5 agosto 2017

Il terribile prezzo della globalizzazione: la perdita della ruralità

La globalizzazione sta consumando il globo. Non solo le risorse, pur indispensabili, ma soprattutto i nostri sogni, le nostre speranze, il domani. La globalizzazione rischia di portarci via quanto abbiamo di più prezioso: ambiente, salute e lavoro. Tutto, compreso i pilastri fondanti delle nostre società.

Le riflessioni di Pasquale Di Lena

La globalizzazione consuma ogni giorno superfici enormi di terreno, nella gran parte fertile; risorse e valori come il cibo, la biodiversità, la cultura e le tradizioni di una comunità, la storia, la sovranità alimentare, la libertà e la pace, spazi di partecipazione e di democrazia, paesaggi e ambiente, il lavoro, l’identità di ognuno. Consuma il globo che ci ospita e, con il globo, i nostri sogni, le nostre speranze, il domani. Consuma e procede frenetica, senza un attimo di tregua, alla ricerca di una sua piena realizzazione, possibile solo se vengono rimossi i tanti ostacoli che ancora frenano e bloccano i processi di liberalizzazione e privatizzazione di ogni bene.

I trattati Ceta e Ttip - per lungo tempo secretati - una volta scoperti hanno mostrato che servono per accelerare questi processi a scapito di regole e principi importanti che, l’Unione Europea e i Paesi che ne fanno parte, si sono dati con le Carte costituzionali scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Trattati che negano il principio della trasparenza e della partecipazione democratica; non garantiscono le regole e i diritti, in particolare quelli riguardanti l’ambiente, il lavoro, la salute. Serviranno, una volta acquisita la piena liberalizzazione e privatizzazione, ad aggredire ancor di più il territorio, con tutte le sue risorse e i suoi valori. Rappresentano un attacco a fondo alla sovranità nazionale, nel momento in cui tali accordi su commercio e investimenti tra l’Europa e il Canada e l’Europa e gli Stati Uniti, servono per salvaguardare solo gli interessi degli investitori e dei privati, con il pubblico che deve sottostare alle decisioni e rivendicazioni di questi soggetti.

Non è un caso che questi accordi sono andati avanti per anni in tutta segretezza e, poi, solo alla vigilia della loro approvazione da parte del Parlamento europeo, venuti allo scoperto e messi in circolazione, tant’è che la stragrande maggioranza dei parlamentari non sapevano neanche di cosa si trattasse.

Le lobby si sono trovate di fronte un lavoro straordinario da fare per convincere questi parlamentari e gli organi d’informazione che si trattava di abbattere definitivamente le barriere tariffarie, una necessità per facilitare gli scambi commerciali e rilanciare l’economia uscita a pezzi dopo la grande crisi scoppiata nel 2008.

La verità è che non sono le barriere tariffarie il problema da risolvere per i due trattati, visto che ne sono rimaste ben poche, e, comunque, non difficili da rimuovere, se, da parte del Paese che mantiene ancora queste tariffe, c’è la volontà di eliminarle.

Se prendiamo in considerazione il CETA, il trattato approvato all’inizio di febbraio di quest’anno e già operativo, si parla - se tutto procede per il meglio nei prossimi dieci anni - di un aumento del Pil pari allo 0,3%, che è davvero poca cosa.
Si parla anche di un aumento delle importazioni delle materie prime da parte dell’Europa, quali il grano e la carne, e, visto che è stato raggiunto l’accordo, solo i parlamenti nazionali possono annullare. Due prodotti, il grano e la pasta, fortemente inquinati di un potente veleno, qual è il glifosate, e di antibiotici, che bisogna accettare così come sono. Tutto per le immense distese di campi di grano e le grandi stalle con migliaia d capi di bestiame gonfiati, in quel grande Paese che è il Canada.
Tutto contro la nostra cerealicoltura e la nostra zootecnia e, ancor più, tutto contro la nostra salute.

Il vero problema sta nelle barriere non tariffarie, rappresentate da quei principi e da quelle regole che ho poco sopra riportato, fino ad ora ostacoli insormontabili per le multinazionali e, come tali, da rimuovere per avere la piena libertà degli investimenti che decidono di fare in questo o quel Paese che, con la Ue, rientra nel trattato, sia quello con il Canada (Ceta), che con gli Stati uniti (Ttip) .

La trovata di un arbitrato investimenti –Stato per la tutela degli investimenti, in un primo momento tutto nelle mani di tre esperti nominati dai privati, è la spiegazione più evidente del ruolo residuale della sovranità nazionale di ogni singolo Paese che rientra nel trattato. E’ vero, il Ceta ha in parte corretto questo strumento , ma, visto che non chiarisce i criteri con cui verrà definita “distorsiva di mercato” una politica pubblica, e, lascia del tutto aperta la possibilità di richiesta da parte dei privati di una compensazione commerciale, come dire che la questione rimane.

Il Ceta, Come il Ttip, è un trattato che rafforza il potere di chi ha già in mano il mercato globale e lo fa – come sopra scrivevo - riducendo a poca cosa la sovranità nazionale, ma, anche, eliminando principi, regole e diritti dei produttori e dei consumatori, che non hanno più la libertà di scelta nelle mani delle multinazionali, non importa se europee o dei Paesi del Nord America.

Stanno qui, in questa lunga premessa, le ragioni del mio NO Ceta, NO Ttip. Due NO per continuare a sperare in una frenata possente che, se non blocca, almeno rallenta la folle corsa di questa globalizzazione che ci sta portando verso il baratro.

Non c’è da perdere tempo a polemizzare con quanti si sono espressi per la conferma del Ceta e, domani, anche del Ttip, soprattutto rappresentanti autorevoli del mondo agricolo, associazioni e consorzi di tutela in particolare, che sostengono, a conferma della loro piena accettazione dei trattati, di avere dei vantaggi per i loro prodotti. Anche nel caso che abbiano ragione, mostrano di avere una dose alta di egoismo, sia nei confronti di una gamma enorme di prodotti (ben 250 eccellenze dop e igp a fronte delle 41 inserite), che nei confronti di milioni di italiani che sentono propri i valori della Carta costituzionale; hanno a cuore, gelosi della propria identità, i valori e le risorse che il territorio esprime; sentono forte, soprattutto i giovani, il bisogno di un vero cambiamento, che è tale solo se capace di ridare spazio alla natura, alla biodiversità, al clima, al benessere, espresso anche da una sana alimentazione.

Cittadini che amano la libera circolazione delle merci, che, però, non vogliono essere considerati merce nelle mani di privati che, come si sa, hanno un unico e solo obiettivo: il profitto, il loro profitto!

di Pasquale Di Lena
TEATRO NATURALE - pubblicato il 04 agosto 2017 in Pensieri e Parole > Editoriali

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