28 novembre 2017

LA DELEGAZIONE DI ISERNIA DELL’ACCADEMIA ITALIANA DELLA CUCINA PRESENTA IL LIBRO “DON LUIGI-SFIDE E PASSIONI”

Sarà a Isernia, dopo Termoli e Campobasso, la prossima presentazione del libro “Don Luigi – Sfide e Passioni” , un’autobiografia del fondatore dell’azienda Di Majo Norante, in Campomarino.  Questo terzo appuntamento in Molise, organizzato dalla Delegazione di Isernia dell’Accademia Italiana della Cucina, è in programma giovedì 30, ore 17, presso la Sala riunioni del MUSEC (palazzo della Provincia).



Un altro incontro per conoscere ancora meglio, attraverso il racconto asciutto della sua vita, raccolto nel libro edito dalla Iannone Editore di  Isernia, il napoletano Luigi di Majo.

Le sue esperienze di direttore, appena laureato, di due aziende agricole in Brasile; l’impegno politico-sindacale dopo i cinque anni vissuti tra San Paolo e Rio de Janeiro; l’esperienza fatta come amministratore della Cassa per il Mezzogiorno .

La presentazione, occasione, anche, per conoscere la storia di un molisano di adozione, grazie all’incontro con la sua futura moglie, Anna Maria Norante di Campomarino, la madre dei suoi tre figli. Un imprenditore lungimirante che guarda al mercato, alle domande che esso pone per dare, con il terreno a disposizione, le risposte più adeguate. Oggi, grazie a suo figlio Alessio,  il mercato   è quello globale, con i vini della Di Majo Norante di Campomarino nel Molise, che, con tutti gli altri grandi vini, molisani e italiani, competono per conquistare la fiducia del consumatore, sia esso americano o tedesco, austriaco o canadese, inglese o brasiliano. Una grande sfida, spesso vincente, con tanti premi quali medaglie importanti di cui essere orgogliosi, l’ultima di qualche giorno fa “i 5 Grappoli”, cioè il massimo dei riconoscimenti per il “Don Luigi” riserva 2013, doc “Molise rosso”.

Una lunga storia che l’autore consegna ai giovani, come esempio d’impegno e di lotta, di fiducia in un domani migliore, e, ancora una volta, al Molise, con la sua ultima idea, la Fattoria della Salute e del Benessere, che intende realizzare con il contributo delle istituzioni e degli enti, a partire dall’Università del Molise.

Parleranno del libro - dopo i saluti del Sindaco di Isernia, Giacomo Apollonio; del Presidente della Provincia, Lorenzo Coia e del Rettore dell’Università del Molise, Gianmaria Palmieri – Cristina Norante, autrice e regista televisiva, ha firmato la presentazione; Giovanna Maria Maj, delegata d’Isernia dell’Accademia Italiana della Cucina; Pasquale di Lena, autore della postfazione. Interverranno, a segnare i percorsi d’Eccellenza, Franco Di Nucci del Caseificio Di Nucci Antonio, in Agnone; Claudio Papa della Dolceamaro confetti di Monteroduni… fioriscono i mandorli nel Molise; Valentino Dolciaria di Pettoranello; Francesco Cimino, “Il cammino dei Sanniti”.

Coordina il prof. Norberto Lombardi, Accademico della Cucina Italiana.

Sarà presente l’autore del libro “Don Luigi – Sfide e Passioni”




24 novembre 2017

L'export agroalimentare italiano va a gonfie vele? E' miopia strategica

In questo senso i dati del terzo trimestre delle export dell’agroalimentare italiano se, da una parte fanno esultare, dall’altro fanno riflettere e, anche, preoccupare. Esulta il Ministro dell’Agricoltura Martina e dice “il sorpasso in valore della Francia in Usa non ci preoccupa”. Così l'Italia va a sbattere

La Danimarca ha deciso di rendere, nel corso dei prossimi dieci anni, tutto il suo territorio sostenibile e di fare entrare sul suo mercato solo prodotti biologici.
Una notizia importante per un Paese come l’Italia che ha nelle eccellenze agroalimentari dop e igp un suo punto di forza. Non a caso è l’Italia che sale e salirà (se non le cancellano) sul podio più alto dei riconoscimenti Dop e Igp, cioè dei prodotti che hanno nell’origine (il territorio) la qualità, frutto anche della memoria e della passione dei bravi coltivatori e dei trasformatori.
Una posizione di vantaggio che fino ad ora non è mai stata sfruttata in mancanza di una programmazione che, oggi, è tale se ridà all’agricoltura il suo ruolo naturale, quello di tornare ad essere perno di un nuovo sviluppo, visto il fallimento dichiarato di quello attuale. Il bisogno di una programmazione che ha come priorità il blocco del furto e distruzione del territorio e la limitazione dell’uso e abuso della chimica, per mantenere e non cancellare la superficie dei terreni coltivabili e, ancor più, migliorare lo stato della loro fertilità. Una programmazione sostenuta da una strategia di mercato, una nuova cultura del marketing, a partire dalla domanda posta, non più tardi di domani, dal mercato danese, sapendo che essa può diventare presto un esempio per tante realtà del mercato globale.
Programmazione delle produzioni e strategie di marketing per guidare il futuro delle nostre eccellenze e dare le giuste risposte ai bisogni dei produttori e dei territori di queste e altre eccellenze dop e igp, se pensiamo al ricco patrimonio di territori e di prodotti tradizionali a disposizione del nostro Paese. Eccellenze che, stante alla scelta della Danimarca, non basta più che esprimano e garantiscano la qualità, ma è sempre più importante che garantiscano la salubrità. Sapendo che la scelta della Danimarca rispecchia la scelta, sempre più crescente, dei consumatori di ogni parte del mondo, c’è bisogno, sempre più, di diffondere la cultura della sostenibilità e della centralità e attualità dell’agricoltura, realizzando esempi validi e renderli opportunità di cambiamento, cioè possibilità di tracciare un nuovo percorso che porta lontano.
Il rifermento è ai Distretti Biologici, da vedere come nuovo percorso e non come traguardo, ma tanti traguardi da tagliare per esultare davvero.
La realizzazione di questi Distretti e l’impegno, una volta realizzati, a renderli sempre più ampi e significativi per vivere da protagonisti il nuovo percorso, dando- tanto per restare nel tema - risposte adeguate e vincenti alla domanda della Danimarca e dei Paesi che prenderanno da essa esempio.
Scelte che hanno bisogno di strutture, strumenti, personale specializzato per non vivere il rischio dell’improvvisazione e esultare di successi che possono diventare boomerang, nel momento in cui non sono il frutto di programmazione e strategie, ma delle rivoluzioni in atto, come quella dell’entrata - negli ultimi due decenni - sul mercato globale di miliardi di nuovi consumatori, con milioni di essi che sono considerati ricchi, se non straricchi. O, anche di azioni – l’Expo 2015 – che hanno dato comunque un’immagine del Paese e, anche se all’ombra delle multinazionali, dei suoi prodotti e dei suoi territori, ma, visto che sono eventi che non si ripetono, hanno una proiezione ristretta, e, così, non più in grado di alimentare l’immagine conquistata.

In questo senso i dati del terzo trimestre delle export dell’agroalimentare italiano se, da una parte fanno esultare, dall’altro fanno riflettere e, anche, preoccupare, visto che sono il risultato di un momento favorevole (oltretutto non sfruttato in pieno per le sue enormi potenzialità); di impegno e sacrifici dei singoli, e, in mancanza di una programmazione e di una strategia di marketing, d’improvvisazione.
C’è da avere grande rispetto per la nostra ristorazione, sparsa in ogni parte del mondo, e, soprattutto, per la passione e l’impegno dei nostri bravissimi cuochi, che hanno dimostrato di svolgere alla grande il loro attaccamento al Paese e alle grandi tradizioni, soprattutto quelle legate al cibo, ma, come una rondine non fa primavera, così una sola, anche se significativa, iniziativa, non fa quello che può fare solo una programmazione e una strategia di comunicazione, promozione, pubbliche relazioni e commercializzazione.
Esulta il Ministro dell’Agricoltura Martina dopo le performance dell’export dell’agroalimentare e dice “il sorpasso in valore della Francia in Usa non ci preoccupa”. Sbaglia a non preoccuparsi e cercare di capire che in quel dato c’è tutto il limite delle nostre improvvisazioni e, diversamente, la forza della Francia, con la sua Sopexa, che programma e cura le azioni atte a dare un’immagine alta dei suoi vini sul mercato americano. Per la regola che la promozione è come il mare, un insieme di onde piccole e, a volte, giganti, che servono a tenerlo vivo perché non diventi palude.
di Pasquale Di Lena
Teatro Naturale - pubblicato il 24 novembre 2017 in Tracce > Italia

LA TERRA OSPITALE


E' la disuguaglianza l’ingiustizia più inaccettabile che il mondo moderno vive. Una forbice che si apre sempre più e, via via che si allarga, aumenta la sofferenza della Terra a causa de: - il clima, che porta ad accelerare i processi di desertificazione, ovvero nascita e sviluppo di territori, un tempo coperti di vegetazione e popolati da animali, che, una volta spogliati di flora e fauna per colpa dell’aumento della temperatura, si trasformano in luoghi aridi, deserti. I suoi cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti e c’è ancora chi fa finta di non vederli; - il furto di territori, in particolare di quelli caratterizzati da una ricca fertilità, e cioè, della possibilità di offrire cibo mediante la coltivazione dei campi e la cura degli allevamenti.
Agricoltura e zootecnia, le due attività che hanno il merito di produrre cibo e alimentare l’umanità. Un furto di beni naturali, di biodiversità (vita), di speranza nel domani. Un furto di millenni di storia e di cultura oltre che di agricoltura e ruralità, di paesaggi e ambienti, di tradizioni. Un furto d’identità che rende, ogni giorno, tutti più insicuri, soprattutto quelli che sono costretti ad abbandonare il proprio territorio - martoriato da guerre, conflitti, dittature e derubato dei suoi valori e delle sue risorse – per cercare in mondo lontano, sconosciuto, un luogo dove vivere una nuova vita. Milioni di persone costrette a diventare migranti e vivere umiliazioni; - il denaro, tutto per il denaro, il padrone assoluto che decide del clima e, così pure, delle sorti dei territori e delle genti che a questi territori appartengono.
Ci sono otto persone al mondo che posseggono tutta la ricchezza che ha la metà della popolazione mondiale, cioè oltre tre miliardi e mezzo di persone e ci sono alcune centinaia di uomini e donne che hanno la ricchezza della quasi totalità (oltre sette miliardi) della popolazione mondiale. Una disuguaglianza paurosa, inaccettabile. Persone che credono e fanno credere che il domani è tutto nella possibilità di avere denaro e non, invece, nella cura e amore per la terra; nel verde di un prato o nel grigio di un terreno a maggese che alla terra dona riposo; nel rapporto atavico tra il coltivatore e la terra, e, con l’innata solidarietà, tra il coltivatore e altri soggetti di una società fondata su valori, ancora più importanti oggi, nell’era della conoscenza. Valori che, come le note musicali, se ben combinati producono armonia e danno emozioni, gioia, felicità.
Valori per non vivere la monotonia, l’uniformità, la noia di un’unica nota sempre più stonata. Servono alla terra, questi valori, per riprendere fiato, respirare, in modo da ridare alla natura quella sua capacità di vivere e prosperare grazie alla possibilità di riprodursi. Una possibilità che porta a privilegiare l’uomo con il dono del cibo, energia vitale, e, il dono del paesaggio, fonte di bellezza. Sta qui, in questa attenzione alla madre terra, l’attualità della centralità dell’agricoltura, quella che vede protagonista l’uomo, il coltivatore, e non le sole macchine. Una centralità che ha bisogno, per esprimersi, di una visione strategica nuova, qual è la salvaguardia e la tutela del territorio; la sua salute, essenziale per dare cibo sano e di qualità, offrire servizi, assicurare sostenibilità ai processi produttivi, preoccuparsi e credere nel domani. Un’agricoltura bio, che segna e disegna gli spazi rurali; si combina con altre attività, in particolare l’artigianato; rianima i borghi e i piccoli centri; ritorna ad essere il volano di un diverso sviluppo, quello che porta al domani. Un’attività dal cuore antico, solidale con le altre attività, capace di utilizzare le risorse che il territorio ha e di recuperare e valorizzare i tesori che esso ha espresso nel tempo. Una fonte di iniziative, e, come tale, di lavoro e di reddito, che apre ai turismi possibili e li fa vivere mettendoli nelle mani delle nuove generazioni. Un’agricoltura che torna ad essere ciò che è sempre stata, perno di uno sviluppo che non ruba, ma dona alla terra passione, intelligenza, amore, e, come tale, diventa fonte di nuova fiducia nel futuro. Quella fiducia di cui il mondo ha bisogno.
Tanto più qui, nel nostro piccolo, delizioso Molise, una città-campagna, bio - territorio da sempre, che ha bisogno dei suoi protagonisti, i coltivatori e gli allevatori, per rilanciare l’agricoltura e rianimare gli spazi rurali; dei suoi giovani; delle sue colline e dei suoi monti, della sua acqua, delle sue albe e dei suoi tramonti, della sua aria pura, per diventare esempio e punto di riferimento dell’intero Paese. Un luogo dove la terra sorride e accoglie, con il cuore e tutt’e due le mani.
Pasquale Di Lena

23 novembre 2017

La Guida Bibenda 2017 premia con “I 5 Grappoli” due  vini molisani



Sono il vino “Tintilia del Molse 66”, una doc 2011 di Claudio Cipressi, con la sua cantina in San Felice del Molise e il “Don Luigi” doc “Molise rosso”, riserva 2013, dell’azienda Di Majo Norante, in Campomarino.

Un altro bel successo questo inserimento tra “I Vini dell’Eccellenza”, che premia la bontà del territorio molisano, l’impegno e le capacità di due dei suoi produttori già vincitori di altri importanti riconoscimenti.

A Cipressi e Di Majo Norante e agli altri bravi vitivinicoltori vincitori di concorsi e, con i loro vini, riportati da altre importanti guide, le nostre più vive congratulazioni con l’augurio di sempre nuovi successi, utili al domani della nostra vitivinicoltura e del Molise nel suo insieme.

20 novembre 2017

Solo il protagonismo della società civile può cancellare il vecchio della politica molisana


La melma, il pantano in cui ci troviamo, hanno precise responsabilità e non saranno operazioni di maquillage a far riacquistare la “verginità” a personaggi che si sono macchiati non di errori tattici ma di gravissimi errori strategici

di Domenico Di Lisa

A me pare che l’elemento dominante di questa società sia la mancanza di memoria. Di memoria storica ma anche di fatti ed accadimenti recenti. Nel Molise l’assenza di memoria è macroscopica e patologica. Forse si tratta di superficialità o, forse, un semplice espediente per evitare di fare i conti anche con le proprie responsabilità. Per cui si ritiene più opportuno stendere un velo –pietoso- sul passato. C’è da augurarsi che prima o poi - meglio sarebbe ora, per evitare ulteriori disastri – qualcuno, soprattutto chi di mestiere fa lo storico, sciorinasse in faccia a questa società i fatti, che non si prestano ad interpretazione. Una operazione verità che potrebbe aiutare  a fare scelte oculate ed avvedute senza correre il rischio di affidare la scommessa della rigenerazione della politica, delle istituzioni, della società,  a coloro che sono stati i protagonisti del processo di degrado.

La melma, il pantano in cui ci troviamo, hanno precise responsabilità e non saranno operazioni di maquillage a far riacquistare la “verginità” a personaggi che si sono macchiati non di errori tattici ma di gravissimi errori strategici. Da decenni in nome del centrosinistra si è legittimata ogni forma di gattopardismo, di trasformismo, che ha ridotto la politica semplicemente ad un mercato delle vacche. Avessero almeno comprato bovini di razza, di spessore. No, solo mezze tacche, personaggi di infimo livello culturale, amministrativo, politico, che sono così diventati, legislatori, “statisti” cui affidare le sorti del Molise. In questa corsa al degrado si sono distinti non solo coloro le cui radici affondano nelle putrefatte spoglie democristiane ma anche in quelle comuniste.

Perché allora meravigliarsi se l’astensionismo è diventato imperante? E’ vero che alla politica spetta progettare il futuro, per cui bisogna guardare avanti, ma la domanda alla quale urge rispondere è: si può affidare il compito della costruzione del futuro a coloro che hanno costruito questo presente? Quale credibilità hanno coloro che dichiarano di voler  aggregare l’Ulivo 2.0 ? Anche nel passato hanno giurato e spergiurato che le operazioni di bassa lega erano finalizzate alla creazione di un futuro radioso. Tant’è. Anche Frattura disse la stessa cosa. Bastano le promesse o, siamo generosi, le buone intenzioni? Di buoni propositi sono lastricate le vie. Dell’inferno.

Se fossero in buona fede ed intenzionati ad anteporre, almeno una volta,  il bene comune agli interessi personali avrebbero riconosciuto e fatto ammenda pubblicamente dei propri errori, avrebbero fatto non un passo di lato ma infiniti passi indietro, mettendosi a disposizione di un gruppo di persone nuove, non solo per età anagrafica,  ma per aver dimostrato linearità di comportamento. Non mi pare stiano facendo questo.

Non ho alcun dubbio che questa maggioranza alla Regione è solo un “comitato di affari” e va mandata a casa. Ma non ci si può chiedere di dare credito a coloro che ancora oggi continuano a votare in Consiglio regionale a favore di modifiche allo Statuto che prevedono l’aumento del numero degli assessori e la introduzione della figura del sottosegretario, o non votano la sfiducia a Frattura. O magari smentendo, proprio come Frattura, tutti i solenni impegni assunti in campagna elettorale sulla eliminazione dei privilegi e la riduzione dei costi della politica. Mai una parola su questi temi da Ruta e Leva.

In attesa che qualcuno scriva la storia forse non è superfluo ricordare che nel 1998 la triade Ruta, Iorio e Patriciello, allora tutti nel centrosinistra, furono i protagonisti del primo ribaltone alla Regione Molise. Fu disarcionato  Veneziale (Marcello) e Iorio, con il voto determinante di Ruta, andò a fare il presidente con la destra. Alle elezioni regionali del 2006 Ruta, candidato presidente,  fece di tutto per allearsi con Patriciello, che già allora aveva colossali conflitti di interessi.

Quando sono stato  consigliere regionale ho avuto infinite prove della subalternità del centrosinistra e della sinistra nei confronti di Patriciello. Mai una parola che potesse imbarazzare o mettere in difficoltà “Aldo”. Anzi, molti ossequi e, probabilmente, qualche richiesta di favore da soddisfare. Del resto tutti abbiamo famiglia. La politica sanitaria del centrosinistra fu dettata proprio da Patriciello, allora vicepresidente della giunta regionale.

Nel 2011 proprio Ruta e Leva, allora segretario del PD, scelsero Frattura come candidato presidente e lo riproposero nel 2013. Si allearono con Patriciello che era da qualche anno eurodeputato di Forza Italia e candidarono (ed elessero) uomini suoi nel PD. Nel 2014 Leva ha dichiarato alla stampa: “quando fu fatta l'intesa Patriciello assunse l'impegno ad abbandonare Forza Italia. Ciò non è mai accaduto”. Sic!

Ed allora torna la domanda: possono costoro guidare il processo di ricostruzione dell’Ulivo?

Non ho dubbi sulla risposta. Spero non ne abbiano neanche quei cittadini, quelle associazioni che sollecitano un nuovo protagonismo della società civile, di cui c’è grande bisogno.

Campobasso 19.11.2017




19 novembre 2017

PREMIO MOLISE

Ieri sera l’ Auditorium di Isernia era pieno e attento a seguire la cerimonia della consegna del “Premio Molise – I migliori meritano un premio”. 

Il successo di questa prima edizione fa pensare che il Molise sentiva il bisogno di dedicarsi un premio e, così, premiare i molisani che, in vari campi, hanno espresso impegno e passione.

Essere stato scelto è stata per me una gioia e, oggi, far parte di una bella compagnia come quella composta dai molisani ieri premiati, è per me un grande onore.

Sta qui la mia gratitudine agli organizzatori del Premio Molise ed alla giuria che, per la categoria Agricoltura, ha indicato me.

Il pensiero ai miei cari, e, dopo la stretta di mano al Sindaco di Isernia, Dr. Apollonio, che mi ha consegnato il premio -  la mia dedica a tutti i molisani e l’orgoglio di sentirsi tali, in particolare i giovani; al mondo dell’agricoltura ed ai suoi protagonisti, produttori di bellezza con gli stupendi paesaggi, che il Molise offre, e, di cibo, la prima energia di cui davvero non possiamo fare a meno. I coltivatori della Terra e di quel bene comune, il Territorio, il solo vero grande tesoro che abbiamo e sul quale è possibile costruire il domani.
Oggi è ancora più bello sentirsi molisano

18 novembre 2017

La guida Michelin 2018 - "Da Nadia" conferma la sua stella

22 stelle Michelin in più dello scorso anno confermano l'Italia al secondo posto dopo la Francia. In più una tre stelle (il massimo riconoscimento); tre due stelle e ben 22 una stella. Il Molise non ha avuto nemmeno una delle 356 stelle riportate nella guida e questo dispiace. Voglio pensare che i giurati accreditati dalla guida sono quelli che credono che "il Molise non esiste".
La nostra regione si consola con un'artista della ristorazione, Nadia Vincenzi, molisana d'elezione dopo il suo trasferimento, quando aveva dieci anni, con tutta la famiglia nella nostra regione. Una famiglia di ristoratori, con il fratello, il nostro bravissimo Bobo, ristorante "Ribo" di Guglionesi". Nadia e il suo ristorante "Da Nadia", aperto da poco a Castrezzato, dopo Erbusco, sempre nel cuore della Franciacorta, in provincia di Brescia,
Le nostre congratulazioni a Nadia che conosce bene e ama i buoni prodotti molisani.

16 novembre 2017

La nazionale di calcio è la crisi del Paese


di Umberto Berardo 

Gli italiani sono realmente un popolo strano.

Abbiamo problemi davvero macroscopici che attanagliano il Paese come quelli della mancanza di lavoro per tanti, una povertà che morde le viscere di milioni di persone, privilegi che scandalizzano, corruzione e malaffare in ogni angolo del territorio nazionale, malavita organizzata che sembra ormai l'antistato, servizi pubblici alla deriva come quello sanitario, ma le folle in piazza a rivendicare diritti non ci sono e poche risultano le voci che si muovono anche sul piano politico e su quello della comunicazione.

Viceversa la nazionale italiana di calcio non si qualifica ai mondiali di Russia del 2018 e, dopo la seconda partita con la Svezia di lunedì 13 novembre, i social network e le prime pagine dei giornali si riempiono non di analisi sensate e razionali, ma solo di delusione per la mancata attesa di gare calcistiche che per tanti sono il più grande dei circenses di cui si accontentavano già gli antichi romani. 

Se sul calcio si sa uscire dalla favola in cui molti vogliono ancora credere a tutti i costi, si capisce perfettamente che il mondo del pallone semplicemente non è più uno sport, ma un grande business organizzato in società che seguono perfettamente tutte le regole del più becero capitalismo.

La struttura della FGCI, le regole dei campionati professionistici, le modalità del mercato dei calciatori, dei tecnici  e degli allenatori, gli ingaggi stratosferici di quanti operano in tale mondo dovrebbero dirci con chiarezza che nel calcio occorre davvero cambiare tutto e portare l'aria fresca dei sogni che da ragazzi si vivevano intorno ai campi sportivi in cui si praticava uno sport libero e non certo finalizzato all'arricchimento di pochi soggetti.

Tra l'altro gli stadi sono spesso luogo di violenza e di manifestazioni contrarie ai più elementari principi della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e della dignità della persona, ma, anche rispetto a tali aspetti inquietanti delle tifoserie, non si vede alcun provvedimento sensato in grado di costituire una deterrenza al riguardo.

È davvero difficile continuare a seguire un calcio che si è svilito nell'autenticità del gioco e si nutre solo di tatticismi funzionali alle classifiche nei campionati ed al guadagno sproporzionato di chi lo pratica.

La nazionale italiana di calcio vive una crisi di gioco da molti anni, mentre i tifosi sembrano accorgersi del disastro solo dopo le ultime partire con la Svezia.

Ma ci siamo accorti che con la fallita qualificazione ai mondiali si è parlato prevalentemente dei mancati introiti economici derivanti da essa?

I tifosi hanno capito che nulla si sta muovendo perché ognuno resta al suo posto nonostante quello che è successo o al più si dovrà procedere ad esoneri, in quanto non sono previste le dimissioni di alcuno?

Qualcuno ha mai messo in discussione le somme che girano intorno ai vertici della FGCI, della nazionale e delle società professionistiche?

Si potranno anche mettere le toppe della sostituzione dell'allenatore o di qualcun altro, ma questo non basterà a riportare il calcio alla sua funzione di sport piuttosto che di luogo di alienazione dalla vita di tutti i giorni nei quali spesso l'umanità sembra tornare verso il buio.

Se nel mondo l'egoismo la fa da padrone, se la violenza delle armi, delle guerre e del terrorismo si allarga ovunque, se un intero continente come l'Africa vive un esodo ormai senza confronti, se nessuno vuole o riesce a dare soluzioni adeguate, neppure provvisorie, al problema delle migrazioni di popoli, se in Libia la CNN scopre e testimonia un mercato palese e tollerato di schiavi, se rispetto alle povertà altrui si accetta che molti Stati europei si arrocchino in sacche di parafascismo, pensiamo francamente che, senza ignorare la fine di un sogno sportivo come la partecipazione dell'Italia a campionati mondiali di calcio del 2018, i sistemi d'informazione forse dovrebbero dedicare le loro prime pagine ad altro, ovverosia ai problemi fondamentali dell'esistenza che attanagliano continuamente la vita della collettività.


Senza lavoro non c’è dignità  

di Umberto Berardo 

Si è tenuta a Cagliari da giovedì 26 a domenica 29 ottobre 2017 la 48ª settimana sociale dei cattolici italiani sul tema: “il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale.”

Purtroppo quattro giorni di lavoro sinodale di mille delegati delle diocesi italiane su una questione tra le più dibattute in questo momento non hanno avuto alcuno spazio tra i fatti posti all'attenzione dell'opinione pubblica dai mass-media.

I documenti del meeting sicuramente pongono agli italiani questioni importanti su cui riflettere.

Intanto, al di là di un neoliberismo tutto incentrato sulla crescita, i consumi ed il profitto, mettere il lavoro al centro dell'attenzione significa indirizzare l'impegno comune verso la costruzione di una società che, come ha scritto papa Francesco, sappia capire come “La dignità del lavoro è la condizione per creare lavoro buono: bisogna perciò difenderla e promuoverla”.

La settimana sociale ha colto intanto talune criticità odierne della disoccupazione crescente in una finanziarizzazione irresponsabile dell'economia, nel debito pubblico giunto in Italia già al 120% del PIL, negli investimenti privi di progettualità, nel tenore di vita senza sobrietà, nelle rendite egoistiche senza redistribuzione sociale, in una politica incapace di governance e perciò scollegata dalla società, nella distruzione e destrutturazione del lavoro umano da parte delle nuove tecnologie che nel giro di venti anni bruceranno ancora più di un miliardo di posti di lavoro ed abbasseranno sempre più la quota dei salari nelle attività robotizzabili.

Sostanzialmente la speculazione crea nicchie di agiatezza, riduce gli investimenti in attività produttive, impedisce la creazione di imprese virtuose in grado di creare benessere condiviso, produce le diseguaglianze determinate da una ricchezza spaventosamente concentrata e precarizza un lavoro sempre più sottopagato.

In un'Italia ripiegata, come tutto il mondo occidentale, sul binomio prospettico della rendita e del consumo la Settimana Sociale di Cagliari indica nuovi orizzonti a partire dal messaggio di papa Francesco di cui citiamo di seguito un passaggio che davvero mette in crisi molte concezioni del cosiddetto pensiero unico.

«Senza lavoro non c’è dignità, -  scrive il papa - ma non tutti i lavori sono “lavori degni”. Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Io ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono. Rimane poi la preoccupazione per i lavori pericolosi e malsani, che ogni anno causano in Italia centinaia di morti e di invalidi.

La Chiesa deve operare per un’economia al servizio della persona, che riduce le disuguaglianze e ha come fine il lavoro per tutti."

Per raggiungere una tale finalità, tra l'altro scritta in modo inequivocabile nell'art. 4 della Costituzione Italiana, a Cagliari sono state elaborate delle proposte che ci auguriamo possano costituire un elemento di riflessione e di confronto in tutto il Paese.

Alle istituzioni europee i cattolici italiani riuniti a Cagliari chiedono un'armonizzazione del sistema di tassazione e l'eliminazione dei paradisi fiscali, una crescita degli investimenti infrastrutturali e produttivi e scelte di politica economica non orientate solo a bloccare l'inflazione, ma soprattutto a creare occupazione.

Al Parlamento ed al Governo italiano si chiede di rinunciare a progetti emergenziali per costruire un patto sociale fondato sui seguenti punti: all'interno di un'istruzione integrale della persona rafforzare la formazione professionale in modo qualificato; creare un patto intergenerazionale canalizzando i piani individuali di risparmio degli adulti per sostenere piccole e medie imprese; migliorare le regole degli appalti evitando intoppi eccessivi di natura burocratica; rimodulare le aliquote IVA per premiare le filiere sostenibili e combattere il dumping; eliminare con metodi adeguati il lavoro nero e l'evasione fiscale; ridurre la spesa pubblica improduttiva.

Si tratta sicuramente di proposte sensate che ora ci auguriamo siano declinate in maniera concreta ed articolata attraverso un lavoro continuativo all'interno degli uffici pastorali del lavoro nelle diverse diocesi con suggerimenti e progetti di natura economica in grado di dare risposte concrete alle tante persone inattive perché inoccupate o disoccupate.

D'altra parte fare solo proclami servirebbe a poco se non si riuscisse poi a penetrare con le proprie idee nelle decisioni politiche.

Non è facile allargare il  numero degli occupati nel sistema lavorativo, ma occorre lavorarci con convinzione per dare dignità a tutti i cittadini, riducendo il fenomeno migratorio ed eliminando le forme di economia illegale contigue alla criminalità mafiosa che rischia di scardinare in tanti soggetti le regole fondamentali dell'etica e della democrazia.

Prima di ogni discorso di redistribuzione della ricchezza e del lavoro esistenti occorre in ogni Stato e dunque anche in Italia dare una forma legislativa a politiche sul reddito di cittadinanza impedendo che diventi una forma vuota ed umiliante di assistenzialismo e legandolo in ogni caso ad attività di partecipazione e di impegno sul piano sociale.

In tal modo chi riceve un reddito minimo garantito, oltre a sentirsi realizzato e gratificato, ne riconosce l'alto valore di utilità per il bene comune.

Le risorse disponibili vanno indirizzate verso obiettivi praticabili senza sperperarle in progetti di natura assistenziale o indirizzarle verso logiche di sostegno di feudi elettorali.

Intanto è nostra convinzione profonda che occorra ridare forza e dignità economica al lavoro autonomo e dipendente nel settore primario e soprattutto in quello che noi amiamo definire agricoltura contadina di qualità.

È necessario ancora orientare gli investimenti nella tutela dell'ambiente e del territorio come nei settori produttivi in espansione capaci di garantire nuova occupazione.

Nella redistribuzione del lavoro esistente troviamo molto condivisibili le idee di Aldo Eduardo Carra,   autore tra l'altro del volume " Più uguaglianza, più benessere: percorsi possibili in tempi di crisi " per Ediesse editore.

In direzione esattamente inversa alle politiche attuali del governo si indicano delle proposte di grande buon senso: abbassare l'età pensionabile; sviluppare contratti di lavoro ad orario ridotto per scelta volontaria; attuare il principio costituzionale della progressività nell'imposizione fiscale sui redditi da lavoro e sui patrimoni; ridefinire le aliquote fiscali abbassandole per l'orario ridotto, alzandole sul lavoro straordinario e detassando i contratti di solidarietà. 

Su altre ipotesi di cui ci siamo già occupati hanno lavorato l'economista Stefano Zamagni ed il sociologo Domenico De Masi.

La 48ª settimana sociale dei cattolici italiani si è appena chiusa.

Ciò che ora occorre fare è raccoglierne i fermenti e continuare in maniera articolata la riflessione.

Per rendere credibili e rivoluzionarie le proposte elaborate a Cagliari la Chiesa italiana ha sicuramente bisogno di eliminare al suo interno le contraddizioni esistenti nella sua struttura economica, ma anche nei comportamenti di tanti che si definiscono cristiani ma che, come evidenzia l'inchiesta giornalistica "Paradise Papers", sembrano decisamente all'interno dei meccanismi finanziari del sistema economico neoliberista che i cattolici dicono di voler cambiare.










15 novembre 2017

IL MOLISE DEL VINO E UN SUO GRANDE PERSONAGGIO, LUIGI DI MAJO

                 IN EDICOLA IL N° 2I DELLA BELLA RIVISTA "OINOS-VIVEREDIVINO"

10 novembre 2017

Il mondo del vino rinuncia alla cultura

L'Italia, ormai, arranca e ha la vista sempre più corta. Guarda ai guadagni facili e non alle strategie di lungo periodo. Chiusa l'Enoteca italiana chi farà cultura del vino? L'esaurimento della spinta propulsiva non giustifica la sua chiusura. Basta guardare alla Francia che ha rafforzato la sua Sopexa, l’agenzia nazionale di comunicazione e marketing. Le riflessioni di Pasquale Di Lena

Le porte dell’Ente Nazionale Mostra Vini e della sua Enoteca Italiana di Siena sono ormai sbarrate e - ce lo dobbiamo augurare - solo per poco, visto il bisogno che c’è di strumenti e strutture atte alla promozione e valorizzazione del sistema Italia nel campo del’enogastronomia e delle eccellenze dop e igp..

Una storia, partita 84 anni fa, con le biennali dei Vini Tipici e di Pregio nella Fortezza medicea e, poi, nel 1960, con l’apertura di una mostra denominata “Enoteca Italica Permanente”, ricavata negli ambienti del Bastione S. Filippo della Fortezza, sopra citata, della città del Palio. Una storia ricca di iniziative, tutte nel campo della valorizzazione di un testimone, il vino, certamente il più importante dei mille territori che animano questo nostro stupendo Paese. Luoghi, ambienti, paesaggi incantevoli, tesori di cultura e tradizioni, espressioni di ruralità e, con essa, di valori, che sono tanta parte dell’immagine che l’Italia vive nel mondo.

84 anni di alti e bassi, quelli che hanno accompagnato la vita dell’Ente e della sua Enoteca, oggi chiusi, dopo essere stai validi esempi per altre mostre-mercato e per altre strutture promozionali permanenti, soprattutto a carattere regionale.
Un Ente e una struttura importanti nel campo della promozione e della valorizzazione dei nostri vini, prima e dopo l’approvazione del Dpr 930 del 1963, quello che ha istituito il Comitato Nazionale per il riconoscimento, la tutela e la valorizzazione dei Vini a Denominazione di Origine.
Il decreto che ha aperto la strada della modernizzazione di un comparto fondamentale della nostra agricoltura, la vitivinicoltura,e, a distanza di quasi trent’anni, ha dato spunto ai regolamenti che riconoscono le indicazioni geografiche quale garanzia della qualità dell’origine di molti altri prodotti dell’agroalimentare italiano ed europeo.
Il periodo migliore dell’Ente Mostra Vini, dopo le mostre biennali e l’apertura della struttura permanente, è stato quello che ha visto l’Enoteca Italiana uscire, con i suoi vini doc e docg, da una delle porte di Siena e andare oltre i confini della Toscana, in Italia e nel mondo. Seconda metà degli anni ’80 fino ai primi anni del terzo millennio.
Il periodo della definitiva ripresa, di ruolo e d’azione, della singolare e bella struttura senese, tant’è che, se un giorno non c’era un’iniziativa in programma, la squadra, sempre più numerosa e sempre più preparata, s’impegnava a trovare una nuova idea utile a diffondere cultura e immagine del ricco patrimonio ampelografico e di vini. In particolare dei territori che li esprimevano.
La cultura e il racconto, i due elementi, insieme alla continuità delle azioni ed alla qualità, che rendono vincente la promozione e la valorizzazione del vino, come di ogni altro prodotto; l’immagine di un luogo, di un Paese. Azioni che incidono e producono risultati, tanto più se frutto di una strategia di marketing che il Paese, purtroppo, oggi più che mai, si deve dare.
E’ il vuoto e la confusione nel campo della promozione; la mancanza di strategia il limite che oggi paga l’Enoteca, una volta esaurita, senza più idee e passione, la sua azione propulsiva.
E tutto questo proprio nel momento in cui i processi di globalizzazione richiedono strategie e azioni atte a competere e vincere la concorrenza, strumenti e strutture adeguate a esaltare ancor più, non a impoverire, il sistema paese.
L’Ente Mostra Vini e l’Enoteca Italiana di Siena, con i dovuti e necessari adeguamenti e aggiornamenti, e, al centro di un sistema di strutture espositive e promozionali permanenti delle nostre eccellenze dop e igp, che vedono l’Italia primeggiare, e dei loro territori, avevano tutto, se nelle mani di amministratori attenti e capaci.
Ci sono segnali preoccupanti per il vino che meritano una riflessione. Penso al sorpasso, in termini di valori, della Francia sul mercato americano, a conclusione dei tre trimestri appena passati di quest’anno. Valori doppi a quelli dei vini italiani, che, oggi, hanno i caratteri della qualità e della diversità. La Francia, a differenza dell’Italia, non ha chiuso, ma rafforzato la sua Sopexa, l’agenzia nazionale di comunicazione e marketing.
Il mercato, soprattutto quello globalizzato e in continua mutazione, ha bisogno di politiche e di strumenti; di azioni, attente e costanti, di comunicazione e di marketing, per essere conquistato e vissuto da protagonisti. Aver portato l’Enoteca alla sua chiusura vuol dire che questo Paese ha, ancor più di ieri, una classe politica e dirigente che non sa i tesori che ha e, se lo sa, mostra di non avere interesse a comunicarli e spenderli per valorizzare i territori e dare un giusto reddito a quanti li abitano e li vivono con intelligenza, amore e passione.
di Pasquale Di Lena
Teatro Naturale pubblicato il 10 novembre 2017 in Pensieri e Parole > Editoriali

6 novembre 2017

Un maestro di ragioneria moderna ed applicata

di Franco Cianci 
Francesco Della Penna nacque a Vasto il 26 luglio 1886 da Giulia Cianci, sorella di Giuseppe Cianci .
Era molto legato allo zio Giuseppe e ai suoi nove cugini, nati da Giuseppe e da Cieri Lucia.

Una vera e propria gloria per la città di Vasto  (Vasto era, ed è, una bellissima città prospettata verso l’oriente, con una spettacolare vista, su un golfo); Francesco nacque in una palazzina a tre piani bianca, sotto il Superbo Castello Davalos (distrutto dai Longobardi, fu ricostruito nell'attuale aspetto medievale, divenendo una importante roccaforte durante la breve signoria dei Caldora e in età aragonese, fino alla proclamazione della breve Repubblica Vastese nel 1799, dopo il dominio secolare della famiglia D'Avalos)  oggi destinato a musei con un abbagliante terrazzo sul mare, centro di manifestazioni teatrali e museali di ogni genere.

La città era molto importante, avendo dato i natali a personaggi come Dante e Gabriele Rossetti (poeti eccezionali della corrente prearaffaelita), al pittore Palizzi, alcune delle cui opere sono esposte a Roma e a Firenze, a Silvio Ciccarone (per tutta la vita in contatto con Silvio e Beltrando Spaventa, zii di Benedetto Croce, di Bomba, che furono protagonisti importanti del Risorgimento italiano).
La casa di Della Penna, si specchiava sul bellissimo golfo di Vasto, come detto, dove oggi appare una sirenetta nel mare, simile a quella di Copenaghen.

Questo era il panorama che si affacciò agli occhi e alla mente straordinari di Francesco Della Penna.
Francesco fu un grande scrittore di testi universitari, anche di matematica, tra i suoi allievi preferiti ci furono: Angiolino Cianci, giornalista direttore di Vasto Domani, fratello di Ernesto Cianci, grandissimo studioso e manager, grande amico di Raffaele Mattioli (fondatore della Banca Commerciale), e fu sicuramente grande amico anche di Enrico Mattei il grande, leggendario manager, fondatore dell’Eni, nato ad Acqualagna, il cui padre, maresciallo dei CC, si trasferì a Casalbordino (una cittadina prossima a Vasto) per comandare la stazione locale, presso il cui istituto a Vasto frequentò la regia scuola tecnica.

Francesco, era padre di quattro figli : Gianfranco, primario chirurgo ad Orte, formatosi alla straordinaria scuola di Valdoni; Brunello, un vero prodigio del diritto, Presidente, alla fine della sua carriera, della Terza sezione penale della Cassazione, ed autore di una storica sentenza, di 600  pagine, su uno dei casi più clamorosi e controversi della Repubblica italiana nei primi anni 60 (l’omicidio del commissario Calabresi (padre di Mario Calabresi, direttore prima de la Stampa e, poi, di Repubblica); Fausto, dottore Commercialista con incarichi speciali fra le più alte società economiche e di Stato, e Luciana, farmacista.

Ricordo, che quando pranzavamo tutti nella bella sala della villa di Viale Libia n.1, il cui giardino degradava verso l’Aniene, amava parlare con grande versatilità di affabulatore.
Quando tornava a Vasto, nella sua casa con intonaco bianco, circondata a corolla da una panoramica strada pedecollinare, fitta di alberi, che costituisce, come detto, una delle vedute più belle di Vasto, amava giocare con gli amici, suoi coetanei e non, tra i quali godeva di una stima rilevantissima

Vestiva in modo severo: scarpe arrotondate, come quelle che sono in uso nella grande tradizione cittadina dell’Abruzzo; indossava sempre un abito scuro, con un fazzolettino al taschino.
Insegnava ragioneria generale ed applicata alla Sapienza a Roma e precisamente nel palazzo di piazza Fontanella Borghese, di fronte alla residenza di Guido Carli, Governatore della Banca d’Italia, raffinatissimo economista, con il quale era in contatto costante.

Spesso, amava portare anche suo nipote, ovvero me, nelle sue affollatissime lezioni nell’aula grande del Palazzo di fontanella Borghese, dove incantava, letteralmente, non è una esagerazione, il folto uditorio di studenti, che usavano rivolgergli, quasi ininterrottamente, domande, alla quali rispondeva a tono, grazie alla sua eccezionale preparazione professionale.

Insegnava, inoltre, presso la Cattolica, Università degli Studi Prodeo, posta lungo la Via Nomentana, quasi di fronte a Villa Torlonia, dove instancabilmente si recava, quasi tutte le mattine, con il tram.
Era Consigliere di Amministrazione della Banca Nazionale del Lavoro di Via Veneto, a confine con l’ambasciata Americana in Italia.

 Nell’anno accademico 1918-19 fu assunto quale assistente di ruolo presso la Cattedra di Ragioneria dell’Istituto Superiore di Scienze economiche e commerciali di Roma, dove rimase fino alla morte dei titolare della Cattedra stessa avvenuta nel luglio dell’anno 1930.
Nello stesso anno accademico 1918-19 e presso l’Istituto Superiore di Scienze economiche e commerciali di Roma, fu incaricato dell’insegnamento della Ragioneria generale in uno dei corsi accelerati per studenti militari smobilitati.
Negli anni accademici 1924-1925 e 1925-26 insegnò Ragioneria nella Università libera della cooperazione di Roma. Negli anni accademici 1926-1927 e 1927-28 insegnò “Organizzazione amministrativa e contabilità delle aziende industriali” nella Regia Scuola di Ingegneria di Roma.

Roma: serata molisana

moliseRoma venerdì 10 novembre 2017, dalle ore 17, presso il salone della Cna in via Guglielmo Massaia n.31 (Ostiense/ Garbatella), promossa dall’associazione Forche Caudine in collaborazione con l’associazione Amici di Capracotta. Il programma prevede la presentazione di tre libri: la “Guida del Molise” del quotidiano La Repubblica, a cura di Giuseppe Cerasa; “La Merica”, ricerca sull’emigrazione molisana a cura dell’Associazione Amici di Capracotta; “Il cappotto di quarta mano” di Sebastiano Di Rienzo. A seguire buffet di prodotti dell’Alto Molise. Interverranno, oltre agli autori: Lorenzo Tagliavanti (presidente della Camera di Commercio di Roma), Giampiero Castellotti (giornalista, presidente di “Forche Caudine”), Domenico Di Nucci (presidente dell’associazione Amici di Capracotta), Candido Paglione (sindaco di Capracotta) e Maria Stella Rossi (giornalista). Ingresso libero.

https://fidest.wordpress.com/2017/11/06/roma-serata-molisana/

2 novembre 2017

Dal mercato la sola vera risposta al bisogno di reddito dei nostri vitivinicoltori, e non solo.

Per la campagna 2017-2018 è pari a 1.735.472 di euro la dotazione per il Molise dai fondi Ocm (organizzazione comune del mercato) sui 336 milioni di euro destinati all’Italia.
Una bella cifra che riguarda la Ristrutturazione e Riconversione dei vigneti (916.212 euro  su 140 milioni a livello nazionale); la Promozione nei Paesi terzi (401.344 euro sui 101,9 milioni a livello nazionale); la Vendemmia verde (83.282 euro su 10 milioni a livello nazionale); Investimenti (334.634 euro su 45 milioni a livello nazionale).
Una ripartizione a misura del Molise, con la sua superficie vitata di poco superiore ai 5.500 ettari ed una produzione, calata negli ultimi anni, di poco superiore ai 250 mila ettolitri di vino, di cui 75% rosso e il rimanente 25% bianco. Cala (8/9%) la produzione dei  4 vini Doc (Biferno, Pentro o Pentro di Isernia, Molise o del Molise, Tintilia del Molise) a vantaggio (16%) delle due Igt ( Osco o Terre degli Osci e Rotae). Il resto della produzione è vino da tavola, bianco e rosso.
Risorse importanti per un ulteriore ammodernamento, dopo la rivoluzione negli anni ’60,  della vitivinicoltura molisana, con la sua estensione lungo la fascia adriatica, come coda di quella abruzzese, e il lento impoverimento nelle aree interne con l’espianto di piccole, ma pur importanti, vigne, soprattutto di Tintilia.
Importanti, e, se bene utilizzati, salutari  i 401.000 euro destinati alla conquista dei mercati terzi, cioè quelli dei Paesi che non fanno parte dell’Europa, in particolare quelli emergenti o là dove il vino ha dimostrato di avere un suo spazio, con nuovi consumatori che vogliono la qualità.
E il Molise è, oggi - dopo un percorso non facile, e, grazie alla riscoperta della Tintilia, prima inserita nella Doc “Molise” (1998) e, poi, staccata per una denominazione tutta sua “Tintilia del Molise”, riconosciuta nel giugno 2011 – in grado di garantire vini di grande qualità.
Una Regione, qual è il Molise, che ha forte e urgente bisogno di dotarsi di un’attenta strategia di marketing, altrimenti rischia di non far fruttare queste risorse e, così, perdere un’altra occasione, dopo quella di due o tre anni fa, quando i 400mila euro dell’Ocm sono stati stornati e utilizzati per le ristrutturazioni delle vigne. Una importante occasione persa per fare del mercato il punto di riferimento dei nostri bravi vitivinicoltori e dare al mercato (non alle elemosine) la risposta al bisogno di reddito dei viticoltori e, non solo, dei produttori tutti. Sapendo anche che il mercato non s’inventa e che esperienze non preparate e curate possono diventare un boomerang per le azioni da fare domani.
Ancora più bravi, i nostri vitivinicoltori, se mettono in campo tutti gli strumenti a loro disposizione per vivere i mercati terzi che s’intendono scegliere e battere con un programma triennale, in modo da evitare le toccate e fuga, cioè le azioni che fanno solo sprecare denaro e tempo. Penso, soprattutto, ai Consorzi di tutela, quello nato da tempo intorno alla Doc “Molise” e quello del vino “Tintilia del Molise”, appena costituito.
Due strumenti importanti per fare sistema e programmare il futuro della vitivinicoltura molisana, e, con i vini, gli oli delle 18 varietà autoctone, i latticini e i formaggi, l’insieme dei prodotti testimoni di un territorio che li esprime con la diffusa ruralità e la ricca biodiversità, la bellezza di paesaggi, le antiche tradizioni, tanta storia e tanta agricoltura contadina.
Un modo per fare del vino, di questi prodotti, dei caratteri unici del Molise, l’occasione di attirare l’attenzione di consumatori che diventano facilmente turisti  nelle mani di guide speciali come “Andar per vini o Andar per oli extravergini di oliva nel Molise”.
Una vitivinicoltura moderna quella del Molise, con la gran parte delle trenta e più aziende imbottigliatrici nate agli inizi di questo secolo, tutte in mano a giovani; la Tintilia, il suo testimone principe e la qualità che trova sempre più riscontro nei giudizi degli esperti che animano i concorsi e le guide. Vini sempre più vincenti e le ultime due guide “Vitae” dell’Ais e “Prosit” dell’Onav, le due organizzazioni che, insieme, all’Aspi, l’associazione degli assaggiatori professionisti, stanno dando un grande contributo di passione e impegno alla diffusione della cultura del vino, che è voglia di far vincere il Molise.
pasqualedilena@gmail.com