28 febbraio 2017

SE LARINO PIANGE, TERMOLI NON RIDE

Alcuni anni fa, di fronte alla questione sanità molisana, apertasi con il ribaltone di Iorio, e di fronte, tanto per parlare del Basso Molise, alla cacciata della Maugeri dall'ospedale di Larino, da parte di rappresentava in Consiglio regionale gli interessi di altri privati, l'allora movimento che ha lottato per governare la mia Città, Larino viva, scriveva "Se Larino piange, Termoli non ride".

Ogni giorno ci sono segnali allarmanti che portano a pensare, dopo la chiusura dell'ospedale di Larino (sono capaci di tutto pur di giustificarne la chiusura), il S. Timoteo di Termoli si trova già (prima di Natale scorso ho passato, in questo ospedale, due giorni  al Pronto Soccorso e reparto d'urgenza) in una situazione di sovraffollamento e sempre maggiori impossibilità a dare risposte ai cittadini del Basso Molise.

Non serve prendersela con il personale medico e infermieristico, che è anch'esso vittima di scelte al pari dell'ammalato, ma  con chi governa la Regione ed ha scelto la privatizzazione.

Anche con chi, in mancanza di idee e di obiettivi  ha fatto da spalla a scelte politiche sbagliate e a chi, oggi, fa da spalla a questi governanti e li applaude per queste scelte.

Sono, personalmente, con il Forum per la difesa della Sanità pubblica e del Territorio.

L’AVEVAMO DETTO
Noi venti siamo Cassandre è come tutte le Cassandre nessuno ci ascolta con il solo risultato che alla fine diventiamo antipatici, noiosi, nel momento in cui ripetiamo  “noi l’avevamo detto”.  
Qualche anno fa, il nostro amico “U fauneie” e, in seguito, anche “il Maestrale”, Si sono occupati della Sanità del Molise e, in particolare, dell’Ospedale  “Vietri” di Larino che, da anni, per colpa soprattutto di amministratori incastrati dal ruolo di ingranaggio del  potere politico termolese di cui, oggi, è rimasto poca cosa o niente.
Un potere che, impostato sul concetto proprio della politica che è quello della filiera, ha dato un primo scossone all’ospedale di Larino, e, nel tempo, aperto  varchi  a “vacche e porcei”,  come dicono in qualche regione del nord est, cioè  a aspiranti amministratori che hanno utilizzato l’ospedale per i loro programmi elettorali. 
Nessuno ha avuto la bontà di ringraziare il “Vietri” (con l’aria che tira è quello che bisogna aspettarsi anche domani). Anzi, come succede quasi  sempre in questi casi, l’hanno maltrattato pur di non riconoscere la sua generosità.  Molti di questi sono spariti in poco tempo, ma  qualcuno ci ha costruito sopra la sua fortuna politica che, per  Larino e il suo territorio, il Molise, è diventata una iattura, visto che queste realtà hanno dovuto registrare un calo di immagine e di attività, con il rischio, che tutt’ora permane, di perdere la loro stessa identità.
Miserie politiche che non varrebbe  la pena raccontare per non ritrovarsi a essere maltrattati dalle vittime più che dai carnefici di questa situazione.
Miserie come quelle espresse in questi giorni dal Sindaco di Termoli e dai sindaci del Basso Molise a difesa dell’Ospedale S. Timoteo di Termoli, dimostrando di arrivare a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Ma, come si sa, non tutti sono Cassandre.
Non ricordiamo se nel 2008 o all’inizio del 2009 e quale dei nostri amici venti ha detto “Se Larino piange, Termoli non ride” per significare che la drammaticità della situazione del “Vietri” di Larino avrebbe coinvolto e travolto anche il “S. Timoteo”, con danni per tutti i cittadini del Basso Molise che, l’isernino di adozione, Iorio, con le sue scelte, ha messo ai margini proprio  nel momento in cui si doveva forzare il suo ruolo di motore naturale dell’intero sviluppo del Molise, e per più di una ragione.
Torna in mente la Cassandra Astore con il suo piano e la scelta degli accorpamenti dei due nosocomi; la Cassandra della Maugeri che proprio il Di Brino e la larinese on. De Camillis hanno fatto l’impossibile per farla andar via e, così, accontentare, sempre nel rispetto della filiera, i propri referenti di Termoli e di Venafro a scapito di Larino, ma,  oggi, anche di Termoli e del Molise.
La verità è che sulle spoglie della sanità molisana e dei suoi ospedali questi ed altri hanno costruito la loro fortuna politica, dimostrando una verità amara: per vivere da protagonista la politica, oggi più che mai,  non bisogna pensare e, tanto meno, progettare e fare. Guai poi  a dire “noi lavevamo detto” e a mostrarsi come Cassandre!
A Vòreie



26 febbraio 2017

TUTTI A LARINO

TUTTI A LARINO A VIVERE IL CARNEVALE
Il maltempo di ieri non ha scoraggiato i cento e più giovani larinesi che, da mesi, sono, notte e giorno, impegnati nella costruzione di carri per essere pronti alla grande sfilata sul Pian San Leonardo. La sfilata che vedrà protagonisti altre centinaia di giovani insieme a bambini e ragazzi mascherati.
Tutti pronti a ballare e a far ballare, a fare e ricevere scherzi come succede sempre a carnevale quando ogni scherzo vale.
Al ritmo di musiche sfrenate che coinvolgono anche i più compassati
Un giorno bello per loro, ma anche per i grandi.
Vieni anche tu, non perdere questa bella occasione che è il frutto della passione.








23 febbraio 2017

LARINO E IL SUO CARNEVALE


Grande festa sabato e domenica p.v. con i giovani protagonisti
Saranno sei i carri che sfileranno per le vie della parte alta di Larino, il Piano San Leonardo. Sei carri ideati e realizzati da oltre un centinaio di giovani, da mesi impegnati nella costruzione di figure allegoriche che riportano alla realtà che viviamo o che immaginiamo.
Come la festa di S. Pardo, il Carnevale è un simbolo della Capitale dei Frentani e, dalla fine del secolo scorso, anche dell’olivo e dell’olio. Entrambe le manifestazioni rappresentano l’anima di Larino.
Sei carri, tanta musica e tanta allegria per la gioia dei bambini, la spensieratezza dei più grandi.
Grazie giovani, a voi  l’applauso.

22 febbraio 2017

ATTENZIONE

Franco Arminio da Bisaccia il poeta scrittore contemporaneo che più mi appartiene. Sarà perché è un meridionale della parte più a sud dell'Irpinia, poco lontano dalla Puglia e dalla Basilicata; un paesologo a cui piacciono i luoghi dove, come a Trevico, "diverse storie s'incontrano e si raccontano". E a Trevico, questo delizioso paese a nord di Bisaccia, posto su un monte alto poco meno di 1100, da dove si può spaziare su un panorama immenso, Franco ha aperto, due anni fa, la Casa della paesologia.
io e i Venditti
all'inaugurazione della Casa della paesologia con Franco Arminio
C’ero anch’io all’inaugurazione di questo luogo d’incontro e, poi, alla visita della casa nativa, oggi centro culturale, di Ettore Scola. Il grande regista, che ho avuto la fortuna di conoscere anni fa e vivere, nel giardino di Villa Farnese, una bella serata con lui intorno a un tavolo, chiacchierando di vino e di cibo. L’occasione, un’edizione del Globo d’oro, la manifestazione dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, che premia il miglior film dell’anno, prodotto in Italia,  e dà riconoscimenti ai personaggi del cinema italiano.
Gianluca Venditti e Franco Arminio
nella sede dell'Afra
Sarà anche perché l’ho conosciuto una sera all’Afra di via Marconi, in Larino,  l’associazione culturale dedicata a Antonella Franceschini, quando è stato chiamato a presentare uno dei suoi libri “Geografia commossa dell’Italia interna”, uscito l’anno prima (2013) per la Bruno Mondadori editrice, e mi sono incantato ad ascoltarlo. Tutti temi a me cari. Sarà perché quella sera ha voluto regalarmi questo suo libro, molto bello, con una sua dedica “A Pasquale, poeta della terra”, il poeta che vorrei essere.
Sarà perché l’ho seguito nella sua campagna elettorale (elezioni europee 2014), candidato della lista di Tsipras e mi sono divertito con i suoi spot e i suoi filmati, tutti originali e uno più bello dell’altro. Penso al suo discorso fatto a  un gregge che passava sulla strada asfaltata.
Sarà che ci siamo incontrati lo scorso anno, a marzo, a Piedimonte Matese a dibattere di un prodotto a me caro, l’olio, in occasione della terza edizione del concorso “Buonolio Salus Festival”, organizzato dal bravissimo e appassionato Vincenzo Nisio, mio amico.
Chiudo dicendo che il poeta e scrittore Franco Arminio mi appartiene, anche, per i profumi che ci inebriano e i sapori che ci appagano, tutti mediterranei come il vino e l’olio.

21 febbraio 2017

Giuseppe, Antonio, il vino e i bei ricordi

Giuseppe e Antonio
Sono passati a salutarmi Giuseppe L'Abbate della Trattoria "Nonna Rosa" di Campomarino e Antonio Mastrogiuseppe di Gustoloft di Larino. A riceverli due bottiglie di vino storiche: Aglianico 1987 della Masseria Di Majo Norante di Campomarino, l'azienda che ha dato il via alla vitivinicoltura molisana e lustro agli antichi vitigni; una bella bottiglia del Coltiva dedicata alla prima grande manifestazione dell'Enoteca italiana di Siena, presidenza Margheriti e mia direzione, organizzata (1986) a Roma al grande centro della Scuola dello Sport.

La grande istituzione dello sport italiano, allora diretta dal maestro Gianfranco Carabelli con Domenico Vari responsabile dell'organizzazione.

Il primo incontro del vino con lo sport ed il primo degli incontri del vino con il turismo, la moda, l'arte, la musica, la letteratura, l'umorismo, gli abbinamenti che hanno portato aria nuova nel mondo del vino e stimolato la sua Rinascita.

Erano presenti olimpionici come la grande Sara Simeoni, insignita, in  quell'occasione, del premio "Rosa d'Oro"; Il mitico Daniele Masala, e i leggendari fratelli Abbagnale; il campione d'Europa, che, l'anno dopo, diventerà campione del mondo di boxe,  Gianfranco Rosi; i campioni del triplo, Giuseppe Gentile, e del salto in alto, Erminio Azzaro , e tanti altri, come un grande campione del passato, poi famoso nella moda, Ottavio Missoni, e il primo direttore della Scuola dello Sport, Mario Vivaldi, un personaggio che mi è rimasto nella mente e nel cuore.

19 febbraio 2017

Emigrazione e migrazione

di  Nicola Picchione

I panni della sposa-foto di Nicola
L’emigrazione iniziata a Bonefro nel dopoguerra ( seconda ondata) fu una vera emorragia che rese il paese anemico. Il bisogno muove le persone. Alcuni bonefrani erano andati “volontari” finanche nella guerra di Spagna e d’Africa per necessità. Si emigra, dunque, per bisogno. Occorre però anche un’altra molla: la voglia di migliorare. A parità di condizioni economiche c’è chi emigra e chi no. Il migrante è un insoddisfatto che cerca di progredire, anche a costo di sacrifici. Chi lasciava la terra o la bottega si avventurava in terre a lui sconosciute, non importava se fuori o dentro l’ Italia. Era insoddisfatto delle sue condizioni. Sapeva di andare incontro a difficoltà. Chi andò nel nostro Nord patì spesso gli stessi disagi e le stesse umiliazioni di chi andò all’estero, se non maggiori. Terroni disprezzati, considerati ignoranti anche quando non lo erano, considerati invadenti e rumorosi e fastidiosi anche quando non lo erano - come i bonefrani silenziosi, chiusi, votati al lavoro, gelosi della propria dignità - si vedevano rifiutata la casa in affitto. Esistono filmati nei quali si vedono uomini del Sud trasformati da contadini in operai della FIAT di Torino dover andare a dormire alla stazione per poi affrontare 10 ore di lavoro alla catena di montaggio. Italiani erano ammassati in baracche in Germania. Impararono presto che non si doveva dar fastidio alle ragazze, non si doveva urlare nei bar, non si doveva gettare la carta a terra; ma dovettero aspettare molto per avere stima e rispetto. L'emigrante deve sapersi adattare per essere accolto dal Paese che lo ospita ma senza perdere la memoria del Paese dove è nato: due vite in una. Un innesto non sempre facile.
I bonefrani si diffusero in America e in Europa. I più fortunati andarono in Canada Lasciarono la famiglia, la casa, la terra, le tradizioni. Affrontarono mondi e culture diversi con la volontà di progredire e allontanare i figli dalla miseria. Molti fecero fortuna ma non tutti riuscirono ad ambientarsi. Raccontava mio padre che emigrò in Canada nel 50 che molti sarebbero tornati subito indietro se avessero avuto i soldi per il viaggio e se non avessero avuto il pudore per una troppo rapida sconfitta. Si sentiva dire: “Non gli fa aria”. Non era questione di aria ma di diversità, di sentirsi respinti, non capire e non essere capiti. L' emigrato deve affrontare una realtà colma di disagi non solo materiali. Si partiva illudendosi di guadagnare molto con poco lavoro ritenendosi avvezzi sin da piccoli al lavoro duro poi si scopriva un mondo impietoso nel quale occorreva produrre molto. All’inizio bisognava accettare lavori umili (sembra di descrivere una realtà oggi tanto vicina a noi e che non riusciamo più a capire). Mi raccontarono di C. che abitava sulla Cittadella. Un giorno d’estate nell' Ontario stava spargendo sulla strada il bitume; sudato, sporco, nero si sentì urlare in dialetto da un’auto in corsa sulla metà libera della strada: “ C. quest’ è Amèric’ eh?”. Alzò la testa. Pensò (come poi raccontò): “Chi è questo figlio di buonadonna?”. Era- ma lui non lo seppe mai perché l‘auto continuò la corsa - un paesano che viveva a Montreal e passava là .
I vecchi, quelli della prima ondata di emigrazione che erano tornati a Bonefro, lo avevano raccontato: l’ America è dura, nessuno ti guarda in faccia, ti fa guadagnare ma ti umilia, non sei più un uomo, sei uno strumento di produzione. Ma i giovani non credevano. L’ America era il sogno. E i molti che tennero duro furono compensati poi col benessere e i loro figli che a Bonefro sarebbero rimasti contadini o, se fortunati, piccoli impiegati hanno fatto grandi progressi e conquistato anche posti di potere e di prestigio. Perché il bonefrano è (era) duro, non cede, sa stringere i denti.
Andare in Canada non era facile. Bisognava superare una serie di ostacoli. Dovevi trovare innanzitutto uno che ti facesse l’ “atto di richiamo”. Poi uno che ti garantisse la sopravvivenza a sue spese in caso di bisogno. In pratica, dovevi trovare uno con la cittadinanza canadese che trovasse un datore di lavoro che ti facesse la richiesta scritta da presentare alle autorità. Per farlo il datore di lavoro voleva essere pagato. Mio padre dovette trovare 100 dollari (erano tanti, allora; bisognava fare debiti) da inviare per uno sconosciuto che gli facesse l’atto di richiamo. Poi l’amico, procurata la chiamata, doveva impegnarsi (nero su bianco, sul Comune canadese) che avrebbe provveduto lui a sostenere l’emigrante in caso di bisogno. Questo era il primo passo, il più importante. Ricordo mio padre che aspettava l‘atto di richiamo: quando doveva passare il postino si affacciava cento volte dalla bottega di falegname sulla strada- matita sull'orecchio, sigaretta in bocca, martello o sega in mano- poi da lontano vedeva il postino che sapeva e gli faceva cenno con le dita: niente, non ho niente per te. E mio padre si guadagnava l’ inferno, prendendosela con i santi e si procurava l’ulcera allo stomaco fumando sigarette. Dopo occorreva il passaporto. Poi tutta la famiglia doveva andare dal radiologo indicato dal consolato canadese per fare una lastra del torace: nessun membro della famiglia doveva essere malato. Finalmente si aspettava la chiamata del consolato da Roma. Altre uscite dalla bottega di mio padre in attesa della chiamata ad intravedere la comparsa del postino, altri santi all’aria, altre sigarette. Intanto si informavano su di te: se eri “pulito”, se non eri comunista. Le notizie le davano ufficialmente i Carabinieri ma si sapeva che le davano anche il prete ed altri. Qualcuno non riuscì ad emigrare perché comunista. Venuta la chiamata, tutta la famiglia doveva andare a Roma, al consolato. Per tutte queste faccende i bonefrani ricorrevano ad agenti di viaggio. C’era una donna di un paese vicino che si interessava degli emigranti. Li accompagnava a Roma, procurava il biglietto di viaggio in nave, sbrigava le varie faccende burocratiche. Era robusta, bionda ossigenata, con le labbra dipinte e le unghie lunghe smaltate di un rosso brillante. Fumava, anche. Doveva essere, per quei tempi, una donna in gamba. A ripensarci, doveva essere venuta da lontano. Forse aveva capito che piazzarsi in una zona di emigranti e dare la propria disponibilità a risolvere tutti i problemi burocratici le avrebbe fruttato buoni guadagni. I cafoni erano inesperti di viaggi, buoni solo a lavorare. A Bonefro una così non poteva sfuggire ai pregiudizi. La chiamavano “ Signòr’ “( con la o aperta per distinguerla dal signore maschio) ma quando non c'era si riferivano a lei dicendo: “ e' vist quellu zucc'lon' di M.?” Non c’è da meravigliarsi. Le nostre donne vestivano scuro, col fazzoletto che copriva il capo; in chiesa erano ben separate dagli uomini. Di smalto nemmeno a parlarne e il fumo era solo quello del camino che ti entrava negli occhi quando c’era vento. Quel mondo chiuso da secoli nelle sue tradizioni e nelle sue regole non poteva non vedere con sospetto e disprezzo chi quelle regole ignorava, anche se prestava un servizio utile. Non cambia il mondo: i diversi sono sempre sospettati e tenuti da parte. Toccò anche a loro, agli emigranti bonefrani, quando saranno lontano.
A Roma doveva andare tutta la famiglia, era un gran viaggio. Per molti (donne e ragazzi, gli uomini avevano fatto il militare) era il primo lungo viaggio. In terza classe con duri sedili di legno, la locomotiva che lenta sbuffava come un bue sotto sforzo. Ma per i ragazzi era una gioia respirare il fumo nero del carbone prima che sfioccasse nel cielo, vedere da lontano qualche paese che non era diverso dal proprio ma sembrava di attraversare un altro mondo. Nel consolato canadese c’era uno stanzone enorme, pieno di gente che proveniva da tante parti. Del Sud, prevalentemente. Quasi tutte famiglie numerose. Accalcati, in tanti seduti a terra. Abiti scuri da festa, coppole nuove. Volti tesi, scavati, scuri. In ansia peggio di un esame. Si aspettava per ore. Bisognava che tutti i membri della famiglia fossero visitati dal medico e trovati sani. Poi l’aspirante emigrante entrava dal “console”(un funzionario) e veniva interrogato a lungo. Se veniva ritenuto idoneo, aveva la gioia di vedersi mettere il visto sul passaporto. Quando uno usciva, era quasi assalito: come è andata, ti hanno preso? La domanda era superflua: lo capivi dal viso se era andata bene o male. Se tutti i preparativi, i soldi mandati al datore di lavoro, la gratitudine all’amico che si era interessato a te, se le ansie avevano avuto un risultato positivo o tutto era stato sprecato e dovevi rimanere in paese, perdente, condannato a continuare a sudare e bestemmiare (se la bestemmia fosse un peccato mortale- come sostengono i preti- la maggior parte dei bonefrani di allora sarebbe tra le fiamme eterne). Ricordo quando uscì mio padre. Ero un ragazzo ma certi momenti non si dimenticano. Lo avrei riconosciuto anche da lontano, era alto tra quegli uomini tutti bassi ma io e mia madre eravamo in attesa il più vicino possibile alla camera dove era entrato. Uscì pallido e teso poi fece un sorriso. “Mi hanno preso, disse, ma qualche figlio di buonadonna (disse, veramente, un’altra parola) deve avere scritto una lettera anonima”. Era riuscito ad avere l’atto di richiamo come lavoratore agricolo anche se non era contadino. Si era preparato a sembrare contadino, andava a prendere il sole nell’orto, zappava per farsi più calli alle mani sulle quali strofinava gusci di noci per scurirle. Il “console” gli aveva detto a muso duro: tu non sei contadino ma lui aveva insistito, si era dichiarato pronto a parlare di agricoltura (chi a Bonefro non sapeva qualcosa di agricoltura?). Per prova aveva mostrato una licenza agricola da militare. “Allora tu sei fascista?” gli disse il funzionario. Bisognò spiegargli che allora il fascio era su tutti i documenti ( non avrebbe capito se gli fosse stato aggiunto che quasi tutti gli italiani erano a modo loro fascisti). Per fortuna c’era un impiegato italiano che confermò. Alla fine, il “console” disse. “ Ti metto il visto ma tu non sei contadino”. Tralascio il commento di mio padre.
Forse a quel funzionario che chiuse un occhio debbo se ho potuto studiare. Quando si dice il destino.
Tutto questo era il preludio alla partenza.
Le partenze erano tutte eguali: si preparava una grande cassa di legno (conservo ancora quella di mio padre oltre al biglietto della partenza da Napoli sul Vulcania e il suo primo passaporto con quel visto). La cassa conteneva di tutto, come se si andasse in un deserto. Quasi a portare con sé parte della casa, degli oggetti familiari. Per non sentirti solo, per illuderti di avere ancora vicino parte di ciò che hai lasciato. Biancheria, alimenti compreso olio e salsiccia ( per sicurezza hai fatto saldare anche il coperchio da mast’ Rom’l’ ) che regolarmente all’arrivo erano sequestrati.
Il giorno della partenza la casa si riempiva di amici che venivano a salutare. Venivano presto, sedevano in cerchio. Non era proprio un giorno di festa. Le frasi sembravano più di incoraggiamento che di gioia. “ Allora- diceva banalmente qualcuno tanto per rompere il silenzio- è arrivata la partenza?”. Quasi ti aspettavi che qualcuno mormorasse la parola consueta per la scomparsa di una persona cara: “rassegnazione”, anche se poi ti augurava buona fortuna. Era una sorta di addio, si andava in un altro mondo: il desiderio di andar via, di cercare fortuna era sopraffatto dal dolore della partenza. Si lasciava un genitore anziano che forse non si sarebbe più rivisto; si lasciava la propria casa. Chiudevi per sempre la bottega dove avevi lavorato, cantato, sperato; dove entravano gli amici a parlare. Dove ti chiamavano mastro. Dove eri padrone di te stesso e del tuo lavoro. O lasciavi il campo che avevi comprato con grandi sacrifici, dove avevi sudato, dove avevi visto crescere il grano e sperato in un buon raccolto. Si lasciavano la moglie e i figli. Tutto quello che ti era sembrato un miraggio e che ora è alla tua portata, quel nuovo mondo che sognavi ora ti sembra quasi minaccioso.
Qualche amico si raccomanda di fargli l’atto di richiamo: una sorta di catena, anello dopo anello. Poi arriva l’auto che ti porterà alla stazione e sono gli addii. Vedi allontanarsi la casa mentre tutti ti salutano con le braccia alzate finché l’auto non scompare dietro la curva; le case spariscono, giri la curva del Ciciliano, giri la Crocella, percorri quella strada che conosci quasi sasso per sasso. Il bivio, l' Acqualata, i Montazzoni. Quando sei sul treno,il paese ti sembra già lontano. Gli occhi tornano asciutti. Pensi al futuro. Pensi che quando tornerai sarai diverso.
Non si portavano dietro solo i bagagli, gli emigranti. Si portavano una pesante valigia carica di tradizioni, di regole ritenute assolute. Il rispetto degli anziani, della parola data; il senso anche esasperato della famiglia e della gerarchia familiare, la consuetudine di tenere nel chiuso della casa i propri problemi ( n'n t' fa sepé i fatte tè); l'abitudine a limitare le esigenze consumando poco e risparmiando. Si andava verso il benessere che liberava dal bisogno ma si lasciava l'aria limpida del proprio paese; si barattavano le strade piccole e silenziose con il traffico e i rumori. Non più le vie per S. Vito o per la Fisca o per Collefreddo simboli di un lavoro millenario, non remunerativo, pesante come una maledizione; non quelle piccole fontane sparse per la campagna ognuna col suo nome come una fedele alleata. Il caffé di Col' d' Stef'n o la cantina di Colabella sostituiti da bar moderni dove incontrarsi la domenica per sfogarsi, parlare il proprio dialetto, chiedere notizie.
Si partiva con l'idea ereditata dal fascismo caduto da poco che gli italiani sanno fare tutto e sono i migliori e si sbatteva contro la delusione d'essere giudicato ignorante, chiassoso, magari sospettato di mafia.
Non sarà duro soltanto il lavoro. Bisognerà camminare in salita, guadagnarsi non solo il pane ma anche la stima, giorno dopo giorno sino a sentirsi diverso. Integrato. Si impareranno, tuttavia, tante cose; le vedute si allargheranno, il gusto si affinerà. Ci si misurerà con gli altri scoprendo le proprie capacità e anche i propri limiti. Si capirà che non siamo i migliori come ci eravamo illusi sull'onda della demagogia fascista. Si avrà una diversa visione del mondo e delle persone. Non si guadagneranno solo soldi.
Anche gli altri saranno diversi. I tuoi figli saranno cresciuti e forse ti raggiungeranno prima che tu possa tornare. Se avrai fortuna. Se verranno da te, se verrà anche tua moglie sarà la rivoluzione definitiva della tua vita. Dovrai accettare anche ciò che prima ti sembrava assurdo. Dovrai liberarti di tante idee nelle quali credevi. Dovrai sembrare moderno, senza pregiudizi. Dovrai sopportare tante innovazioni, in nome della libertà di ognuno. Potrai conservare qualche vecchia abitudine ma sarai costretto a rinnegare parte delle tue radici. Fingerai di essere diventato moderno, elastico, comprensivo. Finirai anche tu col parlare magari con quell’ accento bastardo che non è del Nord e non è più del tuo paese del quale ridevi; oppure- se andrai in America- imparerai parole strane che finirai con storpiare; dirai “ya” al posto di scin’ e job al posto di lavoro: la terra che ti ospita finirà per apprezzarti, per ricredersi su tanti pregiudizi sul Sud ma dentro di te rimarrai uno sradicato, estraneo nella nuova terra e quasi estraneo se torni al tuo paese. Soffrirai la nostalgia della tua terra se rimarrai per sempre lontano; soffrirai la nostalgia della nuova terra se tornerai in paese.
Di tutto questo ti renderai conto lentamente. Il tempo di farci il callo. Per ora pensi solo al lavoro. Per il lavoro parti: per ciò che, speri, il lavoro darà a te e alla tua famiglia.
Lentamente la catena della fortuna si allunga. Goccia dopo goccia, il paese si dissecca. Braccia dopo braccia perde le forze che si spandono nel mondo . Una sorta di esplosione di una bomba che manda schegge in ogni parte. E sembra una fortuna. Non solo la via dell’estero. Il Nord del nostro Paese reclama forza lavoro, manuale e intellettuale. Non cambia mai, il Nord: cresce con le braccia degli altri che tuttavia accoglie con sospetto spesso anche con disprezzo e che tende ad emarginare, che considera inferiori, dei quali diffida. Il Lecce-Milano sbuffa col suo carico umano di terroni che emanano sentore di sudore accumulato e penetrato nella pelle come un tatuaggio, come un marchio, con le valigie di cartone legate con lo spago accatastate negli scompartimenti, nei corridoi, nei gabinetti. Le stazioni delle grandi città del Nord rigurgitano di folle che si portano dietro carichi di sofferenze, storie di miserie e molta voglia di cambiare. Il Nord accoglie con supponenza: non sa che anche lui dovrà cambiare. Quelli che considera i suoi servi saranno i suoi cittadini, la sua forza.
Case un tempo affollate si svuotano, ammuffiscono. L’ ufficio postale (allora non c’era la Banca) accumula risparmi.
A Bonefro, in quel periodo, escono persone entra carta moneta.
Spesso si trovava un amico, un parente che ti ospitava o ti trovava una pensione. Non sempre si trovava subito lavoro specie se arrivavi con l’inverno alle porte. Non solo non si poteva mandare danaro a casa ma non si poteva pagare la pensione. Mi raccontava mio padre che venne Natale e non aveva ancora trovato lavoro, nemmeno il più umile. La padrona di casa, di Montelongo, cercava di consolare lui e Michele, l’ amico col quale era partito da Bonefro: “Non preoccupatevi, finito l’inverno troverete lavoro e mi pagherete”. A pranzo fu messo un grande tacchino ma loro due ne presero un pezzetto piccolo. Avevano fame ma non avevano il coraggio di prenderne di più anche se la padrona li incoraggiava. Michele batteva il piede sulla gamba di mio padre, sotto il tavolo: se ne avesse preso un altro pezzetto, ne avrebbe preso anche lui. Non trovarono il coraggio e quel tacchino durò molti giorni.
A Montreal i paesani si ritrovavano al bar tra “papinò e santacaterina” . Il loro saluto non era: “Come stai?” ma “Tieni a jobba?”. E' lo stesso spettacolo che vediamo oggi nelle nostre città con gli stranieri che si incontrano la domenica: ogni gruppo etnico in un luogo tacitamente convenuto per parlare la propria lingua, per avere notizie del proprio paese, per sentirsi meno soli. Guardati con diffidenza.
Mi scuso per alcuni ricordi personali ma ho voluto testimoniare con l’esperienza diretta che cosa voleva dire emigrare. Per dare un’idea della vita dell’emigrante, occorrerebbe uno spazio ben maggiore di quello- già eccessivo- che ho preso in questa annotazione. Bisognerebbe parlare anche delle mogli che rimanevano in paese. L’unico mezzo di comunicazione erano le lettere. Qualche foto aggiornava l’aspetto, il volto. Non sentivi più la voce e potevi quasi dimenticarla: quando rividi mio padre dopo alcuni anni, chiesi a mia madre se lui avesse cambiato voce: non la riconoscevo. Si aspettava con ansia che arrivasse la lettera, unico legame materiale, e se tardava qualche giorno erano preoccupazioni e paure. Anche quando si pensava ad altro, quando si appariva sereni il pensiero della lontananza era incombente. Ho ancora il ricordo di un giorno d’estate, pochi mesi dopo la partenza di mio padre. Mia madre era a cucire con la sua migliore amica, la moglie di Michele emigrato con lui. Una giornata d’ estate luminosa e fresca, di quelle che riescono a farti sentire ottimista e allontanano i cattivi pensieri. La porta era aperta, sulla strada. Loro due parlavano serene. Poco lontano si fermò il camioncino di un ambulante. L’altoparlante cominciò a trasmettere la voce di Claudio Villa che cantava una vecchia canzone: Terra straniera, quanta malinconia. Smisero di colpo di parlare; i loro occhi si riempirono di lacrime.
Lascio cifre e analisi sull’emigrazione dei bonefrani a chi ha altra autorità e altra professionalità (molti dati sono sui libri mai abbastanza lodati di Michele Colabella). Le mie note hanno scopo diverso e più umile. Non sono analisi, non sono racconti : non hanno lo stile né delle une né degli altri. Sono soltanto un semplice richiamo al nostro passato non troppo remoto, un invito a ricordare e a guardarci indietro che, ogni tanto, non fa male.
L’ emigrazione ha oggi un significato concreto e attuale, anche se per noi diverso. Oggi siamo noi l’ America per i poveri del mondo che, però, praticano un sistema diverso, la migrazione. Qualche anno fa Eco ha puntualizzato la differenza tra emigrazione e migrazione. La prima è regolamentata, esige documenti e patti precisi. Esige soprattutto che sia il Paese ospitante a chiamarti, sulla base delle sue esigenze e secondo le sue regole. La migrazione avviene senza regole. Arrivi anche se non sei chiamato. Ti nascondi, corri più pericoli. Sogni il paradiso e diventi spesso vittima di chi ti sfrutta per darti pochi danari. Per sopravvivere rischi di diventare violento. La schiavitù non è passata. L’uomo è sempre stato un migrante, così ha popolato la Terra. Interi popoli si spostavano. In genere usavano la forza, l’invasione, sempre spinti dal doppio bisogno materiale e psicologico. Venivano inutilmente contrastati con mura alte o fossati, battaglie. La fame fa vincere. Poi vincitori e vinti si amalgamavano e nascevano nuovi popoli e nuove civiltà. Nuovi linguaggi: i milanesi sono orgogliosi del loro essere lombardi e parlare una lingua che deriva anche dai longobardi invasori. Oggi i migranti non arrivano con le armi ma è invariata la determinazione a rimanere. Noi non siamo in grado di respingerli: non possiamo o non vogliamo. A cominciare da chi li disprezza ma poi va avanti con il loro lavoro. Ma questi sono altri discorsi. Si rischia di cadere nella politica che, invece, deve rimanere lontano da queste note riguardanti Bonefro com’era e, credo, come erano tanti altri paesi poveri di questa nostra terra ora rivestita con panni nuovi e non più laceri che talvolta ostenta come un povero arricchito.
Bisognerebbe parlare anche dell’ emigrazione di coloro che avevano studiato e non trovavano sbocchi soddisfacenti in paese.
Emigrazione e migrazione sono emorragie gravi: sintomo di depressione soprattutto economica ma per se stesse malattie debilitanti il territorio di partenza. Forze fisiche e intellettuali che causano ulteriore deterioramento. E’ come se preparassi un campo, lo seminassi, lo curassi e al momento del raccolto lo abbandonassi. Ma anche queste sono considerazioni di sociologi e intellettuali, lontane dai propositi di queste che chiamo semplici annotazioni .
Forse sarebbe bene se qualcuno annotasse i racconti dei vecchi bonefrani tornati dall’estero ancora viventi. Sarebbero testimonianze preziose. Si capirebbero meglio non solo il passato ma anche tanti aspetti della vita attuale, nostra e di altra gente.
Luglio 2008
Nicola Picchione

GRUMI DI PRECARIETA'

                                                                                        
E' una parola che spaventa. Poggi sulle sabbie mobili, sei portato via da una corrente che ti trascina via in un futuro che ti minaccia. Precario il lavoro: come puoi farti una famiglia? Precarie le unioni. Non è precario solo il lavoro, siamo passati da una società solida a una fluida anche per l'illusione di una libertà individuale assoluta allergica ai legami, alla stabilità. Cadono i vincoli della famiglia, ognuno vive per sé. Cadono anche i vincoli della fede, la religione si scioglie nella sociologia, dalla promessa della vita eterna e del paradiso scade nella promessa del pane quotidiano che non ti può dare: il benessere del corpo ha corrotto l'anima.
Non più uno sciame compattato da una intelligenza collettiva che supera quella individuale.
Non si marcia insieme, ognuno per proprio conto per la propria salvezza. Cadono gli ideali che rotolano nel precariato quotidiano. Cadono anche i confini che delimitavano i popoli e li univano, cade la tradizione cioè l'accumulo di ricordi comuni, di una lingua comune, di un modo comune di vivere, mangiare, raccontarsi, camminare insieme, di sentirsi legati al proprio territorio. Esiliati nella propria terra. Vorremmo reagire senza buonsenso, con la forza che però non abbiamo.
Ci sentiamo non padroni di casa che accolgono ma occupanti che temono lo sfratto.
La patria è un ricordo retorico. Cade il programma per il futuro, la precarietà travolge tutto. Non c'è quasi più la fabbrica, simbolo del lavoro che univa padrone e operaio pur negli scontri periodici. E' sostituita dalla volatilità, dal nomadismo del lavoro con la minaccia del non lavoro, il non luogo della massima resa in cerca di uno sfruttamento vagabondo e ricattatorio.
La dignità del lavoro, il gusto del fare bene, il posto di lavoro come seconda casa scacciati dalla paura della precarietà, dalle regole stravolte dalla necessità, dal ricatto.
Il cerchio si chiude: la voglia di una libertà senza limiti dell'individuo carpita da pochi, trasformata in schiavitù per molti. La globalizzazione del mercato ha indotto quella del lavoro, la mobilità delle merci ha aperto la strada alla mobilità dei popoli rompendo equilibri, concentrando e diradando, sostituendo gli incontri con gli scontri.
Non solo la ricchezza si chiude nelle mani di pochi ma tutto il potere si concentra, si nasconde e sfugge al controllo dei popoli: la democrazia ridotta a involucro svuotato e maschera ingannevole.
Confini-nonconfini, idee-nonidee, libertà-nonlibertà. Non un insieme armonioso ma grumi che si scontrano. Ognuno vuole prevalere e imporre la sua musica. Cresce l'insicurezza che divora l'anima e la voglia illusoria di un salvatore che faccia tornare ordine e sicurezza. Ci eravamo illusi di una pace infinita garantita da guerre fatte lontano da noi con le nostre armi. Ci eravamo illusi di avere allontanato un Dio ritenuto opprimente e lo abbiamo sostituito con simulacri più oppressivi e con un vuoto che ci terrorizza e ci fa rinchiudere in una fragile fortezza. Ci sentiamo minacciati da guerre condotte con strategie che non sappiamo combattere e da una povertà che si è svegliata e bussa alla nostra porta trovandoci impreparati.
Siamo caduti in un utilitarismo senza ideali e stiamo precipitando senza rendercene conto in quella che è stata definita disumanità della condizione umana.
Non riusciamo a equilibrare il necessario istinto di protezione con la virtù dell'empatia, capire gli altri. Stiamo provando a rintanarci nell'antro di Platone anche se giriamo il mondo. L' Europa ha illuminato il mondo con la conoscenza, ha proclamato la libertà e la fratellanza; ha costruito il benessere ad un prezzo che ora sembra essere troppo alto e non ha più neanche il coraggio di procreare.
Le nostre città sono stuprate non dallo straniero che ci spaventa ma dal palazzinaro e dal corrotto, verme che invade un organismo malato.
Il sognato dominio sulla natura è naufragato nella paura della natura perché non sostenuto dall'amore per la natura.
Non si conosce più il linimento della preghiera e la parola non è un legame ma una minaccia: si urla ma non si ascolta. L'Occidente dovrebbe fermarsi, deporre l'orgoglio, meditare, rafforzarsi, curarsi. E' troppo vecchio e stanco per farlo, per arrestare il lento declino. Troppo prigioniero di se stesso e delle sue paure. Vive nella precarietà e si dibatte in una prigione da lui stesso edificata.
Eppure è necessario sperare. Nei giovani.
In quelli che continuano a combattere per una società diversa e più giusta, che studiano e lavorano e malgrado tutto riescono a guardare il futuro.

18 febbraio 2017

NIENTE E’ ANCORA PERSO, SE IL PARLAMENTO ITALIANO ESPRIME IL SUO NO AL CETA

di Pasquale Di Lena
Il trattato, Ceta, approvato lo scorso mercoledì e, in pratica, già operativo, può essere, però, cancellato dai 38 Parlamenti nazionali dei 28 stati membri dell’Unione europea. Questo passaggio, non previsto dall’Europa e imposto dalla rete con milioni di firme raccolte, è una vittoria della mobilitazione della società civile europea che, in questo modo, ha fatto sentire la propria voce, grazie a Avaaz in particolare. La stessa mobilitazione che deve servire per far dire No al Ceta al  Parlamento italiano e a quelli dei rimanenti 27 Paesi dell’Europa.
Se l’approvazione del Ceta, il trattato Eruopa – Canada, per i suoi risvolti negativi riguardanti, il territorio, l’ambiente, i principi di solidarietà e di cooperazione, le disuguaglianze e i diritti, ha aperto una delle pagine più negative scritte dal Parlamento europeo, ci sono spiragli che fanno intravedere la luce e capire che niente è perduto. Si tratta del passaggio, per l’approvazione definitiva di questo trattato, ai Parlamenti nazionali, un successo della straordinaria mobilitazione da aggiungere a quello che ha visto aumentare, in modo significativo, il numero di parlamentari europei che hanno votato contro il Ceta.
Ora, però, per vincere definitivamente, è necessario raddoppiare gli sforzi di ognuno per:
-                  sensibilizzare il Parlamento italiano e mobilitarlo per una informazione corretta dei cittadini e non strumentale o propagandistica alla Renzi e i parlamentari europei del suo Pd;
-          stimolare l’impegno delle forze che hanno votato contro il Ceta a Bruxelles (Verdi, Lista Tsipras, Lega, M5S, i rappresentanti della sinistra del Pd) per dar vita – possibilmente in pieno accordo e insieme - a campagne di sensibilizzazione e mobilitazione nel Paese;

-          far venire allo scoperto quanti non ancora si sono espressi nel merito, come tanti rappresentanti delle istituzioni; organizzazioni impegnate nella difesa dell’ambiente e del paesaggio; dell’agricoltura e del mondo contadino; dell’enogastronomia di qualità; della legalità e della giustizia;

-          convincere le centinaia, migliaia di associazioni, movimenti sparsi nel Paese, a mettere all’ordine del giorno del loro impegno anche quello di respingere il Ceta per rendere questa questione filo conduttore  e rafforzamento di tutte le battaglie per la difesa de: il territorio e le sue fondamentali risorse, in primo luogo l’ambiente e il paesaggio; il cibo di qualità che esprime diversità; la salute; la giustizia e, soprattutto, la sovranità nazionale.
Si sa che, diversamente da quello che vogliono far credere i propagandisti di questi trattati, l’approvazione del Ceta (Comprehensive economic and travel agreement) dà alle multinazionali il potere (anche se in parte rivisto, esso rimane) di citare in giudizio i governi e minacciare le norme che proteggono il territorio, la salute pubblica e i diritti sociali.
In pratica, diventano prevalenti gli interessi di queste potenze, a scapito dell’interesse pubblico, del bene comune, della giustizia, del riconoscimento della qualità del cibo, espressa dal territorio e dall’agricoltura contadina. Il riconoscimento delle Indicazioni geografiche (Ig) Dop, Igp e Stg, frutto di un percorso - avviato nel 1991 con il Regolamento Ue n° 2081- che ha fatto salire sul podio più alto l’Italia dei mille territori e dei cinquemila prodotti tipici legati, almeno da 25 anni, alla tradizione.
Ben 814, i riconoscimenti Dop e Igp italiani, riguardanti  alimenti e vini insieme, su i 2959 dei 28 Stati membri della Ue.  Come dire che il 36%  delle Dop, Igp e Stg di ventisette Paesi europei sono espressione dei territori italiani, un dato che dovrebbe toccare l’orgoglio di ogni italiano, ma visto il risultato di mercoledì scorso a Bruxelles, e il voto favorevole Ceta, fa dire che non è così.
Un primato mondiale conquistato con l’intelligenza e l’impegno dei produttori e delle loro organizzazioni, di enti e istituzioni, che il Ceta, con la soddisfazione dell’ex Ministro dell’Agricoltura e l’applauso dell’industria agroalimentare italiano, ha ridotto a 140 prodotti in tutto, di cui appena 41 quelli italiani. Ricordo che, che lo scorso anno, anche l’attuale Ministro dell’Agricoltura, Martina, per giustificare il suo assenso al Ceta e al Ttip,  si è dichiarato soddisfatto del possibile riconoscimento di 25 prodotti, dopo aver affermato, non a caso a Parma, la capitale, con le maggiori industrie presenti, dell’agroalimentare italiano, che lui era sì il Ministro dell’Agricoltura, ma che aveva ben presente anche le esigenze dell’industria.
Ed ecco come un percorso, quello delle Indicazioni geografiche, faticoso ma esaltante, che ha fatto tagliare traguardi importanti all’Europa ed ha dato al nostro Paese un primato mondiale, vengono stracciati dal Parlamento europeo, che aveva il compito di difenderli visto che, nel corso del tempo, li aveva approvati.
Succede quando a guardia del pollaio si mettono le volpi, che le lobby, con tanta pazienza, hanno ben ammaestrato! E questo nel momento in cui il glocale ha tutto per essere protagonista del globale, e, così, imporre ai governi e alle multinazionali, ai produttori e ai trasformatori, la regola del confronto al posto di quella basata sulla forza, la prepotenza, la prevaricazione.
 La regola che porta a dire “NO al Ceta, No al Ttip”, e, soprattutto, “NO Protezionismi, NO Privilegi delle Multinazionali, SI al Commercio libero e equo”per una vera globalizzazione che, solo così, ha tutte le possibilità di offrire vantaggi per tutti, dare respiro al clima e al globo, far sognare il domani.
Chiudo con pensiero ai socialdemocratici o popolari, i cosiddetti progressisti, riformisti, ma, in verità neoliberisti, che hanno espresso - nel momento in cui c’è urgente bisogno di solidarietà e cooperazione - il loro voto favorevole, non rendendosi conto che, abdicando al loro ruolo di garanti della Costituzione; dei diritti; del bene comune, ambiente e paesaggio in particolare, hanno, prima di tutto,  tradito se stessi.
Le azioni che servono per impegnare il Parlamento a prendere iniziative e quelle atte a coinvolgere gli italiani a manifestare perché il Parlamento italiano trasmetta a quello europeo il No al Ceta, devono servire soprattutto a far ragionare i progressisti se si vuole avere certezza di questo risultato.







13 febbraio 2017

L’attacco al territorio e all’agricoltura contadina mette a rischio il primato delle eccellenze Dop e Igp 

Nella scorsa settimana è stato presentato il 14° rapporto sulle Eccellenze agroalimentari, dop, igp e stg, italiane e i media, in particolare giornali e periodici del settore, lo hanno pubblicato, - chi interamente e chi in parte - senza alcun commento.
 Il rapporto mostra un quadro altamente positivo e lo fa con una serie di numeri, significativo quello delle 814 Indicazioni geografiche, che segna un primato dei territori italiani e delle loro eccellenze alimentari, vini compresi.  I primi al mondo e neanche ci facciamo caso. Certo per noi è normale esserlo, vista la storia della ruralità diffusa in questo nostro Paese  e i suoi caratteri, con mille e mille territori in grado di esprimere qualità e diversità di prodotti.
 Sono, questi caratteri, tanta parte della fama della nostra cucina e delle ragioni del riconoscimento di uno stile di vita, ancor prima che di uno modo di mangiare, qual è la Dieta Mediterranea.
Eppure il processo per arrivare ad alzare le braccia sul gradino più alto del podio mondiale e, almeno una volta nel corso dell’anno, applaudire questo straordinario successo, non è stato per niente facile e, non tanto, per colpa del mondo contadino che, oggi più che mai, vive all’interno della filiera una situazione di eterna sottomissione, ma per interessi degli altri soggetti, i grandi dominatori, addetti alla trasformazione e/o alla commercializzazione dei prodotti di eccellenza, a partire dai vini.
Tutto frutto della lungimiranza dei legislatori che, nel 1963, hanno approvato il Dpr 930, quello del riconoscimento delle Doc e Docg per i vini italiani e del Comitato Nazionale. La stessa lungimiranza - sostenuta da una forte determinazione - dei dirigenti e funzionari ministeriali, nel mantenere fede a una vera e propria missione qual è l’amore per il territorio. Persone che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare nei loro luoghi di lavoro, amici che mi hanno insegnato che la qualità è nel territorio. Quella qualità di cui si sono vantati, giustamente, qualche giorno fa,  i protagonisti del Rapporto, sottolineando, con il  primato conservato e i dati tutti positivi, il significato e il valore del successo strepitoso e crescente del Made in Italy, soprattutto nel  mondo.
Ben 13,8 miliardi di euro il valore della produzione di queste eccellenze, una fetta pari al 10% dell’intero fatturato della produzione, che raddoppia (21%) con l’esportazione, a dimostrare che il mercato premia queste produzioni, non solo con l’incasso di 7,8 miliardi di euro, ma anche con un’immagine della qualità che irradia anche il resto del Made Italy.
La lungimiranza – come  sopra scrivevo  - la stessa che ha portato, agli inizi degli anni ’90, a trasferire in Europa, l’esperienza vissuta con le Doc e docg dei vini per allargarla a tutte le categorie e le specialità dell’agroalimentare europeo. Parliamo delle indicazioni  geografiche Dop e Igp riconosciute con Regolamento 2081 del 1991 e del processo che ha portato L’Italia a inseguire la Francia e, poi, nell’arco di un decennio, a superarla e distanziarla, e non di poco.
L’entusiasmo per questo quadro davvero esaltante contrasta, però, con la tristezza espressa dal modo di governare il territorio italiano, con la distruzione crescente di questo bene primario che ha raggiunto limiti non più sostenibili principalmente per colpa del: consumo di suolo al ritmo di 8/10 mq. al secondo e la sua trasformazione in cemento e asfalto; l’attacco costante a quell’agricoltura contadina che è, insieme con il territorio, una ragione della qualità dei nostri prodotti e del riconoscimento come eccellenze.
Infatti, non a caso, a macchiare un quadro bello e positivo c’è il dato del calo di superficie e di produzione delle eccellenze di fronte all’aumento del consumo e dell’esportazione delle stesse.
I Governi , mentre applaudono il successo di un patrimonio che il territorio esprime, non si tirano indietro, anzi, programmano il furto di questo bene comune che, se non è tutto, è comunque la base principale di questo successo. 
Un comportamento molto diffuso  che fa pensare  alla regola della mano destra che non sa quello che fa la mano sinistra, e viceversa.
Una regola perdente, propria di chi esprime l’accettazione di logiche e interessi di chi ha a cuore solo il profitto e,  pur di ottenerlo, opera per eliminare ogni ostacolo al raggiungimento di questo fine, anche se ciò significa lo spreco di un bene comune, il territorio, prezioso per  i tesori e i valori che esprime, come l’agricoltura e la ruralità. In particolare, l’agricoltura contadina con il conseguente abbandono dei territori che hanno più bisogno di attenzioni e cure per salvare l’ambiente, il paesaggio, le tradizioni.
In questo modo non è solo a rischio il primato mondiale delle eccellenze agroalimentare, ma, anche, quel straordinario patrimonio – quasi  cinquemila - di prodotti tipici tradizionali. Una  naturale riserva dalla quale attingere per incrementare il primato e rendere i dati, non solo più esaltanti, ma certezze per il futuro stesso dei territori, del Paese.
C’è da dire, anche, che l’intero podio rischia di crollare se vengono approvati i due trattati che l’Europa sta per firmare,  quello  con il Canada (dopodomani) e quello con gli Stati Uniti d’America, Ceta e Ttip, che servono a dare un potere in più alle già potenti multinazionali che, come si sa, privilegiano la quantità alla qualità, la uniformità alla diversità, e, riducono a poca cosa le sovranità nazionali.
pasqualedilena@gmail.com




VERITA’ E GIUSTIZIA SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Antonio De Lellis che ha curato
il libro "La vita prima del debito"

Esiste una causa comune ai disastri, saccheggi e devastazion ambientali?
Esiste una causa comune al malessere sociale determinato dalla mancanza di servizi essenziali e dalla mancanza di reddito?

Noi crediamo di sì. Si chiama debito!
Tutte queste cose hanno a che fare con la democrazia?
Se vuoi saperne di più partecipa all'assemblea nazionale di Roma prevista per il 4 marzo dalle 10,00 alle 17,00 c/o Spin Time Lab – Via S. Croce in Gerusalemme 55.


Assemblea nazionale di Cadtm Italia
De Lellis e una delle tante inizia a Termoli
(Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi)

Il mondo in cui viviamo è sempre più ingiusto.
La forbice tra i pochi che possiedono tutto e la gran parte delle popolazioni che non hanno nulla, in questi ultimi trenta anni si è allargata a dismisura.
Nel capitalismo basato sulla finanza, l’economia contemporanea si è trasformata da attività di produzione di beni e servizi in economia fondata sul debito.
La liberalizzazione dei movimenti di capitale, la privatizzazione dei sistemi bancari e finanziari, i vincoli monetaristi che permeano l’azione dell’Unione Europea hanno progressivamente reso autonome le attività e gi interessi finanziari, che ora investono non più solo l’economia, ma l’intera società, la natura e la vita stessa delle persone.  

Le scelte adottate dalle elite politico-economiche dell’Unione Europea e dei governi nazionali per rispondere alla crisi scoppiata dal 2008 in avanti, hanno trasformato una crisi -che a tutti gli effetti è sistemica- in crisi del debito pubblico.
Da allora, il debito pubblico è agitato su scala internazionale, nazionale e locale, come emergenza allo scopo di far accettare come inevitabili le politiche liberiste di alienazione del patrimonio pubblico, mercificazione dei beni comuni, privatizzazione dei servizi pubblici, sottrazione di diritti e di democrazia.
Oggi la trappola del debito pubblico mina direttamente la sovranità dei popoli, la giustizia sociale e l’eguaglianza fra le persone, così come perpetua lo sfruttamento della natura, con conseguente inarrestabile cambiamento climatico.
Già i paesi del Sud del mondo, a partire dagli anni '70, erano stati testimoni di questo circolo vizioso dell'indebitamento e delle politiche di aggiustamento strutturale imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali con conseguenze devastanti in termini economici e sociali. Ci sembra dunque fondamentale, nel momento in cui la spirale è approdata al continente europeo, imparare dagli errori del passato. 

Anche nel nostro Paese, il debito pubblico è da tempo utilizzato per ridurre i diritti sociali e del lavoro e per consegnare alle oligarchie finanziarie i beni comuni e la ricchezza sociale prodotta.
Un solo esempio basti a dimostrarlo: mentre per il sostegno alle popolazioni dell’Italia centrale duramente colpite in pochi mesi da due terremoti si stanziano 600 milioni dei 4,5 miliardi necessari, per risollevare 6 banche in fallimento si mettono immediatamente a disposizioni 20 miliardi di garanzie statali, da caricare sul debito pubblico del Paese. Mentre, per ogni evenienza, viene utilizzato lo spauracchio dell'aumento dello “spread” per rilanciare politiche di austerità e privatizzazioni. 

Occorre invertire la rotta. Occorre comprendere, elaborare e spiegare il fenomeno debito per creare azioni che rivoluzionino l’attuale sistema delle diseguaglianze. 

Occorre un’operazione di verità sul debito pubblico italiano, per conoscere come e per quali interessi è stato prodotto, quanta parte ne è illegittima, odiosa, illegale o insostenibile. 
Occorre un’operazione di giustizia sul debito pubblico italiano: in un Paese in cui quasi la metà della popolazione fatica ad arrivare alla fine del mese e una famiglia su quattro non riesce ad affrontare le spese mediche, non si può più accettare che le banche e i profitti valgano più delle nostre vite e dei nostri diritti. 

A questo scopo, Cadtm Italia (Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi), affiliato al network internazionale dei Cadtm (Tunisi, Aprile 2016), rete inclusiva di persone, comitati, associazioni ed organizzazioni sociali, prosecuzione strutturata e mirata dell’esperienza del Forum Nuova Finanza Pubblica e Sociale e sintesi operativa dei bisogni emersi dall’Assemblea-Convegno sugli audit locali (Livorno, Gennaio 2016) e dal Convegno “Dal G8 di Genova alla Laudato si’: il Giubileo del debito?” del 19 luglio scorso 

chiama tutte e tutti ad

 un’assemblea nazionale

Sabato 4 marzo 2017 a Roma 

Per confrontarsi su come costruire un'adeguata demistificazione della trappola del debito, organizzando un Centro Studi in grado di elaborare approfondimenti e proposte concrete su come uscire dall'economia a debito. 

Per costruire strumenti di conoscenza e proposte per generalizzare le indagini popolari (audit) sul debito pubblico a livello cittadino, locale e territoriale. 

Per confrontarsi su un programma di azioni concrete per uscire dalla trappola del debito.
  
Per affermare tutte e tutti che il nostro futuro è troppo importante per lasciarlo in mano alle banche.  

Perché il ripudio del debito illegittimo diventi il denominatore comune di comitati e movimenti impegnati sui diversi fronti di lotta e di cambiamento sociale. 

4 MARZO 2017
c/o Spin Time Lab – Via S. Croce in Gerusalemme 55 -ROMA 
VERITA’ E GIUSTIZIA
SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO
ore 10.00 – 17.00

coordinano
Vittorio Lovera e Francesca Coin

Interventi divulgativi

Francuccio Gesualdi “La storia del debito pubblico”
Marco Bertorello “La trappola del debito”
Cristina Quintavalla “Le indagini (audit) sul debito pubblico locale”
Marco Bersani “Il debito contro le comunità locali”

Confronto pubblico 
 Percorso ed obiettivi del “Centro Studi orientato all’azione” Cadtm Italia 
A partire dalla necessità di costruire un luogo di studio, ricerca e proposta (Centro Studi), confronto su come identificare un comune percorso tra i movimenti per costruire una contro-narrazione sul debito pubblico, potenziare la rete degli audit locali, creare strumenti di formazione e divulgazione diffusa (scuole popolari sul debito) e di azioni che ne dimostrino la concretezza, nonché avviare un percorso che porti alla costruzione di una Commissione popolare e indipendente per la verità' sul debito pubblico italiano.  


CADTM ITALIA
(Comitato per l'abolizione dei debiti illegittimi)