28 novembre 2016

L’OLIVO E IL SUO OLIO, UNA VALIDA CURA PER IL CLIMA SEMPRE PIU’ MALATO.


Alla COP22, la Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni
unite, che c’è stata in questo mese di novembre a Marrakech, in Marocco, per
dare seguito alla conferenza sul clima di Parigi dello scorso anno, l’olivo
con il suo olio extravergine e vergine, è stato, grazie al COI, Consiglio
Oleicolo Internazionale, un grande protagonista per i suoi benefici effetti
sul clima.
 A dimostrare gli interessanti
risultati di una ricerca c’era
l’agronomo Franccesco Serafini,
capo del Dipartimento D del COI,
l’Istituzione massima dei paesi
olivicoli.
Risultati riferiti agli effetti
positivi della produzione di olio.
Un bilancio fortemente attivo visto
che il chilogrammo e mezzo di CO2
necessario per la produzione di
un kg di olio, viene compensato
dal prelievo dell’oliveto
dall’atmosfera di ben 10 Kg.di CO2.
Uno straordinario contributo alla necessità di mitigare gli effetti nocivi
del gas serra nell’atmosfera. Basta un oliveto semi-intensivo, curato con
le buone pratiche agricole, a captare ingenti quantità di CO2 e a fissarla
nella biomassa e nel terreno. In pratica, a produrre questi effetti così
importanti per il futuro del pianeta nel momento in cui il clima, sempre più
soffocato da gas serra, trova la possibilità di respirare.
Sapere che l’olio di oliva, vergine e/o extravergine, è capace anche di questo,
oltre ai tanti servizi resi all’uomo, ce lo rende ancor più prezioso e adorabile
di quanto sia stato fino ad ora.
L’olio e il suo olivo che, si sa, è sempre stato fondamentale per la salvaguardia
della biodiversità, con l’Italia che, con le sue 500 varietà e più, ha il più
ricco patrimonio al mondo di questa espressione stupenda di vita. L’olivo,
una coltivazione essenziale per il miglioramento del suolo e, con i processi
di tropicalizzazione in atto, sempre più fondamentale per combattere
la desertificazione che avanza. Un amico, con il suo prezioso olio, dell’uomo
e dell’ambiente.
Una ragione in più per invitare il consumatore del mondo a utilizzare olio
extravergine di oliva, fonte di una cultura di millenni e espressione di civiltà,
soprattutto quelle che hanno caratterizzato l’area del Mediterraneo, ancora oggi
“il mare dell’olio”.
L’olio extravergine, non solo bellezza e bontà, ma anche salute, vita che si
contrappone ai nemici del clima, malato da tempo e, sempre più, bisognoso di cure.
Quale cura migliore di quella dell’olivo che, con il suo olio, ha la possibilità
di captare l’CO2 e di immagazzinarla nella biomasssa e nel terreno!
Un toccasana per il clima che, così, ha, non solo  la possibilità di respirare,
ma anche, di sperare.
pasqualedilena@gmail.com


26 novembre 2016

I promoter degli oliveti superintensivi in Italia

Quali e quanti risultati hanno portato, per i redditi degli agricoltori, le soluzioni delle grandi multinazionali? Meno pubblicità e più dignità al ruolo che deve svolgere, se si vuole davvero dare basi e forza all’olivicoltura di domani


Raccontano – lo sottolineano con forza – che danno qualità e, con essa, anche più quantità; permettono la piena meccanizzazione e una riduzione della presenza dell’uomo; danno una sicura risposta di reddito all’olivicoltore, che, suo malgrado, fino ad ha subito lo strapotere degli altri interlocutori componenti della filiera dell’olivo e dell’olio.
In pratica dicono le stesse cose che sono state dette tutte le volte che una multinazionale ha pensato di promuovere i suoi semi, le sue varietà, i suoi antiparassitari, i suoi veleni e i suoi servizi, grazie a macchine e mezzi potenti.

Tutto all’insegna della scienza, della tecnologia e del progresso (parole magiche come riforma, cambiamento), con fiori di tecnici e organizzazioni al servizio di questi munifici benefattori rappresentanti di multinazionali.
Poi, salvo a verificare, nell’arco breve di tempo, che i grandi – molti addirittura miracolosi – risultati si sono trasformati in una grande fregatura per il mondo agricolo e i tanti territori italiani. Soprattutto per ciò che riguarda la salvaguardia della fertilità della terra, la salute dell’ambiente e dello stesso paesaggio, la tenuta dell’azienda coltivatrice e il reddito. Una frana, quest’ultimo, grazie alla bella e buona propaganda di soggetti che si sono camuffati da assistenti tecnici per non apparire puri e semplici venditori.
La dimostrazione di questi pessimi risultati? Sono tutti in quella crisi dell’agricoltura, scoppiata nel 2004 con quattro anni di anticipo di fronte a quella economica complessiva, che sta facendo apparire illustri economisti, vivi sostenitori del sistema e, come tali, soggetti davvero pericolosi per l’intera umanità.

Quali sono questi risultati? Meno reddito e più voglia di scappare dei protagonisti di sempre, i coltivatori; meno ricambio generazionale; meno cibo sano; meno terreno fertile; meno cultura, meno territorio, meno occupazione, meno reddito anche per altri soggetti, ciò che vuol dire più povertà, più rischi per tutti, meno domani per i più. In sintesi, meno agricoltura, nel momento in cui di quest’attività (per me) ancora primaria se ne ha più bisogno (più cibo, più ambiente, più paesaggio, più ruralità).

Farebbero bene questi illustri economisti, che assistono i governi e le multinazionali, a convincersi che l’agricoltura è il solo perno utilizzabile se si vuole rimettere in movimento la ruota di un’economia sostenibile, la sola possibile.

E così molte delle iniziative che, soprattutto in questi ultimi tempi si vanno prendendo, sono delle vere e proprie passerelle, non direttamente promosse dalle multinazionali, ma, per loro conto, dalle organizzazioni che rappresentano gli olivicoltori, la gran parte dei quali legati a un’olivicoltura tradizionale. Un elemento davvero fastidioso quello di sapere che a guardia del pollaio ci sono le volpi, e, ancor più, quando a svolgere questo ruolo è lo “scienziato” e, spesso, anche ricercatore e professore universitario.
Come a dire la “scienza”, la ricerca, la sperimentazione e la stessa formazione al servizio di qualcuno e non al disopra delle parti.

Ed è quest’atteggiamento quello che a me dà più fastidio proprio perché porta a radicalizzare sempre più i miei dubbi e a renderli quasi verità, fino a dire No a oliveti superintensivi.

Non è, per me, in discussione la qualità dell’olio, sapendo da sempre, grazie ai miei tanti e bravi maestri, che essa è nell’origine, ma la diversità, o meglio, la biodiversità olivicola. Non dicono che sono solo quattro tre o quattro le varietà utilizzate, la gran parte spagnole. Tre o quattro di fronte a un patrimonio straordinario che vede l’Italia olivicola primeggiare con oltre cinquecento varietà autoctone, quasi il doppio della biodiversità olivicola mondiale. Un elemento quest’ultimo che, se ben inserito dentro una puntuale e attenta strategia di marketing, può fare davvero la differenza sui mercati, in un momento in cui la diffusione della cultura dell’olio porta il consumatore a scegliere non più semplicemente l’olio evo, ma gli oli evo per i differenti caratteri organolettici e degustativi e le possibilità di abbinamento ai vari e diversi piatti.

Non è neanche il bisogno di quantità di olio evo in discussione, visto che ci sarebbe la necessità di raddoppiare la superficie olivetata per rispondere alla domanda interna e alle necessità dell’export, ma la spaccatura profonda tra i territori invece che a una loro tenuta e continuità per un rilancio, mediante l’espansione dell’olivicoltura di superfici enormi di terreno, altrimenti marginalizzati.

Meno pubblicità, quindi e più dignità al ruolo che deve svolgere, se si vuole davvero dare basi e forza all’olivicoltura di domani.
di Pasquale Di Lena
pubblicato il 25 novembre 2016 in Strettamente Tecnico > L'arca olearia>Teatro Naturale

24 novembre 2016

La memoria, territorio di diversità e identità

C’è un spazio che esprime un colore di tanti colori, emana un profumo di profumi inebrianti e forti e ti fa sentire sapori, ed è quello che si chiama territorio. Uno spazio che ha i confini segnati dallo sguardo, il tuo sguardo, e che è lì, dentro di te, come parte importante della tua memoria.
Uno spazio che i venti - come altrove, anche qui arrivano da ogni parte -  alimentano di parole, note particolari per te familiari. Incontro, dialogo, abbraccio, suoni, ballo, canto, unione, racconto, poesia, comunità. Uno spazio che tu segni con i tuoi passi senza contarli perché non c’è alcun bisogno di farlo. Uno spazio che è tuo e degli altri, di tutti quelli che come te ce l’hanno dentro riposto nella memoria.
Poi, un giorno, parti e ti allontani e, così, lo spazio che hai lasciato ti appare, lo vedi come fosse la prima volta, lo senti  con i suoi profumi, i suoi colori, le sue parole, i suoi canti. Prima diventa ricordo, poi, col passar del tempo, nostalgia, paura di perdersi, ed è forte la voglia di tornare a vivere la tua diversità. 
Siamo tutti emigranti e tutti nella necessità di incontrare persone, molti futuri amici, compagni, ai quali non è facile capire il verde della propria terra e delle sue verdure, coltivate o spontanee, i colori dei suoi frutti o della festa del proprio patrono; il profumo del mare o del monte non lontano, di un brodetto di pesce o di un pasticcio, di una pagnotta di pane appena sfornata o di un olio appena franto; il sapore una marmellata, di un vino invecchiato, di un bucatino all’amatriciana o di un tajarin al tartufo, di un aceto balsamico o di un risotto con uno dei radicchi veneti; il canto.  
Nostalgia, quella che ho visto negli occhi dei nostri emigranti in Canada e negli Stati Uniti e che, poi, grazie alle possibilità offertemi dai vini Doc e Docg rappresentati e promossi dall’Enoteca Italiana di Siena, ho imparato a conoscere, ovunque nel mondo, quando ho avuto il piacere di salutare un italiano. La gran parte di questi nostri emigranti si sono affermati nel loro lavoro, sono saliti sugli scalini alti della società, benestanti, e, nonostante questo, vivono la nostalgia con tre riti importanti, quali la cucina, la morte, il dialetto o il poco o tanto italiano di quando uno è partito. La nostalgia del proprio territorio che uno ha imparato a capire e sentire con il ricordo.
Il territorio, il tuo, è diversità e identità, come lo è quello degli altri. Riconoscere questa diversità e identità come un valore importante per te, vuol dire riconoscere la diversità e l’identità dell’altro.
Un riconoscimento che porta ad allargare lo spazio e a rendere più ricca, più forte l’attenzione che serve a tenere in mano il filo della storia e ad alimentare il patrimonio di cultura, fondamentale per costruire il domani, un domani migliore dell’oggi, frutto dei sogni di ieri.   
Fondamentale per il rispetto di sé e degli altri, essenziale per vivere e far vivere lo spazio conquistato, il territorio che ti ha adottato. In pratica l’attesa, il tempo necessario della integrazione che ha bisogno di atti di solidarietà e reciprocità, amore, per essere parte, testimone del nuovo territorio.
Ecco perché il territorio non può essere di uno, ma di tutti, proprio perché nel momento in cui è solo di uno, come una qualsiasi proprietà privata, a tutti quelli che sono stati espropriati o cacciati, vengono meno i profumi , i colori, i sapori, i canti e i suoni delle parole.
Non a caso, fino a qualche tempo fa e sin dai tempi dell’impero romano, il territorio è sempre stato considerato un bene comune, una proprietà collettiva. Bene comune, con un valore e un significato ancor più importanti oggi, quando bisogna allargare i confini, accogliere i migranti e dare loro la possibilità - com’è successo a me a Firenze o a Giorgia in Brasile e, con Giorgia, alle centinaia di migliaia di giovani che partono per trovare lavoro – di esprimere la loro diversità e identità.
Com’è successo ai nostri emigranti, sparsi in ognuno dei cinque continenti, cioè diventare ed essere testimoni, anche importanti, di quel territorio che li ha accettati e accolti.
Con il tempo e dopo aver segnato Firenze, Siena, la Val d’Elsa, con i miei passi – parlo di me -  mi sono appropriato dei profumi, suoni, sapori, colori splenditi di quella terra magica che è la Toscana, li ho avvicinati, confrontati, e, perfino confusi, ad eccezione delle parole che hanno e continuano ad essere dialetto del mio territorio, là dove sono tornato a vivere e non senza la nostalgia della Toscana.
pasqualedilena@gmail.com

Referendum: le ragioni di una scelta  

di Umberto Berardo
Diversi istituti demoscopici ci dicono con estrema chiarezza che tra i primi dieci problemi che gli italiani pongono in cima ai loro pensieri non c'è quello della riforma costituzionale, avvertita come una necessità da appena l' 8% dei cittadini.

Qualunque persona di buon senso sa che le grandi questioni aperte per il futuro del nostro Paese sono altre.

Ormai dal 2008 le priorità risultano essere il superamento della crisi economica causata da un neoliberismo selvaggio e senza scrupoli, la diminuzione e possibilmente il superamento della disoccupazione, la redistribuzione equa e generalizzata del lavoro e della ricchezza secondo criteri di giustizia sociale, la qualità della vita in tutti i suoi aspetti, il superamento della corruzione, della malavita e della delinquenza su tutto il territorio nazionale, la garanzia di  sistemi sanitari e scolastici pubblici, efficienti e ben strutturati. 

Abbiamo quasi nove milioni di cittadini nella "povertà assoluta", mentre la ricchezza si concentra in percentuali sempre più ridotte di popolazione.

La verità è che gli esclusi non hanno più rappresentanza neppure da forze politiche che un tempo ragionavano forse ipocritamente di giustizia sociale ed ora sono state risucchiate nella quasi totalità dal neoliberismo dilagante.

Un governo che si rispetti pone ascolto ai problemi ed alle richieste popolari ed opera in tale direzione.

Non è così per quello attuale che da mille e più giorni tiene l'Italia avviluppata intorno ad una crescita dell'economia che si muove di appena lo zero virgola qualche striminzito decimale, ha eliminato la sicurezza del rapporto lavorativo con il Job Act, ha modificato in forma aziendale ed involutiva il sistema educativo con la "Buona Scuola" che viene contestata nel Paese un giorno sì e l'altro pure, ha dato vita ad una legge oligarchica come l'Italicum, profonda degenerazione di un sistema democratico già molto discutibile, e sta provando a porre le basi per una privatizzazione del sistema sanitario con le cosiddette integrazioni pubblico-privato.  

Ebbene, cari lettori, non sappiano Renzi donde lo desuma, ma continua ogni giorno a sostenere che la riforma costituzionale viene chiesta da un popolo che non solo non ha mai messo in piedi una proposta direttamente, ma neppure attraverso i suoi organi rappresentativi di base.

Non torneremo sulle motivazioni relative al nostro convinto "NO" a questo confuso e farraginoso tentativo di stravolgere in modo pericoloso per le istituzioni democratiche un impianto costituzionale che vede modificati ben quarantasette articoli.

Abbiamo scritto a sufficienza  sulle ragioni del nostro modo di pensare al riguardo e pensiamo schematicamente che occorra:

Assumere coscienza e rendere partecipi tutti che le difficoltà di funzionamento delle istituzioni riguardano l'inefficienza delle classi dirigenti e non tanto  le regole di base fissate nell'attuale Costituzione, mentre altri, più gravi ed urgenti, sono i problemi del Paese;

Opporsi ad una riforma confusa e pasticciata approvata da un  Parlamento di nominati solo grazie al voto di fiducia;

Aprirsi ad un miglioramento reale nel funzionamento delle istituzioni, frutto però dell'elaborazione di idee da parte di un'Assemblea Costituente dove ci sia competenza giuridica e padronanza della lingua italiana;

Impedire che si cancellino, con il criterio della nomina e dell'elezione di secondo livello, i principi della sovranità popolare e del  "suffragio universale e diretto" fissati con chiarezza per l'elezione dei parlamentari nell'attuale Costituzione agli articoli 1,  56  e  58;

Mantenere fermo il principio di democrazia rappresentativa e parlamentare con una chiara separazione e suddivisione dei poteri che non vanno spostati in modo oligarchico sui partiti e sull'esecutivo, per il quale tra l'altro il voto di fiducia sarebbe una pura formalità dopo un'elezione con premio di maggioranza previsto da una pessima legge come l'Italicum;

Opporsi ad un'assemblea di senatori non più eletta dal popolo e ridimensionata nelle competenze, che oltretutto non permette di superare il bicameralismo perfetto poiché comunque il Senato può presentare progetti di legge all'altro ramo del Parlamento, ma anche richiamare a sé una legge  in discussione alla Camera per esaminarla e deliberare proposte di modifica;

Bloccare le contraddizioni e le confusioni degli iter legislativi previsti nell'art. 70 del nuovo testo costituzionale come pure nel primo comma dell'art. 117 che, legando la potestà legislativa della Stato e delle Regioni ai "vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali", di fatto in tale formulazione potrebbe cancellare la sovranità legislativa delle istituzioni italiane;

Impedire l'aumento del numero delle firme richieste per il referendum abrogativo da 500.000 ad 800.000 e per le leggi di iniziativa popolare da 50.000 a 150.000;

Coscientizzare le forze politiche sulla necessità di attuare i principi della vigente Costituzione Italiana.

La nostra convinzione profonda è che l'idea di una riforma costituzionale, che ha attraversato diversi governi in Italia, sia propria di un potere finanziario ed imprenditoriale globalizzato che vede nella sovranità popolare e negli organi di rappresentanza un intralcio sempre più fastidioso per decisioni di natura economica e politica che si vogliono rendere sempre più verticistiche e veloci, ma anche al riparo dal confronto parlamentare e popolare.

Questo potere, per dirla con chiarezza, sta appaltando ai governi una trasformazione delle carte costituzionali antifasciste per renderle progressivamente adeguate alla trasformazione delle democrazie parlamentari in repubbliche presidenziali funzionali alle oligarchie di turno.

Purtroppo questi ultimi giorni di campagna referendaria si stanno giocando su promesse vaghe di modifica della legge elettorale, su mance propagandistiche annunciate a destra e manca, sulle paure psicologiche create ad arte dai fondi d'investimento e da organi d'informazione che evocano catastrofi in borsa, ma soprattutto sulla denigrazione delle posizioni altrui.

Certo sono sicuramente incomprensibili, indifendibili ed insostenibili le metodologie di raccolta ed espressione del voto suggerite da De Luca in Campania o le ragioni ipocrite avanzate di recente da Berlusconi per spiegare il voto della galassia Mediaset.

Sentir parlare in modo sempre più frequente del raggruppamento avverso al proprio come di "accozzaglia" o di "serial killer" è davvero pericoloso perché rischia di creare nel Paese contrapposizioni e steccati difficilmente sanabili in un momento in cui c'è invece sicuramente il bisogno di sostenere con forza le proprie tesi, possibilmente lontani da slogan di natura robotica, ma anche di tenere un comportamento civile, onesto e rispettoso sul piano linguistico, intellettuale e politico che difenda la libertà di voto per tutti.

Invece delle invettive, dei toni apocalittici o delle ridicole liste di personaggi schierati per l'una o l'altra posizione, che dovrebbero nelle intenzioni condizionare gl'indecisi, sarebbe onesto, razionale e lodevole se, come abbiamo suggerito sul web, si indirizzassero gli elettori verso una lettura comparata e critica relativa agli articoli del testo attuale della Costituzione Italiana e di quelli previsti nella riforma su cui si andrà al voto.

È l'unica cosa seria da fare, mettendo in moto capacità di analisi e spirito critico, ma ricordando pure che la riforma prevista va valutata non sui singoli aspetti, ma nella sua complessità e nella legittimità ed efficacia dei fondamenti essenziali che costituiscono le basi di una convivenza civile e democratica.

22 novembre 2016

Gente, le foto di Nicola Piccchione in mostra a Firenze


Un insieme di persone che non si correlano tra loro formano una folla: una aggregazione casuale, disomogenea.

Un insieme di persone con un programma comune è costituito da gente: al contrario della folla, forma una squadra che ha più valore della somma dei singoli individui dovuto alla relazione tra le persone come il cervello ha più valore della somma delle sue cellule in virtù delle numerose connessioni.

Questa mostra è una piccola cronaca di gente che si trova ad affrontare insieme un problema.

Oggetto della mostra - in tre quadri- sono alcuni problemi tipici della nostra società:

- Gay Pride: la manifestazione porta all'attenzione la richiesta di diritti ritenuti ancora non del tutto riconosciuti. Malgrado il modo prescelto, spettacolare e a volte carnevalesco, non c'è allegria su quei volti. Alcune immagini cercano di richiamare l'attenzione su un conflitto sociale ancora persistente.

- Corri la vita: la gente si riunisce per impossessarsi almeno per poco tempo di una parte della città tenendo lontano il traffico di auto e moto anche se presto esse torneranno a invadere le strade. Rappresenta la conflittualità tra il modello di vita attuale e la nostalgia di un modello passato. Si va con il figlio o il cane e i luoghi diventano temporaneamente più umani e accoglienti. I volti sono sereni anche se la conquista è effimera.

- Casa di riposo: l'anziano- non più vecchio e non più tesoro di esperienza in un mondo che dimentica il passato e teme il futuro- è un intralcio al modello attuale di vita. E' spesso messo in depositi chiamati case di riposo, lontano dalla famiglia, costretto a far parte di una gente particolare, una comunità di solitudini. Le immagini ritraggono anziani fortunati di vivere il tramonto della loro vita in una ottima casa di riposo. Sono riprese durante alcuni festeggiamenti ma non c'è sorriso su quei volti, ognuno chiuso nei propri pensieri. In queste case di riposo prevalgono le donne, più longeve degli uomini.

Gente rappresenta comunità non importa quanto grandi nelle quali contano sia l'insieme che ogni individuo. In questo modo si è cercato di rappresentarli.

Anche le immagini di questa mostra formano una comunità: ognuna- inclusa in uno dei tre diversi quadri- ha senso solo in quanto parte del tutto. Nessuna immagine aspira al ruolo di "bella fotografia".
Nicola Picchione

Sono particolarmente felice di questo importante evento in programma a Villa Vogel a Firenze . Una mostra di fotografie, che sarà aperta sabato, domenica e lunedì prossimi, con il mio fraterno amico, Nicola Picchione, molisano di Bonefro, medico e stimato cardiologo nella città del giglio, protagonista con una delle sue passioni, la fotografia. Mi dispiace solo non poter partecipare e viverla come vorrei, sapendo di provare sicure e grandi emozioni. Peccato non esserci e non avere, così, la possibilità di congratularmi con un abbraccio, con lui e, anche, con sua figlia Tania per la bella illustrazione del manifesto sopra riportato. 
Sarà un successo.

21 novembre 2016

Anche gli oggetti parlano se li sai ascoltare

Era qualche giorno che il computer si sentiva trascurato e quando, qualche minuto fa, l'ho riaperto per andare sul blog, ho visto che ha voluto farmi una sorpresa: 350.001 visualizzazioni delle pagine.
Mi piace ringraziarlo, insieme con un
a fondamentale protagonista di questo splendido risultato, la mia piccola canon nera, dedicandogli la copertina 
Un grazie anche a tutti voi amici che ci rallegrate con la vostra compagnia 

13 novembre 2016

PRESTO UNA LEGGE REGIONALE SULLA TUTELA DELLE TRADIZIONI POPOLARI


La proposta del Presidente del Consiglio Vincenzo Cotugno.  
                              La Federazione Italiana Tradizioni Popolari presto ad Amatrice……..
La FITP regionale ( Federazione Italiana Tradizioni Popolari ) , si riunisce a Ferrazzano per discutere di atti concreti .L’Associativismo è l’alternativa ad una classe politica dormiente e con poche idee o presa da altro, ritenuto più importante.
La FITP, che annovera il maggior numero di gruppi che, a memoria, è l’unica vera tenutaria, insieme ad altre associazioni che hanno lo stesso scopo, della tradizione popolare Molisana ed Italiana, funge da volano aggregativo e da volano di sviluppo e conoscenza ed, indefessamente si prodiga, all’associativismo ed allo sviluppo, alla divulgazione ed alla conservazione di quello che è il vanto della nostra Italia :  l’unicità nella diversità della tradizioni popolari che, sintetizzando, sono l’essenza della vita contadina, di quartiere, di comunità.
E, come spesso capita nell’arco dell’anno, a Ferrazzano si è tenuta l’Assemblea Regionale al fine assolvere agli obblighi statutari. Una assemblea che ha visto radunarsi i rappresentanti di tutti i gruppi Molisani tanto da rendere incontenibile la sala del bellissimo “ Palazzo Chiarulli” , sede, messa a disposizione dall’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Antonio Cerio, presente all’Assemblea per i saluti di benvenuto e da padrone di casa.
Una assemblea fortemente voluta dal ricostituito gruppo di Ferrazzano” Lu Passariell” e dal suo direttivo .
Dall’Assemblea sono scaturite criticità ma anche tanta voglia di essere sempre presenti e sempre all’altezza della situazione nel rappresentare il Molise, quel Molise che vuole essere degnamente e senza schematizzazioni, il Molise del bello, dell’Arte, della Tradizione.
E da qui, lo sprone alla Presidenza del Consiglio Regionale, Vincenzo Cotugno, che per l’occasione ha inviato il suo portavoce, Domenico Bertoni, di farsi portatore di una proposta di legge scritta a molte mani e proposta in primis dal Club dei Borghi d’Eccellenza, che mira alla tutela del nostro patrimonio materiale ed immateriale,  e così salvaguardare anche l’azione preponderante dei gruppi folk molisani. La proposta vide promotore proprio il Presidente del Consiglio Regionale in quel di Rionero Sannitico in occasione della 3^ edizione della rassegna delle serenate.
All’uopo, dopo una telefonata in diretta tra Maurizio Varriano, coordinatore dei Borghi d’Eccellenza, ed il Sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi che, ha avuto il piacere di colloquiare con il presidente della Federazione regionale, Michele Castrilli, si è voluti dimostrare la vicinanza ad un sindaco che, della e per la territorialità né sta facendo una battaglia di vita, a tutta la popolazione ed ad un intero territorio, offrendosi per un evento culturale mettendo a disposizione i gruppi molisani che nell’ambito dell’assemblea hanno colto con grande favore l’invito.
L’assemblea si è conclusa con la ratifica dell’ingresso nella Federazione del gruppo Campobassano “ Fontanavecchia “ e con la elezione del presidente Provinciale , per la provincia di Campobasso, nella persona del presidente del Gruppo dei Matesini di Campochiaro, Mario Barile.
Il Molise che non chiede ma si offre e che è malato di una malattia incurabile : la Molisaneità………
c.s. Borghideccellenza Molise

12 novembre 2016

EDUCARSI PER EDUCARE AL GUSTO DEL VINO E DELLA TAVOLA


Il presidente dell'Aspi Giuseppe Vaccarini
Kosta Stavroulakis,
Milglior Sommelier d'Italia Aspi
La svolta della vitivinicoltura degli anni’80 e la nuova immagine di qualità del vino italiano , fino allora considerato solo come “bianco” e “rosso”, è – a mio parere - il frutto di quel percorso iniziato con l’approvazione del Dpr 930 del 1963, riguardante le denominazioni di origine dei vini e la costituzione del Comitato Nazionale, che ha portato ai riconoscimenti Doc dei vini e, a partire dal 1980, anche a quelli Docg, con Barbaresco, Barolo , Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano i primi a fregiarsi di quest’importante riconoscimento. La tragedia metanolo ha avuto solo l’effetto della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. C’è da dire, per onore della verità, che altri fattori, non meno importanti, hanno dato una spinta ed un’accelerazione al percorso avviato e, fra questi, fondamentale il ruolo delle due associazioni di assaggiatori, ONAV, la prima in Italia (1951) e  di sommelier AIS (1965), che, insieme alla ripresa delle iniziative dell’Enoteca Italiana di Siena, legate alla cultura del vino e alla  comunicazione, e di nuove pubblicazioni, hanno dato al vino l’immagine di cui aveva bisogno per affermarsi con i suoi caratteri qualitativi così legati all’origine, il territorio.

L’ASPI, l’associazione della Somellerie professionisti italiana, nata nel 2007 per volontà e iniziativa di Giuseppe Vaccarini, già presidente dell’Ais e già (1978) Miglior Sommelier del mondo, rafforza questo importante contributo culturale con la figura di professionisti dell’assaggio protagonisti nella gestione della cantina oltre che della sala, con i servizi resi ai clienti di un ristorante.
Un’affascinante esperienza quella vissuta questo fine settimana, appena passato nella bella Villa Eubea, nei territori di Bacoli e Pozzuoli, proprio davanti agli scavi di Cuma, la città fondata nel 7° sec. a. C. dagli  Eubei di Calcide, che non si dimenticarono di portare dalla Grecia, tralci di viti e talee di olivo, che, non a caso presero il nome di “Ellenicus”, oggi “Aglianico”, e “Greco”, dando vita, con gli sbarchi di altri greci nel sud Italia e la nascita della Magna Grecia, a quella fama dell’Italia di “Paese del Vino” (Enotria tellus), da sempre.
Un fine settimana, in questo luogo magico dei Campi Flegrei, la terra dei vulcani,  con il golfo di Pozzuoli e il mare di Ischia, Procida, Capo Miseno con il lago omonimo e, insieme, quelli di Averno, Lucrino e Fusaro, all’insegna del campionato nazionale del “Miglior Sommelier d’Italia, firmato Aspi, con le semifinali che hanno selezionato tre dei sette classificati per la prova finale e l’elezione del migliore, il campione.
Una competizione dura, con ognuno dei tre finalisti impegnato in una prova complessa, per niente facile, perché non basta essere bravi degustatori o assaggiatori provetti, ma serve anche stile, un modo di presentarsi e relazionarsi con il cliente, come pure di organizzare e gestire la cantina e i vini ma anche l’insieme delle bevande che possono accompagnare un pasto. Un vero professionista protagonista in sala nello stesso modo in cui il cuoco è protagonista in cucina.
Una prova di come servire lo spumante, come riconoscere ben dodici distillati, l’origine e l’anno;  come scaraffare il vino e presentarlo; come riconoscere tre vini e descriverli, quale birra di tre messe a disposizione da uno sponsor  abbinare a un formaggio pecorino di Pienza stagionato 24 mesi , come riconoscere e descrivere due caffè, come eliminare errori da una carta dei vini volutamente sbagliata, quali vini abbinare a un menù, e, infine, il riconoscimento e la descrizione di alcuni arnesi legati al vino o ai liquori.
“Una prova complessa ma necessaria – ha detto il Presidente Vaccarini nel corso di uno dei suoi interventi – che serve per far capire che il titolo di “Migliore assaggiatore d’Italia” è meritato”.

i tre finalisti: Kosta Stavroulakis, Giacomo Morlacchi e Davide Dargello
Una finale molto appassionante e vissuta non senza emozione dai tre protagonisti - partecipata da una giuria composta  da esperti per ogni prova, compresi due chiamati per valutare l’attitudine generale di ognuno dei tre finalisti -  condotta dal responsabile della delegazione dell’Aspi della Puglia, il sommelier professionista, Rudy Rinaldi, fondatore, con la moglie Celeste, delle Delegazioni Abruzzo, Molise e Puglia.
Una passione, quella dell’assaggiatore e del sommelier , che ha bisogno di studio, esperienze, continui approfondimenti per svolgere una professione bella, entusiasmante, che meriterebbe un riconoscimento ufficiale, visto che ancora non ce l’ha. A tale proposito, l’Aspi, con le altre due associazioni l’Ais e l’Onav, sta portando avanti l’istanza di questo riconoscimento ufficiale da parte del Parlamento italiano. Il riconoscimento di una professione che è anche arte espressa da chi con passione si dedica al vino, cioè a un testimone importante del territorio, quale origine, insieme al vitigno e al talento del viticoltore, della qualità.
Il vincitore di un Concorso magnificamente organizzato, cioè il “Migliore Sommelier d’Italia 2016- Aspi”,  è risultato un giovane di origine greca, Kosta Stavroulakis, con Giacomo Morlacchi secondo e Davide Dargello terzo. Un arrivo sul filo di lana vista la bravura di tutt’e tre i finalisti.
A conclusione della gara la consegna anche del riconoscimento di Socio onorario a Pasquale Di Lena e Alessandro Torcoli, che hanno ritirato l’ambita onorificenza, e con il Prof. Leonardo Seghetti, marchigiano di Ascoli Piceno, assente per i gravi problemi causati dalle continue scosse di terremoto.
pasqualedilena@gmail.com

11 novembre 2016

A SAN MARCO LA CATOLA PER PARLARE DI OLIO

Oggi è il giorno di San Martino, ogni mosto è fatto vino, e il mio caro amico Giuseppe Di Iorio ha voluto gentilmente invitarmi a vivere una manifestazione (IL VINO TRA I C'NANT) che si tiene nella bella cittadina di San Marco la Catola, che s'incontra, venendo da Campobasso, subito dopo il ponte dei tredici archi sul Fortore, quando inizia il territorio della provincia di Foggia.
I C'NANT sono i vicoli, lungo i quali verranno allestiti banchi di degustazione dei buoni prodotti della Capitanata.
All'internodi questa manifestazione il Convegno dove si parlerà di olio e del futuro di questo cibo divino straordinario testimone di territori e espressione di paesaggi e di culture, soprattutto nelle aree interne, le più difficile ma anche le più peziose per il domani del Paese.
Perché non vieni anche tu?









10 novembre 2016

PROGETTO MAESTA’: LA MOLISANA CONFEZIONA 135 MILIONI DI PIATTI DI PASTA CON GRANO COLTIVATO SOLO IN BASSOMOLISE

Coltura e cultura, innovazione e produttività, lavoro e sostenibilità: La Molisana realizza un progetto ambizioso costituendo con gli operatori della filiera e le cooperative agricole l’Op Cereali Centro Sud. Un’Organizzazione di Produttori con quattro cooperative, 600 soci produttori, specializzati nella produzione di cereali nei terreni di Guglionesi, Montenero di Bisaccia e Palata. “Con il prossimo raccolto di giugno 2017 garantiremo 135 milioni di piatti di pasta – afferma soddisfatto l’Amministratore delegato, Giuseppe Ferro -  Un grano speciale tutto molisano, di due qualità eccellenti, Maestà e Don Matteo, tenaci in cottura e con un indice proteico del 15%”. Una sinergia della filiera agro-alimentare  che rappresenta il presente e il futuro per far emergere il Food Made in Italy raggiungendo livelli alti di produttività, sostenibilità e sicurezza alimentare. Una nuova cultura della coltivazione alternativa, con accordi di filiera precisi, per garantire e migliorare tutti i servizi. L’OP assicura la programmazione e l’adeguamento della produzione alla domanda dal punto di vista quantitativo e qualitativo, riduce i costi e stabilizza i prezzi, promuove pratiche e tecniche produttive per migliorare la qualità dei prodotti e favorire la biodiversità, realizza iniziative relative alla logistica  adottando tecnologie innovative. Un incremento di produzione, dunque, per La Molisana che al 31 ottobre 2016 si attesta su un fatturato del +27% con una crescita di forza lavoro dal 2011, anno dell’acquisizione del gruppo Ferro, ad oggi pari al 100%. Il futuro del frumento italiano sarà all’insegna della sostenibilità e dell’aggregazione,  passaggi obbligati per continuare a fare reddito con questa coltura in uno scenario che chiede attenzione ma che vede sempre più forte la volatilità dei mercati. “Per tutelare il reddito si può agire su queste leve – afferma Herbert Lavorano, presidente dell’OP Cereali Centro Sud – produttività e redditività colturale, qualità, offrendo materie prime adatte ad ottenere semilavorati e chiedendo in cambio ai compratori un premio per le loro caratteristiche e riduzione del rischio, stipulando contratti con modalità di determinazione del prezzo che mettano al riparo dalle eccessive oscillazioni. Stipuliamo quindi  contratti di filiera  con i clienti prima di mettere in moto il processo produttivo in modo da controllare la tecnica colturale e i relativi costi in funzione del risultato atteso. I costi di transazione sono elevati, per cui è necessaria l’aggregazione tra operatori del settore”. Ed è quello che è avvenuto in Molise grazie alle cooperative Cerealicole “Colle dell’Ulivo” di Palata, “Colline Verdi” di Montenero di Bisaccia, “Le Macchie” di Guglionesi e “Fortore” di Jelsi che garantiranno oltre 11mila tonnellate di grano Maestà e Don Matteo.






                                                                                                                                                             Michaela Marcaccio

ph: +39 330578951                                                                                                              ufficio.stampa@lamolisana.it

8 novembre 2016

L’olio italiano e la cultura da spendere per il successo della sua immagine


i tre finalisti e in ordine da sinistra il 1°, 2° e 3°
Questo fine settimana, appena passato, ero a Pozzuoli ad assistere il concorso “ Miglior Sommelier d’Italia” dell’Aspi, l’Associazione della sommellerie professionale italiana, quale componente della giuria per la valutazione dell’attitudine generale dei tre sommelier finalisti.
Una fantastica avventura quella di seguire le numerose prove alle quali si sono sottoposti i concorrenti, alcune davvero impossibili come la degustazione di ben 12 distillati a ognuno dei quali dare un nome, descrivere i caratteri, indicare la provenienza e, persino,  l’annata di produzione. A proposito di distillato, il coordinatore della competizione che ha visto impegnati tre giovani bravissimi, Rudy Rinaldi, promotore dell’Aspi  Abruzzo e di quello del Molise e attuale presidente dell’Aspi Puglia, ha tenuto a sottolineare che la degustazione di un vino è ben diversa da quella di un distillato– per la prima  ci vuole più tempo che per la seconda -  per la diversità di contenuto alcolico.
A proposito della difficoltà delle prove il presidente dell’Aspi, Giuseppe Vaccarini, già presidente dell’Ais e, ancora giovanissimo, campione del mondo, ha tenuto a sottolineare che esse erano necessarie per poter esprimere al meglio una professione importante per il successo dei vini e delle bevande, la gestione e la fama di un ristorante. Essere bravi è il frutto di una passione, di un impegno costante e di tanto studio che serve anche per poter competere con altri sommelier a livello mondiale e far vivere all’Italia il gusto di una vittoria che accompagnerà il campione per tutta la vita.
Molto del successo di un locale è – lo possiamo solo ribadire -  nella bocca, nella mente, nel cuore e nelle mani di due protagonisti fondamentali, il cuoco in cucina e il sommelier in sala e in cantina.
I sommelier dell'Ais (1965) e, prim'ancora gli assaggiatori dell’Onav (1951), hanno accompagnato  e portato a far vivere, negli anni ’80,  una svolta al vino, contribuendo a dare al nettare divino un’immagine di qualità, che è tanta parte anche del successo che la cucina italiana vive nel mondo con la fama della Dieta Mediterranea e del made in Italy. Un ruolo importante quello del sommelier e dell'assaggiatore, che, dal 2007, si avvale anche del grande contributo dell’Aspi, nella formazione e  selezione di soggetti che fanno dell’assaggio la loro professione e, insieme, una scelta di vita.
E pensando al percorso del vino e alla possibilità che si ripeta anche per l’altro prodotto che più segna i diversi ed esaltanti territori del nostro Paese, l’olio, credo che sia necessario pensare – visto il ruolo dell’olio in cucina e la sua scelta per condire e accompagnare una pietanza, fondamentale anche per i possibili abbinamenti cibo-vino – a una formazione attenta, sia del cuoco che del personale in sala. Si sa per il vino, ma è una regola fondamentale anche per l’olio, che non esiste il vino, ma i vini, come non esiste l’olio ma gli oli. Una regola che ha bisogno, per essere rispettata, di grande professionalità e, anche, di passione per i nostri preziosi oli extravergine di oliva, che, pensate, si possono ottenere da oltre cinquecento varietà autoctone e dalle miscele di due o più varietà.
Un patrimonio, una ricchezza, un tesoro e tutto  grazie a questo nostro Paese, il più bello del mondo anche perché è quello che esprime più diversità, proprio grazie ai valori e alle risorse dei suoi differenti territori. Pensiamo alla diversità di paesaggi; alle diverse tradizioni così legate agli ottomila e più comuni sparsi tra le montagne, sulle cime delle colline, lungo la fascia litoranea, nelle poche grandi pianure come in quelle piccole, un po’ più numerose. Pensiamo anche alla storia e, meglio ancora, alle storie; ai differenti punti di vista di  tante culture di una grande cultura e abbiamo la miniera d’oro dove poter scavare il domani, il territorio.
La diversità, in particolare la biodiversità, che caratterizza anche e soprattutto l’olio, è l’elemento che vale la pena sfruttare per vincere sui mercati e per riportare dai mercati quel valore aggiunto necessario per rilanciare ed espandere l’olivicoltura, evitando così i rischi che oggi corre con gli oliveti superintensivi di marca spagnola, che, come virus, attaccano il patrimonio più prezioso che abbiamo, la biodiversità olivicola.
Ma la diversità o biodiversità olivicola, come del resto è stato per quella viticola, ha bisogno di essere preparata per essere presentata, riconosciuta per essere raccontata. In pratica,  ha bisogno di un forte sostegno culturale per affermarsi. Tutto questo è possibile (visto il risultato ottenuto dal vino) solo se nascono e si moltiplicano i capaci e bravi divulgatori di un prodotto che ha millenni di storia e tanta cultura da raccontare, soprattutto a chi l’olio lo conosce da poco o per la fama diffusa di essere un elemento fondamentale per un’alimentazione corretta e un amico certo della buona salute.
Fondamentale è il ruolo degli istituti alberghieri e, con essi, quello di associazioni come le tre che ho già citato e riporto in ordine alfabetico, Ais,  Aspi e Onav, che meritano ogni applauso per quello che hanno fatto, stanno facendo e faranno per l’immagine del territorio e di due suoi testimoni, i più preziosi.
Le tre associazioni che mi vedono loro socio onorario e ciò grazie alla fortuna di aver guidato l’Enoteca Italiana di Siena, da oltre cinquant’anni l’Università del vino italiano e dei suoi territori. Grazie amici.
 Pasquale Di Lena

4 novembre 2016

Io c’ero

Io c’ero a Firenze quel 4 Novembre di cinquant’anni fa a vivere la terribile alluvione. Dal mattino alle sette quando dal quartiere di Santa Croce mi sono portato verso Borgo Ognissanti dai Colucci,  i miei amici.

Ricordo il silenzio di un mattino bagnato da tre giorni di pioggia intensa, ininterrotta, il vuoto di via della Vigna Vecchia, piazza Indipendenza  con la tribuna in legno preparata per i festeggiamenti della giornata, via della Vigna Nuova sbarrata e la scelta di via Palazzuolo, l’incontro con piazza Fininguerra già allagata. Non ancora mi rendevo conto di cosa stava accadendo.

La scelta, io che ho paura dell’acqua, di entrare in quella piccola piazza ormai lago e la necessità di tornare indietro quando mi son reso conto che in via Borgo Ognissanti non ci sarei mai arrivato. La strettoia di via degli Alberi e il ritorno nella casa in via della Scala che mi aveva ospitato fino a due giorni prima e dove avevo ancora i vestiti.

Il cambio dei vestiti bagnati con quelli asciutti, la corsa alla stazione per trovare qualche panino e l’acqua, il ritorno in acqua per aiutare una persona come paralizzata all’angolo di via degli Alberi e poi una mano a chi era rimasto fermo in mezzo alla strada con l’acqua che era già arrivata e scorreva sempre più violenta e sempre più alta. La paura di non farcela a rientrare in quella casa dov’era arrivato Pasqualino, il mio amico di Cosenza grande come un armadio.

L’acqua gelida, sporca di petrolio e di terra, mi aveva come paralizzato. Il caffè caldo offertomi dalla mia ex padrona di casa, che aveva il marito paralizzato e le ore dietro i vetri del balcone che dava su via della Scala, sempre più un fiume pieno di roba di ogni genere svuotata dai negozi incontrati, macchine che scendevano sbattendo da una parte all’altra della strada.

Lo sguardo fisso alla tabella di divieto di accesso con l’acqua che saliva fino a toccarla. La paura -  se toccava il rettangolo bianco dentro il cerchio rosso - di avere la casa, al primo piano, allagata.

Il respiro di sollievo nel vedere scendere il livello dell’acqua sempre incattivita, infuriata.

Il crollo e un sonno immediato, profondo con il vociare in strada che mi ha svegliato. Era una giornata piena di luce, calda, con un sole stupendo, e, quando sono sceso in strada ho trovato tanta gente che spalava il fango. Nessun pianto ma solo speranza che cresceva ad ogni spalata.

E’ da quel momento che ho sentito mia una città che fino allora avevo trovato ostile. La mia Firenze , la mia bella, stupenda Firenze che non ho mai abbandonato. Un giorno, è vero, sono partito ma, in verità non me ne sono mai andato.

2 novembre 2016

Il Territorio è Terra, Aria e Acqua

di Nicola Picchione

Caro Pasquale, se nascerà il tuo TERR sarà la prima tessera che prenderò per un “partito”, cioè per mettermi decisamente da una parte. Poiché anche i nomi hanno un senso profondo, mi è venuto in mente, bisognerebbe trovarne uno che colpisca gli eventuali arruolabili.

Bisogna evitare le idee romantiche sul territorio, anche perché ormai non abitano più nel cuore e nella mente degli uomini. In fondo, il territorio può sembrare una entità troppo astratta, lontana: una ideologia.  Invece è concreto. Il territorio se ne frega di noi.  Accetta tutto, possiamo anche offenderlo. Reagisce  a modo suo: si adatta ad ogni modifica, ad ogni insulto. Il territorio non ha sentimenti, non è buono o cattivo, non è bello o brutto. Siamo noi uomini a dargli queste caratteristiche. E’ la nostra cultura che lo ha modellato, lo ha “migliorato” secondo le nostre esigenze e lo ha personificato come gli antichi facevano con i boschi o con i fiumi.  Il territorio affronta terremoti, alluvioni ed altro. Semplicemente si trasforma perché è nella sua natura trasformarsi. La cultura è un prodotto umano.

Lui non ha bisogno di noi, siamo noi ad avere bisogno di lui. Lo curiamo per trarne vantaggio, lo rendiamo bello perché ci fa piacere vederlo e averlo secondo i nostri variabili gusti. Per il territorio un uomo o un altro essere vivente- non importa se è un leone o una zanzara- non fa differenza, mette a disposizione se stesso. Le rocce si trasformano in humus dal quale traiamo cibo. Territorio non è solo il terreno, il campo, l’orto, il giardino,la foresta. Terra, aria e acqua formano il Territorio. Questi elementi formano un insieme e si correlano tra loro, non sono mai separati. Non conoscono le distanze, non hanno bisogno di telefonini o altro. Il loro tempo non è il nostro. Noi siamo i suoi ospiti mai i suoi padroni. Da lui è nata la vita- poiché egli comunica con il Sole che lo fornisce di energia- e lui la mantiene.

Se noi vogliamo che il Territorio ci sia amico, cioè che sia come lo vogliamo- utile, bello, accogliente per noi- è nostro compito rapportarci con lui nel modo migliore. Trattare la terra, l’ aria, l’acqua come beni da rispettare, conservare, utilizzare con prudenza. Come fanno le piante e gli animali che prendono solo ciò che è loro necessario, che regolano la loro proliferazione con misura. Non sanno forzare la terra, non inventano sostanze che la avvelenano. Certo, non hanno la capacità di farlo. Noi abbiamo questa capacità e ne approfittiamo. Abbiamo cominciato molto tempo fa ma per molti millenni abbiamo soltanto addomesticato il Territorio: abbiamo capito che non era necessario correre per procurarsi il cibo; che potevamo fermarci e coltivare la terra. Abbiamo imparato a trattare anche con l’acqua, facendone provvista e conducendola dove era necessario. Dell’ aria non ci siamo preoccupati; essa ci seguiva ed entrava in noi senza necessità di immagazzinarla. Pensavamo, sbagliando, che fosse sempre a nostra disposizione come era fatta, che poteva accettare tutto quanto noi le inviavamo.

Sempre più la nostra smodata voglia di possesso ci ha portato a chiedere molto al Territorio. In nome della umanità che si moltiplicava senza limiti come un tumore maligno e che sempre più esigeva i prodotti del Territorio (della terra, del mare, dell’aria). Abbiamo finito col frustarlo come un cavallo che costringiamo a correre sempre più. Davanti casa c’è un campo di pochi ettari. E’ di un venditore di verdure. Un gruppo di 4 immigrati lo coltivano. E’ diviso in varie colture. Sembra un miracolo: appena finita una coltura, quel tratto è arato concimato e seminato di nuovo. Un continuo avvicendarsi di verdure. Quel campo è come un cavallo frustato a correre sempre. Non so come ma temo che prima o dopo quella terra dirà basta e magari rimarrà sterile per molto. Produzione intensiva e poi se ne getta via una buona parte. Non abbiamo più rispetto per la terra, per il Territorio. Come potremmo averne se non lo abbiamo per gli animali e per noi stessi? Intendo non solo gli altri uomini ma proprio noi stessi. Ci svendiamo. Non parlo del male che prepariamo a chi verrà dopo di noi, abbiamo la vista troppo corta. Abbiamo perso memoria e vista: non ci interessa il passato, non ci interessa il futuro. Era il Territorio che ci insegnava ad avere memoria arricchendo la nostra esperienza e ci invitava a pensare al futuro. Il contadino non andava a scuola (alle nostre scuole), imparava dal Territorio. Erano stretti da un matrimonio di amore-odio. Ora il contadino è diventato agricoltore, non ne capisco ma forse significa imprenditore: deve trarre il massimo profitto magari col minimo lavoro. E’ costretto perché al suo lavoro è dato poco valore. Come se si ricompensasse un pittore dalla quantità di colore adoperato, non importa se per creare la Gioconda o uno di quei quadri venduti a poco prezzo per le strade.

Che cosa c’entra tutto questo con il tuo partito della terra e del Territorio? La domanda è legittima. Non ti proponi, forse, di difendere il Territorio e dunque i suoi prodotti? Certo, sei tu a insegnarlo a me non il contrario. Sei tu che ti batti quasi sino all’ossessione perché sai che qualche piccola speranza può venire solo dal battere e ribattere per far capire che il Territorio (terra, acqua, aria) non è un cavallo da frustare visto che nemmeno i cavalli andrebbero frustati. Si grida nel deserto sperando che la voce arrivi a qualcuno, magari lontano. Voglio solo sottolineare che il partito si deve rivolgere agli uomini ponendo al centro non l’amore per il Territorio ma l’interesse dell’uomo per il Territorio. L’uomo non concepisce amore se non per qualcuno che gli sta vicino, molto vicino oltre che per se stesso, dicevo. Dunque, il partito deve porre al centro l’interesse dell’uomo per sperare di avere successo e non di raccogliere pochi uomini di buona volontà. Tu sei molto bravo non solo ad avere le idee ma anche a dare loro una veste: trova un titolo che faccia capire che il partito non è una romanticheria ma una faccenda concreta perché il Territorio (aria, acqua, terra) è la nostra casa e la nostra vita. Chi vorrebbe trattare male la propria casa e la propria vita? Neanche la bellezza del Territorio costituisce un incentivo a rispettarlo. Non molti amano veramente la bellezza e,poi, ognuno la intende a suo modo. Molti, inoltre, credono che la bellezza sia solo un dono che viene da sé. La Natura come bellezza. C’è, invece, una forma di bellezza del Territorio che viene dall’uomo. A misura d’uomo, come si dice. L’interesse è argomento fondamentale: il Territorio, dunque, come strumento per vivere meglio. Senza romanticherie che sono privilegio di pochi. Solo matrimonio di interesse dell’ uomo con il Territorio. Naturalmente, interesse non significa sopraffazione: anche lo schiavo più devoto si rivolterebbe se sfruttato e maltrattato, figuriamoci il Territorio. Perciò non bisognerebbe fare come il padrone del campo qui vicino: sfruttarlo al massimo. Nessuno sfrutterebbe il suo cavallo fino a sfinirlo, ne dovrebbe comperare un altro. Molti pensano che il Territorio sia inesauribile. L’uomo ha finalmente capito che non è così ma la sua mente non segue il suo istinto che forse era nato sano ma nel tempo si è pervertito. Non è più l’istinto degli animali che smettono di andare a caccia quando non hanno fame. Quello umano è diventato maligno come i tumori che crescono senza limiti uccidendo con l’ospite anche se stessi.

Perciò, dicevo nel dormiveglia faticoso, debbo dire a Pasquale di trovare un nome più efficace del suo partito. Quale potrebbe essere?

Quando desideri dormire ma il sonno non viene la mente si confonde. A questo punto mi venne da pensare al Territorio come a una divinità potente, amabile e terribile, pronta a donarti e pronta a colpirti. Puoi ribellarti ma sarai condannato: non più il paradiso dei prodotti della Natura ma l’ inferno che hai causato con i tuoi errori o il purgatorio se gli errori sono stati veniali. Il Territorio può anche perdonarti ma devi dimostrare il pentimento: con i fatti e non con le parole che sono il tuo linguaggio non quello del Territorio. Devi capire il suo linguaggio, almeno, se vuoi colloquiare con lui.

Mi stavo rendendo conto che la mia mente in cerca di sonno non era tanto lucida e che mi stavo contraddicendo. Stavo divinizzando il Territorio, lo stavo allargando a tutta la Terra e magari oltre (non subiamo l’influsso della luna e magari delle stelle?) mentre sostenevo prima che bisogna essere concreti e parlare all’uomo di interesse pratico. Stavo prendendo sonno e confondendomi.  E il sonno, finalmente, venne.
Ho cercato di raccontare quello che ho pensato ( e forse i miei pensieri confusi risentivano della sofferenza di non riuscire a prendere sonno) ma ti assicuro che le idee che mi venivano fluivano molto di più di come ho cercato di trascrivertele. Bisognerebbe fare come Goethe che si alzava e subito trascriveva ciò che gli veniva in mente, sicuro che il giorno dopo non avrebbe ricordato bene quelle idee. Ma io, ovviamente, non sono Goethe: mi giro e rigiro ma non mi alzo per appuntare le idee che, perciò evaporano e la mattina penso ad altro.

 Questo piccolo resoconto dei miei pensieri notturni nati dalla tua proposta del Partito per il Territorio, è zoppo: io guardo il Territorio da uomo di città- anche se mi porto nell'anima la mia origine campagnola e l'aver vissuto tra i contadini dai quali ho imparato molto e continuo il legame coltivando un piccolo orto- ma so bene che tanta gente continua ad avere un forte legame con il Territorio e sempre più i giovani vogliono tornare alla terra rifiutando di trattarla come un cavallo da frustare.

Scopriamo troppo tardi il valore del Territorio, la sua bellezza insostituibile: quando la perdiamo.

Scopriamo che questo nostro Paese è un tesoro di bellezza grazie non solo alle famose città d'arte ma anche a quei piccoli centri sparsi ovunque- soprattutto nel Centro sud così poco valorizzato-che legano il Territorio all'uomo: lo umanizzano. Non più ninfe e sileni ma un rapporto diretto, unico intermediario il lavoro. Il Territorio come casa accogliente da rispettare anche quando ci ricorda la sua autonomia affinché sappiamo che siamo noi a doverci adattare a lui.

Questo susseguirsi di terremoti mette a dura prova il legame tra l'uomo e il Territorio ma anche lo rafforza. Ricorda a noi tutti i nostri doveri verso il Territorio e fa emergere quanto esso sia vitale non solo per chi lo abita. Come sempre, l'uomo apprezza il bene quando lo perde. Castelluccio è un piccolo ma significativo esempio di come uomo e Territorio convivano armoniosamente creando un prodotto magnifico e allo stesso tempo un paesaggio di una bellezza unica. Rivedo le immagini dell'estate scorsa, i prati che nessun pittore saprebbe dipingere- quasi un sogno anziché una realtà-e quel piccolo paese in cima, quasi a pavoneggiarsi di ciò che i suoi pochi abitanti riescono a fare. Mi si stringe il cuore ma so che un giorno sarà di nuovo là a ricordarci il legame profondo tra uomo e Territorio e insegnarci ciò che può nascere da questa unione che riesce a fondere spirito e materia, utilità e bellezza. L'uomo e il Territorio, in fondo, si somigliano: hanno scatti di violenza e momenti di amore, voglia di ribellione e poi di riappacificarsi. Così vanno avanti i veri amori.
Un abbraccio
Nicola
N.B. Le foto sono dell'autore