17 aprile 2018

L'impegno nel pacifismo

di Umberto Berardo 

Se è vero che nella storia la guerra è stata considerata quasi uno stato abituale per gli esseri umani ed ha fatto più notizia della pace, è altrettanto certo che quest'ultima ha avuto i suoi cantori già da Esiodo o i suoi promotori in Aristofane, Erodoto, Tacito, Francesco d'Assisi, Pietro Valdo, Erasmo da Rotterdam, John Woolman, Jean Jacques Rousseau, Voltaire, Immanuel Kant, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, Giovanni XXIII, Ernesto Balducci, don Tonino Bello, Gino Strada solo per citare alcuni tra i testimoni più conosciuti.

Ovviamente da cristiani vogliamo ricordare al riguardo il grande insegnamento di Gesù di Nazareth.

Fondamentale è stata in occidente l'opera "Il progetto di pace perpetua" pubblicata nel 1713 dopo il trattato di Utrecht dall'abate Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre, ritenuto da molti il primo pacifista occidentale.

Il pacifismo ha radici storiche e culturali nell'egualitarismo non violento cristiano, nel pensiero delle religioni orientali, nell'illuminismo, nel socialismo libertario e nella coscienza ecologica che rifiuta la globalizzazione selvaggia e si propone a tutela di relazioni positive tra gli esseri umani ed il territorio.

È soprattutto dopo i due conflitti più terribili del Novecento e la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948 che intellettuali, politici, artisti ed in generale cittadini si mobilitano per riflettere sulle strade da percorrere per eliminare la guerra dal consesso mondiale dopo che con delle rivoluzioni non violente come quelle di Gandhi, di Martin Luther King o di Mandela era stato possibile segnare tappe importanti nella liberazione dei popoli e nell'affermazione dei loro diritti.

Nasce così quello che abitualmente viene definito il movimento pacifista che in Italia cresce intorno a figure come don Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Alex Zanotelli, Antonino Drago e che si rafforza nei movimenti del Commercio equo e solidale, dei Beati costruttori di pace, del Movimento internazionale della Riconciliazione, di Pax Christi, del Forum Sociale Mondiale.

Il pacifismo può fondarsi su basi etiche da parte di chi ritiene in generale la violenza moralmente inaccettabile, ma anche su presupposti pragmatici di quanti pensano che la violenza stessa sia inefficace nella soluzione dei conflitti e per la costruzione della pace nella società.

La legittima difesa della libertà e dei diritti dal militarismo e dall'oppressione si fonda sul concetto e la pratica della lotta popolare non violenta di Gandhi che ha visto elaborazioni strategiche molto concrete sul piano dell'obiezione di coscienza al servizio ed alle spese militari, della disobbedienza civile e del boicottaggio di tutto ciò che è indirizzato alla guerra, all'oppressione dei popoli ed a stati d'ingiustizia sociale.

Non mancano tra i pacifisti quelli che individuano casi estremi in cui la violenza possa essere usata nella legittima difesa o per impedire genocidi in atto.

Di sicuro, a partire dalla secessione dei plebei sul Monte Sacro a Roma nel 494 a.C. fino all'indipendenza dell'India o a quella della Norvegia, le strategie pacifiche e non violente hanno dato nel corso della storia risultati positivi e talora insperati.

Già durante la guerra del Vietnam in Europa ci fu una poderosa capacità di mobilitazione delle masse giovanili contro quel conflitto e ne siamo stati parte attiva proprio con il M.I.R. con un'azione promossa in piazza San Pietro a Roma per chiedere al papa di farsi portavoce di pace nell'incontro con il presidente americano Nixon.

Negli anni successivi milioni di persone si sono mobilitate sul conflitto arabo-israeliano, sull'occupazione americana dell'Iraq, dell'Afganistan come sulle repressioni della Russia nei confronti delle popolazioni dell'Europa orientale o di quelle della Turchia  e di Saddam Hussein nei confronti dei Curdi.

Già sugli attentati dell'Isis questa mobilitazione si è attenuata ed oggi, rispetto a quella che papa Francesco chiama la terza guerra mondiale a puntate in atto, il movimento pacifista sembra addirittura assente o dissolto.

L'inferno della guerra nel mondo ha purtroppo moltissimi teatri e noi tutti abbiamo il dovere, di fronte alle immagini che ad esempio ci giungono dalla Siria, dalla Palestina o dall'Africa, d'impedire massacri che rappresentano davvero la negazione di ogni forma di umanità.

Dopo la guerra del golfo solo qualche piazza è tornata ad infiammarsi di attivismo per impedire il massacro dei palestinesi e la stessa marcia annuale Perugia-Assisi corre il rischio di diventare solo simbolica.

Dopo anni di forte sensibilizzazione per il disarmo nucleare e per la riduzione delle spese militari, oggi si assiste impotenti a quella che papa Francesco chiama la globalizzazione dell'indifferenza rispetto alle catastrofi create da quelle che vengono ipocritamente definite guerre preventive, umanitarie o operazioni di polizia internazionale.

La dissoluzione del pacifismo è probabilmente parte di quella crisi della sinistra che ne era stata l'anima insieme al mondo cattolico ed a quello sindacale.

Le cause forse vanno ricercate nell'inadeguatezza movimentista di andare oltre le manifestazioni e rafforzare la capacità elaborativa di analisi politica in un momento in cui assistiamo ad una forte involuzione e depotenziamento del sistema democratico con parlamenti nazionali che stanno sempre più cedendo poteri ad istituzioni sovranazionali spesso non legittimate sul piano elettorale o a centri di potere come FMI, BCE, NATO, WTO, società di rating e fondi d'investimento che si servono delle guerre come sistemi permanenti di dominio sulle materie prime e sul movimento di capitali a livello finanziario.

Poiché la politica sembra piegata alle ragioni della guerra, diventata oltretutto una forma estrema e disumana di economia, occorre in immediato creare nuclei operativi del movimento pacifista sul territorio anche in piccole realtà per continuare l'opera di educazione e coscientizzazione sulla promozione della pace nel mondo in un intreccio sinergico con quanti si oppongono a processi di globalizzazione neoliberista ed operano per costruire un rapporto di convivenza pacifica tra gli esseri umani e di rispetto di essi con il territorio al fine di raggiungere una coesistenza fondata sulla giustizia sociale.

Riprendere le fila di un'operatività non è facile, ma significa intanto cominciare a vedersi sistematicamente per progettare sistemi di sensibilizzazione sulle piazze virtuali, ma soprattutto su quelle reali cercando di coinvolgere la maggior parte possibile di soggetti.

Il primo impegno dev'essere indirizzato in una proposta definita di revisione in senso democratico degli organismi e delle funzioni dell'ONU.

Occorre altresì continuare l'opera di elaborazione d'idee pragmatiche per rendere sempre più concreta ed attuale la strategia di azione e difesa popolare non violenta che significa lottare il militarismo, la xenofobia, le discriminazioni, ma anche cercare le strategie per spegnere i fuochi di guerra e ridare al pacifismo la dimensione mondiale che ha avuto in passato.

Il movimento ha necessità di trovare rappresentanza sempre più larga in nuove forme organizzate a livello nazionale ed internazionale.

La rete pacifista deve avere poi una dimensione europea e mondiale con l'individuazione di un'agenzia per la pace cui i diversi movimenti locali possano fare riferimento.

In un ordine mondiale che non sa dare stabilità, pace e giustizia, ma che invita alla difesa personale con un processo di militarizzazione individuale e sociale, noi pensiamo che la difesa popolare non violenta con proposte concrete ed opportune possa essere di grande efficacia, sul piano preventivo e strutturale, nell'opposizione alla guerra. 

Riannodare le fila dell'impegno, tornare a sventolare le bandiere arcobaleno che accendevano l'entusiasmo delle masse, parlare di pace e di non violenza è già di per sé educativo; se a questo aggiungeremo la necessità che ognuno non proclami la pace, ma la viva come valore di rispetto per la vita, la libertà, i diritti e l'uguaglianza tra gli esseri umani, avremo la speranza di non vedere più le immagini atroci di violenza create ancora nel mondo.

Di fronte al diffondersi pericoloso dei giochi di guerra abbiamo il dovere di riassumere impegni di responsabilità, di riallacciare sinergie operative e di esserci per impedire che la disumanità, frutto dell'egoismo e della malvagità, distrugga questo pianeta.

La ricetta Greenpeace? Tagliare gli aiuti alle produzioni intensive

da Qualeformaggio

Da quel che si mangia dipende il futuro del pianeta - l'immagine ritrae una pagina della pubblicazione ''Meno è meglio'', dell'associazione ambientalistaIl futuro alimentare del pianeta ha una sola strada percorribile: quella delle produzioni estensive, da erba e da fieno. In sostanza, solo adottando una “dieta sana” potremo garantirci un “pianeta sano”. Ad affermarlo sono i vertici di Greenpeace Italia, che nei giorni scorsi hanno lanciato una campagna mediatica che si prefigge “l’obiettivo ambizioso, necessario e impellente di ridurre la produzione e il consumo e di carne e di prodotti lattiero-caseari del 50%, a livello globale, entro il 2050”.
Beninteso, le produzioni verso cui l’associazione ambientalista punta il dito sono quelle intensive, che hanno saccheggiato al pianeta risorse, hanno inciso in maniera estremamente negativa sull’ambiente e hanno spinto milioni di contadini in condizioni di forte disagio economico e, nei casi più gravi, nello stato di povertà (e verso il suicidio, ndr).
Vacche Montbeillard in un allevamento ecologico francese - l'immagine è tratta da una pagina della pubblicazione ''Meno è meglio'', dell'associazione ambientalistaFavorire carni e latti dell’erba e del fieno
Meno carne e meno prodotti lattiero-caseari intensivi, quindi, per un clima migliore, per la salvaguardia delle foreste e della biodiversità, per consumare e inquinare meno acqua, per il benessere vero degli animali (che debbono vivere all’aperto e brucare erba, ndr), per avere a disposizione cibo sano per le persone e quindi per una salute migliore dei consumatori, della gente.
Bisogna sconfiggere il mostro
“Gli allevamenti intensivi”, sottolinea Greenpeace in una nota stampa, “sono una grande fonte di emissioni di gas serra causate dall'uomo. Secondo i dati della Fao le loro emissioni sono pari a circa il 14% del totale. La gestione dei liquami, la produzione e l’uso di fertilizzanti e di pesticidi nella produzione dei mangimi, il processo di digestione dei ruminanti e il cambiamento d'uso del suolo (per la produzione di mangimi), generano grandi quantità di gas a effetto serra, come l’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto. Ridurre la produzione e il consumo di carne e di latte intensivi, e dei loro derivati, diventa una necessità fondamentale, e non più differibile, per rispettare gli impegni presi con l'Accordo di Parigi sul clima* ma non solo.
“Una vasta area di terra coltivabile e produzione agricola”, incalza l’associazione animalista, “è destinata alla mangimistica animale invece che a nutrire direttamente le persone: oltre il 50% nell’Unione Europea e circa 1/3 a livello globale, secondo i dati della Fao. Ciò comporta anche una minaccia per la sicurezza alimentare e un incremento del degrado dell’ambiente, deforestazione compresa, sia nell'Ue che a livello globale”.
“I principali rischi per la salute legati all'agricoltura e all’allevamento intensivo”, spiega Greenpeace, “sono legati a:
- sviluppo della resistenza agli antibiotici; e l’Italia è seconda solo alla Spagna in Unione europea per uso di antibiotici negli allevamenti;
- diffusione di malattie trasmissibili dagli animali alle persone, come l'influenza aviaria e suina, o la salmonellosi;
- inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di ammoniaca; il 90% di queste proviene dal settore agricolo, secondo l'Agenzia europea per l'ambiente”.
Inoltre, le diete ad alto contenuto di carne rossa e carne lavorata, quando da zootecnia intensiva, sono associate a un incremento di malattie cardiovascolari, cancro e diabete.
Il problema sociale
“Il modello industriale di allevamento intensivo”, insiste l’associazione animalista, “è anche una strada senza uscita per molte aziende agricole a conduzione familiare che ora sono sull’orlo della bancarotta, intrappolate fra debiti e costi elevati per gli input esterni da un lato e bassi prezzi di mercato dall’altro”.
In Europa i settori della carne e della distribuzione sono molto concentrati, e le dimensioni degli allevamenti sono drasticamente cresciute negli ultimi dieci anni. Questo ha portato alla situazione attuale, in cui tre quarti degli animali da reddito sono allevati in aziende molto grandi. Nel contempo, il numero degli animali allevati nelle aziende a conduzione familiare e di piccole dimensioni si è più che dimezzato.
“Il numero pro-capite di polli, maiali e bovini*macellati tra il 1961 e il 2009”, sottolinea Greenpeace, “si è più che triplicato, raggiungendo nel 2009, oltre dieci animali macellati per ogni persona sulla Terra. Se il tasso resterà invariato, quest'anno 76 miliardi di animali verranno macellati per soddisfare il nostro consumo di carne e prodotti lattiero-caseari. Solamente in Italia nel 2016 sono stati macellati 2,8 milioni di bovini, 11,9 milioni di suini, 3 milioni fra ovini e caprini e 585 milioni di avicoli”.
Stop ai sussidi per i produttori intensivi
Numeri inconfutabili, che dimostrano quanto l’impatto degli allevamenti intensivi sia insostenibile. Ed è per tutti questi motivi  che l’associazione ambientalista ha annunciato la presentazione di una richiesta, indirizzata sia all’Unione Europea che al prossimo Governo italiano, per mettere fine ai sussidi che sostengono le produzioni intensive di carne, di latte e derivati e per incrementare quelli destinati alle produzioni ecosostenibili.
È giunto il momento, insistono giustamente i vertici di Greenpeace Italia, di “adottare politiche che promuovano la produzione di alimenti da aziende agricole ecologiche e locali. Politiche che guidino anche il cambiamento delle abitudini alimentari e dei modelli di consumo finalizzati a ridurre il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari”.
“Il cibo”, conclude Greenpeace, “è uno strumento molto potente che tutte le persone possono usare per avviare la trasformazione - necessaria e urgente – dell’attuale modello agroalimentare e contribuire a costruire un futuro migliore per noi, i nostri figli e i nostri nipoti. Le scelte alimentari che facciamo oggi determinano lo stato del Pianeta sul quale vivranno domani”. In poche parole la scelta è obbligata ed è quella di “Una dieta sana, per un Pianeta sano”.
16 aprile 2018

16 aprile 2018

Difesa e Tutela del Territorio

Comunicato stampa di Carmelina Colantuono
Il Mio Impegno per un Molise che vuol vivere 
Esiste o non esiste ? Questo è il dilemma !Se sia più nobile essere cittadini del Mondo o, essere Molisani?
I Molisani sono cittadini del Mondo, il Mondo in un Molise Vero, pieno di grandi peculiarità e di sensibilità oltre ogni logica personale.
Voglia, da qui assumere , in poche parole, un viaggio a tutela del territorio, delle identità , della gente. Un viaggio tra territori bellissimi che all’apparenza si presentano forti, invulnerabili, trasparenti ma, in realtà, intaccati dalla mano violenta di uomini che del territorio pensano di farne speculazione e “ Morte “.
Da qui la visita in quel di Sassinoro dove fra non molto, anche grazie all’arroganza politica ed all’insensibilità all’ascolto, verrà installato un mega impianto per il trattamento della frazione umida di circa 22 mila tonnellate annue di rifiuti. Una solidarietà basata su quei valori che mi vedono attiva ogni giorno e non solo per l’attività “ Transumante “ che da anni mi accosta all’attività pastorale più antica al Mondo.
Una visione che mi impedisce di concepire il Mondo, l’ambiente, la voglia di vivere la natura, non considerando al centro di ogni idea “ la Persona “.
Una competizione elettorale, che mi vede impegnata in prima linea, con la lista “ Orgoglio Molise “, proprio per determinare quella svolta su temi caldi, spesso sottovalutati, quali l’Ambiente, le Tradizioni, l’Identità e, soprattutto quella regione che ha perso lo smalto per poter ancora essere protagonista e ridar lustro a padri, figli ed accogliere al meglio la nuova voglia di essere #orgogliosamentemolisani. Un territorio che non merita veder realizzare sulle Mainarde, montagne bellissime, rigogliose e d’apertura ad ogni Cuore, proprio sulle sponde del Lago, l’unico lago balneabile del Molise, quello di Castel San Vincenzo, una discarica grazie alla miopia di una Provincia di Isernia e di qualche amministratore che deve necessariamente ritrovare quell’Orgoglio che ci contraddistingue anche nelle scelte, sé si urla la voglia di essere Molisani e di amare la ns terra.
Un territorio che vede l’identità e l’uomo al primo posto che non deve poter vedere infranti i sogni di un Molise con una sola Autostrada “ quella dei Tratturi “, con la voglia di essere protagonisti di “ Comunità “ volte alla Green Economy, alla fine dell’eolico selvaggio, alla corsa sfrenata verso energie rinnovabili non compatibili e di impatto devastante.
Un territorio che necessita l’Istituzione del Parco del Matese, quello vero e non quello sino ad oggi decantato sulla carta senza risorse e senza l’accordo tra le regioni coinvolte, che necessita una legge sulla tutela e sullo sfruttamento del suolo, che necessita di una nuova consapevolezza del valore delle piccole comunità, dei borghi, della vita vissuta nella tradizione identitaria e della buona enogastronomia non industriale. Torniamo ad essere Vita, torniamo ad essere Molisani, torniamo ad essere “orgogliosamente Molisani “ . solo con una spinta propulsiva verso un credo diverso, verso una forza di coinvolgimento e partecipazione, il Molise può rivivere e, non pensare di esistere ma, di essere l’Esistenza…… Il mio impegno per tutto questo, il tuo voto per essere vicino all’impegno ed ad un solo modo di vivere : Orgoglio Molise!

7 aprile 2018


ADDIO TONINO, MIO CARO E INDEMENTICATO AMICO

Ho appena letto la notizia della morte di una persona  a me cara, Ruggero D’Addona, meglio noto come “Tonino”, vice prefetto per lunghi anni di Campobasso e mio prezioso insostituibile collaboratore nell’anno  !999-2000, quando ho avuto l’onore di essere Assessore con quattro deleghe (lavori pubblici, Trasporti, Ambiente e Protezione civile).

Quattro assessorati pesanti, difficili, che, grazie a Tonino e a tutti gli altri collaboratori, interni ed esterni alla Regione, ho avuto la forza di affrontare con non poche preoccupazioni. Tonino, un professionista  stimato e rispettato da tutti, davvero capace, persona seria, corretta, dai grandi valori, in primo luogo l’onestà, mi ha fatto vivere con grande serenità quell’esperienza che ha prodotto, grazie a lui, leggi importanti come quella della Protezione civile, dell’Ambito Territoriale, dell’Azienda regionale per l’Ambiente e altre ancora.

L’ho rivisto due anni fa nella sua bella Morcone quando, insieme, abbiamo partecipato a un incontro sul No alla riforma della Costituzione, con Paolo Maddalena. Un grande e prolungato abbraccio che porterò con me per sempre.

Grazie Tonino, grazie ancora come allora.

5 aprile 2018

E’ tempo di cambiare




di Pasquale Di Lena 

Oinos - vivere divino (numero speciale per il prossimo Vinitally) In Anteprima

La situazione che vive il globo e, col globo, il nostro Paese, tutti noi, uomini e donne; le piante; gli animali; la natura; il territorio di tanti piccoli e grandi territori, è davvero allarmante, visto che non c’è niente che dà segnali di miglioramento, ma solo peggioramento. 
L’aumento di quattro volte, nel corso di mezzo secolo, dell’estrazione di materie prime dall’ambiente,  88,6 miliardi di tonnellate di fronte ai 22 miliardi di tonnellate del 1970, con ben 19 milioni di morti premature l’anno. Se non si rispettano gli impegni presi a Parigi dalla quasi totalità dei governi di tutti i paesi del mondo, ci sarà un aumento crescente delle temperature, con i relativi processi di desertificazione, con l’Italia che vedrà 1/5 della sua superficie agricola colpita. Sempre l’Italia paga il prezzo più alto con la perdita del 33% della superficie agricola totale per colpa dell’erosione del suolo, che riguarda anche l’Europa per 12 milioni di ettari, pari al 7,2% del totale dei terreni agricoli. Per non parlare dell’Amazzonia, degli Oceani sempre più acidi; dell’accesso all’acqua, in particolare di quella potabile; della salute; del bisogno di cibo e, nel contempo, del suo spreco. Una serie di prove concrete di pericoli per la Terra e la biodiversità, per la fertilità dei terreni, per i volumi e la qualità delle produzioni agricole, proprio quando continua l’aumento della popolazione e c’è sempre più bisogno di cibo.
L’uomo deve fare tutto quanto è possibile per cambiare la situazione, capire le abitudini sbagliate e credere che si è ancora in tempo a interrompere, modificare un cammino che sta portando tutti verso il baratro. 
Sapere che c’è bisogno di una cultura nuova in grado di seguire e interpretare i mutamenti in atto, di uscire dallo stato di isolamento di ognuno per tornare a vivere con gli altri la realtà e, insieme, partecipare, sognare, amare. Bisogno di strumenti, anche nuovi, capaci di rilanciare e sostenere questa partecipazione alle scelte.
Sono i dati, i processi in atto, gli allarmi degli scienziati a far pensare che siamo  prossimi al punto di non ritorno se non si rispettano i patti sottoscritti a Parigi sui cambiamenti climatici, e che, non so quando, questo mondo finirà se non si mettono in atto politiche, scelte che danno davvero il segno di un’inversione di tendenza che lascia intravedere, lungo il percorso nuovo tracciato, diversi traguardi e tutti importanti.
Scelte prioritarie per credere e far credere che è possibile invertire la rotta, cambiare direzione e evitare il baratro, e, insieme, lavorare per realizzare il sogno di uno sviluppo diverso, sinonimo di salute e di un altro tipo di benessere, quello che porta a sentire di nuovo e più vicino il profumo della felicità.
 Il mondo, in particolar modo l’Italia, ha bisogno dei suoi territori e di sostenibilità, di pace, terreni fertili, di cibo sano e paesaggi belli. Ha bisogno di pane, nel suo significato di essenzialità; olio di oliva, quale armonia di sapori, continuità; vino, quale convivialità, piacere. Il mondo ha bisogno di consumare questi ed altri beni che ogni territorio dà, ma, anche, di produrli in modo diverso.
Se è vero questo, ci sono le opportunità offerte dallo sviluppo di bio distretti, un processo all’insegna della sostenibilità di interi territori, più o meno estesi, che vede tutti gli attori, pubblici e privati, protagonisti delle scelte e delle strategie che servono a spendere e valorizzare le risorse proprie e non a nasconderle o abbandonarle, distruggerle.
Non più politiche settoriali, spesso competitive fra loro, bisognose di compromessi, ma una politica per ogni singolo territorio, quale solo e unico contenitore di valori e di risorse, origine della qualità ed espressione della biodiversità. Il modo migliore per capire tutte le sinergie possibili, umane e naturali, che necessitano per avviare e far crescere uno sviluppo diverso, a misura dell’uomo e della natura, non contro.  
Un modo per rendere più chiara e più fattibile la programmazione, e, con  la messa a punto di progetti  adeguati, cogliere gli obiettivi prefissati, quali la valorizzazione dei beni del territorio, non solo il cibo espresso dall’agricoltura, ma, anche, l’arte e la cultura; la storia e le tradizioni, l’insieme dei valori che esprimono la nostra identità.
Bio distretti per affrontare meglio il cambiamento climatico, sapendo che le colture bio hanno, di fronte anche a situazioni di siccità gravi, la possibilità di produrre di più e meglio grazie alla maggiore capacità del suolo di trattenere l’acqua. Un territorio, quello bio, che ha la possibilità di ridare vita alla vita che l’agricoltura convenzionale e, in modo particolare, quella industrializzata, ha ridotto a poca cosa con l’uso esagerato ed esasperato della chimica.
E, sempre nel segno della discontinuità, la possibilità di una ricollocazione dei mercati, necessaria per ritessere il rapporto produttore- consumatore e renderlo dialogo, fiducia, amicizia, consapevolezza della preziosità del territorio con la sua storia e la sua cultura; le sue tradizioni, quelle legate all’alimentazione, in particolare; la sua agricoltura, fatta di rotazioni e avvicendamenti, esperienza e saperi, e, anche e soprattutto, fonte di paesaggi e di bellezza , oltre che di bontà.
Il glocale, con la sua capacità di aprire al dialogo e di sviluppare sinergie importanti, ha tutto per combattere e vincere contro il globale, il grande mercato nelle mani delle multinazionali che vogliono piena liberalizzazione e privatizzazione, a scapito delle sovranità nazionali e delle identità dei popoli. 
Il glocale quale grande ricchezza da distribuire tra chi lo vive, lo anima, lo coltiva, lo cura, ne sente i profumi, lo gusta e lo mette a disposizione di quanti hanno bisogno o voglia di bontà e di bellezza, di diversità











4 aprile 2018

Una melassa indistinta

di Umberto Berardo 

Un elettore chiamato all'espressione del voto per il rinnovo del Consiglio regionale del Molise ha evidentemente necessità di avere un quadro chiaro di quanto le liste partecipanti ed i candidati esprimono sul piano strutturale, organizzativo, programmatico come su quello del senso etico, della preparazione culturale, della responsabilità e della competenza nelle funzioni politiche ed amministrative.

Ci sono ambiti che sul piano della coerenza ideale o quantomeno sulla prospettiva di una struttura sociale immaginata non lasciano trasparire se non indicazioni parziali, generiche o del tutto vaghe per non definirle oscure.

Il passaggio costante e ripetuto poi di taluni da un campo politico all'altro la dice lunga sull'arrivismo trasformistico che appare l'unico ispiratore di talune candidature che in tal modo si qualificano da sole.

Ovviamente quella che molti chiamano appunto la transumanza in politica è imputabile non solo ai soggetti che la praticano, ma anche ai partiti che la permettono e la pongono in essere.

In Molise di aggregazioni indeterminate sul piano concettuale, ideologico e pragmatico ne sono state preparate tante nel corso degli ultimi anni e sono state sempre presentate agli elettori come risolutive dei problemi della regione; poi tu guardi la realtà delle gravi difficoltà relative ad un livello minimo della qualità della vita, provi a cercare le soluzioni messe in campo e ti accorgi che non solo non sono servite allo scopo, ma hanno finito d'incancrenire gli stessi problemi esistenziali.

D'altra parte soggetti politici trasversali con persone di diversa provenienza culturale e con principi ispiratori talora contrapposti è quasi impossibile che possano garantire continuità amministrativa ed operare linearmente.

Qualche tentativo d'inversione di tendenza nella creazione di nuova linfa propositiva è fallito miseramente nell'assenza d'impegno di molti, spesso rifugiati nel limbo delle piazze virtuali o in sterili forme d'intellettualismo vacuo, nelle difficoltà del dialogo di base, nell'illusione che dinosauri decotti e responsabili dei disastri passati potessero aiutare il rinnovamento o nel sogno di chi ha intravvisto la rigenerazione unicamente in persone appartenenti a fasce di età meno avanzate.

Rimaniamo convinti che la politica come scienza ed arte per la soluzione dei problemi esistenziali della popolazione vada fatta con quanti hanno voglia di strutturarsi sul piano dell'elaborazione delle idee intorno a movimenti di base ispirati a principi, valori e concetti capaci di dare la quadra ad un'operatività che non può essere improvvisata, ma deve guardare ad un'idea portante di struttura sociale.

È per questa stessa ragione che non possiamo neanche candidare la mediocrità perché sarebbe davvero pericolosa.

Una cosa è certa: i molisani non potranno e non dovranno accettare eventuali promesse inconcludenti e menzognere da pinocchio di chi in questi anni ha governato senza promuovere il bene comune e neppure quelle di quanti non hanno voluto o saputo fare un'opposizione credibile con proposte alternative, serie e realizzabili.

Speriamo non ci si lasci incantare neppure dalle manifestazioni con "i bagni di folla", come li definiscono alcuni giornalisti, dove truppe cammellate riempiono sale per fare scena.

L'orizzonte politico post ideologico che si delinea ci appare davvero una melassa indistinta ove tutto in questi giorni, anche sul piano nazionale, si muove in un ambito neoliberista in cui si individuano solo toppe parziali ed inefficaci per i problemi grandi come le montagne che abbiamo di fronte.

C'è davvero la sensazione che la ricerca del potere sia l'obiettivo prevalente di quanti occupano gli scranni delle istituzioni nel Paese.

Molti elettori forse dovranno prendere coscienza che il vento del rinnovamento e della responsabilità è ancora lontano anche perché si sono lasciati andare verso la connivenza per puro tornaconto personale e familiare oppure si sono fatti anestetizzare dalla paura o dall'indifferenza.

È una costatazione amara, ma lontana da ogni prospettiva qualunquista o nichilista.

Occorre allora lavorare, come abbiamo spesso sottolineato, perché lo studio e l'analisi costante possa portare i cittadini ad un impegno diretto nella definizione di una società nella quale non si rincorrano tentativi di soluzione parziale alle tante questioni aperte, ma provvedimenti legislativi ed amministrativi in grado non di diminuire le povertà, ma di attuare l'eguaglianza delle opportunità e la giustizia sociale.

Non sarà facile uscire dalle macerie sotto cui le forze politiche neoliberiste hanno seppellito la democrazia, la libertà, l'eguaglianza e la condivisione dei beni comuni sacrificati tutti sull'altare del profitto, dei privilegi e degl'interessi individuali e di gruppo.

Noi abbiamo il dovere d'impegnarci nel recuperare tali valori provenienti soprattutto dalla tradizione cristiana, illuminista e marxista per disegnare una società a misura della dignità di ogni essere umano.

Ogni riflusso in atteggiamenti indifferenti ed omissivi perpetrerà bolle di disuguaglianza e di miseria economica che stanno devastando l'umanità con atteggiamenti di malvagità in guerre ed oppressioni che sono sotto gli occhi di tutti e che creano conflitti e fame generanti migrazioni orrende e disumane già ora non gestibili, nonostante a nostro avviso siano solo in fase iniziale.

Il voto alle regionali: una riflessione di carattere generale Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018 Si vota il 22 aprile prossimo. Sono interessati il Friuli, il Molise e la Valle d’Aosta. Sono tre regioni che hanno un basso numero di abitanti ma il loro voto è significativo in quanto sono le prime dopo le politiche del 4 marzo. Si vuole verificare la tenuta del centro destra e delle sue componenti, la capacità dei pentastellati di mantenere le proprie posizioni in ambito regionale e se la crisi del Pd continua ad erodere consensi. Ogni partito, in questo caso, cerca di non “compromettersi” troppo a livello nazionale con il proporre alleanze o intese che possono diventare poco chiare agli elettori e pregiudicare la stessa formazione di un governo. Proprio per questo motivo si pensa di posticipare un’eventuale affidamento dell’incarico, per la formazione dell’esecutivo, dopo il 22 aprile prossimo. Però, poi, a giugno si vota ancora alle amministrative e la storia non finisce qui se vi aggiungiamo, il prossimo anno, le elezioni europee. Se poi, a prescindere da tutti questi “tatticismi”, vogliamo valutare una linea di tendenza, che sta mostrando chiari segni di una presa di coscienza collettiva, dobbiamo riconoscere, in tale contesto, un calo non solo fisiologico dei partiti tradizionali. Una propensione, per altro, verificabile anche all’estero. In altri termini ciò che ha rappresentato per tutto il XX secolo una forte identità ideologica dei partiti da quello comunista alla destra, dal centrismo di taglio democristiano e agli stessi movimenti estremisti, sembra aver esaurito o di molto ridotta la sua carica “passionale”. Al loro posto si stanno affermando nuove identità che in un certo senso tendono a dividersi in due parti ben distinte che potremmo chiamare il partito dell’essere e quello dell’avere. O per meglio dire di chi dispone delle risorse per vivere agiatamente e chi ha poche disponibilità e vivacchia. I primi sono una minoranza e i secondi una maggioranza. Questi ultimi hanno, purtroppo, il difetto di non essersi del tutto resi conto che in democrazia valgono i numeri che la stessa minoranza non ha. Ma nonostante questa défaillance chi ha sa di poter contare sul “dio denaro” e degli effetti distorsivi che provoca nei semplici di cuore e negli ingenui di turno. Ora, a nostro avviso, sta andando a maturazione una nuova e più genuina consapevolezza e in questa “terra di mezzo” sono inevitabili molti scontri: da quello generazionale all’invadenza dei media, dalla disinformazione all’esasperazione sociale e identitaria. Non vorremmo che alla fine subentri la stanchezza e si ritorna al vecchio metodo di fare politica o si scateni una rivolta popolare. (Riccardo Alfonso)



Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Si vota il 22 aprile prossimo. Sono interessati il Friuli, il Molise e la Valle d’Aosta. Sono tre regioni che hanno un basso numero di abitanti ma il loro voto è significativo in quanto sono le prime dopo le politiche del 4 marzo. Si vuole verificare la tenuta del centro destra e delle sue componenti, la capacità dei pentastellati di mantenere le proprie posizioni in ambito regionale e se la crisi del Pd continua ad erodere consensi. Ogni partito, in questo caso, cerca di non “compromettersi” troppo a livello nazionale con il proporre alleanze o intese che possono diventare poco chiare agli elettori e pregiudicare la stessa formazione di un governo. Proprio per questo motivo si pensa di posticipare un’eventuale affidamento dell’incarico, per la formazione dell’esecutivo, dopo il 22 aprile prossimo. Però, poi, a giugno si vota ancora alle amministrative e la storia non finisce qui se vi aggiungiamo, il prossimo anno, le elezioni europee. Se poi, a prescindere da tutti questi “tatticismi”, vogliamo valutare una linea di tendenza, che sta mostrando chiari segni di una presa di coscienza collettiva, dobbiamo riconoscere, in tale contesto, un calo non solo fisiologico dei partiti tradizionali. Una propensione, per altro, verificabile anche all’estero. In altri termini ciò che ha rappresentato per tutto il XX secolo una forte identità ideologica dei partiti da quello comunista alla destra, dal centrismo di taglio democristiano e agli stessi movimenti estremisti, sembra aver esaurito o di molto ridotta la sua carica “passionale”. Al loro posto si stanno affermando nuove identità che in un certo senso tendono a dividersi in due parti ben distinte che potremmo chiamare il partito dell’essere e quello dell’avere. O per meglio dire di chi dispone delle risorse per vivere agiatamente e chi ha poche disponibilità e vivacchia. I primi sono una minoranza e i secondi una maggioranza. Questi ultimi hanno, purtroppo, il difetto di non essersi del tutto resi conto che in democrazia valgono i numeri che la stessa minoranza non ha. Ma nonostante questa défaillance chi ha sa di poter contare sul “dio denaro” e degli effetti distorsivi che provoca nei semplici di cuore e negli ingenui di turno. Ora, a nostro avviso, sta andando a maturazione una nuova e più genuina consapevolezza e in questa “terra di mezzo” sono inevitabili molti scontri: da quello generazionale all’invadenza dei media, dalla disinformazione all’esasperazione sociale e identitaria. Non vorremmo che alla fine subentri la stanchezza e si ritorna al vecchio metodo di fare politica o si scateni una rivolta popolare. (Riccardo Alfonso)

1 aprile 2018

Il degrado di suolo, biodiversità e natura mette a rischio il benessere di 3,2 miliardi di persone

da GreenReport [27 marzo 2018]

Entro il 2050 sarà il principale driver della perdita di specie e della migrazione di milioni di persone

 

«Il peggioramento del degrado dei suoli causato dalle attività umane sta minando il benessere dei due quinti dell’umanità, determinando l’estinzione delle specie e intensificando il cambiamento climatico. È anche un importante contributo alla migrazione umana di massa e all’aumento dei conflitti»., E’ quanto si legge dalla prima valutazione globale del degrado e del ripristino del territorio, realizzata dall’Intergovernmental science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes), in collaborazione conUnesco,  United nations devlopmen programme (Undp) e Fao, e approvata dai 129 menbvri dell’Ipbes durante la loro sesta sessione plenaria che si è tenuta a Medellin, in Colombia.

Dal rapporto, che si basa su più di 3.000 fonti scientifiche e al quale hanno lavorato 100 esperti provenienti da 45 Paesi, emerge che  nel 2010  i rischi del degrado del suolo sono costati  circa il 10% del prodotto mondiale lordo e che «La rapida espansione e la gestione insostenibile delle terre coltivate e dei pascoli è il più esteso fattore di distruzione del suolo, causando una significativa perdita di biodiversità e servizi ecosistemici: sicurezza alimentare, depurazione delle acque, fornitura di energia e di altri contributi della natura essenziali per le persone. Tutto questo ha raggiunto livelli “critici” in molte parti del mondo».

Il sudafricano  Robert Scholes che ha guidato il team di ricerca insieme all’italiano Luca Montanarella, spiega che «Con impatti negativi sul benessere di almeno 3,2 miliardi di persone, il degrado delle terre emerse causato dalle attività umane sta spingendo il pianeta verso una sesta estinzione di massa delle specie. Evitare, ridurre e invertire questo problema e ripristinare terreni degradati, è una priorità urgente per proteggere la biodiversità e i servizi ecosistemici vitali per tutta la vita sulla Terra e per garantire il benessere umano».

Montanarella  sottolinea che «Le zone umide sono state particolarmente colpite. all’inizio dell’era moderna abbiamo assistito alla perdita dell’87% nelle zone umide, con il 54% scomparse dal 1900».

Secondo gli autori dello studio «il degrado del suolo si manifesta in molti modi: abbandono della terra, popolazioni di specie selvatiche in declino, perdita di suolo e di salute del suolo, di pascoli e acqua dolce, così come con la deforestazione».

Il rapporto afferma che «I fattori alla base del degrado del territorio sono gli stili di vita ad alto consumo nelle economie più sviluppate, combinati all’aumento del consumo nelle economie in via di sviluppo ed emergenti. Il consumo pro capite elevato e in aumento, amplificato dalla continua crescita della popolazione in molte parti del mondo, può portare a livelli insostenibili di espansione agricola, sfruttamento delle risorse naturali e estrazione mineraria e urbanizzazione, che in genere portano a un maggiore livello di degrado del territorio».

Nel 2014, oltre 1,5 miliardi di ettari di ecosistemi naturali erano stati convertiti in terre coltivabili. Meno del 25% della superficie terrestre della terra è sfuggito a forti impatti dell’attività antropica e gli esperti Ipbes stimano che  nel 2050 queste aree saranno calate a meno del 10%.  Attualmente, le terre coltivate e i pascoli coprono più di un terzo delle terre emerse del nostro pianeta e anche di recente sono stati eliminati habitat autoctoni, comprese foreste, praterie e zone umide, dove si concentrano alcuni degli ecosistemi più ricchi di specie della Terra.

Il rapporto evidenzia che «L’aumento della domanda di cibo e biocarburanti porterà probabilmente a un continuo aumento degli apporti di sostanze nutritive e chimiche e  uno uno spostamento verso sistemi di produzione zootecnica industrializzati, con l’uso di pesticidi e fertilizzanti che dovrebbe raddoppiare entro il 2050. La possibilità di fermare un’ulteriore espansione agricola negli habitat autoctoni può essere ottenuta aumentando la resa nelle aree agricole esistenti, passando a diete meno “degradanti”, come quelle con più alimenti a base vegetale e meno proteine ​​animali da fonti non sostenibili e  con riduzioni della perdita e dello spreco di cibo».

Il presidente dell’Ipbes, Sir Robert Watson, è convinto che »Attraverso questo rapporto, la comunità globale di esperti ha dato un avvertimento franco e urgente, con opzioni chiare per affrontare il grave danno ambientale. Il degrado del suolo, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico sono tre diversi volti della stessa sfida centrale: l’impatto sempre più pericoloso delle nostre scelte sulla salute del nostro ambiente naturale. Non possiamo permetterci di affrontare ognuna di queste tre minacce in modo isolato: ognuna merita la massima priorità politica e devono essere affrontate insieme».

Il rapporto Ipbes rileva che il degrado del suolo rappresenta un importante contributo al cambiamento climatico, con la sola deforestazione che contribuisce a circa il 10% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Un altro fattore importante del cambiamento climatico è l’emissione di carbonio precedentemente stoccato nel suolo, con il degrado del suolo che tra il 2000 e il 2009 è stato responsabile di emissioni globali annue fino a 4,4 miliardi di tonnellate di CO2. all’Ipbes  sottolineano che «Data l’importanza delle funzioni di assorbimento e stoccaggio del carbonio nel suolo, l’eliminazione, la riduzione e l’inversione del degrado del terreno potrebbero fornire più di un terzo delle attività di riduzione dei gas serra più economiche necessarie entro il 2030 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2° C prevista nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, aumentare la sicurezza alimentare e idrica e contribuire a evitare conflitti e migrazioni».

Infatti, aggiunge Scholes, «Si stima che tra poco più di tre decenni 4 miliardi di persone vivranno in territori aridi. A quel punto è probabile che il degrado del suolo, insieme ai problemi strettamente correlati dei cambiamenti climatici, costringerà 50 – 700 milioni di persone a migrare. La diminuzione della produttività del suolo rende anche le società più vulnerabili all’instabilità sociale, in particolare nelle zone aride, dove gli anni con precipitazioni estremamente basse sono stati associati a un aumento dei conflitti violenti fino al 45%». Montanarella concorda: «Si prevede che, entro il 2050, la combinazione di degrado del suolo e i cambiamenti climatici in alcune regioni ridurrà i raccolti globali in media del 10%, e fino al 50%. In futuro, la maggior parte del degrado si verificherà in America centrale e meridionale, nell’Africa subsahariana e in Asia, le aree con la maggior quantità di terra rimasta adatta all’agricoltura».

Il rapporto sottolinea anche le sfide poste dal degrado del suolo e l’importanza del suo ripristino per rispettare gli obiettivi chiave di sviluppo internazionale, compresi gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu e quelli sulla biodiversità di Aichi approvati dalla Convention on biologica diversiy (Cbd). La segretaria esecutiva dell’Ipbes, Larigauderie, ha fatto notare che «Il valore più grande di questa valutazione è l’evidenza che fornisce ai decision makers dei governi, al business, al  mondo accademico e persino a livello delle comunità locali. Con una migliore informazione, supportata dal consenso dei maggiori esperti mondiali, possiamo fare tutti scelte migliori per un’azione più efficace».

Il rapporto presenta esempi positivi di ripristino del territorio che si trovano in ogni ecosistema e fa presente che molte buone pratiche e tecniche ben collaudate, sia tradizionali che moderne, possono evitare o invertire il degrado. ad esempio, nelle terre coltivate ci sono esperienze di riduzione della perdita di suolo e di miglioramento della salute del suolo,  di utilizzo di colture che tollerano una maggiore salinità, di agricoltura conservativa e di sistemi integrati di coltivazione, allevamento e silvicoltura. Nei pascoli tradizionali, il mantenimento di appropriati regimi antincendio e la reintegrazione o lo sviluppo di pratiche e istituzioni locali di gestione del bestiame si sono dimostrati efficaci. Le iniziative di successo nelle zone umide comprendono il controllo delle fonti di inquinamento, la gestione delle zone umide come parte del territorio e il riutilizzo delle zone umide danneggiate dal drenaggio. Nelle aree urbane, la pianificazione dello spazio urbano, il reimpianto di specie autoctone, lo sviluppo di “infrastrutture verdi” come parchi e fiumi, il risanamento di terreni contaminati e ricoperti (ad esempio sotto l’asfalto), il trattamento delle acque reflue e il ripristino dei canali fluviali vengono identificati come opzioni chiave per agire.

Le opportunità per accelerare le azioni identificate nel rapporto includono: Miglioramento del monitoraggio, dei sistemi di verifica e dei dati di base; Coordinare la politica tra diversi ministeri per incoraggiare simultaneamente pratiche di produzione e consumo più sostenibili di commodities provenienti dalla terra; Eliminare gli “incentivi perversi” che promuovono il degrado del suolo e promuovere incentivi positivi che premiano la gestione sostenibile del suolo; Integrazione delle agende agricole, forestali, energetiche, idriche, infrastrutturali e dei servizi.

Gli autori ricordano che «Gli accordi ambientali multilaterali esistenti offrono una buona piattaforma per evitare, ridurre e invertire il degrado del suolo e promuoverne il ripristino», ma osservano che «Tuttavia, che è necessario un maggiore impegno e una cooperazione più efficace a livello nazionale e locale per raggiungere obiettivi di degrado zero del suolo, nessuna perdita di biodiversità e miglioramento del benessere umano».

Ma la ricerca su questi temi ha ancora molte lacune e il rapporto individua alcune aree da studiare ulteriormente: Le conseguenze del degrado del suolo sugli ecosistemi delle acque dolci e costiere, sulla salute fisica e mentale e sul benessere spirituale e sulla prevalenza e trasmissione delle malattie infettive; Il potenziale  del degrado del suolo  di esacerbare i cambiamenti climatici e del ripristino dei terreni per aiutare sia la mitigazione che l’adattamento; I legami tra degrado del suolo e ripristino di processi sociali, economici e politici in luoghi lontani;  Le interazioni tra degrado del suolo, povertà, cambiamenti climatici e rischio di conflitti e di migrazione non volontaria.

Il rapporto rivela che «Un aumento del lavoro e di altri benefici del ripristino del suolo superano spesso di gran lunga i costi. In media, i benefici del ripristino sono 10 volte maggiori  dei costi (stimati in 9 diversi biomi) e, per regioni come l’Asia e l’Africa, il costo dell’inattività in termini di degrado del suolo è almeno tre volte superiore al costo dell’azione».

Per Montanarella, «Il pieno dispiegamento congiunto di  strumenti e modi comprovati per fermare e invertire il degrado del suolo non è solo vitale per garantire la sicurezza alimentare, ridurre i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità, è anche economicamente prudente e sempre più urgente».

Sir Watson conclude: «Tra i molti messaggi importanti del rapporto, questo è tra i più importanti: implementare le giuste azioni per combattere il degrado del territorio può trasformare la vita di milioni di persone in tutto il pianeta, ma questo diventerà più difficile e più costoso quanto più tardi ne prenderemo atto».