27 maggio 2017

Il Molise e la sanità

di Umberto Berardo




Giovedì 25 maggio nel corso di un incontro di lavoro a Campobasso tra alcuni movimenti nati sul territorio per difendere il diritto dei molisani ad una sanità pubblica di qualità è giunta la notizia che in Commissione Bilancio della Camera il governo nazionale avrebbe introdotto un emendamento per attuare il Piano sanitario Regionale del Molise di fatto rendendolo operativo e sanando tutti gli atti posti fin qui già in essere dal Commissario ad acta e dall'ASREM.

Subito social e mass-media sono stati invasi da dichiarazioni di politici, esponenti nelle istituzioni locali e nazionali, che si stracciano le vesti per questo tentativo in atto che a loro dire esautorerebbe il Consiglio Regionale da ogni possibile decisione sull'organizzazione dei servizi sanitari nel Molise.

Noi vorremmo sommessamente ricordare che il Forum per la Difesa della Sanità Pubblica di Qualità già nel febbraio del 2016, in un incontro con alcuni consiglieri regionali ed il presidente Cotugno, aveva sottolineato come si stesse operando a livello nazionale, fin dall'approvazione del Decreto Balduzzi e poi con la nomina di un commissario ad acta, per assumere decisioni sulla sanità che diventavano sempre più plutocratiche e verticistiche togliendo di fatto ogni potere decisionale al Consiglio Regionale che è l'organo democratico il quale dovrebbe essere deputato a gestire i servizi locali e ad assumere decisioni in merito.

In quella sede i consiglieri regionali presenti furono sollecitati ad esprimersi sulle decisioni che il commissario ad acta stava assumendo nella riorganizzazione dei servizi sanitari e sui problemi che sarebbero insorti per la popolazione.

 Più volte è stata ripetuta la richiesta di un confronto con l'opinione pubblica e con le rappresentanze che essa stava esprimendo nei diversi comitati locali ed in quelli di quartiere.

I rappresentanti nelle istituzioni locali e nazionali sapevano benissimo che si stava scivolando, anche con scarsa astuzia, verso una privatizzazione strisciante dei servizi sanitari, ma davvero sono stati pochi quelli che si sono schierati in difesa della sanità pubblica, mentre si lavorava a mediazioni e compromessi sulla divisione dei posti letto e dei servizi servendosi del sistema delle convenzioni.

A livello ospedaliero e sul piano territoriale la situazione è sotto gli occhi di tutti; ci piacerebbe pertanto che i molisani riflettessero con responsabilità e si chiedessero se i servizi sanitari attualmente esistenti in regione garantiscano davvero una base sicura per i Livelli Essenziali di Assistenza.

Si dice che bisogna mettere in sicurezza i conti nel bilancio regionale, ma non occorre anzitutto mettere in sicurezza la salute dei cittadini?

Oggi prendiamo semplicemente atto che le dichiarazioni di taluni politici regionali rispetto al tentativo della cosiddetta manovrina in Commissione Bilancio della Camera diano atto al Forum della giustezza delle sue analisi e della necessità di bloccare il POS e di ridefinire i servizi sanitari rendendo anzitutto i cittadini titolari del diritto ad avere dei LEA sicuri in qualsiasi territorio essi vivano perché questo è garantito loro dalla Costituzione Italiana nell'art. 32.

Occorre ripartire da lontano e rivedere quel Decreto Balduzzi che di fatto introduce normative inaccettabili per la riorganizzazione sanitaria in un Paese come l'Italia che in merito era all'avanguardia nel mondo.

Ai rappresentanti istituzionali vogliamo poi ricordare che esistono metodi e regole anche nella democrazia rappresentativa che deve evolvere necessariamente verso quella partecipativa.

Se allora c'è davvero la volontà di lavorare per una sanità in linea con la Costituzione Italiana si riprenda il confronto con la popolazione, con le forze sociali e con le associazioni di rappresentanza smettendo di tenere ogni discussione in merito solo a livello di vertice.

Le azioni di lotta annunciate oggi, allora, siano ricercate nei rapporti istituzionali, ma si coinvolga subito tutta la popolazione molisana che fin qui mai è stata chiamata dagli esponenti politici regionali a mobilitarsi, se necessario anche a livello nazionale, per impedire provvedimenti come quello in atto e vedersi al contrario garantito un diritto così importante come quello alla salute.

Sarebbe un bel passaggio per un'azione vittoriosa di democrazia reale!

FORUM PER LA DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA DI QUALITA’

Si dice che bisogna mettere in sicurezza i conti del Bilancio Regionale, ma non occorre anzitutto mettere in sicurezza la salute dei cittadini?

Governo Nazionale e Governo Regionale, di concerto tra di loro, si stanno adoperando per trasformare in Legge dello Stato un POS che non garantisce ai Molisani il Diritto alla salute secondo l’art. 32 della Costituzione, come i fatti purtroppo dimostrano.

Non garantisce neppure la messa in sicurezza dei conti, come i fatti dimostreranno nel prossimo futuro, ma garantisce le somme già versate ai privati su richiesta del Governo e prima che fosse giuridicamente accertata l’esigibilità di quei crediti da parte dei Privati.

La recente sentenza del TAR Molise che costringe HERA a rispettare i limiti fissati dall’AIA è un indizio autorevole del perché il piccolo Molise, a cui il Balduzzi nega anche un reparto di Neurochirurgia, passi agli onori della legge di Bilancio Nazionale, esautorando, con questo, il Consiglio Regionale da ogni possibilità di scelta presente e futura.

Il POS del Molise, se impugnato, mostrerebbe tutta la sua fragilità sul Piano Giuridico, su quello della Legittimità Costituzionale, ed anche sul Piano economico.

Infatti il Segretario del PD, Matteo Renzi, sta annunciando, a reti unificate, che bisogna riformare i TAR.

Se il POS diventerà legge dello Stato i Molisani, oltre a perdere il Diritto alla Salute, perderanno anche il diritto alla Democrazia rappresentativa. Votare, anche per cambiare classe dirigente, servirà a molto poco, essendo l’80% del Bilancio regionale vincolato da una legge dello Stato.

Il Consiglio Regionale in carica, che ha già mostrato agli elettori la propria sostanziale inutilità ,ne tragga le dovute conseguenze, visto che sarà dichiarato inutile anche con Legge dello Stato.


SAN PARDE E SAN PREMIANE


VOGLIO, CON QUESTA MIA POESIA IN DIALETTO, ACCOMPAGNARE ANCH'IO SAN PRIMIANE AL SUO RIENTRO NELLA CAPPELLA DEL CIMITERO E VIVERE COSI' LA GRANDE FESTA CHE CHIUDE OGGI DOPO TRE GIORNI DI GRANDI EMOZIONI PER I LARINESI E, ANCHE, PER CHI HA AVUTO ED HA LA FORTUNA DI VIVERLA COME SPETTATORE

SÀN PÀRDE E SÀN PREMEIÀNE

E' pàssate l'ùne de nòtte
a campàne sóne e s’devallùne
Sàn Pàrde à già saletàte

Sàn Premeiàne
prìme che n'abbràcce
e pù che na s’trétte de màne.

Ze sò dítte dùie parole
velóce velóce
n'eccòne p'ù càlle
n'eccòne p'a s’tànchézze
n'eccòne p'ù suónne
ma màggiormènte pe nù delòre
nù delòre de spàlle
pe nù cólpe d'àreie
dùrant'a precessiòne.

"A seletúdene
-à ditte Sàn Premeiàne-
è na brùtta bès’tie
che nen te fà dermì
p'i tròppa penziére che tí"

"Duórme Nanù
-ha respuós'te Sàn Pàrde-
ca demàne è fes’te
è na iernàte tòs’te
se ce s’tà u sòle,
cómùncue te pù recreià
pe cuànd'a ggènte
te vé e deme’strà
u bbéne,a deveziòne ''

"Pe me ?"

"Pe te"

''Pardù   buonanòtte.
èncòre n'i capìte
cà se tù
te facìve i fàtte tìie
a vìta mìie
ne iève de campà
nu càmpesànte
da sùle '' 

25/6.5.2000
p,di lena










Trattati di libero scambio, la quiete prima della tempesta

TEATRO NATURALE - Le riflessioni di Pasquale Di Lena

Non so dire se è “la quiete dopo la tempesta” di leopardiana memoria, visto che il Ceta è stato approvato ed è - anche se in attesa delle approvazioni definitive, che devono esprimere i parlamenti dei Paesi membri dell’Ue - in vigore. Oppure è la quiete che annuncia una tempesta ancora più forte, qual è – a mio parere – quella che porta alla definitiva approvazione del Ceta e, con essa, alla discussione di un identico trattato, il Ttip, con gli Stati Uniti d’America. Un trattato, per il momento, bloccato dal neo presidente Trump, che, nel rispetto delle sue dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, continua la sua battaglia contro i trattati e i globalismi. Uno dei suoi primi atti è stato quello di non riconoscere il TPP (Trans Pacific Partneriato), l’accordo sottoscritto dagli Stati Uniti con altri 11 Paesi che danno sull’Oceano Pacifico.
C’è chi, per questa posizione di Trump e altre ragioni, ritiene che il Ttip, riguardante la più grande area di libero scambio esistente con la metà del Pil mondiale e un terzo del commercio globale, è morto. Personalmente penso, vista la grande importanza di quest’accordo, che ogni decisione in merito è rinviata a dopo le elezioni in Germania, se la Merkel riuscirà vittoriosa andrà a rafforzare la vittoria di un Macron, convinto globalista in Francia.
Per ora vige la regola del silenzio. Un silenzio sospetto che deve preoccupare, sapendo che per le multinazionali - europee, americane o canadesi, non importa - niente è casuale quando si tratta di affari e di fatti eclatanti, come sono questi due accordi, che vedono protagonista l’Europa e, con essa, i due Paesi del Nord America.
Due trattati fortemente voluti da queste potenti società che, come si sa, sono tanta parte del sistema economico, che ha preso il sopravvento sulla politica e, dal 2008, oggetto di una crisi strutturale che i portabandiera del neoliberismo pensano di poter risolvere con i processi di una piena liberalizzazione dei mercati e, nel contempo, di una necessaria privatizzazione dei beni, in particolare del contenitore di essi, il territorio.
Vogliono avere, con il completamento del processo in atto, quello della piena liberalizzazione e privatizzazione, e, il superamento delle sovranità nazionali, la certezza di avere in mano il mondo. Sanno che non possono sbagliare. Parlano, non a caso, di dar vita a un governo globale, con quelli nazionali posti solo a realizzare sul posto le loro decisioni.
Come si sa si servono di lobby organizzatissime e ben preparate, e, non badano a spese quando c’è da far del male al Globo, al clima e, ancor più, al vasto mondo dei produttori, che per loro sono un fastidio, un ostacolo da eliminare, e, dei consumatori, visti solo come numeri, e come tale, non hanno né cervello né anima.
Un silenzio –ripeto- sospetto, che neanche la bella notizia, di pochi giorni fa, della sentenza della Corte europea di Giustizia, è riuscito a squarciare. E’la notizia, per chi ha detto “No Ceta, No Ttip”, della speranza di farcela a sconfiggere chi ha lavorato e lavora per l’approvazione definitiva di questi trattati, nel momento in cui la sentenza afferma che simili trattati devono passare obbligatoriamente per i parlamenti nazionali ed avere la loro ratifica per essere validi definitivamente.
Torna la sovranità nazionale che vogliono eliminare e fa paura.
Ecco il silenzio, elemento decisivo di questi trattati preparati da esperti che, in tutta segretezza, da anni stavano lavorando per la messa a punto dei testi da far sottoscrivere per la loro approvazione, ai diretti interessati, l’Unione europea, il Canada e gli Stati Uniti. Il silenzio che – viene facile da pensare – deve servire alle lobby per convincere, dopo aver convinto il Consiglio europeo, i governi e i parlamenti nazionali, sapendo bene che la questione è più complicata, visto che ci sono già stati pronunciamenti contrari da parte di alcuni governi nazionali e regionali.
Ecco quel lungo silenzio di anni è tornato -- ripeto - subito dopo l’approvazione del Ceta, a rivivere come allora. Meno se ne parla e meglio è per non rischiare che vada a monte un’operazione fondamentale che ritma la marcia della liberalizzazione e della privatizzazione. Un’idea fissa delle multinazionali che continuano a pensare e a credere che la terra ha risorse e beni illimitati e, come tale, operare per appropriarsene e consumarle una volta messe sul mercato e con il solo scopo di accumulare più denaro possibile.
Follia che, ogni giorno di più, sta contaminando il mondo con la terra costretta a reagire e, da un po’ di tempo a questa parte, a vendicarsi con il clima impazzito (non a caso), il cibo e l’acqua inquinati, gli esodi di massa.
La possibilità di far esprimere i Parlamenti nazionali è una straordinaria opportunità da cogliere per squarciare il silenzio in atto e gridare con più forza “No Ceta, No Ttip”, soprattutto per salvare i nostri territori che sono la nostra identità e la sola risorsa che abbiamo per programmare il domani, il nostro domani e quello dei nostri figli.
Diciamo ancora No a chi vuole questi trattati e costringiamo partiti e movimenti ad esprimersi in questa campagna elettorale per capire con chi stanno, se con i nostri piccoli preziosi territori - origine di qualità del nostro cibo, fonti di paesaggi unici, espressioni di storia, cultura, tradizioni – o contro di essi a sostenere i voleri della finanza, delle multinazionali, della globalizzazione più spietata.
di Pasquale Di Lena
pubblicato il 26 maggio 2017 in Pensieri e Parole > Editoriali

26 maggio 2017

SAN PARDO


Con il botto e i primi fuochi d'artificio di un'ora fa il giorno dedicato al protettore di Larino ha preso il via. La grande festa, unica, che segna il ritmo della tradizione, valore e risorsa del territorio
A FÈ’STE DE SAN PÀRDE                                                       
Cuànne
ù mèse de màgge,
e màgge
è ù mèse chiù bbèlle,
nu paèse mìie
è fès’te.

A ddòre du hiéne
te éntre dénde
nsiéme e cuìlle de càgge.

A tèrra préne
ze prépare e partorì,
geraneie e ròse
ngòppe i bàllecúne
cà campàne
che sòne e s’devallúne.

A ggènte
è tùtte chiù cuentènte,
u sòle
ze chemènze e fà sentì,
u cìgne
cànde e ze reschiàre,
ze resèntene a bànde
e i prìme spàre.

Tènne chiù voje de càndà
i campàne.

Càvezùne cúrte,
càmìcia spendàte,
uàjù che ze prepàrene
a prìma chemeniòne
àvete,
èppène sbòcciàte,
cù prìme penziére p’a mòre.

E ògnúne
i vé a uelìie du gelàte.

Ze chemènze
cù Pàleie pe Sàn Premeiàne
pe fenì che Sàn Pàrde
fès’ta pàrtìcòlàre.

I pàiesàne èrrìvene
da i pòs’te chiù lendàne:
Mèreche, Aues’tràlie,Tòrine
pe reégne cóm’e na vóte
Làrine.

Ciénte càrre chìine de hiùre,
de chepèrte, merlétte e trìne
pe tré juórne èsfìlene.

Càrre teràte
da vuóve e vàcche,
àvete, chiù peccerìlle,
da zùrre e mendúne
o teràt’e màne
da càcchedùne.

A mèrde di vàcche
sgrìzze cuànne càde,
sègréte è ne camenà
cà còcce àvezàte
pe ne retrevàrse
chi scàrpe dénd’u cacàte.

De nòtte
è tùtte na fiaccolàte
chi ggènte
che ntónene a càrrère
pe dà fedùcie
e u cafòne che spére.

Spére
da i Sànte e da Ddìie
a bbòna velentà
de repagà a fatìje
che na bbòn’annàte:
tànd’a fàve,
cìce, gràne e biàde.

Ècche pecché
ze è recagnàte
e ne sènde
a pesantézze du càlle
mèntre ggìre
da càpammònne
e càpabbàlle.

Ngòppe ògne càrre
a uelìve da pàce,
èttuorn’e i còrne
na fàscia ghiànche,
i ggènte càmìnene,
(g)uàrdene
e nen zé ‘stànchene.

U tèrze juórne
nu càmpesànte,
ngòppe ù chiàndafiéreie,
Sàn Pàrde èrrecchempàgne
e Sàn Premeiàne,
apù tùtt’èttuórne e i càrre
pe na bbèlla magnàte
ca fès’te che devènte
nà scàmpagnàte.

Èccuescì fenìsce a fès’te
ch’i fèmmène fànne
cà fàntasìie
ricòpiànne màgge,
u hiòre e u càrde
pe fà a fès’te,
a fès’te de Sàn Pàrde. 

Maggio’91
p. di lena







24 maggio 2017

BELLA NOTIZIA

L'Olio di Flora è tra i finalisti del Concorso Oleario Internazionale "Aipo d'argento 2018" in svolgimento a Verona. Grazie alla deliziosa oliva autoctona, "Gentile di Larino", coltivata con metodo biologico a La Casa del Vento di Larino, sul Monte

20 maggio 2017

Andrea Parodi - Non Potho Reposare - Ultimo Concerto ( testo tradotto )



Trovo questa canzone che ho ascoltato per la prima volta in treno in uno dei miei primi viaggi nel mondo, quello in Germania, allora dell'Est, a Lipsia, per vivere come gruppo del Cipa Araat dell'Alleanza dei Contadini la Fiera agricola di quella città, che ho trovato bella. In treno, dicevo, era notte ed ero con il compagno, Pietro Tandeddu, nel corridoio appiccicato al finestrino a parlare dei problemi del mondo. Non ci conoscevamo e così, stanco, mi sono messo a parlare del mio Molise e della mia Larino. Quando ho finito Pietro si è presentato cantandomi "Non potho reposare", inno della sua terra magica, la Sardegna, e  stupenda canzone d'amore che ho sempre portato nel cuore al pari dell'altra, altrettanto bella, napoletanaa, "Era de magge".

19 maggio 2017

una bella notizia sapere che "A fontanove" tornerà a scorrere di nuovo


A FONTANOVE

Dav'èvvève e tutt'u paèse
Tre canale d'accua fresche,
pe ogne canale na file
de conche, de tine e de varile.
Cu calle e cu fridde
iève sempre na s’torie de fèmmene
che, chiacchieranne e letecanne,
espettavene u turne pe egne
che nu penziere a case,
i fiie, u marite, a ciuccia pregne.
I carabbeniere, u precueratòre, u carcere,
u spedale egnevene èppène èrrevavene
chi fèmmene che sbettavene
pe l'abbuse d'autorità.
Mó l'accue è dend'i case,
e quis’tu fatte fa piacere,
a Fontanóve nen corre chiù,
nesciune a pènze.
Se contenuasse e córre
e z'avesse fa a file,
uoie l'avess’a fa pure l'autorità.

LA FONTE NUOVA – Dava da bere a tutto il paese / tre bocche di acqua fresca, / per ogni bocca una fila / di conche, di tini e di barili. / Con il caldo e con il freddo / era sempre una storia di donne / che, chiacchierando e litigando, / aspettavano il turno per riempire / con un pensiero alla casa, / ai figli, al marito, all’asina incinta. / I carabinieri, il procuratore, il carcere, / l’ospedale riempivano appena arrivavano / con le donne  che sbuffavano / per l’abuso di autorità. / Ora l’acqua arriva dentro casa / e questo fa piacere, / la fonte nuova non scorre più, / nessuno più la pensa. / Se continuasse a scorrere e si dovesse fare la fila, / lo dovrebbero fare anche le autorità.

A Napoli la presentazione del libro di Luigi Di Majo “Don Luigi – Sfide e passioni”.  Si parlerà del Molise

Domani, sabato20 maggio, la presentazione al Blu di Prussia, il circolo culturale di via Gaetano Filangieri, nel cuore di Napoli, non lontano dalla casa dove Di Majo è nato.

Con l'autore interverranno il prof. Renato De Fusco, ordinario di Storia dell'architettura; il noto regista Mario Martone e Cristina Norante, autrice della Rai che ha firmato la presentazione.

Un’autobiografia, il libro “Don Luigi – Sfide e passioni”, uscito a fine marzo per la Cosmo Iannone editore, che Di Majo trasforma in un racconto accattivante della sua vita caratterizzata da “sfide”, che diventano avventure, come quelle vissute, subito dopo laureato, in Brasile, prima come direttore di una grande azienda e poi come proprietario di una piccola fazenda. “Sfide” e, non solo, “Passioni” per la sua Napoli e per il piccolo paese dell’Alta Valle del Sele, Santomenna, quello dei suoi antenati che l’autore considera suo per averlo vissuto nei periodi belli dell’infanzia e per averlo ritrovato nei momenti tragici del terremoto che ha colpito l’Irpinia.

Sfide e passioni per il suo Mezzogiorno e per il Molise, la terra adottiva da oltre 40anni, dove ha avviato la sua grande avventura del  vino con la realizzazione di un’azienda, la Di Majo-Norante a Ramitello nel comune di Campomarino. Azienda che, in pochi anni, diventa leader della vitivinicoltura molisana e, con i suoi grandi vini, immagine di un territorio oltre che stimolo per i tanti viticoltori a trasformare le proprie uve e imbottigliare.  
Sabato a Napoli, si parlerà del Molise, la regione che Di Majo continua a vivere, con l’amore e la passione di sempre, cinque giorni la settimana per poi tornare nella sua Napoli il fine settimana. E del Molise si parlerà anche perché l’editore, Cosmo Iannone, è di Isernia.

16 maggio 2017

Montefalco e il suo Sagrantino


Si è appena conclusa la tappa a cronometro del 100° Giro d'Italia, la Foligno - Montefalco in provincia di Perugia, una bella occasione per me per ricordare il tempo dedicato alla bella cittadina, nota come "la ringhiera dell'Umbria", ed al suo prezioso vino, il Sagrantino.
Siamo agli inizi degli anni '90, da poco nominato, quale membro del Comitato Nazionale vini a d.o., responsabile dell'Umbria vitivinicola. Due anni e un via vai da Siena a Montefalco per organizzare i passaggi necessari per il nuovo riconoscimento Docg (Denominazione di origine controllata e garantita) della Doc Sagrantino e la sua collocazione sul podio più alto insieme a poche decine, allora, di altri vini Docg.
Un grande vino in mano a pochi piccoli produttori, ad eccezione della Cantina Arnaldo Caprai, con il figlio Marco alle costole sapendo del valore e del significato di questo importante riconoscimento.

C'è da dire che dopo il giorno di festa per l'ottenuto riconoscimento, non l'ho più visto.  Ricordo quegli incontri con il sindaco Angelo Preziosi e le visite alle piccole cantine dei piccoli appassionati produttori.

 
Sopra: Marco Caprai e l'allora
sindaco di Montefalo Angelo Preziosi
Sotto; i componenti della Commissione
Umbria del Comitato Nazionale Vini a d.o.
con il gruppo della commissione di assaggio
guidato dall'enologo Testa
Visite che, quasi sempre, mi davano l'occasione per una fermata a Torgiano a Le Tre Vaselle per salutare la famiglia Longarotti, di cui serbo un caro ricordo, l'allora sindaco, mio caro amico, Stefano Fodra e visitare le novità del prezioso .Museo del Vino, fonte di cultura. Il Torgiano aveva avuto il riconoscimento docg l'anno prima, marzo 1991.

15 maggio 2017

Vivere in Molise

di Umberto Berardo
Vivere in una regione come il Molise sta diventando davvero difficile di certo non per tutti, ma in modo sicuro per chi vive in condizioni di particolare precarietà economica.

Il diritto al lavoro è messo seriamente in discussione e negli anni il territorio regionale si è progressivamente trasformato in un'enorme area di "crisi complessa" che ha prodotto alcune migliaia di disoccupati adulti ed ha portato alla ripresa dell'emigrazione soprattutto dei più giovani delineando, in assenza di una credibile programmazione di sviluppo, una costante desertificazione demografica.

Il diritto all'istruzione è seriamente compromesso, in particolare nelle aree interne, dalla carenza delle strutture edilizie, ma essenzialmente dall'assenza di una seria politica di trasporti, infrastrutture e servizi oltre che dalla cosiddetta riforma della "buona scuola" che limita la libertà d'insegnamento ed avvia gli istituti  scolastici verso un processo di aziendalizzazione.

L'organizzazione delle strutture culturali in regione, tra l'altro, tranne qualche lodevole eccezione, è da sempre prevalentemente orientata alla fruizione di prodotti esterni piuttosto che alla creazione autoctona.

Il diritto alla salute, con la forte compressione dei servizi pubblici ed il sostegno di quelli privati attraverso le logiche dell'accreditamento, vive di fatto una condizione di grande precarietà che è sotto gli occhi di tutti e che penalizzerà i gruppi sociali meno abbienti spingendo i benestanti in nuovi viaggi della speranza mentre si prepara la strada di una privatizzazione strisciante affidata al circuito delle assicurazioni che già stanno proponendo i loro spot pubblicitari in televisione.

 Il diritto ad un bene comune come quello dell'acqua viene negato dalla recente legge regionale istitutiva dell'Egam che di fatto può prevederne la gestione affidata ai privati.

Il diritto ai trasporti e ad una viabilità sicura è impedito da arterie stradali abbandonate da tempo, impercorribili e pericolose, mentre si sperperano milioni di euro nella realizzazione di strutture limitate nell'uso nel migliore dei casi o addirittura superflue ed inutili come la "metropolitana leggera".

Il diritto ad un'aria respirabile è compromesso in diverse zone della regione ed in particolare nell'area della valle del Volturno in cui un comitato di mamme sta cercando di porre il problema dei veleni irrespirabili che si diffondono nell'ambiente creando gravi problemi per la salute.

Relativamente al diritto alla libertà di pensiero e di espressione garantito dalla Costituzione Italiana nell'art. 21 nel regolamento di disciplina dell'ASREM si prevede addirittura la possibilità che la commissione disciplinare, come già accaduto,  possa sanzionare un dipendente per legittime opinioni sulla condizione di difficoltà della sanità pubblica e sulle alternative di merito e di metodo praticabili quando producano "dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell'amministrazione".

Sulle situazioni di problematicità nella qualità della vita in Molise non è complicato, per chi ne ha voglia, cercare le responsabilità politiche

Rispetto alle difficoltà sopra delineate le associazioni di cittadini molisani, in assenza di un confronto con la popolazione più volte sollecitato alle istituzioni pubbliche interessate, è opportuno che ricorrano ad ogni azione di carattere giuridico, sociale e politico per ridare a tali diritti la valenza necessaria a garantire ai molisani una vita serena e qualitativamente accettabile.

In particolare necessita porre in essere tutte le strategie necessarie per ottenere che si garantisca alla regione una programmazione razionale dello sviluppo economico legato anzitutto alla vocazione territoriale, una viabilità almeno decente, un diritto allo studio sicuro, libero ed efficiente, una sanità pubblica di qualità su base territoriale ed ospedaliera che dia risposte alle necessità dei cittadini, una piena salubrità dell'ambiente attivando immediatamente centraline per il monitoraggio della qualità dell'aria ed accreditando il registro tumori per verificare la diffusione sul territorio delle malattie neoplastiche.

Per quanto attiene alla gestione dell'acqua si deve lavorare, nei tempi adeguati e con i metodi più appropriati, alla cancellazione della legge istitutiva dell'Egam ed alla sua sostituzione con una che preveda al riguardo la nascita di una società di diritto pubblico.

Sul tema della libertà di pensiero e di espressione i sindacati devono farsi carico di un'immediata modifica dell'art. 13 del Codice di comportamento dei dipendenti dell'ASREM, approvato con provvedimento n. 254 del direttore generale il 23 marzo 2017, chiedendo che si espliciti con chiarezza il concetto generico di previsioni regolamentari circa le "dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell'amministrazione" che nell'attuale formulazione possono dare adito, com'è evidente, ad interpretazioni che rischiano di sanzionare  come un reato la libera espressione di un'opinione personale.

Sono problemi sui quali occorre impegnarsi e coinvolgere l'opinione pubblica che continua purtroppo a latitare come è successo ancora mercoledì 10 maggio davanti al TAR Molise dove a sostegno dei comitati della valle del Volturno per la difesa della qualità dell'aria in quel territorio c'era solo qualche associazione come il Forum del Molise per la difesa della Sanità Pubblica, mentre, ad eccezione del Codacons, costituitosi in giudizio insieme alla Regione Molise ed ai Municipi di Montaquila e Venafro, del parroco di Roccaravindola, di Stefano Buono di Molise Democratico, di Emilio Pesino presidente del Parco Regionale dell'Olivo e dei sindaci di Venafro e Conca Casale, mancavano tutte le forze politiche e sociali ma anche le associazioni ecclesiali, culturali e di volontariato.

Nei giorni scorsi abbiamo visto impegno e fermento in Molise nei militanti del PD  nell'organizzazione delle primarie per l'elezione del segretario del partito; taluni vi hanno letto anche risvolti indicativi di consenso locale per figure di esponenti politici regionali.

Grande rispetto per chi organizza la partecipazione di base nelle scelte dei soggetti che devono dirigere una forza politica.

Ci chiediamo, tuttavia, come mai non si facciano operazioni di confronto con la popolazione in relazione alle candidature nei vari livelli istituzionali e soprattutto rispetto alle scelte politiche concrete nelle quali invece si fa prevalere unicamente la delega anche quando i cittadini manifestano apertamente il loro dissenso come è accaduto di recente in tanti provvedimenti del Consiglio Regionale.

Rispetto ai problemi presenti sul territorio occorre che i cittadini maturino responsabilità e senso civico per sviluppare finalmente l'idea che la politica e l'economia non siano funzioni di egoismi personali e di gruppo bensì elementi capaci di costruire una qualità della vita accettabile per tutti  e fondando così la giustizia sociale.

12 maggio 2017

Il palazzo Ducale di Rotello

di Franco Cianci 
Il palazzo ducale di Rotello rappresenta uno dei monumenti più importanti del Molise, forse il più importante, e debbo questo articolo alla ricerca, paziente e colta, del mio amico Felice Terracciano di Rotello, uno dei più alti Magistrati italiani, avendo svolto la funzione di Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Corte Suprema della Cassazione, dove un altro rotellese, il dr. Giuseppe Vallillo ebbe a svolgere la funzione di Presidente titolare della terza sezione civile per poi passare Presidente della Corte di Appello di Roma, e, poi, Presidente del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche. Sono tutte notizie, queste, che credo facciano bene alla storia del Molise, che, poi, non è una regione da trascurare, contrariamente al giudizio di alcuni politici centrali.
A sua volta il dr. Felice Terracciano si avvalse, nella sua ricerca, di un documento importante dell’arch. Fioravante Vignone, il quale descrive minutamente la storia del castello di Rotello nelle sue antichissime caratteristiche, documento conservato presso l’archivio di Stato che costituisce un allegato alla presente ricostruzione.
Il documento riporta, tra l’altro, il contro timbro dell’arch. Oreste Muccilli, Direttore Coordinatore presso la direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Molise.
Il castello di Rotello, comunemente detto Palazzo Ducale, si trova incastonato nella parte più antica di Rotello, in mezzo a strutture urbane ed è chiamato anche palazzo Colavecchio, essendo appartenuto negli ultimi tempi alla famiglia Colavecchio, di cui oggi uno degli appartenenti è proprio il dr. Felice Terracciano, uomo di grande spessore culturale, oltre che giurista conclamato e addetto in precedenza alla sez. fallimentare del Tribunale di Roma, durante la cui funzione si imbattè nella scabrosissima faccenda dei palazzinari romani, i Caltagirone, osando nientemeno emettere, lui Magistrato civile, un ordine di cattura nei confronti di uno dei Caltagirone, suscitando un vespaio incredibile in quell’epoca, per cui il grande Felice, uno dei più battaglieri consiglieri di Magistratura Democratica, dovette subire alcuni procedimenti penali e del quale io stesso fui difensore; piovvero su di lui una quantità di denunce penali, subì addirittura la perquisizione in casa, per ben due volte, da parte dei servizi segreti; fu denunciato anche da Claudio Vitalone ed apparve in tutta la rassegna giornalistica più in voga in all’epoca, tra cui l’Espresso, Il Mondo ecc.

Come tutte le grandi storie anche il Castello di Rotello è avvolto nelle nebbie del tempo,  per cui non se ne conoscono le origini, e, come riferisce l’arch.Vignone, esso ha origini longobarde, sorge prima in un antichissimo borgo, che trovavasi ubicato nell’agro di Colletorto, a confine con i tenimenti di Serracapriola.
Riferisce sempre il Vignone -  la lettura del cui documento raccomando ai lettori, per meglio conoscere la storia dei nostri agri, si trasmise di secolo in secolo da un feudatario ad un altro, fino al 1540 d.c., quando esso divenne contea, ed intestato alla antica famiglia Caracciolo di Napoli, cui apparteneva verosimilmente anche San Francesco Caracciolo, vissuto per un certo periodo  in Agnone ed ivi sepolto.
La famiglia era di origine bizantina e godette di grande autorità a Napoli ai tempi del ducato di Napoli, questo dimostra che la Regione Molise e come del resto è dimostrato dal suo inconfondibile dialetto di origine napoletana a Campobasso, ha avuto sempre profondi legami, con Napoli, con la sua cultura, con la sua politica, con la sua storia.
Del resto lo stesso Gaetano Filangieri  ebbe molti contatti con la Regione Molise e con Vincenzo Cuoco, autore della celebre storia della regione partenopea, che era molisano, di Civitacampomarano, dove si erge pure, forte ed imponente ed orgoglioso, il castello fortezza di Civitacampomarano.
Dopo i Caracciolo, il castello passò ai Di Capua, anche questa famiglia di origine napoletana e al cui casato appartenne Bartolomeo  Di Capua,  che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella elezione a Papa di Celestino V, altro sommo nativo di terra di Molise (Sant’Angelo Limosano).
La guerra tra angioini ed aragonesi, cruenta, terribile, lunga, finì con il coinvolgere le terre di Molise ed in particolare le terre di Rotello, tanto che il Castello  fu trasformato in palazzo residenza dei feudatari.
Il palazzo, si compone di strutture possenti che lo resero invincibile e fu davvero il centro dei centri dell’antico borgo, con di fronte la Chiesa Madre di Santa Maria degli Angeli, una imponente Chiesa, completamente ristrutturata nel 700, a tre navate, con un organo storico costruito dagli organari di “Caccavone” - autori dell’organo storico a sant’Alfonso di Liguori con campane costruite ad Agnone - il cui grosso campanone, allorquando squillava,tirato da baldi giovanotti, rimbombava per tutto il vecchio borgo, facendo tremare il grosso campanile in pietra e mattoni.
In effetti l’antico castello, pure essendo stato trasformato in Palazzo Ducale conserva non solo le possenti mura, che lo rendevano, e lo rendono invincibile, ma possiede due antichissime storiche entrate una che dà sul davanti del corso principale e l’altra che dà sulle stupende campagne collinari che degradano verso Ururi e San Martino in Pensilis.
Sopra, nel primo piano ,vi sono una serie di ampi locali nei quali, ospite di Felice che vi abitava, ebbi modo di sostare e di ammirare le sue possenti arcate e le sue finestre sul corso, davanti alla Chiesa, rappresentando, così, insieme alla Chiesa, i monumenti più importanti dell’antico borgo di Loritello.

Ebbi modo di ascoltare nella Chiesa un concerto straordinario, bellissimo, suonato da un organista di Rotello, oggi organista ufficiale a San Pietro a Roma, e nella basilica di Sam  Marco a Venezia, oltre che docente nella veneziana accademia della musica e del teatro.All’esterno il palazzo conserva ancora la struttura di presidio militare.
La ricca storia castellana del Molise : 98 circa tra Castelli, borghi e fortezze, nella provincia di Campobasso e 56 circa in quella di Isernia, tra cui primeggiano il Monforte di Campobasso, quelli di Civitacampomarano, di Gambatesa, di Pescolanciano, di Venafro, si incastona, dunque, anche il castello di Rotello, che io sarei tentato di paragonare, forse sbagliando, per eccesso, a quello di Fiorentino di Puglia, dove morì e fu seppellito Federico II di Svevia.



                                                       


11 maggio 2017

Il mio amico John Arena

L’altro giorno, con Peter Damato, canadese di Toronto, oriundo molisano nato da genitori di Vinchiaturo, sua moglie Anne di origine greca, il figlio John e sua moglie Patrizia,  è venuto nel Molise, solo per salutarmi, il mio caro amico, John Arena, che non vedevo dal lontano 1994, in occasione di una delle mie ultime spedizioni nella capitale dell’Ontario. A distanza di ventitre anni e più, solo i suoi capelli, da grigi diventati bianchi, sono cambiati. Meraviglia, sempre uguale a 93 anni! Lo stesso slancio, lo stesso entusiasmo e quel suo sguardo, intelligente e furbo insieme, e, come tale, penetrante e accattivante di un tempo. Il grande John Joseph Arena di sempre, che ho avuto i piacere di conoscere a Toronto agli inizi del 1987, in occasione di una delle prime presentazioni dei vini organizzata dall’Enoteca Italiana di Siena quando, con una stretta di mano, mi ha invitato a programmare un’identica presentazione nel suo ristorante in Adelaide Ave., nel cuore di Toronto. Ho saputo dopo, dagli amici dell’Ice, che quel ristorante era il Winston’s,  il più famoso del Canada. Pochi mesi dopo, quando sono ritornato a Toronto, la prima delle presentazioni dei vini dell’Enoteca è stata programmata al Winston’s ed ha visto la presenza di un pubblico scelto dal solerte e simpaticissimo anfitrione. Ed è così che John è stato - anche dopo aver lasciato ad altri la gestione del Winston’s restaurant -  uno dei protagonisti, a cavallo degli anni ’80,  insieme con altri amici ristoratori, importatori, conduttori di radio e televisioni, dirigenti dell’Ice e dell’Alitalia, di Toronto, Vancouver, Montreal, Ottawa, Aurora e Hamilton, rappresentanti dei governi provinciali, della grande avventura dell’Enoteca Italiana in Canada, durata quasi dieci anni. Riabbracciare John Arena, qualche giorno fa, e averlo ospite a La Casa del Vento, fresco, brillante, come un tempo, alla sua veneranda età, è stata una straordinaria emozione e l’occasione per rivivere i tanti incontri e riportare alla mente un mondo che ha dato molto all’Enoteca italiana e, con essa, al vino ed ai suoi preziosi territori che danno origine alla qualità e diversità dei vini, degli oli e del cibo in generale.  

I cinquant’anni di storia del Winston’s Restaurant, nei suoi primi 25 anni di vita a fianco al Royal Alexandra Theatre, nel cuore di Toronto, e poi, con Arena, nella vicina Adelaide Ave., sono raccolti in un elegante libro, che, appena uscito (1989),  John mi ha gentilmente regalato una sera che ero suo ospite a cena, nel mentre rispondeva ad una telefonata di un gruppo di amici di New York che volevano prenotare un tavolo per la cena. Il tempo di prendere l’aereo personale e, in poco più di un’ora, arrivare. John ha detto, con grande garbo e gentilezza, che non c’erano più tavoli liberi, tutti prenotati. Quando gli ho chiesto perché aveva rifiutato una così importante prenotazione, visto che c’era un tavolo libero, mi ha prontamente risposto “e se viene la regina?”. E, a proposito della regina, mi ha raccontato, quasi sicuramente con lo stesso atteggiamento di sorpresa di allora, della telefonata dell’addetto alle pubbliche relazioni della Casa reale d’Inghilterra che voleva prenotare per la regina e lui che ha chiuso il telefono pensando a uno scherzo. Una questione risolta con la telefonata del console inglese in Toronto.  Il libro “Winston’s”, caratteri in oro, “La vita e i momenti di un grande ristorante”, scritto da due noti scrittori, Herbert Whittaker e Arnold Edinborough, racconta la storia di questo tempio della cucina canadese, fondato negli anni ’40 da un  immigrato ungherese, Oscar Canceller, che l’ha reso famoso, esclusivo, grazie alla frequentazione di celebrità che vivevano il teatro, politici e uomini di affari, fino a quando (1962), per un infarto, non viene costretto a cederlo a un consorzio di produttori locali. Sono i quattro anni (1962-1966) che - vuoi per incapacità e, vuoi anche, per la nascita di numerosi e nuovi ristoranti nelle vicinanze – registrano, con la perdita dell’affezionata clientela, il fallimento del Winston’s e l’entrata in scena di John, allora responsabile del ristorante di un famoso Country club, che, proprio nel giorno della morte di Canceller per un altro infarto, acquista il Winston’s per soli due dollari canadesi, come dire meno di duemila lire italiane. Gli autori del libro hanno dedicato a John un intero capitolo, quello che chiude la storia del noto ristorante

John Joseph, l’italiano di origine calabrese che, alla fine degli anni ’30, a soli 14 anni, affronta un viaggio di quaranta giorni per raggiungere con un bastimento l’Australia. Il Winston’s riparte – come prima si diceva - non lontano dalla vecchia sede, in Adelaide ave, una delle strade più famose ed importanti di Toronto, con una nuova immagine e un nuovo stile in sala e cucina. Lo stile di Jonh, il ragazzo che, dall’entrata della primavera all’inizio dell’autunno, come gran parte dei suoi coetanei, camminava scalzo e che, per colpa di una maestra, non è riuscito a terminare la terza elementare. John scrive bene in inglese e, come a vendicarsi di quella sua maestra, altrettanto bene in italiano. Nel 1957 sbarca in Canada dalla lontana Australia e vive questo grande Paese con la gratitudine di chi ha ricevuto onori e successi nel corso di una vita intensa e ricca di avventure. Ha dentro la sua memoria, come quadri in bianco e nero, i territori calpestati scalzi del suo piccolo paese in Calabria ed è lì che ha lasciato un pezzo del suo cuore. Ti rendi conto che è così  quando questi quadri espressi dalla sua terra, oggi ancor più amata, te li illustra e, con essi, racconta, con gli occhi inumiditi di emozione, le figure dei suoi cari, della madre in particolare.

John, il ragazzo che troppo presto diventa uomo, il “self made man”, il grande professionista e, anche, grande perfezionista se è vero che la mattina, all’apertura del Winston’s,  controlla tutto, ogni angolo della sala e della cucina del ristorante, perfino le unghie dei camerieri. Il genio, l’artista dell’ospitalità; l’uomo dalla grande memoria che - se non fosse per un ginocchio sostituito con una capsula in ottone - non avrebbe niente di cui lamentarsi, ma solo di raccontare, nei particolari, le sue avventure di giramondo.  L’affabulatore che sa cogliere l’attenzione. E, ancor più, l’eterno giovane, sempre elegante, che continua a parlare dei suoi sogni, dei suoi progetti, dei suoi nuovi impegni, soprattutto nella gestione di una grande associazione da lui fondata, DiRṓNa, che raggruppa oltre seicento ristoranti del Canada, Stati Uniti e Messico, selezionati per l’offerta del cibo di qualità. A tale proposito, mi ha confermato la scelta che il gruppo dirigente di questa associazione ha fatto, qual è quella di inserire, nel programma di attività dell’anno prossimo, una visita a maggio, con un gruppo dei suoi associati, del Molise, per godere la bellezza dei suoi paesaggi, degustare gli oli e i cibi di questa mia terra. E dell’olio abbiamo parlato intorno al tavolo del mio giardino sotto gli olivi secolari e guardando, per colpa del ginocchio malandato, quelli giovani poco lontani  Una buona opportunità per la promozione delle bellezze e delle bontà di una Regione che affascina il visitatore. Mi sono sentito onorato di questa sua visita e di quela delle famiglie Damato,  a La Casa del Vento. E, mi hanno fatto piacere i suoi elogi a L’Olio di Flora che ha degustato con particolare attenzione, ricordando quando da piccolo frequentava i frantoi del suo paese perché, oltre al delicato profumo dell’olio che usciva dalle vasche in pietra, c’era sempre una fetta di pane raffermo, inzuppato di olio, da mangiare. “Una grazia di Dio” come ci ha tenuto a sottolineare. Salutandoci con un abbraccio ci siamo detti “a presto, arrivederci a maggio del prossimo anno”.
pasqualedilena@gmail.com