quella che avrebbe più bisogno di una strategia di marketing in grado di incanalare e programmare le iniziative decise con i soggetti interessati.  
Una premessa, per me necessaria, che serve per capire le ragioni di una rinuncia, da parte del Molise e dei suoi protagonisti sopra citati, di ingenti risorse, che non si può spiegare come incidente di percorso o distrazione da parte di chi doveva emanare il bando e non l’ha emesso o, qualora pubblicato, da parte dei soggetti direttamente interessati.
C’è da dire, anche, che il marketing, nel suo significato più ampio di comunicazione, promozione e vendita di un prodotto, richiede specifiche competenze ed è un’azione che tiene conto dei risultati di una produzione.
Ebbene, volendo entrare nel merito della questione, dei 433.482 euro dei  fondi Ocm vino per la promozione nei paesi terzi, il Molise non ha utilizzato nemmeno un euro, perdendo così una grande occasione di comunicazione e valorizzazione di una delle sue eccellenze Doc o Dop.
C’è da dire che il Molise (vedi tabella) è la sola regione che si presenta con uno zero, ciò con un’assenza di rimodulazione che fa pensare che le importanti e ingenti risorse non sono state neanche prese in considerazione.
Un fatto grave certo, molto grave, e la colpa non è solo della Regione o dell’assessore di turno che, non avendo collaboratori esperti nel campo del marketing, si affida a enti o persone capaci di ripetere solo gli errori di sempre con la conseguenza di spreco di denaro e di tempo. È colpa, anche, dei produttori e di chi li rappresenta e li organizza, bravi a spiegare ed a considerare tutte le misure della Pac, ma profondamente distratti di fronte a quel fattore sempre più prioritario perché decisivo per le fortune dell’impresa, che è il Marketing.
Ricordo che a questa importante somma di risorse finanziarie ho dedicato un articolo, pubblicato ad Aprile in concomitanza con l’uscita del Bando del Ministero dell’agricoltura e l’elenco delle assegnazioni per le venti regioni italiane, raccomandandomi di cogliere questa straordinaria occasione per impostare una strategia di marketing riferita al vino e di coinvolgere le aziende per renderle protagoniste degli eventi programmati.
Ho detto anche di scegliere i mercati terzi e di dare al programma un tempo necessario per sviluppare le iniziative e, con esse, le pubbliche relazioni in modo da coinvolgere istituzioni, opinion leader, operatori nel campo dell’importazione e della distribuzione e commercializzazione del  vino, i ristoratori a partire da quelli di origine italiana. Cioè evitare la solita “toccata e fuga” che fa l’effetto di un secchio d’acqua scaricato sulla sabbia in un giorno di gran caldo.
Quella “toccata e fuga” che, se per il Molise, è una regola, e, per rendersene conto, basta vedere le tante o poche iniziative che, sia nel vino che nell’olio, come nell’insieme dell’agroalimentare, vengono selezionate, partecipate e fatte nel corso dell’anno.  A partire dal Vinitaly di Aprile, che ritorna l’anno dopo, sempre ad Aprile,  con una soluzione di continuità che porta a dover riprendere il filo del discorso e mai a svilupparlo, tant’è che ogni anno c’è sempre qualche azienda che si stacca dal collettivo per andare a trovare la fortuna da sola.
Il Vinitaly – parlo della più importante manifestazione del vino in Italia per renderlo esempio – ha senso se parte di un progetto e di un programma impostati sulla continuità delle azioni di comunicazione, promozione, pubbliche relazioni e altro ancora.
Cioè, se questo evento importante si trasforma, nel corso dell’anno, da punto d’incontro e di presentazione -  con la partecipazione ad altre importanti iniziative all’estero, soprattutto nei loro paesi di origine - in altre occasioni d’incontro con il giornalista o il ristoratore, l’importatore o l’opinion leader che ha visitato lo stand.  E, così anche, la possibilità di portare questi diversi operatori nel Molise per una visita delle aziende interessate, una degustazione del vino e degli altri prodotti, ciò che vuol dire una “degustazione” anche del Molise.    
pasqualedilena@gmail.

16 ottobre 2016

GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE E DELL’AGRICOLTURA



Non una festa ma, oggi e domani, momenti di riflessione sul valore e il significato del cibo, che l’agricoltura produce utilizzando il territorio. Il bene comune più prezioso che raccoglie, dentro un paesaggio modellato dal coltivatore, la terra con la sua poca o grande fertilità.

Sta qui la sacralità del territorio che è, anche e soprattutto, espressione della nostra identità, della diversità e di ciò che è vita, la biodiversità.

Lo sfruttamento esagerato del pianeta, specialmente negli ultimi decenni, ha portato a concentrare la ricchezza sempre più in poche mani e ad allargare la fascia delle povertà (anche in Italia) con miliardi di persone, soprattutto bambini che muoiono di fame o che piangono la fame per il cibo che non hanno.

Combattere le politiche che hanno dato vita ad un sistema, e, che continuano ad alimentarlo nonostante il suo totale fallimento e la pesantezza della crisi, è un dovere di ogni cittadino, soprattutto delle madri e dei padri che vogliono davvero un futuro migliore per i propri figli. Saperli in giro per il mondo per nutrirsi di saperi e di bellezze, esprimersi con le proprie capacità, ma capaci di poter tornare sempre quando decidono di farlo per non sentirsi, scacciati, emigranti.

Il nostro territorio ha un grande bisogno dei suoi figli per poter esprimere tutta la ricchezza di valori e di risorse che ha.

Esso è per me un ideale da difendere e promuovere, la nuova bandiera da far sventolare in alto per salvaguardare il cibo e la qualità che esso esprime. Il cibo, la sola vera energia vitale degli esseri viventi. Tutte le altre fonti, quando non programmate e non finalizzate a curare il clima - da tempo malato, soprattutto per colpa di fonti di energia sbagliate - sono solo un mezzo per accumulare denaro e  offendere il territorio, se non distruggerlo.

Sta qui, come dicevo in una riflessione fatta e pubblicata ieri, il mio No al nuovismo e a tutte le iniziative che portano a limitare il cibo, a uniformarlo e appiattirlo; a renderlo svuotato di qualità e a non dare ad esso un nome legato a un preciso territorio che, della qualità, è l’origine.

“Nutrire il pianeta” è uno stupendo messaggio che non può valere solo per promuovere l’Expo delle multinazionali del cibo, ma vale se ogni giorno stimola l’impegno che spetta a ognuno e, con la continuità, esprimere, sapendo che il cibo è felicità, nostra e di tutti, se tutti lo possono avere e mangiare.

E’ questa la mia riflessione che pongo alla riflessione degli altri. Il modo migliore per ricordare che, oggi e domani, è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione e Agricoltura.
pasquale

15 ottobre 2016

Dalla gentile di Larino… un olio divino!

Enopanetteria “I Sapori della Tradizione” – Venerdì 14 Ottobre 2016



Piacevole e gustosa serata in compagnia degli Enodegustatori Campani, che ha visto protagonista l’olio extra vergine di oliva DOP Molise dell’Azienda Agricola “Le grotte di tufo” di Mariagrazia Giardino.



Si tratta di un olio davvero buonissimo che nasce nel territorio del comune di Larino, città  ricca di storia e tradizioni… fondata ben cinque secoli prima di Roma, l’antica “Frenter” (era questo il suo nome etrusco) fu poi distrutta e ricostruita in età repubblicana con il nome di “Ladinod” (che significa dimora); il nome attuale “Larino” (dal latino “Larinum”), deriva secondo alcuni da successive corruzioni linguistiche, secondo altri dal fatto che gli antichi Romani volevano indicare con quel nome il luogo dove i Frentani ebbero i loro Lari.

Foto presa dal web


Ad ogni modo, Larino è stata una città importante sin dall’antichità, come testimoniato dai resti dell’anfiteatro romano e dai bellissimi mosaici ritrovati; anche in età medievale ricoprì, poi, un ruolo di rilievo… sotto il dominio dei Longobardi, fu infatti a capo di una delle 34 contee in cui era suddiviso il Ducato di Benevento.

Foto presa dal web


Consacrato nel 1319 è il Duomo, dedicato a San Pardo, il Santo Patrono della città in cui onore è svolta ogni anno, verso la fine di maggio, una folcloristica festa, considerata tra le più belle d’Italia.

Foto presa dal web


Un altro caratteristico evento si svolge nel fine settimana che precede il martedì grasso, quando in occasione del Carnevale è possibile vedere sfilare tra le strade cittadine una moltitudine di carri, alti fino a sei metri, realizzati dai mastri cartapestai.   



Nel pieno contesto della bassa collina frentana, dove le tradizioni sono ben radicate nel cuore delle persone così come gli ulivi alla terra, si inserisce dunque l’Azienda Agricola di Mariagrazia Giardino, cui lascio ora un po’ la parola:
“Fondai la mia azienda “Le grotte di tufo”  nel 2001. Avevo appena iniziato l’Università a Bologna quando la mia famiglia mi regalò il primo pezzetto di terra e poi via via tutti gli altri fino ad arrivare ai 27 ettari attuali. In precedenza questi terreni erano appartenuti a ricche famiglie del posto ma gli eredi, ormai emigrati in altre regioni d’Italia, li avevano dati in gestione ad affittuari locali.
L’azienda fu denominata “Le grotte di tufo” per la presenza di ben cinque grotte scavate nel tufo che servivano in passato come rifugio dalle bombe e poi come ricovero per gli animali; attualmente sono state ristrutturate e serviranno come contenitore per incontri ed eventi in azienda.
Ho sempre un attaccamento viscerale verso la natura e gli animali: convinta ecologista e vegetariana, è stata per me una scelta di vita quella di andare a vivere in campagna, dove i ritmi sono lenti, dove non si sente altro che il cinguettio degli uccellini, dove si respira aria sana e si mangiano cose genuine.
Nel 2012 sposo Simone e con lui finalmente si iniziano a mettere le basi per quello che oggi è il nostro progetto: convertire l’azienda al biologico, offrire un prodotto di qualità che attualmente è il nostro olio DOP Gentile di Larino e cercare di fare della pubblicità ad un prodotto sano e genuino, convinti che la qualità delle materie prime sia alla base di una corretta e sana alimentazione. Per il futuro punteremo sulla costituzione di impianti nuovi di oliveto e sulla costruzione di un frantoio aziendale, sulla coltivazione di cereali antichi e (perché no?) su una fattoria didattica e su eventi di agricoltura a carattere sociale.”



Abbiamo avuto, quindi, la possibilità di assaggiare il suo buonissimo olio, ottenuto dalla cultivar Gentile di Larino in questa zona incontaminata del Molise, dove alla prevalente coltivazione dell’ulivo si intervallano campi di cereali, orti familiari e boschi.



Si presenta in veste dorata con una lieve venatura verdolina, con profumi intensi, una buona struttura al gusto e un sapore finemente amarognolo… abbiamo apprezzato il Larinolio sia in assoluto sia su bruschette con pomodorino fresco, nonché come ingrediente di un primo piatto sapientemente elaborato da Raffaela Verde, chef resident dell’Enopanetteria “I Sapori della Tradizione”.



Ad accompagnare il cibo abbiamo trovato i vini di Masciarelli, una tra le più prestigiose cantine abruzzesi… vini che mi hanno confermato un’ipotesi: ossia, che la serietà e la qualità con cui opera una grande cantina si riflette nella bontà della sua linea base.



Un applauso, dunque, al lavoro di questa giovane produttrice molisana… che, con il suo olio, ha portato ieri sera nella provincia partenopea i profumi e i sapori di un angolo di paradiso.



Azienda Agricola “Le grotte di tufo” di Mariagrazia Giardino
C.da Colle S. Pietro – Cuparello – 86035
Larino (CB), Molise
tel. 3393134415


Potete trovare le foto della serata sulla pagina facebook degli Enodegustatori Campani

Grazie e alla prossima!

Le innovazioni che mi piacciono

Comunicato stampa

Sciami di droni a lavoro con gli agricoltori


14/10/2016
Il drone sviluppato all'interno del progetto Saga sarà dotato di algoritmi per la visione artificiale e per il coordinamento con altri droni
Il drone sviluppato all'interno del progetto Saga sarà dotato di algoritmi per la visione artificiale e per il coordinamento con altri droni
La tecnologia in aiuto dell’agricoltura. In un futuro molto prossimo sciami di robot e droni saranno diffusamente impiegati nei campi per individuare ed eliminare le piante infestanti ed aumentare la produttività. È quanto promette il progetto europeo ‘Saga: Swarm Robotics for Agricultural Applications’, coordinato dall’Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) e presentato oggi a Roma nel corso di Maker Faire, che punta a far interagire i droni in sciami, secondo una logica simile a quella delle api.
“Tra pochi mesi sarà pronto il test per il primo prototipo di drone programmato per osservare un campo coltivato e rilevare con precisione la presenza di piante infestanti attraverso algoritmi di visione artificiale, sviluppati presso i nostri laboratori specializzati nello studio di sciami di robot”, spiega Vito Trianni, ricercatore Istc-Cnr e coordinatore di Saga. “I droni saranno in grado di comunicare tra loro, in modo da aggregarsi e mappare le aree con maggior presenza di infestanti dove l’intervento è più urgente, sfruttando comportamenti simili a quelli impiegati dagli sciami di api per identificare le zone dove il polline è più abbondante. In questo modo la pianificazione degli interventi per la rimozione e l’uso di infestanti possono essere limitati alle aree più problematiche, risparmiando risorse, riducendo l’impatto ambientale e aumentando la produzione agricola”.
Il cuore dei robot volanti è un hardware innovativo realizzato dall’azienda Avular in Olanda, dove presso l’università di Wageningen vengono sviluppati algoritmi di visione artificiale e controllo dei droni per applicazioni agricole che sono poi progettati dai ricercatori Istc-Cnr. “I droni non saranno impiegati solo per il monitoraggio ma anche per l’intervento. Presto sarà possibile agire in maniera del tutto automatica direttamente sulle singole piante: ad esempio, incorporando sul drone dei micro-spray che libereranno la pianta dagli elementi infestanti”, conclude Trianni. “I robot lavoreranno in gruppi numerosi e si coordineranno per ricoprire grandi estensioni di terreno, inoltre i robot da terra saranno in grado di agire sugli infestanti meccanicamente anziché chimicamente, fornendo quindi ulteriori supporti all’agricoltura biologica”.
Saga è un progetto collaborativo europeo dedicato al trasferimento tecnologico della ricerca robotica di eccellenza finanziato nell’ambito di Echord++ (European Clearing House for Open Robotics http://echord.eu). È stato presentato nel corso di Maker Faire (Fiera di Roma, 14-16 ottobre) dove il Cnr è presente con 9 Istituti e 19 progetti dei ricercatori dell’Ente.
Roma, 14 ottobre 2016

La scheda
Chi: Istc-Cnr, Università di Wageningen, Avular
Che cosa: progetto europeo Saga (http://istc.cnr.it; http://www.wur.nl; http://avular.com) presentato a Maker Faire (http://www.makerfairerome.eu)
Dove: Fiera di Roma, 14-16 ottobre 2016
Per informazioni sul Cnr a Maker Faire: Matteo Malosio, Itia-Cnr, e-mail: matteo.malosio@itia.cnr.it
Ufficio Stampa Cnr: Cecilia Migali, tel. 06.49933216, e-mail cecilia.migali@cnr.it

Capo Ufficio Stampa Cnr: Marco Ferrazzoli,  e-mail marco.ferrazzoli@cnr.it


Per informazioni:
Vito Trianni
vito.trianni@istc.cnr.it
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