21 gennaio 2018

Il Molise non può più attendere

di Umberto Berardo 
Apprezziamo molto quanti il 16 gennaio hanno organizzato la protesta di lavoratori in cassa integrazione e disoccupati per chiedere al Consiglio Regionale del Molise di porre in essere le determinazioni in grado di rendere possibile l'election day il 4 marzo, ma immaginiamo che nessuna persona dotata del più piccolo spirito critico si fosse illusa sulla possibilità anche minima del raggiungimento di un tale obiettivo.
I giochi erano già fatti e riguardavano fondamentalmente le difficoltà a trovare nomi spendibili nel ruolo di presidenti di giunta come a costruire coalizioni possibili; erano in ogni caso legati soprattutto alla possibilità per soggetti e gruppi politici di prendere tempo e differenziare le date per giocare la partita su più campi.

Quanto avvenuto allora in Consiglio Regionale martedì 16 gennaio non è l'ennesimo teatrino grottesco di quanti recitano la parte perché gli spettatori possano convincersi che certe mozioni non siano solo una manfrina?

Eravamo coscienti di come si sarebbe conclusa la vicenda e le prime immediate e successive dichiarazioni di candidabilità in entrambe le consultazioni, nonostante le asserzioni contrapposte precedenti, sono la dimostrazione che probabilmente a non volere l'accorpamento elettorale erano in tanti in barba a dichiarazioni di senso contrario.

Una tornata elettorale per le regionali in Molise sappiamo che costerà qualche milione di euro alla cittadinanza, ma garantirà settimane aggiuntive di compensi ai consiglieri in carica!

Nella campagna elettorale già iniziata spopolano annunci di finanziamenti ed interventi risolutivi su problemi che si trascinano da anni e sui quali nulla si è fatto sin qui.
Per fortuna, noi diciamo, c'è qualcuno che si rende conto della grave situazione che sta vivendo il Molise su differenti versanti che vanno anzitutto da quello culturale fino a quello etico, economico, sociale e demografico. 
Non c'è alcun catastrofismo nell'affermazione che, se non s'interviene sensatamente con una seria politica di programmazione nella tutela del territorio, nello sviluppo di attività economiche legate alla vocazione locale ed alle nuove forme di sistemi produttivi, nella garanzia di servizi adeguati ai cittadini e soprattutto nel sostegno all'occupazione, questa nostra regione vedrà, come già in parte accaduto, scomparire molti enti ed istituzioni fino a vedersi negata la stessa autonomia amministrativa e forse perfino smembrata nel territorio verso forme di macroregione sulle quali si sta procedendo con l'elaborazione di disegni di legge senza che nessuno di essi abbia origine in soggetti e gruppi di studio in Molise mentre si fa strada qualche tentativo di studio su cui ci ripromettiamo di tornare.
Purtroppo anche questa campagna elettorale, con poche ed isolate eccezioni, si sta conducendo con schemi obsoleti, senza partecipazione e priva di rinnovamento sul piano metodologico e programmatico come pure nella scelta di una classe dirigente da far emergere nelle nuove generazioni. 

Il problema centrale in questa regione è che non esiste una popolazione in grado di coscientizzarsi continuativamente sui problemi, di elaborare alla base soluzioni e decisioni conseguenti responsabilizzandosi su una partecipazione diretta ed orizzontale nella gestione delle questioni comuni. 

Per tale ragione rimaniamo convinti che l'operazione più grande a livello politico debba essere di tipo culturale ed educativa da condurre attraverso diverse agenzie per la costruzione di uno spirito critico e per la formazione di una coscienza civica funzionale alla fondazione di una democrazia realmente partecipativa.
La delega si sta rivelando sempre più funzionale a forme di potere verticistico e dunque va rivista attraverso sistemi di controllo diretto della stessa.
Alcuni movimenti ed associazioni, nei quali abbiamo operato per lungo tempo,  hanno tentato di assumersi l'onere di gestire i problemi di natura sociale attraverso forme di partecipazione diretta dei cittadini e si sono aperti in certe circostanze a forme di assemblee larghe, di mobilitazioni e di lotte collettive, estese e condivise; talora al contrario anche in queste esperienze si rifluisce in orizzonti compressi ed elitari che finiscono per rompere il circuito della partecipazione impedendo sinergie e lavoro comune.
Su troppe questioni aperte la politica cerca, come sul dirsi, di mettere la polvere sotto il tappeto nella speranza di riuscire ancora a gestire il potere dirottando le risorse su progetti funzionali ad interessi di basso profilo.

La confusione che regna sotto il cielo molisano è davvero tanta.

Saremo degli idealisti incalliti, ma ci chiediamo ancora una volta se ci sono in questa regione soggetti singoli, associazioni e movimenti che, oltre a stilare programmi e perfino decaloghi, abbiano voglia, come si era in parte tentato, di creare sinergie operative capaci d'immaginare una lista elettorale costituita da persone nuove, possibilmente giovani, competenti, responsabili e capaci di rappresentare in Consiglio Regionale i diritti sacrosanti di una popolazione che vive davvero giorni difficili.
Ovviamente l'orizzonte a cui pensiamo è quello di una sinistra che faccia riferimento ai principi ed ai valori propri di un'area culturale e politica capace anzitutto di eliminare la povertà e le diseguaglianze affermando con forza diritti fondamentali per i cittadini quali quello al lavoro, alla cultura, alla salute, alla libertà nelle scelte ed alle pari opportunità nell'occupazione.
Chi si è costruito capacità politiche, ma non ha saputo metterle a disposizione del bene comune ed è passato sulla scena amministrativa o burocratica senza lasciare traccia o determinando situazioni economiche e sociali involutive crediamo debba avere il buon senso di farsi da parte favorendo un ricambio necessario della classe dirigente.

Il Molise non può più attendere.

Se i cittadini perdono anche il treno di queste consultazioni elettorali noi crediamo che il quadro possa diventare davvero buio.

  

   






17 gennaio 2018

La vite e l’olivo, la coppia più bella dell’agricoltura molisana

La vite e l’olivo, con i loro vini e i loro oli, hanno tutto per diventare testimoni principi della bontà e della bellezza espresse dai territori molisani

 Perché ciò succeda, è necessario: una programmazione che si doti di un piano vitivinicolo - ciò vale anche per l’olivicoltura e il suo olio – e, al suo interno, di una strategia di marketing capace di utilizzare e non disperdere(vedi Expo 2015)  le risorse; una forte aggregazione dei produttori, siano essi viticoltori o olivicoltori; una spinta alla ricerca e alle innovazioni per la piena sostenibilità della sola agricoltura possibile nel Molise, quella contadina. Dare immagine ai prodotti di quest’agricoltura e dignità ai suoi produttori. Senza dimenticare la cultura, cioè la necessità di raccontare questi prodotti e i suoi protagonisti, ben sapendo che è proprio la cultura l’arma vincente, la sola capace di spalancare la porta del mercato e, non solo, a mantenerla aperta per un tempo lungo.

Si tratta di dare quella priorità che merita un mercato sempre più globale, ancor più complesso e difficile di ieri, dove, però, attente politiche e strumenti all’altezza del compito hanno la possibilità di vincere la concorrenza affermando il luogo, il territorio, oltre che il prodotto, cioè la qualità dell’origine che rappresenta la sua identità.

Il vino e l’olio, come tutto il Molise, pagano a caro prezzo la mancanza di una visione del mercato e la scarsa o nulla attenzione alla comunicazione.
Ci sono successi per il vino e ciò è dovuto più a un impegno dei singoli produttori che a unità e dialogo tra questi e le stesse istituzioni, con queste ultime che mostrano una vera e propria schizofrenia nel momento in cui improvvisano- ancor più quando si spendono per questa o quella iniziativa promozionale fuori dal Molise e, nel contempo, nel Molise promuovono iniziative di altro tipo, quelle che vanno a rubare il terreno alla stessa vite o allo stesso ulivo, che danno quel vino o quell’olio che si è pensato di promuovere.

Succede sempre quando lo sguardo di chi è al comando delle operazioni non riesce ad andare oltre la punta del naso.

In questo modo non si dà spazio neanche a quello che pure c’è e si fa. Penso al  Coordinamento delle città dell'olio; alle tre associazioni dei sommelier che, con la loro crescita e il loro impegno, hanno dato impulso alla cultura del vino e, ultimamente, anche dell'olio; al “Movimento del Turismo del Vino nel Molise” e alle sue preziose iniziative, in particolare “Cantine aperte” e “Cinema in Cantina”, che tanto hanno dato all’immagine del vino molisano e alla diffusione della sua cultura; al Consorzio di tutela dei vini del Molise e a quello, di recente costituzione, riguardante la “Tintilia del Molise” Doc o, anche, Dop. Penso, anche, alla necessità e urgenza di dare alla Doc “Molise” Olio Extravergine di Oliva, il suo Consorzio di Tutela per far fare agli oli molisani quel salto sulle scansie più alte del mercato, ciò che vuol dire miglior rapporto qualità/prezzo e, con esso, miglioramento del reddito e delle condizioni di vita degli olivicoltori, e, non ultima, immagine dell’olio e del territorio molisano.   

Ci sono spazi enormi da conquistare se vengono messe in atto – ripeto – politiche e strumenti adeguati a una realtà piccola per l’incidenza della vite e dell’ulivo, del vino e dell’olio sul quadro complessivo nazionale, ma importante per il futuro dell’agricoltura molisana e dello stesso Molise.

 L’esempio che faccio è quello di un Paese come gli Stati Uniti, sempre più, con l’espansione dell’olivicoltura in California, produttore e sempre più consumatore di olio di oliva, visto che il consumo è continuato a crescere in questi ultimi decenni, fino ad arrivare, nel corso di un anno, a un litro a testa.

Una crescita sostenuta, e non poco, da un’azienda molisana, la Colavita, che partita da S. Elia a Pianisi, ha conquistato il grande Paese del Nord America, fino ad essere presente ovunque e, soprattutto, a diventare una delle grandi protagoniste, con uno dei più antichi e autorevoli istituti di cucina, la Culinary Institute of America in Hyde Park sull’Hudson river di N.Y., della diffusione della cultura gastronomica italiana, dell’olio in particolare.

Un processo, quello dell’olio di oliva, che ha tutto per ripercorrere la strada del vino italiano, avviata trent’anni fa, quella che ha reso gli Usa il primo Paese importatore. Basta una corretta e attenta strategia di marketing per cogliere i frutti - in America, come negli altri Paesi che si aprono al mercato dell’olio - delle sue azioni e rendere l’olio di oliva un prodotto sempre più ricercato.

pasqualedilena@gmail.com
pubblicato da PrimoPiano di oggi

15 gennaio 2018

Succede


 Il governo della regione autonoma spagnola, Castiglia-La Mancia, con Toledo capitale, dà una grande importanza alla sostenibilità con lo sviluppo del biologico nel comparto più importante della sua agricoltura, l’olivicoltura. Una realtà estesa per 316.700 ettari, di cui ben 57.000 sono già coltivati con metodo biologico. Come dire che un ettaro su cinque di olivi sono coltivati a biologico.
La partecipazione ai progetti europei, sia per sostenere i frantoi, in particolare per vedere come risparmiare l’acqua necessaria per la molitura, proprio nella Regione che dagli arabi è stata chiamata “Mancha” a significare “terra senz’acqua”; sia per salvaguardare e sostenere (programma Life Food Standards) la biodiversità. 
Sostegni al reddito dei produttori con aiuti alla promozione e valorizzazione dell’olio sui mercati; il mantenimento se non crescita della fertilità del suolo; la diffusione di alveari per una maggiore impollinazione e la copertura delle vegetazioni.
Che strano! Mentre in Spagna si pensa in positivo e al futuro dell’olivicoltura e dei suoi protagonisti, dalla Spagna arriva in Italia e, anche, nel Molise, la moda del super intensivo,  cioè l’attacco alla biodiversità olivicola, alla fertilità dei nostri suoli e uno spreco ulteriore di acqua, nel momento in cui essa diventa sempre più rara e più preziosa.
Succede quando la stupidità e la disonestà prevalgono sulla ragione e il buon senso
Larino, 15.01.2018

L'ignoranza fa più danni dei lieviti e dei solfiti.




Umberto Trombelli


Umberto Trombelli

Prendo spunto da alcune riflessioni e commenti postati negli ultimi giorni sui Social per approfondire alcune tematiche a cui tengo particolarmente e a cui non posso più voltare le spalle. Nei giorni scorsi stata pubblicata un'intervista ad un produttore vitivinicolo fautore dei vini naturali. In essa l'intervistato esprimeva dissenso su quei Produttori di vini naturali che vedono nei difetti organolettici un simbolo distintivo della loro naturalità e della territorialità. Nello stesso tempo, difendendo la buona gestione della cantina, esprimeva il suo disappunto su chi utilizza lieviti selezionati e /o coadiuvanti vari in vinificazione.
Il succo dell'articolo pubblicato voleva, in qualche modo, sostenere che il difetto, così come l'uso di coadiuvanti e additivi, altera l'originalità di un vino e il suo legame con il territorio. Questo punto di vista, tra i meno estremi in circolazione, sta diventando il tema dominante tra molti enoappassionati a cui si aggiungono fantomatici esperti che alimentano il dissenso mettendo alla gogna Imprenditori vinicoli ed Enologi.
Vediamo di fare un po' di chiarezza.
Nei miei 30 anni di attività di enologo ho avuto modo di approfondire le tecniche di produzione per vini prodotti da uve coltivate in Bio, in Biodinamica o in Agricoltura convenzionale; su vini senza solfiti aggiunti, senza l'uso dei lieviti selezionati, su vini cosiddetti “industriali” e vini commercializzati con sedimento in bottiglia. Ritengo di aver fatto una discreta esperienza ma non mi sento né appagato né arrivato, anzi, sono talmente appassionato a questo lavoro che continuo a leggere e a studiare perché troppe sono le lacune che la Scienza ancora non riesce a spiegare, nell'approfondimento dei chimismi fermentativi e conservativi dei vini.

Mi fa male vedere criminalizzare l'Enologia in generale da chi di Enologia non sa un fico secco. Come enologo sono felice di sentire finalmente che tra i Produttori di vini Naturali si riconoscano i difetti per quello che sono: non esprimono un territorio ma bensì lo sviliscono. Molti, però, tra cui alcuni Opinionisti, anche di grido, li esaltano e ne fanno un punto di forza per scoprire nuovi astri nascenti. Il difetto, come dice un famoso collega, è identificabile in ogni luogo e in ogni dove; quindi, oltre ad essere svilente è anche un carattere omologante. Non sono nuovi questi temi: negli anni sono stati “divinizzati” vini che un Produttore metteva in bottiglia senza nessun controllo, così che ti capitava di comprare o ordinare una bottiglia che aveva fatto una malolattica in bottiglia o era rifermentata per qualche residuo zuccherino mal considerato: guai ad avanzare qualche critica perché eri segnato come barbaro e ignorante; paradosso dei paradossi.
Mentre sono d’accordo sul riconoscere che i difetti sono difetti, non posso condividere invece il concetto che un vino, per essere originale e riconoscersi in un territorio deve essere prodotto senza l'uso di coadiuvanti e/o additivi. Riconosco che nei vini di massa se ne fa uso e, in certi casi, dai quali prendo le distanze, un uso esagerato. Se, però qualcuno cercasse di approfondire i temi, l'ABC della Biologia, della Chimica e di tutti i fenomeni che stanno alla base delle trasformazioni che ci portano ad ottenere un vino, forse sarebbe più disposto a riconoscere che il motore biologico che ci permette di vinificare va guidato dall'uomo. L'evoluzione naturale dell'uva infatti quella di riprodurre da un seme un'altra vite: il vino un prodotto regolato, voluto e condotto dall'uomo.
In Natura non esiste se non per un breve intermezzo nell'arco del processo di deperimento biologico dell'acino d'uva. L'uva prodotta in un vigneto posto in un territorio vocato fa l'unica differenza. Il vitigno autoctono è un elemento in più ma solo se ben selezionato.
L'uso di lieviti selezionati, quelli identificati come veloci e sicuri attivatori della fermentazione, l'uso di batteri malolattici, magari ottenuti dalla conservazione in cantina nell'anno precedente, l'uso dei solfiti in modo corretto e non invasivo, non è il male. La barrique e il contenitore in legno in genere sono nati per uno scopo: affinare, illimpidire e stabilizzare naturalmente il vino; non conciarlo su un gusto di legno!
Tutte queste sono tecniche e strumenti che l'uomo ha escogitato nei secoli per migliorare e rendere fruibile nel tempo il vino. Non ci vedo niente di male in questo, anzi, lo ritengo il modo ideale per valorizzare un vino in un territorio purché si usino con il contributo di una Viticoltura attenta e mirata, in un legame indissolubile.
Questa sarà la sfida del futuro per l'Italia: emergere su un mercato globale legando i nostri vini ai propri territori di produzione e con essi unirci la nostra Storia, il nostro patrimonio gastronomico e culturale.
Oggi, più che mai, è importante avere una coscienza comune per imporci su un mercato sempre più difficile e complesso. Ridurre il problema pensando che i lieviti selezionati siano un fatto negativo è fuori tema e controproducente.
Se è vero che sono stati selezionati ceppi di lieviti che caratterizzano e generalizzano il bouquet di un vino è anche vero che ne esistono tantissimi che sono solo buoni fermentatori che non intaccano le peculiarità originali delle uve. La scelta è ampia. Pensiamo solo per un attimo a che cosa sarebbe oggi la produzione di Champagne o di Spumanti, di qualsiasi zona del mondo, se non ci fossero i lieviti selezionati: sono stati selezionati appositamente per raggiungere quel risultato enoico e senza snaturare, anzi, per valorizzare gli stessi.
Che dire poi di come si selezionino nell'ambiente "Cantina" i lieviti cosiddetti “Spontanei” che fermentano i mosti di quei Produttori “ Naturali”: essi sono microorganismi che vivono in quiescenza nelle loro cantine (non nei loro vigneti!), si risvegliano a contatto dei mosti e si propagano durante tutto l'arco della vendemmia per poi ritornare, alcuni, di nuovo dormienti. In una cantina non esiste un lievito unico che inizia e porta a termine un processo fermentativo, nemmeno quelli selezionati possono fare ciò.
Per caso, chi sostiene il contrario ha mai fatto fare delle ricerche microbiologiche per capire chi sono e che origine hanno i loro agenti lievitanti?
A loro posso dire che se facessero delle indagini, delle mappe genetiche di quei ceppi “Indigeni” scoprirebbero che quei lieviti si trovano anche commercializzati e venduti come buoni vinificatori; troverebbero dei comuni Saccharomyces Cerevisiae, il microorganismo appartenente al mondo Vegetale, un fungo, l'agente della fermentazione. Troverebbero anche colture di lieviti apiculati, lieviti "non buoni", "pericolosi", non perché mostri ma perché in determinate condizioni ambientali preferiscono mangiare altro oltre agli zuccheri, e questo “altro” è un problema, un difetto 9 volte su 10.
Scoprirebbero semplicemente che ciò che dicono è senza fondamento.
Come dicevo ho provato a vinificare uve e ad affinare vini senza l'uso dei solfiti per più vendemmie. Il risultato che ne ho tratto che si possono produrre ma con un risultato qualitativo privo di personalità. Per un effetto ossidativo i profumi si perdono rendendo i vini insignificanti rispetto ai tradizionali. A oggi non esiste una tecnica che permetta di produrre vini di pregio, soprattutto a lungo invecchiamento senza l'uso di questo complesso additivo che funge da antisettico, da conservante e da stabilizzante. A che prezzo poi? Perché se proprio si volesse evitarne l'uso bisognerebbe usare altri additivi quali tannini, tannini e ancora tannini. Che dire poi dei vini bianchi senza l'uso dei solfiti: aiuto!
È vero: i solfiti aggiunti sono fastidiosi, tossici. Se usati in modo accorto, però, non arrecano tutto il fastidio di cui si sente vociferare. I limiti legali di essi sono stati abbassati nei vini negli ultimi tempi e subiscono continui ritocchi al ribasso mano a mano che cresce l'esperienza degli operatori ma non è, al momento, possibile farne a meno. A chi ne contesta l'uso vorrei chiedere se compra e consuma crostacei freschi, senape, sottoli, sottaceti, salse in genere ecc. Ci si chiede mai quanti solfiti aggiunti ci sono in gran parte dei cibi conservati? E quando si fa un conto della dose massima ingeribile per chilo corporeo di solfiti si considerano mai quelli ingeriti attraverso i cibi tutti? Troppo facile parlare senza sapere!
Perché si deve sempre pensare che la Ricerca, lo studio e chi cerca di applicare il frutto di tale lavoro siano dei pericoli, dei terroristi speculatori che vogliono avvelenare il prossimo?
Sono un Enologo e cerco di valorizzare al meglio i vini dei miei clienti lavorando sulle peculiarità delle uve che producono in uno specifico territorio. Uso pochi coadiuvanti e solo quando sono necessari.
Nonostante questo non si può trovare una identità comune tra tutti i vini a cui lavoro, passando dal Nord al Sud dello Stivale e non per questo credo di essere un “Alchimista”: credo di essere solo un buon “Pilota” che usa le tecniche che la Scienza mi dà per svolgere bene il mio lavoro.
Non solo, mi ritengo fortunato.
Tanti miei colleghi non possono dire lo stesso perché sul Mercato del vino non ci sono solo i vini famosi, ci sono anche i vini normali, quelli che si bevono tutti i giorni, come si beve una semplice birra; perché c'è anche un consumatore che qualche volta vuole bere soltanto un buon vino senza fare elucubrazioni se sta bevendo un Cabernet o un Sangiovese. Ci sono dei consumatori novizi che per arrivare ad un vino importante devono educare il proprio palato iniziando a bere vini semplici. I vini semplici non sono dei veleni! Sono dei vini ottenuti da Uva! I loro mosti sono vinificati con tecniche moderne e affidabili usando anche coadiuvanti e additivi alimentari autorizzati per ottenere anche vini "perfetti" e "piacioni". E allora?
Dovremmo lasciare questo Mercato?
Dovremmo dire a migliaia di operatori di cambiare mestiere perché qualcuno che non conosce e non si informa pensa che stiano facendo qualcosa di inaccettabile?
Che stanno perseguendo un business contro natura?
Assurdo!
Il vino deve essere considerato in tutte le sue varianti qualitative e commerciali da un Paese che il primo produttore mondiale.
Se la Tecnologia ci permette di contenere i costi ed essere competitivi anche sulle fasce di prezzo più convenienti non c'è niente di male. Nel mercato c'è posto per tutti e il nostro intento deve essere quello di migliorare sempre. Farsi la guerra per un pugno di lieviti mi sembra un modo per voler cercare un capro espiatorio che non risponde alle domande importanti.
Concludo facendo presente che le mie riflessioni da professionista sono principalmente una mano tesa a chi si rivolge al mondo del vino con passione e competenza con il quale non vedo l’ora di confrontarmi in modo costruttivo.